Archivio autore: tecnodon

Daniele e Greta: i giovani alzano la voce

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Una delle storie più avvincenti della Bibbia è quella che racconta dell’intervento profetico del giovane Daniele quando Susanna, moglie bellissima e fedele di Ioakìm, fu accusata ingiustamente di adulterio da due uomini che – ricattandola – volevano approfittarsi di lei.
Le cose si mettevano male! Susanna era stata condannata ingiustamente alla lapidazione; gli Ebrei della città di Babilonia erano costernati di fronte a quella condanna; conoscendo Susanna, sentivano che era stata commessa una ingiustizia, ma nessuno sembrava avere elementi per poterla scagionare: il suo destino sembrava segnato ineluttabilmente.
Inaspettatamente interviene Daniele, un giovane che sarebbe divenuto un grande profeta, ma che, in quel momento, è solamente un ragazzo. Daniele ha avuto il coraggio di alzare la voce dichiarando l’innocenza di Susanna; gli adulti della città – forse – non vedevano l’ora che qualcuno intervenisse, e chiesero a Daniele di sedersi in tribunale per il giudizio. Daniele svelò l’inganno degli uomini che avevano accusato Susanna e i giudici della città, accogliendo il giudizio emerso dal procedimento proposto da Daniele, procedettero alla condanna dei calunniatori (Daniele, cap. 13 se vuoi leggere il racconto, clicca sulla citazione del testo).

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Sono diversi giorni che intravedo una somiglianza tra questa bella storia biblica e i ripetuti interventi di Greta Thumberg, la giovane studentessa svedese che da diversi mesi ha dato il via a manifestazioni che hanno coinvolto milioni di giovani, lanciando l’allarme sul problema del riscaldamento globale. Qual è la somiglianza?
Mi sembra che Greta e i nostri giovani con le loro manifestazioni, come già Daniele a suo tempo, facciano quello che è nelle loro possibilità per richiamare gli adulti alle loro responsabilità e alla giustizia: alzano la voce
Sono molti anni che gli scienziati ci parlano dei cambiamenti climatici. Nel succedersi delle stagioni ci rendiamo conto che qualcosa sta cambiando, … eppure rimaniamo basiti, incapaci di reagire di fronte ad una realtà che ci sembra tristemente ineluttabile.
Greta e i nostri giovani, che il prossimo venerdì 24 maggio (nell’anniversario dell’Enciclica Laudato sì. Per la cura della casa comune, scritta da papa Francesco nel 2015) scenderanno nuovamente in piazza per il secondo sciopero globale per il clima, alzano la voce con la loro forza di giovani, per dirci che occorre mettere mano a delle azioni concrete perché il nostro pianeta possa essere una casa accogliente e salubre per tutti.
Nelle interviste che le vengono fatte, Greta, con grande schiettezza, dice di non comprendere il motivo di tutti i complimenti che le vengono rivolti, perché, di fatto, dopo mesi di manifestazioni, ancora non è cambiato nulla, e gli stessi governanti che amano farsi fotografare con lei, non hanno avuto il coraggio di compiere nessuna di quelle azioni necessarie al cambiamento delle cose.
Come Daniele, anche Greta e tutti gli altri giovani hanno bisogno che ci siano degli adulti che prendono sul serio il loro grido di allarme, che diano gambe, con azioni coraggiose di governo, alle esigenze legate al cambiamento delle condizioni climatiche in corso.
Se non c’è questo coraggio e questa determinazione, se gli adulti non fanno qualcosa di concreto per cambiare le cose, ogni apprezzamento e lusinga nei confronti di questi giovani risulterà una spregevole ipocrisia.

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Ai giovani che saranno in piazza desidero dire che hanno tutto il mio apprezzamento e il mio appoggio (spero di riuscire ad essere con loro). E mentre li sostengo nella loro protesta pacifica, mi permetto di ricordare che la storia ci ha insegnato che il mondo non cambia per via di rivoluzioni, ma solo per contagio positivo.
Se ognuno di noi, insieme alla giusta protesta, inizia a cambiare il suo stile di vita, confrontandosi con il problema della sostenibilità e della giustizia del nostro modo di vivere, allora le cose cambieranno.
Richiamiamo con forza tutti i responsabili a porre mano a delle politiche ambientali più rispettose delle esigenze del pianeta, ma non illudiamoci che le cose cambino “per decreto legge”: cambieranno se cambiamo noi, se cambierà quella piccola parte di mondo di cui ognuno di noi è responsabile.

A Dio piacendo, ci vediamo venerdì 24 maggio in piazza.

Non è un film

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Ha già venticinque anni la canzone di Gerardina Trovato, scritta durante gli anni della guerra in Bosnia, quando quelle immagini di guerra entravano nelle nostre case attraverso la TV. Non eravamo più abituati alla guerra; era necessario ricordarci che non era un film quello che vedevamo, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Questa canzone mi è tornata alla mente più volte mentre – in questi giorni – sentivo le notizie dei fatti terribili di Monterotondo, notizie che ci parlano di violenza e di degrado. Non è un film, mi dovevo ripetere.
Penso soprattutto a Deborah e al dramma che si trova ora ad affrontare per essersi trovata nella condizione di aver ucciso involontariamente il proprio padre, un uomo con molti problemi, un uomo che si era lasciato sprofondare in una spirale di solitudine e degrado, incapace di vedere che le persone intorno a lui gli volevano bene e che volevano aiutarlo; un uomo che, soprattutto quando era ubriaco, aveva degli atteggiamenti molto violenti … un uomo molto problematico, ma sempre un uomo a cui lei, nonostante tutto, voleva bene.

E’ proprio lei, Deborah, che, nonostante il gesto compiuto nell’esasperazione del momento, vorrebbe aiutarci a vederlo così, facendoci sentire il suo dolore tramite quelle lacrime disperate che le sono sgorgate quando ha compreso cosa fosse accaduto.
Non è un film questa storia drammatica che ci è stata raccontata.
Non è un film in cui la principessa si è salvata da un mostro cattivo che meritava di essere eliminato.
Non è un film dove i buoni hanno vinto e i cattivi sono stati sconfitti.
Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

In questa storia drammatica non ha vinto nessuno! Non mi sento di provare nessun sollievo! Sento che è bene ricordarlo di fronte alle narrazioni che la stampa, la TV e i social media ci propongono a tamburo battente.
Tutto quanto è accaduto ci parla soprattutto di ingiustizia.

Ingiusta la situazione di vita di quelle donne che, impaurite, hanno dovuto fuggire dalla loro casa. Ingiusto che nessuno abbia potuto fare nulla per aiutare loro e quell’uomo che le intimoriva ripetutamente. Ingiusto che quella ragazza, così giovane, sia dovuta arrivare a questo limite per difendere sé, la madre e la nonna dalla violenza di quell’uomo che, quando beveva, diventava irriconoscibile nel suo essere padre e compagno…

Non posso non pensare a Deborah e al peso che si porta dentro; al fatto che – ora – è doppiamente vittima della violenza, e che ci vorrà molto tempo per accettare quanto è accaduto. Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Altro che sollievo! Mi sento del tutto impotente e angosciato quando sento questa storia.
Mi piacerebbe che fosse solo un film.
Spero che ci sia qualcuno che ora aiuti queste donne, e Deborah in particolare, a ricuperare la pace…

Dio vi aiuti come solo lui sa fare. Io posso solo pregare.

Europa: la via dell’esperienza

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Ieri sera, invitato da Lorenza e Luca, ho partecipato all’incontro organizzato dalla CdO di Rimini; il centro Tarkovskij era gremito di persone, segno del bisogno di parlare di Europa.
La serata si è aperta con la sintesi di alcuni incontri che la CdO nazionale ha organizzato a Milano. Dalla sintesi è apparso chiaro che la prospettiva europea sia ineludibile e che le soluzioni nazionaliste o indipendentiste ventilate da alcuni partiti, aprirebbero scenari piuttosto problematici, soprattutto sul piano della difesa dei diritti fondamentali e della sostenibilità del welfare (Cfr. Vittadini).

Sono seguite le tre testimonianze molto intense e limpide di David, Dodi e Sandro, che  hanno condiviso la loro esperienza di impegno personale e comunitario nell’ambito dell’imprenditoria, dell’accoglienza dei rifugiati e nell’accompagnamento di persone con difficoltà lavorative; tre testimonianze molto belle di persone che non si sono fermate di fronte alle difficoltà emerse, non hanno atteso che qualche istituzione risolvesse le situazioni di bisogno che le persone incontrate presentavano, ma hanno messo in moto processi generativi di amicizia, di confronto e di solidarietà di evidente valore sul piano politico, per la capacità concreta di cambiare la realtà.

Ha concluso la serata l’intervento del prof. Andrea Simoncini, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze. Di questo intervento mi porto a casa due elementi che mi hanno particolarmente interessato e una serie di domande.

Il primo elemento è emerso dal richiamo sulla questione centrale della identità, nella tensione (sempre più conflittuale) tra identità nazionali ed identità comune dell’Europa. E’ un tema che occorrerà approfondire perché, a differenza degli USA in cui il concetto di unità nazionale (We the people) precede ogni altra appartenenza, la composizione dell’Unione Europea è fondata storicamente ed essenzialmente su una pluralità di stati  diversi per storia, cultura e lingua (l’Europa dei popoli). Tale pluralità costitutiva non può essere eliminata, e l’unità dell’Europa va ricercata nella integrazione (non omogenizzazione) di tale pluralità; rimane il problema del come. Occorre riconoscere il ruolo necessario della politica, come ambito di dialogo e di confronto tra posizioni diverse per la ricerca della migliore soluzione per l’unità. Mi sembra che ci possa aiutare l’immagine del poliedro, molto utilizzata da papa Francesco nella Evangelii Gaudium, soprattutto in quella parte in cui richiama che, nel percorso di ricerca del bene comune, occorre ricordare che “il tutto è superiore alla parte“. Come formare a questa identità poliedrica?

Il secondo elemento è emerso in un confronto con le testimonianze ascoltate e con la scelta che ha dato origine all’Europa di oggi, individuabile nel discorso di Shuman del 9 maggio 1950 (data che oggi è celebrata come festa dell’Europa).
Simoncini ha ricordato che, in quel discorso, Robert Shuman si proponeva la creazione di un percorso che rendesse impensabile una nuova guerra in Europa. Per raggiungere l’obiettivo di preservare la pace, ha pensato che fosse conveniente mettere insieme le produzioni di carbone e acciaio, condividendo interessi economici ed elevando le condizioni di vita di tutti i paesi dell’Unione. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“. Questo pensiero si è dimostrato molto efficace, lasciando l’Europa libera da guerre per più di settant’anni.
Questo passaggio iniziale, che poi si è sviluppato dando forma alle varie istituzioni dell’UE, ci da un’indicazione di metodo su come si può far crescere l’unione tra gli stati. Deve essere evidente a tutti il valore di convenienza concreta dell’UE, non solo per difendersi dalle aggressioni economiche dei giganti del mondo globalizzato (USA, Cina, Russia, … e vari soggetti privati), ma anche per garantire a tutti quelle condizioni di vita che preservano la pace e la difesa dei diritti di tutti i cittadini. Tale obiettivo è più conveniente raggiungerlo insieme.

Mi rimane una domanda importante: durante la serata, più volte, è emersa la contrapposizione netta e marcata tra “progetto” ed “esperienza concreta” a favore della seconda. Nel contesto concreto della serata, comprendo sia il perché che la radice storica e culturale di questa polarizzazione, ma mi chiedo: visto che alle elezioni europee dovremo dare il nostro sostegno non ad una esperienza concreta, ma a questo o a quell’altro progetto politico presentato dai vari partiti che scendono in campo, come attuare questo passaggio? Come passare dal valore evidente dell’esperienza sul campo all’adesione ad un progetto politico che non deriva direttamente dalla mia esperienza? E’ la domanda che mette molti di noi in difficoltà in occasione di una scelta elettorale.
E ancora.
Quanto messo in campo da Shuman, De Gasperi, Adenauer e altri nella creazione della CECA, non aveva già in nuce il progetto di una unione tra stati europei che favorisse la crescita economica e preservasse gli stessi stati da un nuovo conflitto? Se, come è stato detto dal prof. Simoncini, questi tre statisti straordinari erano consapevoli che non avrebbero visto l’esito di ciò a cui davano inizio, non possiamo pensare che lo abbiano sognato e anche un po’ progettato? (A me sembra di coglierlo dallo stesso discorso citato).
In definitiva, è possibile una costruzione politica a qualsiasi livello che, pur dando la priorità all’esperienza concreta e alla persona, non arrivi alla definizione di un progetto su cui chiamare altri a collaborare?

Lacrime di commozione

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5 maggio 2019 – Messa di prima comunione di Luca (foto di Patrizia Tumbarello)

Silvio Baldelli è stato chiamato dal Signore nelle prime ore di ieri, 16 maggio.
Oggi, in una Collegiata gremita, lo abbiamo salutato e affidato al Signore insieme alla sua famiglia e a buona parte della comunità parrocchiale. Era presente con noi il Vescovo, che ha presieduto la celebrazione, e diversi preti della nostra diocesi che, in modo diverso, sono legati alla famiglia di Silvio e alla nostra parrocchia.
Alcuni parrocchiani mi hanno detto: quello di oggi è stato un bel momento!
Sì, lo penso anche io! Il clima che si è respirato è stato un clima sereno, intenso e commosso; un clima di  fede e di famiglia. Abbiamo accompagnato Silvio che davvero ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede ed ha raggiunto la mèta.

Silvio, oltre che un marito, un padre e un nonno; oltre che un lavoratore e un cittadino; è stato un uomo di carità e di servizio. Le tante realtà associate che hanno voluto manifestare riconoscenza verso di lui e partecipare al dolore della famiglia, ci hanno presentato la storia di un uomo attivo e disponibile, sempre pronto a dare il proprio aiuto con attenzione, discrezione e tenerezza.

Diverse lacrime sono scese oggi sui nostri volti; sono state lacrime di commozione e di affetto, per la consapevolezza di essere davanti ad una testimonianza preziosa di vita cristiana, che si è dipanata ordinariamente, giorno per giorno sotto i nostri occhi, una testimonianza di cui ora possiamo contemplare la completezza. Una santità della porta accanto, l’ha definita il Vescovo, quella dei cristiani che vivono nella quotidianità il loro dovere, la loro testimonianza e il loro servizio.

Tra le tante lacrime, io mi sono commosso soprattutto di fronte alle lacrime di Maria, una signora Rom che ormai fa parte stabilmente della nostra parrocchia.
Incontro Maria ogni mattina; ci salutiamo cordialmente mentre entro in chiesa accolto da lei che vigila simpaticamente sulla porta. Questa mattina presto Maria mi è venuta incontro per dirmi: “Andrea, lo sai che è morto Silvio? Ieri ho pianto tutto il giorno. Era un uomo buono!”. Maria lo conosceva bene perché ogni domenica si incontravano alla Pieve, Silvio dentro a preparare e Maria fuori ad accogliere le persone.
Oggi anche Maria ha voluto partecipare alla messa; non è rimasta sulla porta come fa di solito; non ha fatto solo una puntata veloce come si accontenta di fare spesso, ma ha voluto esserci anche lei, con tutta la nostra comunità, per salutare Silvio… e il suo volto era bagnato dalle lacrime, lacrime di affetto sincero.
Quelle lacrime mi hanno commosso perché ho pensato che se c’è un povero che piange per te quando muori, allora sei benedetto da Dio e non c’è nulla che ti possa separare dall’abbraccio del Padre.

Con tua moglie Iride, anche io ti dico, va’ in pace Silvio, sei arrivato alla mèta. Con i tuoi figli Marco e Alessandro voglio, silenziosamente, custodire la tua testimonianza. Con le tue nuore Mariapia e Monica ti voglio dire il mio grazie per la tua tenerezza e per il bene che ci hai dato. Con Sara e tutti i tuoi nipoti ti chiedo: prega per noi il Signore.

13 maggio 1979 – 13 maggio 2019

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Il 13 maggio 1979 è stata una data molto importante per la mia vita.
Mi piace ricordarla come la data della mia vocazione.
Facevo la terza media. Non era un bel periodo della mia vita: il gruppo medie della parrocchia si era sfasciato a causa della partenza di don Giorgio per Taverna; senza entusiasmo avevo scelto una scuola superiore seguendo il pensiero dei più.
Nella settimana precedente don Pippo, il mio parroco, mi ha consegnato un invito dal seminario: domenica 13 maggio incontro riservato ai ragazzi della terza media.
Conoscevo quegli incontri; li frequentavo durante il tempo delle elementari e ne conservavo un ricordo bello, ma poi non ero più andato: mi ero totalmente coinvolto nel gruppo in parrocchia. Quella domenica non avevo nulla di meglio da fare e ho pensato di invitare i miei amici a venire con me. Da san Gaudenzo siamo andati in una decina.
Ci hanno accolto don Sanzio e don Vanni, due preti del seminario, che hanno trascorso la giornata con noi: non li conoscevo e loro non mi conoscevano. E’ stata una bella giornata: giochi ben organizzati, un momento di riflessione sulla figura del prete tramite un filmato, il pranzo con abbondanza di patatine fritte, la messa. E’ venuto anche Mauro Evangelisti, che la domenica successiva sarebbe stato ordinato diacono: ci ha invitato all’ordinazione. Tutto tranquillo. Apparentemente non era successo nulla.
Nel pomeriggio i miei genitori mi vengono a ricuperare. Eravamo in macchina, tra via Marecchiese e viale Valturio, e mia mamma mi chiede come fosse andata la giornata. Ho risposto: “Come sempre; le solite cose che si facevano anche ai tempi delle elementari; ci hanno parlato del prete“. Inaspettatamente mia mamma mi domanda: “Ma tu ci hai mai pensato di diventare prete?“. Io, in verità ci avevo pensato, ma mai molto seriamente. Era una cosa che aleggiava nella mia vita e non avevo mai avuto l’occasione di prenderla in mano con serietà: avevo avuto accanto due preti (don Pippo e don Giorgio) che stimavo molto, e che, pur essendo molto diversi tra loro, mi affascinavano con il loro modo di vivere. A mia mamma non ho risposto, credo, ma in quel momento ho cominciato a pensare che era ora di pensarci: ma come?

Il giorno dopo, il lunedì pomeriggio, ho preso la bicicletta e, senza dire nulla a nessuno, sono andato in seminario. La provvidenza ha voluto che, proprio in quel momento in cui io sono arrivato, don Sanzio stesse scendendo le scale, credo per andare a scuola. Mi ha riconosciuto e mi ha chiesto cosa facessi lì. Gli ho domandato:”Ma cosa si fa in seminario?” e lui è rimasto con me una mezz’ora a rispondere alle mie domande.
La sera sono andato in parrocchia e ho incontrato don Biagio che, in quel periodo, dopo la partenza di don Giorgio, seguiva i gruppi dei ragazzi delle superiori e aveva aggregato anche noi di terza media (quelli rimasti). Gli ho chiesto di parlare: gli ho raccontato dell’incontro fatto in seminario e che, quel pomeriggio, ero tornato per vedere. Lui mi ha ascoltato e incoraggiato a continuare a pensarci.

Il giorno successivo sono andato a trovare don Giorgio e ho parlato anche con lui. Anche don Giorgio mi ha aiutato a pensare, ponendomi delle obiezioni che mi hanno permesso di verificare ancora meglio quell’idea che stava crescendo dentro di me.
Ormai avevo deciso!
La sera – a cena – ho detto ai miei genitori che a settembre sarei entrato in seminario. Loro hanno accolto questa decisione con stupore e grande rispetto, chiedendomi di pensarci bene e di considerare l’importanza della scelta. Ho raccontato loro il breve percorso che avevo fatto in quei due giorni, con chi mi fossi confrontato e perché avessi preso quella decisione: pensavo che questa idea, che per tanto tempo aveva aleggiato dentro di me, dovesse essere verificata sul serio e che non ci fosse altro modo per farlo che entrando in seminario. Mi hanno ascoltato e accompagnato; non mi hanno detto la preoccupazione che c’era nel loro cuore per questa mia decisione; non mi hanno scaricato sulle spalle la loro angoscia di genitori di fronte alla partenza da casa di un ragazzo della mia età (me lo avrebbero raccontato solo diversi anni dopo). Mi hanno solo chiesto più volte di essere serio e mi hanno detto che avrei potuto tornare a casa in ogni momento, se avessi compreso che quella non era la mia strada.

In quella settimana mote altre cose sono cambiate: per esempio ho deciso di cambiare la scuola superiore in cui mi ero pre-iscritto e poi sono andato a parlare con don Pippo, il mio parroco, che, con poche parole, ma con grande tenerezza, mi ha detto semplicemente: “Bravo, sono contento! Ricordati che tutti gli anni che vivrai in seminario, saranno anni di purgatorio scontati“, e poi se n’è andato; per lui in quelle parole c’era già tutto: sostegno e ammonimento. Non era mai stato un uomo di tante parole, ma io, che lo conoscevo, avevo già capito che era contento e mi appoggiava.

La domenica ho partecipato all’ordinazione diaconale e presbiterale in Duomo: venivano ordinati preti Giuliano Renzi e Tarcisio Giungi (li avevo conosciuti in varie iniziative durante gli anni delle medie) e diaconi Mauro Evangelisti e Tarcisio Tamburini (che invece non conoscevo). Da ragazzo di 13 anni l’ho sentito come un momento importante, durante il quale ho confermato la mia decisione di entrare in seminario.

Oggi sono passati esattamente quarant’anni dal quel 13 maggio 1979 e sento di dover rendere grazie al Signore per quello che ha operato provvidenzialmente nella mia vita.
Tante persone mi hanno aiutato e accompagnato. Tante persone sono state il segno della presenza di Dio nella mia vita: i miei genitori, i preti che mi hanno accompagnato, gli amici che ho incontrato lungo il cammino … tutti hanno avuto un ruolo decisivo.
Devo riconoscere, con grande gratitudine, che la provvidenza di Dio mi ha aperto tante porte che ho avuto il coraggio di varcare con fiducia, ma anche grazie al sostegno di tanti. Come dice il Vangelo di oggi, dietro quelle porte ho trovato fin da subito vita in abbondanza.
Grazie al Signore e grazie a tutti coloro di cui il Signore si è servito per rivelarsi a me e per invitarmi a seguirlo.

Ora, Signore, porta a compimento l’opera che hai iniziato in me.

Un sogno per l’Europa

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Senza un’Europa unita il vero rischio è l’irrilevanza dei paesi nazionali: in un mondo globalizzato, per noi, non esiste alternativa! 
Sinteticamente è questo il messaggio che il prof. Romano Prodi ha lanciato ieri sera alla folta assemblea che lo ascoltava.
All’evento organizzato dal Progetto Culturale della Diocesi di Rimini hanno risposto in tanti. La sala del Centro Tarkovskij era gremita di persone di tutte le età. Per fortuna anche molti giovani.

Quella di Romano Prodi è stata soprattutto una testimonianza.
In un dialogo serrato con Giorgio Tonelli, ci ha raccontato dei tempi in cui è stato presidente delle Commissione Europea e dei tanti incontri che si sono tenuti a livello internazionale per costruire quell’Unione Europea che rappresentava il sogno di coloro che uscivano dalle macerie della seconda Guerra Mondiale. Certo non tutto è andato secondo i progetti. Molto di più si poteva fare.

Dalla sua lunga esperienza Romano Prodi non si è limitato a raccontare dei tempi passanti, ma ha voluto condividere un sogno sull’Unione Europea che sarà (o che dovrebbe essere).
Un’Unione Europea che sia capace di un reale governo unitario, con un presidente di Commissione eletto dai cittadini d’Europa, investito di un’autorità in grado portare avanti le decisioni a maggioranza assunte in sede di Consiglio Europeo. L’unanimità del consenso richiesto oggi, fa prevalere gli interessi nazionali su quelli comuni. Così non si gestisce neppure un condominio; figuriamoci una unione di stati.
Un’Unione Europea che concluda il processo di ammissione di tutti i paesi dell’Europa ,per consolidare e dare unità geografica all’Unione: non ha senso che alcuni paesi del Balcani siano ancora esclusi; non sono loro le realtà che possono aggravare le problematiche dell’Europa.
Un’Unione Europea che ci proponga un progetto di welfare condiviso su scuola, salute e diritto alla casa. L’Europa è portatrice nel mondo di una tradizione culturale di protezione della persona e dei suoi diritti; non c’è nessuna altra realtà al mondo che è erede di questa cultura. Occorre però una politica che traduca in pratica questi principi e li renda fruibili per tutti i cittadini dell’Unione. 
Un’Unione Europea che proponga una politica estera unitaria e che si superi la logica di interesse dei singoli stati nazionali nelle varie aree geografiche (vedi situazione della Libia). Tale politica estera deve essere sostenuta anche da un sistema di difesa unico, che intervenga per sostenere tale politica; non ci interessa fare dell’Europa una potenza militare, ma è necessario avere una forza che intervenga a nome dell’Europa unita lì dove è necessario difendere i diritti delle persone.

Le sfide non mancano oggi e non mancheranno nel futuro: dalla questione climatica agli scenari di conflitto in varie regioni del mondo (Nord Africa, Medio Oriente, Asia, America Latina), senza parlare del confronto con i grandi colossi economici rappresentati da USA, Cina, Russia. Solamente con una Unione Europea che pensi e agisca unitariamente si può pensare di avere voce in capitolo su queste grandi questioni. 
L’alternativa è solamente l’irrilevanza.

Callisto, Clemente, Francesco

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Siamo appena tornati da un pellegrinaggio a Roma. Clima molto bello sia nel meteo che nel gruppo che si è formato semplicemente sull’adesione ad una proposta.
Ho provato a pensare quale sia stata la nota dominante di questo viaggio ed ho pensato che è stata caratterizzata dall’incontro con tre papi, ognuno dei quali ci ha lasciato una parola importante per continuare il nostro cammino.

Papa Callisto. La prima tappa del nostro itinerario ha visto la visita delle catacombe di san Callisto, che fu vescovo di Roma per cinque anni a partire dal 218.
Di lui sappiamo veramente poco e, molte notizie ci sono state riportate da Ippolito di Roma, che gli si contrappose durissimamente considerandolo poco fedele alla tradizione e troppo misericordioso nella riammissione alla fede di coloro che, per debolezza, di fronte alla minaccia di morte, avevano bruciato incenso agli dèi pagani (i lapsi). Ovviamente Ippolito ci dice ogni male di Callisto, ma la Chiesa lo considera un santo. 
Questa è la sintesi riportata nel Messale romano: San Callisto I, papa, martire: da diacono, dopo un lungo esilio in Sardegna, si prese cura del cimitero sulla via Appia noto sotto il suo nome (le catacombe), dove raccolse le vestigia dei martiri a futura venerazione dei posteri; eletto poi papa promosse la retta dottrina e riconciliò con benevolenza i lapsi, coronando infine il suo operoso episcopato con un luminoso martirio.

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Di papa Callisto possiamo sicuramente ricordare questa cura per la testimonianza di coloro che hanno dato la vita per la fede e la sua capacità di essere un uomo di riconciliazione per coloro che si erano allontanati dalla fede.

Papa Clemente XIV. E’ il nostro illustre concittadino. Abbiamo visitato la sua tomba presso la basilica dei Santi XII Apostoli. L’incontro con fra Agnello, parroco della basilica, ci ha permesso di conoscere meglio la figura di Lorenzo Ganganelli (Clemente XIV) che fu frate minore conventuale e a lungo visse in quello stesso convento ove ora riposa il suo corpo. 

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Il monumento funebre, scolpito dal giovanissimo Canova, è un’opera d’arte di rara bellezza con un messaggio molto bello sulla figura di papa Clemente XVI, anche lui vescovo di Roma per cinque anni (1769-1774).
Del pontificato di Clemente XIV, molta storiografia mette in evidenza solo la decisione della soppressione dei Gesuiti, dimenticando la grande cultura di questo Papa, che ha avuto il merito di aver raccolto buona parte del patrimonio scultoreo ora conservato nei Musei Vaticani (Museo Pio – Clementino), e il suo desiderio di vivere al di fuori degli intrighi e delle questioni che affliggevano la politica del tempo. Su di lui molte calunnie sono state diffuse e il fatto che sia morto nel convento dei suoi frati, piuttosto che in Vaticano, e che lì il suo corpo venga custodito, ci dice molto delle difficoltà che ha dovuto affrontare.
Nel monumento funebre Canova pone ai piedi della statua del pontefice in trono le allegorie della temperanza e della mansuetudine, due virtù che ben si addicevano a questo uomo di grande cultura. I suoi contemporanei così lo hanno voluto tramandare ai posteri, come un uomo temperante e mansueto.

Papa Francesco. E’ il Papa che ci ha accolto in Vaticano e ci ha raccontato del suo ultimo viaggio apostolico vissuto in Bulgaria e Macedonia del Nord. Siamo stati fortunati ad avere l’opportunità di accogliere questa condivisione del Papa. Lui, il custode dell’unità della Chiesa, ci consente di allargare il cuore per conoscere cosa accade nelle periferie del mondo e della Chiesa, nelle piccole comunità cristiane che non sono sotto i riflettori mediatici, ma che, evidentemente, sono al centro del suo interesse.
Papa Francesco ci ha raccontato dell’incontro che ha vissuto a Skopje con le suore di Madre Teresa di Calcutta e ci ha testimoniato la sua commozione nel vedere come queste donne fanno la carità con tenerezza e mai con acidità. Questa è la parola che ha ripetuto più volte: la carità fatta con tenerezza.

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Tre papi e tre parole da custodire per vivere il Vangelo:
Callisto, la riconciliazione e la misericordia verso i peccatori;
Clemente XIV, la temperanza e la mansuetudine;
Francesco, la carità vissuta con tenerezza.

Il pellegrinaggio, così, può continuare!

Il cancro dell’astensionismo

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Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico. (Costituzione della Repubblica Italiana, art. 48)

L’astensionismo elettorale è una grave patologia che affligge la democrazia italiana (e non solo); tanto grave che la definirei un cancro!
Ad ogni appuntamento elettorale, il numero dei cittadini e delle cittadine che scelgono di non compiere il loro dovere civico (come dice la nostra Costituzione) è sempre rilevante e, di fatto, viene a configurasi come un anonimo partito di maggioranza relativa.
Tale situazione è grave, perché tende a falsare ogni risultato elettorale, facendo risultare sproporzionate le percentuali di preferenze ottenute dai vari partiti e coalizioni (rispetto al totale degli elettori), alimentando così il senso di frustrazione di tanti che si allontanano sempre di più dall’istituto del voto. Un circolo vizioso e deprimente.
Il fenomeno, purtroppo, non è nuovo ed è stato ampiamente studiato da sociologi e politologi.
Durante uno degli incontri vissuti quest’inverno alla Collegiata, nel percorso su “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium“, abbiamo avuto l’occasione di confrontarci anche su questo aspetto, mettendolo in connessione con l’altra grande piaga del sistema democratico italiano, rappresentato dall’evasione fiscale.
Vorrei riprendere brevemente questa riflessione in prossimità delle prossime consultazioni amministrative ed europee, nella speranza di aiutare qualcuno a scegliere diversamente.

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Rispetto alle tante motivazioni che possono essere addotte per scegliere l’astensione dal voto elettorale, desidero confrontarmi con le due che trovo particolarmente diffuse tra le persone che conosco e che incontro.

La prima motivazione è quella di alcune persone che stimo molto per quello che fanno, ma che definirei idealiste.
Sono persone che vivono gli ideali e non si accontentano di proclamarli: sono impegnate a livello ecclesiale o nei corpi intermedi del terzo settore e del volontariato; persone abituate a spendersi con generosità in prima persona. Alcune di loro si astengono dal voto perché non trovano una corrispondenza tra gli ideali e i valori  che professano e le concretizzazioni che i vari partiti propongono e mettono in atto; oppure si ritrovano in alcuni dei valori che alcuni partiti sostengono, ma sono assolutamente distanti da altre posizioni presenti negli stessi partiti. Tale tensione viene considerata inconciliabile.
Queste persone preferiscono permanere nella loro “purezza tipica” piuttosto che “sporcarsi” (chiedo scusa ma non trovo un’altra parola) con una realtà politica che domanda delle mediazioni e dei compromessi; tali mediazioni vengono considerate dei tradimenti inaccettabili; pertanto si sceglie l’astensione come l’unica possibilità per dichiarare il proprio dissenso rispetto ad una realtà politica dalla quale non ci si sente rappresentati perfettamente. Si pensa che valga di più continuare a portare avanti l’impegno sul campo; che conti l’impegno concreto nelle situazioni, piuttosto che il voto politico.
A queste amiche e amici vorrei ricordare che, per definizione, ogni realtà politica (come ogni realtà umana) è caratterizzata da mediazioni necessarie alla realtà, e che difficilmente una realtà politica, essendo una realtà collettiva, potrà rappresentarmi in modo speculare. Sarà invece necessario procedere per approssimazione, riconoscendo nelle singole persone (quando è possibile) o in un partito o movimento politico, la maggiore prossimità a ciò che mi sta a cuore o a ciò per cui – in questo determinato contesto sociale – mi sembra prioritario impegnarsi. Tale approssimazione non la considererei un tradimento, ma semplicemente la scelta che mi è possibile fare tra le proposte che mi vengono rivolte. Ogni scelta adulta ha queste caratteristiche; la vita politica non sfugge a questa necessità. A tutte queste persone chiederei di avere il coraggio di compiere una scelta possibile, anche se non perfetta.

La seconda motivazione è quella delle persone deluse e amareggiate che consapevolmente e dolorosamente (non per superficialità o qualunquismo) hanno scelto di rinunciare al proprio diritto/dovere di voto.
La cronaca politica degli ultimi trent’anni, comprese le notizie degli ultimi giorni, certamente non incoraggia i cittadini e le cittadine ad andare a votare. La corruzione e le mafie sembrano aver pervaso e infettato ogni istituzione; i cosiddetti “poteri forti” sembrano avere la meglio su processi democratici che patiscono lentezza e incertezza; l’insicurezza rispetto alla legge e il senso di precarietà hanno fatto perdere fiducia rispetto ad un sistema che dovrebbe sostenere e difendere. Perché, allora, andare a votare e sostenere questo sistema? Perché andare a votare contribuendo alla sopravvivenza di una realtà che risalta più per la sua iniquità che per l’onorabilità? Meglio stare a casa: “facciano quello che vogliono, ma senza il mio contributo!”.
Questa posizione purtroppo è abbastanza diffusa, almeno tanto quanto quella di coloro che, per gli stessi motivi, decidono di votare esprimendo la propria rabbia.
Senza cadere nel moralismo, a coloro che hanno creduto nella democrazia e che ora sono amareggiati e delusi, desidero dire che non esiste un’alternativa sensata al voto democratico per poter cambiare le cose. Pur con tutti i suoi limiti e le sue difficoltà, questo sistema è ancora l’unico che può garantire il rispetto del bene comune e i diritti fondamentali di ogni persona. Rinunciare alla partecipazione democratica significa consegnare il nostro Paese alla dittatura dei poteri forti e delle mafie, già molto attive e presenti dentro e fuori le istituzioni. Solo attraverso una partecipazione ampia, che sostenga le persone più onorevoli (non solo per il titolo), possiamo garantire il rispetto di quanto la nostra Costituzione prevede e richiede.
Tale partecipazione, però, non si potrà risolvere nell’atto del voto, ma dovrà essere ricuperata attraverso la consapevolezza che, compiendo il mio dovere lì dove mi trovo ad operare quotidianamente e impegnandomi per la difesa dei diritti di tutti, io potrò fare la mia parte per cambiare le cose insieme a coloro che vengono eletti per rappresentare il popolo nei vari organismi di partecipazione.

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Mi piacerebbe che – risvegliandomi – il prossimo 27 maggio, almeno nella mia città, ma auspico in ogni città del nostro Paese, qualunque sia l’esito delle votazioni, i dati di partecipazione al voto mi dicessero che la quasi totalità degli aventi diritto ha compiuto il suo dovere.
Allora sarei tranquillo, perché saprei che la democrazia gode di buona salute e che il cancro dell’astensionismo è – finalmente – in fase recessiva.
In tal caso avremmo buone speranze!

Prime comunioni

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E’ sempre un bel momento quello delle prime comunioni. Per tutti!
Lo è per tutte le famiglie, anche quelle che si sentono lontane dalla vita della comunità cristiana.
Lo è per le comunità che introducono i loro bambini e bambine nella partecipazione piena alla messa, culmine e fonte della vita della Chiesa.

Certo non mancano le ambiguità e gli eccessi. Si potrebbe certamente essere più semplici, meno preoccupati dell’effimero che sempre prende un certo sopravvento …, ma tanta è la gioia per questa festa che si sente di dover fare le cose in grande.

Cosa ci insegna questa festa? Cosa possiamo cogliere di importante al di là delle belle emozioni che abbiamo condiviso?
– Ci insegna prima di tutto il valore dell’eucaristia per la nostra vita di cristiani. L’eucaristia è un dono importante che ci è stato fatto; un dono prezioso da custodire e da trasmettere. L’eucaristia, sacramento del dono che il Signore fa a noi di sé stesso, è il tesoro prezioso che siamo chiamati a condividere con tutti coloro che percorrono il cammino della fede. Ci insegna che non ci possiamo mai abituare all’eucaristia e che dobbiamo sempre e di nuovo riscoprire questo dono.
– Ci insegna che la nostra vita cristiana e la nostra vita ecclesiale non è fondata prima di tutto sulle idee, né sulle cose che facciamo, ma sul sacramento pasquale che opera in noi credenti e ci rende sempre di più figli di Dio e discepoli di Gesù. C’è un essenziale della vita cristiana che ci chiede di lasciar agire Dio nella nostra vita attraverso i sacramenti. Tutto il resto è premessa o conseguenza.

Sento di dover dire dei grazie.
Grazie a Gesù che mantiene la promessa di essere cono noi sempre e che ancora si dona perché la nostra vita possa essere trasformata dalla Pasqua.
Grazie a tutti coloro che si impegnano perché questo dono venga condiviso.
Grazie ai genitori che, nonostante le mille difficoltà e gli impegni, mantengono l’impegno che hanno assunto nel giorno del battesimo perché il dono della fede possa crescere e svilupparsi nelle loro figlie e nei loro figli.
Grazie alle catechiste, ai catechisti, agli educatori che accettano la responsabilità di essere il volto concreto di una comunità cristiana che accoglie e accompagna nel cammino della fede.
Grazie a tutta la comunità cristiana che sente l’importanza di trasmettere questo dono e di riscoprirlo grazie all’entusiasmo dei bambini e delle bambine.
Grazie infine anche a loro, i nostri bambini e bambine che, con le loro emozioni e il loro impegno, ci aiutano a valorizzare quello che talvolta potrebbe apparire come scontato e ripetitivo.

Ho due preghiere da rivolgere a Dio alla fine di questa giornata:
– prego per tutti i genitori, soprattutto per coloro che in questo percorso – e oggi in particolare – hanno sentito il Signore vicino più a loro; ci sono delle intuizioni da non lasciar sfuggire; ci sono delle occasioni da valorizzare. Il Signore passa nella nostra vita e ci chiama a compiere delle scelte che possono farci fare quel passo in avanti che da tempo abbiamo rimandato. Prego perché questa occasione possa essere colta, perché la libertà che il Signore ci lascia possa essere utilizzata per dirgli – come i discepoli di Emmaus -: “Resta con noi Signore”.
– prego per i bambini e le bambine che hanno vissuto questa bella festa perché possano essere sostenuti dalle famiglie e da tutta la comunità cristiana a far crescere questo dono che oggi hanno ricevuto; prego perché il Signore possa realizzare dei prodigi nella loro vita aiutandoli a fidarsi della proposta che il Signore è capace di rivolgere ad ognuno di loro per rendere piena la loro vita.

Siamo tutti a Manduria

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Manduria (TA) – Piazza Garibaldi

Fino a qualche giorno fa’ io conoscevo Manduria perché il suo nome è collegato ad un famosissimo vino rosso – il “Primitivo di Manduria”-; ma da qualche giorno il nome di questo comune salentino, è risuonato più volte nelle notizie di cronaca, per la morte di Antonio Stano, un uomo di 66 anni, vittima di vessazioni e violenze da parte di gruppi di adolescenti del paese.
Le parole che utilizzo sono scelte con attenzione perché espressioni come “baby-gangs“, adottate con disinvoltura dai media, tendono a farci sentire lontano da quanto accaduto, come se fosse qualcosa di estraneo alle nostre famiglie, alle nostre comunità ecclesiali o civili: cose che accadono altrove, ma non da noi!
La morte del signor Antonio Stano ha fatto emergere e acceso una luce su una vera emergenza educativa che coinvolge un’intera comunità, la quale, dopo essere rimasta più o meno indifferente, si è accorta dei danni che tale indifferenza ha causato, certamente per la morte di Antonio, ma anche per la situazione di questi giovanissimi, protagonisti di comportamenti violenti e devianti.
Il gioco perverso di questi giorni conduce a ricercare qualche responsabile di quanto è accaduto: di chi è la colpa? Chi doveva intervenire e non l’ha fatto? A chi imputare la responsabilità di quanto è successo?

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Le famiglie di questi ragazzi dove erano? – si chiedono alcuni – Perché non sono intervenute? Come facevano a non sapere? E’ una domanda lecita e necessaria, ma, per esperienza, tutti sappiamo come sia difficile per noi adulti (genitori compresi) intercettare il vissuto reale dei  nostri ragazzi che, spesso, appartiene ad una dimensione a cui noi risultiamo estranei. Eppure non possiamo derogare al nostro ruolo educativo. Ci deve essere un modo per intercettare tale vissuto, per aiutare a comprendere le conseguenze di certi comportamenti e per mettere in atto un’azione educativa che aiuti ad orientare verso il bene, la giustizia, il rispetto per l’altro tutta questa energia che i ragazzi possiedono. Come aiutare le famiglie in questo compito necessario e difficile?

La scuola perché non sapeva e non ha segnalato? Non sappiamo neppure se e quale scuola questi ragazzi frequentino, ma sappiamo bene quale sia la difficoltà della scuola a porre in atto un’azione educativa efficace, essendo gli insegnanti oberati da questioni amministrative e formali, potendo dedicare solo un residuo di tempo al loro ruolo di educatori. Certo ci sono onorevoli ed eroiche eccezioni; tutti noi ne conosciamo tante, ma rimangono delle eccezioni. I nostri giovani raramente percepiscono la scuola come un ambito in cui possono essere educati. Come possiamo aiutare la scuola a ricuperare la sua necessaria e fondamentale funzione educativa?

La parrocchia perché non è intervenuta? Le immagini televisive ci hanno mostrato i cancelli dell’oratorio parrocchiale chiusi. Non conosco la situazione di quella parrocchia, ma conosco quella di altre parrocchie come la mia, dove ci sono educatori generosi e dediti, ma che raramente riescono a coinvolgere i giovani per più di qualche mezz’ora alla settimana, risultando spesso inefficaci nella prospettiva di una seria azione educativa che aiuti in quell’orientamento necessario. Come aiutare la parrocchia a svolgere quel ruolo educativo che per molte generazioni del passato è stato fondamentale?

Le istituzioni perché non hanno fatto nulla, visto le segnalazioni ricevute – sembra – dai vicini di casa? Ci è stato ricordato che quel comune si trova in regime di commissariamento; di conseguenza lo pensiamo in una particolare situazione di difficoltà istituzionale. Ma le istituzioni – come scrivevo altrove – sono tutte in grande difficoltà, vincolate loro pure da questioni amministrative e formali che spesso non consentono loro di poter agire in modo efficace, se non per la libera e – spesso – gratuita iniziativa di qualche funzionario. Come aiutare le istituzioni a ricuperare la loro autorevolezza e la loro incisività nel governo del territorio?

Si potrebbe andare avanti chiamando in causa i vicini di casa, e altre varie realtà che, in modo diverso, hanno derogato alla responsabilità di farsi carico sia della fragilità di Antonio Stano che dell’azione educativa verso quei giovani.
Ognuno di costoro, siano essi istituzioni, enti o individui, sono risultati e – di fatto – risulteranno incapaci ed inefficaci per una seria azione educativa che prevenga la violenza, che guarisca la noia, che possa proporre ai più giovani un orizzonte di bene verso cui orientare i propri passi e che possa difendere e sostenere una persona in difficoltà come il signor Antonio Stano: ognuno si troverà semplicemente a dichiarare la propria incapacità e impotenza.
Solo il ricupero di una responsabilità educativa condivisa su un territorio, che coinvolga in solido tutti i soggetti responsabili – dalla famiglia alla scuola, dalla parrocchia al comune … – compresi tutti gli adulti presenti sul territorio, può darci una prospettiva in questo grande impegno che è l’educazione delle giovani generazioni.
Se non cominciamo a pensare secondo questa prospettiva e non mettiamo risorse per riattivare tali sinergie, ci troveremo tutti impotenti di fronte a quanto accade.

Da qualche mese, a Santarcangelo, la nostra parrocchia  è stata coinvolta in un nuovo progetto di Comunità educativa territoriale che sta muovendo i suoi primi passi ; tale progetto sta coinvolgendo in modo sempre più ampio anche soggetti non istituzionali, nella consapevolezza che per questa sfida educativa serve davvero il contributo di tutti. Mi sembra un buon orizzonte che richiederà impegno e continuità oltre le emergenze.

Siamo tutti a Manduria.
Non illudiamoci che da noi tali problematiche non esistano.
Per affrontarle dobbiamo evitare sia di ignorare i problemi che emergono sia di pensare di delegare la soluzione ad altri.
Se invece riconosciamo i problemi, insieme possiamo affrontarli ed aiutare i nostri giovani ad orientarsi verso una vita buona e bella, quella che tutti noi desideriamo per loro e che – speriamo – anche loro possano desiderare per sé stessi.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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