Archivi Mensili: aprile 2019

Siamo tutti a Manduria

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Manduria (TA) – Piazza Garibaldi

Fino a qualche giorno fa’ io conoscevo Manduria perché il suo nome è collegato ad un famosissimo vino rosso – il “Primitivo di Manduria”-; ma da qualche giorno il nome di questo comune salentino, è risuonato più volte nelle notizie di cronaca, per la morte di Antonio Stano, un uomo di 66 anni, vittima di vessazioni e violenze da parte di gruppi di adolescenti del paese.
Le parole che utilizzo sono scelte con attenzione perché espressioni come “baby-gangs“, adottate con disinvoltura dai media, tendono a farci sentire lontano da quanto accaduto, come se fosse qualcosa di estraneo alle nostre famiglie, alle nostre comunità ecclesiali o civili: cose che accadono altrove, ma non da noi!
La morte del signor Antonio Stano ha fatto emergere e acceso una luce su una vera emergenza educativa che coinvolge un’intera comunità, la quale, dopo essere rimasta più o meno indifferente, si è accorta dei danni che tale indifferenza ha causato, certamente per la morte di Antonio, ma anche per la situazione di questi giovanissimi, protagonisti di comportamenti violenti e devianti.
Il gioco perverso di questi giorni conduce a ricercare qualche responsabile di quanto è accaduto: di chi è la colpa? Chi doveva intervenire e non l’ha fatto? A chi imputare la responsabilità di quanto è successo?

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Le famiglie di questi ragazzi dove erano? – si chiedono alcuni – Perché non sono intervenute? Come facevano a non sapere? E’ una domanda lecita e necessaria, ma, per esperienza, tutti sappiamo come sia difficile per noi adulti (genitori compresi) intercettare il vissuto reale dei  nostri ragazzi che, spesso, appartiene ad una dimensione a cui noi risultiamo estranei. Eppure non possiamo derogare al nostro ruolo educativo. Ci deve essere un modo per intercettare tale vissuto, per aiutare a comprendere le conseguenze di certi comportamenti e per mettere in atto un’azione educativa che aiuti ad orientare verso il bene, la giustizia, il rispetto per l’altro tutta questa energia che i ragazzi possiedono. Come aiutare le famiglie in questo compito necessario e difficile?

La scuola perché non sapeva e non ha segnalato? Non sappiamo neppure se e quale scuola questi ragazzi frequentino, ma sappiamo bene quale sia la difficoltà della scuola a porre in atto un’azione educativa efficace, essendo gli insegnanti oberati da questioni amministrative e formali, potendo dedicare solo un residuo di tempo al loro ruolo di educatori. Certo ci sono onorevoli ed eroiche eccezioni; tutti noi ne conosciamo tante, ma rimangono delle eccezioni. I nostri giovani raramente percepiscono la scuola come un ambito in cui possono essere educati. Come possiamo aiutare la scuola a ricuperare la sua necessaria e fondamentale funzione educativa?

La parrocchia perché non è intervenuta? Le immagini televisive ci hanno mostrato i cancelli dell’oratorio parrocchiale chiusi. Non conosco la situazione di quella parrocchia, ma conosco quella di altre parrocchie come la mia, dove ci sono educatori generosi e dediti, ma che raramente riescono a coinvolgere i giovani per più di qualche mezz’ora alla settimana, risultando spesso inefficaci nella prospettiva di una seria azione educativa che aiuti in quell’orientamento necessario. Come aiutare la parrocchia a svolgere quel ruolo educativo che per molte generazioni del passato è stato fondamentale?

Le istituzioni perché non hanno fatto nulla, visto le segnalazioni ricevute – sembra – dai vicini di casa? Ci è stato ricordato che quel comune si trova in regime di commissariamento; di conseguenza lo pensiamo in una particolare situazione di difficoltà istituzionale. Ma le istituzioni – come scrivevo altrove – sono tutte in grande difficoltà, vincolate loro pure da questioni amministrative e formali che spesso non consentono loro di poter agire in modo efficace, se non per la libera e – spesso – gratuita iniziativa di qualche funzionario. Come aiutare le istituzioni a ricuperare la loro autorevolezza e la loro incisività nel governo del territorio?

Si potrebbe andare avanti chiamando in causa i vicini di casa, e altre varie realtà che, in modo diverso, hanno derogato alla responsabilità di farsi carico sia della fragilità di Antonio Stano che dell’azione educativa verso quei giovani.
Ognuno di costoro, siano essi istituzioni, enti o individui, sono risultati e – di fatto – risulteranno incapaci ed inefficaci per una seria azione educativa che prevenga la violenza, che guarisca la noia, che possa proporre ai più giovani un orizzonte di bene verso cui orientare i propri passi e che possa difendere e sostenere una persona in difficoltà come il signor Antonio Stano: ognuno si troverà semplicemente a dichiarare la propria incapacità e impotenza.
Solo il ricupero di una responsabilità educativa condivisa su un territorio, che coinvolga in solido tutti i soggetti responsabili – dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia al comune … – compresi tutti gli adulti presenti sul territorio, può darci una prospettiva in questo grande impegno che è l’educazione delle giovani generazioni.
Se non cominciamo a pensare secondo questa prospettiva e non mettiamo risorse per riattivare tali sinergie, ci troveremo tutti impotenti di fronte a quanto accade.

Da qualche mese, a Santarcangelo, la nostra parrocchia  è stata coinvolta in un nuovo progetto di Comunità educativa territoriale che sta muovendo i suoi primi passi ; tale progetto sta coinvolgendo in modo sempre più ampio anche soggetti non istituzionali, nella consapevolezza che per questa sfida educativa serve davvero il contributo di tutti. Mi sembra un buon orizzonte che richiederà impegno e continuità oltre le emergenze.

Siamo tutti a Manduria.
Non illudiamoci che da noi tali problematiche non esistano.
Per affrontarle dobbiamo evitare sia di ignorare i problemi che emergono sia di pensare di delegare la soluzione ad altri.
Se invece riconosciamo i problemi, insieme possiamo affrontarli ed aiutare i nostri giovani ad orientarsi verso una vita buona e bella, quella che tutti noi desideriamo per loro e che – speriamo – anche loro possano desiderare per sé stessi.

La parrocchia e le elezioni

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La chiariamo subito così, spero, non ci siano (altri) fraintendimenti.
La parrocchia in quanto tale non si schiera con nessuno per le elezioni amministrative.
Durante questi giorni sono state pubblicate le liste delle candidate e dei candidati: ognuna e ognuno di loro si è assunto un impegno individuale. Alcuni di loro da anni dichiarano un’appartenenza esplicita e attiva alla comunità parrocchiale ed hanno assunto in essa anche alcuni impegni (in una realtà come Santarcangelo non mi sembra un segreto). Questo fa parte del curriculum con cui si presenteranno agli elettori insieme alla loro professionalità e alla sensibilità che le/li caratterizza: decideranno in autonomia.
Nessuna/o di loro può presentarsi come “una/un candidata/o della parrocchia”.
La parrocchia non ha concesso a nessuno contatti, ne’ favorisce nessuno nella competizione. Chi sostiene il contrario lo fa in mala fede o perché desidera spargere zizzania. Non posso impedirlo, ma voglio dichiarare come stanno le cose.

Il “gioco” della competizione elettorale è fatto di contatti e di confronti tra persone. Ognuna/o – ovviamente – è libera/o di utilizzare quelli che ha a disposizione mettendoci la faccia personalmente per la storia che ha e per come è conosciuta/o. Essere parte attiva della parrocchia, come l’adesione ad associazioni o l’impegno professionale fa parte della storia di ognuna/o ed è parte della stima che ognuna/o può riscuotere presso altre cittadine o cittadini.
In nessun caso vengono utilizzati i canali di comunicazione della parrocchia per sostenere le iniziative dell’una o dell’altra lista, ne’ la parrocchia mette a disposizione dell’uno o dell’altro gli ambienti o le strutture di cui dispone. Chi afferma il contrario anche in questo caso è in mala fede.

Auspico per tutti che la competizione elettorale sia leale e onesta, e che il mese che ci attende possa essere un tempo bello in cui il confronto sulle idee e le proposte ci aiuti a sognare una realtà più umana e accogliente e a desiderare di impegnarci tutti per realizzarla. Abbiamo più bisogno di questo che di veleni sparsi a destra e a manca.

don Andrea Turchini

La pietra rotolata

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Quella pietra appariva come il segno concreto e pesante che sulla vita di Gesù fosse stata scritta la parola fine.
Gli eventi si erano susseguiti velocemente; la gente era accorsa per vedere lo spettacolo, ma se ne era andata battendosi il petto (Cfr Lc 23).
Poi la deposizione, la sepoltura fatta in fretta per l’imminenza del Sabato. La pietra posta a chiusura del sepolcro di Gesù. Chiuso, sigillato, fine.

Il primo giorno dopo il sabato, al mattino presto, le donne vanno per ungere con gli aromi il corpo di Gesù e la prima cosa che vedono è la pietra rimossa. 
Quella pietra è il segno che qualcosa di inaspettato è accaduto.
Dio ha rimosso quella pietra per un nuovo inizio.
La morte non è stata l’ultima parola sulla vita di Gesù perché Dio ha preso l’iniziativa; non ha abbandonato suo Figlio alla corruzione della morte e degli inferi, ma lo ha risuscitato facendo rotolare quella pietra che sigillava il sepolcro. Dio è intervenuto inaspettatamente, nonostante gli annunci di Gesù che ora le donne, invitate dall’angelo, possono ricordare, per comprendere il senso di quanto sta accadendo.

Il Signore ribalti anche le nostre pietre; ci doni la fiducia e la speranza che Dio può compiere cose nuove proprio lì dove sembra che non vi sia speranza.
Di queste pietre ce ne sono molte e a molti livelli. Tutte possono essere ribaltate.

La luce della Pasqua ci aiuti a credere e a sperare che non vi è una situazione di sofferenza, di solitudine e di morte che non può essere rinnovata dalla forza del Signore.

Buona Pasqua di Risurrezione.

don Andrea

Corpo

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Corpo. Nel cristianesimo al centro c’è il corpo.
Il Figlio di Dio si è fatto carne, ha preso un corpo per rivelarsi, per incontrarci, per donarsi. E’ morto ed è risorto con il suo corpo, quello che più volte i discepoli hanno voluto toccare per confermare la verità della risurrezione.
Mi rendo conto che, nonostante più di duemila anni di cristianesimo, questa cosa non sia affatto scontata. Non lo è per me; non lo è per molti.

Il corpo non è solo l’idealizzazione scolpita nelle statue dei grandi artisti dell’epoca classica, né quella rappresentata dalle immagini della pubblicità che suscita in noi desiderio di emulazione. Il corpo – per noi – è anche limite e scandalo.
E’ limite perché molto più del pensiero e dello spirito ci vincola ad un qui ed ora. E’ limite perché fisiologicamente segnato dalla fragilità. E’ limite perché ci riporta inesorabilmente a delle necessità a cui dobbiamo provvedere, nonostante tutte le nostre presunzioni di onnipotenza. In quanto limite, il corpo diviene causa e motivo di scandalo o semplicemente di imbarazzo e per questo motivo, sempre più spesso, viene negato.
Sentiamo di essere più del nostro corpo; ma siamo anche e soprattutto il nostro corpo.
Nonostante tutto questo, o forse proprio per salvarci da questo limite, il Signore ha assunto un corpo ed ha messo questo corpo al centro della rivelazione del volto di Dio.

Corpo. Nel giovedì santo al centro c’è il corpo.
La benedizione degli olii nella messa crismale del mattino mette l’attenzione sul corpo. Un corpo da curare (olio degli infermi), un corpo da rafforzare e abilitare alla lotta (olio dei catecumeni), un corpo da inabitare con la presenza dello Spirito (olio del crisma).
Anche nella liturgia vespertina dell’ultima cena il protagonista della liturgia è il corpo: un corpo accudito e curato da Gesù nel gesto della lavanda dei piedi; un corpo dato da Gesù nel segno del pane spezzato dell’eucaristia.

A questi due gesti sono legati due dei mandati più importanti che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli: come ho fatto io, fate anche voi: da questo sapranno che siete miei discepoli; fate questo in memoria di me. Gesù oggi ci lascia il suo testamento e questo testamento ha molto a che fare con il corpo (non solo il suo, ma anche il nostro).
Ci chiede di prenderci cura dei fratelli e delle sorelle che ci pone accanto, chinandoci per lavare i loro piedi, facendolo noi, senza delegare altri. Ci chiede di donare noi stessi, non solo i nostri affetti, i nostri pensieri, le nostre intenzioni, ma, come ha fatto lui, di donare il nostro corpo. Il “fate questo in memoria di me“, non si riduce all’invito a rinnovare i gesti rituali della liturgia, ma richiede che ognuno di noi divenga un corpo, una vita donata, per rendere vivo e presente il dono che lui ha compiuto sulla croce.
Non ci sono parole più belle di quelle che san Paolo ha scritto ai Romani: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. (Rom 12,1)

Solo il contatto con il corpo vivente del Cristo e con quello dei fratelli e delle sorelle che la provvidenza di Dio ci fa incontrare, ci consente di rimanere nella verità della nostra fede. Se perdiamo questa dimensione del corpo rendiamo il cristianesimo evanescente, lo riduciamo ad una bella idea e ad un’etica, ma non è quello che il Signore ci ha lasciato e non è quello che celebriamo nella Pasqua.

Ciò che rimane

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Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». (Mc 13,1-2)
Ieri sera, guardando le immagini dell’incendio della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, mi è tornato alla mente questo brano di Vangelo.
Certamente questo incendio è una grande tragedia per la Chiesa di Parigi, per la Francia e per tutta l’Europa. Il valore di quell’edificio sia sul piano artistico, culturale, simbolico che sul piano ecclesiale è enorme. Ciononostante, proprio in questi giorni di Pasqua, anche di fronte a un fatto come questo, siamo richiamati a riflettere su ciò che è essenziale e su ciò che alla fine rimane della nostra fede e della nostra storia.
Mentre giustamente ci affliggiamo per l’incendio della cattedrale di Parigi, dobbiamo molto di più preoccuparci per la situazione della comunità cristiana che dovrebbe abitare quelle chiese senza ridurle ad un museo o ad un monumento del tempo passato.

Una delle frasi più scandalose dette da Gesù, che secondo il vangelo di Matteo (Cfr 26,59-62) hanno rappresentato il pretesto della sua condanna di fronte al Sinedrio, riguarda proprio la distruzione del tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. (Gv 2,19-21).
Non mi sembra un caso che Gesù abbiamo voluto usare questo simbolo per parlare della sua risurrezione e della sua Pasqua. Gesù sapeva di toccare profondamente la sensibilità dei Giudei, molto affezionati al Tempio, segno dell’unità e della gloria di Israele, testimonianza della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
Ma Dio non abita un tempio costruito dagli uomini. Salomone stesso, costruttore del primo e ineguagliato Tempio di Gerusalemme, proprio nel giorno della dedicazione ha pronunciato questa bellissima professione di fede: Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! (1Re 8,27).
Anche il profeta Ezechiele, testimone della distruzione della città di Gerusalemme e del Tempio ad opera dei Babilonesi, contempla la gloria del Signore che abbandona il Tempio e si trasferisce là dov’è il suo popolo, in Caldea, tra i deportati. Sarà per mezzo della parola del profeta che la gloria del Signore si manifesterà in mezzo al suo popolo dopo che il Tempio è stato distrutto.

La Chiesa che nasce dalla Pasqua, testimoniata dagli Atti degli apostoli, quella che rappresenta ancora un modello a cui ogni comunità cristiana si deve riferire, per molti decenni vivrà senza avere luoghi dedicati al culto; ma era una comunità viva, una comunità di credenti impegnati nella missione e pronti a dare la vita nelle persecuzioni. Una Chiesa viva e senza chiese, ma capace di edificare, di testimoniare e di affascinare con una vita evangelica vissuta.
Ciò che è essenziale della nostra fede, ciò che dovrebbe rimanere e che dovremmo salvaguardare, è soprattutto la testimonianza dei cristiani che formano la Chiesa delle pietre vive, quella di cui le grandi cattedrali sono la testimonianza scolpita sulla pietra.

E’ giusto dispiacersi e provare commozione e dolore per quanto è accaduto ieri sera a Parigi, ma se ci fermassimo lì non avremmo compreso l’essenziale. Questa circostanza rappresenta per tutti noi, in qualsiasi parte del mondo, un monito e un richiamo a curare ciò che è essenziale.

Preghiamo per la Chiesa di Parigi che sperimenta questa ferita dolorosa. Preghiamo perché possa riavere presto la sua Cattedrale. Ma preghiamo soprattutto perché l’impegno che tanti, credenti e non credenti, metteranno in atto per la ricostruzione  di quel luogo importante, possa rappresentare l’occasione per ricostruire e rinforzare una comunità cristiana che, molto di più di un monumento, possa essere il segno di una presenza viva di Dio in quella grande e bellissima città.

Diventare la Parola

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Alzi la mano chi sa qualcosa del Sud Sudan. Alzi la mano chi sa dove si trova, quali siano gli stati con cui confina… alzi la mano chi conosce la sanguinosa guerra che da molti anni ha causato migliaia di vittime e milioni di profughi. Alzai la mano chi sa che è un paese africano a maggioranza cristiana…
Nessuno di noi sa nulla di tutto questo, ma negli ultimi giorni un video ha spopolato sul web: esso riprendeva papa Francesco che, al termine di due giorni di ritiro spirituale vissuti a Roma, si inginocchiava di fronte ai membri del prossimo governo del Sud Sudan e baciava i loro piedi, implorandoli di essere uomini di pace per il loro Paese.
Molti commenti sono circolati su questo gesto; molti hanno sottolineato l’anticipazione del giovedì santo, quando nella liturgia si compie il gesto evangelico della lavanda dei piedi. (Leggi il bellissimo editoriale di Rosanna Virgili su Avvenire di domenica 14 aprile).
Il gesto di papa Francesco ci ricorda – proprio in questi giorni della settimana santa – che se il Vangelo non si concretizza nella nostra vita, se i nostri gesti non escono dal rito liturgico, noi non abbiamo molto da dire al mondo.
Il gesto di papa Francesco è stato improvvisato e totalmente gratuito: aveva già detto quello che doveva dire con passione e forza; ma ha voluto mettere la sua firma a quelle parole e lo ha fatto con quel gesto unico, scandaloso ed eloquente che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli, un gesto che ha commosso e interrogato. Guardando il video, colpisce sentire l’affanno di questo uomo anziano che si china e si rialza aiutato da chi gli sta intorno, ma non rinuncia a compiere quel gesto che è la concretizzazione più chiara del Vangelo che aveva annunciato.
E a noi, cosa impedisce di diventare la Parola che annunciamo e celebriamo?

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Ma Dio è uno solo!?!

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Viviamo tempi straordinari e difficilmente prevedibili fino a pochi anni fa’!
I gesti di avvicinamento tra Chiesa e Islam sono davvero un segno bello, che ci consente di pensare che qualcosa di nuovo sta accadendo sotto i nostri occhi, una novità che non è il frutto di strategie o di marchingegni, ma del lavoro dello Spirito che opera nel cuore e nella coscienza delle persone e le spinge sulla via della fraternità, della pace e del bene.

Proprio mentre – negli ultimi trent’anni – siamo stati testimoni di tanto male e di tanta violenza messa in atto in nome della fede e di Dio, proprio questi atti assurdi e blasfemi hanno portato uomini e donne sinceramente religiosi a prendere le distanze da una così grave strumentalizzazione di Dio, e ad avvicinarsi tra loro per testimoniare che nessuno può uccidere in nome di Dio, e che molto differente è il nome e il volto di Dio, da quello che i terroristi di ogni specie vogliono affermare con la loro violenza.
Se qualcosa si può compiere davvero in nome di Dio e ispirati da una fede sincera, è percorrere la via della fraternità – fatta di solidarietà e di accoglienza reciproca – e della pace.

In questo anno, che ricorda l’ottavo centenario dell’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, gli appuntamenti vissuti da papa Francesco ad Abu Dhabi e in Marocco hanno segnato dei passi in avanti notevolissimi verso questa accoglienza fraterna.

Passando dalla prospettiva globale a ciò che viviamo nel nostro piccolo, possiamo riconoscere che la presenza di due famiglie siriane di tradizione sunnita a Santarcangelo e a san Vito, ci ha portato ad entrare in contatto quotidiano con chi vive un’esperienza religiosa diversa dalla nostra; a cercare di capire, a guardare con affetto e rispetto chi abbiamo voluto accogliere come fratelli e sorelle.
La presenza di Sheikh Abdo, della sua famiglia e della famiglia di sua sorella, per tutta una serie di motivi anche pratici, ci ha portato ad incontrare frequentemente altre persone che vivevano da tempo nel nostro territorio (per lo più di origine marocchina), ma rispetto alle quali avevamo sempre tenuto una certa distanza; anche alcune di queste persone, che avevano sempre sentito la comunità parrocchiale come estranea (o al massimo coincidente con la Caritas), hanno scoperto un volto diverso delle nostre due parrocchie: gli incontri frequenti ci portano ora a riconoscerci e a salutarci con calore e amicizia, scambiando informazioni e trovandoci uniti su diverse iniziative. E’ una grande grazia e una provvidenza che accogliamo con gioia.

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C’è però una questione importante che non abbiamo avuto il coraggio o l’occasione di affrontare: non abbiamo ancora parlato di Dio; non abbiamo ancora condiviso ciò che ci rende veramente uomini e donne di fede, ciò che fonda e sostiene i valori su cui ci ritroviamo e incontriamo. Non ne abbiamo parlato per diversi motivi.

1- Nella nostra cultura europea abbiamo emarginato il discorso su Dio ritenendolo una questione assolutamente privata. Abbiamo anche il timore che, a livello sociale, divenga un elemento divisivo: quindi meglio che ognuno se lo tenga per sé. Ci riesce più normale tacere che parlarne.

2- La difficoltà della lingua non è una difficoltà irrisoria quando si deve parlare di cose in cui le parole hanno un peso importante e non ci si può comprendere a gesti o con termini generici. Questo è un buon alibi, ma rimanda e accantona solamente la questione.

3- Infine prevale un pensiero, diffuso oramai sia tra i cristiani che tra i mussulmani che incontriamo in Italia, che in fondo Dio sia uno solo, e che sia poco importante se ci rivolgiamo a lui con espressioni differenti. La frase che più ricorre nei nostri incontri è questa: “Ma tanto Dio è uno solo!”; come a dire: “E’ inutile sprecare della fatica a parlarne! Meglio non correre rischi di fraintendimenti; perché cercare grane? Non stiamo bene insieme anche (e soprattutto) se non ne parliamo?”.

Personalmente vivo un certo disagio per questa situazione. Sento che mi manca qualcosa di importante. Sento che la nostra accoglienza non sarà vera e completa finché non avremo parlato e condiviso anche questo aspetto, scoprendoci serenamente diversi e accogliendoci con stima e rispetto nella nostra diversità.

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Affermare che “tanto Dio è uno solo” dice qualcosa di vero, ma non dice tutta la verità (quella che secondo il Vangelo ci rende liberi – cfr. Gv 8: è proprio il Vangelo di oggi).
Certo, noi cristiani professiamo la nostra fede in un solo Dio Padre, creatore del cielo e della terra; ma diciamo anche che Dio è comunione di amore con il Figlio e con lo Spirito Santo. Affermiamo che Dio, per amore, si è fatto carne nel grembo di una donna che lo ha accolto liberamente, per mostrare il suo volto all’umanità, un’umanità che nel corso di tutta la storia, nonostante tutta la sua buona volontà e il suo impegno, non lo ha conosciuto. Affermiamo che il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è stato messo a morte e, risorgendo, ha vinto la morte per portare a compimento la grande opera della creazione di Dio Padre, liberandoci dalla morte. Affermiamo che lo Spirito Santo, uno con il Padre e il Figlio, è stato donato ai credenti mediante il battesimo; che vive in loro, e che si manifesta in particolare quando i discepoli di Gesù vivono concordi, per continuare, attraverso la Chiesa, l’opera che Gesù ha iniziato nei giorni della sua vita terrena. Crediamo che questo volto amorevole e benevolente di Dio, che Gesù Cristo ci ha manifestato e fatto conoscere, sia l’unico che ci rivela tutto di Dio, ed è per questo che, con umiltà e spirito di servizio, siamo chiamati testimoniare e ad annunciare al mondo il Vangelo. Tale annuncio viene vissuto anche attraverso un dialogo onesto e sincero con quanti vivono esperienze religiose diverse, ed è in questa disponibilità all’incontro, vissuto in uno stile umile e sinceramente accogliente, che si gioca la nostra testimonianza di discepoli di Gesù.
La nostra umiltà è data soprattutto dalla consapevolezza che, molto di quanto siamo chiamati ad annunciare, non riusciamo a testimoniarlo a causa della nostra incoerenza; e molto di quanto è detto e scritto di Dio nel Vangelo, non si trova rispecchiato nelle nostre parole e nelle nostre azioni. Per questo il nostro dialogo non è né capzioso né malizioso, perché siamo consapevoli che solamente impegnandoci a mostrare agli altri ciò che il Vangelo afferma, potremo viverlo sempre di più anche noi.

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Dio è uno! Non ci sono dèi diversi! Ma ciò che – come cristiani – affermiamo e crediamo di Lui non è uguale a ciò che affermano e credono i fratelli e le sorelle che appartengono all’Islam o ad altre fedi.
Non è rinnegando o ignorando tale diversità che diventeremo più fratelli e sorelle, ma solo condividendo in profondità il tesoro prezioso della fede che ognuno professa, stimandoci vicendevolmente come uomini e donne che cercano sinceramente la verità, riconoscendo con libertà e gioia il bene dovunque si manifesti e camminando con speranza e perseveranza verso quella meta in cui Dio ci attende per farci uno con Lui.

Credo che questo sia stato lo stile di san Francesco di Assisi nel suo incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil; so che questo è lo spirito che guida gli incontri di papa Francesco e dei tanti cristiani e cristiane che vivono a stretto contatto con uomini e donne che appartengono all’Islam; credo che questo sia lo spirito che, senza paura, dobbiamo vivere anche noi, se vogliamo che la nostra accoglienza sia piena.

Ci mettono la faccia

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I tempi si stringono. I motori si stanno scaldando. La città è in fermento.
Mentre nelle settimane passate sono già stati resi noti i nomi dei candidati e delle candidate al ruolo di Sindaco, nei prossimi giorni saranno presentate le liste dei candidati  e delle candidate al Consiglio Comunale. Le strategie elettorali chiedono un certo riserbo e solo alla fine saranno scoperti i nomi (e i giochi).

In questi ultimi giorni ho incontrato diverse persone che mi hanno confidato di essere state interpellate da rappresentanti delle liste dei diversi schieramenti, perché si mettessero a disposizione per candidarsi per il Consiglio Comunale. Alcune di loro mi hanno rivelato di aver accolto questa sfida con trepidazione ed entusiasmo. Prima di tutto ringrazio tutte queste persone perché hanno accettato di metterci la faccia, consapevoli della responsabilità che si assumono e delle difficoltà connesse; non mi sembra ne’ semplice ne’ scontato.

Ho pensato di condividere alcune riflessioni su quanto sta accadendo un po’ per sostenerle, un po’ per condividere una mia lettura.

1. Cristiani nel mondo
Mi fa piacere che, come è accaduto nel passato, ancora oggi i membri della nostra comunità cristiana si mettano a servizio della città non solo nell’ambito del volontariato, ma anche in quello della amministrazione della cosa pubblica. E’ il segno di una vita cristiana che non si ritira sul monte lontano dalla città, o in recinti di confort autogestiti, o che si limita ad operare sui sintomi senza intaccare le cause; ma desidera contribuire a creare le condizioni perché la città, nel suo insieme, possa consentire ad ognuno di vivere bene. E’ davvero un bel segno.

2. Uno stile da testimoniare
L’essere cristiani nel mondo e, in particolare, nella politica, non può limitarsi alla declamazione dei valori, ma chiede di tradursi nella testimonianza in uno stile di moderazione e di rispetto per ogni persona, stile che oggi concretamente potrebbe significare: saper stare davanti ad un avversario politico senza considerarlo mai un nemico (la differenza non è sottile); saper riconoscere il bene (anche parziale) di una proposta, qualunque sia la parte politica che la promuove; saper costruire ampie collaborazioni per il bene dei cittadini, superando le logiche settarie. Oltre ai valori è importante lo stile, uno stile propriamente cattolico (= il contrario di settario).

3. Discernimento, mediazione, processi
La virtù che maggiormente caratterizza il politico è la capacità di mediazione, perché raramente un’idea può incarnarsi nella realtà senza qualche compromesso. La realtà, come ci ricorda il Papa, precede sempre l’idea ed è più importante dell’idea, semplicemente perché è. La politica è l’arte di saper mediare un’idea rispetto alle condizioni concrete, le circostanze, le persone chiamate in causa, i vincoli legislativi e di bilancio, cercando di realizzare il maggior bene possibile (che è molto diverso e non coincide con il male minore). In questa mediazione è molto importante allenarsi alla capacità di discernimento, per coniugare i valori nella realtà senza tradirli, e cercare di far crescere la realtà secondo percorsi che valorizzano il bene che c’è. A tal fine è molto importante individuare dei processi che, potrebbero avere tempi lunghi (più lunghi delle verifiche elettorali), ma che occorre aver il coraggio di avviare pensando alla costruzione di un domani che sarà per coloro che ci succederanno (lo spirito dei costruttori di cattedrali).

4. Imparare a vivere le istituzioni
Viviamo in un tempo di grande crisi delle istituzioni. Tutte (Chiesa compresa) hanno perso la loro autorevolezza pregiudiziale. I motivi sono molti e non è questo il luogo delle dissertazioni. Impegnarsi nelle istituzioni locali, regionali, nazionali o europee significa assumersi la responsabilità di rinnovare la fiducia dei cittadini nelle stesse: anche per le istituzioni in cui ci si impegna occorre metterci la faccia. Una democrazia senza istituzioni diventa un regime demagogico, dove decide chi urla più forte o chi è più potente.
Le istituzioni, anche con le loro complessità e le loro lentezze, ci aiutano a custodire un’attenzione al bene comune, alla legalità, alla solidarietà. 
Le istituzioni sono un mondo in cui è bene imparare a vivere, comprendendone i funzionamenti, per garantire a tutti la possibilità di essere rispettati nei propri diritti e sostenuti nell’adempimento dei propri doveri. Ciò non significa che le nostre istituzioni non possano essere migliorate; ma sempre e solo attraverso processi di partecipazione democratica che richiedono impegno, studio e pazienza. Le istituzioni, nonostante la loro mole, sono realtà delicate, in cui occorre entrare con attenzione e non con il piccone. Le scorciatoie raramente portano ad una meta interessante.

5. Un impegno duraturo su due fronti
Impegnarsi in una lista elettorale non può limitarsi a fare “il portatore d’acqua”, cercando di canalizzare per la lista/coalizione qualche voto di amici e conoscenti.
Impegnarsi in una lista, sia che si venga eletti, sia che non si venga eletti, penso significhi assumersi la responsabilità di partecipare in modo nuovo alla vita della città, mettendo il proprio tempo, la propria intelligenza, la propria sensibilità, le proprie capacità e competenze a servizio del bene di tutti. Per questo impegno – al limite – vale la pena lasciare anche qualche servizio in parrocchia (difficilmente si può fare tutto).
Tale impegno, almeno per coloro che appartengono in modo esplicito alla comunità cristiana, credo possa giocarsi almeno su due fronti: da una parte portare nella società civile quelle attenzioni e quello stile di accoglienza, condivisione e rispetto che si dovrebbe vivere  (speriamo che avvenga) nella comunità ecclesiale; dall’altra portare nella comunità ecclesiale le preoccupazioni e le istanze che nascono dall’incontro con tante altre persone e con tutti quegli uomini e donne di buona volontà che si sono assunti l’onere di fare del proprio meglio per il bene comune. Questo impegno duraturo non potrà che portare del bene a tutti e fare crescere la comunità cristiana.

Auguro a tutte e a tutti che questo tempo che ci separa dalle consultazioni elettorali possa essere un tempo bello, segnato dal dialogo, dal confronto, da una competizione  vera, rispettosa e onesta. Le parole sono pietre che possono costruire o ferire… e le ferite lasciano segni che difficilmente faranno crescere una realtà e una città: ognuno si senta responsabile. 

Eliminare il male

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Come si elimina il male? E’ una domanda importante a cui molti hanno cercato una risposta. Nella Legge di Israele, consegnata da Dio a Mosè, questa preoccupazione è ricorrente. Nel libro del Deuteronomio si presenta un caso che spero non si sia mai verificato nella realtà:
Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre e, benché l’abbiano castigato, non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno dagli anziani della città, alla porta del luogo dove abita,e diranno agli anziani della città: «Questo nostro figlio è testardo e ribelle; non vuole obbedire alla nostra voce, è un ingordo e un ubriacone». Allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno ed egli morirà. Così estirperai da te il male, e tutto Israele lo saprà e avrà timore. (Dt 21,18-21).

Tale soluzione drastica, proprio con la preoccupazione di estirpare il male di mezzo al popolo, si attua in molte situazioni: omicidio, adulterio, spergiuro, calunnia gravemente lesiva … Tutto ciò che è male ha un’unica cura: la morte del colpevole per salvaguardare la giustizia del popolo e insegnare a tutti la retta via. La logica è quella del deterrente: se uno si accorge delle conseguenze del male, sarà accorto e camminerà sulla via del bene. Dobbiamo ammettere che raramente questa “pegagogia” ha funzionato.

Nel Vangelo di questa domenica (Gv 8,1-11) si presenta il caso di una donna sorpresa in flagrante adulterio: non ci sono dubbi sulla sua colpevolezza.
Il Deuteronomio prescriveva:  
Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele. (Dt 22,22). Riguardo al testo del Vangelo per prima cosa ci sorge una domanda: dov’è l’uomo che giaceva con lei? Perché c’è solo la donna? E’ una domanda che non trova risposta e un po’ ci dice della parzialità delle persone che hanno condotto quella donna davanti a Gesù, facendo la scelta di accanirsi su colei che è più debole.

Ma la domanda più importante che sta sotto questo brano del Vangelo, quella che in modo malizioso gli uomini che interpellano Gesù pongono, è: come fai tu ad eliminare il male? Lo giustifichi o lo elimini?
Sembra che non ci possa essere altra possibilità; Gesù sembra messo all’angolo, senza scappatoia, ma è proprio da lì che Gesù apre una nuova strada che ha almeno tre passaggi:
– Gesù non agisce istintivamente, ma si prende del tempo per pensare e valutare la cosa; ogni situazione è diversa e richiede un discernimento; il male non è tutto uguale, le situazioni non sono tutte uguali… occorre fermarsi per capire.
– Gesù interviene rispetto alle sollecitazioni riportando alla verità della Legge con la famosa frase: chi è senza peccato… Come dire: tu che vuoi agire per estirpare il male che è fuori di te, cosa hai fatto per il male che è dentro di te? Come affronti quel male di cui tu sei responsabile? Mentre ti accanisci con intransigenza verso questa donna che ha peccato, cosa hai fatto per il male che è dentro di te? Come lo estirpi quel male lì?
Le persone si rendono conto che non è uccidendo quella donna che elimineranno il male e compiranno ciò che Dio chiede nella Legge. Per questo se ne vanno.
– La donna rimane accanto a Gesù che le apre una nuova possibilità generata dalla misericordia. Nessuna condiscendenza con il male, ma, attraverso la misericordia di Dio che Gesù rivela, la possibilità di una scelta diversa per estirpare il male con il bene.

Gesù è venuto per vincere il male; per farlo non sceglie la via della morte, ma della vita. Gesù assume il male su di sé per consentirci di essere rigenerati dal bene. Il perdono e la misericordia sono davvero una vittoria della vita sulla morte. Il perdono è l’unico modo di estirpare il male attraverso una rigenerazione a nuova vita.

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,17-21)

Abitiamo con amore il tempo presente

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Riflessioni e proposte per un nuovo impegno dei cristiani nella società attuale (dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale).

In ogni epoca della storia noi cristiani siamo invitati dal vangelo a guardare con fede e con amore la vita degli uomini per discernere con saggezza i segni dei tempi e per farci carico delle gioie, delle fatiche e delle speranze di ciascuno. È la missione che Dio ci chiama a vivere anche oggi.
Nel mondo di oggi che cosa ci interpella e ci interroga di più?
Tutti siamo consapevoli di quanto la società attorno a noi sia cambiata profondamente. Gli effetti della crisi economica che ha travolto il mondo non sono ancora passati: si sono persi posti di lavoro e risparmi; ma soprattutto la crisi ha lasciato nelle persone lacerazioni, insicurezze e paure sul futuro. L’economia, sempre più complessa, sembra ingovernabile ed ha diffuso frustrazione, impotenza e rabbia. In questo clima sorgono tentativi di cercare scorciatoie facili, oppure dei capri espiatori. A rischio sono le prospettive per il futuro e la coesione sociale delle nostre comunità. Abbiamo paura: del futuro, degli altri, ma soprattutto (e per diversi motivi) degli stranieri e dei migranti.
In questo contesto, riconosciamo con chiarezza che la difficile situazione economica attuale non è causata dalla presenza e dall’accoglienza dei migranti; e non la risolveremo con la chiusura e con l’odio. Citiamo dal recente documento “Restiamo umani”, delle Chiese cattoliche ed evangeliche in Italia: “Per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui  transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi”.
Qual è dunque il nostro compito di cristiani, in questo momento e in questa società?
Anzitutto, non possiamo rassegnarci a questa situazione subendola con passività e impotenza, tantomeno possiamo accarezzare nostalgie venate di rammarico per un passato che non c’è più. “Lo Spirito del Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi”. Anche oggi, nella storia del nostro mondo, opera Gesù, il crocifisso risorto: ha dato la vita per tutti gli uomini e per tutti i popoli; è risorto per dare inizio al regno del Padre, regno di amore, di giustizia e di pace. Animati dal suo Spirito, siamo chiamati ad essere cristiani autentici, a risvegliare la nostra fede, a testimoniare l’amore nei gesti concreti della vita. Il profondo e vivo legame con Gesù ci porta a servire e donare la vita nel mondo. Amati, per amare; consolati, per consolare; salvati, per salvare. Non temiamo di essere minoranza; temiamo piuttosto di essere senza identità, senza qualità: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Evitiamo il devozionalismo, non chiudiamoci in sacrestia e nel solo servizio dentro la chiesa. Se comprendiamo e viviamo il nostro impegno sociale come parte della nuova evangelizzazione, allora si aprono davanti a noi tante strade, tante possibilità concrete e feconde.
Cosa possiamo fare, come comunità cristiane, per essere segno di speranza nella società?
Parliamoci, ascoltiamoci, discutiamo, magari animatamente, ma sempre nel rispetto di tutti; affrontiamo questi argomenti nei Consigli pastorali, negli incontri dei giovani e degli adulti. Smettere di discutere, per paura di dividerci, ci ha portato a mura di silenzi nelle parrocchie. Reagiamo al clima di solitudine e di chiusura dando valore alle relazioni dirette, agli incontri tra persone e tra gruppi. Favoriamo ogni possibilità di festa e di vita fraterna; a partire dalla eucarestia domenicale promuoviamo esperienze autentiche di incontro, di accoglienza e di vicinanza non formale, esperienze capaci di riattivare un buon tessuto di vita sociale. Questa attenzione a percorsi di vita sociale può, a sua volta, risvegliare la vita pastorale delle comunità. Non acconsentiamo a logiche di scontro, di esclusione, di emarginazione: l’obiettivo del nostro impegno è di costruire una società migliore per tutti, nessuno escluso. Quando un povero bussa alla nostra porta, italiano o straniero, non possiamo chiudere gli occhi e il cuore. Non possiamo escludere gli stranieri e i profughi; certo, vanno promosse a tutti i livelli politiche capaci di gestire nella legalità un fenomeno tanto complesso, ma non sposiamo logiche e comportamenti che non rispettano la dignità dell’uomo.
Poniamo in atto gesti concreti, iniziative anche piccole ma praticabili, secondo le indicazioni del Papa: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Nella nostra Diocesi ci sono tante esperienze valide, a cui possiamo attingere per metterci in rete e per aiutarci a vicenda. Riscopriamo una positiva collaborazione tra le associazioni, i gruppi e i movimenti (ecclesiali, culturali e civili) e le nostre comunità locali, sia parrocchiali sia zonali; è il momento di unirci e di collaborare.
In queste iniziative verso i più poveri, stiamo attenti a non dipendere dai fondi e dal sostegno degli enti pubblici; molto meglio quando le nostre iniziative e le opere che promuoviamo sono il frutto del dono e dell’impegno generoso della comunità sul territorio.
Riguardo al “Decreto Sicurezza”, ecco un passo della recente lettera delle Caritas dell’Emilia- Romagna: “Confermiamo il parere negativo riguardo a questa legge, perché concretizza un atteggiamento vessatorio nei confronti di persone a cui si imputa il torto di essere straniere e povere, le quali saranno condannate a maggiore precarietà e marginalità, a danno di tutta la cittadinanza”.

Intendiamo favorire la formazione, la partecipazione e l’impegno di tanti nella vita pubblica ed anche nel mondo della politica. Aiutiamo queste persone perché il loro sia un vero servizio al bene comune; la politica è una forma alta di carità e di servizio agli altri. Abbiamo un tesoro tanto prezioso quanto ancora sottovalutato: la Dottrina Sociale della Chiesa. È tempo di riscoprirne il grande valore di guida e di direzione, favorendone la conoscenza e l’approfondimento, anche su argomenti specifici.
In conclusione, ascoltiamo il monito del Concilio Ecumenico Vaticano II: “Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna”! Ecco l’invito, ecco la chiamata che oggi interpella tutti noi.
Rimettiamoci in cammino, guidati dal vangelo, per costruire nella società opere di pace, di amore e di giustizia, facendoci carico di ogni fragilità, a fianco di ogni uomo di buona volontà.

Ufficio diocesano per la pastorale sociale

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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