Archivi della categoria: Il mondo attorno a noi

Censimento in Bosnia-Erzegovina

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Se vivi in Bosnia-Erzegovina non basta dichiararsi cittadini di quella nazione, ma sei obbligato a definirti secondo l’appartenenza etnica.

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Dal prossimo censimento, con ogni probabilità, in Bosnia non esisteranno i bosniaci.

Molto interessante questo articolo apparso su Osservatorio dei Balcani e Caucaso.

http://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/La-nuova-Bosnia-142447/(from)/newsletter

Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani

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Un titolo che si addice alla città di Sarajevo e che viene spesso utilizzato dalle guide turistiche è: “la Gerusalemme dei Balcani”. Mi è tornato in mente perché, dopo aver scritto l’articolo precedente mi sono trovato di fronte ad una pagina del profeta Zaccaria che dice così:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: “Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” – dice il Signore degli eserciti -. 
Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia“. Zc 8,1-8

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Le domande che ponevo alla fine dell’articolo trovano una risposta ad una altro livello: come spesso la fede ci richiama a pensare, i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ciò che a noi può sembrare senza speranza non lo è agli occhi di Dio

Nuovo viaggio a Sarajevo (settembre 2013)

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Sarajevo è una città che ho visitato molte volte.

La prima nel 1986 durante un viaggio in quella che allora era la Yugoslavia, fiero esempio di una socialismo reale moderato, in cui si credeva che il problema della religione fosse ormai risolto con l’avvento della scienza e del progresso economico-politico.

Sono tornato a Sarajevo nel 1996, era il giorno di santo Stefano, c’erano -32°; mi ricordo che ho impiegato 12 ore per percorrere la strada che separa Spalato da Sarajevo. Da un anno esatto i trattati di Dayton avevano detto basta allo scontro armato, ma i problemi che quello scontro avevano causato erano tutti ben presenti. La città era il fantasma della Sarajevo conosciuta al mondo; l’assedio più lungo della storia aveva lasciato il suo segno: i muri – con i loro inequivocabili segni di proiettili e granate – testimoniavano la violenza, ma ancora di più il racconto delle persone sopravvissute alla carneficina raccontava di quelle migliaia di persone morte assurdamente, colpite quasi per gioco e per atroce virtuosismo dai cecchini o dalla sofferenza che sempre la guerra causa.

Sono tornato molte volte a Sarajevo da quel lontano 1996 perché lì ho degli amici e delle amiche che erano giovani e che ora sono adulti, sposati con bambini, che testimoniano la fatica di questo piccolo paese ad andare avanti, lasciando al passato l’orrore e l’odio che ha causato la divisione.

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Le 11541 sedie vuote numero dei morti di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995

La mia amica, manager in un’azienda di Sarajevo, mi racconto con rabbia la fatica di questo paese di pensare ad un futuro che lasci indietro la guerra. “Tutti parlano solo della guerra e della religione“. Qualcuno, ingenuamente potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma parlare di religione in BiH significa soprattutto marcare le differenze. Le chiese, come le moschee non vengono costruite per necessità (una ogni anno viene edificata con finanziamento pubblico), ma solamente per marcare il territorio.

Per noi è difficile comprendere questa situazione. Ormai però diventa difficile anche per chi vive a Sarajevo da sempre e vorrebbe andare avanti, pensare ad un futuro in cui si può tornare a vivere insieme anche se diversi.

Qualcuno un tempo ci aveva creduto e non solo Tito. Qualcuno negli anni del dopo guerra aveva investito su questa convivenza, ma ormai l’attenzione del mondo si è spostata altrove; e chi parla più della Bosnia e della situazione di Sarajevo?

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mons. Pero Sudar

Ricordo le parole profetiche pronunciate da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, proprio nella città di Rimini, quando -nel 1999- ci ammoniva a non abbandonare la Bosnia e a considerare la possibilità che lì si era creata, come un laboratorio decisivo sul futuro del mondo. Le tre grandi culture dell’era moderna: la cultura occidentale, la cultura slava e quella islamica, nei Balcani potevano trovare un terreno di dialogo proficuo perché, proprio lì, queste tre grandi culture, avevano alle spalle decenni di convivenza pacifica e il desiderio di un futuro possibile nella convivenza.

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Purtroppo quelle parole sono rimaste inascoltate e le tensioni si sono radicalizzate. L’Europa (soprattutto la grande Germania) era preoccupata di avere nei Balcani (a partire dalla Croazia) un terreno di espansione per il proprio mercato economico; la Russia ha avuto buon gioco nel difendere i “fratelli serbi” mantenendo la sua influenza in un’area dell’Europa in cui non aveva avuto tanto peso neppure ai tempi del socialismo di Tito, il quale, se non ricordo male, aveva preso le distanze dal radicalismo sovietico; e i bosniacchi (così si chiamano i bosniaci di tradizione islamica), abbandonati da tutti come danno collaterale di una politica europea miope ed egoista, hanno accolto ben volentieri l’aiuto dei paesi islamici della penisola arabica e dell’Asia, i quali, insieme agli aiuti, hanno portato in Europa un modello di Islam che non si era mai visto neppure ai tempi della dominazione Turca.

Ci sarà un futuro per la Bosnia? Ci sarà un futuro per Sarajevo?

Il cuore ce lo fa sperare; il fatto di conoscere tante persone che vivono lì ce lo fa credere. Le notizie che ci arrivano tramite gli organi di stampa specializzati però non ci confortano. Un paese che si regge sul compromesso e sugli equilibri di forza; che eredita dall’esterno le linee per governare una situazione unica; che anela all’Europa, ma che non riesce a realizzare le condizioni di governo che l’Europa richiederebbe …

Vedremo; lo speriamo; lo domandiamo nella preghiera.

Un pensiero affettuoso a questo paese nel quale ho speso un po’ del tempo della mia vita e che mi ha segnato nelle amicizie.

AT

Dalla Somalia in Kenia

Come sempre la rivista Popoli (che consiglio vivamente) propone un’analisi attenta e circostanziata di ciò che accade nei paesi lontani dall’Europa. Questa volta a seguito dell’attentato di Nairobi, si cerca di verificare quali siano le premesse che hanno scatenato questo massacro … MOLTO INTERESSANTE!!!

http://www.popoli.info/EasyNe2/Primo_piano/Al-Shabaab_esporta_la_guerra_in_Kenya.aspx

Io ci credo! Io ti credo! Io credo!

Mi arriva una telefonata: “Buona sera sono … di una agenzia pubblicitaria di Milano”

Buona sera, rispondo io.

“La chiamo perché nei prossimi giorni saremo nella vostra zona a girare uno spot per una compagnia telefonica con un famoso comico (di cui non posso svelarle il nome) e una famosa attrice (di cui non posso dirle il nome) e ci servirebbe un prete (sic!) che partecipi alle riprese per dire solamente una frase: ‘Io ci credo!’ ”

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Rimango un po’ colpito dalla richiesta e come meccanismo di difesa passo all’atteggiamento formale: “Deve chiedere al Vescovo o al Vicario che devono autorizzare qualsiasi apparizione televisiva“, ma poi sento crescere dentro di me la rabbia. E’ proprio di quel giorno la notizia che in Pakistan più di 80 cristiani sono stati uccisi, solo perché erano cristiani … non riesco a tacere.

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“Ma sai che cosa chiedi?” dico alla ragazza al telefono. “Mi chiedi di prostituirmi e di pronunciare delle parole per cui migliaia di persone hanno dato la vita per una compagnia telefonica?”

Gli antichi martiri rifiutavano di bruciare l’incenso di fronte ai simulacri degli dei e dell’imperatore; a noi chi viene chiesto di onorare? Di fronte a chi ci viene proposto di piegare le ginocchia?

Ho cercato di chiudere la telefonata in modo fermo, ma decoroso, senza dare in escandescenze. Poi dentro di me sono venute a galla tutta una serie di immagini di preti-frati-suore (veri o attori camuffati) il cui volto viene utilizzato per promuovere vari oggetti commerciali. La frase che era stata proposta nello spot evocava la nostra professione di fede, ma si orientava ad un prodotto di commercio.

Mi chiedo quale sia la testimonianza che riusciamo a dare al mondo se qualcuno pensa che possiamo essere utilizzati come testimonial neutri di qualsiasi cosa in cui si possa credere. Mi chiedo, in questo anno della fede, se è chiaro alle persone che mi incontrano in che cosa io creda, quale sia l’oggetto e il contenuto della mia fede e della fede che, come prete, rappresento, animo, sostengo.

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Forse non è chiaro agli altri, ma per quanto mi riguarda, pur consapevole di tutta la mia debolezza, io posso dire insieme a quell’uomo del vangelo che va da Gesù per domandare la guarigione del suo figlio malato: “Io (ti) credo, Signore, aiuta la mia incredulità (Mc 9).

L’orrore di cui si comincia a parlare … senza pudore. EUTANASIA NEONATALE!!!!!!

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Funziona sempre così!

Un’azione ritenuta comunemente inaccettabile dal senso morale comune, comincia a diventare oggetto di dibattito per saggiare il terreno. Ovviamente è necessario un soggetto notoriamente spregiudicato e provocatore che ci metta la faccia per fare il primo passo; ma come ben sappiamo non risulta mai troppo difficile trovarlo.

Le reazioni ad un primo intervento sono immediatamente molto dure, ma ormai il danno è fatto perché, di ciò su cui non era considerato lecito neppure soffermare il pensiero, ormai si è cominciato a parlare.

Il passaggio successivo è quello che si poggia sulla pietà e sul senso di giustizia. “Vi sembra giusto far soffrire un bambino con un handicap grave? Non è meglio intervenire per far cessare le sue sofferenze?“. Questa affermazione purtroppo comincia a trovare dei consensi e si forma un gruppo di cosiddetti “benefattori misericordiosi” che in nome della pietà e della “evidente giustizia”, cominciano a sostenere in modo lobbystico un’idea che fino a qualche tempo prima da tutti era considerata orrenda. Lobbystico perché come sempre accade ci sarà senz’altro qualcuno che su questa cosa ha l’opportunità di speculare e arricchirsi.

La cosa più bella è che coloro che continuano a ritenere questa azione orrenda, cominceranno ad essere considerati persone senza cuore, schiavi di una morale assolutistica e superata, incapaci di fare quelle scelte necessarie che un “evidente senso di giustizia” richiede.

La frittata è presto fatta: il pensiero ispirerà qualche ben foraggiato esponente politico che, in nome della libertà di scelta e del diritto di autodeterminazione, si farà promotore di una proposta di legge che, in nome della modernità, vorrà difendere il diritto di alcuni genitori di uccidere i propri bambini neonati, per risparmiare loro le sofferenze causate dal loro stato di handicap, adducendo la motivazione che tale operazione risulta essere più rispettosa e più sicura di un aborto (soluzione già attualmente possibile) in stato avanzato di gravidanza… perché tanto … che differenza c’è?

A proposito di modernità: ma voi non vi ricordate quando, nel corso della scuole primarie, i nostri insegnanti ci insegnavano con giusto orrore la selezione eugenetica proposta nell’antica Sparta? Mi sembra di poter dire che l’idea non sia così moderna e che, se molte generazioni che ci hanno preceduto, l’hanno considerata una barbarie da rigettare, forse qualche motivo ben fondato c’era.

Se poi qualche ingenuo non crede che questo processo possa essere già in atto, può leggere con giusto orrore l’articolo pubblicato su “Il Foglio” cliccando sul link qui sotto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/18102

Cura dimagrante … Strutture più leggere

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Questa mattina ho letto sul giornale che nel comune di Gemmano, dopo le amministrative, il consiglio comunale sarà composto da 6 consiglieri (la metà del consiglio precedente che era composto da 12) e la sua giunta potrà contare su appena 2 assessori. La motivazione di questa riduzione è puramente economica e riguarda le dinamiche della ormai famigerata spending review … Ma tant’è!
A livello politico si parla da anni di riforme costituzionali e istituzionali e tutti i progetti di riforma vanno nella prospettiva di una riduzione delle strutture, di una semplificazione nelle relazioni… Anche in questo caso per ridurre i costi e per rendere più agile la governance.

La scorsa settimana papa Francesco ha incontrato i nostri vescovi in una grande assemblea nazionale, in un clima bello e caldo come lui è capace di fare, e nel suo discorso ha messo il dito sulla piaga del numero eccessivo di diocesi presenti nel nostro Paese, e sull’esigenza di arrivare ad una riforma e a una riduzione. Per fortuna i motivi in questo caso non sono prevalentemente di ordine economico, ma piuttosto missionario. Quale la presenza e la testimonianza della nostra Chiesa se si trova così appesantita nel gestire strutture e articolazioni strutturali che ne impediscono una certa agilità nell’azione?
D’altra parte le varie articolazione permettono un’ampiezza di partecipazione, un valore che forse non dovrebbe andare perduto.
Una provocazione che ci aiuta a pensare.
Io non ho ricette ne programmi di dieta, ma cominciare a pensarci potrebbe essere opportuno.

 

Ritrovarsi dopo 23 anni

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Normalmente cerchiamo di incontrarci ogni anno. In passato anche due volte all’anno. Quando qualcuno prende l’iniziativa, ci diamo appuntamento per la messa, poi un pranzo o una cena festosa prima di ritornare a casa: ognuno si aggrega quando riesce.

Sono gli amici con cui ho condiviso gli anni del seminario regionale e Bologna tra il 1984 e il 1989, anni burrascosi di vivaci confronti, che però non hanno minato il comune impegno nel ministero e fondamentalmente, nonostante le diversità, neanche la stima reciproca.

E’ difficile dire se siamo amici, perché di fatto i nostri contatti si riducono a questo singolo appuntamento annuale, ma quando ci rivediamo è sempre una festa.

Uno di noi è già in cielo, don Giampaolo Trevisan, prete della Diocesi di Bologna, stroncato velocemente da un tumore al cervello nel gennaio 2012. Qualcuno ha cambiato strada ed ha una famiglia bella e numerosa. La maggior parte di noi sono impegnati nella pastorale delle varie diocesi di Bologna e della regione Romagna, in situazioni impegnative e ordinarie (i due termini non sono alternativi perché l’ordinarietà è già impegnativa).

Quando ci incontriamo ricordiamo con simpatia e senza nostalgia i tempi vissuti insieme in seminario; ci ascoltiamo sulle esperienze vissute e sulle situazioni che incontriamo; spettegoliamo un po’ secondo il più sano stile clericale, avvalendoci  (si dice in fonti non scritte) dello ius mormorandi; poi ci salutiamo con calore, lieti di esserci ritrovati, riconosciuti, ascoltati con semplicità.

Purtroppo non ci siamo mai tutti. Gli impegni pastorali spesso ci impediscono di poterci regalare quelle poche ore di compagnia. Altri decidono di non venire perché non ne hanno voglia … va bene anche così perché questa cosa non può essere fatta per dovere (neanche morale) … anche noi ne abbiamo già troppi di doveri e obblighi.

Io sono quasi sempre andato a questi incontri, perché li riconosco come spazi di gratuità, momenti non necessari, ma opportunità in cui mi è dato di vedere come la grazia di Dio opera nella vita delle persone e ci rende strumenti efficaci nonostante i nostri limiti.

Finito il seminario, nel 1989, ci eravamo presi l’impegno di ricordarci ogni settimana nelle lodi del giovedì. L’ho fatto quasi sempre nel tempo ordinario perché me lo sono segnato sul breviario (altrimenti mi dimenticherei), negli altri tempi non me ne ricordo… scusatemi, ma l’intenzione c’è lo stesso.

Sono grato a chi si sbatte per organizzare questi incontri, anche solo per mandare gli inviti e sollecitare le conferme per organizzare il pranzo. Grazie a Lino e Stefano che hanno organizzato l’incontro di oggi. Un ricordo affettuoso questa sera, prima di andare a letto, per coloro che non ho potuto incontrare quest’anno… avremo altre occasioni. Grazie per questi compagni di strada e di ministero.

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La V teologia del 1988/89 al Seminario Regionale a Bologna

Perché non potrebbe essere un esorcismo?

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Oggi si sta facendo un gran parlare di questo presunto esorcismo che Papa Francesco avrebbe fatto ad un ragazzo dopo la celebrazione del giorno di Pentecoste.
Interpretazioni varie della Tv, successive smentite della sala stampa Vaticana, alle quali ho sempre prestato fiducia.
La questione fondamentale però è: perché se il Papa avesse fatto un esorcismo questo sarebbe stato un problema?
I discepoli di Gesù e in particolare gli apostoli sono stati inviati nel mondo per continuare l’opera missionaria di Gesù, il quale insegnava chi fosse realmente Dio e chi fosse l’uomo per Dio.
In ambedue gli insegnamenti Gesù accompagnava le sue parole con dei segni che erano la manifestazione della potenza e della vittoria di Dio sul male, fisico e spirituale, e sulla morte. Quante volte Gesù ha liberato dal potere del demonio delle persone, anche dei giovani, che ne erano prigionieri?
Anche i suoi discepoli nella loro missione accompagnano la parola del Vangelo con dei gesti di liberazione, segni della presenza di Dio e della sua potenza sul male.
Mi rifaccio la domanda? Cosa avrebbe impedito a questo Papa di compiere una preghiera di liberazione per quel ragazzo che lui ha riconosciuto come bisognoso di un particolare aiuto?
Fa parte del ministero dei vescovi esercitare la guarigione spirituale sia quella sacramentale che quella degli esorcismi. Purtroppo noi siamo schiavi della filmografia horror e pensiamo che tale azione di liberazione debba avvenire in contesti esoterici, con riti strani… In realtà, ci dice il Vangelo e la Tradizione della Chiesa, è sufficiente la fede in Gesù Cristo Signore e la preghiera fatta con fede.
Credo che Papa Francesco sia ben consapevole delle sue responsabilità ministeriali e, se lo ha ritenuto necessario e utile per quel ragazzo, possa aver compiuto un gesto evangelico di liberazione dal male. Questa è la benedizione! Questa è la responsabilità della Chiesa chiamata a portare la buona notizia della liberazione dal male e attuare questa liberazione con i segni della fede!
A chi fa problema questa missione? Perché dovrebbe essere strana?

La situazione scolastica nel paese delle Aquile

La situazione scolastica nel paese delle Aquile

La difficile situazione della scuola pubblica e l’ambiguità del sistema scolastico privato in Albania in questo bell’articolo di Marjola Rukaj  Continua a leggere →

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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