Archivi Mensili: dicembre 2018

Gioia e sorpresa

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“Vi annuncio una grande gioia che sarà di tutto il popolo” (Lc 2,10)
Ma cosa c’è da gioire potrebbe domandarsi qualcuno?
In questi giorni di fine anno, diversi analisti e commentatori hanno messo in evidenza che, secondo il rapporto Censis, viviamo in un’Italia molto arrabbiata e cattiva. In effetti, guardandosi intorno e ascoltando le persone, si vedono sguardi truci e si condividono pesantezze di cuore. Come possiamo accogliere l’invito alla gioia che il Natale ci porta anche quest’anno?
Questo non è il peggior periodo che la nostra storia ha vissuto! Anche al tempo in cui è nato Gesù le cose non andavano meglio di adesso. Eppure ci sembra di essere più impermeabili alla gioia e che tale invito ci scivoli addosso. Perché?

Molte volte siamo arrabbiati perché le cose non vanno come pensiamo noi! Non è che stiamo male, che ci manchi qualcosa di essenziale, ma vorremmo che le cose fossero diverse e questo ci fa arrabbiare.
A differenza di tanti altri periodi della storia, le ultime generazioni, orgogliose del progresso tecnologico e scientifico che hanno prodotto, hanno maturato la presunzione di avere il potere di far andare le cose così come desiderano, e quando questo non accade, noi non mettiamo in discussione la nostra presunzione, ma ci arrabbiamo molto.
La nostra vita è tutta programmata, con incastri perfetti che non sopportano alcun imprevisto. Ogni imprevisto ci infastidisce e ci fa arrabbiare, perché viene ad interferire con i nostri programmi e schemi, che non possono essere messi in discussione, perché da essi dipende il nostro controllo della realtà.

Ma Dio viene nell’imprevisto e porta gioia. Dio nasce nella storia e la sua nascita è un “fuori programma” che va accolto semplicemente come un dono.
I vangeli ci testimoniano di due atteggiamenti che emergono di fronte a questo annuncio: l’accoglienza e la gioia dei pastori che nella notte si mettono in cammino verso Betlemme e sperimentano una grande gioia; il rifiuto e la rabbia di Erode che interpreta  questo annuncio come una minaccia ai suoi progetti e reagisce con violenza.

Natale è la festa della iniziativa di Dio che irrompe nella nostra storia per portare la sua presenza. A noi la possibilità di lasciarci stupire, accogliendo questa sua venuta e sperimentando la gioia che Lui è capace di infondere nelle nostre vite.
L’alternativa è  solo quella di Erode.

Ti auguro che questo Natale sia per te una bella sorpresa, quella che Dio è capace di fare in ogni tempo a coloro che lo accolgono rinunciando alla loro pretesa di essere i dominatori del mondo. Allora sarà gioia!

Buon Natale.

Esercizio di resilienza

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Ieri il Presidente della provincia di Trento (Lega), intervistato alla radio, affermava che ci sono dei preti che amano stare sui giornali sempre a contestare e a fare politica rivendicando i diritti degli immigrati, mentre altri, che lavorano nel silenzio, la pensano come loro (intendendo la Lega)… (Obiettivo Radio1 dal min. 15.00 al min. 15.30).
Non so in quale categoria potrei essere annoverato per il Presidente della provincia di Trento; non credo che mi metterebbe tra i silenziosi, forse piuttosto tra i buonisti, nuova categoria coniata dal lessico politico recente, usata quasi sempre in senso dispregiativo.

Scrivo questo post perché oggi non mi sento per niente buono (figuriamoci buonista). E’ stata una giornata sotto assedio e questo post è un esercizio di resilienza.

Il campanello di casa forse è rovente per tutte le persone che oggi hanno suonato per chiedere un aiuto o semplicemente del denaro. Alcuni li conosciamo da tempo, altri sono visi nuovi; la scusa del Natale imminente è buona per tutti.
Normalmente non diamo denaro alle persone di passaggio, soprattutto a quelle che intuiamo ci raccontino balle (anche se il discernimento è sempre difficile); apriamo la porta a tutti e cerchiamo di ascoltare ognuno per un periodo di tempo ragionevole, anche se non è sempre facile.
Qualcuno cerchiamo di aiutarlo concretamente andando in farmacia, con una ricarica telefonica, con un biglietto del treno o del bus. Per scelta usiamo soldi nostri e non quelli della parrocchia per responsabilizzarci individualmente e per aver ben chiari i limiti del nostro eventuale intervento.
Oggi però, di fronte a delle insistenze inopportune, ho dovuto reagire con determinazione e mi sono anche arrabbiato alzando la voce. Si incontra di tutto alla porta; gli atteggiamenti di arroganza e di petulanza mi hanno portato a reagire con rabbia, senza offendere nessuno.

Perché scrivo queste cose? Non si tratta di una confessione pubblica. Non cerco né assoluzioni, né ricette su come si deve fare in questi casi. Le teorie le so tutte; rimane la realtà nella sua concretezza.

Scrivo queste cose perché non sono affetto da buonismo.
Se sostengo l’accoglienza e l’esigenza del rispetto delle persone e dei loro diritti, non accade perché ho l’ “hobby dei poveri”, come mi disse una volta una persona in modo ironico; non è perché io non faccio fatica di fronte alle situazioni di povertà, alle richieste di aiuto; non è perché acconsento ad ogni richiesta comunque venga presentata, perché in teoria è così che bisogna fare…
La questione è che non dipende da me che ci siano o non ci siano dei poveri; e credo che coloro che vogliono chiudere gli occhi o far finta che alcune persone non esistano a suon di decreti legge, si illudono, perché, come ci ripete il Vangelo in modo impietoso, “i poveri li avrete sempre con voi“, e poco importa se sono italiani o se vengono da altri paesi; quando suonano alla porta sono semplicemente delle persone: sono lì davanti a me e non posso fare finta che non ci siano.
Con questo non è detto che sia giusto o che io riesca a corrispondere alle domande di tutti. Le domande a volte vanno orientate e alcune richieste vanno riconosciute come indebite. Ma loro sono lì: non c’è alcuna legge che lo può impedire o che può farli sparire.
Accade che alcuni o alcune mi facciano arrabbiare per degli atteggiamenti sgarbati o violenti e che ci siano dei giorni in cui la mia disponibilità è molto ridotta… ma loro sono lì; hanno diritto addirittura che io mi arrabbi con loro: è il minimo di rispetto che alcuni giorni sono tenuto ad avere nei loro confronti, pur di non considerarli invisibili.

Mi piacerebbe molto essere un uomo buono.
Da tempo ho scoperto che non lo sono, che dentro di me domina l’egoismo, la violenza; che la tentazione di voltarmi dall’altra parte, di accampare alibi è forte, come pure la tentazione di risolvere la questione con dei cartelli sulla porta che invitino le persone a non suonare…
Non sono un uomo buono! Spero neanche buonista!

Ma c’è il Vangelo che mi salva, che mi ricorda che non tutta la realtà dipende da me, come nei miei deliri di presunzione a volte sarei tentato di pensare o desiderare; c’è il Vangelo che mi invita a seguire l’unico buono (Cfr. Mc 10,18), Colui che mi chiede ogni giorno di convertirmi, di perdere la mia vita per ritrovarla, di accogliere Lui nelle persone che mi vengono incontro, di rinnegare me stesso per vivere pienamente.
Quel Vangelo è sempre una parola scomoda, che mi mette in crisi, che mi smaschera di fronte ad ogni mia ideologia e ad ogni mio moralismo; che demolisce i monumenti che io faccio a me stesso, facendomi riconoscere la mia incoerenza di fronte alla Parola che predico con convinzione. Altro che buonismo!
E’ solo il Vangelo che mi salva e la mia povera fede che mi ha portato a credere che quella Parola sia affidabile perché si è fatta carne in Gesù, il Figlio di Dio.
Non sono un uomo buono, ma mi basterebbe almeno essere un cristiano, un discepolo di Gesù. Lui è buono e mi guida sulla via del bene che non abita in me; seguendo lui posso comprendere cosa significhi vivere il bene, accogliendolo da Lui e condividendolo con coloro che incontro.

Domani ripartiamo.

Atto politico

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Come in altre epoche della nostra storia, la “sfida” che questo nostro tempo si trova ad affrontare è una sfida primariamente culturale.
Il dibattito politico in atto tra le diverse forze in campo, ha come riferimento dei paradigmi culturali difficilmente conciliabili. Dietro gli slogan ripetuti ossessivamente dai vari schieramenti, per assecondare la semplificazione del pensiero, ci sono dei riferimenti culturali che non sempre possono essere accolti, perché in netto contrasto con il pensiero e lo spirito della Costituzione, la Carta dei diritti della persona e la dottrina sociale della Chiesa.

Per questo motivo, ancor più in questo tempo, ritengo essere atto politico di grande valore abbonarsi a degli strumenti di informazione e riflessione che ci facciano superare la tentazione della semplificazione, che ci aiutino a mettere in evidenza la complessità della situazione e ci ricordino i punti di riferimento fondamentali per il discernimento.

Questo è il motivo per cui mi sono abbonato ad “Avvenire”, a “Il Ponte”, ad “Aggiornamenti sociali” e a un altro paio di riviste che sarò ben contento di condividere (ogni numero di Aggiornamenti sociali lo regalo alla Biblioteca Baldini di Santarcangelo ed è lì consultabile; lì si trova ogni giorno anche “Avvenire”).
Qualcosa dei contenuti di questi strumenti lo si può leggere liberamente sui siti internet, ma credo che sia importante sostenere anche economicamente chi svolge questo servizio con professionalità ed intelligenza.

Approfitto di questo breve post per confermare la mia grande stima per “Avvenire”, per il suo direttore e per tutta la redazione: trovo questo giornale di grande spessore e di grande intelligenza (non l’ho pensato sempre). Grazie davvero.

Antonio, martire per l’Europa

Gerolamo Fazzini, giornalista e per molti anni (fino al 2013) direttore della rivista Mondo e Missione, in un suo libro sui martiri della missione, ha scritto che per definire “martirio” (=testimonianza fino all’effusione del sangue) la morte violenta di una persona, non è troppo importante la circostanza concreta in cui quella persona muore, ma, soprattutto, il modo in cui ha vissuto, ciò in cui ha creduto e le scelte di vita che sono state la causa remota e prossima del suo trovarsi nella circostanza che ha determinato la sua morte violenta.
E’ un pensiero che mi è tornato alla mente ieri sera, di fronte alla notizia della morte di Antonio Megalizzi, quarta vittima innocente dell’attentato di Strasburgo dell’11 dicembre 2018.

In questi giorni di fiato sospeso, ci è stato parlato di lui e delle sue passioni. Una frase che è ritornata spesso per definirlo è stata “innamorato dell’Europa”. Ci è stata raccontata la sua passione per l’appartenenza europea, il suo impegno come volontario nel progetto di Europhonica, format radiofonico universitario internazionale che segue le attività dell’Europarlamento… Innamorato dell’Europa tanto da spendersi per far conoscere le sue strutture, le proposte, gli orizzonti che la dimensione europea offre.

In questi anni e, soprattutto in questi ultimi mesi, abbiamo sentito parlare dell’Europa per lo più in modo problematico e negativo: chi potrebbe dare la sua vita, il suo tempo e le sue energie per l’Europa che ci viene narrata ogni giorno dai media, riportando le espressioni di molti nostri leaders politici?

Antonio non aveva questo sguardo e parlava da uno che aveva deciso di mettere ambedue i piedi in Europa, facendo la fatica di conoscere e di narrare quello che viveva della sua appartenenza europea e del suo impegno giornalistico. Per questo, credo, possiamo considerare la morte di Antonio “un martirio per l’Europa”, perché questa morte non ricercata, è stata come la firma che ha posto alla sua passione e sulla sua testimonianza.

Nella tradizione cristiana si ripete spesso una frase attribuita a Tertulliano: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani. E’ difficile pensare che una morte possa essere “utile” e feconda, soprattutto quando avviene in circostanze così violente e brutali. Tutti pensiamo che sarebbe stata più “utile” la sua vita, il suo impegno, la sua professione, … eppure sentiamo come ragionevole il bisogno di considerare che anche la sua morte non sia stata inutile e vana. Questo accadrà solo se noi accoglieremo la sua testimonianza, se considereremo importante la sua passione, se cominceremo a considerarci europei ed educheremo ad identificarci come tali.
La giovane storia della nostra Nazione, così come ci viene fatta studiare a scuola, è caratterizzata dal sacrificio di tanti che hanno creduto nell’Italia unita ed hanno offerto il loro impegno e, spesso, la loro vita, perché quel sogno si realizzasse.

Al di là di ogni retorica, la testimonianza di Antonio Megalizzi sarà feconda se noi raccoglieremo il suo testimone e continueremo l’impegno di costruzione di questa casa comune che lui e molti altri insieme a lui hanno sognato e desiderato.

Sollievo stonato

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Ho appreso ieri sera tardi dell’epilogo della vicenda dell’attentato di Strasburgo che, in questi giorni, ha ferito ancora una volta il cuore dell’Europa.
Riporto la notizia che ho letto e che mi ha lasciato in grande imbarazzo.

“È stato ucciso, è un grande sollievo”, ha dichiarato il sindaco di Strasburgo, Roland Ries. Alla notizia dell’uccisione del killer turisti e abitanti si sono riversati nelle strade della città. Hanno dedicato un lungo applauso alla polizia. Nessun agente è stato ferito durante il blitz. (By Huffington Post)

La cronaca più diffusa ci dice che Cherif Chekatt, l’uomo indiziato dell’attentato, abbia ingaggiato un conflitto a fuoco con la polizia, la quale è intervenuta difendendosi. Nessun dubbio sulla legittimità dell’azione. Qualche dubbio sull’opportunità del commento del sindaco di Strasburgo.
Davvero il primo sentimento che proviamo di fronte alla notizia della morte di un uomo è quello del sollievo? Davvero in cuor nostro non abbiamo sperato che la vicenda potesse concludersi diversamente? Davvero siamo contenti e festeggiamo per la morte di un uomo ancorché colpevole?

In questi giorni la cronaca ci ha raccontato chi fosse questo giovane uomo, ed è una storia che, purtroppo, abbiamo già sentito altre volte. Un giovane marginale, con una vita puntellata di piccoli reati, che finisce in carcere e lì, in carcere, in una struttura che avrebbe dovuto ricuperarlo, “si radicalizza” in un’ideologia disumana e ingiusta che lo porta a scegliere perversamente di dare un senso alla sua vita sopprimendo la vita di uomini e donne innocenti e, alla fine, facendosi uccidere.
Nella rappresentazione mediatica della vicenda, dove tutto diventa un po’ fiction, abbiamo provato sollievo per la conclusione “un po’ da film” di una vicenda che ci ha messo in tensione e ci ha spaventato; nelle poche righe dell’articolo sopra citato si descrive l’happy end che siamo abituati a vedere nei film: il cattivo muore (peggio per lui – se l’è cercata!), i buoni sono illesi (grazie a Dio! e questa volta senza alcuna ironia), la gente festeggia.

Io non riesco a festeggiare!
Non riesco a festeggiare perché penso al dolore dei famigliari delle vittime e credo che non provino alcun sollievo da questa notizia.
Non riesco a festeggiare perché penso che tutti avremmo potuto fare di più per impedire a quel giovane uomo arrabbiato di arrivare a scegliere di uccidere e farsi uccidere.
Non riesco a festeggiare perché penso che, ancora una volta, siamo tutti un po’ sconfitti e che non abbia vinto nessuno.
Non riesco a festeggiare perché penso che non se ne abbia diritto quando viene uccisa una persona, ancorché colpevole.

L’impressione è che il sollievo che viene testimoniato sia per lo più motivato dal desiderio di chiudere in fretta questa storia, di voltare pagina e ritornare alla spensieratezza delle feste di Natale, con i suoi riti più o meno pacificanti.

Io ho tre pensieri che mi rimangono nella testa e che mi conservano il cuore pesante:
– penso che Cherif Chekatt abbia scelto questa via terribile e ingiustificabile per lanciare un grido di rabbia e di dolore di fonte alla nostra indifferenza per ciò che accade a tante vittime della violenza e della guerra; al taxista che ha dirottato durante il suo tentativo di fuga, ha detto che voleva vendicare i “fratelli” morti in Siria, in quella guerra che sembra senza soluzione o a cui nessuno vuole trovare una soluzione; questo grido di dolore e di rabbia, anche se è stato lanciato in modo violento e ingiustificabile (lo ripeto a scanso di equivoci), chiede di essere ascoltato.
– penso che Cherif Chekatt sia diventato il “killer di Strasburgo” perché la nostra società consumistica (che si auto-celebra massimamente in questi ultimi giorni dell’anno) tende a scartare le persone e non riesce a creare per loro alternative capaci di far assaporare la possibilità di vivere una vita umana; penso che quando diciamo “si è radicalizzato in carcere”, dobbiamo riconoscere la nostra responsabilità di aver contribuito a far sì che quel giovane, che viveva di espedienti, abbia trovato come unici maestri di vita uomini che gli hanno insegnato quella violenza cieca e disumana che lui ha agito contro persone innocenti ed inermi, e tutto questo in una struttura dello Stato che avrebbe dovuto ricuperarlo.
– penso che l’attentato di Strasburgo abbia, da oggi, una vittima in più; forse non è giusto mettere tutti sullo stesso piano, qualcuno – giustamente – si potrebbe sentire offeso, ma credo che anche Cherif Chekatt abbia diritto ad una nostra preghiera, perché Dio abbia misericordia di lui per quello che ha fatto, perché ascolti Lui il grido di dolore e di rabbia che noi non siamo stai capaci di ascoltare e perché, finalmente, gli doni un po’ di pace.

Mani vuote

Natale con le mani vuote, senza regali da portare, senza nulla che mostri noi stessi, la nostra forza, il nostro valore, la nostra generosità… solo mani vuote.
Vuote perché hanno dato tutto senza nulla trattenere; vuote non perché bucate o indolenti, ma perché capaci di tradurre in azione quello che il cuore sente per il fratello e per la sorella, per l’amico e per il vicino…

Questi giorni sono stato nelle scuole materne statali di Santarcangelo a raccontare la storia del “Quarto re magio” scritta dal Vescovo Francesco.
Actaban (così si chiama il personaggio della storia) arriva davanti alla grotta di Betlemme in ritardo e senza nulla da portare, perché quanto aveva preparato, tutti i suoi doni, sono stati usati lungo la strada per soccorrere varie persone che avevano bisogno di aiuto.
Grazie alle sue mani vuote Actaban può ricevere tra le braccia il bimbo Gesù, direttamente dalle mani della Madre di Dio, e scopre che, di fronte a quel bambino, non andiamo per portare doni, ma per ricevere Lui. Actaban scopre il mistero del Natale.
Le mani di Actaban si erano vuotate perché aveva vinto l’indifferenza, perché lungo il suo viaggio si era lasciato coinvolgere dalle richieste di aiuto che gli venivano rivolte in modo più o meno esplicito. Non si era giustificato, non aveva rimandato, … La generosità  e l’empatia avevano reso via via le mani di Actaban capaci di accogliere il dono che Dio ha fatto a noi mandando il suo Figlio.

In questo tempo di Avvento, mentre prepariamo la strada al Signore che viene, mentre ci prepariamo raddrizzando strade, spianando colline e colmando burroni, come ci ha invitato a fare il Vangelo di domenica scorsa, proviamo anche a vuotare le nostre mani perché, giunti a Natale, possiamo davvero accogliere, nella nostra povertà Colui che viene ad abitare in mezzo a noi.

Non è comodo presentarsi a mani vuote. Ma è l’unica possibilità per essere pronti ad accogliere e abbracciare chi ci viene incontro.

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La meglio gioventù

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Ci sono dei periodi della vita in cui puoi davvero benedire Dio.
Questi giorni sono proprio così!
Oltre una sufficiente salute e pace del cuore, il Signore mi ha concesso di incontrare dei giovani in gamba che mi hanno aperto il cuore e mi hanno commosso per la loro forza.
Giulia, Arianna, Paola, Matteo, Federico, Martina … sono i giovani volontari dell’Operazione Colomba che ho incontrato in questi mesi e in questi ultimi giorni. Sono tutti molto giovani, competenti, coraggiosi, convinti. Vanno a vivere per mesi in zone di conflitto per essere operatori di pace, condividendo nei campi profughi le condizioni invivibili in cui i profughi siriani sono costretti o facendo gli scudi umani in Palestina, per consentire ai bambini di poter andare a scuola tutti i giorni senza ricevere sassate da chi, per ideologia, anche in un bambino o una bambina vede solo un nemico.

Questa mattina – a sorpresa – sono stato invitato ad un’assemblea dell’ITC Molari a Santarcangelo, dove un variegato gruppo di studenti e studentesse di quella scuola, ha raccontato la bella esperienza vissuta nella partecipazione alla Marcia della Pace Perugia-Assisi; è stato bello ascoltare le loro testimonianze, di come si sono lasciati coinvolgere in una proposta che è stata loro rivolta, intuendo che era qualcosa di importante su cui potevano mettersi in gioco. La sorpresa è stata ancora maggiore quando sono stato invitato ad intervenire (non avevo capito di doverlo fare quando mi hanno invitato) per raccontare la nostra esperienza di accoglienza dei corridoi umanitari. Grazie del vostro ascolto ragazzi.

Grazie Signore per questi giovani che si impegnano e che non si lasciano vivere.
Grazie perché attraverso di loro ci dai speranza e ci provochi a non sederci in una vita comoda, ma ci ricordi che ogni giorno siamo chiamati a fare quanto è possibile per costruire la pace, per difendere la giustizia, i diritti e la dignità di ogni uomo.

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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