Archivi Mensili: luglio 2017

Silenzio

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Non tutti i silenzi sono uguali.
Distinguerli a volte può essere possibile, ma il rischio di fare un processo alle intenzioni è molto forte.

Il silenzio più assordante è quello di Gesù di fronte a Pilato, così come viene raccontato dall’evangelista Giovanni (Gv 18-19).
Pilato non riesce ad interpretare quel silenzio…  comprende che Gesù non è uno sconfitto rassegnato. Non comprende che Gesù vive un silenzio obbediente alla volontà del Padre.
Gesù sceglie di rimanere in silenzio.

Ci sono altri silenzi.
C’è il silenzio del vigliacco che non si vuole compromettere; c’è quello del rassegnato che non dice nulla perché “tanto non cambia nulla“; c’è quello del padre della Parabola del figliuol prodigo (Lc 15) che non si oppone alle pretese del figlio; c’è il silenzio dell’imputato che – lecitamente – si avvale della facoltà di non rispondere; c’è il silenzio di chi responsabilmente decide di astenersi dal parlare, rinunciando a far riconoscere le proprie ragioni, perché ogni parola potrebbe risultare dannosa per altri; c’è il silenzio di chi non può parlare perché la coscienza o un obbligo morale glielo impedisce; c’è il silenzio di chi pensa di aver già detto quanto aveva da dire e non desidera ribattere per evitare la polemica… Ci sono molti silenzi.

Qualcuno pensa di avere il diritto o la capacità di interpretarli, di conoscere le vere ragioni di un silenzio. Altri, semplicemente, lo rispettano come una scelta che potrà essere compresa a suo tempo… anche la legge degli uomini rispetta il silenzio.

E’ evidente che oggi facciamo fatica a stare di fronte ad un silenzio.
Eppure anche il silenzio ha qualcosa da dire, ma chiede di essere ascoltato.
In silenzio.

Senza compassione: l’esperienza di Giona

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In questi giorni di ritiro a Montecasale, presso Sansepolcro, mi sono dedicato alla preghiera e allo studio del libro di Giona.
Tempo fa mi avevano consigliato un testo che mi aveva incuriosito, ma che non avevo ancora avuto il tempo di leggere (R. Vignolo, Un profeta tra umido e secco. Sindrome e terapia del risentimento nel libro di Giona, Ed. Glossa 2013) e ci ho dedicato un po’ di tempo.
Accanto a questo un altro bel libro di Rosalba Manes e Marzia Rogante (Giona e lo scandalo della tenerezza di Dio, Cittadella 2017), nel suo duplice approccio biblico e psicologico, mi ha nutrito in questi giorni.

Devo ammettere che ho sempre considerato la storia di Giona una storia semplice: chi non la conosce? La sua somiglianza a storie molto conosciute, le numerose raffigurazioni antiche e moderne, rende questo libro di appena 48 versetti un testo familiare a tutti coloro che anche solo minimamente si sono approcciati alla Bibbia.
Invece questo brevissimo libro, al di là dei suoi elementi fantastici, ci consegna una riflessione molto profonda e importante anche per noi uomini e donne del XXI secolo. Faccio seguire alcune note che servono a me e che desidero condividere con gli amici. Parto dalla fine.

La missione a Ninive serve a Giona e non a Ninive.
Dio, che è capace di suscitare dal nulla una tempesta e di placarla; che è capace di chiamare un grosso pesce per salvare Giona; che fa nascere e morire nel giro di poche ore una pianta di ricino… non aveva bisogno di Giona per convertire Ninive.
Dio non ha mai bisogno (in senso assoluto) di noi per compiere la sua missione, ma il nostro coinvolgimento serve a noi ed è una grazia che Dio ci fa perché è utile alla nostra conversione e alla nostra crescita. Il destino di Giona è strettamente legato a Ninive e il fatto che Giona fugga via è un dramma per Giona, non per Ninive.
Dio, dopo la reazione di Giona, avrebbe potuto rinunciare, mandare un altro, ma insiste con Giona perché è necessario che lui passi di lì per poter crescere e superare i suoi pregiudizi e le sue rigidità.

La reazione di Giona è isterica e dice qualcosa della nostra fede.
Giona si ritiene un credente, uno che ha fede in Dio, nel Dio vero; sa professare con schiettezza la verità di fede di fronte ai marinai che lo interrogano… eppure qual è l’idea che ha di Dio nel momento in cui Dio lo interpella? Che Dio ti frega, ti usa, che non ha cura della tua vita; che per lui sei carne da macello, che lui pensa solo per se e che gioca con te.
La reazione isterica di Giona, che arriva addirittura a preferire la morte (per tre volte nel libro), dice di una frattura tra ciò che Giona dice di credere e ciò che sente. La sua fede funziona finché è garanzia di comodità, di belle liturgie nel tempio, di corrispondenza ai propri progetti, … ma quando ti chiede di alzarti e andare, di abbandonare quello che stai vivendo e di compiere l’opera a cui Dio ti chiama, ecco che si preferisce la fuga… cosa significa allora credere in Dio e servire il Signore?

La compassione come chiave della missione.
Tutta la seconda parte del libro, soprattutto il quarto capitolo, gioca intorno al tema della compassione. Di fronte alla scelta di Dio di perdonare Ninive, che si è ravveduta dal male ed ha compiuto velocemente gesti concreti di conversione, Giona rimane convinto della ingiustizia di questa scelta divina: l’unica cosa che Ninive si merita è la distruzione, quella che lui aveva annunciato.
La missione di Giona si è svolta senza alcuna compassione. Neanche per un secondo Giona ha parteggiato per i Niniviti, ma si è fatto portatore di un messaggio senza interessarsi minimamente della reazione e della sorte dei destinatari. Nonostante l’invito di Dio, gli abitanti di Ninive sono rimasti per lui i nemici giurati del suo popolo, la sintesi di tutti i mali per Israele che, nella sua storia, aveva dovuto sopportare dagli Assiri violenze e rapine.
E’ proprio qui, attraverso la pedagogia dei segni, che Dio educa il suo profeta alla compassione, ed il libro si conclude con una domanda che rimane aperta e che rimbalza su di noi. Qual è lo sguardo di Dio sulla realtà delle cose e sulle persone? Dio, che fa piovere e splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti, come vede quella realtà che per me è solo indice di inimicizia? Qual è la nostra compassione? Come viviamo e condividiamo la compassione che Dio ha per Ninive?

Una preghiera bugiarda.
E’ il titolo di un capitolo del libro di Vignolo che mi ha molto provocato. Nel ventre del pesce, resosi conto che Dio è intervenuto per lui, per salvare la sua vita, Giona innalza una preghiera a Dio, una preghiera che è una collezione di frasi prese dai salmi, ma in questa preghiera Giona distorce in modo molteplice la realtà e, tale preghiera, non rappresenta la sua situazione reale. Attribuisce a Dio la causa della sua sofferenza e non riconosce il suo peccato di fuga; sogna il tempio di Gerusalemme e non ricorda che Dio lo desidera a Ninive. La preghiera, anche quando è solenne e fatta con parole giuste, può essere ugualmente bugiarda, perché distorce la realtà e non riconosce la volontà di Dio per noi.

– “Annuncia quello che ti dico”.
Questo è l’invito che Dio rivolge a Giona nella sua seconda chiamata, ma noi non sappiamo cosa Dio abbia detto a Giona. Lo vediamo andare a Ninive, obbediente, e annunciare la distruzione (inappellabile) di Ninive. Ma è questo quello che Dio gli ha detto di annunciare?
Certo è che i Niniviti capiscono di avere una possibilità e se la giocano con la penitenza pubblica e manifesta a testimonianza della loro conversione. Ed è certo che anche Dio, che accoglie tale conversione, non intendeva forse che Giona dicesse proprio quelle parole. Cosa doveva dire?
Mi sembra che una parola di misericordia Giona l’avesse ascoltata proprio nella sua vicenda. Lui che, come gli abitanti di Ninive, era fuggito lontano dal volto del Signore (il peccato non è altro che questo) e aveva sperimentato la capacità del Signore di compiere cose prodigiose pur di salvare coloro che ama, avrebbe potuto dire proprio questo, avrebbe potuto parlare di quello che il Signore aveva fatto a lui, se solo si fosse sentito minimamente solidale con Ninive. C’è un legame forte tra profezia e testimonianza, tra annuncio e testimonianza vissuta: è la forza della prima comunità cristiana che annuncia la risurrezione perché l’ha sperimentata nella propria vita. Qual annuncio per noi oggi?

La gratitudine scuola di compassione e solidarietà.
Ma Giona non riconosce i benefici che Dio gli ha concesso, non c’è nessuna preghiera di ringraziamento dopo il salvataggio del pesce. Lo aveva promesso nella sua preghiera nel ventre del pesce, ma poi passa oltre. Solo la gratitudine, il riconoscimento dei doni ricevuti ci toglie dalla presunzione di merito e ci libera da quell’atteggiamento altezzoso che ci impedisce di incontrare gli altri nella verità di noi stessi.
Se Giona si fosse reso conto veramente dei doni ricevuti, da quello della elezione come parte del popolo di Israele, a quello del salvataggio in mare nonostante la sua opposizione isterica alla proposta di Dio, Giona avrebbe guardato in modo diverso i cittadini di Ninive e avrebbe annunciato una possibilità di salvezza di quel Dio che, grazie alla sua misericordia, è capace di compiere prodigi e di riscrivere la storia. Questa è la forza del perdono! Lì dove ci potrebbe essere solo morte come conseguenza del peccato, il perdono è capace di aprire una via inedita per la vita. Questo è il vero potere di Dio, non la distruzione di una città!

Il segno di Giona come unico segno di Dio.
Gesù, nel Vangelo, a coloro che chiedono un segno, dice che non sarà dato altro segno che quello di Giona. Gesù indica i tre giorni nel ventre del pesce come profezia della Pasqua che precede la risurrezione dal sepolcro. Senz’altro quel segno è molto eloquente. Ma a ben pensare, Giona è segno per molto altro, proprio nella sua fatica a fare i conti con la misericordia di Dio. Da sempre si ritiene che questo libro sia una lunga parabola che Dio ci ha donato per comprendere che:
– la salvezza è per tutti e che deve essere condivisa senza confini;
– che Dio ci rende partecipi della sua azione salvifica perché possiamo collaborare con lui ed essere testimoni di quanto egli ha realizzato già nella nostra vita;
– che Dio non chiama uomini perfetti, ma chiama coloro che hanno bisogno di fare esperienza della sua misericordia e compassione per educarli proprio attraverso la missione;
– che la nostra fede in Dio sarà messa alla prova della chiamata…

Di tante cose Giona è segno. Perché noi possiamo credere.

La parrocchia e il festival

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Per chi lo desidera la ricostruzione del dibattito si trova a questo link

Poiché mi è stato richiesto di dare ragione circa la collaborazione della parrocchia di Santarcangelo al “Santarcangelo Festival” comunico quanto segue.

La Parrocchia di Santarcangelo collabora con il Festival perché, su richiesta della direzione dello stesso, ha messo a disposizione alcuni locali del Centro Parrocchiale per la foresteria dove dormono alcuni tecnici e perché ha concesso l’utilizzo del teatrino della Parrocchia per uno spettacolo teatrale molto bello, proposto all’interno della rassegna del Festival, spettacolo su cui avevamo chiesto alcune garanzie circa il contenuto.
E’ ovvio per tutti che la Parrocchia non viene né interpellata, né coinvolta nella definizione della linea culturale del Festival.

Non avevamo nessun desiderio di apparire tra i collaboratori, ma quando ci è stato proposto non ho trovato nulla in contrario in relazione a quanto offerto. Qualcuno lo considera inopportuno? Ci penseremo in vista di una prossima edizione e dopo un opportuno confronto, che potrà essere realizzato a Festival concluso, anche ad agosto, e anche in sede di Consiglio Pastorale.

Riguardo al Festival 2017 devo dire che, a causa dei miei impegni, purtroppo non sono riuscito a seguirlo come avrei dovuto.
Ho sentito molta gente della parrocchia che è rimasta entusiasta per alcune proposte. Devo dire che alcune cose di cui ho letto mi hanno lasciato piuttosto perplesso; mi propongo di chiedere e di comprendere meglio.
Noto che ci sono altre persone che hanno formulato un giudizio di dissenso molto netto, un giudizio espresso sia sul piano culturale che su quello politico.
Personalmente ritengo che sia opportuno disgiungere i piani perché la confusione che si rischia di creare è notevole e non aiuta a fare chiarezza, né a confrontarsi in modo civile.

Per formazione personale penso che per le discussioni e i confronti ci siano degli ambiti adeguati e che intervenire in modo polemico sui social network, anche se raccoglie consensi immediati, e di pancia, non aiuti a progredire di un passo nella ricerca del dialogo e, in definitiva, del bene.

Inoltre ritengo che il ruolo del parroco non sia quello di fare il pubblico censore. Non lo hanno fatto coloro che mi hanno preceduto e non intendo farlo neppure io, soprattutto non sui social network.

A chi vuole seriamente confrontarsi con me in modo onesto e senza altri fini, non sarà difficile reperire il mio recapito telefonico e trovare un’occasione per parlare e confrontarsi. Chi mi vuole proporre una correzione fraterna, se vuole essere fedele allo stile del Vangelo, non lo fa pubblicando un post su una testata giornalistica, ma mi cerca (cosa facile) e mi scrive personalmente o mi chiama al telefono.

A chi, invece, vuole strumentalizzare me o la parrocchia per le proprie battaglie personali che poco hanno di cattolico – almeno nello stile – o per mettersi in evidenza, chiedo sinceramente di lasciar perdere.

Noto con tristezza che nella nostra città si va poco per il sottile nell’esprimere giudizi sulle persone e sulle loro idee che alcuni presumono di conoscere. Da questo clima di violenza verbale mi sono dissociato pubblicamente da gennaio scorso e non intendo venir meno a questa scelta.
Sul Festival ci sarà modo di parlare diffusamente alla sua conclusione, per tentare una verifica globale, possibilmente liberi da tutti i pregiudizi ideologici che non servono a nessuno.

don Andrea Turchini

Volete andarvene anche voi?

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In una settimana due domande per essere “sbattezzati”.
Il gesto è soprattutto di valore simbolico e formale e non cambia molto riguardo l’atteggiamento delle persone che già prima non frequentavano la Chiesa e si consideravano estranei e lontani dalla fede e dall’appartenenza ecclesiale… ma anche la forma ha il suo valore, per non dire il simbolo.

Lungi da me giudicare! Ovviamente è un gesto assolutamente lecito. Ognuno è libero di dissociarsi, ma, come ogni strappo, soprattutto quando è compiuto in modo polemico e aspro, lascia un po’ di amarezza.

Io non so perché quei genitori avessero deciso di battezzare il loro figlio o la loro figlia; non so se sia avvenuto solo in ossequio ad una tradizione consolidata e accolta acriticamente, oppure se ritenessero – da credenti – di fare un dono prezioso al proprio figlio o figlia.
Io non so quale esperienza di Chiesa abbiano vissuto queste persone per scegliere consapevolmente di dissociarsi formalmente dalla comunità dei credenti…
Qualche responsabilità la avremo anche noi!

A questo proposito mi viene in mente quanto è riportato nella Gaudiun et spes – Costituzione del Concilio Vaticano II – a proposito dell’ateismo; sono parole che da molti anni si sono scolpite nel mio cuore e nella mia mente e che ogni tanto ci fa bene riascoltare:

Senza dubbio coloro che volontariamente cercano di tenere lontano Dio dal proprio cuore e di evitare i problemi religiosi, non seguendo l’imperativo della loro coscienza, non sono esenti da colpa; tuttavia in questo campo anche i credenti spesso hanno una certa responsabilità. Infatti l’ateismo, considerato nel suo insieme, non è qualcosa di originario, bensì deriva da cause diverse, e tra queste va annoverata anche una reazione critica contro le religioni, anzi in alcune regioni, specialmente contro la religione cristiana. Per questo nella genesi dell’ateismo possono contribuire non poco i credenti, nella misura in cui, per aver trascurato di educare la propria fede, o per una presentazione ingannevole della dottrina, od anche per i difetti della propria vita religiosa, morale e sociale, si deve dire piuttosto che nascondono e non che manifestano il genuino volto di Dio e della religione. (n. 19)

Mentre riflettevo su queste circostanze, mi è tornato in mente quel brano di Vangelo in cui, di fronte alle opposizioni dei discepoli, Gesù si mantiene totalmente libero e lascia completamente liberi coloro che ha di fronte: “Da quel momento molti dei suoi discepoli tornarono indietro e non andavano più con lui. Disse allora Gesù ai Dodici: «Volete andarvene anche voi?» (Gv 6,66-67).
Gesù non va in crisi, non rincorre i suoi discepoli, non negozia la loro adesione …
La proposta è chiara e deve essere accolta con libertà: non ci sono altre possibilità date dalla fede. Infatti la risposta che noi ricordiamo più volentieri è quella di Pietro (happy end di una situazione critica!) che liberamente e consapevolmente dice: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69), ma accanto a lui, con la stessa libertà, altri hanno lasciato e se ne sono andati.
Gesù non li ha giudicati, non li ha inseguiti, ma, pur non rimanendo indifferente, ha continuato con quelli che hanno aderito, compreso colui che lo avrebbe tradito.

Cosa posso imparare da questa circostanza?

  • C’è una forte responsabilità nella testimonianza della comunità cristiana; è chiaro che siamo uomini e donne fragili, ma la nostra incoerenza non è indifferente, lascia dei segni e scandalizza. C’è un’esigenza di verifica della nostra coerenza; c’è l’esigenza di una correzione fraterna per aiutarci ad essere sempre più fedeli al Vangelo.
  • C’è un paradosso con cui siamo chiamati a fare i conti: mentre presentiamo il cristianesimo e la fede in Cristo come la risposta ad una esigenza di libertà, altre persone, proprio in nome della stessa libertà sentono l’esigenza di prendere le distanze dalla fede e dalla Chiesa. Questo paradosso ci coinvolge e ci mette in discussione.
  • C’è una verifica seria da compiere sulla modalità con cui concediamo il battesimo ai bambini: si tratta davvero di famiglie credenti e disponibili ad educare nella fede? O la domanda di battesimo è fatta per altri motivi? Forse occorre essere meno sbrigativi e più disponibili a “perdere del tempo” per purificare la domanda accompagnare nell’approfondimento della stessa.
  • Mi sembra che, come cattolici, nonostante gli importanti scritti dei nostri papi, non abbiamo fatto i conti in modo serio con il tema della libertà di coscienza. Se di fronte a certe prese di posizione (certamente fatte in modo polemico e aspro) noi rimaniamo feriti, dobbiamo compiere una riflessione più approfondita su cosa significhi la libertà e su come la leggiamo nella prospettiva di un rifiuto consapevole della proposta di fede.

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Quindi? Cosa facciamo?
Sono sicuro che Gesù ci direbbe di non chiudere del tutto la porta dietro a queste persone che decidono di uscire dalla Chiesa. La vita è lunga e complessa e, a volte, i punti di vista possono cambiare.
Possiamo fare con il padre della parabola del figlio prodigo (Lc 15), che, pazientemente, rimane ad attendere scrutando l’orizzonte e conservando nel cuore l’immagine del volto di quel figlio che lo ha rifiutato e considerato come morto, mantenendo aperta la disponibilità a riabbracciare colui o colei che desidera ritornare a casa, con i suoi tempi.

Gratuità incompresa

volontariato

Non ci si abitua alla bellezza della gratuità.
E’ difficile non commuoversi di fronte all’impegno di tanti uomini e donne che si dedicano liberamente e gratuitamente per gli altri.
Il nostro tempo, a fianco a tanto egoismo, ha visto un fioritura di tante realtà di volontariato che, in vari campi, raccolgono e coinvolgono centinaia di persone pronte a rimboccarsi le maniche per il servizio degli altri e per il bene comune.

C’è però anche una gratuità incompresa che mi coinvolge direttamente ed è quella che riguarda la comunità ecclesiale.
Mi accorgo che molto spesso il servizio gratuito di tanti educatori ed operatori pastorali non viene considerato alla stessa stregua di altri servizi volontari; è come se fosse dovuto; è come se fosse scontato e, quindi, non valesse molto.

Anche il servizio di noi preti, a volte, è dato un po’ per scontato: qualcuno lo pretende, come e quando vuole, senza considerare che, anche dietro una scelta di vita totalmente dedicata al servizio, la componente della gratuità rimane l’elemento qualificante che a fatica si confronta con alcuni atteggiamenti pretenziosi.

Il mio  non è assolutamente uno sfogo, ma solamente una riflessione.
Mi chiedo come possiamo aiutarci a ricuperare il valore della gratuità anche dentro un “organismo istituzionale” come la parrocchia e la Chiesa. Come aiutare a cogliere il valore grande di un servizio svolto anche dentro l’ordinarietà della vita di una comunità. E’ una responsabilità che abbiamo perché da questo dipende molto del messaggio che testimoniamo.

Papa Francesco ripete spesso a noi preti che non dovremmo essere dei funzionari; ma se, nonostante tutte le nostre buone intenzioni parte della nostra gente continua a considerarci tali, cosa c’è che non funziona? cosa c’è che dovrebbe cambiare?

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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