Archivio autore: tecnodon

Il virus della paura e la terapia della fede

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Molte persone sono spaventate.
Il modo di parlare di questa emergenza, il senso di precarietà e di insicurezza di fronte ad un pericolo insidioso, il venire meno delle abitudini che regolano le nostre giornate, le incertezze nelle indicazioni date da chi dovrebbe gestire l’emergenza, … tutto contribuisce ad alimentare la paura.
E la paura è una questione seria; fa molto male alle persone e le fa stare male. Non è sufficiente esorcizzarla con l’ironia; non è sufficiente una pacca sulla spalla: è un virus che chiede di essere debellato con una terapia efficace.

Il Vangelo tratta molte volte della paura, non la ignora e non la banalizza.
Il Signore ci incontra sulle nostre paure e ci apre vie di salvezza attraverso la fede.

Mi vengono in mente alcuni brani del Vangelo che ci possono aiutare a stare in modo evangelico di fronte alla nostra paura.
I discepoli sono in mezzo al lago di Tiberiade e le cose diventano difficili, non riescono più a governare la barca. Si fanno prendere dalla paura che si esprime con una frase molto forte: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” (Mc 4,38). La cosa che ci spaventa di più, oltre le circostanze pericolose, è di essere indifferenti a Dio, che lui non si interessi di noi. La paura è un sintomo della debolezza della fede. Infatti Gesù, dopo aver calmato il mare in tempesta chiede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40). La fede non è una forza magica che ci risolve i problemi o che ci rende impavidi di fronte alle circostanze difficili della vita. La fede è la consapevolezza che la nostra vita è custodita da Dio, che noi, in ogni circostanza, siamo importanti per lui, che la nostra vita è preziosa per lui anche quando deve passare attraverso situazioni difficili e fare i conti con la fragilità. Lui non ci abbandona! Possiamo fidarci della sua promessa.
A questo timore, che mina la nostra fede, Gesù risponde con una immagine molto bella: Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!” (Lc 12,6-7).

Un altro testo importante è quello che racconta di Pietro che chiede di camminare sulle acque con Gesù, e quando Gesù glielo consente, comincia ad avere paura e a sprofondare. Dalla bocca di Pietro sale quell’invocazione che attraversa tutta la storia dell’umanità e che è testimoniata da tutta la Scrittura; è l’invocazione che non dobbiamo aver paura di elevare a Dio: “Signore, salvami!” (Mt 14,30). Questa richiesta di aiuto non è umiliante per l’uomo, non è la certificazione della sua inettitudine, ma l’umile consapevolezza della propria fragilità e della grande possibilità che ci è data di poter chiedere aiuto.
Ogni mattina la preghiera della Chiesa inizia con questa semplice invocazione: “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto“. E’ la preghiera fondamentale dell’uomo che invoca ogni mattina, fin dai suoi primi passi nel nuovo giorno, l’aiuto e la salvezza del Signore. E i Salmi ci testimoniano che Dio non è sordo a questo grido di aiuto; ma quei Salmi ci invitano ad avere fede. Lo stesso Gesù, dopo aver steso la mano e sollevato Pietro dalle sue paure, lo richiama domandandogli: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31). La fede non è un vaccino che ci rende immuni dalle situazioni difficili, ma ci riporta a Colui che può salvare la nostra vita garantendoci la sua presenza accanto a noi, quella presenza non risolve il problema, ma ci libera dalla paura.

L’ultimo testo che mi piace ricordare è quello che racconta l’esperienza delle donne la mattina di Pasqua. Matteo ci narra di un terremoto che tramortisce le guardie poste a custodire il sepolcro di Gesù. L’angelo che ribalta la pietra posta davanti al sepolcro dice alle donne: Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto” (Mt 28,5-6). L’esperienza della risurrezione di Gesù ci aiuta a vincere la paura più profonda, che è la paura della morte. La buona notizia della risurrezione annuncia che Gesù ha sconfitto la morte e ci rende capaci di attraversarla per ricevere in dono, da Dio, quella vita per la quale siamo stati creati: la vita eterna e divina. Anche in questo caso, è solo la fede che ci consente di non essere annientati dalla paura e di vivere quel passaggio sapendo di essere custoditi.

La fede però non si compra in farmacia o su internet. La fede è un tesoro prezioso che altri uomini e donne credenti condividono con me, con gentilezza, per amore.
Per questo, di fronte alla paura, è molto importante vivere quella fraternità che, oltre alla vicinanza umana, ci porta a riscoprire la risorsa più importante che Dio ci ha concesso: la nostra fede in lui.
Nel passato, di fronte alle grandi calamità naturali o in occasioni delle grandi epidemie, le persone si riunivano per invocare insieme l’aiuto di Dio, per sostenersi nella fede. Non era affatto una ingenuità. Era, ed è anche oggi, un modo importante per combattere la paura, per volgere lo sguardo a Colui che ci assicura il suo amore e la sua fedele presenza.
Per questo le nostre chiese rimangono aperte e noi sacerdoti disponibili agli incontri con le persone: non abbiate paura… di disturbarci.

Evangelizzazione = esclusione?

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Ormai sempre più spesso nelle nostre riunioni ecclesiali, qualsiasi sia l’argomento su cui ci confrontiamo, ci troviamo sempre davanti alla medesima conclusione: viviamo una emergenza di evangelizzazione.
Le nostre comunità, a tutti i livelli, sono poco evangelizzate; la “fede” si manifesta per lo più come la conservazione di tradizioni tramandate, che fungono da cornice ad una vita che – normalmente – non è illuminata dal Vangelo. L’appartenenza ecclesiale per molti è espressa più come adesione a dei valori ritenuti importanti, che come cammino comunitario di sequela del Signore e di conversione personale. All’interno della comunità cristiana, crescono le reazioni indispettite e violente agli appelli e ai richiami che la Chiesa, tramite il Papa e i vescovi, rivolge ai suoi membri, di fronte alle provocazioni evangeliche che emergono nella realtà in cui viviamo (guerra, ecologia, immigrazione, aborto, eutanasia, giustizia sociale …).

Questa consapevolezza è abbastanza diffusa e condivisa e non rappresenta una novità: già papa Giovanni Paolo II, negli anni ’80 del secolo scorso, aveva lanciato un appello alla nuova evangelizzazione… E allora perché non si cambia registro? Perché non si intraprende con coraggio la via dell’evangelizzazione?
Perché assecondiamo, e non correggiamo, questo modo di fare e di pensare che riconosciamo come improprio e incapace di fare crescere nello spirito del Vangelo la nostra gente e le nostre comunità?

C’è una strana equazione che serpeggia nella nostra mente ecclesiale, un pensiero non esplicitato, ma che è assunto come criterio di azione o – meglio – di non azione e ci blocca.
L’equazione mette in relazione l’impegno per l’evangelizzazione (con tutto ciò che esso comporta), con la possibilità reale che tale prospettiva porti all’esclusione di molti (auto-esclusione in realtà).
Secondo questa equazione, se alziamo troppo il tiro, se aumentiamo le richieste, se rendiamo più impegnativi i percorsi, rischiamo di perdere molta gente, rischiamo di escludere molti battezzati e persone che, in modo diverso, sentono di appartenere alla Chiesa.

Le motivazioni di questo atteggiamento non sono stupide ne’ banali e meritano di essere considerate con rispetto. In effetti ci sono alcuni ambiti in cui ancora la partecipazione misura percentuali relativamente alte: la richiesta dei battesimi, la richiesta dell’iniziazione cristiana per i bambini, la richiesta dei matrimoni … nonostante il calo evidente, sono ancora molte richieste che vengono dalla gente, che esprime, in questi percorsi tradizionali, la sua adesione di fede. Tale richiesta però, occorre ammetterlo, non produce i frutti sperati; sono pochi coloro che si coinvolgono davvero in un percorso di vita cristiana, che si lasciano mettere in discussione riguardo a mentalità che sono estranee alla vita cristiana. Anche solo a livello numerico, terminato il percorso di iniziazione cristiana, la partecipazione diviene assolutamente esigua.

Queste richieste della gente hanno un valore e sono una grande possibilità; ma come possiamo evangelizzare queste domande facendole diventare un’occasione per crescere nella conoscenza di Gesù e nell’adesione alla Chiesa? Come evitare l’idea di una Chiesa fatta di “eletti”, di pochi selezionati? Come superare l’equazione nefasta che mette in relazione le esigenze dell’evangelizzazione con l’esclusione di tanti?

Questa è la sfida che ci troviamo ad affrontare fin da adesso e sempre più nel prossimo futuro. Se non troviamo delle piste condivise, frutto di una riflessione approfondita e di un discernimento sapiente, rischiamo le due derive contrapposte che segneranno la fine della nostra esperienza ecclesiale: la sacramentalizzazione diffusa senza evangelizzazione o la chiesa elitaria, composta solo dai “duri e puri”. Sono ambedue prospettive perdenti.

Qualcuno nel frattempo si sta muovendo, sia a livello di diocesi italiane, che con sperimentazioni parrocchiali. Alcune cose si stanno facendo anche da noi, ma, nell’individualismo che ci caratterizza (occorre riconoscerlo), vengono considerate il pallino di questo o quel prete, di questo o quel gruppo di laici. Occorrerebbe trovare il coraggio di aprire dei laboratori in cui si fanno delle sperimentazioni, delle verifiche, si condividono dei risultati (non solo delle teorie) e si tracciano delle piste da percorrere insieme.

Non dobbiamo inventare nulla di nuovo. La mappa dell’evangelizzazione è già stata disegnata dalla Chiesa apostolica del Nuovo Testamento, e tale mappa è stata utilizzata in modo diverso per più di venti secoli. A noi sta la sfida di utilizzare quella mappa nel contesto odierno, che non è più o meno difficile di quello di altri tempi, ma che non ci consente di procedere seguendo ognuno il proprio naso.

Ieri il vescovo Francesco, in conclusione della nostra assemblea di presbiterio, ci ricordava i “quattro punti cardinali” dell’evangelizzazione: testimoniare, annunciare, ascoltare e studiare (occorre anche ritornare a studiare con umiltà). Sono quattro punti su cui dobbiamo tornare ad orientarci e a verificare tutta la nostra pastorale, per farla divenire percorso di “evangelizzazione inclusiva“, come dovrebbe essere ogni processo di evangelizzazione.

Dobbiamo prenderne atto: tocca a noi, alla nostra generazione e a quelle future!
Occorre mettere in campo tutte le virtù cardinali e teologali, invocare tutti i doni dello Spirito Santo, ma questa rimane la nostra sfida evangelica e su questo saremo giudicati: non se otterremo risultati favolosi, ma se faremo del nostro meglio per far fruttare i talenti che ancora abbiamo, senza metterli sotto terra, illudendoci di poterli restituire tali e quali li abbiamo ricevuti.
Non ha mai funzionato così e non funzionerà così neanche per noi.

Quello che manca

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Questa settimana sono stato a Roma con i cresimandi.
Abbiamo concluso il pellegrinaggio con una passeggiata per Roma e visitato alcune bellezze della Roma monumentale, tra le quali il Pantheon.
Penso che tutti siano d’accordo che questa non sia tra le chiese più belle di Roma; tuttavia presenta i suoi elementi di valore, non ultimo la custodia delle spoglie mortali dei monarchi italiani e di Raffaello Sanzio, grande pittore urbinate.

Durante la visita mi ha molto colpito che quasi tutte le persone presenti fossero molto attratte soprattutto dal foro che caratterizza la cupola.

Questo atteggiamento così diffuso e condiviso mi ha fatto molto riflettere, perché mi rivela un approccio alla realtà che a volte mi appartiene: ciò che manca ci attrae sempre di più di ciò che c’è.  Eppure, come nel Pantheon, quello che c’è è molto di più! E anche se non è straordinario, vale senz’altro più di un buco.

Signore, aiutami sempre a saper vedere nella realtà che tu mi poni davanti quello che c’è, a saper fissare la mia attenzione soprattutto su ciò che tu realizzi anche sommessamente.

Oggi con tutti gli scout e le guide del mondo, nella ricorrenza del compleanno di Baden Powell, celebriamo la Giornata del Pensiero (Thinking Day).
Uno degli insegnamenti di BP che sento più utile, è quello che richiama i capi a saper riconoscere in ogni ragazzo almeno il 5% di buono, quella parte che, come educatore, devo impegnarmi a far crescere mettendomi in ascolto di quel ragazzo e camminando accanto a lui.

Anche se i buchi fossero pari al 95%, quel 5% vale di più!

Geografia delle relazioni

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Ci sono molti modi per conoscere la geografia. La si può studiare a scuola, la si può conoscere raccogliendo informazioni. La si può conoscere viaggiando. La si può conoscere incontrando persone che vengono da altri paesi e stringendo relazioni di amicizia con loro.

Da giovane ho viaggiato abbastanza; con uno stile molto spartano abbiamo visitato diversi paesi dell’Europa. Anche da adulto ho avuto la possibilità di fare alcuni viaggi molto belli… sento però che il mondo che conosco, il mondo in cui abito, la mia geografia, è data soprattutto dalle relazioni che ho costruito, grazie agli incontri importanti che la provvidenza mi ha fatto vivere.

Oltre all’Italia, il mio paese di origine, ci sono altri quattro paesi che fanno parte del mio mondo, perché lì ci vivono persone che sono per me molto importanti.

La Bosnia – Erzegovina
Negli anni immediatamente successivi alla guerra dei Balcani sono stato molte volte in Bosnia e in particolare a Sarajevo. Lì ci sono alcune persone che ho conosciuto e in particolare due famiglie a cui sono molto legato. Nella misura del possibile cerchiamo di vederci una volta all’anno. Posso dire – dopo 24 anni – che la Bosnia è a tutti gli effetti parte del mio mondo.

L’Albania
Ci sono andato per la prima volta nel 1998, mentre erano in corso gli ultimi strascichi della guerra civile; poi sono ritornato molte altre volte per motivi diversi. A Kuçove e Berat la nostra diocesi ha aperto un’esperienza missionaria dal 1993 e, negli anni, mi è capitato molte volte di recarmi là accompagnando dei gruppi. Anche in Albania conosco delle persone che sono importanti per me, con le quali mantengo un contatto stabile. Quello che accade lì mi sta a cuore e fa parte del mio mondo.

Il Senegal
Il Senegal ha bussato alla mia porta nel 2000 nella persona di due preti (Mathieu e Daniel) che per me sono diventati due fratelli. Vedevo a Rimini molti senegalesi, ma erano tutti musulmani. Neanche sapevo che in Senegal esistesse un’esperienza di Chiesa. In questi venti anni con il Senegal ci sono state molte relazioni; ho potuto visitarlo quattro volte e anche questo paese fa un po’ parte del mio mondo.

La Siria
In Siria non sono mai stato; due volte sono arrivato vicino al confine, ma non l’ho mai varcato (una volta ad Antiochia – dalla parte turca; l’altra volta a Tel Abbas dalla parte libanese). Eppure anche la Siria fa parte del mio mondo perché insieme alla famiglia di Sheik Abdo e agli amici di “Operazione Colomba” porto nel cuore la situazione di quel paese, da tanti anni in conflitto, e il desiderio di pace del suo popolo. La Siria mi ha chiamato a coinvolgermi e, anche se non ho mai potuto visitare quel paese, sento che entra nel mio orizzonte perché la mia geografia è fatta soprattutto di relazioni.

La settimana scorsa, mentre attendevo in aeroporto il volo che mi avrebbe riportato in Italia, vedevo accanto a me tante persone che viaggiavano, moltissimi per turismo.
Riflettendo, guardando tutte quelle persone in viaggio, ho capito che non mi interessa più fare il turista; che per me il senso del viaggio sta solamente nel custodire le relazioni che la provvidenza mi ha fatto incontrare ed, eventualmente, nell’alimentare quelle che nasceranno.

Da Riccione al Libano

Da Avvenire  del 12/02/2020

Arianna, 23 anni, da Riccione al Libano «Nel campo profughi vive la speranza»
GIORGIO PAOLUCCI

ajax-request«Qui ho imparato sul campo il valore della condivisione, della sofferenza, ho capito cosa significa che la vita è qualcosa di irriducibile, e che la speranza non muore mai. È una vera scuola di vita». Arianna Valentini, 23 anni, tornerà tra pochi giorni a Riccione dopo tre mesi di permanenza al campo profughi di Tel Abbas, nella regione libanese dell’Akkar, 5 chilometri dal confine con la Siria. Sta concludendo la sua terza esperienza in quattro anni come volontaria dell’Operazione Colomba, il corpo non violento di pace promosso dall’associazione Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi.
Insieme ad altri volontari ha condiviso per mesi la vita delle famiglie fuggite dagli orrori della guerra in Siria e che hanno trovato un riparo precario in un accampamento di
baracche. È una condivisione elementare, fatta di accompagnamenti in ospedale di chi ha bisogno di cure oppure presso gli uffici delle Nazioni Unite, evitando che i profughi vengano fermati (e a volte arrestati) ai check-point dalla polizia libanese, di compagnia alle famiglie, di collaborazione con il progetto dei corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese, grazie al quale alcuni nuclei familiari hanno potuto raggiungere l’Italia in condizioni di sicurezza, evitando i rischi mortali delle traversate in mare.
Arianna è arrivata a Tel Abbas per la prima volta nel 2017, quando era studentessa di mediazione linguistica alla scuola per interpreti e traduttori di Trieste, dove studiava anche l’arabo, affascinata dalla testimonianza di un’amica partita l’anno prima per il Libano.«Incontrando la sofferenza di questa gente, ho imparato cosa significa accogliere 
le difficoltà dell’altro creando anzitutto uno spazio di accoglienza dentro di me – racconta al telefono da Tel Abbas –. Ho dovuto mettere alla prova la consistenza della mia fede cristiana e ho scoperto quanto essa può arricchire la mia umanità e diventare fonte di speranza per chi è comprensibilmente tentato dalla disperazione e dalla rabbia per una situazione di dolore e di ingiustizia, specie ora che sulla Siria è di nuovo calato il silenzio dei media. Ho imparato a condividere questa scelta con la mia comunità parrocchiale di Riccione e con il mio gruppo scout, con il desiderio di testimoniare il cambiamento che si è generato nella mia vita perché possa diventare contagioso per altri giovani».

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Con l’associazione Papa Giovanni XXIII accanto alle famiglie siriane che soffrono

Il mio celibato

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Si è parlato e si parla molto del celibato.
Se ne parla più fuori della Chiesa, che nella Chiesa.
A volte se ne parla con poca delicatezza, come se fosse un cancro da estirpare,
un vincolo da cui è necessario liberare qualcuno.

Trovo così strano questo interesse ossessivo sul celibato dei preti!
In un’epoca in cui è consentito ad ognuno di fare quello che vuole – soprattutto in ambito affettivo e sessuale -, molti si sentono in dovere di sindacare sulla scelta del celibato dei preti, sulla sua ragionevolezza, sulla sua opportunità … non vi sembra curioso?

Per me il celibato non è ne’ motivo di orgoglio, ne’ un peso.
E’ un dono che mi è stato fatto, che ho accolto con responsabilità,
un invito che mi è stato rivolto, che ho accolto liberamente.
In alcuni giorni è una sfida,
che mi porta combattere per non sentirmi esonerato dall’esigenza di amare;
un impegno, che mi richiama alla fedeltà di un legame,
perché non sono un single;

un vuoto, che rischia di essere riempito in modo insensato
quando mi ripiego su me stesso e non vivo secondo il Vangelo.
Altri giorni rischia di divenire un idealismo;
e allora mi fa bene toccare con mano la vita degli sposi
e dei genitori della mia comunità,

per contemplare un amore che chiede di essere declinato
in piccoli gesti
più che in grandi proclami.

Diventando più adulto, ho scoperto che il celibato
è anche una forma di povertà evangelica,
un modo per vivere la fede nella quotidianità,
quella fede che, quando emerge più forte il bisogno di essere amato,
di essere custodito,

mi riporta a cercare nella relazione con il Maestro
la certezza che c’è chi ha cura di me,
c’è Qualcuno per cui la mia vita è preziosa,
c’è Qualcuno che dona ogni giorno la sua vita per me.

Per il resto, certamente non mancano
figli, fratelli e sorelle, … come Gesù ha promesso;
molti di loro non mi fanno mancare l’affetto, la stima e l’attenzione.
Altri mi chiedono di donarmi con gratuità,
di perdonarli con misericordia,
di mandare giù qualche rospo, quando il loro modo di porsi è maldestro,
esattamente come avviene in tutte famiglie e a tutti i genitori.

Ringrazio Dio per questa vita che mi ha donato.
Ringrazio Dio per questa vocazione a cui mi ha chiamato.
Ringrazio Dio perché, nella sua misericordia, ha pazienza con me.

Ancora, come nel giorno della mia ordinazione,
chiedo con semplicità e fiducia,
che Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in me.

L’utopia evangelica della pace come criterio d’azione

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Umanamente impossibile! Quindi evangelico!
Queste le parole del vescovo Paolo Bizzeti, vicario apostolico in Turchia, quando ha incontrato ad Antiochia i volontari di “Operazione Colomba”, che gli hanno presentato la proposta di pace per la Siria.
E’ lo stesso criterio che, quasi diciotto mesi fa’, ci ha persuasi che ci dovevamo aprire all’accoglienza di una famiglia siriana attraverso i corridoi umanitari.
Così scrivevamo nel dépliant che lanciava il progetto, quando ci siamo trovati di fronte all’esigenza di accogliere la famiglia Hsyan, dopo che ad Aiman è stato rifiutato (e  – senza alcun motivo – continua ad essere rifiutato) il visto:

“Perché abbiamo detto questo nuovo si?
– perché ci è stato chiesto da persone che conosciamo e stimiamo;
– perché non è un’iniziativa partita da noi e – da credenti – vi riconosciamo una richiesta che viene da Dio;
– perché c’era una disponibilità concreta all’accoglienza che si era creata e che non si poteva disperdere;
– perché crediamo che il Signore, con questa accoglienza, cambierà la nostra vita in meglio, proprio mentre ci farà sentire la nostra inadeguatezza e la nostra incapacità di risolvere tutti i problemi;
– perché di fronte al conflitto in Siria vogliamo dire ai nostri figli che abbiamo fatto qualcosa, anche poco; che ci abbiamo provato a non rimanere indifferenti;
– perché questa famiglia in particolare, con la storia che ha vissuto e il suo particolarissimo impegno di costruzione della pace, ci aiuterà a riconoscere come possiamo anche noi impegnarci a costruire la pace.

Ieri sera ci siamo incontrati insieme con Alberto Capannini di “Operazione Colomba”, i volontari di Santarcangelo e San Vito che gestiscono concretamente l’accoglienza e gli adulti delle due famiglie accolte a Santarcangelo e San Vito. Sentivamo l’esigenza di fare il punto insieme, di confrontarci sui frutti e di definire alcune prospettive per continuare la nostra accoglienza.
Onestamente parlando, da parte nostra eravamo preoccupati di definire un progetto verso l’autonomia delle famiglie accolte, dopo diversi mesi in cui l’accoglienza è stata completamente a carico delle due comunità. 

Io dall’incontro di ieri sera ho capito queste quattro cose che mi hanno fatto cambiare completamente la prospettiva della questione:
L’accoglienza di queste famiglie non si può ridurre alla soddisfazione dei loro bisogni e delle loro esigenze; una persona non è solamente i suoi bisogni e, anche se questi emergono in modo forte e con urgenza, occorre saper comprendere che c’è anche qualcosa di più, qualcosa di più grande (preoccupazioni, sogni, desideri) che non è quantificabile economicamente, che non è risolvibile praticamente, ma che va accolto in modo altrettanto attento.
– In particolare accogliere Sheik Abdo e la sua famiglia, totalmente impegnata nella proposta di pace per la Siria, significa farci carico della proposta di pace, sentirla come una priorità che ci riguarda e ci investe; senza questo coinvolgimento potremo provvedere ai bisogni, ma non accoglieremo ciò che è più importante per lui e per la sua famiglia. La proposta di pace è ciò per cui Abdo spende ogni sua energia, ciò per cui è disponibile a sacrificare la sua vita, ciò che lo ha spinto a rimanere tanti anni in Libano, rinunciando ai corridoi umanitari, fino a quando la situazione non è divenuta pericolosa e insostenibile. Se noi non facciamo questo passaggio, la nostra accoglienza di Sheik Abdo non sarà completa.
– Umanamente parlando – è bene ricordarlo – la proposta di pace è un’utopia, un sogno  molto fragile che, per noi credenti, può trovare conferma solo nella comprensione della fede; è ciò che ha sentenziato il vescovo Paolo Bizzeti:”è impossibile; quindi è evangelica!“. Se non entriamo nella logica del Vangelo, quella logica che ci porta a credere che “tutto ciò che vuole il Signore lo compie, in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (cfr Sal 135,6), noi non comprendiamo il perché dell’impegno che ci viene chiesto.
Paradossalmente: se non ci sentiamo solidali con ciò che i volontari di “Operazione Colomba” stanno facendo in Libano, mettendo a rischio sé stessi e tutto ciò che hanno, noi rischiamo di perdere di vista quello che stiamo compiendo e lo riduciamo ad una serie di esigenze da soddisfare.

Quando, come è accaduto ieri sera, rientriamo in contatto con quei giovani, quando sentiamo il dolore della gente con la quale loro condividono la vita, quando ci confrontiamo con la mancanza di speranza di quelle persone doppiamente vittime della violenza, dell’ingiustizia e dell’indifferenza, allora comprendiamo meglio ciò che stiamo facendo qui, ricuperiamo l’orizzonte della nostra accoglienza.
– L’esigenza reale di trovare un lavoro e una forma di sostentamento per Abdo e per la sua famiglia, deve essere conciliata con l’esigenza di Abdo di continuare a lavorare per la proposta di pace per la Siria. Se nelle soluzioni che ci vengono offerte queste due priorità si escludono a vicenda, significa che non è la soluzione giusta.
Occorre una disponibilità mentale ad uscire dagli schemi che a noi sembrano normali. Per noi il lavoro viene prima di ogni cosa, è un valore quasi assoluto; tutto il resto viene dopo e si deve adattare alle esigenze del lavoro. Per Abdo non è così. L’impegno per la proposta di pace viene per primo e il lavoro, che lui desidera vivere, si deve adattare a questo impegno che per lui è prioritario. Non conosciamo la soluzione a questo scenario, ma occorre che ci impegniamo a trovarla o a crearla. E’ una realtà nuova che richiede contenitori nuovi, come dice Gesù nel Vangelo: vino nuovo in otri nuovi. Saremo capaci, con la fiducia nella parola del Signore, di sognare questi otri nuovi per realizzarli?

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Alberto Capannini, Sheik Abdo e alcuni volontari della Colomba a Ginevra nel 2018 per l’incontro con Staffan De Mistura delegato ONU per la Siria

Sento che abbiamo bisogno di prendere tempo, di farci coinvolgere in una prospettiva che non è usuale, di farci convertire da chi ci può aiutare a guardare alla realtà secondo altri criteri, riconoscendo che i nostri, anche se sono giusti, non sono quelli del Vangelo.

Siamo stati invitati a pregare con forza per la pace in Siria, a pregare per l’incontro che la prossima settimana si terrà a Berlino: invitati dal governo tedesco, Sheik Abdo e i volontari della Colomba andranno a presentare la proposta di pace al ministro degli esteri…

L’accoglienza ci ha chiesto, in un primo momento, di fare spazio nella nostra vita, ma ora ci chiede di essere disponibili ad abitare fraternamente gli “spazi di vita” che appartengono alle famiglie che abbiamo accolto; ci chiede di sentire la Siria come la nostra casa, i desideri di quel popolo come i nostri desideri, l’impegno per la pace in quel paese, come il nostro impegno. 

Paradosso di Jevons

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E’ proprio vero che non si finisce mai di imparare!
Sabato mattina ho partecipato ad un incontro della scuola di formazione politica e sociale della Diocesi, perché mi avevano chiesto di proporre un breve intervento sulla ecologia integrale nella “Laudato si'” di papa Francesco.

Prima di me sono intervenuti due ingegneri ambientali che hanno proposto degli elementi molto illuminanti per comprendere i meccanismi della crisi climatica e alcune prospettive per il risparmio energetico.
Su questo tema, per la prima volta, ho sentito parlare del “Paradosso di Jevons“, una teoria secondo cui ad un miglioramento dell’efficienza non corrisponde necessariamente un risparmio energetico. Consiglio di vedere questo breve video per comprendere i termini della questione (https://www.youtube.com/watch?v=4qH20mEHEv0 ).

Immediatamente mi sono sentito stupido, perché i dati portati sono di una evidenza tale, che, pur essendo paradossali, corrispondono al buon senso che tutti potremmo avere.
Mi sono reso conto, inoltre, che questo tema dell’efficienza rappresenta un mito che condiziona molte delle mie scelte, portandomi inconsciamente a cadere in una trappola fatta apposta per attirare i consumatori.

Il rapporto con le cose richiede un discernimento che va oltre la valutazioni proposte dal pensiero comune. Si gioca anche in questo spazio il cammino spirituale per mantenersi liberi e capaci di riconoscere ad ogni cosa il suo giusto valore, senza farsi prendere dalle smanie di rinnovamento.

Ritorno dal Senegal

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Sono tornato dal mio viaggio in Senegal. E’ stata una bella galoppata, con tanti chilometri percorsi per adempiere alle esigenze che avevano motivato il viaggio e per accogliere le proposte che, nei giorni passati a Tambacounda, mi sono state rivolte.
Semplicemente direi che sono contento di quello che ho vissuto.
Era la quarta volta che mi recavo in Senegal e, più precisamente, a Tambacounda; non avevo la curiosità della prima volta; sapevo più o meno cosa avrei visto e avevo chiaro il motivo del mio viaggio. Questo mi ha permesso di essere più attento a tante altre questioni che, ad un primo sguardo, avrebbero potuto sfuggirmi.
Tento di raccogliere alcuni pensieri sparsi mentre risistemo il bagaglio utilizzato per il viaggio.

– Un paese giovane e pieno di giovani
Il Senegal è un paese pieno di giovani. Si calcola che il 60% della popolazione abbia meno di 18 anni. Moltissimi i bambini. E’ un elemento che colpisce molto chi viene da un paese in cui i bambini sono ormai una rarità e dove la denatalità è un problema che viene sottovalutato. Quanta energia! Quanta vitalità!
Molti di questi giovani, purtroppo, non fanno nulla. Chi ha concluso il ciclo scolastico e chi non è mai andato a scuola, si trova a bighellonare per le vie delle città formando dei gruppi che cercano “di fare notte”. Altri si danno da fare come possono, con piccoli lavori. Simpatico e un po’ fastidioso il ruolo dei moto-taxisti. Grazie ai cinesi, il Senegal è stato invaso dagli scooters, che sono diventati dei moto-taxi veloci, economici e spericolati; tutti in mano ai giovani. Altri lavorano nelle officine e nei laboratori degli artigiani, cercando di imparare un lavoro; moltissimi e molto bravi i fabbri e i falegnami, così come i meccanici per le tantissime auto bisognose di continue riparazioni e di molta creatività.

– Le ciabatte
Mentre da noi le ciabatte sono delle calzature da riposo, in Senegal le ciabatte sono le calzature normali e più diffuse; per molti direi le uniche. Colpisce molto questo popolo di uomini e donne, giovani e anziani che, in ciabatte, percorre lunghe distanze a piedi e compie i lavori di ogni giorno. Queste ciabatte sono un simbolo del modo di stare nella vita: nonostante la fragilità delle condizioni, nonostante la precarietà e l’esposizione, non ci si arrende, non ci si ferma, ma si procede lungo la strada, sotto il sole, fino al raggiungimento della meta.

– Il valore del’agricoltura e le cooperative
Molta della ricchezza del Senegal viene dalla terra. Nonostante la pochissima pioggia (ogni anno un po’ meno), è dall’agricoltura che deriva la possibilità di sostentamento e di sviluppo a breve termine del Paese. Per questo la Chiesa è molto impegnata nel favorire e sostenere lo sviluppo della agricoltura, soprattutto nei villaggi. Ho visitato un centro sperimentale organizzato dalla Caritas diocesana di Tambacounda, dove, aiutati da giovani agronomi senegalesi, si fanno studi su nuove coltivazioni e nuove modalità di allevamento del bestiame; in questo centro si organizzano stages per operatori sociali che aiutino i contadini dei villaggi ad ottimizzare la loro coltivazione e il loro allevamento, garantendo così migliori possibilità di sostentamento per le famiglie.
Come mi ha spiegato don Bertin, da più di dieci anni direttore della Caritas diocesana, si cerca di non dare più dei sacchi di riso alla gente che ha fame, ma di aiutarla a trovare la via per sostenere la propria famiglia attraverso il lavoro e l’agricoltura.

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E’ davvero una forma di carità intelligente e capace di promuovere la dignità umana.
Nello stesso senso, i singoli agricoltori, sono invitati e aiutati a costituire delle piccole cooperative che possano sostenerli nell’utilizzo della strumentazione agricola e nella vendita dei prodotti.

– La devozione alla Madonna e la religiosità dei senegalesi
Tra le visite compiute in questi giorni c’è stata quella al santuario mariano di Gouloumbou. Noi naturalmente ci immaginiamo una bella chiesa in un posto dove è accaduto qualcosa di particolare. Nulla di tutto questo! Il santuario è un grande spazio aperto sulla riva del fiume Gambia, in mezzo alla brousse (la bassa e rada foresta senegalese). Lì è stata costruita una grotta di Lourdes e un altare dove  l’8 dicembre di ogni anno, tutte le comunità parrocchiali della diocesi si ritrovano per il pellegrinaggio mariano; i giovani vengono a piedi da Tambacounda (35 km), pernottano accampandosi al santuario insieme agli altri pellegrini che sono venuti con vari mezzi, e tutti i preti convergono in questo luogo scelto per esprimere la devozione della Diocesi alla Vergine Maria.

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Questo santuario è talmente importante per i cristiani di Tambacounda che per la  sua realizzazione e per il prossimo ampliamento, ha ottenuto la sovvenzione dello Stato del Senegal (al 93% mussulmano), Stato che, ogni anno, finanzia anche il pellegrinaggio in Terra Santa, Roma e Lourdes per un certo numero di pellegrini cristiani in rappresentanza delle varie diocesi (come finanzia annualmente anche il pellegrinaggio alla Mecca per i musulmani).
La religiosità è molto forte per i senegalesi, sia cristiani che musulmani.
In questi giorni un gendarme (musulmano) che ci ha fermati e ci ha fatto una multa, dopo aver saputo che eravamo preti, ci ha chiesto di pregare per lui e per il Senegal. 

– L’attesa di un pastore per Tambacounda
La diocesi di Tambacounda da tre anni è senza il Vescovo, perché mons. Jean-Noel, primo vescovo di Tambacounda (diocesi fondata nel 1990), ha dovuto lasciare il suo ministero per motivi di salute. E’ una mancanza che si avverte in modo molto forte. In una giovane diocesi, con un territorio così esteso, l’avere un punto di riferimento ecclesiale stabile è fondamentale sia per i preti che per le comunità. Il tempo di questa assenza è veramente lungo e se ne avverte sensibilmente la fatica. Mons. Jean Pierre, vescovo di Kolda (230 km da Tambacounda), sta seguendo la diocesi come amministratore diocesano, ma non è semplice per lui che ha una diocesi pure molto estesa e ancora più giovane (la diocesi di Kolda è stata fondata nel 2000).
Le comunità pregano ogni giorno e con intensità per la nomina del nuovo Vescovo; sento di dovermi unire a questa preghiera perché si tratta di un’esigenza evidente.

– L’importanza della tavola
In questi giorni sono stato accolto con grande calore e amicizia. Le tavole a cui sono stato invitato erano tutte imbandite come nei giorni di festa. Ho potuto gustare i buonissimi (e piccantissimi) piatti preparati via via dalle famiglie o dalle varie signore che si sono adoperate per esprimere la gioia dell’accoglienza. In Senegal, a parte le case dei preti, si usa mangiare tutti dallo stesso piatto ed è un bel gesto di condivisione. A tavola, ad ogni latitudine, si esprime la convivialità, ci si rende partecipi di ciò che la provvidenza offre e si cresce nella comunione e nell’amicizia. Grazie per tutte queste tavole imbandite.

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– La celebrazione della Messa
Ogni giorno abbiamo avuto la possibilità di celebrare la messa nella piccola cappella della Procure (la casa del clero); celebravamo in tre preti, in francese, perché la messa in parrocchia era alle 6.30 e ci siamo concessi un po’ di sonno in più.
Domenica, però, prima di partire per rientrare in Italia, ho partecipato alla messa nella parrocchia di Saint Clément. La messa delle 9 è l’unica della domenica e riunisce tutta la comunità. I canti sono ben preparati dalla corale che, nella settimana, si riunisce ben due volte per le prove dei canti. Purtroppo, come da noi, la gente non riesce a cantare, perché i canti molto belli, sono troppo difficili per l’assemblea. La messa vede la presenza di molti giovani e di molte famiglie. I bambini cercano di stare attenti e composti, nonostante la durata della celebrazione (quasi 90 minuti). Mi hanno colpito molto i colori dei vestiti della festa, l’eleganza delle donne e degli uomini che vengono in chiesa: tutto è nel segno della festa. La liturgia è svolta con calma; le parti cantate sono molte e la gente è attenta. Una lettura viene proposta in francese e una in wolof (la lingua più parlata del Senegal), perché coloro che non sono andati a scuola non comprendono bene il francese.
Mi sono sentito a casa. E’ bella questa esperienza che possiamo fare come cristiani: quando siamo all’eucaristia, in qualsiasi parte del mondo, siamo a casa.

Torno da questo viaggio in Senegal un po’ stanchino, ma contento.
Porto nel cuore la preghiera per la diocesi in attesa del Vescovo, per i seminaristi, speranza per la crescita di quella Chiesa e per il suo rinnovamento.
Affido al Signore tutti i progetti che la fantasia dello Spirito e la buona volontà degli uomini ha messo in campo: il centro agricolo sperimentale e tutta l’attività della Caritas, il nuovo monastero trappista di Wassadou, il complesso ricreativo di Tambacounda, la comunione tra i preti.

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Visita al vescovo di Kolda e amministratore apostolico di Tambacounda. Alla mia destra don Theophile, il vicario generale, dietro di noi don Moïse, l’economo e don Daniel. A fianco al vescovo, don Jean Paul, tutti preti di Tambacounda.

Ieri siamo andati a visitare il vescovo di Kolda, che in questo momento, a causa della mancanza del Vescovo a Tambacounda, è anche il vescovo che segue la diocesi dove ci troviamo. La visita è stata impegnativa, perché Kolda si trova quasi a 230 km da Tambacounda, e la strada, come sempre, richiede molto tempo. L’incontro con il Vescovo è stato molto cordiale. È rimasto molto colpito della scelta che ho fatto di venire ad accompagnare Padre Daniel fino alla sua diocesi. Ho raccontato della nostra esperienza, del legame esistente tra la diocesi di Rimini e quella di Tambacounda, delle cose che sono successe in questi anni che ci hanno permesso di crescere nel rapporto di amicizia. Il Vescovo ha manifestato tutta la sua gioia nel rivedere Padre Daniel e ha ringraziato di cuore la nostra Diocesi per quanto è stato fatto nel passato, con la costruzione del seminario diocesano di Tambacounda, con l’accoglienza di Don Mathieu e, infine, con l’accoglienza di Padre Daniel.

Molte volte noi parliamo di progetti e parliamo per progetti: è ormai per noi una forma mentis. Quello che sto vivendo in questi giorni qui in Senegal, non è altro che un rapporto di fraternità tra le chiese. È un rapporto che dovrebbe essere normale e che, grazie a Dio, ci è stato concesso di poter costruire in questi anni, perché abbiamo accolto quello che accadeva, abbiamo accolto delle occasioni che ci si presentavano, per farci reciprocamente accoglienti e stringere tra di noi legami di fraternità.

La sera di mercoledì siamo andati a visitare il seminario di Tambacounda, con la sua comunità di seminaristi. Si tratta di 17 ragazzi di età compresa fra i 13 e i 17 anni che stanno vivendo il loro tempo di discernimento e di formazione vocazionale. È stata una bella occasione di incontro con i seminaristi e con i formatori. Ci hanno raccontato la loro esperienza di provenienza, quello che li ha portati a scegliere di vivere l’esperienza del seminario. Anche noi preti abbiamo raccontato un po’ della nostra esperienza e, io personalmente, ho consigliato loro di insistere molto sulla dimensione della fraternità, perché alla fine è quella che veramente resta nell’esperienza del seminario.

Questa mattina ho avuto la possibilità di visitare un monastero di monaci trappisti che provengono dalla Francia; la comunità di 5 monaci si è installata in mezzo alla foresta, ai confini del parco Niokolo-Koba. La visita al monastero è stata una bella sorpresa. Mi ha colpito il fatto che una comunità monastica, proveniente dalla Francia, abbia deciso di costruire un’esperienza di vita contemplativa qui, dove la chiesa è molto impegnata nella promozione umana, nella costruzione di progetti, e nella missione per diffusione che siamo abituati a pensare. Come molti sanno, credo che si sia un altro modello di missione. Si tratta della missione per contagio, ed è proprio quella tipica delle comunità monastiche, che, insediandosi in un territorio, contagiano con la loro vita evangelica la realtà in cui si trovano a vivere. Auguro a questa nuova comunità di svilupparsi secondo il progetto di Dio

Il complesso dei bungalows dove siamo alloggiati a Tambacounda
La cappella della Procure
L’interno della cappella dove ogni mattina celebriamo la messa.
COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Simone Modica

Photography

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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