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Il pericolo del romanticismo

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La nostra epoca viene spesso tacciata di essere un’epoca che ha perso i valori e gli ideali; un’epoca in cui tutto viene pesato e misurato; in cui le leggi dell’economia e della finanza sembrano dominare ogni ambito della vita dell’uomo.

Queste affermazioni sono senz’altro vere; anche il Papa nelle ultime due encicliche ci ha proposto ampi spazi di riflessione su questo dramma del nostro tempo.

Eppure c’è un elemento che persiste e che minaccia in modo altrettanto pesante il nostro tempo: il romanticismo. Qualcuno si potrebbe sorprendere rispetto a questa affermazione perché siamo abituati ad attribuire un valore positivo al romanticismo. Io non sono di questo parere perché ne ho potuto constatare gli effetti negativi nella vita degli adulti e nella vita dei giovani.

Il romanticismo è quell’atteggiamento che ti porta a credere che, nella vita, le cose belle accadono indipendentemente dalle tue scelte e dal tuo impegno personale. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, in nome di un sentimento attuale, tu puoi mettere in discussione tutto quello che hai costruito nella vita. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, per costruire la tua vita e per fare delle scelte importanti, tu debba attendere una specie di flash che si pone come un evento non ignorabile, che rende evidente e ineludibile quello che da solo/a non sei capace di cogliere.

Quanti giovani attendono tanto tempo prima di compiere delle scelte che danno forma alla loro vita, solo per ossequio ad una idea romantica, secondo la quale deve accadere qualcosa di straordinario perché una persona possa essere autorizzata a compiere una scelta!

Quanti adulti – di ogni età – tradiscono le scelte compiute e distruggono relazioni importanti per inseguire sogni improbabili (miraggi bisognerebbe dire) fondati sulle sensazioni del tempo presente e non messe alla prova del tempo.

Tutto questo è il frutto del romanticismo: la proiezione in una realtà ideale sognata, pretesa, ricercata a tutti i costi, per dare un senso e un valore alla mia vita.

Ovviamente il romanticismo di cui parlo, nulla ha a che fare con il grande valore dei sentimenti, con l’incommensurabile valore delle relazioni; e in nessun modo voglio sostenere un pragmatismo bieco, per il quale ogni cosa viene misurata in base alla convenienza (utilità si dice nel linguaggio politicamente corretto) e non si trova alcuno spazio per la gratuità e l’amore.

Abbiamo imparato dal Vangelo che l’amore vero non lascia nessuno spazio al romanticismo, perché è talmente radicato nella situazione concreta e nella relazione, da saper vedere anche oltre quella situazione senza mai tradirla.

È il caso di chi è capace di vivere superando la semplice osservanza della legge, non per aggirarla, ma perché la si riconosce – per natura – lacunosa e incapace di indicare la giustizia più grande, quella che, non accontentandosi di evitare il male, sa operare per costruire il bene. Lo abbiamo visto, proprio in questi giorni, nei volti e nelle storie di quegli uomini e quelle donne del nostro Paese, indicate dal Presidente della Repubblica come modelli di vita umana e civile proprio perché non si sono accontentati di osservare le regole, ma ci hanno messo del loro, creando situazioni di crescita dell’umanità. Non c’è alcun romanticismo in queste testimonianze di impegno.

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Quattro donne insignite dell’onorificenza al merito della Repubblica per il loro impegno civile

È il caso di chi dona la vita per i fratelli, cosa che accade ogni giorno in vari luoghi della Terra, non per inseguire un sogno romantico, ma perché è stata accolta la logica evangelica dell’amore più grande, quell’amore che arriva a riconoscere la vita dell’altro come meritevole del dono della propria, sperimentando così il modo migliore per vivere in pienezza la propria vita.

Don Andrea Turchini

L’eccedenza del male

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Chi di noi non è rimasto agghiacciato dalle scene della flagellazione nel famoso film “The Passion” di Mel Gibson? Sono scene raccapriccianti perché svelano la capacità dell’uomo di infliggere un dolore che va oltre ogni logica necessità o utilità. Quelle scene ci mettono di fronte all’eccedenza del male che, quando prende il sopravvento, non ha limiti nella sua crudeltà.

Purtroppo la storia ci testimonia come sia realistica questa eccedenza e come si verifichi continuamente lì dove si perde ogni senso della dignità dell’uomo. L’uomo dei dolori, rappresentato in modo così crudo dal film citato, rappresenta tutti coloro che sono vittime della violenza eccedente, del male che trabocca nella sua forza distruttiva, tanto da arrivare a sfigurare sia il volto della vittima della violenza, che quello del carnefice.

In questi giorni mi è capitato di andare per la prima volta a Montesole e di ascoltare la testimonianza dell’eccidio realizzato nel corso della seconda guerra mondiale dalle SS: 49 tra donne, bambini, anziani chiuse nell’oratorio di Cerpiano e uccise con delle bombe a mano lanciate all’interno dalla finestra della chiesa.

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Una agonia durata più di trenta ore tra il 29 e il 30 settembre 1944. A che scopo? Non era già abbastanza feroce ucciderli? Perché questa inutile violenza? Sono domande che rimangono senza risposta.

Purtroppo le stesse cose ci vengono narrate nelle cronache e nelle ricostruzioni dei grandi genocidi della nostra storia contemporanea, dai campi di concentramento di ogni latitudine e organizzati dalle varie ideologie, al genocidio del Ruanda/Burundi avvenuto nella completa indifferenza dell’Occidente, alle guerre dei Balcani, alle persecuzioni di carattere religioso o politico che la storia ci racconta e la cronaca ci ripresenta.

In particolare vorrei ricordare in questo giorno le vittime dell’oppressione comunista della Romania rinchiusi ed uccisi nel carcere di Sighetu Marmatiei (http://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_delle_vittime_del_Comunismo_e_della_Resistenza )  dove vescovi, sacerdoti e intellettuali sono stati seviziati, umiliati e uccisi barbaramente da una ideologia disumana. La visita del luogo ci ha lasciati senza parole; il racconto delle violenze ci ha trovati attoniti di fronte all’eccedenza del male.

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Penso ancora alle vittime della persecuzione comunista dell’Albania che si è scatenata contro i credenti di ogni fede, in particolare nella regione di Scutari. La prigione della polizia segreta di quella città ora è diventata un monastero di Clarisse, ma non si è spento il grido di dolore di coloro che lì sono stati torturati ed uccisi in modo atroce, con una fantasia perversa che è scioccante anche solamente al racconto. Le mura delle celle di Scutari, come quelle di Sighet, riportano ancora le preghiere dei prigionieri di ogni fede, ammassati come bestie per giorni e giorni in spazi angusti, costretti a respirare a turno prendendo aria da piccoli fori, immersi nei propri escrementi e senza nulla da mangiare.

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Oggi ci rimangono i memoriali di questi eccidi (a Montesole, a Sighet e a Scuteri) perché noi non dimentichiamo il male commesso e non dimentichiamo che il male, quando prende il sopravvento, indipendentemente dall’ideologia che lo genera, non si pone dei limiti ed ha una forza devastante e -ripeto- una fantasia perversa, che lo conduce ad una eccedenza inaccettabile per ogni persona che abbia un minimo di coscienza morale.

Il Signore ci liberi dal male! e dal Male! e dal MALE!

La contemplazione dell’uomo dei dolori, che in questi giorni di Pasqua ci viene offerta nuovamente, non ci lasci nella commozione emotiva, ma ci porti a considerare che quella violenza, quella ferocia, quell’eccedenza di male è tutt’ora attiva.

La contemplazione della passione del Signore ci porti a considerare quali siano le membra che oggi vengono ingiustamente flagellate.

Dalla commozione passiamo alla conversione!

Anche la nostra indifferenza, o semplicemente la nostra distrazione, può essere complice di questa eccedenza di male e di questa violenza. Non possiamo lavarci le mani come -forse- ha fatto Pilato, ma come certamente, noi siamo tentati di fare, pensando che la cosa riguardi altri.

Signore, liberaci da ogni male!

Sifra e Pua: due donne coraggiose

Come sempre la narrazione della storia umana mette in evidenza il ruolo dei protagonisti, per tradizione maschi. La storia biblica non fa eccezione.
Nella narrazione della grande epopea dell’esodo di Israele dall’Egitto alla terra di Canaan, promessa da Dio come nuova dimora per il suo popolo, i grandi protagonisti, come ben si sa, sono Mose, Aronne, Giosuè, Caleb, … Profeti, sacerdoti, condottieri…
Questa la la lettura scontata! Ma se si riesce a leggere in filigrana la narrazione, emergono tutta una serie di figure secondarie che svolgono un ruolo determinante nel contribuire alla salvezza di questo popolo.
Proprio nel primo capitolo, prima ancora che appaia la figura di Mosé, il libro dell’ Esodo ci presenta la figura di due levatrici di cui riporta il nome: Sifra e Pua.
Ad esse il Faraone ha ordinato di uccidere i bambini maschi degli Ebrei, per mettere in atto, in modo soft, il progetto di pulizia etnica che il faraone ha architettato e che il popolo egiziano di quel tempo sostiene, come soluzione al suo timore per la presenza del popolo degli Ebrei in mezzo a loro.
Questi, pur abitando in Egitto da quattrocento anni, sono ancora visti come degli stranieri, e ora anche come dei nemici pericolosi.
Il racconto ci testimonia che Sifra e Pua decidono di disobbedire al Faraone perché temevano Dio. Questo timore, nella Bibbia, non ha nulla a che fare con la paura, ma è il sinonimo del rispetto dovuto alla volontà di Dio, che parla alla coscienza dell’uomo e gli indica cosa sia giusto e bene fare, prima e oltre ogni ordine di potenti.
Sifra e Pua, noi diremmo, agiscono in ossequio alla loro coscienza e decidono di opporsi al comando del Faraone.
Tale disobbedienza è unita ad una buona dose di furbizia, che permette loro, non solo di non pagare le conseguenze della loro disobbedienza, ma di essere premiate da Dio con una famiglia numerosa.
Leggendo questo testo mi sono venuti i mente i tanti giusti che, nel corso della storia, temendo Dio, obbedendo alla loro coscienza, si sono opposti a progetti malvagi ed iniqui, mettendosi in gioco in prima persona, scegliendo di non derogare alla propria responsabilità personale.
Fra le tante testimonianze mi ritorna in mente la collezione presentata da Svetlana Broz nel libro, “I giusti nel tempo del male”, in cui racconta storie di ordinario eroismo durante il periodo della guerra nei Balcani, testimoniato da uomini e donne normali, che, in contesti inquinati da logiche di violenza, sopraffazione, ingiustizia, non si sono tirati indietro nel compiere la giustizia, quando la situazione lo ha loro richiesto.
Oggi è il nostro turno di compiere il bene, senza attendere che il contesto sia favorevole.
L’esempio di Sifra e Pua, come quello di tanti giusti coraggiosi, ci siano di sprone.

A proposito di mondanità e Vangelo

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Ieri papa Francesco, durante la visita di Assisi, ha richiamato fortemente i cristiani a non farsi avvolgere dalla mondanità, ma, seguendo lo spirito e l’esempio di Francesco di Assisi, a vivere l’esperienza della spogliazione.

“Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?”. Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. E’ un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte!” (Papa Francesco, Assisi 4 ottobre 2013)

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/october/documents/papa-francesco_20131004_poveri-assisi_it.html

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Questa mattina l’Ufficio delle letture abbiamo trovato questo bel testo di san Gregorio di Nissa che, circa 1600 anni fa’ insegnava queste cose:

Dal libro «La vita cristiana» di san Gregorio di Nissa, vescovo.

Chi si dimostra superiore agli allettamenti del pellegrinaggio terreno senza farsi ammaliare dalla gloria mondana, sentirà il bisogno di far sacrificio di se stesso a Dio. Far sacrificio di se stesso a Dio significa non cercare mai la propria volontà, ma quella di Dio e seguirla come buona guida, e poi contentarsi di quanto è necessario per la propria vita. Ciò aiuterà ciascuno a compiere con maggior impegno e serenità i propri doveri per il bene suo e degli altri, come si conviene a un discepolo di Cristo.

L’ho condiviso perché a me è stato utile per comprendere ancora meglio il significato delle parole del Papa.

Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani

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Un titolo che si addice alla città di Sarajevo e che viene spesso utilizzato dalle guide turistiche è: “la Gerusalemme dei Balcani”. Mi è tornato in mente perché, dopo aver scritto l’articolo precedente mi sono trovato di fronte ad una pagina del profeta Zaccaria che dice così:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: “Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” – dice il Signore degli eserciti -. 
Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia“. Zc 8,1-8

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Le domande che ponevo alla fine dell’articolo trovano una risposta ad una altro livello: come spesso la fede ci richiama a pensare, i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ciò che a noi può sembrare senza speranza non lo è agli occhi di Dio

La regola per l’uomo d’oggi

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In questi giorni ho avuto l’occasione di leggere questo bel libretto di Anselm Grun. Premetto che non sono un fan scatenato di Grun la cui produzione letteraria vede moltissimi titoli, ma devo ammettere che questo libro mi ha piacevolmente coinvolto in una riflessione attualizzante sulla figura di Benedetto da Norcia e soprattutto sulla sua Regola di vita, testo di pedagogia religiosa e spirituale che conta ormai più di 1500 anni.

La domanda da cui parte Grun è una domanda importante: cosa può insegnare la Regola di Benedetto all’uomo di oggi? Come tradurre le indicazioni che lui consegna a coloro che desiderano percorrere la via della salvezza?

1. Una regola per tutti e non per pochi

Un aspetto interessante della Regola è che essa non si rivolge ad una élite già motivata, ma a tutti gli uomini che desiderano salvare la propria vita. L’importanza di una regola sta proprio nel suo valore terapeutico e formativo, che vale di più, tanto più si abbisogna di compiere un percorso di ricupero da una situazione distratta e poco fruttuosa.

Ascolta , figlio, gli insegnamenti del maestro e apri l’orecchio del tuo cuore; accogli di buon grado le esortazioni di un padre che ti ama, e mettile efficacemente in pratica, perché attraverso la fatica dell’obbedienza tu possa far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato per la pigrizia della disobbedienza“. (Regola, prologo, 1-2)

2. Vivere alla presenza di Dio

In un tempo caratterizzato dalle forti dicotomie, Benedetto ci ricorda il centro della vita dell’uomo e della sua vocazione: vivere alla presenza di Dio, essere consapevoli che Dio ci vede in ogni luogo. Ovviamente questo elemento costituisce una buona notizia e non una minaccia di controllo sulla vita dell’uomo. Per vivere alla presenza di Dio l’uomo non deve fuggire dal mondo e dalle cose del mondo, perché Dio è presente nel mondo. Vivere alla presenza di Dio per il monaco, come per ogni uomo, significa lasciarsi guardare profondamente da Lui e mettersi in ascolto della sua Parola, una Parola che viene donata ogni giorno, sempre nuova e sempre diversa.

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3. Ora et labora: un motto che diviene uno stile di vita

Oggi, come probabilmente ai tempi di Benedetto, si tende a porre in opposizione la preghiera e il lavoro; sembra che le due dimensioni non possano coesistere, perché l’uno porta alla distrazione dell’altro. Per Benedetto il lavoro salva dall’ozio ed aiuta la preghiera. Al primo posto viene la preghiera, perché nulla si deve anteporre al servizio di Dio, Essa ci aiuta a non assolutizzare il lavoro, a mantenere pure le motivazioni del perché lavoriamo. Ma anche il lavoro diviene preghiera se lo faccio alla presenza di Dio e non per glorificare me stesso. Il lavoro mi stanca, ma è una buona stanchezza: viene dalla consapevolezza di aver realizzato qualcosa di buono per Dio e per gli uomini.

4. L’arte del discernimento: il carisma del responsabile della comunità

Il discernimento richiede alla guida della comunità un totale distacco da se stesso. La discretio non è solamente la capacità di saper leggere bene le situazioni e i senitmenti dei cuori, ma deve diventare una presa in carico di ognuno, perché ognuno si senta accompagnato nel realizzare l’obiettivo della sua vita. “La discretio fa ordine e chiarezza nella vita della comunità, ma si tiene ben lontana da regole e principi improntati alla rigidità. Per chiunque abbia a che fare con gli uomini, è più facile farsi prendere da roboanti parole d’ordine che non chinarsi invece su ognuno”.

5. La pace benedettina

Può fare pace solamente chi l’ha già fatta dentro di sé. La pace è la capacità di saper accogliere senza ignorarle le debolezze e le fragilità dell’altro. La pace è saper presentare con semplicità le proprie esigenze e i propri desideri. La pace cresce dalla capacità di confronto ed è frutto della preghiera nella quale ognuno cerca di confrontarsi con la volontà del Signore, prima di presentarsi alla comunità con le proprie richieste, che, comunque, rappresentano sempre un’ammissione di debolezza. Il contrario della pace è la mormorazione, quella incapacità di confrontarsi veramente con gli altri e con l’autorità nella comunità.

6. La stabilità di vita

La vita moderna ha demonizzato la stabilità facendola coincidere con la staticità. Oggi si esalta e si rende necessaria la flessibilità, la mobilità, segni distintivi di modernità, di capacità di adeguarsi continuamente alle esigenze del contesto. Anche la difficoltà a creare dei legami è sintomo di una fatica a cogliere la stabilità come valore… eppure di stabilità si avverte un gran bisogno! Per un monaco che vive la Regola di Benedetto la stabilità (diventata addirittura un quarto voto) ha fondamentalmente tre caratteristiche: la disponibilità a permanere fisicamente in un luogo, facendo di quel luogo il proprio ambiente di vita; la disponibilità a legarsi in permanenza con le persone che compongono la stessa comunità; la capacità di saper resistere alle situazioni di vita che ci mettono in crisi, quelle che Benedetto chiama le tentazioni.

La stabilità rappresenta dunque una premessa ed un obiettivo.

Fondamentale per la stabilità è l’ordine nello svolgimento della vita, nella comunità, nell’esercizio del lavoro, nella gestione dello spazio.

7. La comunità secondo san Benedetto

Oggi si avverte un gran bisogno di comunità e molti sono i giovani che accolgono la proposta di vivere un tempo più o meno lungo in esperienze di convivenza regolata. Secondo Benedetto la comunità di vita è fondata sul rispetto e sulla disponibilità/capacità di sopportarsi vicendevolmente. La comunità non può essere una via per la mia auto-realizzazione e neppure il luogo in cui pretendo di cambiare gli altri secondo i miei criteri. La comunità è il luogo dell’accoglienza dell’altro e della presa in carico dell’altro.

La comunità è anche il frutto di una comune responsabilità che non viene delegata all’autorità. Pilastro della comunità è l’amore di Cristo verso cui tutti i membri tendono e rispetto al quale tutti i membri della comunità si mettono in gioco. Se ognuno ricerca la volontà di Dio, la comunità non può che essere il luogo in cui ci si sostiene nell’attuarla. “La comunità si costruisce sulla volontà di rendere presente il Signore e, di contro, di far sparire se stessi; tutto il resto verrà allora da sé”.

Queste righe sono un tentativo di condividere quanto ho recepito dalla lettura di un bel testo e l’invito a leggerlo, senza accontentarsi di questa mi sintesi alquanto ridotta e sommaria.

ANSELM GRUN, Benedetto da Norcia. La regola per l’uomo d’oggi, San Paolo 2006, pp. 106.

Divorzio ecclesiale: sul trasferimento dei vescovi

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Nel blog di Sandro Magister, ieri è apparso questo bellissimo articolo che riporta posizioni molto autorevoli a riguardo di quella che viene definita la PIAGA del trasferimento frequente dei vescovi, divenuto ormai una prassi diffusa.

Le argomentazioni riportate sono solide e fondate sulla Tradizione.

La prospettiva di farne una legge ecclesiastica, a tutt’oggi, sembra più lontana. Basterebbe però mandare messaggi inequivocabili sulle nuove nomine.
Interessante anche l’appunto del card. Gantin sulle cosiddette sedi cardinalizie…
Un articolo che vale la pena leggere per allargare lo sguardo dal consueto. Non sempre la consuetudine ci testimonia la Tradizione. Ci sono degli spazi di riforma che ci fanno bene.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350531

Cura dimagrante … Strutture più leggere

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Questa mattina ho letto sul giornale che nel comune di Gemmano, dopo le amministrative, il consiglio comunale sarà composto da 6 consiglieri (la metà del consiglio precedente che era composto da 12) e la sua giunta potrà contare su appena 2 assessori. La motivazione di questa riduzione è puramente economica e riguarda le dinamiche della ormai famigerata spending review … Ma tant’è!
A livello politico si parla da anni di riforme costituzionali e istituzionali e tutti i progetti di riforma vanno nella prospettiva di una riduzione delle strutture, di una semplificazione nelle relazioni… Anche in questo caso per ridurre i costi e per rendere più agile la governance.

La scorsa settimana papa Francesco ha incontrato i nostri vescovi in una grande assemblea nazionale, in un clima bello e caldo come lui è capace di fare, e nel suo discorso ha messo il dito sulla piaga del numero eccessivo di diocesi presenti nel nostro Paese, e sull’esigenza di arrivare ad una riforma e a una riduzione. Per fortuna i motivi in questo caso non sono prevalentemente di ordine economico, ma piuttosto missionario. Quale la presenza e la testimonianza della nostra Chiesa se si trova così appesantita nel gestire strutture e articolazioni strutturali che ne impediscono una certa agilità nell’azione?
D’altra parte le varie articolazione permettono un’ampiezza di partecipazione, un valore che forse non dovrebbe andare perduto.
Una provocazione che ci aiuta a pensare.
Io non ho ricette ne programmi di dieta, ma cominciare a pensarci potrebbe essere opportuno.

 

O Sapienza …. dono da invocare, virtù da ricercare

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Dal libro del Siràcide    cap. 4

Chi ama la sapienza ama la vita, chi la cerca di buon mattino sarà ricolmo di gioia…
Dapprima lo condurrà per vie tortuose, lo scruterà attentamente, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza.
Se egli invece batte una falsa strada, lo lascerà andare e lo consegnerà alla sua rovina. 


La Sapienza non coincide con la scienza; un termine più moderno la potrebbe assimilare con quella competenza che è frutto dell’esperienza di vita, ma ancora siamo lontani dal concetto biblico, perché la Scrittura è molto ferma sul fatto che la Sapienza è un dono di Dio, da cercare ed invocare, un dono dello Spirito Santo, secondo la catechesi ecclesiale.

Questo testo del libro del Siracide ci testimonia l’esigenza di una fatica e di un travaglio per ottenere il dono della Sapienza; non è qualcosa che si può presumere di ottenere con uno stile  di vita da low cost, ma ottenere la Sapienza richiede un allenamento costante e un impegno quotidiano; una volta raggiuntala, dopo aver percorso vie tortuose, si avrà una retta conoscenza e una ricchezza di scienza.

Perché è così importante questo dono della Sapienza? Perché ci libera da due riduzionismi molto diffusi nella cultura contemporanea, due modi di vivere la vita “al minimo” che umiliano la dignità dell’uomo.

Il primo riduzionismo è quello di chi crede che si possa vivere in pace seguendo delle ricette: dimmi cosa devo fare e io lo faccio! Si tratta della tentazione diffusa tra coloro che non vogliono affrontare la fatica di fronteggiare le situazioni problematiche e complesse che la vita inevitabilmente ci propone; avere un ricetta per ogni situazione – come i Disneyani Qui, Quo e Qua avevano il loro “Manuale delle Giovani Marmotte” -, con una risposta disponibile e pronta per ogni situazione difficile: è un’aspirazione che purtroppo è presente nel cuore di tanti uomini e donne, desiderosi di semplificarsi la vita e di avere qualcuno che pensa al posto loro, a patto di vedere soddisfatti i propri bisogni primari.

Il secondo riduzionismo o tentazione, altrettanto antica e radicata, è quella delle ideologie, che sono state  – e sono –  quanto di meno sapienziale l’uomo abbia potuto esprimere. L’ideologia si presenta normalmente come un criterio di riferimento forte per interpretare la realtà, quasi che la realtà stessa debba adattarsi alla forma del pensiero: se questo non accade diventa necessario modificare la realtà, anche violentemente!

La Sapienza, soprattutto quella che viene dall’alto, alimenta quella disponibilità a saper riconoscere nella realtà i “segni dei tempi”, gli orientamenti che dovrebbero ispirare le scelte dell’uomo, perché quella realtà è abitata da Colui che è il principio della Sapienza; quella realtà porta in sé stessa l’impronta vivente di Colui che l’ha creata.

In questi giorni che seguono la Pentecoste, possiamo continuare ad invocare lo Spirito di Sapienza, perché ci insegni a vivere in questa realtà riconoscendo la volontà del Signore – che si manifesta nei fatti della storia – e ci doni la libertà di cuore di aderire con immediatezza ai suoi appelli.

Perché non potrebbe essere un esorcismo?

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Oggi si sta facendo un gran parlare di questo presunto esorcismo che Papa Francesco avrebbe fatto ad un ragazzo dopo la celebrazione del giorno di Pentecoste.
Interpretazioni varie della Tv, successive smentite della sala stampa Vaticana, alle quali ho sempre prestato fiducia.
La questione fondamentale però è: perché se il Papa avesse fatto un esorcismo questo sarebbe stato un problema?
I discepoli di Gesù e in particolare gli apostoli sono stati inviati nel mondo per continuare l’opera missionaria di Gesù, il quale insegnava chi fosse realmente Dio e chi fosse l’uomo per Dio.
In ambedue gli insegnamenti Gesù accompagnava le sue parole con dei segni che erano la manifestazione della potenza e della vittoria di Dio sul male, fisico e spirituale, e sulla morte. Quante volte Gesù ha liberato dal potere del demonio delle persone, anche dei giovani, che ne erano prigionieri?
Anche i suoi discepoli nella loro missione accompagnano la parola del Vangelo con dei gesti di liberazione, segni della presenza di Dio e della sua potenza sul male.
Mi rifaccio la domanda? Cosa avrebbe impedito a questo Papa di compiere una preghiera di liberazione per quel ragazzo che lui ha riconosciuto come bisognoso di un particolare aiuto?
Fa parte del ministero dei vescovi esercitare la guarigione spirituale sia quella sacramentale che quella degli esorcismi. Purtroppo noi siamo schiavi della filmografia horror e pensiamo che tale azione di liberazione debba avvenire in contesti esoterici, con riti strani… In realtà, ci dice il Vangelo e la Tradizione della Chiesa, è sufficiente la fede in Gesù Cristo Signore e la preghiera fatta con fede.
Credo che Papa Francesco sia ben consapevole delle sue responsabilità ministeriali e, se lo ha ritenuto necessario e utile per quel ragazzo, possa aver compiuto un gesto evangelico di liberazione dal male. Questa è la benedizione! Questa è la responsabilità della Chiesa chiamata a portare la buona notizia della liberazione dal male e attuare questa liberazione con i segni della fede!
A chi fa problema questa missione? Perché dovrebbe essere strana?

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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