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Contenuti e contenitori

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Pensieri sparsi del tempo estivo che condivido con i miei parrocchiani e, in particolare, con i cosiddetti “operatori pastorali” …

E’ un mesetto che ci sto pensando (dal Corpus Domini) e sto facendo un po’ di autocritica: mi accorgo che dedico poca attenzione ai contenitori, concentrandomi prevalentemente sui contenuti. Non ho sempre fatto così. E’ un elemento che ricavo dalla verifica personale e pastorale di questo anno. Non va bene! C’è uno squilibrio!
Certamente il contenuto è importante, senza di esso il contenitore risulta una scatola vuota; ma il contenitore dà forma al contenuto, lo valorizza, gli impedisce di disperdersi e gli consente, molte volte, di essere condiviso; senza un contenitore adeguato qualsiasi contenuto è destinato a perdersi.

Entrambi gli elementi devono avere un’adeguata attenzione, altrimenti:
– il rischio di dedicare eccessiva attenzione al contenitore ci potrebbe far deviare nel formalismo e nell’estetismo;
– il rischio di dedicare attenzione solo al contenuto ci potrebbe far deviare nell’idealismo astratto. Solo in un equilibrio accurato i due elementi si valorizzano a vicenda.

Anche Dio ha avuto l’esigenza di farsi carne per comunicarsi.
La Parola preesistente al mondo, la Parola per mezzo della quale il mondo è stato creato, per comunicarsi ha avuto bisogno di “contenitori”: la storia del popolo d’Israele, la sacra Scrittura, la carne di Gesù, la “carne” della Chiesa. Nulla di improvvisato. Tutto ben preparato Senza questi “contenitori” Dio sarebbe rimasto sconosciuto e il suo disegno di salvezza anche.

Se Dio ha scelto dei “contenitori” per comunicare sé stesso e il suo desiderio di salvezza per l’uomo e per il mondo, anche noi non possiamo farne a meno, soprattutto in una cultura in cui il messaggio, spesso, coincide con il medium.

Data questa consapevolezza teorica, occorre tradurre in pratica questa idea.
– Occorre che dedichiamo del tempo a dare forma alle tante belle idee che condividiamo; occorre dedicare tempo alla realizzazione, senza pensare che questa accada da sola e sia la conseguenza naturale della bella idea che abbiamo partorito; questo vale per qualsiasi iniziativa che mettiamo in programma: una conferenza, un percorso di catechesi, la festa parrocchiale, il giornalino, il campeggio … senza una forma adeguata il contenuto non si comunica e si disperde.
– Il contenitore di un’idea è dato dalla possibilità di rispondere concretamente ad alcune semplici domande: quando? dove? come? chi? per chi? (il perché non è scontato, ma viene prima). Finché non abbiamo risposto concretamente a queste domande qualsiasi proposta è a rischio di fallimento.
– Alcuni tra noi, per formazione e per sensibilità, sono più capaci di concretizzare; altri sono più bravi ad elaborare. Il volto di una comunità si rivela anche in questa sinergia dove ognuno fa la sua parte perché ciò che è stato elaborato venga realizzato.
– Abbiamo il problema del tempo. Ogni realizzazione richiede del tempo. Valutiamo il tempo che possiamo dedicare (partiamo da noi, non solo dall’idea) e proviamo a verificare se abbiamo le forze per realizzare quello che abbiamo pensato o se dobbiamo adeguarlo alla nostra reale capacità.
Vale sempre il principio evangelico: Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». (Lc 14,28-30)
– Ogni realizzazione deve essere sottoposta ad una verifica che riguarda sia il contenuto che il contenitore; occorre valutare l’equilibrio che abbiamo saputo mettere in atto e se abbiamo comunicato adeguatamente il contenuto che avevamo in mente; se non è avvenuto, perché non è avvenuto.

Queste riflessioni di carattere metodologico, oltre che un esercizio di autocritica, vogliono essere un contributo per richiamarci tutti a fare le cose bene, anche quelle che facciamo da tempo, quelle che si ripetono annualmente, … occorre dare loro una forma adeguata alle nostre possibilità e alle esigenze de contenuto. In questo tempo estivo, tempo di progettazioni e di programmazioni, non accontentiamoci di elaborare delle belle idee, ma proviamo a dar loro una forma concreta e realizzabile.
Aiutatemi. Aiutiamoci.

Legge o coscienza?

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Vivere da credenti in uno Stato laico, richiede capacità di discernimento tra ciò che è legale – cioè ammesso dalla legge – e ciò che è morale, cioè corrispondente al bene: non sempre le cose coincidono; non sempre la legge indica la via del bene, ne’ impedisce di compiere il male (morale).
Un credente, nel suo discernimento morale, è tenuto a cercare il maggior bene possibile in un determinata situazione, percorso che a volte lo porta ad essere più scrupoloso di quanto la legge richieda, e altre volte lo porta ad obiettare alla legge, ritenendola ingiusta rispetto al giudizio di coscienza, giudizio che non può mai essere superficiale, ma che richiede un confronto approfondito e serio (non è semplicemente un soggettivo “secondo me”).
E’ quello che insegna Gesù quando nel Vangelo di Matteo dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

Per esempio: l’aborto è legale, ma è gravemente immorale. L’ospitalità data ad una persona clandestina che si trova in stato di bisogno è illegale, ma è morale. Accumulare denaro e beni rimanendo indifferenti ai bisogni degli altri è legale, ma è immorale. Evadere le tasse è illegale e anche immorale. Sfruttare dei dipendenti con dei contratti di lavoro ingiusti può essere legale, ma è immorale…. gli esempi potrebbero continuare a lungo. 

Cito un tweet di ieri di Bartolomeo Sorge, anziano padre gesuita, per molti anni direttore di “Civiltà Cattolica” e “Aggiornamenti Sociali”, grande intellettuale ed esperto della dottrina sociale della Chiesa:

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Parliamo – ovviamente – dell’argomento “Sea-Watch 3“, che da qualche giorno riempie le pagine dei giornali e che è divenuto un tormentone estivo. Ovviamente le tifoserie si sono schierate molto duramente su posizioni opposte.
Oltre le battute superficiali e gli slogans, occorre dire che la questione ha una sua delicatezza, su cui padre Sorge prende una posizione netta, che però, mi permetto di dire, andrebbe meglio argomentata di quanto un tweet consenta di fare. La delicatezza riguarda il rapporto con una legge (un decreto ministeriale in realtà, ne’ discusso ne’ approvato dal Parlamento) che molti ritengono ingiusta, ma che, in quanto legge, dovrebbe essere rispettata.
Dobbiamo ammettere che in Italia abbiamo tutti un atteggiamento piuttosto disinvolto rispetto alla legge; molte volte ci poniamo nella pretesa individuale di avvalerci di eccezioni alla legge: dal rispetto dei limiti di velocità in auto, alle normative fiscali, … culturalmente, non ci sentiamo particolarmente condizionati dal rispetto delle leggi. Ovviamente questo atteggiamento non è giusto, ne’ morale.

Se una legge fosse ingiusta, o addirittura immorale come dice padre Sorge, si dovrebbe affrontare la questione in ambito parlamentare, per una sua correzione o abrogazione, percorrendo tutti gli spazi consentiti dalla democrazia: quello è l’ambito corretto per discutere delle leggi in quanto tali!
Il giudizio di coscienza interviene per quanto riguarda l’applicazione della legge in una situazione molto specifica; sappiamo, infatti che in alcuni casi ci si può appellare all’obiezione di coscienza, perché l’osservanza della legge, paradossalmente, potrebbe creare una situazione di ingiustizia che contrasterebbe con la ricerca del bene. Come fare discernimento? 

Occorre ricordare, prima di tutto, che il discernimento morale riguarda sempre e solo situazioni concrete e non discussioni teoriche. La situazione concreta, in questo caso, riguarda quarantadue persone di diverse nazionalità, che si trovano su una nave olandese, che li ha tratti in salvo da una situazione di pericolo e chiedono di essere sbarcati in Italia.

A partire da come ognuno si pone di fronte a questa situazione, al giudizio che dà di fronte a questo fatto, allora si avrà un atteggiamento diverso.
Se, per esempio, in ciò che accade vedo prima di tutto un’aggressione alla sovranità del nostro Paese, allora il mio modo di stare di fronte a questa situazione valorizzerà soprattutto degli atteggiamenti difensivi che richiameranno soprattutto la legge come strumento di difesa lecita; se, invece, vedo soprattutto la condizione di bisogno di persone in difficoltà, la mia reazione valorizzerà dei processi di aiuto e soccorso anche oltre quanto consentito dalla legge.
Come mi pongo davanti alla realtà non è indifferente; non tutte le modalità sono evangelicamente coerenti. Un giudizio di coscienza, però, non si usa per sostenere posizioni ideologiche (che ci sono su ambedue i fronti della discussione) che permangono su questioni teoriche, ma è proprio di chi cerca di stare di fronte alle persone, riconoscendo che quella situazione particolare richiede ciò che la legge non prevede.
La legge, quando c’è, è sempre il primo punto di riferimento per un confronto, ma il discernimento morale rimane importante, perché ci aiuta a scegliere il maggior bene possibile in una determinata situazione. Il semplice appello alla legge, in alcune circostanze, potrebbe addirittura diventare un alibi che ci esime dal rispetto della giustizia.

La domanda che ci si pone, allora, è: come affrontiamo questo problema che riguarda delle persone? La legge in vigore ci aiuta a trovare una soluzione percorribile e umanamente rispettosa? Come? Se la legge non ci aiuta, cosa ci dice la coscienza? Quale via ci indica?

Occorre anche ricordare che il giudizio di coscienza coinvolge chi è direttamente chiamato in causa in una determinata situazione, chi si assume concretamente l’onere di una scelta. Le altre persone possono intervenire, consigliare e sostenere una determinata azione, ma l’unico responsabile rimane chi ha il potere della scelta. La scelta secondo coscienza, infatti, non esime dall’affrontare le conseguenze previste dalla inosservanza della legge e il giudizio previsto da chi, nello Stato, è chiamato a richiedere che la legge venga osservata.

E noi cosa possiamo fare?
– Possiamo interrogarci su ciò che è giusto, non solo “secondo me”, ma secondo ciò che corrisponde maggiormente al bene ottenibile; e confrontarci sapendo che, su alcune questioni, anche fra credenti, ci potrebbero essere posizioni diverse, non tutte di ugual valore rispetto al Vangelo, ma tutte degne di essere ascoltate. Dal confronto possiamo riconoscere come aiutarci a purificarci dalle ideologie, a ricercare il bene, sapendo che esso, nella realtà, non si presenta mai in modo puro e assoluto, ma sempre condizionato da una serie di circostanze che ci richiedono delle mediazioni. Si tratta del maggior bene possibile, mai del bene assoluto.
– Possiamo sostenere nel giudizio chi ha l’onere di legiferare nelle sedi preposte, con vari contributi di riflessione che aiutino a riconoscere la via della giustizia.
– Possiamo solidarizzare in vari modi con chi è vittima dell’ingiustizia; personalmente sento che non posso non riconoscere in quelle 42 persone e in tante altre di diverse nazionalità, delle vittime di numerose ingiustizie: da quelle che li hanno costretti a partire, a quelle che hanno subito lungo il viaggio.
– Possiamo farci promotori di appelli concreti e di proposte che aiutino a risolvere la situazione, come ha fatto la chiesa di Torino, rendendosi disponibile ad accogliere gratuitamente quelle 42 persone presenti sulla nave.

La questione in definitiva non è semplice come qualcuno vorrebbe far intendere. La questione non si risolve tra legalità e illegalità.
L’accusa di illegalità, pur essendo oggettivamente corretta, soggettivamente può essere insufficiente per comprendere cosa muova una persona ad agire. Il riferimento alle leggi, pur essendo doveroso, non è il riferimento ultimo per chi cerca la giustizia. Occorre un po’ più di pazienza per capire come stanno le cose.
Noi che non siamo ne’ giudici di tribunale, ne’ pubblici ufficiali, ma semplici cittadini, possiamo concederci quel di più di apertura di mente e di cuore per comprendere cosa muova una persona a mettersi in situazione di oggettiva illegalità senza giudicarla immediatamente un/una criminale ed invocare per lei le peggiori pene.

Per quei pochissimi che sono riusciti ad arrivare fino in fondo a questo lungo articolo, ho voluto proporre un contributo alla riflessione (senz’altro lacunoso nonostante la lunghezza) per uscire dalla logica delle tifoserie che inaspriscono il dibattito e non aiutano a stare di fronte alle persone, tutte le persone.

Comunicato riguardante il presidio per Sea-Watch 3 a Santarcangelo

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Questa sera, dalle ore 23,00, Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, organizza sul piazzale della Collegiata un presidio di solidarietà per l’equipaggio della nave Sea-Watch 3 e per le persone in attesa di essere sbarcate.
A questo proposito mi sembra opportuno precisare che:
1.  L’evento organizzato dalla parrocchia alle ore 21 per il sostegno alla famiglia Siriana accolta a Santarcangelo non è in alcun modo collegato alla manifestazione che inizierà solo alle ore 23. La vicinanza di orario e la coincidenza di luogo potrebbe portare qualcuno a sovrapporre le due iniziative che, invece, hanno soggetti promotori e finalità differenti.

2. L’ospitalità del presidio dell’Operazione Colomba sul piazzale della Collegiata, non coinvolge la parrocchia in quanto tale, ma solo coloro che liberamente vorranno parteciparvi, come accade per tante manifestazioni che sullo stesso piazzale vengono realizzate durante l’anno.  

3. Ho dato ospitalità a questa iniziativa perché conosco lo stile civile e rispettoso dei membri dell’Operazione Colomba, con i quali condividiamo i progetti dei corridoi umanitari. Credo che in questo stesso stile sarà realizzata tale iniziativa.

4. L’iniziativa, organizzata in poche ore, mi è sembrata collegata a quella di altre comunità ecclesiali, prima fra tutte la parrocchia di Lampedusa, che in questi giorni hanno deciso di uscire allo scoperto per manifestare solidarietà e vicinanza evangelica a chi si trova in situazione di sofferenza.

5. La discussione sulla moralità di questa (Decreto sicurezza bis) e di altre leggi è una questione alquanto complessa che non può essere liquidata da slogans ad effetto sui social networks, ma che richiede un’ attenta valutazione che non può che essere arricchita dal confronto democratico nei luoghi ad esso deputati. La comunità ecclesiale e il mondo delle associazioni impegnate sul campo, può contribuire opportunamente fornendo spunti di riflessione che aiutino il discernimento di chi è deputato a legiferare.

don Andrea Turchini

Nostalgia o profezia?

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Un piccolo resto quello che ha percorso questa sera le vie di Santarcangelo portando in processione il sacramento dell’Eucaristia, per condividere con tutti questo grande dono che Gesù ci ha lasciato.
Un piccolo resto di circa duecento persone, che è passato in mezzo ai tavoli dei ristoranti suscitando curiosità, un po’ di fastidio, per lo più indifferenza.
Lo sguardo di alcuni era un po’ di commiserazione, come se si guardasse qualcuno uscito dal passato, che si ostina a fare cose che non sono “più di moda” e che non riguardano che pochi nostalgici.

Nostalgia… sentimento ambiguo; un misto tra bei ricordi e rimpianti… 
La nostalgia potrebbe far venir voglia di rinunciare, di dire: non ne vale la pena; a chi interessa? Un tempo sì che questo momento movimentava tutto il popolo o la maggior parte di esso… ma ora?
La nostalgia ci fornirebbe un parametro anacronistico per valutare il significato che oggi ha un segno come questo: uscire per la strada per portare, in modo solenne, la presenza del Signore.

Processione con la reliquia della Santa Croce nel corpus Domini

Dovremmo invece farci guidare dalla profezia, anche correndo il rischio di essere voce che grida nel deserto.
Con umiltà, ma con determinazione (parresia), possiamo uscire per la strada, non per imporci, ma solo perché abbiamo il desiderio di condividere il dono che ci è stato consegnato, perché mai lo potremmo tenere solo per noi.

Quell’uscire in modo solenne (forse anche po’ troppo solenne) ci ricorda che se questo tipo di uscita la facciamo solo una volta all’anno, in realtà ogni domenica, quando usciamo dalla celebrazione eucaristica, dopo aver fatto la comunione, noi siamo quel segno vivente della presenza del Signore che desidera incontrare gli uomini e condividere con loro il dono della fede, della speranza e della carità; tutti doni che scaturiscono dalla celebrazione dell’eucaristia.

Il segno della processione solenne prende senso solo dal nostro impegno quotidiano di testimonianza, altrimenti è solamente una parata; contemporaneamente quella processione ci richiama all’impegno che siamo chiamati a vivere quotidianamente, in modo semplice e ordinario, ma non meno vero e importante. 

Guarisci la nostra nostalgia, Signore; donaci lo spirito della profezia.

Se vuoi, cliccando sul link, puoi leggere la Supplica per la città di Santarcangelo

Premio in memoria del diacono Paolo Querzé

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Un dovere di memoria
Il diacono Paolo Querzé è morto improvvisamente il 9 marzo 2011, vittima di un incidente stradale, lasciando alla nostra comunità una testimonianza molto bella di servizio e carità vissuta con tenerezza .
Così lo ricordava un articolo di giornale, pubblicato dopo il suo funerale: “generoso, semplice e spontaneo e sempre pronto a fare qualcosa per gli altri. Paolo, diacono permanente dal 2003 e professore di religione all’istituto Molari, è morto mentre stava portando la comunione a due anziani ammalati”.
E su “Il Ponte“, Cesare Giorgetti tracciava questo bel profilo (chi ha tempo, cliccando sul link, lo legga tutto perché ne vale la pena):
“Chi incontrava Paolo per la prima volta, aveva l’impressione di una persona fragile e bisognosa: era affetto da ipoacusia bilaterale che gli rendeva difficoltoso ascoltare le persone soprattutto in ambienti affollati e una lieve difficoltà di linguaggio e di deambulazione. Ma frequentandolo ed entrando un relazione con lui, emergeva subito un grande spessore, umano e spirituale. I suoi limiti fisici non gli hanno mai impedito di spendersi per gli altri, a partire dai suoi amati studenti che tante volte lo irridevano ma che gli volevano bene, perché si sentivano sempre e comunque amati. Educava i giovani con passione, bontà e professionalità, facendosi apprezzare da tutti per la sua sensibilità, la dolcezza e la sua profonda umanità. Amava la scuola e l’insegnamento, tanto che spesso passava il tempo libero a sistemare gratuitamente la biblioteca della scuola media “Franchini”, dove insegnava. Anche a distanza di tempo, quando incontrava un genitore chiedeva sempre notizie dei “suoi ragazzi”. E amava le persone, sole, anziane, in difficoltà con le quali sentiva una vicinanza fisica e spirituale”.

Una scelta condivisa
Molto opportunamente, nel Consiglio pastorale parrocchiale, è stata richiamata l’esigenza di non disperdere la sua testimonianza e il ricordo grato della sua persona; insieme abbiamo deciso di istituire un premio o una borsa di studio alla sua memoria: così all’inizio dell’anno scolastico ho scritto una lettera alla Dirigente dell’Istituto “Rino Molari”, la dott.ssa Maria Rosa Pasini, in le dicevo:

[Come parrocchia] Ci siamo interrogati su come mantenere viva la memoria di Paolo e, come Consiglio Pastorale, abbiamo pensato che il modo più coerente a quello che lui è stato, fosse di istituire una Borsa di studio alla sua memoria nell’Istituto dove aveva lavorato.
Vorremmo che tale contributo fosse assegnato in base ad una valutazione dei docenti dell’Istituto, non in base ai meriti scolastici, ma valorizzando la testimonianza di una studentessa o uno studente del IV anno che si fosse distinta/o per la sensibilità umana, la capacità di accoglienza della fragilità o di integrazione della diversità nel contesto della scuola.
Insomma, vorremo valorizzare chi si presenta come esempio di umanità per onorare la memoria di un uomo vero, servo del Vangelo, che, nella sua umiltà e superando la sua fragilità, si è fatto capace di accoglienza e portatore di vita.
Abbiamo molto bisogno, in questo tempo, di uomini e donne che, con semplicità, sappiano farsi responsabili di rendere il mondo un luogo migliore e si facciano carico dei bisogni dei loro pari nel loro contesto di vita ordinaria.

Ultimo giorno di scuola al “Molari”
La mattina dell’ultimo giorno di scuola, il 7 giugno, abbiamo vissuto un momento semplice e intenso presso l’aula magna dell’Istituto Molari. Erano stati convocati dalla Dirigente tutti i rappresentanti di classe; qualche docente, che desiderava essere presente, ha portato la sua intera classe.

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Ho raccontato ai ragazzi presenti chi fosse il diacono Paolo Querzé. Nessuno di loro lo aveva conosciuto: sono troppo giovani. Ho detto loro della scelta della parrocchia di istituire un premio alla sua memoria e che mi trovavo lì con loro quella mattina, perché i loro docenti mi avevano indicato uno studente della scuola che si era distinto per la sua sensibilità e la sua generosità. Nessuno sapeva chi fosse la persona scelta, neppure colui che era stato selezionato.
Per arricchire la mattinata, alcuni studenti avevano proposto l’ascolto di una bella canzone di Jovanotti e la visione di un video molto intenso, in cui si racconta la storia di un padre che accoglie il desiderio del figlio con grave disabilità di partecipare ad una gara di Triathlon, correndo a piedi e in bicicletta insieme con lui e trascinandolo a nuoto (su una canoa gonfiabile) per tutto il percorso previsto dalla gara.
Come ha commentato Maria Rosa Pasini alla fine della proiezione del video, ognuno può volare se c’è qualcuno che gli presta le ali.
A questo punto ha chiamato tra i presenti Matteo Capanni della classe 4A, indicato dai docenti del suo Consiglio di Classe perché nel corso dell’anno si è “distinto nell’accudire, includere nel gruppo classe” il suo compagno Enzo, “nel corso delle attività scolastiche ed extrascolastiche“.

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A nome della nostra Parrocchia, ho consegnato a Matteo un assegno di € 300,00, ringraziandolo perché ha accolto la sfida di vincere l’indifferenza e ha vissuto la scuola come un luogo per crescere come uomo e non solo per acquisire delle competenze.

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Grande la sorpresa di Matteo per questo riconoscimento. I suoi genitori, presenti a sua insaputa perché invitati dai docenti, molto sorpresi oltre che commossi.
Mi ritorna in mente quanto ci diceva il vescovo Francesco, parlando della santità della porta accanto che è semplicemente l’impegno dei cristiani che vivono nella quotidianità il loro dovere, la loro testimonianza e il loro servizio. E’ bello riconoscere il bene e premiarlo.

Mi piace concludere con le parole che Cesare Giorgetti ci ha consegnato, come fosse un testamento spirituale del diacono Paolo:
Caro Paolo, ci hai lasciato una bella eredità: sorridete sempre e a tutti, non importa se vi stanno trattando bene o male. Amate e servite tutti e ciascuno, in particolare i piccoli, gli anziani e gli ammalati, senza anteporre mai i vostri piccoli o grandi problemi. A tutti portate il Signore e per quanto sta in voi portate tutti al Signore.

Caro Paolo, ci stiamo provando.
Grazie Matteo che ci hai creduto e ci provi.

Diamoci del “lei”

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Venerdì 14 giugno 2019 è stato convocato il primo Consiglio comunale a Santarcangelo.
Per la prima volta i consiglieri eletti si ritroveranno, si guarderanno in volto (non sono certo che si conoscano tutti) e si parleranno faccia a faccia senza il filtro dei social media. Sembrerebbe un’osservazione banale, ma è bene ricordare che sarà soprattutto lì, in quelle riunioni, guardandosi in volto, che dovranno ascoltarsi e confrontarsi per compiere le scelte che orienteranno l’amministrazione della nostra città.
In quella sala del Consiglio, “piccolo tempio della democrazia” della nostra città, saranno chiamati a custodire un clima salubre e temperato, non bollente o avvelenato, in modo che le scelte possano essere compiute con intelligenza e sapienza.

Visto che confrontarsi di persona è diventato inusuale, mi permetto di dare a tutti un consiglio un po’ “retrò”: iniziate fin dalla prima riunione con il darvi del “lei” tra di voi.
Mi sembra opportuno, infatti, stabilire – almeno inizialmente – una distanza di rispetto perché ognuna/o possa sentirsi “riconosciuta/o” nel ruolo che è stata/o chiamata/o a compiere dai cittadini di Santarcangelo: ad ognuna/o delle consigliere e dei consiglieri questo rispetto è dovuto!
Anche coloro che sono state/i chiamate/i a compiere ruoli di governo (sindaco e assessori) hanno diritto di essere riconosciuti nel loro ruolo istituzionale e, pur essendo espressione di una parte, ora sono a servizio di tutti: anche a loro che fino a ieri erano  solamente avversari politici, ora è dovuto il riconoscimento del ruolo.

Questo invito a molti può far sorridere; qualcun altro lo interpreterà come un insopportabile moralismo. Non so, forse hanno ragione e chiedo scusa.
Ma visto che in questo tempo abbiamo smarrito l’arte del confronto rispettoso e da molto tempo non abbiamo grandi esempi sulla scena nazionale, forse non ci fa male ripartire dall’ “ABC” per iniziare con il piede giusto. Si tratta solo di una norma di sicurezza per diminuire il pericolo di farsi male reciprocamente; è come avere le cinture di sicurezza in auto, il casco in moto o il salvagente in barca: di solito non servono, ma è meglio averle ben allacciate.
Si è più sicuri di arrivare felicemente alla meta e di uscire indenni dal viaggio.

A tutti e tutte buon lavoro e grazie per il vostro impegno.

PS:
Ieri sera la nostra nazionale di calcio è uscita sconfitta dalla semifinale dei Mondiali Under 20 con l’Ucraina. Nei minuti di recupero ci siamo illusi per qualche istante di aver pareggiato, ma l’arbitro ha annullato il goal. Alla fine della partita, nell’intervista di rito, un giornalista ha domandato a Paolo Nicolato, allenatore della nostra nazionale under 20, se considerasse un’ingiustizia la decisione arbitrale che ha annullato il nostro goal. Con grande stile Nicolato ha detto che, per scelta, lui rispetta tutte le decisioni arbitrali e che gli arbitri possono commettere degli errori, non delle ingiustizie.
Mi è sembrata una bella lezione di stile
.

Weekend of weddings

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Il weekend che è appena trascorso, è stato davvero un weekend particolare: ben quattro coppie hanno deciso di celebrare il loro matrimonio in chiesa e, come ci hanno detto dal Comune, altre quattro hanno celebrato il loro matrimonio con il rito civile.
Credo che sia una bella cosa di cui gioire; un segno di speranza e di fiducia.

Auguri a Ilaria e Mirko, Valentina e Davide, Elisa e Gianluca, Claudia e Fabio, che sabato scorso hanno celebrato le loro nozze nella nostra comunità, e alle altre quattro coppie che non conosciamo, ma alle quali desideriamo far giungere un pensiero di bene e di affetto.

A proposito di matrimoni, forse molti già sanno che, dalla scorsa estate, a Santarcangelo, non accogliamo più le celebrazioni nuziali di coppie che non hanno un legame con la nostra parrocchia.
Per la bellezza di Santarcangelo, e di alcune delle nostre chiese, sono molte le coppie chiedono di venirvi a celebrare le loro nozze.
Dopo attenta valutazione, abbiamo deciso di non accogliere più queste richieste perché ci sembrava che, nella maggior parte dei casi, prevalessero motivazioni esteriori e non ci fosse alcun interesse a mettersi in gioco in una relazione con la nostra comunità.

Crediamo che, come tutti i sacramenti, anche il matrimonio sia un gesto ecclesiale e non privato, e che richieda un legame (almeno oggettivo) con la comunità in cui si celebra. Non ci è sembrato opportuno continuare in questa prassi ambigua, in cui sembrava che noi “affittassimo” le nostre chiese per coppie che erano alla ricerca di locations suggestive (è l’espressione in voga).
Inoltre è accaduto che qualche coppia della parrocchia non potesse trovare le chiese disponibili per la celebrazione del matrimonio, perché già occupate preventivamente da altre coppie provenienti da vari luoghi della provincia o dell’Italia.
Non abbiamo intenzione di imboccare, anche per i matrimoni, la logica esclusiva dei vari “prima questi o gli altri“, ma solo di riportare alla verità e alla relazione ecclesiale una celebrazione che, spesso, più che il sacramento dell’amore nuziale, rischia di celebrare l’effimero e l’apparenza. 

Durante i prossimi mesi del 2019, avremo la gioia di accompagnare alle nozze altre ventidue coppie; molte di loro le abbiamo conosciute nei corsi in preparazione al matrimonio, che da tre anni viviamo in una modalità che valorizza soprattutto la relazione e che crea delle belle storie di amicizia e di condivisione: ne siamo molto contenti!
Ricordiamo tutti questi sposi e futuri sposi, li abbracciamo con grande affetto e ci impegniamo a sostenerli nel bellissimo e difficile cammino dell’amore vissuto secondo la misura di Gesù, quello che, arricchito della grazia dello Spirito Santo, diventa un sacramento dell’amore di Dio per l’umanità intera.

Accoglienza Siriani: è già una bella storia da raccontare … poi parte la “FASE 2”

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Sono passati “già” sei mesi da quella sera in cui abbiamo accolto a Santarcangelo Sheik Abdo e al sua famiglia; era il 30 novembre 2018.
Sono passati “solo” sei mesi dal quel 30 novembre, ma ci sembra molto più tempo perché, con Abdo, Samar, Najah, Hiba, Mohammad e Luna è già nata una bella storia che ci piacerebbe raccontare ad altri.
Potremmo fare un bilancio, mettere su due colonne elementi positivi e difficoltà di questi sei mesi; ma preferiamo narrare questa storia e, se vorrete, ve la racconteremo giovedì 27 giugno alle ore 21 sul piazzale della Collegiata: condivideremo storie e cocomero (ci stà!).

Qualche informazione però la possiamo dare.
– oggi tutti i membri di questa famiglia hanno ottenuto il permesso di soggiorno e proprio in questi giorni stanno prendendo la residenza a Santarcangelo;
– il 9 gennaio è nata Luna, segno vivente di una storia nuova che inizia in Italia;
– in questi mesi abbiamo provveduto alle cure sanitarie più urgenti per tutti i membri della famiglia;
– Hiba e Mohammad sono stati inseriti molto bene nella scuola materna “Sacra Famiglia”;
– il 28 marzo è arrivata a san Vito la famiglia della sorella di Sheik Abdo, accolta dalla comunità di san Vito; questa donna è rimasta vedova ed ha tre figli, che sono molto legati allo zio Abdo e alla sua famiglia; 
– la generosità e l’impegno di tanti non ci ha fatto mancare il necessario per provvedere questa famiglia di tutto ciò di cui aveva bisogno: grazie!
– diverse persone si sono avvicinate con simpatia alla famiglia Hsyan, rendendosi disponibili per qualche necessità e ricevendo a loro volta una calda e dolce accoglienza.

Ora abbiamo due esigenze importanti per procedere ad una “fase due” dell’accoglienza:
– trovare un lavoro per Sheik Abdo che gli consenta di iniziare a sostenere in autonomia la sua famiglia;
– trovare una casa da affittare con almeno tre stanze da letto perché, entro la fine di ottobre 2019, dobbiamo restituire la casa che molto generosamente ci è stata concessa in comodato gratuito per un anno intero. Sarà la parrocchia a stipulare il contratto di affitto e a garantire per ciò che è necessario.
Chi avesse qualche disponibilità per queste due esigenze, può contattare don Andrea.

Vi aspettiamo numerosi GIOVEDI’ 27 GIUGNO ALLE ORE 21,00 presso la Collegiata: ci saranno storie e cocomero!

I colori e i sapori di una festa

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Una bella festa quella che abbiamo vissuto ieri al parco Francolini: una festa di colori e di sapori.
Sui volti il sorriso.
Le braccia allargate negli abbracci.
Le mani aperte pronte a stringersi.
La voglia di incontrarsi e di raccontarsi…
Non so quanti fossimo, ma l’impressione è che fossimo tanti.
Molti santarcangiolesi, soprattutto giovani e donne.

Sì, una bella festa organizzata da donne che ha visto le donne come protagoniste assolute dell’evento.
Qualcuno ha voluto dare rilievo alla mia partecipazione: io ne sono contento se questo ha aiutato qualcuno ad accogliere l’invito e a fare questa bella esperienza di festa.
Mi ha fatto molto piacere vedere che alla festa erano presenti anche don Maurizio Fabbri, il nostro Vicario Generale, e don Jean Paul Bindia, un amico prete senegalese che vive e opera a Morciano.
Penso che da questa mattina Santarcangelo non sarà più la stessa.
Un seme di luce e di pace è stato gettato. Ora deve essere custodito e fatto crescere.

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Fine Ramadan – Eid Mubarak

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Perché ho deciso di partecipare a Eid Mubarak, alla festa della fine del Ramadan organizzata a Santarcangelo il prossimo 5 giugno?
Mi sembra giusto darne ragione in anticipo, perché a qualcuno potrebbe sembrare strano o per lo meno inconsueto. Mi sembra anche opportuno dire che questa scelta impegna me individualmente e non l’intera parrocchia.

La prima ragione è molto semplice: sono stato invitato da amici e amiche musulmani che festeggiano e hanno manifestato il desiderio che anche io partecipi. Mi sembra cortese accogliere un invito fatto da persone con cui, da qualche mese, sono legato da amicizia. La scelta di accogliere una famiglia Siriana fatta con la mia comunità, mi domanda di coinvolgermi con semplicità in un momento per loro così importante.

La seconda ragione è che sono convinto che una vera integrazione non avverrà se non condividiamo (senza confusione) la nostra esperienza religiosa. Per fortuna le nostre esperienze religiose, accanto ai riti vissuti nei luoghi della fede (chiesa, moschea, sinagoga, tempio…), hanno anche delle importanti appendici in cui possiamo tranquillamente condividere la festa. E’ una bella opportunità che anche noi dovremmo valorizzare per le nostre feste religiose.

La terza ragione deriva dall’esigenza di provare a mettere in pratica il documento di Abu Dhabi sulla “Fratellanza umana” firmato il 4 febbraio dal Papa e dal Grande Iman di Al-Azhar. Quelle parole devono trovare delle piste per concretizzarsi; occorre iniziare a muovere qualche passo gli uni incontro agli altri (anche a costo di commettere qualche errore), altrimenti l’invito alla fratellanza umana rimane un’aspirazione che non ha gambe.

La quarta ragione è fondata sulla mia esperienza. A coloro che mi richiamano sulle difficoltà vissute da tanti cristiani e cristiane in varie parti del mondo (Pakistan, Nigeria, Indonesia, Sudan, Medio Oriente …) per i comportamenti violenti di alcuni gruppi fondamentalisti, vorrei dire che sono stato testimone in Albania e in Senegal (paese con una grande cultura del dialogo interreligioso in cui i cattolici sono poco più del 7%) di gesti di reciproca ospitalità nelle feste. Mi sono sembrati esempi significativi da provare a replicare, per avere anche da noi nuove narrazioni nelle relazioni tra persone che appartengono a diverse esperienze religiose.

La quinta e ultima ragione è che questa iniziativa è promossa da due associazioni che stimo per il loro impegno per la pace, il dialogo e la cultura dell’incontro. Una (Operazione Colomba) mi vede come aderente convinto e (nel mio piccolo) attivo; l’altra (Fermenta) è appena nata nella mia città e mi sembra un’esperienza interessante e da conoscere e sostenere.

La pace, il dialogo e l’integrazione si costruiscono con piccoli passi che sono fondati sulle relazioni di amicizia, sulla fiducia, sulla capacità di valorizzare il positivo, sulla visione speranzosa di un mondo in cui possiamo serenamente riconoscerci e vivere da fratelli e sorelle, pur nel rispetto e nell’accoglienza delle nostre importanti diversità.
Senza aver la pretesa di dettare una linea comune, sento semplicemente che la mia fedeltà al Vangelo e la mia testimonianza di cristiano passano anche per questa strada, una strada fatta di incontri con persone mi sono prossime e che, pur essendo diverse da me per nazionalità, cultura e religione, mi sono fratelli e sorelle in umanità e condividono con me questo tempo della storia; sento che questa storia dobbiamo provare a costruirla insieme, iniziando a condividere ciò che abbiamo di prezioso, ciò che ci rende pienamente umani (cosa più di una festa?).
A qualcuno posso sembrare solo un ingenuo idealista; io dico che preferisco passare per ingenuo e provare a testimoniare la speranza di un mondo diverso da quello in cui dominano il sospetto, l’odio e l’esclusione reciproca: in un mondo così non vedrei molto di umano e assolutamente nulla di cristiano.

Se qualcuno fosse interessato, cliccando sul link, può leggere questo articolo che ho scritto due mesi fa’ sul confronto e il dialogo interreligioso con i nostri amici mussulmani: Ma Dio è uno solo?

Per chi fosse interessato alla festa, qui sotto le informazioni.

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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