Archivi Mensili: dicembre 2015

Mostra dei presepi dal mondo

missio

Presepe realizzato da Missio Rimini

Giunta ormai alla 13ma edizione, la Mostra dei presepi dal mondo è un appuntamento irrinunciabile delle feste di Natale. Inaugurata il 6 dicembre 2015, la mostra è curata dalla Migrantes, il servizio pastorale della Diocesi che si prende cura degli immigrati, non solo nella fase della emergenza, ma soprattutto in quello della integrazione all’interno delle comunità cristiane e della società civile.

Una delle iniziative più riuscite è proprio questa Mostra,  nella quale i rappresentanti delle varie nazionalità presenti nel nostro territorio, realizzano un presepe con elementi caratteristici della loro cultura e delle loro tradizioni. Dopo un inizio timido, da diversi anni la competizione è accesa e lo sforzo creativo per la realizzazione è sempre più grande, con risultati sempre più interessanti.

La mostra si trova nella sala dell’Arengo in Piazza Cavour a Rimini; l’ingresso è libero e sarà aperta fino al 6 gennaio 2016.

Nel link la locandina con le informazioni per la visita. loc A4 Presepi

Di seguito alcune immagini che ho ripreso nella mia visita alla mostra. Alla fine svelerò qual è il mio preferito.

IMG-20151230-WA0045

Presepe proveniente dal Senegal

IMG-20151230-WA0016

Presepe della comunità Boliviana

IMG-20151230-WA0026 (1)

Presepe della comunità Albanese, ambientato nella città vecchia di Berat

IMG-20151230-WA0024

Particolare del presepe della comunità Albanese

IMG-20151230-WA0038

Presepe realizzato dai bambini del Centro educativo Caritas

IMG-20151230-WA0020

Presepe realizzato dalla comunità Etiope

IMG-20151230-WA0018

Particolare del presepe della Comunità Etiope

IMG-20151230-WA0049

Presepe realizzato dalle Suore Maestre Pie Messicane

IMG-20151230-WA0022

Presepe dallo Zambia

IMG-20151230-WA0047

Presepe proveniente dalla Bolivia

IMG-20151230-WA0043

Presepe proveniente da Kenia

IMG-20151230-WA0030

Presepe realizzato dalla comunità Nigeriana

IMG-20151230-WA0028

Presepe realizzato dalla comunità Ucraina

IMG-20151230-WA0041

Presepe proveniente dal Paraguay

I presepi qui riportati non sono la totalità, ma sono quelli che mi hanno più colpito. Parlando con i simpatici operatori che fanno servizio di accoglienza, sembra che il favorito dai visitatori non sia tra quelli che ho qui fotografato. Potete andare voi a vederli e giudicare voi stessi dando il vostro voto al presepe che vi sembra più bello. Alla fine, il gruppo che avrà raccolto più preferenze sarà premiato.

Il mio preferito è quello della comunità Etiope, molto bello nella sua originalità. Seguono quello Messicano, quello Albanese e quello Nigeriano.

Di grande effetto per la sua attualità il presepe che ho messo in apertura realizzato da Missio Rimini.

Ma sono tanti e così belli che solo visitando la mostra si può avere un’impressione adeguata.

Mostra delle antiche Bibbie riminesi

MOSTRA BIBBIE invito

Oggi ho avuto l’opportunità di poter visitare la mostra delle antiche bibbie delle biblioteche riminesi. Si tratta di un raccolta composta per l’occasione, formata da pezzi mai esposti precedentemente, che possono dare una idea di come la Bibbia si sia diffusa e secondo quali criteri.

La mostra si trova presso il museo della Città di Rimini e l’ingresso è gratuito. Vale la pena visitarla.

Molto efficace la parte didascalica, che può consentire anche ai meno esperti di comprendere come la diffusione del libro della Bibbia abbia attraversato difficoltà non superficiali e di come anche in ambito cattolico, pur con delle resistenze, fosse diffuso lo studio comparato delle versioni in lingua antica (le bibbie poliglotte) per comprendere il significato più autentico del testo sacro. La maggior parte dei testi viene dalla Biblioteca Gambalunga.

Di particolare interesse i fogli della Bibbia Atlantica, proveniente dall’Archivio Diocesano “G. Garampi”; non conoscevo la tradizione di queste bibbie atlantiche, volute per la lettura comunitaria all’interno dell’opera di riforma ecclesiale di Gregorio VII (riforma Gregoriana).

Per l’occasione sono stati esposti anche alcuni pezzi riguardanti la tradizione ebraica provenienti da collezioni private.

La mostra rimane aperta fino al 24 gennaio 2016.

Trekking (e deserto) urbano

IMG-20151226-WA0006Che mi piaccia camminare è una cosa risaputa. Che non abbia tempo di farlo è abbastanza deducibile. Il 26 dicembre – miracolosamente – mi sono trovato la giornata libera; dopo aver celebrato la messa con le sorelle Clarisse, sono partito dal centro di Rimini e, percorrendo la spiaggia, sono arrivato fino al porto di Cattolica. Era un po di tempo che volevo fare questo percorso sulla spiaggia d’inverno, perché, come sanno bene i riminesi, il mare d’inverno ha un fascino molto particolare. Qui di seguito qualche (pochissime) foto che mi sono sentito di fare e qualche impressione a ruota libera.

Una città deserta

Il primo sentimento che mi sento di condividere è stato l’effetto surreale dato dall’assenza delle persone, lì dove normalmente ne incontri migliaia. Durante il cammino ho incontrato pochissime persone e per lunghi tratti, sulla spiaggia, il percorso è stato completamente deserto. Certo il giorno era particolare e il clima invitava le persone a starsene al calduccio, ma l’effetto è stato strano ugualmente. A me ha aiutato a guardare le cose con altri occhi e a stare con me stesso. I pochi che ho incontrato avevano le immancabili cuffie nelle orecchie, abitudine che non ho mai preso, gustandomi così il rumore delle onde le mare, i rumori della città in lontananza e dei treni che passavano agli orari stabiliti.

IMG-20151226-WA0000

il parco Cervi alle 9 del mattino del 26 dicembre 2015

Un’altra prospettiva delle cose data dal ritmo dei passi

Durante l’anno compio questo percorso diverse volte. Per andare a Cattolica o a san Giovanni in Marignano, di solito uso l’autostrada. Raramente la statale… è la prima volta che ci vado a piedi. Come già sapevo le cose cambiano completamente assumendo il ritmo dei passi. Si ha la possibilità di vedere cose che solitamente non si vedono e da una prospettiva ampia, come quella della spiaggia completamente libera, consente.

Un orizzonte che si allarga … nonostante la nebbia

Camminare in riva al mare, nonostante la nebbia, da la possibilità di avere l’orizzonte sempre a portata di sguardo; non è una cosa possibile a tutti e sempre. Ci sono persone che vivono in situazioni in cui l’orizzonte è precluso. Noi abbiamo la possibilità di conoscere l’orizzonte e il senso che da il poterlo vedere. Vivere con l’orizzonte a disposizione credo dia un’altra prospettiva alla vita e una capacità di considerare le cose sempre su uno sfondo più ampio. Penso che sia diverso per chi non ha mai la possibilità di vedere l’orizzonte.

IMG-20151226-WA0004

Cose belle e cose brutte

La prospettiva  nuova del camminare consente di fissare lo sguardo per un tempo congruo sulle cose che ti circondano, avendo la possibilità di vedere le cose belle … e anche le cose brutte.

Tra le cose belle metterei senza dubbio l’ordine delle zone di spiaggia dei bagnini di Riccione, l’arredo urbano delle zone spiaggia di Riccione e di Misano (è davvero piacevole e ben fatto), gli ampi spazi verdi prossimi alla spiaggia delle zone di Misano e Cattolica ed infine la zona di Portoverde, pur nella sua angosciante desolazione per l’assenza di persone.

A proposito di Portoverde devo confessare che, pur avendo l’onorevole età di 50 anni, non l’avevo mai visitato. Avevo sempre pensato che Portoverde si limitasse a quegli orrendi palazzoni che si vedono da dovunque. Invece, aggirati i palazzoni c’è una splendida zona residenziale molto curata e molto scenografica (forse anche troppo). Mi ha fatto piacere vederla per la prima volta: è stata una gradita sorpresa!.

IMG-20151226-WA0024

Gli scogli di Portoverde e sullo sfondo l’ingresso alla darsena

IMG-20151226-WA0028

darsena di Portoverde

Ovviamente ho visto anche molte cose brutte, da molti e da tempo denunciate: i ruderi delle colonie mai ristrutturate e ormai sfregio per lo sguardo, ma anche tanti ruderi di edifici che o andrebbero restaurati o demoliti. E’ incredibile che a fianco a luoghi molto belli ci siano questi edifici fatiscenti e degradati. Poi tutto quel baraccamento fatto di chioschi e chioschetti trasformati in negozi e negozietti, sale giochi… ma non si potrebbe buttare giù tutto? Anche alcune zone spiaggia sono molto sporche e disordinate a fronte di altre che, anche d’inverno, vengono tenute pulite e curate. Forse la prossima volta invito alla passeggiata qualche amico amministratore.

IMG-20151226-WA0008

IMG-20151226-WA0002

Un “eco-museo” sul porto di Cattolica

Arrivato a Cattolica la sorpresa dell’ampia spiaggia e, giunto al porto la possibilità della visita al’eco muse della marina di Cattolica, con immagini storiche che ritraggono i lavoratori del mare nei primi cinquant’anni del secolo scorso: una gradita conclusione. Il porto di Cattolica, come è noto, rappresenta il confine tra la regione Emilia-Romagna e le Marche… una meta naturale del mio cammino.

Mi sono goduto questa passeggiata di trekking balneare ed urbano. Davvero, dandosene la possibilità si possono scoprire tante cose belle e nuove proprio a due passi da noi.

IMG-20151226-WA0039

Testo aggiunto il 29 dicembre 2015

PS: molte persone dopo aver letto questo post mi hanno chiesto come sono tornato a casa. Sono tornato comodamente in treno. Grazie a tutti per la premura.

I pastori maestri del Natale

000_0471

Nel Vangelo di Luca si da ampio spazio alla figura dei pastori come personaggi di rilievo negli eventi che riguardano la nascita di Gesù. Purtroppo quel testo di Vangelo (che si dovrebbe leggere nella messa dell’aurora) non è tanto letto nella liturgia, e rimane sullo sfondo. Rimangono però i nostri presepi, popolati di pastori e pecore, a custodire la memoria di questa presenza.

Perché possiamo considerare i pastori i maestri del Natale? Mi sono venuti in mente tre elementi che ho condiviso nell’omelia di Natale e che riporto qui sul blog per lasciare traccia.

Uomini che vegliano. La nascita di Gesù avviene di notte, mentre tutti dormono. Solo i pastori stanno vegliando il loro gregge e quando l’angelo si presenta loro per portare la buona notizia della nascita del messia, li trova svegli e attenti. L’atteggiamento della vigilanza, ampiamente richiamato nel Vangelo, è fondamentale per vivere bene il Natale. Il Signore viene nel silenzio, nell’umiltà; i segni sono evidenti, ma occorre avere un atteggiamento vigilante per saperli riconoscere. Anche oggi la venuta del Signore non accade con effetti speciali, ma nel silenzio e nella umiltà e solo uomini e donne vigilanti sapranno cogliere il segno di questa venuta.

images (6)Uomini che si lasciano coinvolgere. Dopo aver ascoltato le parole dell’angelo che li invitava ad andare a Betlemme, i pastori si sono lasciati coinvolgere e si sono subito messi in cammino. Non hanno aspettato l’alba o non hanno atteso di smaltire le loro priorità; subito si sono alzati e hanno seguito le parole dell’angelo. Quante volte invece noi rimandiamo e non rispondiamo con prontezza alle ispirazioni del Signore… quante volte ci viene una bella idea (potrei andare a visitare quella persona, potrei andare ad aiutare quell’altra, potrei decidere di perdonare quel vicino o quel parente, …), ma non le diamo seguito immediatamente, e rimandiamo, … fino a quando altre priorità prendono il sopravvento. Forse anche noi, seguendo quelle buone ispirazioni che vengono dal Signore, potremmo incontrare il Signore proprio lì ad attenderci, come i pastori lo hanno incontrato a Betlemme.

I primi annunciatori della buona notizia. Giunti a Betlemme i pastori hanno provato una grandissima gioia nel vedere quel bambino e nel riconoscere le cose esattamente come l’angelo aveva loro indicato. Prima di tutto hanno aiutato i presenti a comprendere quello che stava accadendo, perché solo loro ne avevano ricevuto la chiave di interpretazione, poi, ripartiti, hanno condiviso con altri la gioia di quella esperienza. Non è difficile essere portatori di una buona notizia se questa è stata sperimentata da noi. E di questo noi dobbiamo essere testimoni: dei piccoli e grandi incontri che il Signore ci fa sperimentare e vivere. Come i pastori, anche noi possiamo essere evangelizzatori (portatori di buona notizia). Essi non sono andati – come gli apostoli – agli estremi confini della terra; essi non hanno annunciato tutto quello che si potrebbe conoscere di Dio; semplicemente hanno detto a coloro che incontravano, quello che avevano visto e udito con i loro occhi e con le loro orecchie. Lo stesso possiamo fare anche noi  e così potremmo divenire portatori di luce: perché ogni buona notizia accresce la gioia e la speranza del mondo, come la piccola luce di una candela capace di accenderne altre, semplicemente condividendo quella poca luce.

8C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. 9Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, 10ma l’angelo disse loro: “Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: 11oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. 12Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. 13E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

14“Gloria a Dio nel più alto dei cieli
e sulla terra pace agli uomini, che egli ama”.

15Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. 16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. (Lc 2,8-20)

pastori_50x60

 

 

 

 

Dio viene nel cammino

I pastori andarono senza indugio… Lc 2,16

I testi del Natale sono tutti un movimento di gente che si mette in cammino, che decide di uscire dalla propria quotidianità, per incontrare un Dio che si è fatto bambino.

L’annuncio di una nascita al tempo di Gesù non era un fatto straordinario come ai nostri tempi caratterizzati dall’inverno demografico. Eppure all’annuncio di quella nascita tanti si mettono in marcia per andare a Betlemme e vedere quel bimbo avvolto in fasce che giace in una mangiatoia.

Chi accetta di mettersi in cammino (i pastori e i magi) in contra Gesù; Erode e i sacerdoti di Gerusalemme, che ben conoscono le profezie e sanno ben indicare ai magi il luogo in cui deve nasce il re dei Giudei, ma rimangono a casa loro, non incontrano Gesù, non lo vedono, anzi lo osteggiano e perseguitano.

Colui che non ho veduto mai, dalla sua lontananza ha chiamato con tale voce che nessuno può restare a casa. Tagore

Natale è e sarà la festa di chi sa coinvolgersi ed uscire dalle sue sicurezze per mettersi in cammino e rispondere a quella voce.

225_presepio331902pastori

E’ la festa dei pastori che accogliendo l’invito dell’angelo, lasciano le loro greggi e vanno a Betlemme e, dopo aver visto quel bimbo, diventano i primi annunciatori della presenza di Dio nel mondo.

E’ la festa dei magi che, seguendo la stella, lasciano la sicurezza delle loro case e le loro comodità per farsi pellegrini verso il più piccolo dei capoluoghi di Giuda. Ma giunti lì provarono una grandissima gioia.

Natale sarà anche la nostra festa se ci lasceremo coinvolgere – non solo emotivamente – ma fisicamente, mettendoci veramente in cammino verso i luoghi dove il Signore manifesta concretamente la sua venuta nella storia del nostro tempo: ognuno, ascoltando la voce, saprà trovarli.

Buona strada e buon Natale a tutti i camminatori della storia.

Questo testo è stato ispirato da una scheda di don Gian Franco Venturi che si trova in AVVENTO-NATALE (LDC  1987), pp. 75ss.

Cosa significa essere cristiani oggi: l’esempio del profeta Daniele

1521418879_11a695140a

Introduzione:

Il libro del profeta Daniele è un libro strano; letto molto dai protestanti e pochissimo dai cattolici. Il libro di Daniele è uno dei testi che ritorna più di frequente nel canti Godspel e Spiritual perché presenta l’esistenza di un credente in situazione di estraneità, come era quella degli Ebrei deportati in Babilonia, come quella degli Afroamericani in situazione di schiavitù ed oppressione, … come quella di ognuno che si trova a dover conciliare la propria esperienza di fede in un contesto in cui è ostacolato o – perlomeno – non garantito.

La storia di Daniele
Daniele è un ragazzo che condivide la tragedia della deportazione del suo popolo in Babilonia. Viene selezionato per essere formato alla cultura babilonese ed entrare al servizio della corte. Subito si pone per Daniele il problema di poter rimanere fedele alla sua tradizione e di non contaminarsi con cibi vietati dalla Legge.

Insieme ad altri giovani Ebrei si sostengono per rimanere fedeli all’alleanza, pur inserendosi pienamente dentro la cultura e l’esperienza babilonese, fino a diventare consiglieri del re Nabucodonosor. Il valore del libro di Daniele è quello di mostrarci come si possa rimanere se stessi anche in un contesto culturale non favorevole. Mi sembra possa essere lo specchio della nostra situazione odierna come cristiani di questo tempo.

Il tempo che viviamo: oltre l’idealizzazione del passato

È tipico – soprattutto dei più anziani – il confronto con il passato; spesso accade che il passato venga idealizzato e che l’immagine che usiamo per il confronto non tenga presenti le difficoltà di ogni tempo. Quando sentiamo parlare del passato come di un società “naturalmente” cristiana, ovviamente facciamo delle semplificazioni e saltiamo molti passaggi. Possiamo dire con serenità che non vi è mai stato un periodo della storia in cui i cristiani, quelli veri, non sono stati chiamati a fare i conti con l’esigenza di un impegno personale ed una testimonianza nel mondo.

Il tempo che viviamo presenta alcune caratteristiche, che per noi cristiani sono importanti (anche io, in questo breve elenco, sarò molto sommario e superficiale):

  • Individualismo e perdita degli ideali comuni (relativismo);
  • Globalizzazione e ampiezza di orizzonti culturali;
  • Facilità della comunicazione vs. Isolamento personale;
  • Molteplicità delle possibilità vs. Scarsità di realizzazione (lavoro e relazioni affettive);
  • Flessibilità e precarietà come sistema di vita …

 

Impariamo dal profeta Daniele per essere cristiani per questo tempo

cover_2964548_614192

una forte identità capace di dialogare a livello culturale

Daniele si trova deportato in un paese straniero. Non c’è più nulla intorno a lui che lo garantisce nella sua identità; famiglia, calendari, tradizioni, modi di pensare. È straniero in una terra non sua. Eppure Daniele non ha dubbi sulla sua identità: sa di essere Ebreo e di doversi custodire nel suo essere tale. Tuttavia Daniele non diventa integralista e non entra in atteggiamento di difesa, ma si lascia coinvolgere dal contesto in cui si trova per conoscerlo e formarsi e prendere dal quel contesto tutto quello che c’è di bello e di buono.

Daniele diventa un sapiente perché coniuga in un equilibrio intelligente la sua identità con la sua voglia di stare lì dove il Signor lo ha posto.

Il rischio che noi viviamo oggi è duplice: l’integralismo o il relativismo. Ambedue gli atteggiamenti non ci aiutano a stare in modo intelligente nella situazione. L’integralismo è un atteggiamento di difesa tipico dei deboli. Ci si chiude a riccio vedendo ogni cosa e ogni persona come un nemico, come una minaccia. Certo ci sono delle sfide da affrontare, ma siamo chiamati a stare nel mondo dialogando e portando le ragioni di ciò che crediamo.

Il relativismo è l’atteggiamento superficiale di chi perde la “differenza cristiana” e si confonde nella massa, relegando al privato e all’intimo la dimensione della fede.

Devozionalismo, intimismo, … sono tutti sintomi di queste due riduzioni.

– una spiritualità matura capace di profezia

I grandi uomini e donne di preghiera sono sempre stati uomini radicati nel loro tempo e capaci di incidere fortemente sui processi di cambiamento della loro epoca. Anche Daniele non dimentica l’importanza della preghiera perché un vero credente riconosce che è Dio il Signore del mondo e della storia. La preghiera di Daniele però è una preghiera robusta, capace di prendere dall’esperienza secolare del suo popolo e di tradurre “nel suo oggi” le domande di salvezza che Dio è capace di ascoltare ed esaudire.

Anche qui noi ci dobbiamo porre alcune domande: che valore ha la nostra preghiera, la nostra liturgia, le nostre devozioni? Come cambiano concretamente il nostro modo di vivere e di stare la mondo? Sembra spesso che, anche per i cristiani militanti, la preghiera e la messa siano qualcosa di separato dalla loro vita reale. Quanto crediamo che Dio sia il Signore della storia? Quanto mettiamo la nostra storia condivisa nella sue mani e quanto riceviamo da quelle mani la storia che siamo chiamati a vivere? Caterina da Siena, Teresa d’Avila, Teresa di Gesù Bambino, Francesco d’Assisi … tutte persone di forte preghiera ma anche di forte impatto sulla società del loro tempo. E noi?

Siamo chiamati ad essere uomini e donne esperti di Dio per riconoscere la presenza di Dio nel mondo ed indicarla a tutti coloro che sono alla ricerca di Dio.

una esperienza di comunità come luogo di confronto e di sostegno reciproco

Daniele è deportato dalla sua terra, ma non è solo! Lì dove si trova, cerca di costruire delle relazioni che lo aiutino ad essere fedele alla sua esperienza di fede e di vita. Anania, Azaria e Misaele (sono i nomi ebrei di Sadrach, Mesach e Abdenego) sono gli amici con cui condivide questa avventura di integrazione e di testimonianza. Insieme decidono di non accogliere le pietanze che vengono dalla tavola del re e insieme si formano alla corte, cercando una mediazione intelligente tra la fede e la cultura. Insieme subiscono le persecuzioni degli invidiosi ed insieme si sostengono nella fiducia della custodia del Dio vivente.

In questo tempo di individualismo e di liquidità è essenziale, per noi cristiani, vivere una forte esperienza di comunità che sia, secondo le immagini di Papa Francesco, oasi di ristoro e ospedale da campo. Non una cittadella dalle alte ed invalicabili mura, ma una casa dalla porte aperte all’accoglienza dell’altro, contemporaneamente capace di essere “casa” per chi ha scelto di porsi in atteggiamento di uscita. I cristiani non sono dei free lance, non sono dei battitori liberi, ma sono uomini e donne che hanno un punto di riferimento forte nella comunità dei credenti. In questa comunità essi si ritrovano volentieri per condividere le gioie e le speranze, le paure e le preoccupazioni degli uomini del nostro tempo, per essere sostenuti nella fede e nella preghiera e, ancora più importante, per essere aiutati in un discernimento illuminato sul modo di stare in questo mondo in un equilibrio sempre difficile e sempre da rivedere. (altri riferimenti possono essere l’esperienza di Paolo narrata in Atti e la lettera a Diogneto).

una testimonianza semplice che parte dal riconoscere ciò che è giusto

Pur essendo minoranza, Daniele non si rifugia nell’intimismo o nel settarismo, ma è pronto a dare testimonianza della sua esperienza di Dio e della sua esperienza della vita vissuta nella relazione con Dio. L’episodio del falso giudizio di Susanna (Dn 13), della rivelazione al re e della sua persecuzione ci mostrano come Daniele, pur essendo completamente immerso nel mondo babilonese ad avendo acquisito un ruolo e una posizione, non viene meno all’esigenza della testimonianza quando se ne avverte la necessità e quando viene chiamato in causa. La testimonianza di Daniele non è fatta di grandi proclami, ma nel richiamare in modo fermo e convincente, ciò che è giusto, indicando anche ad altri la via della giustizia, fosse pure il re.

Anche noi siamo diventati minoranza, ma quello che è più grave è che siamo una minoranza muta e insignificante, non numericamente, ma per la nostra incapacità di portare il nostro contributo positivo alla società in cui viviamo. Le grandi discussioni che anche oggi ci chiamano in causa, ci vedono spesso timidi e muti, o incapaci di motivare le nostre posizioni, non con la forza dell’arroganza che qualcuno si aspetterebbe da chi è abituato ad essere maggioranza, ma con l’umile disponibilità al confronto su ciò che è giusto, su ciò che è veramente umano, so ciò che sappiamo essere il bene, anche se non abbiamo la coerenza di viverlo.

La via della testimonianza a cui siamo invitati è una via che ci richiede un grande lavoro di formazione per fondare le nostre convinzioni e per comunicarle in modo efficace; non per imporle, ma per condividerle a partire dalla convinzione che siano un bene da far circolare.

Il Signore ci liberi da ogni nostalgia del passato, da ogni lamentazione sul presente, da ogni timore sul futuro e ci aiuti ad essere in questo tempo – l’unico che ci è concesso di vivere – dei testimoni gioiosi dell’esperienza di Dio che stiamo vivendo e dell’esperienza di umanità che, per grazia di Dio, si è generata in noi.

Ci sia di sostegno e di stimolo l’esperienza della prima comunità cristiana, che, pur essendo una minoranza risibile, godeva la simpatia di tutto il popolo (At 2,48).

don Andrea Turchini – andreaturchini@gmail.com

Incontro con il Consiglio Pastorale ZP san Giovanni in Marignano – 14.12.2015

Essere comunità educante all’interno della Chiesa

educare-comunità

La realtà in cui viviamo e i suoi limiti

Nella tradizione educativa ecclesiale e non ci troviamo sempre a confrontarci con figure di educatori molto carismatici e con forti personalità: da don Bosco a Baden-Powell, da don Milani a don Oreste Benzi, … quello che emerge è sempre la loro eccezionale individualità, messa al servizio di tanti, ma con un carisma personale incontenibile.

Non è strano che anche tutti noi come educatori (preti compresi) ci identifichiamo in un ruolo personale e mal sopportiamo le strutture collegiali che, al massimo, rivestono un valore funzionale.

Quando poi accade che ci ritroviamo bene con i nostri colleghi educatori e si creano dei buoni rapporti di équipe, accade che ci scontriamo con la comunità in senso più ampio; gli esempi appartengono alla cronaca delle nostre comunità: tensioni tra catechisti ed educatori, tra educatori e adulti, tra allenatori e catechisti, tra gruppo liturgico ed educatori, tra capi scout e catechisti, … poi la loro parte la fanno anche i preti e il risultato lo conosciamo.

Il titolo che avete proposto ci pone, dunque, in una doppia prospettiva di riflessione:

  • essere comunità educante prima di ogni distinzione di ruolo
  • essere comunità educante in una comunità ecclesiale.

È ovvio che io stasera vi propongo solo degli spunti che andranno rielaborati già nei lavori di gruppo, poi nel lavoro successivo.

Poiché non mi piace molto partire da quello che penso io, o dalla mia esperienza, perché ritengo che abbia un valore molto relativo, ho pensato di prendere alcuni spunti dal Nuovo Testamento, per vedere se ricaviamo alcuni elementi che ci possono aiutare.

In più sono rimasto molto provocato da un intervento del Vescovo che, a proposito della Missione straordinaria, ricordava agli operatori pastorali in genere che il nostro ruolo (catechista, educatore, operatore caritas, ecc.) non è altro che l’aggettivo del sostantivo “missionario-evangelizzatore” che ci accomuna. Se questo elemento lo condividiamo prima di ogni specificazione, possiamo farci istruire dai grandi missionari di cui ci parla il Nuovo Testamento.

Per essere fedele al testo del Nuovo Testamento devo necessariamente ribaltare l’ordine che noi ci diamo che però è un ordine logico e non evangelico. Prima viene tutta la Chiesa, poi il mio servizio nella Chiesa.

Una comunità educante dentro la comunità ecclesiale

reti_comunitaSe c’è una cosa certa nel Nuovo Testamento e in particolare nel libro degli Atti è che l’unico soggetto che agisce è la Chiesa accompagnata dallo Spirito Santo o, se vogliamo (ma non cambia), lo Spirito Santo attraverso tutta intera la Chiesa. Molti sono nel NT i richiami all’unità e a pensarsi come un unico organismo (1Cor 12; Ef 4), perché anche a quel tempo il rischio che alcune individualità prevalessero sulla comunità o addirittura l’appello ad alcune individualità fosse il pretesto per dividere la Chiesa. Ricordiamo san Paolo ai Corinti, afflitti dal problema delle divisioni in seno alla comunità:

10Vi esorto pertanto, fratelli, per il nome del Signore nostro Gesù Cristo, a essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire. 11Infatti a vostro riguardo, fratelli, mi è stato segnalato dai familiari di Cloe che tra voi vi sono discordie. 12Mi riferisco al fatto che ciascuno di voi dice: “Io sono di Paolo”, “Io invece sono di Apollo”, “Io invece di Cefa”, “E io di Cristo”. 13È forse diviso il Cristo? Paolo è stato forse crocifisso per voi? O siete stati battezzati nel nome di Paolo? … 17Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo.

4Quando uno dice: “Io sono di Paolo”, e un altro: “Io sono di Apollo”, non vi dimostrate semplicemente uomini? 5Ma che cosa è mai Apollo? Che cosa è Paolo? Servitori, attraverso i quali siete venuti alla fede, e ciascuno come il Signore gli ha concesso. 6Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma era Dio che faceva crescere. 7Sicché, né chi pianta né chi irriga vale qualcosa, ma solo Dio, che fa crescere. 8Chi pianta e chi irriga sono una medesima cosa: ciascuno riceverà la propria ricompensa secondo il proprio lavoro. 9Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete campo di Dio, edificio di Dio. (1Cor 1,10-13.17;3,4-9)

 

Ci sono due passaggi nella vicenda di Paolo che rendono molto chiara la sua essenziale relazione con la Chiesa: il suo mandato missionario (At 13,1-4) e l’evento del Concilio di Gerusalemme (At 15,1-35).

Quali sono gli elementi che emergono? Li mettiamo in ordine solo per la nostra comprensione:

– è la Chiesa che ti chiama e che ti manda; è la Chiesa che ti affida una missione; non esistono auto-candidature ed auto-promozioni; chiunque esercita un ministero, lo esercita per il bene comune e a nome della Chiesa (Cfr. At 6; Ef 4; 1Cor 12)

– l’affidamento di un ministero o di un servizio nella Chiesa ha una radice essenzialmente spirituale (vocazionale) e non corrisponde immediatamente al bisogno, non è un servizio funzionale; è nella vita della comunità cristiana che io ritrovo la sorgente di ciò che mi ha costituito nel servizio (At 20 – discorso di Paolo ai presbiteri di Efeso)

– è la Chiesa che mi aiuta nel discernimento delle situazioni ed è a Lei che devo rendere conto dello svolgimento del mio servizio (non agli utenti); Cfr. At 11,1-18 – Pietro si giustifica con la comunità per aver battezzato un pagano (il centurione Cornelio) su impulso dello Spirito Santo.

– da parte della comunità cristiana è necessaria una presa in carico, una capacità di ascolto e la cura per la formazione di coloro a cui viene affidato un servizio; tutta la comunità si riconosce in quanto viene fatto da parte di alcuni che agiscono a nome della comunità.

 Ci chiediamo:

– quanto ci sentiamo veramente chiamati e mandati dalla comunità cristiana nello svolgere il nostro servizio educativo? Quanto sentiamo vera la radice spirituale e vocazionale del nostro servizio educativo? Che differenza c’è tra il mio servizio ecclesiale e il volontariato in una OnG di qualcuno che conosco?

– quanto ci sentiamo presi in carico e curati dalla comunità a cui apparteniamo? Come si potrebbe meglio esprimere questa cura e questo legame in senso biunivoco? Come i nostri ragazzi e le famiglie ci percepiscono come mandati dalla comunità a svolgere il nostro servizio? Cosa impedisce che siamo riconosciuti come mandati dalla comunità cristiana? Che cosa contraddice il nostro servizio pur generoso?

Una comunità educante – Nella Chiesa niente free lance

p018_1_00Gli indirizzi delle lettere di Paolo sono la testimonianza più ordinaria di un grande missionario che si pensava in modo comunitario; sempre insieme di fronte alla comunità.

Paolo e Silvano e Timòteo alla Chiesa dei Tessalonicesi … (1Ts 1,1; 2Ts 1,1)

La fondazione della comunità di Antiochia (At 12,19-26): la sapienza di Barnaba che coinvolge Saulo nell’opera della missione e lo va a prendere a Tarso.

Dopo la rottura con Barnaba, Paolo si aggrega a Sila e Timoteo (At 15,36—16,5): si riconoscono dei limiti nella collaborazione, ma si formano subito nuove équipes di evangelizzazione.

Cosa possiamo imparare da questi esempi?

– l’impegno missionario, come anche l’educazione, ha una forma che non è indipendente dal contenuto e la sua forma è essenzialmente comunitaria. Gesù nel Vangelo è stato molto preciso su questo elemento: l’elemento di riconoscimento dei discepoli di Gesù è l’amore reciproco che testimoniano (Cfr. Gv 13,35); non ne esiste un altro. Chi dunque si impegna nella missione e nell’educazione (da intendere sempre come missione) non deve essere preoccupato prima di tutto dei contenuti che deve insegnare, ma della testimonianza che comunica e la testimonianza è quella di un amore fraterno con chi è coinvolto con me nell’azione educativa/missionaria. I contenuti saranno credibili se sono coerenti con la testimonianza (e viceversa).

– la comunità educante è il presidio necessario alle derive che inevitabilmente ogni educatore si trova a vivere nel corso della sua vita; il sintomo più evidente di una deriva è la ripetizione sterile: quando mi accontento di ripetere le mie proposte senza interrogarmi su chi io abbia dinanzi a me, su quali siano le sue esigenze, le sue potenzialità, i suoi interessi; quando sono preoccupato del programma e dei contenuti più che delle persone; quando (come dice spesso il Vescovo a noi preti) comincio ad andare in automatico, … allora solo una comunità di educatori mi può salvare e richiamare e costringere a pensare e a cogliere la particolarità di quei ragazzi, di questo tempo, di quelle famiglie con cui mi trovo ad interagire. Questo semplice agire comunitario che si interroga e che pensa è già un luogo di formazione nel mio essere educatore.

– la comunità educante è propedeutica alla comunità più ampia e mi offre una diversità di sensibilità, di esperienze di vita cristiana, di vocazioni con cui confrontarmi. Pensate per quanti bambini e ragazzi nel passato, come oggi, l’unico rapporto che hanno avuto ed hanno con la parrocchia e la comunità cristiana è attraverso quegli educatori che la provvidenza gli consente di incontrare; è grande la responsabilità che abbiamo perché per molti noi saremo l’unico volto concreto della comunità che incontreranno, forse per tutta la loro vita. Se incontrano una molteplicità di figure, forse possono avere uno sguardo ampio di cosa sia la Chiesa.

Ci chiediamo:

– come ci troviamo a vivere il nostro servizio come comunità di educatori? Quanto questa comunità la avvertiamo come un peso e quanto come una risorsa? Perché è un peso? Perché è una risorsa?

– quanto la comunità educante è per me luogo di formazione e di ri-motivazione al servizio educativo? Quali sono le dinamiche che vigono nella mia comunità di educatori? Come si potrebbero convertire per far divenire questa comunità una risorsa per me e per i ragazzi al cui servizio sono stato mandato?

– qual è il rapporto con le famiglie? Come si relazionano con la comunità degli educatori? Come la incontrano? Come sono coinvolti da ed in questa comunità?

– Come questa comunità educante si pensa in cerchi concentrici? Per esempio gli educatori di un gruppo; tutta una certa categoria di educatori (catechisti, educatori di AC, scout); tutti gli educatori della parrocchia; tutti gli educatori della ZP. C’è la consapevolezza della esigenza di una collaborazione a questi diversi livelli? Come li gestiamo? Quali strumenti ci diamo per non morire sotto questa organizzazione?

Incontro con educatori e catechisti della ZP di Rivazzurra – Bellariva – Miramare (16/11/2015)

8 dicembre 1990 – 8 dicembre 2015

9 dicembre 1990

9 dicembre 1990 – Prima messa celebrata a san Gaudenzo;

Sono passati 25 anni dal giorno in cui il Vescovo Mariano De’ Nicolò ci ha ordinati preti. Martedì abbiamo fatto festa con tanti amici che, inaspettatamente, hanno voluto condividere con noi questo anniversario.

Chi mi conosce sa che io non sono uno che ama le celebrazioni personali. Mi ritrovo più nello slogan: “palla lunga e pedalare“, ma devo riconoscere che, essermi fermato a condividere con altri il ringraziamento per il dono che il Signore mi ha concesso e che ho cercato di mettere a frutto in questi venticinque anni di ministero, è stato bello e importante.

Come venticinque anni fa’ l’omelia della messa è toccata a Guido, ma due parole ho dovuto dirle anche io… e non è stato tanto facile. Non tanto per l’emozione (che c’era), quanto perché non volevo ridurmi ad un amarcord nostalgico o ad  espressioni che rischiano di essere troppo enfatiche. Fino a poche ore prima non avevo nulla di sensato da dire.

Quella mattina, però, mi è venuta in aiuto la parola di Dio con un versetto che ho sentito molto corrispondente a quello che mi trovavo a vivere. Era la lettura breve delle Lodi mattutine della solennità dell’Immacolata concezione di Maria: Is 43,1

Ora così dice il Signore che ti ha creato, o Giacobbe, che ti ha plasmato, o Israele: “Non temere, perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni” (trad. CEI 1974)

Non temere: è l’invito che Dio rivolge ad ogni chiamato, da Mosé a Maria di Nazareth. Fa bene sentirselo dire e confermare. Dopo venticinque anni ho imparato a riconoscere il sostegno del Signore in tante situazioni, ma, dovendo proseguire il cammino, essendo molto meno spavaldo di quando sono partito, mi aiuta questo rinnovato invito del Signore.

Io ti ho riscattato: questa espressione è diventata sempre più vera negli ultimi anni, con il crescere della consapevolezza della mia fragilità e debolezza di fronte a situazioni molto grandi. Quando si è giovani, si ritiene di avere a disposizione molte risorse di forza, di intelligenza, di coraggio; si può ritenere di essere adeguati alle situazioni che si incontreranno. Io lo pensavo. Crescendo ho riconosciuto ogni giorno di più che, chiamandomi al ministero, il Signore ha riscattato la mia vita, mi ha dato la possibilità di vivere liberamente ed in pienezza questa vita che mi ha donato. E’ proprio vero che il Signore, chiamando alla sua sequela, prima di tutto guarisce e riscatta la nostra vita.

Ti ho chiamato per nome: è una cosa bella sentirsi chiamare per nome, sentirsi scelti. Sei proprio tu, non uno a caso. Ricordo che un giorno una ragazza mi diceva che per lei era motivo di timore pensare di essere scelta da Dio. Dentro di me ho sempre pensato che mi farebbe molto più timore il non essere scelto né da Dio, né da nessuno. Il Signore ci chiama per nome perché ci conosce e vuole stringere una relazione proprio con noi.

Tu mi appartieni: anche questa appartenenza si scopre come una cosa bella con l’andare degli anni. “Io sono” in quanto appartengo a qualcuno, perché c’è qualcuno per il quale io non sono indifferente. Mentre da giovani esaltiamo soprattutto la libertà e l’indipendenza, crescendo scopriamo come fondamentale questo legame di appartenenza. Non è un vincolo che schiaccia la libertà, ma è un legame che mi rimanda quotidianamente al valore della mia vita, un valore che, da solo, rischierei di smarrire.

Venticinque anni sono passati.

Ora ho azzerato “il contachilometri” e sono ripartito per i prossimi venticinque anni o per quelli che il Signore, nella sua provvidenza amorevole, vorrà concedermi.

Per adesso posso dire solo grazie.

Andrea (12 dicembre 2015)

Oltre l’attesa del Natale. Introduzione all’Avvento

images (3)

OLTRE L’ATTESA DEL NATALE – INTRODUZIONE ALL’AVVENTO

Bellissimo testo di don Claudio Arletti di Modena, reperibile sul sito della Parrocchia san Giuseppe – Tempio dei Caduti (Modena).

Non conosco don Claudio, ma lo ringrazio per questa bella riflessione che condivido con i miei amici..

Quando il nostro Avvento coincide con la semplice attesa del Natale si impoverisce enormemente. Anzitutto, rischiamo di introdurre una finzione che diviene forzatura, quasi che Cristo dovesse ancora nascere tra gli uomini. Non possiamo negare come la catechesi e la predicazione ai fanciulli dell’iniziazione cristiana, nonché le tante iniziative collegate al Natale abbiano sbilanciato l’interpretazione dell’Avvento nelle nostre parrocchie proprio in questa direzione.

Certo, per i fanciulli che entrano nell’età della ragione, c’è, in qualche modo, un primo Natale, una prima forte esperienza del mistero di Betlemme vissuta attraverso la liturgia e la catechesi che li segnerà poi positivamente per tutta l’esistenza, introducendo riti e simboli di grande potenza evocativa. Ma non possiamo forzare un’intera comunità di adulti nella stessa direzione ricreando artificiosamente un’atmosfera che appartiene alla prima età della vita e solo ad essa. Sappiamo bene come ragazzi, giovani e adulti dicano sempre più spesso di non «sentire» il Natale proprio perché identificano l’incontro con il Cristo Bambino, nato a Betlemme, con quella miscela di incanto e trepidazione che provavano molti anni prima e che ora li ha abbandonati, senza però lasciare il posto ad una comprensione piena e adulta di cosa significhi che il Signore Gesù è venuto, viene e verrà, come amiamo ripetere la prima domenica d’Avvento, offrendo una frase sintetica di grande efficacia.

Secondo, se per assurdo l’Avvento non potesse concludersi un anno con la celebrazione del Natale perderebbe il suo significato e il suo apporto alla vita cristiana dei fedeli? Sarebbe un tempo sprecato o senza frutto? C’è una grazia propria di questo tempo a prescindere dalla sua conclusione con la solennità del 25 dicembre. Lo stesso possiamo dire della Quaresima in relazione alla Pasqua. La Chiesa ha sempre anteposto alle principali solennità dell’anno liturgico un tempo di preparazione. Sappiamo che nel medioevo le «quaresime» erano molteplici. Preparare il cuore è dunque essenziale. Ma la preparazione è già incontro e accoglienza perché il Cristo viene continuamente. Non c’è istante in cui il Signore non stia alla porta e bussi (Ap 3,20). Come potrebbe allora tornare colui che è la presenza, sopra ogni altra, nella nostra storia? La parusia non sarà l’avvento di un Dio estraneo ai nostro giorni, ma la definitiva manifestazione di chi viene estromesso dal peccato dell’uomo e risulta assente e invisibile solo agli occhi di coloro che lo rifiutano. Per chi crede, invece, la parusia sarà la caduta del velo, dietro cui sempre intuiamo l’ombra e la figura del Signore della storia.

Più che preparare il Natale, allora, in Avvento accogliamo la presenza del futuro di Dio, certi delle sue promesse già compiutesi con l’incarnazione nel grembo della Vergine. Infine, sappiamo bene quali criteri orientarono la scelta della data in cui ricordare la nascita di Gesù Cristo. Non si trattò, come per la Pasqua, di stabilire un giorno vicino, almeno, al periodo effettivo in cui storicamente avvennero i fatti, ma di evangelizzare tradizioni pagane relative al culto del sole. La Chiesa non hai mai inteso, allora, ricordare il fatto della venuta al mondo del Messia, ma piuttosto celebrarne la luminosa manifestazione, collegata con la sua morte, risurrezione e venuta ultima. In questo senso, l’Avvento non si colloca lontano dal motivo pasquale dell’«ottavo giorno», il giorno senza tramonto, dentro e fuori dal tempo, giorno che abbiamo iniziato ad attendere dall’istante del nostro Battesimo, inseriti nel Cristo morto e risorto.

AVVENTO

Avvento escatologico e Avvento natalizio

Attualmente i testi liturgici, unitamente al lezionario, distinguono due periodi nel tempo d’Avvento: l’Avvento escatologico e l’Avvento natalizio. Il primo, a conferma di quanto scritto sopra, è prevalente per lunghezza rispetto al secondo che inizia dal 17 dicembre e interessa la sola IV domenica d’Avvento.
L’accostamento dei due periodi non va letto come una forzatura se consideriamo come ogni essere umano abbia necessità di leggere la propria vita come un tutto unitario. Oggi più che mai non è raro trovare persone che faticano a vivere il presente e non hanno speranza davanti ad un domani che guardano con timore. Sempre, in queste circostanze, il peso nasce anche da un passato difficile, in cui pochi, fra i tanti desideri coltivati, hanno trovato realizzazione. Così il passato diviene il luogo della rimozione o della memoria selettiva. Ci sono cose che vorremmo non fossero mai state e vorremmo poter dimenticare. Tutto ciò appesantisce il nostro oggi e ci prospetta un domani in cui dovremo da soli, convivere con i pesi di ieri.

L’unica vera ipoteca sul futuro, per un cristiano, è invece proprio il passato, il tempo di ciò che è apparentemente irrimediabile. La venuta di Dio e del suo Messia è presentata dai testi profetici che leggiamo in Avvento proprio come l’adempimento di una promessa. Dio si è rivelato fedele ma non in virtù della nostra fedeltà. Dio è fedele anche quando noi non lo siamo. Nessuna nostra infedeltà può fermare la sua misericordia, se la accogliamo. Se guardiamo con fiducia al futuro e viviamo il presente nella pace, per quanto possa essere complesso, è esattamente per questa ragione.

L’Avvento, celebrato ogni anno, ci aiuta a comprendere come l’Antico e il Nuovo Testamento vivano entrambi dentro di noi. Ancora udiamo una promessa cui non abbiamo dato pieno credito. Ancora stiamo davanti a Dio come se la pienezza della redenzione non si fosse manifestata. I nostri occhi sono beati perché hanno visto ciò che tanti profeti e giusti desiderarono vedere (Mt 13,16-17). Eppure la novità evangelica non è ancora penetrata appieno nei cuori. C’è tanto dell’uomo vecchio dentro di noi.

Il Natale del Signore rimanda ben oltre se stesso, sia in direzione del passato che in direzione del futuro. Esso, come diremo più avanti, è restaurazione e salvezza. Rimanda alla costante premura di Dio per il suo popolo e al suo intenso desiderio di incontro. lui, non noi, abbasserà i colli e colmerà le valli (Is 40,4). YHWH vuole in ogni istante far suo da dentro, appieno, ciò che da sempre gli appartiene. L’istante presente, allora, è sempre un ponte senza interruzioni, una strada aperta che scorre in entrambi i sensi e che in tutti e due conduce nelle braccia del nostro Dio. Dovunque ci volgiamo, nella storia, sia il passato, il presente o il futuro, non possiamo trovare che Dio. L’Avvento natalizio presenta allora quella manifestazione storica di Dio che è conferma della sua parola e insieme caparra della nostra speranza, senso dell’Avvento escatologico. Siamo davanti ad una lettura simbolica del tempo, ad una interpretazione della storia di cui abbiamo profonda necessità spirituale. L’Avvento, in altre parole, è memoria del futuro, attesa talmente certa da affondare oggi le radici del nostro domani in quanto Dio ieri ha già compiuto per noi.

avvento_ad

L’attesa, atteggiamento del povero

Se volessimo individuare gli atteggiamenti di fondo suggeriti da questo tempo liturgico dovremmo muovere dalla povertà interiore, ossia dalla consapevolezza che Dio non lo possiamo avere, lo possiamo solo attendere con speranza certa. Non è un giocattolo nelle nostre mani, non è qualcosa che possiamo conquistare o meritare. Dio non è a nostra disposizione o sotto il nostro controllo. Tutto questo contraddice dal profondo la nostra ansia di dominio o i nostri tentativi di sottomissione. L’Avvento ribadisce lo spettacolo delle nostre mani vuote ma ci invita a considerarlo come l’unica condizione per sedere al banchetto che Dio prepara per noi ed essere colmati dei suoi beni (Is 25,6).

Chi attende è anche aperto al nuovo. È pronto a contemplare un deserto che fiorisce (Is 41,18). L’immagine, cara al profeta Isaia, è più che mai adatta a descrivere l’opera di Dio: inaspettata, rigogliosa, commovente. Dio viene nella novità. Egli è eterna novità (Is 43,19). Chi ha un cuore vecchio o appesantito come potrà scorgere la sua presenza nelle pieghe della storia?

images (4)Attesa è anche sobrietà, come ribadiscono in particolar modo i testi dell’apostolo Paolo (Rm 13,11-14; 1 Ts 5,23-24). Attendere qualcuno non significa necessariamente attendere a qualcosa. Ma ci sono eccessi che ottenebrano l’anima e collocano la persona in una oscurità senza fine, dove non si vede nulla e tutto è uguale a se stesso, senza che possibile discernere bene o male. L’attesa si fa allora vigilanza: il cuore è attirato e unificato dalla tensione verso l’incontro. Tutto il resto perde d’importanza e non assorbe l’anima così da consumarla attorno all’inessenziale. Capiamo allora il colore violaceo che richiama non tanto la penitenza quanto piuttosto la conversione propria di questo tempo liturgico. Non siamo in Quaresima: la gioia invade ampiamente tante pagine bibliche tipiche di questo periodo. Ma non esiste tempo dell’anno liturgico che, offrendo una speciale grazia, non domandi un particolare cambiamento.

Anche l’ingiustizia è sonno dell’anima. Il Dio che ci viene incontro nella carne di Cristo ci visita in ogni fratello e sorella. In Avvento, a questo proposito, ci scuote la predicazione del Battista, specie secondo il Vangelo di Luca (Lc 3,10-14), con la richiesta di opere di giustizia da praticare necessarie per ogni gruppo sociale, nessuno escluso.
La voce del Battista e il silenzio della Vergine

La figura del Battista, nella sua interezza, è testimonianza viva di sobrietà e vigilanza che diventano ardente annuncio e personalissima attesa. Non v’è nulla in lui di superfluo. Non v’è nulla che non sia al servizio di Dio e del suo Messia. Giovanni è solo voce che serve un messaggio. La parola è un Altro.

Proprio il Battista e la Vergine Maria sono le due figure centrali di questa particolare frazione dell’anno liturgico. Riconosciamo in essi due modi perfettamente speculari e complementari di riconoscere, accogliere e assecondare il Cristo. Come già accennato, Giovanni è colui che prepara la via al Cristo sulla scena pubblica, presso le rive del Giordano, attirando le folle nel deserto di Giuda e predicando la conversione dall’ingiustizia. Il Battista riconoscerà Gesù che viene a lui come un peccatore comune per essere immerso nell’acqua. Il suo è un discernimento storico, pubblico. Giovanni riconosce Cristo presente in mezzo al suo popolo, confuso tra la folla e lo addita come presente a tutto Israele.

downloadLa Vergine rappresenta invece la dimensione interiore del riconoscimento e dell’accoglienza. La terra dove ella fa spazio al Figlio di Dio è il silenzio del cuore. Il Cristo potrà immergersi nelle sue acque uterine per un altro battesimo in virtù della profonda obbedienza della madre che dovrà concepirlo nella fede, dopo averlo concepito nella carne. L’Avvento del Re sulle sponde del Giordano e nel grembo della Vergine è, in fondo, un unico movimento da parte di colui che vuole riempire di sé tutte le cose, fuori e dentro il cuore dell’uomo. Come credenti, siamo chiamati a coniugare la franchezza manifesta di Giovanni con l’assenso personale e intimo della Vergine. La nostra fede non può ridursi solo ad un fatto interiore, quasi che ci bastasse sentire Dio «dentro». Tanto meno può bastare una testimonianza anche esplicita che non abbia radici e fondamento nella vita interiore.

Don Claudio Arletti, Presbitero dell’arcidiocesi di Modena, Parroco e docente

Una formazione continua e permanente

Articolo pubblicato sul sito regionale dell’Agesci sezione Fo.Ca.

Immagine

Esisteva un tempo, non tanto lontano – in verità -, in cui le cose imparate in età giovanile avevano un valore permanente. Se volevi imparare a fare il ragioniere, il calzolaio, il meccanico, il panettiere, il prete … c’era un periodo della tua vita in cui “imparavi il mestiere” che avresti svolto per tutto il resto della tua vita.

Anche per un educatore le cose funzionavano più o meno così: quando avevi imparato a “trattare” con i ragazzi di una certa età, acquisivi competenze che potevi spendere nel corso di tutto il tuo servizio educativo… Ma quel tempo è passato!

I rapidi mutamenti del contesto e i diversi processi di educazione e formazione che sono in atto, ci portano alla chiara consapevolezza, che la formazione debba essere permanente e che nessuno tra noi si possa dichiarare esente da tale esigenza di formazione.

formazione-permanente-45162620Ma, detto questo, come si attua questa benedetta formazione permanente? Provo ad indicare alcune piste emerse anche dal confronto con altri formatori.

 

Vivere il quotidiano con occhi e cuore aperto a ciò che accade e che mi provoca. La formazione non è solo frutto di corsi, stages e convegni, ma è la capacità di stare nel quotidiano in modo adulto e consapevole, lasciandosi provocare e – direbbe papa Francesco – inquietare. L’inquietudine provoca domande e le domande portano ad una ricerca; questa apertura alla ricerca è la prima e più importante pista di formazione permanente.

Abitare in modo significativo gli ambiti di confronto comunitario a vari livelli, per condividere le domande e i percorsi di ricerca. Questi ambiti per noi sono la Co.Ca e la Zona, ma anche un consiglio pastorale o un’assemblea diocesana, così come un consiglio comunale o un consiglio di classe. Se non riduciamo il nostro incontrarci a risolvere dei problemi o ad organizzare eventi, se abbiamo il coraggio di stare di fronte alle domande importanti che ci vengono dal nostro rapporto con i ragazzi e i giovani e cerchiamo insieme delle piste e delle risposte, facciamo diventare questi momenti una bella occasione di formazione permanente.

Concedersi in ogni unità di tempo (giorno, settimana, mese, anno), un periodo in cui sto di fronte alla realtà, alle persone e al mondo, non a partire dal “secondo me …”, ma assumendo il punto di vista di una persona autorevole e significativa (Dio, un maestro di pensiero e di vita, un educatore, un altro adulto, un docente, un artista…) che mi aiuti a vedere la realtà e il mio impegno educativo con un altro sguardo, uno sguardo che mi consente di allargare il mio orizzonte e di crescere nella comprensione della realtà. Un momento di preghiera, la lettura di un libro, la partecipazione ad un convegno o ad un evento formativo in associazione, un corso universitario … Non importa quale sia il mezzo; l’importante è che io trovi il coraggio per riconoscerlo come necessario per me e la modalità concreta per concedermelo.

E poi il resto verrà da sé perché come si sa, l’appetito vien mangiando.

don Andrea Turchini

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: