Archivi Mensili: aprile 2017

Liberazione e libertà: omelia della messa del 25 aprile a Santarcangelo

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Foto tratta dal sito del Comune di Santarcangelo

Oggi la nostra Nazione celebra la festa della Liberazione e la fine della seconda guerra mondiale.
Il tema della liberazione ci rilancia potentemente dentro il clima pasquale che la Chiesa sta vivendo: la memoria della pasqua ebraica e di quella cristiana si presentano come grandi eventi di liberazione in cui Dio è intervenuto per salvare il suo popolo.
Gesu-e-la-discesa-agli-inferi-per-salvare-le-anime-prigioniere_articleimageNell’iconografia orientale questa dimensione è maggiormente sottolineata con l’icona della “Discesa agli inferi”. In essa si evidenzia l’azione di Cristo risorto che, attraversando la morte, scende agli inferi per liberare i progenitori Adamo ed Eva, i patriarchi, i profeti e renderli partecipi della vittoria della Pasqua.

 

La relazione tra Pasqua e Liberazione ci consente però, oltre a delle analogie, anche una prospettiva interessante. Sia per gli Ebrei che per i Cristiani, la celebrazione della Pasqua non si limita alla rievocazione di un evento del passato, ma consente ad ogni generazione di essere partecipe di quella salvezza che Dio ha operato per il suo popolo e per tutti gli uomini.
Anche noi dunque, celebrando la festa della Liberazione, non ci limitiamo e rievocare fatti accaduti 72 anni fa, ma ci chiediamo come vivere questa esperienza di liberazione ai nostri giorni, per essere responsabili delle esigenze di libertà che troviamo nel nostro tempo.

Ci può essere si aiuto una frase che san Paolo scrive ai Galati (5,1): “Cristo ci ha liberati per la libertà! State dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù“.

Dobbiamo ammettere che oggi ci sono molte limitazioni alla libertà delle persone e molte domande di liberazione: penso prima di tutto ai nostri giovani che non sono liberi di pensare al loro futuro, impediti di mettere a disposizione della nostra società e del mondo le loro competenze, la loro creatività, di dare il loro contributo per la crescita della realtà;  penso alle nostre famiglie che non sempre sono libere di porre al centro il desiderio di vita: ce lo attesta il decrescente indice di natalità del nostro Paese e della nostra Regione…

Gli esempi potrebbero essere molti, ma la domanda più importante è come attuare oggi il processo di liberazione da tutte le oppressioni, da tutti quei meccanismi perversi che limitano l’uomo e la sua esigenza di vita libera.

La festa di oggi ci consegna tre parole che hanno ancora una loro rilevanza, sebbene richiedano anche un percorso di purificazione.

Resistenza
La festa di oggi è strettamente legata alla memoria della Resistenza. La storia ci ha consegnato questa parola con tutto il suo significato positivo legato all’impegno e al sacrificio, ma, dobbiamo ammettere, è anche una parola intrisa di sangue, che richiede una certa purificazione.
Dire Resistenza oggi non può essere semplice esaltazione della lotta armata, ma capacità di contrasto alla cultura dell’indifferenza, della morte e dello scarto.
Dire Resistenza significa che non attendo che le circostanze siano favorevoli, ma che mi impegno personalmente, sacrificando me stesso, per edificare una realtà nuova con il coinvolgimento di tutti coloro che, come me, non si rassegnano alle logiche della morte. Dire Resistenza è affermare la capacità e la possibilità di andare contro-corrente per contribuire, con l’impegno personale, alla costruzione di un mondo nuovo.
Lo sguardo sulla storia del nostro Paese nel dopo-guerra, così come sulla storia mondiale, ci ha messo a disposizione testimonianze di uomini e donne che hanno vissuto una resistenza non-violenta, rappresentando per noi modelli interessanti per vivere anche oggi la nostra resistenza.

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Foto di Emanuele Zangoli

Democrazia
E’ indubbio che coloro che hanno lottato per la liberazione del nostro Paese avessero già nel cuore il desiderio di una nazione democratica come garanzia di libertà e di bene per tutti.

Democrazia è una parola delicata, soggetta a banalizzazioni e a mistificazioni. Oggi ci rendiamo conto che la nostra democrazia è in crisi. Lo testimonia il dilagante astensionismo in occasione delle consultazioni elettorali, indice di una crisi di fiducia nelle istituzioni democratiche e nella partecipazione. Questo sintomo sappiamo che è molto pericoloso proprio nella prospettiva della garanzia della libertà.
Ma anche la riduzione della democrazia a semplice espressione di voto è molto pericolosa.
La democrazia è un processo difficile e complesso che richiede disponibilità all’ascolto di tutti e sincerità nella condivisa ricerca del bene comune. Non è democrazia l’imposizione di una maggioranza. Non è democrazia l’imposizione di un interesse di parte.
Anche la Chiesa, finalmente, grazie al Concilio e a papa Francesco, sta timidamente imparando il valore della sinodalità, del camminare insieme valorizzando il contributo di ognuno, rinunciando all’affermazione di sè stessi per costruire una realtà più grande e più bella dove ci possiamo ritrovare insieme.

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Foto tratta dal sito del Comune di Santarcangelo

Educazione
La condizione per cui le prime due parole possano ritrovare un significato pieno è data dal ricupero dell’impegno per un percorso educativo che non si limiti alla proclamazione dei valori o alla rievocazione dei fatti del passato che hanno contribuito alla nostra storia.
Per garantire tale percorso educativo occorre investire energie e risorse in proposte che facciano sperimentare con mano come un cammino di libertà coinvolga la responsabilità personale e debba essere condiviso con altri.
Un impegno educativo richiama prima di tutto noi adulti ad assumere l’onere di essere testimoni cedibili della possibilità di realizzare un mondo libero e buono per tutti e con tutti.

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Foto tratta dal sito del Comune di Stantarcangelo

Buona festa del 25 aprile.

E’ Pasqua; ma Dio sta con noi?

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La notte di Pasqua abbiamo di nuovo innalzato a Dio quell’inno che da migliaia di anni viene cantato nella notte che celebra la liberazione degli schiavi dall’Egitto e l’inizio del cammino verso la Terra Promessa.
Dio è intervenuto per liberare il suo popolo dall’oppressione del Faraone e aprirgli un cammino di libertà.

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Ci viene ormai naturale identificarci con gli Ebrei che sono salvati da Dio e guardare con distacco e commiserazione gli Egiziani che, nella loro ottusità, non comprendono che contro Dio non si può vincere… un po’ se la sono cercata di morire nel Mar Rosso (!?!) … si poteva capire che non era il caso di infilarsi in quella battaglia …
Ma stanno proprio così le cose?
Siamo proprio sicuri di essere noi “i buoni” salvati da Dio?

Mentre è in corso un altro esodo di carattere epocale, noi da che parte ci troviamo? e soprattutto, da che parte si trova Dio?
Per uomini e donne credenti questa domanda è tutt’altro che banale perché noi dovremmo essere dove si trova Dio (non necessariamente viceversa).

In questa Pasqua mi chiedo con preoccupazione se siamo proprio tranquilli nell’identificarci con il popolo di Dio salvato o se – invece – non ci troviamo dalla parte degli oppressori o di quelli che, nella loro ottusità, non riescono a riconoscere l’appello di Dio alla conversione e all’accoglienza.

Gli Ebrei erano un popolo di schiavi che, sia presso gli Egiziani, che presso i popoli della terra di Canaan, non godevano di grande stima. Per gli uni erano pura forza lavoro in regime di semi-schiavitù, per gli altri degli invasori.
Eppure sia gli Egiziani che gli altri popoli – di cui racconta il libro di Giosuè -, hanno dovuto fare i conti con una decisione che era stata presa da Dio che, nella sua volontà e misericordia, ha voluto liberare il suo popolo dalla schiavitù dell’Egitto e introdurlo in una terra che Lui aveva deciso di dare in dono al suo popolo.

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Solo io noto le analogie con la situazione attuale?
Solo io mi chiedo se quello che stiamo vivendo non sia una grande provocazione e una grande chiamata alla conversione per noi Europei credenti del terzo millennio dell’era cristiana?
Solo io mi sento preoccupato del fatto che – mentre leggo e annuncio la Parola di Dio – non ascolto veramente quello che Dio ci sta dicendo nei fatti della storia del tempo in cui vivo?
Solo io sono preoccupato di essere dalla parte degli oppressori e di non riconoscere quello che Dio sta compiendo – proprio Lui – attraverso la vita di migliaia di uomini e donne che vivono un altro esodo?

Quante volte ci siamo detti: perché Dio non interviene per andare in aiuto a coloro che soffrono la fame, che sono in guerra, che patiscono violenza, schiavitù e sopraffazione? E se Dio avesse deciso di farlo? E se noi ci trovassimo dalla parte sbagliata, incapaci di riconoscere la sua azione e la sua iniziativa? Non sarebbe la prima volta che accade!

Non mi basta una Pasqua di coniglietti e uova colorate.
La Pasqua è un evento drammatico che si rinnova nella sua dinamica di morte e di vita, di oppressione e di liberazione. 
Al tempo di Gesù, il popolo salvato e liberato dall’Egitto, non ha saputo riconoscere l’intervento di Dio e si è fatto oppressore: lo racconta bene il Vangelo che abbiamo ascoltato in questi giorni di Pasqua. Perché noi dovremmo essere esenti da questo pericolo? Perché noi, popolo salvato e liberato nel battesimo, non capiamo che potremmo facilmente trasformarci in oppressori e omicidi?
Cosa ci garantisce che Dio sia con noi? Noi siamo veramente con Lui?

Ho deciso di iniziare oggi a leggere il libro di Giosué che parla della lotta del popolo di Israele per entrare in possesso della Terra promessa. In ogni battaglia era ferma la loro convinzione che Dio avesse concesso loro quella terra in dono; alcuni dei popoli residenti in Canaan lo hanno accettato (loro malgrado), altri si sono opposti con la violenza e confidando nella loro forza.
Penso che potrei imparare qualcosa di buono dalla lettura di questo libro per comprendere meglio come Dio agisce e come possiamo vivere noi la storia del nostro tempo.

Mi farò guidare da una donna di fede, Raab, che per prima ha accolto gli esploratori Ebrei a Gerico ed è diventata membro di quel nuovo popolo.

Buona Pasqua! E che Dio ci aiuti ad essere con Lui!

Buona Pasqua “passiva”

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Avete compreso quello che ho fatto per voi?” (Gv 13)

La Pasqua è la festa in cui Dio ci chiede di essere “passivi” per accogliere i doni che lui ha preparato per noi e che è disponibile a darci.

Se come Pietro accettiamo di farci lavare i piedi.
Se come Maria, sotto la croce, accogliamo il discepolo amato.
Se come il discepolo amato, sotto la croce, accogliamo la Madre.
Se come i discepoli nell’ultima cena accogliamo il suo Corpo e il suo Sangue.

Se anche noi ci lasciamo inondare dalla luce della Pasqua e lasciamo che il Signore ci trasformi per renderci uomini e donne nuovi, allora anche noi sperimenteremo la forza della Risurrezione di Gesù: la vittoria della vita sulla morte, su ogni morte; la potenza della luce che squarcia le tenebre; il dono della pace che vince l’odio, il conflitto e la violenza.

Buona Pasqua.

don Andrea

Pasqua: festa o vacanza?

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Nel nostro mondo omogenizzato sembra sempre più difficile fare delle distinzioni. La confusione regna soprattutto riguardo alla gestione del tempo.
Per esempio non abbiamo più giorni festivi, ma giorni di riposo. L’astensione dal lavoro e la sospensione delle attività scolastiche non sono più garanzia per vivere la festa, ma occasione per essere in vacanza.

La vacanza, come dice il termine, è un tempo libero da dedicare al riposo o ad attività non produttive.

La festa, invece, è un tempo importante, determinato da un evento da ricordare e celebrare; non è assolutamente un tempo vuoto!

La festa delle feste per noi cristiani è la Pasqua di Risurrezione, fondamento della nostra identità di cristiani, partecipi di quella nuova creazione che Gesù ha inaugurato con la sua vittoria sulla morte.
Celebrare la Pasqua nelle nostre comunità, per noi cristiani rappresenta il tornare alla sorgente della nostra esperienza di fede che non si risolve in idee, sentimenti o buone azioni, ma nell’accoglienza grata di un evento che ha cambiato la storia del mondo: Gesù ha donato la vita per noi e ha sconfitto la morte rendendoci partecipi della vita di Dio.

Che tristezza vedere che tante famiglie cristiane hanno completamente smarrito il senso della Pasqua! Che amarezza vedere le nostre comunità svuotate perché le famiglie partono per le “vacanze di primavera”!

Come possiamo ricuperare il senso della festa?
Come possiamo aiutarci a rievangelizzare la Pasqua?

Domande e provocazioni non moralistiche, ma utili per aiutarci a ricuperare i punti di riferimento.

“L’anello perduto” a Santarcangelo

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Dopo un primo momento con il prof. Andrea Grillo, martedì 4 aprile 2017 il Centro parrocchiale Giovanni Paolo II di Santarcangelo ha ospitato il secondo incontro del ciclo su Amoris Laetitia, l’esortazione apostolica di Papa Francesco su amore e matrimonio. Per l’occasione abbiamo invitato Paolo Tassinari, diacono della diocesi di Fossano (CN), coordinatore e responsabile insieme a sua moglie del gruppo diocesano “L’anello perduto” – gruppo che accoglie e accompagna persone che hanno vissuto un fallimento del loro matrimonio o che vivono una nuova unione – per raccontarci l’esperienza di questo gruppo e il cammino che stanno vivendo alla luce di Amoris Laetitia.

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La storia di questo gruppo è interessante perché ci racconta un metodo: non si parte da un’idea astratta, ma da una chiamata che entra progressivamente nella vita delle persone; si costituisce la prima equipe che dedica tempo alla formazione e, con l’aiuto del Vescovo, comincia a fare qualche proposta. Con una disponibilità all’ascolto e l’attenzione costante di voler partire dai bisogni concreti e non dalle idee …

Il problema del linguaggio non è indifferente perché, spesso, determina l’approccio nella relazione. Occorre partire dalla realtà presente se si vuole incontrare la persona nel suo oggi, senza calcare troppo l’attenzione sul passato, o su categorie astratte nelle quali nessuno si sente interpretato.
L’attenzione all’oggi porta a riconoscere che ci sono persone separate e divorziate sole e altre che vivono una nuova unione. Le situazioni di vita, così come i bisogni e le domande sono molto diverse; occorre tenerne conto in vista di una proposta di relazione e accompagnamento.

Anche il pensiero teologico sul sacramento del matrimonio non è indifferente per un approccio alla realtà – lo aveva già detto Andrea Grillo – . Il Papa ci mette in guardia dalla idealizzazione della esperienza storica di ogni matrimonio: non esiste un matrimonio perfetto, ma ogni matrimonio è imperfetto e tende per vocazione alla perfezione e alla santità; in ogni realtà c’è un po’ o molto bene chiamato a crescere e a raggiungere una pienezza. Anche nelle nuove unioni c’è un bene che dobbiamo riconoscere e far crescere. L’identificazione di una determinata realtà storica con l’ideale porta alla logica dell’esclusione di ogni esperienza che si distanzia in qualche modo dall’ideale.

La proposta deve fare i conti con piccoli gruppi, con persone che fanno fatica ad esporsi. Molte di esse, da molto tempo, si sentono lontane dalla Chiesa: non è facile ripartire con un approccio positivo.
Occorre avere la pazienza dei processi lunghi e delle relazioni che devono conquistare fiducia: non c’è la fila delle persone che chiedono di essere accompagnate in un percorso di discernimento sulla vita di coppia.
Tuttavia anche il piccolo gruppo è importante; è la testimonianza di una possibilità che si offre a coloro che non si sono rassegnati ad essere considerati ai margini.
Così come sono importanti i laboratori, rivolti a persone rimaste sole, per proporre itinerari di riconciliazione, di riappropriazione del proprio futuro, di accompagnamento nel pensare a se stessi non solo a partire da un fallimento.
Altrettanto importanti sono gli appuntamenti di preghiera creativa, perché occorre inventare sentieri nuovi, soprattutto quando quelli consueti non sono percorribili.

Quello che ci ha colpito nella proposta presentata da Paolo è che una diocesi (come anche altre, grazie a Dio) si è messa in un cammino serio, anticipando alcune intuizioni che oggi troviamo in Amoris Laetitia, con il desiderio di non lasciare nessuno fuori, di proporre percorsi accessibili a tutti coloro che hanno sperimentato il fallimento del loro matrimonio.
Quello che ci ha colpito è il gruppo di persone che si sono messe in gioco per essere il volto di una chiesa che accoglie ed accompagna, che non ha paura dei tempi lunghi e non si lascia scoraggiare dalle risposte incerte, ne’ dagli ostacoli che, proprio da dentro la comunità cristiana, vengono posti.
Quello che ci ha colpito è il rispetto per tutti: del cammino delle chiese locali come delle coppie e di ogni persona; dei tempi necessari per ognuno e dell’esigenza di verità che ogni situazione richiede…

Ora rimane a noi la sfida di tradurre in azione e in missione quello che abbiamo ascoltato. Le tentazioni potrebbero essere due:
– quella dello scoraggiamento che nasce dalla consapevolezza che il cammino di una pastorale famigliare rinnovata non è semplice e, soprattutto, che non è facile reperire le risorse umane necessarie per fare una proposta significativa;
– quella della emulazione che sfugge alla necessaria fatica di tradurre nel nostro contesto gli stimoli ricevuti, limitandoci a fotocopiare e riproporre una proposta maturata in tutt’altra realtà culturale e sociale.
Il lavoro sinodale dell’assemblea diocesana che accende un focus sulla famiglia e la programmazione del prossimo anno, ci consentiranno di individuare e mettere in atto i passi necessari per tentare una nostra proposta.

E’ una responsabilità che ci dobbiamo assumere!

#CampoLavoro2017 Se ognuno fa qualcosa…

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foto di Alan Zaghini

#CAMPOLAVORO2017
E’ stata la mia prima volta, come mi ha detto Alice Parma, Sindaco di Santarcangelo; un’altra prima volta tra le tante vissute durante questo primo anno a Santarcangelo.

Me lo avevano detto che il #Campolavoro era un’esperienza molto coinvolgente per tutta la parrocchia e per tutta la città, ma finché non lo si sperimenta è difficile comprenderlo.
Conoscevo il #Campolavoro fin dagli anni ’90, quando si faceva solo a Riccione; ho seguito con interesse il suo sviluppo in Diocesi fino alla costituzione della ONLUS. Per la prima volta l’ho vissuto qui a Santarcangelo.
Alcuni brevi pensieri sparsi da fissare e da condividere.

– Persone intelligenti e capaci che si sono messe alla guida di un’impresa; sono coloro che lavorano da mesi dietro le fila per organizzare, pensare, mettere in ordine e coordinare quella che – per chi la vede da fuori – sembra una massa di gente che di da da fare; una regia attenta che cura tutto nei minimi particolari è il segreto del “successo” di questa grande esperienza che, pur caratterizzata da tanti imprevisti, non può essere improvvisata.

– Un’impresa di popolo dove ognuno viene valorizzato per quello che può fare ed è capace a fare: giovani e anziani, uomini e donne, di diverse nazionalità, perfino i bambini … ognuno può fare qualcosa e ognuno si sente parte di questa grande impresa che, alla fine, è effettivamente il risultato di un lavoro comune.
Mi hanno raccontato che nella costruzione della Chiesa della Collegiata – che nel 1700 è stata una grande impresa di popolo – tutti volevano collaborare: da chi metteva il materiale, a chi offriva tempo gratuito di lavoro, a chi portava il cibo per coloro che lavoravano… ci sono molte similitudini in queste esperienze! Il frutto del lavoro comune è la gioia del lavorare insieme e di contribuire alla realizzazione di un obiettivo.

– La presenza dei ragazzi dello SPRAR che hanno lavorato con noi gomito a gomito nell’installazione e nello smontaggio delle strutture del #CampoLavoro2017 è stato un plus-valore di questa esperienza.

– Il coinvolgimento delle scuole del territorio ci ha consentito di ricuperare il valore educativo di questa raccolta che non può e non deve essere ponderata solamente sotto il profilo monetario.
A proposito del valore educativo, occorre sempre ricordare che la raccolta del #CampoLavoro2017 come quella degli altri anni, costituisce sempre una grande denuncia rivolta all’economia dello spreco e alla cultura del superfluo a cui ancora siamo assuefatti, come se fosse normale.
Se la nostra immondizia, perché è così che la consideriamo, vale più di centomila euro, quanto potrebbe valere la nostra condivisione in uno stile di vita più essenziale? Questa provocazione non deve sfuggirci perché nell’immagine che si para di fronte agli occhi, l’ammasso di cose buttate o rivendute raccolte nei campi di lavoro sono ancora l’emblema della nostra infamia e della nostra incapacità a vivere solamente con il necessario.

– Quali immagini mi porto via dal #CampoLavoro2017 di Santarcangelo?
L’immagine di una comunità laboriosa.
Il volto di una città solidale e capace (volendo) di superare la logica della indifferenza.
Il volto di tante persone impegnate con passione nel lavoro gratuito.
I volti di tante persone che cercavano tra le cose ammassate qualcosa di utile.
Una comunità riunita per l’eucaristia dopo una giornata di lavoro insieme.
I pranzi comuni con cose buone preparate da persone che ci (in ambedue i sensi) hanno pensato.
Le parole di don Aldo Fonti che ci ha portato al campo la voce dei missionari per i quali stavamo lavorando.
Il volto di due scolte che, dopo una notte insonne per il servizio di vigilanza al Campo, hanno fatto la scelta di venire alla messa delle 8 del mattino.
La festa fatta a Michele, che ha festeggiato il suo quarto compleanno con la sua famiglia e molti amici al #CampoLavoro2017… e tante altre immagini che ancora “devo sviluppare” (questa la capiscono solo quelli che hanno più di 25 anni).

Ogni esperienza positiva deve essere fissata nella memoria per diventare un patrimonio da rivalutare nei momenti più difficili.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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