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Non possiamo celebrare l’eucaristia, ma…

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di Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

In questo tempo nel quale anche la fede è messa alla prova si sottolinea molto – e si fanno a volte anche inutili polemiche (fuori luogo in questo momento) – l’impossibilità di celebrare insieme, come comunità cristiana, l’Eucaristia, fonte e culmine della vita della Chiesa (cf. LG 11; SC 10). Mi sembra, da ciò che vedo e sento, che invece si insista poco sulla possibilità di celebrare personalmente o in famiglia la Liturgia delle Ore, in particolar modo le Lodi mattutine e i Vespri.

Eucaristia e Liturgia delle Ore
Se indubbiamente la Celebrazione eucaristica è il modo più alto della Chiesa per celebrare il mistero pasquale di Cristo, la Liturgia delle Ore è anch’essa, nel modo che le è proprio, celebrazione del mistero pasquale di Cristo. Non è certamente la stessa cosa che celebrare l’eucaristia, ma è comunque celebrazione nel ritmo della giornata del mistero di Cristo, di morte e risurrezione, che in un momento come questo tutti possono vivere.
I Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle Ore affermano che la Liturgia delle Ore «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico “centro e culmine della vita della Chiesa”» (PNLO 12). Se in questo tempo non possiamo celebrare insieme l’Eucaristia, questa affermazione acquista un valore ancora più grande e ci dovrebbe far interrogare. Inoltre, sempre i Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle Ore affermano che «la celebrazione dell’Eucaristia viene ottimamente preparata dalla Liturgia delle Ore» (PNLO 12). Perché allora non vedere in questo tempo di necessaria e forzata astensione della celebrazione comunitaria dell’eucaristia un momento in cui la Liturgia delle Ore acquista in pieno questa funzione di «preparazione» e «tensione» alla celebrazione eucaristica, in attesa di poterla nuovamente celebrare insieme?

Per tutti, non solo per alcuni
La Liturgia delle Ore, purtroppo, è ancora troppo intesa come l’«obbligo» dei preti (dei chierici) e dei religiosi, una preghiera riservata cioè ad alcuni nella Chiesa. Il Vaticano II e la riforma liturgica hanno invece voluto recuperare la Liturgia delle Ore come celebrazione della Chiesa, che tutti i cristiani possono celebrare. Purtroppo, in questi anni non si è fatto abbastanza perché nelle comunità cristiane si comprendesse il valore della Liturgia delle Ore e la si celebrasse in modo comunitario, assegnandole il valore che ha, a volte riducendola alla versione un po’ più ricercata delle «preghierine» del mattino e della sera (basta vedere il titolo di alcuni sussidi). Ma la Liturgia delle Ore non è l’equivalente della preghiera del mattino e della sera, è molto di più, è celebrazione della Chiesa, del mistero pasquale di Cristo nel ritmo del tempo.

Il linguaggio del tempo per «dire»/celebrare la Pasqua
Nella liturgia il tempo è un linguaggio che diventa «sacramento» del Mistero pasquale di Cristo. Noi conosciamo tre ritmi del tempo: quello annuale (l’anno liturgico), quello settimanale (la domenica), quello quotidiano (la liturgia delle ore).
Il ritmo del tempo basato sul giorno, che è «l’unità minima del tempo» naturale (cfr. RIZZI, Il problema del senso), nella liturgia cristiana è costituito dalla Liturgia delle Ore. Il modo proprio della Liturgia delle Ore di celebrare il mistero di Cristo è differente sia da quello che caratterizza l’anno liturgico, sia dal ritmo ebdomadario. Se infatti l’anno liturgico si fonda principalmente sul variare delle stagioni che divengono «sacramento» del mistero di salvezza, la Liturgia delle Ore ha come elemento di riferimento l’arco della giornata e in modo particolare il sorgere e il calare del sole. Proprio per la fondamentale importanza del riferimento alle ore del giorno, al sorgere e al calare della luce il Vaticano II invita a rivedere la celebrazione della Liturgia delle Ore in modo che «le diverse ore, per quanto è possibile, corrispondano al loro vero tempo» (SC 88).
A questo dato fondamentale, che riconosce al corso naturale del giorno e della notte un valore «sacramentale», vanno ricondotti i principali elementi che formano la celebrazione della Liturgia delle Ore. Lodi e vespri ad esempio hanno evidentemente il loro riferimento fondamentale al sorgere e al calare della luce e quindi alla risurrezione e alla passione, alla creazione e alla fine/compimento della storia. Proprio per questo loro chiaro riferimento ad una ben precisa ora del giorno lodi e vespri, che sono «il duplice cardine dell’ufficio quotidiano, devono essere ritenute le ore principali e come tali celebrate» (SC 89). Le ore minori di terza, sesta e nona hanno, proprio per la loro collocazione temporale nell’arco della giornata, un esplicito riferimento a eventi della passione di Cristo che troviamo nei racconti evangelici e ad altri eventi.

La Settimana Santa che ci sta davanti
Perché non pensare alla Settimana Santa che ci sta davanti come ad un’occasione per riscoprire la Liturgia delle Ore? Chi non è già abituato a celebrarla, potrebbe cominciare, magari proprio in questa Settimana Santa – e in particolare nel Triduo Pasquale – così «strana» a celebrarla o personalmente, o, ancor meglio in famiglia.
Si potrebbero celebrare in famiglia soprattutto Lodi, Vespri e, magari, anche Compieta, in particolare nei giorni del Triduo. Magari alle Lodi, si potrebbe sostituire alla lettura breve il Vangelo del giorno. Il Venerdì Santo, si potrebbe celebrare l’Ufficio delle Letture alle 15.00 del pomeriggio, leggendo, dopo le letture la Passione del Signore, secondo Giovanni. Nella notte del Sabato Santo, quando si celebra la Veglia Pasquale, si potrebbe celebrare insieme l’ufficio delle Letture del giorno di Pasqua, concludendolo con la lettura del Vangelo della Risurrezione del Signore (cf. brano evangelico della Veglia pasquale o del giorno di Pasqua).

Strumenti
Per chi non avesse a portata di mano il libro della Liturgia delle Ore, i mezzi informatici ci aiutano molto oggi. Ci sono comodissime App da installare sul telefonino che mettono a diposizione la liturgia delle ore completa di ogni giorno:
– La CEI ne propone una (con anche la proposta del canto):
https://play.google.com/store/apps/details…
– Molto comoda è anche l’App e-prex
https://play.google.com/store/apps/details…
Per chi non avesse la possibilità di scaricare l’App sul telefonino, si può ricorrere ad un sito. Ad esempio:
http://www.liturgiadelleore.it/

Viviamo questo tempo anche come opportunità
È un tempo difficile, doloroso. Un tempo in cui emergono anche le nostre povertà nell’ambito di fede ed ecclesiale. Sfruttiamolo per «crescere» e per cercare di vivere bene quegli strumenti che abbiamo a disposizione, senza perdere tempo a lamentarci di quelli che non abbiamo o non possiamo vivere. Anche questo è uno «stile cristiano» con cui vivere questi giorni difficili. Forse allora scopriremo in modo nuovo tutta la ricchezza di fede e di preghiera che il Vaticano II ha «preparato» per la nostra vita personale e comunitaria. È come una tavola imbandita della quale forse non abbiamo approfittato fino in fondo, ma che forse è il momento di riscoprire.

Siamo tutti nella stessa (b)Arca

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Nella veglia di ieri sera, proposta da papa Francesco, è stato scelto il brano della tempesta sedata (Cfr. Mc 14), che mette bene in evidenza la paura dei discepoli e la risposta della fede a cui Gesù invita (vedi anche questa riflessione) .
Il commento del Papa è stato molto bello e suggestivo e in un passaggio ha affermato:  «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti».

Questa espressione mi ha evocato un altra immagine della Bibbia che di solito trattiamo superficialmente, quasi fosse una storiella: è il racconto del diluvio e dell’arca di Noè, riportato soprattutto nei capitoli 7-9 del libro della Genesi. Questo racconto presenta delle somiglianze con quanto accade ai nostri giorni e ci dà delle luci che possiamo cogliere per vivere questo tempo. Cito solamente alcuni passaggi, proponendomi poi di svilupparli in uno strumento più ampio.

1. Una crisi annunciata e ignorata
Nessuno ha previsto il dramma che stiamo vivendo in questo tempo.
L’epidemia ci è piombata addosso in modo pressoché improvviso, ma, a ben vedere, dei segnali c’erano e si potevano cogliere. Mi ha molto colpito quanto affermava il Papa nel suo intervento di ieri sera, perché corrisponde all’analisi di diversi studiosi: 
«In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Vengono in mente le parole di Gesù nel Vangelo di Luca:
Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. (17,26-27)

2. Un’arca per difendersi dal flagello del diluvio: uno spazio limitato per la vita
Noè costruisce un’arca, una costruzione che aiuti lui, la sua famiglia e tutta una parte della realtà vivente, a difendersi dal flagello del diluvio. Per sopravvivere devono separarsi e isolarsi dal contesto circostante. Tutto il resto della realtà vivente sarà sommerso e condannato alla morte, ma chi è dentro l’arca sopravvive.
Una permanenza isolata, in uno spazio molto limitato, mentre tutto attorno la morte domina e, nel segno dell’acqua, tutto viene travolto.
Le immagini ispirate al racconto della Scrittura ci parlano di una costruzione dalle dimensioni imponenti, ma per quanto fosse grande, lo spazio era comunque limitato.
Noè e la sua famiglia, per sopravvivere, hanno dovuto accettare questo isolamento.
Quell’arca, quello spazio limitato è però abitato da persone giuste.
Quello spazio diviene così anche il grembo di una nuova umanità, potenzialmente libera dalla violenza e dalla ribellione che aveva mosso Dio alla scelta del diluvio.

3. Un tempo lungo per ritornare alla vita
Il tempo in cui la famiglia di Noè e tutti gli esseri viventi raccolti sono rimasti nell’arca è stato un tempo lungo, superiore ad un anno.
Quel tempo però, non è tutto uguale; esso è caratterizzato da dei passaggi che vanno verso l’obiettivo del diluvio, che non era la distruzione, ma una nuova creazione.
In definitiva il diluvio dura un anno intero, scandito dal tempo della distruzione, poi del lento ritirarsi dell’acqua. Significativo il fatto che, quando già si vede la terra affiorata, Noè e la sua famiglia devono attendere ancora molto tempo per poter uscire da quello spazio limitato. Inviano diversi uccelli (corvi e colombe) per verificare la possibilità di abitare quella terra che deve assorbire l’elemento della distruzione e rinascere; ritornare abitabile.

Noi abbiamo perso il senso e il valore dell’attesa.
Per noi è tutto tempo perso, è tutto tempo che ci costa… Ma la realtà ha i suoi tempi che chiedono di esser rispettati.

Questo tempo, come già ho detto in un’altra riflessione, è il tempo della gestazione, necessario per la nuova vita che attende Noè e la sua famiglia fuori dall’arca.
La realtà che incontreranno sarà trasformata. Sarà sempre la Terra, ma ciò che l’acqua ha causato dirà di un cambiamento importante. Quel tempo non è solo il tempo della resistenza al flagello, ma anche il tempo in cui occorre pensare e sognare quella realtà nuova che si potrà abitare, una realtà che sarà trasformata. 

4. Una nuova creazione, la possibilità di ripartire
L’uscita dall’arca è raccontata come una nuova creazione.
Dio desidera ripartire da capo e riconsegna la terra all’uomo, così come l’aveva consegnata alla prima coppia dei progenitori. 

Questa nuova vita sulla terra inizia con una doppia benedizione:. Noè costruisce un altare e offre sacrifici a Dio per ringraziarlo del dono della vita e della terra; da parte sua Dio benedice l’uomo e tutta la creazione, impegnandosi a non distruggerla mai più.
In questa benedizione di fecondità che investe l’uomo, viene richiesto all’uomo il rispetto della vita degli altri uomini. Quella violenza che aveva caratterizzato il mondo prima del diluvio, dovrebbe essere estranea a questa nuova creazione.
Imparare il rispetto per l’essere umano e per la sua dignità: è tutto quello che Dio chiede all’uomo nel momento in cui lo benedice.

5. Una alleanza di pace con Dio
Il racconto del diluvio si conclude con un’alleanza di pace tra Dio e l’umanità. Dio si impegna a custodire la vita dell’uomo e degli esseri viventi che vivono nel mondo.

E’ un’alleanza unilaterale che Dio stipula con tutta la creazione; gli esperti parlano di un’alleanza cosmica nel nome della difesa della vita.
L’alleanza di Dio – e con Dio – non è solo un pio desiderio espresso al cielo, ma un impegno che il Signore – il Dio fedele – si prende con l’umanità E’ la sua firma sulla sua volontà di custodire la vita dell’uomo e della terra.
Il segno dell’arcobaleno rappresenta un memoriale cosmico dell’ impegno che Dio si è assunto, perché “Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11).

A me sembra di cogliere molte analogie con l’esperienza che stiamo vivendo.
Lo slogan che si è diffuso a macchia d’olio – “Andrà tutto bene” – con il segno dell’arcobaleno, è un ulteriore richiamo a questa grande parabola biblica, che il racconto del diluvio e la vicenda di Noè e della sua famiglia rappresenta.
Quello che non dobbiamo dimenticare o ignorare è che questa situazione ci richiede un cambio di sguardo.
Dio non è all’origine dell’epidemia. Ma c’era qualcosa del nostro modo di vivere che andava corretto, che era inumano, che ci faceva ammalare. Ora ci siamo ammalati. Ora ci siamo fermati. Ora siamo chiusi nelle nostre case in attesa che la terra divenga nuovamente abitabile da noi esseri fragili.
Quando usciremo dalle nostre arche avremo la possibilità di vivere la realtà che ci sarà ridonata in un modo diverso. Avremo la possibilità di vivere con un maggiore rispetto per noi e per gli altri. Avremo la possibilità di ripartire con uno stile più umano (e più cristiano). 
Questo tempo di isolamento nelle nostre arche può essere il tempo del sogno, del progetto, dell’ideazione di questa nuova realtà che ci troveremo a vivere.
Dio ci restituirà la nostra terra, ma dipenderà da noi come la abiteremo. Proviamo a pensare quali scelte concrete possono caratterizzare questo nuovo modo di vivere.

Dipende anche da noi!

In silenzio! Per amore o per forza?

di Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
Toscana Oggi – n. 12 / 29 marzo 2020

In questo tempo siamo tutti un po’ «monaci», non per scelta ma per necessità. Questa situazione così difficile e drammatica, che segna oggi la vita del nostro Paese e del mondo intero potrà avere un volto differente in base al modo in cui la sapremo attraversare. Essa certamente ci costringe ad andare all’essenziale, a ciò che forse nel ritmo quotidiano della vita, a volte frenetico, abbiamo perso. Tutto acquista un colore diverso in base a come viviamo: se «per forza» o «per amore». Tutto ciò che viviamo «per forza» ci incupisce, ci fa chiudere nel risentimento e ci toglie il respiro; tutto ciò che facciamo «per amore» ci fa crescere e ci educa per una vita più piena e più bella.
Uno degli elementi essenziali della vita che questo «monachesimo forzato» ci fa riscoprire è il silenzio. Anche il silenzio può essere vissuto «per forza». Allora è «isolamento». In questo caso noi cerchiamo necessariamente delle vie di fuga: il cellulare sempre in mano, messaggi a non finire – magari anche senza contenuto -, la televisione, dirette streaming religiose e non… Un gran numero di «rumori» per mettere a tacere il silenzio, «chiasso» per evitare il raccoglimento. Ma se lo viviamo «per amore», allora la ricoperta dell’esperienza del silenzio può diventare «umanizzante», può farci ritrovare l’importanza di questo ingrediente indispensabile alla vita. Allora il silenzio può essere vissuto come linguaggio dell’amore, della fede e della speranza.
Innanzitutto, il silenzio è il linguaggio dell’amore. Non ci pensiamo mai abbastanza, ma nelle relazioni più vere e profonde le parole non servono e il silenzio può essere quella esperienza umana, ancor prima che cristiana, che ci fa riscoprire la verità più profonda dei nostri rapporti umani. Due persone che si amano non hanno bisogno di dirsi tante parole, comunicano con il silenzio del corpo, dello sguardo, dei gesti. Vivere «per amore» questo tempo di silenzio ci potrebbe aiutare a riscoprire le nostre relazioni più importanti: la famiglia, le amicizie, la comunità… Il silenzio vissuto per amore diventa una educazione alla relazione. Compagna del silenzio è la solitudine. Esiste una solitudine che non è isolamento, ma capacità di entrare in noi stessi in vista di relazioni più autentiche. Chi non sa rimanere da solo, non sa stare nemmeno veramente con gli altri. Questo ci insegna anche la tradizione monastica. La solitudine, che in questi giorni viviamo per necessità, può essere una occasione formidabile per ripensare alle nostre relazioni.
In secondo luogo, il silenzio vissuto «per amore» può essere il linguaggio della fede. Paolo afferma che «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo (Rm 10,17). Non c’è ascolto senza la capacità di fare silenzio. Oggi viviamo l’esperienza di un silenzio estremamente difficile. Siamo talmente disabituati a vivere il silenzio, che quando le circostanze ci costringono a farlo, ci troviamo in difficoltà, quasi disarmati e senza strumenti. Questo tempo di deserto può essere un’occasione da non lasciar passare invano, seppure nata da una situazione di grande prova, per imparare a vivere quel silenzio che è l’ambiente necessario all’ascolto, da un punto di vita umano, degli altri, ma anche dal punto di vista della fede, di Dio e della sua Parola. Il silenzio è la palestra del cuore: ciò che lo allena ad accogliere quella Parola di vita che Dio rivolge oggi alla nostra esistenza. Il tempo di «deserto» e di «prova» che stiamo attraversando può diventare allora quella «terra benedetta» nella quale il seme della Parola di Dio porta frutto. Dal silenzio di questi giorni possiamo apprendere quell’arte del silenzio, famigliare alla tradizione spirituale, fondamentale al cammino di fede e alla vita ecclesiale.
Infine, il silenzio vissuto «per amore» può essere il linguaggio della speranza. Il silenzio è uno spazio vuoto, un grembo fecondo, una terra fertile, che ci proietta al futuro. In questi giorni siamo tentati dallo scoraggiamento, provati nella capacità di guardare al futuro con speranza. Pensiamo a tutte le conseguenze sociali, economiche e umane di tutto ciò che stiamo vivendo. Tutti si chiedono: «quando ne usciremo?». Sembra di sentire il grido dell’Apocalisse: «fino a quando, Signore!» (Ap 6,10). L’esperienza del silenzio, un po’ come quella corporea del digiuno, ci apre invece al futuro: è quel vuoto che attende di essere riempito; quello spazio accogliente che si fa ospitale. Noi abbiamo paura del vuoto – l’horror vacui – e siamo spaventati dal silenzio. Tuttavia, l’esperienza del vuoto, che il silenzio rappresenta, rimanda all’attesa di Dio come fondamento della nostra speranza. È l’esperienza di Elia sull’Oreb. Egli incontra Dio non in fenomeni «rumorosi» e «grandiosi» – il vento, il fuoco e il terremoto – bensì in «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12). Nel sussurro del tenue silenzio di questi giorni possiamo riconoscere la presenza di Dio, che apre al futuro e alla speranza.
Ecco quanto questi giorni di silenzio, non cercato ma accolto, possono dirci come esseri umani e come credenti: possono essere una pedagogia del silenzio vissuto non «per forza», ma «per amore». Spesso nella vita le cose non «programmate» sono quelle più decisive. Anche riguardo al silenzio come linguaggio dell’amore, della fede e della speranza, i giorni del coronavirus possono diventare un’occasione per «trasfigurare» nell’amore ciò che rischiamo di vivere unicamente per forza.

Un “Padre nostro” nel giorno dell’ “Ave Maria”

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Ci sono molti motivi che mi portano a ritenere straordinaria la testimonianza e l’insegnamento di papa Francesco. Egli è capace di riportarci continuamente al Vangelo come criterio di giudizio per la realtà. Per questo risulta spesso così spiazzante, fuori dagli schemi della mentalità comune, capace di mettere quel po’ di pepe in situazioni che, se dipendesse da noi, scorrerebbero indifferenti e senza scandalo, sia per chi vive all’interno come per chi si sente fuori dalla Chiesa.

Sono rimasto favorevolmente colpito e stupito dall’invito che ieri – durante l’Angelus – ha rivolto a tutta la Chiesa del mondo. Mercoledì prossimo, 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, alle ore 12, ci uniremo nella recita della preghiera di Gesù: il “Padre nostro”.
Questo invito del Papa rappresenta una straordinaria provocazione sulla preghiera: nel giorno dell’Annunciazione, nel “giorno dell’Ave Maria“, il Papa ci riporta alla preghiera di Gesù, che non è una preghiera da recitare tra le tante e insieme alle tante, ma la via per imparare a pregare e vivere la nostra preghiera in comunione con Cristo.

In questo tempo della mia vita, da molti mesi, ho riscoperto la profondità e il valore del “Padre nostro” come via per la mia preghiera.
E’ un testo semplice, che ci apre ad una profondità straordinaria e ci chiede di affidarci totalmente – nella fede – a quel Padre che sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo, perché “ha cura di noi” (Cfr 1Pt 5).
Attraverso quelle parole, Gesù ci conduce a domandare al Padre ciò che Lui è disposto a darci, ed è straordinario che nella nostra preghiera possiamo fare questa esperienza di compimento.
Il Signore nel Vangelo ci dice che domandiamo male quello che chiediamo a Dio (Mt 7,7-14; Gc 4,3). Nel Padre nostro abbiamo la possibilità di invocare ciò che Dio è già pronto a donarci e, chiedendolo, ci rendiamo conto di ciò che – secondo Dio – è veramente necessario per noi.

Grazie papa Francesco per questa opportunità.
La Vergine Madre, prima discepola del suo Figlio, che mercoledì contempliamo come la Vergine Annunziata, si unirà volentieri a questa nostra grande preghiera; Lei che ha saputo accogliere con grande libertà e fiducia quella parola che si è fatta carne nel suo grembo, compiendo la volontà del Padre.

La profezia oltre la resistenza: sogniamo e pensiamo il nostro tempo futuro.

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Oggi è il 21 marzo, primo giorno di primavera.
In epoca pre-cristiana questo giorno segnava l’inizio del nuovo anno (ne troviamo ancora la traccia nel nome dei mesi finali dell’anno che sono numerati a partire dalla primavera: settembre, ottobre, novembre, dicembre, rispettivamente mesi settimo, ottavo, nono e decimo). Tutto intorno a noi si risveglia e ci dice che è terminato il tempo dell’inverno e inizia una vita nuova.

Noi invece, a causa dell’emergenza sanitaria, ci troviamo socialmente e esistenzialmente ancora nel pieno dell’inverno. Proprio ieri sera il Governatore della nostra Regione – come era previsto – ha inasprito le restrizioni per contenere il contagio. Ci sentiamo sempre più limitati e oppressi da questa situazione; siamo chiamati a resistere alla furia di questa situazione, a contrastare tanti segnali che vorrebbero deprimerci e rattristarci.

In questo tempo abbiamo bisogno della profezia, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere il futuro, quello che ci attende; a sognarlo, a pensarlo, a progettarlo come un tempo nuovo che abbiamo la possibilità di cominciare a preparare, per non limitarci a vivere nel contrasto alle difficoltà del tempo presente.

Ritorno ancora ad evocare il tempo dell’Esilio di Israele.
Dopo che i profeti, per lungo tempo, hanno richiamato il popolo di Dio a compiere un percorso di consapevolezza, per comprendere che l’Esilio era un’azione purificatrice di Dio, gli stessi profeti hanno accompagnato il popolo ad accogliere la promessa di Dio sul futuro che li attendeva. Così per esempio Isaia in un testo famoso che leggiamo nel tempo dell’Avvento:

“Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati” (…)
Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. (Cfr. Is 40)

Oppure il profeta Ezechiele (nel cap. 36), il profeta del tempo dell’Esilio:

Ora, figlio dell’uomo, profetizza ai monti d’Israele e di’: Monti d’Israele, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio: (…) voi, monti d’Israele, mettete rami e producete frutti per il mio popolo Israele, perché sta per tornare. Ecco, infatti a voi, a voi io mi volgo; sarete ancora lavorati e sarete seminati. Moltiplicherò sopra di voi gli uomini, tutta quanta la casa d’Israele, e le città saranno ripopolate e le rovine ricostruite. Farò abbondare su di voi uomini e bestie e cresceranno e saranno fecondi: farò sì che siate popolati come prima e vi elargirò i miei benefici più che per il passato e saprete che io sono il Signore. Ricondurrò su di voi degli uomini, il mio popolo Israele: essi vi possederanno e sarete la loro eredità e non li priverete più dei loro figli (…) Io, il Signore, l’ho detto e lo farò.

Questo non è solamente il tempo della resistenza, ma anche il tempo della profezia. Mentre ascoltiamo il nostro cuore, in questo tempo ampio che si è liberato da tanti impegni, abbiamo la possibilità e, forse, anche il dovere, di pensare il nostro futuro, di sognarlo e di progettarlo diverso da quel passato che, nostro malgrado, ci ha condotto fino a qui.
Il pensare al nostro futuro ci consente di utilizzare questo tempo come un tempo fecondo; possiamo confrontarci in famiglia, con gli amici, per dirci: come ripartiremo? Quali saranno i primi passi che faremo quando ci sarà concessa la libertà di ritrovarci, di riprendere la nostra vita? Cosa ci ha insegnato questo tempo di pausa forzata? Come vogliamo essere responsabili del tempo che vivremo dopo che questa furia sarà trascorsa?

E’ una grande possibilità che ci viene concessa: quella di trasformare questo tempo in un tempo di gestazione per la realtà nuova che potremo vivere insieme.
Come due genitori che attendono un bimbo, pur vivendo le limitazioni che il tempo della gravidanza richiede e impone, usano quel tempo per sognare e progettare ciò che avverrà dopo la nascita, così può essere anche per noi.

Consiglio a tutti di prendere un quaderno e cominciare a scrivere quello che si desidera per il tempo nuovo che verrà, a partire dall’esperienza che tutti stiamo vivendo. E’ un esercizio di resilienza molto importante che possiamo fare personalmente o condividere con altri. Possiamo diventare protagonisti di questo tempo senza subirlo. Possiamo farlo diventare un tempo fecondo.
Dipende da noi come viviamo questo tempo, come dipenderà da noi il futuro che vivremo: possiamo prepararlo. 

Libertà e responsabilità; oltre le leggi e le sanzioni.

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Siamo alla vigilia di nuove restrizioni e del prolungamento di quelle precedenti.
Da più parti si invoca la responsabilità personale per il bene comune che si sintetizza nell’invito a rimanere a casa.

D’altra parte ci arrivano continuamente notizie di persone che trasgrediscono le normative per motivi che a noi paiono futili, ma che li hanno portati a considerare che le loro esigenze non potessero essere limitate.

Certo potremmo fare una bella predica sull’individualismo, sulla inciviltà degli italiani, sul menefreghismo… ma non sono convinto che le invettive servano a molto.
La questione che affrontiamo, oltre che tematiche di educazione civica, evoca anche un atteggiamento spirituale: se io, infatti, rimango convinto che il mio bene valga più di tutto e che la mia libertà non possa essere limitata in alcun modo, cercherò in tutti i modi di aggirare le prescrizioni ed evitare le sanzioni, perché quello che io riconosco come il mio bene, risulterà irrinunciabile per me.

C’è un passaggio molto forte della Prima lettera ai Corinzi (capp. 8-9), dove san Paolo affronta questo tema della libertà individuale e del bene comune.
La questione affrontata da Paolo è molto lontana per noi e per la nostra cultura, e riguarda la possibilità, per i cristiani, di cibarsi delle carni che erano state immolate agli idoli nei templi pagani. Poiché questa prassi, di per sé lecita, era di scandalo per qualcuno dei cristiani di Corinto, Paolo invita ad usare la propria libertà per garantire il bene dei fratelli, non come un obbligo da imporre dall’esterno, ma come un atto d’amore che ogni credente ha la possibilità di compiere per il bene del fratello più debole

Credo che ci siano molte somiglianze nella circostanza attuale.
Bene fa lo Stato a definire delle regole e anche a stabilire sanzioni per chi le trasgredisce. Ma noi sappiamo che la norma ha principalmente un valore educativo. Lo Stato non avrebbe la forza di far rispettare la norma se, paradossalmente, tutti trasgredissero. La norma funziona solo se la maggioranza dei cittadini la riconosce come un riferimento che difende un valore e un bene comune.
La questione ci interpella dunque, anche sul piano morale e spirituale.
Perché io posso limitare la mia libertà? Chi mi può obbligare, se non la mia coscienza e la mia volontà di compiere un bene, che non sia solo il mio bene?
Come la mia libertà si trasforma in responsabilità che mi assumo nel compiere un bene più grande, per il quale la mia libertà viene sacrificata del tutto o in parte?
Queste sono domande molto importanti che, coloro che hanno l’autorità di governo a tutti i livelli, dovrebbero allegare alle norme promulgate, perché chi ha la responsabilità e l’autorità del governo svolge anche una funzione educativa nei confronti del popolo, funzione che non si esercita attraverso la demagogia – come purtroppo siamo stati abituati-, ma attraverso l’autorevolezza e la capacità di indicare il bene comune, affinché ognuno possa mettere in atto le modalità che possiede per perseguirlo.  

Mi ha molto colpito (e stupito) la scelta rapida che la Chiesa Italiana ha compiuto, tramite i suoi vescovi, nell’assumere le normative di prevenzione della diffusione del virus. Non è stata una scelta scontata e neppure condivisa universalmente. Tanti esponenti autorevoli si sono ribellati ed hanno fortemente criticato questa scelta, considerandola una resa acritica e improvvida.
Io, personalmente, l’ho condivisa e la condivido, come un grande atto d’amore al nostro popolo, anche nella consapevolezza piena di ciò a cui liberamente rinunciavamo: la messa, i sacramenti, la possibilità di vivere la nostra dimensione ecclesiale. Un atto d’amore: questo ci viene chiesto, e solo per questo possiamo accettare di limitare la nostra libertà personale ed ecclesiale.

Noi cristiani italiani, come tutti invitati a restare a casa, sapremo esprimere e testimoniare questo atto d’amore, che ci chiede di limitare la nostra libertà?
Saremo esemplari in questa generosità come lo siamo e lo siamo stati in altri atti di generosità?

Sapremo testimoniare che non abbiamo bisogno che qualcuno intervenga a sanzionarci, perché da soli abbiamo compreso il valore di questo gesto e lo assumiamo come una scelta che testimonia la nostra responsabilità?

Ama e fai ciò che vuoi“, diceva Agostino. Questa è la nostra vera libertà: l’amore.
Saremo capaci di testimoniarlo?

1990-2020: Trent’anni da diaconi

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Era il 17 marzo 1990. Il vescovo Mariano era arrivato a Rimini da qualche mese. La nostra ordinazione, in realtà, era prevista per l’anno precedente, ma tutte le traversie del cambio del Vescovo hanno fatto decidere di rimandarla, e si è deciso per il 17 marzo, terza domenica di quaresima.
Guido era già stato ordinato ad ottobre a Roma, insieme ai suoi compagni di seminario. L’ordinazione riguardava Antonio, Luca e me (quelli vestiti di bianco nonostante la quaresima).

Forse non tutti sanno che, se è vero che l’ordinazione sacerdotale è la tappa finale del cammino di formazione, l’ordinazione diaconale rappresenta il primo sì definitivo che un seminarista offre al Signore e alla Chiesa: per la persona è un passaggio davvero fondamentale. Così lo è stato per me; si è trattata di una vera consacrazione a Dio.

Anche se ho esercitato il ministero diaconale solo per nove mesi, ho sempre sentito il diaconato fondamentale e caratterizzante anche il mio essere prete. Non è un sacramento che ci viene dato in prestito: siamo e rimaniamo diaconi per sempre, anche quando diventiamo presbiteri.

Sono passati trent’anni da quel giorno e il mio cuore è colmo di gratitudine al Signore per il dono del diaconato. 
Soprattutto in questi giorni, in cui ogni attività sembra congelata, l’annuncio del Vangelo attraverso i mezzi che abbiamo a disposizione, e che non avevamo trent’anni fa’, mi aiuta a sentire il mio diaconato come attivo e prezioso. E’ il Signore che, attraverso il nostro ministero, ci aiuta a portare la sua parola di fiducia e di speranza.

Ringrazio Dio per aver condiviso questo percorso con degli amici che non mi hanno mai fatto mancare il sostegno e la stima (spero di aver fatto anche io lo stesso con loro).
Oggi prego soprattutto per loro, perché il Signore benedica il loro impegno di annuncio del Vangelo e di servizio alle comunità che sono state loro affidate.

Grazie Signore che ci consenti di condividere il servizio al tuo popolo e ci rendi partecipi della gioia che questo servizio porta a coloro che lo vivono.
Grazie Signore perché mi hai concesso la gioia di essere servo.

Crisi di sistema

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Questa crisi sanitaria ha rappresentato e rappresenta uno stress test che ha evidenziato crisi di sistema su molti fronti. Alcuni sono molto evidenti: è andato in crisi il sistema economico e finanziario; è andato molto in crisi il sistema politico sia nazionale che europeo; è in forte crisi il sistema sanitario nonostante tutta la retorica sull’eroismo dei medici e del personale sanitario; è in forte crisi il sistema di aiuto alle persone più fragili che, come non dovrebbe accadere, sono lasciate a loro stesse, alle loro famiglie o all’attenzione di volontari; … ma è andato in crisi anche il nostro sistema pastorale ed ecclesiale. E’ così!
Tutti affermano che questa crisi deve portarci a riflettere sulle fragilità, per uscirne migliori… ebbene, credo che anche sul piano ecclesiale dovremmo approfittare per una bella riflessione che colga le fragilità di sistema che questa emergenza ha messo in evidenza. Io ne individuo alcune, altri ne individueranno altre.
– Senza voler mettere in discussione la centralità dell’eucaristia per la vita cristiana e per la vita ecclesiale, mi sembra però evidente che in questa situazione emerga che la nostra struttura ecclesiale sia troppo clericale e troppo centralizzata. Per tanti anni abbiamo parlato di “Chiesa famiglia di famiglie”, ma quando, come in questo tempo, il centro della vita ecclesiale deve essere forzatamente la famiglia, noi siamo andati in crisi, le nostre parrocchie sono andate in crisi. Ci chiediamo come fare con la catechesi, come fare per le celebrazioni, come fare per gli ammalati, … perché il nostro sistema è saltato e non riusciamo a provvedere, non abbiamo alternative, abbiamo chiuso bottega. Quando poi, come nel nostro caso, tutti i preti sono in quarantena, l’impressione che circola è che la comunità cristiana sia chiusa. Così non va bene, c’è qualcosa che deve cambiare! Le piste di riflessione teologica e pastorale erano e sono già tutte disponibili, ma chiedono di essere prese sul serio. 

-Bene la tecnologia, per carità! Mi immagino cosa sarebbe questa situazione se non avessimo questo prezioso supporto. Ma per la nostra comunità ecclesiale è necessario riconoscere che è tutto un po’ surrogato. Non voglio mettere in discussione la generosità encomiabile e la creatività di tanti che si sono adoperati per creare delle opportunità di collegamento con le proprie comunità (vescovo compreso). Qui parlo da liturgista (ogni tanto mi ricordo di esserlo) e chiedo ai miei fratelli: è più “vera” una messa seguita in streaming o la celebrazione della liturgia delle ore? Consente di partecipare effettivamente al mistero pasquale una messa partecipata alla TV oppure la celebrazione delle lodi o dei vespri vissuti nella propria famiglia? Dal punto di vista teologico non c’è alcun dubbio; la prima è un surrogato, mentre la seconda è autentica e piena. Ma noi non abbiamo educato alla liturgia delle ore, che, dopo più di cinquanta anni dalla riforma liturgica, è ancora per pochi eletti. Certo, nelle nostre parrocchie celebravamo messe a profusione anche per poche persone, ma come abbiamo abilitato i nostri fedeli a vivere il loro sacerdozio battesimale? Come possono vivere quel culto in spirito e verità che il Padre ricerca, quello che, come dice Paolo nella lettera ai Romani (cap. 12), si fonda sull’offrire sé stessi in sacrificio spirituale gradito a Dio? Perché ci accontentiamo di fornire surrogati invece di orientare chi ha la possibilità, sulla via dell’autentica partecipazione al mistero pasquale?

– E il grande tesoro della Parola di Dio? In questo momento in cui abbiamo bisogno di essere sostenuti nella fede e nella speranza, come stiamo aiutando le nostre comunità e i nostri fedeli a prendere in mano il Vangelo per riscoprire il volto di quel Dio buono che in Gesù si è rivelato come l’amore che si dona, e per smascherare l’immagine idolatrica e demoniaca di un dio che vorrebbe il nostro male e ci manda le malattie perché noi soffriamo meritatamente? Ci sono tanti presunti maestri di pensiero, alcuni molto ascoltati nelle nostre famiglie, che parlano in modo indecente di quanto sta accadendo; come sterilizziamo questo modo malato di parlare di Dio se non con un ritorno autentico alla sorgente della Parola di Dio? Come abbiamo “vaccinato” la nostra gente contro certe eresie? Come le sosteniamo?

Stiamo vivendo una grande prova e una grande purificazione. 
Queste domande sarebbero state vere anche in circostanze normali, ma per pigrizia o per ideologia, abbiamo preferito non porcele; o se ce le ponevamo, il calcolo “economico” costi/benefici richiesto da una conversione ci è sembrato non conveniente.
Ora il piatto è saltato. Ora tocchiamo con mano la fragilità del sistema che abbiamo costruito e difeso. Questa consapevolezza non ci può lasciare indifferenti, ma deve portarci a cambiare modo d’agire senza pensare che, passato tutto, tutto ritorni semplicemente come prima: saremmo doppiamente colpevoli!
Per fortuna, come accennavo, non dobbiamo inventare nulla, ma solamente prendere sul serio quanto la Chiesa stessa ci sta dicendo da decenni e farlo diventare una pista di lavoro per il prossimo futuro. A me sembra che questa conversione possa essere il frutto che ci viene donato da questa emergenza.

“Andrà tutto bene”, ma non tutto andava bene.
Possiamo essere protagonisti di questo cambiamento in meglio. Dipende da noi! Da tutti noi!

Cosa ci rimane

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La situazione che stiamo vivendo ha dell’incredibile e dell’inedito.
Non è mai successo nella nostra storia che abbiamo dovuto sospendere la vita ecclesiale in modo così radicale e doloroso. Eppure eccoci qua: la realtà precede ogni idea!

La tecnologia ci aiuta molto: chat, piattaforme per video-conferenze, chiamate telefoniche, … un gran bella risorsa per rompere l’isolamento. Addirittura messe e momenti di preghiera in streaming: possibilità straordinarie per rimanere in contatto, per animare la preghiera e con essa la fede.
Eppure tutto questo non basta e non basterà se ci concentriamo solo su ciò che ci è stato sottratto. Tutto rimarrà solo un surrogato di ciò che non è disponibile e non ci nutrirà, non ci soddisferà; anzi rischierà di aumentare la nostra frustrazione, come quando si beve un pessimo vino.

E’ molto importante che ci domandiamo cosa ci rimane di vero e di tangibile che possiamo vivere in questo tempo; il Signore cosa ci chiede di vivere?
C’è un testo che è riportato dal profeta Daniele, un testo che preghiamo nella Liturgia delle ore e che ascolteremo nella liturgia della prossima settimana; è un testo che mi è tornato in mente più volte in questi giorni:
“Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto…” (Dn 3,38ss)
La situazione è quella dell’esilio in Babilonia, dopo la distruzione della città di Gerusalemme, un esilio che durerà settant’anni. Cosa rimane al popolo di Dio privato di tutto ciò che lo definiva come popolo?
– la confidenza in Dio, quella che non si lascia travolgere dalle circostanze tristi e difficili, perché fondata sulla roccia di un’esperienza amorevole di Dio; cosa significa confidare, avere fiducia in Dio in questi tempi difficili?
– il cuore contrito, un cuore capace di riconoscere il bisogno di conversione, perché “tutto andrà bene” alla fine, ma non tutto andava bene prima, occorre riconoscerlo con sincerità;
– il timore di Dio e l’obbedienza alla sua volontà come la via per rendere vera la nostra religiosità e farla maturare in fede; qui non bastano le “tradizioni”, siamo chiamati ad andare al nocciolo della nostra esperienza di Dio e riscoprire Lui come il Dio che ci ama e che si spende per noi, un Dio che possiamo seguire perché ci conduce per la via buona;
– oserei aggiungere a quanto afferma il profeta Daniele, facendomi aiutare da san Paolo, che ci rimane sempre l’amore per i fratelli, il comandamento che più di ogni altra cosa, esprime la verità della presenza di Dio in noi.

E’ molto quello che ci manca. Senza l’eucaristia celebrata in comunità sembra che ci manchi il fiato. Ma è tanto quello che ci rimane e su cui possiamo vivere l’essenziale della nostra relazione con Dio e con i fratelli, rendendo significativi tutti i contatti telematici che abbiamo a disposizione.

Imprevisto

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Non ci piacciono gli imprevisti: ci mettono in difficoltà.
Ci piace avere la situazione sotto controllo, con i nostri programmi, le nostre priorità, le nostre scelte…
Eppure la vita è piena di imprevisti, perché, nonostante la nostra presunzione, non abbiamo il controllo su tutto, anzi, lo abbiamo solo su alcuni aspetti e non in modo definitivo.
Alcuni imprevisti sono spiacevoli: un licenziamento, la malattia, alcune circostanze sfavorevoli… Altri invece sono provocatori: la nascita inattesa di un bambino, la visita di un amico, un incontro provvidenziale.

Se ci pensiamo molto, della nostra vita, – soprattutto in alcune cose molto importanti – è dipeso dagli imprevisti. Anche l’altra sera ero a cena con una coppia di sposi che mi hanno raccontato il loro incontro … ed è stato tutto un imprevisto … nessuno dei due quella sera si doveva trovare lì, ma alla fine, per una serie di imprevisti, si sono incontrati … e sposati.

Anche la mia vocazione è nata con una serie di imprevisti, di cose non programmate, così come gli incontri più importanti della mia vita.

Penso che tutti noi abbiamo fatto almeno una volta questa esperienza: un imprevisto provvidenziale, magari accolto con dispetto, ma poi rivelatosi portatore di un dono.

Ora ci troviamo dentro una marea di imprevisti: tutto quanto stiamo vivendo non era affatto programmato. Anche nelle scorse settimane, guardando le immagini dalla Cina, non pensavamo che la cosa ci avrebbe coinvolto in questo modo.
Non è facile trovare il positivo in questa vicenda che ci sta mettendo tutti in difficoltà, della quale patiamo soprattutto le limitazioni. Ma perché non concedersi la possibilità di pensare che questo grande imprevisto, insieme a sofferenza e confusione, non possa essere anche portatore di un dono?

Dio, di solito, fa molta fatica ad infilarsi nei nostri programmi; non gli concediamo molto spazio. Egli viene nell’imprevisto per rinnovare la nostra vita.
Concediamogli questa possibilità.

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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