Archivi Mensili: novembre 2017

Schierarsi per la pace

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Nella sua visita pastorale a Bologna, papa Francesco ha tenuto un bellissimo intervento al mondo accademico radunato presso la chiesa di san Domenico. Tra le molte belle cose che ha detto, una frase si è fissata nella mia memoria ed è stata oggetto di riflessioni. Citando il card. Lercaro il Papa ha detto: «La Chiesa non può essere neutrale di fronte al male, da qualunque parte esso venga: la sua vita non è la neutralità, ma la profezia». Non neutrali, ma schierati per la pace! Perciò invochiamo lo ius pacis, come diritto di tutti a comporre i conflitti senza violenza. Per questo ripetiamo: mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri! Vengano alla luce gli interessi e le trame, spesso oscuri, di chi fabbrica violenza, alimentando la corsa alle armi e calpestando la pace con gli affari.

In questa frase non ci sono in realtà argomenti nuovi, ma solo una parola che mi giunge nuova: schierarsi!
E’ pensiero comune – infatti – che la Chiesa debba mantenere un rapporto di equidistanza tra le parti, che debba custodire una certa neutralità. Ma fino a che punto se lo può permettere? Non c’è il rischio che questa neutralità sfoci nell’ indifferenza?

La frase del card. Lercaro, dobbiamo ammetterlo, si presta a varie interpretazioni: essa infatti evoca l’esigenza della Chiesa di non essere neutrale di fronte al male, “da qualunque parte egli venga“, ma di intraprendere la strada della profezia. Ma come riconoscere il male? Come riconoscere la profezia, quella vera?
Oggi tanti, sia cattolici che laici, hanno idee molto chiare su cosa sia il male e dove esso si manifesti.
E’ un male l’aborto!
E’ un male la denatalità!
E’ un male l’esclusione dei deboli!
E’ un male la corruzione!
E’ un male la mafia!
E’ un male la diffusione dell’Islam a scapito del Cristianesimo!
E’ un male l’integrazione!
E’ un male questa cultura che nega la differenziazione sessuale! …

Ogni giorno sentiamo strillare queste affermazioni. Alcune ci trovano perfino d’accordo … Ma cosa significa schierarsi? Cosa vuol dire profezia?
E’ sufficiente la denuncia? E’ sufficiente alzare la voce?
Non è una questione semplice. Lo dico a ragion veduta perché io per primo, sono stato “richiamato” pubblicamente per non essermi schierato con decisione “contro il male evidente”.

sermig6Per questo è molto interessante come prosegue papa Francesco nel suo intervento, quando richiama all’esigenza di comporre i conflitti senza violenza: la profezia infatti, non è solo questione di contenuti, ma anche di metodo.
Ci può essere una “profezia violenta” che smentisce negli atti e nello stile il contenuto che proclama: non è questa la profezia che deve vivere la Chiesa!
Papa Francesco usa un’espressione molto efficace nella sua ripetitività:  mai più la guerra, mai più contro gli altri, mai più senza gli altri!
Ogni volta che io sono contro o penso ad un mondo senza gli altri, io non sono un profeta, ma solamente un altro violento. Ogni volta che non costruisco fraternità, anche se animato dalle motivazioni più alte o se voglio difendere i valori più sacri, non sono dalla parte della pace.

Per comprendere quali siano le condizioni di un’autentica profezia è molto importante il lavoro del discernimento a cui siamo invitati continuamente. Dal 1995, dal Convegno ecclesiale di Palermo, la comunità cristiana è chiamata ad innescare processi di discernimento comunitario che l’aiutino a comprendere, senza semplificazioni, le sfide di fronte alle quali deve esercitare il suo compito di profezia. Senza un serio discernimento si rischia il fondamentalismo e, in definitiva, l’ideologia.

Schierarsi, dunque, ma per la pace. Schierarsi, ma per un bene globale senza effetti collaterali. Schierarsi, ma per essere strumenti di un mondo nuovo dove gli inevitabili conflitti vengono composti senza violenza, neanche verbale. Allora saremo profeti e testimoni.

Voi siete tutti fratelli

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Omelia proposta domenica 5 novembre 2017 a Santarcangelo presso la Chiesa del Suffragio nella Messa in ricordo dei caduti di tutte le guerre e nella festa dell’Unità nazionale 

Mt 23,1-12

Questa parola di Gesù ci giunge provvidenzialmente oggi, mentre con il nostro Paese e la nostra città celebriamo la festa dell’Unità nazionale e ricordiamo i caduti di tutte le guerre.
Sappiamo che questo giorno segna il ricordo della fine del primo conflitto mondiale, una guerra sanguinosa e terribile, che ha lasciato il nostro Paese in ginocchio sia per le ferite subite da tante famiglie che non hanno più visto rientrare i propri cari partiti per il fronte, sia dal punto di vista economico, politico e delle relazioni interne.

La guerra è stata ed è sempre, una grande crisi di fraternità, come ci racconta la Bibbia quando ci narra, quasi a fotogrammi, la nascita del conflitto nell’umanità presentandoci il primo omicidio, non a caso, avvenuto tra due fratelli: Abele e Caino.

Mi sembra opportuno ricordare le parole che papa Francesco ha pronunciato tre anni fa’ durante la visita al sacrario militare di Redipuglia, il 13 settembre 2014, in occasione del centenario dell’inizio della prima guerra mondiale:

trovandomi qui, in questo luogo, vicino a questo cimitero, trovo da dire soltanto: la guerra è una follia.
Mentre Dio porta avanti la sua creazione, e noi uomini siamo chiamati a collaborare alla sua opera, la guerra distrugge. Distrugge anche ciò che Dio ha creato di più bello: l’essere umano. La guerra stravolge tutto, anche il legame tra i fratelli. La guerra è folle, il suo piano di sviluppo è la distruzione: volersi sviluppare mediante la distruzione!

La cupidigia, l’intolleranza, l’ambizione al potere… sono motivi che spingono avanti la decisione bellica, e questi motivi sono spesso giustificati da un’ideologia; ma prima c’è la passione, c’è l’impulso distorto. L’ideologia è una giustificazione, e quando non c’è un’ideologia, c’è la risposta di Caino: “A me che importa?”. «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9). La guerra non guarda in faccia a nessuno: vecchi, bambini, mamme, papà… “A me che importa?”.

Sopra l’ingresso di questo cimitero, aleggia il motto beffardo della guerra: “A me che importa?”. Tutte queste persone, che riposano qui, avevano i loro progetti, avevano i loro sogni…, ma le loro vite sono state spezzate. Perché? Perché l’umanità ha detto: “A me che importa?”.

Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…
Ad essere onesti, la prima pagina dei giornali dovrebbe avere come titolo: “A me che importa?”. Caino direbbe: «Sono forse io il custode di mio fratello?».
Questo atteggiamento è esattamente l’opposto di quello che ci chiede Gesù nel Vangelo.”

Oggi come cristiani e come cittadini, mentre celebriamo questa ricorrenza, dobbiamo chiederci seriamente: cosa abbiamo imparato dalla storia?

A me sembra di notare che non abbiamo aderito totalmente al giudizio che la guerra sia una follia. Anche ai nostri tempi, e non soltanto nella lontana Corea del Nord o negli USA, ma anche qui in mezzo a noi, anche tra i cristiani, c’è ancora gente che pensa che la guerra possa essere una soluzione utile, quasi inevitabile.

Ci sono tante persone, anche fra i cristiani, a cui prudono le mani, che invocano reazioni dure, interventi preventivi che incidano con durezza sui problemi del nostro tempo per difendere – si dice – i nostri valori, il nostro stile di vita, addirittura la nostra religione. Valori, stile di vita, religione, … ispirati da chi? Fondati su cosa? Sul Vangelo? Sulla Costituzione? Sul Magistero della Chiesa? Certamente! Ma in nessuno di questi testi, che rappresentano i nostri punti di riferimento, troviamo un solo accenno che giustifichi il ricorso alla guerra.

A queste ideologie Gesù con semplicità ci risponde: siete tutti fratelli!

L’unica via che Dio ci consegna per costruire una realtà nuova, libera dal male della guerra, è quella della fraternità.

La fraternità – è bene dircelo – non è una via semplice; non è un percorso a basso costo.
Non è una proposta per chi non ha voglia di combattere o per chi è remissivo e rinuncia ad un confronto impegnativo.
La via della fraternità è una via coraggiosa che coinvolge occhi, intelligenza, cuore, mani e piedi.

Occhi da purificare continuamente per illuminare il volto dell’altro e riconoscere un fratello o una sorella

Intelligenza per comprendere sempre meglio la verità delle cose oltre le distorsioni ideologiche che ogni stagione della storia ci presenta. Accanto all’intelligenza non guasta un po’ di creatività e di fantasia.

Cuore, perché la fraternità ci coinvolge intimamente; non è un dato che ci può lasciare indifferenti, ma una relazione che ci deve entrare dentro ed incidere sulla nostra appartenenza.

Mani e piedi, perché la fraternità chiede di uscire da sé ed andare verso l’altro e di avere mani per accogliere, abbracciare, curare, consolare.

Non possiamo essere degli ingenui. Oggi soffiano potenti i venti di guerra.
Le sagome dei nemici vengono indicate all’orizzonte.
La paura viene alimentata.
Il sospetto cresce e con esso l’esigenza impellente di difendersi…
Siamo già dentro un processo bellico: tutte le premesse sono state poste.

Ma non dobbiamo avere paura perché abbiamo però l’antidoto che, come un farmaco omeopatico, chiede di essere somministrato costantemente per immunizzarci contro la tentazione di tutti quei sentimenti che giustificano la guerra.
L’antidoto è la fraternità e la disponibilità a costruire fraternità dovunque ci troviamo: cominciando dalle nostre relazioni familiari, passando alle relazioni civili, per arrivare alle relazioni di accoglienza verso chi, da straniero, chiede di diventare fratello.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Abbiamo riascoltato questo Vangelo solamente quattro giorni fa’. In quanto figli di Dio siamo fratelli tra noi.
Abbeveriamoci alla sorgente della fraternità che per noi credenti è lo stesso Gesù, il Figlio di Dio, che si è fatto nostro fratello affinché il muro che ci rendeva “nemici ” fosse abbattuto e noi potessimo, per mezzo di Lui, diventare figli di Dio e fratelli tra noi.

U parrinu – Padre Pino Puglisi

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Non ho mai conosciuto personalmente don Pino Puglisi. Mai avevo sentito parlare di lui, ma la sua vicenda mi ha investito direttamente perché il 16 settembre 1993 mi sono trovato provvidenzialmente in mezzo a tante persone che lo avevano conosciuto.

Quella mattina mi trovavo ad un convegno di animatori vocazionali a Roma, e don Italo Castellani, attualmente vescovo di Lucca, ha iniziato la messa comunicando che la sera prima don Pino era stato ucciso.
Ho visto intorno a me molti preti piangere: erano quelli che lo avevano conosciuto, che avevano lavorato con lui proprio nell’ambito dell’animazione vocazionale. Mi sono fatto raccontare di don Pino fin da quel giorno; poi ho voluto leggere e incontrare le persone che lo avevano conosciuto. Per tre volte sono stato a Brancaccio con dei giovani, per toccare con mano quella realtà, per immergermi nei luoghi in cui questo prete ha testimoniato il Vangelo, da prete e da parroco.
Ecco cosa ho capito di don Pino Puglisi e cosa custodisco nel cuore.

– Don Pino era un prete
Come tutti voi, ho conosciuto tanti preti nella mia vita e so che ci sono molti modi di essere prete. Don Pino era consapevole che essere prete significava, prima di tutto, farsi carico delle persone a cui il Signore ti manda, farsi carico da padre.

Noi usiamo con grande timidezza questo termine perché Gesù ci ha detto di non chiamare nessuno padre sulla terra, ma ognuno di noi sacerdoti sa che, per essere veramente prete, deve essere padre.

Chi è il padre? È colui che genera alla vita, che introduce alla realtà del mondo, che richiama alla verità delle cose; è colui che protegge e sa portare in braccio solo per il tempo necessario a riprendere le forze. Don Pino Puglisi era prima di tutto un padre: lo è stato per i suoi studenti; lo è stato per le persone che accompagnava spiritualmente; lo è stato per la gente di Brancaccio. Come un padre si è fatto carico di tutte le necessità di coloro che il Signore gli aveva affidato. Come un padre.

– Don Pino era un prete educatore
Questo termine oggi è un po’ abusato. È addirittura diventato una professione (con tutti i rischi del caso); lo diciamo con grande rispetto per i tanti educatori che si spendono con generosità e creatività.

Un educatore è fondamentalmente un guaritore: uno che – come Mosé – ti conduce dalla schiavitù alla libertà, che ti guarda con occhi di stupore vedendo tutto il bene che c’è dentro di te portandoti a riconoscere quel bene perché possa crescere giorno per giorno fino alla sua pienezza. Un educatore è uno che ti riconosce come un dono prezioso.

Dice padre Agostino Ziino, in una sua testimonianza: “Lì dove incontravi padre Puglisi, seppur immerso in attività pastorali di gruppo o in dialoghi personali o nella preparazione di incontri di catechesi o di preghiera, ti accoglieva sempre come tu fossi stato per lui un dono di Dio.  E mai ti liquidava frettolosamente, proprio come se fosse lui a ricevere qualcosa da te, da te che andavi a lui soltanto per un breve saluto”. 

Don Pino era un prete animatore vocazionale
Questo termine è piuttosto sconosciuto ai più, anche all’interno della Chiesa. Molto dell’impegno educativo di don Pino si è svolto proprio nella pastorale vocazionale della diocesi di Palermo. Essere animatore vocazionale significa accompagnare ogni giovane o adulto che desidera vivere il Vangelo personalmente, nella grande avventura di ascoltare gli inviti che Dio ci rivolge e a tradurli in esperienza concreta e unica.

L’animatore vocazionale non vive un impegno generico, perché sa che per ogni persona Dio ha una proposta unica. Don Pino ha vissuto con questo sguardo, riconoscendo l’unicità di ogni persona che ha incontrato, fossero i suoi studenti del liceo classico Umberto I di Palermo o i seminaristi di Palermo o i ragazzi del quartiere dove faceva il parroco o le ragazze madri della case di accoglienza dove andava settimanalmente.

Per ogni persona c’è una chiamata alla vita. Ogni persona può divenire un dono per gli altri.

– Don Pino era un parroco “in uscita”
Don Pino non ha potuto vedere papa Francesco e non ha potuto ascoltare le parole che invitano la Chiesa ad uscire e a farsi ospedale da campo, ma credo che gli sarebbero piaciute. Senza peccare di anacronismo, possiamo dire che don Pino, come moltissimi altri preti, ha interpretato in anticipo il modello di Chiesa che papa Francesco sta proponendo nella sua riforma.

Dice Francesco Deliziosi, uno dei suoi studenti e – poi- suo biografo: “C’è innanzitutto da analizzare il motivo dello scontro tra la mafia e don Puglisi. Don Pino propone a Brancaccio un modello di prete che i boss non riconoscono, mentre si sono sempre mostrati pronti ad accettare e “rispettare” un sacerdote che sta in sacrestia, tutto casa e chiesa, promotore di processioni – magari al fianco dello “Zio Totò” di turno -, che “campa e fa campari”. 

Padre Puglisi sceglie invece di uscire dalla sacrestia e di vivere fino in fondo i problemi, i rischi, le speranze della sua gente. Desidera in quanto parroco, la liberazione e la promozione del suo popolo.

Don Puglisi propone inoltre un nuovo modello di parrocchia. Tra le sue iniziative, ad esempio, c’era la richiesta di servizi e di una scuola media per Brancaccio.  Fu un continuo pungolo per le istituzioni. Da qui una serie di manifestazioni, di contatti con lo Stato, di proteste civili.

Tutto questo avviene alla luce del sole, lontano dall’altare, con gesti che per la loro visibilità non passano inosservati: sono scelte ben precise e compiute con la consapevolezza del loro effetto dirompente sugli equilibri mafiosi. “Non dobbiamo tacere“, diceva don Pino ai parrocchiani più timorosi nei giorni delle minacce, degli attentati che preludevano all’agguato. E aggiungeva, citando San Paolo, “ se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?”.

Sono scelte che lasciano intravedere l’immagine di una Chiesa che ha deciso di essere “debole con i deboli”, di stare dalla parte degli ultimi, che crede nelle istituzioni, senza supplenze o logiche clientelari. 

Senza supplenze perché la Chiesa non deve occupare spazi o compiti amministrativi che non le competono. 

Senza logiche clientelari, ovvero senza prestarsi alle pressioni, alle richieste di raccomandazioni e di servitù al politico di turno (quando a Brancaccio arrivavano questi ultimi, don Pino li metteva alla porta insieme con i loro facsimili elettorali).

È questa di Padre Puglisi una chiesa, insomma, che si cala nella realtà del territorio e dei suoi bisogni: questo è il banco di prova di una testimonianza che vuole essere veramente evangelica.

– Don Pino, uomo del Padre nostro
Per noi il “Padre nostro” è solo una preghiera. Per don Pino era un programma di vita e un progetto educativo. Non è un caso che abbia voluto intitolare il centro parrocchiale “Centro Padre nostro” perché in questo insegnamento di Gesù sulla preghiera è rivelata tutta la dignità che noi siamo chiamati a riconoscere all’uomo chiamato ad essere figlio di Dio e non semplicemente un picciotto.
Famosa la sua parodia del “Padre nostro del picciotto”, scritta in dialetto perché si potesse usare il linguaggio del quartiere e potesse essere comprensibile la distanza tra le due logiche.

Padrino mio e della nostra famiglia,
tu sei uomo d’onore e di valore,
Il tuo nome lo devi fare rispettare
e tutti quanti ti dobbiamo obbedire:
quello che dici, ognuno lo deve fare
perché è legge se non vuole morire.
Tu ci sei padre che ci da pane
Pane e lavoro e non ti tiri indietro
Di ripulire un po’ chi possiede
Perché sai che i picciotti devono mangiare
Chi sbaglia lo sappiamo, deve pagare:
non perdonare, altrimenti sei infame
ed è infame chi parla e fa la spia;
questa è la legge di questa compagnia!
Mi raccomando a te, padrino mio,
liberami dagli sbirri a dalla questura
libera me e tutti i tuoi amici.
Sempre sarà così.

– Don Pino prete “beato” anche se non vincitore
La Chiesa ha detto una parola ufficiale su don Pino. Proclamandolo beato il 25 maggio 2013 ha riconosciuto in lui un autentico testimone del Vangelo, che ha dato la vita per essere fedele alla sua vocazione cristiana e al suo ministero di prete.

Per noi credenti non è un caso che questa serata si svolga nella vigilia della festa di tutti i Santi: la testimonianza di don Pino si inserisce in quel grande corteo di testimoni che fin dai primi passi della comunità cristiana sono stati chiamati a fare i conti con una parola del Vangelo esigente e difficile da accogliere.

Gesù lo aveva detto: “se hanno perseguitato me perseguiteranno anche voi” (Gv 15,18-21); ma anche detto ai suoi discepoli quello che ascolteremo domani nel vangelo della messa: “10 Beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. 11 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. 12 Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi” (Mt 5,10-12).

Ci piacerebbe pensare che il sacrificio di don Pino sia stato il prezzo carissimo pagato perché le cose cambiassero, ma purtroppo non è così. Questa sarebbe una favola a lieto fine che ci piacerebbe venisse raccontata: la morte dell’eroe che converte e trasforma la realtà.
La realtà invece è che a Brancaccio i problemi sono – purtroppo – sempre gli stessi: i fratelli Graviano non dominano più, ma sicuramente altri hanno preso il loro posto; Grigoli e Spatuzza si sono pentiti, ma quanti ne hanno preso il posto?

Cosa rimane? Cosa conta?

Rimane la testimonianza di un uomo, un cristiano, un prete, che ha firmato con il sangue il suo impegno e che ancora oggi rivolge a noi, che abitiamo in ogni latitudine della Terra, l’invito che rappresenta il suo motto: “se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto”.

Il testimone passa a noi: la testimonianza di don Pino Puglisi sia un stimolo per noi per fare molto, insieme, lì dove siamo.

Tu don Pino, prega per noi!

don Andrea Turchini

 

Questo testo è stato proposto a margine dello spettacolo teatrale organizzato dal Comune di Santarcangelo (che ringrazio per la gentilezza) sulla figura di don Pino Puglisi.  Lo condivido.

 

 

 

 

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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