Archivio autore: tecnodon

Scuola

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L’estate è finita!
Non lo dice il calendario astronomico, ma lo dice il calendario scolastico!
Questa mattina, finalmente, la piazza della nostra città si è rianimata dei volti gioiosi dei bambini e delle bambine che attendevano di entrare a scuola per iniziare il nuovo anno.
Contenti loro di ritrovarsi, contenti i genitori che vedono crescere i loro figli e le loro figlie, contenti tutti di ritornare a quel ritmo più “normale” oltre che intenso, che l’impegno scolastico consente alle nostre famiglie.

Un pensiero particolare a tutti gli insegnanti e le insegnanti, nelle cui mani oggi rimettiamo buona parte della formazione dei nostri piccoli, dei nostri ragazzi e dei nostri giovani. Prima di tutto un ringraziamento per tutto l’impegno, la passione e la cura che avete nello svolgere il vostro lavoro. Poi una esplicita dichiarazione di sostegno perché sempre più spesso venite sminuiti e ignorati nel vostro importante ruolo sociale, quando non addirittura aggrediti. Infine un auspicio: che possiate dedicare la maggior parte delle vostre preziose energie a stare accanto ai bambini, ai ragazzi e ai giovani dei quali siete maestri e insegnanti, più che alle scartoffie che la bulimia burocratica vi chiede di compilare.

Un pensiero grato oggi lo rivolgo a tutti i miei insegnanti per quello che mi hanno dato, perché mi hanno insegnato a studiare, a cercare il significato delle cose, a stare nella realtà con intelligenza. Penso che tutti abbiano fatto del loro meglio per contribuire alla mia formazione: grazie a tutti voi – nessuno escluso – sono diventato un adulto consapevole e riconoscente di ciò che mi è dato di vivere in questo tempo della storia, e responsabile per ciò che mi è chiesto di dare per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato.

Buon anno scolastico a tutti. Si riparte!

Non basta l’organizzazione!

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Anche questa domenica il Vangelo ci ha lasciato una provocazione molto forte. In quello scambio di sguardi tra Gesù e la gente presente nella casa del capo dei farisei, che aveva invitato Gesù, il Messia concede di vedere quale sia il cuore di Dio e come organizzerebbe lui un pranzo.

«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». (Lc 14)

Ieri, durante la messa, mi veniva un po’ da sorridere pensando che abbiamo risolto parecchi problemi grazie all’organizzazione.
Come per la prima parabola, abbiamo risolto il problema dell’accaparramento dei posti alla festa di nozze con la rigida e attenta composizione dei tavoli (questione che affatica non poco gli sposi), così abbiamo risolto il secondo invito di Gesù con l’organizzazione delle mense dei poveri (frati, caritas, …): l’organizzazione ci difende dal vivere il Vangelo!?

Mi ricordo bene, perché ero presente, quando don Oreste Benzi, in una riunione dei preti di Rimini, ci disse che la mensa della Caritas era la nostra vergogna, perché quei poveri che trovavano lì una risposta alle loro esigenze avrebbero avuto il diritto – secondo il Vangelo – di bussare alle nostre porte e di sedere a tavola nelle nostre case. 

Ma perché Gesù ci chiede una cosa così difficile? Non va bene la mensa? Non basta dare le offerte alla Caritas per vivere il Vangelo? Gesù ci direbbe di no!
Perché quanto ci propone non è la risposta ad un problema che dobbiamo risolvere, ma l’invito a mettere in atto un’accoglienza che diviene, qui sulla terra, segno del modo di agire di Dio. Dio non risolve dei problemi, ma in ogni circostanza, prima di tutto ci dice che ci vuole bene, che siamo amati: ci accoglie come suoi figli.
La Chiesa, comunità dei discepoli di Gesù, è chiamata ad essere sulla terra sacramento di Gesù Cristo, suo corpo. Per questo dovrebbe agire in tutto e per tutto come agisce lui, per testimoniare nella realtà quotidiana che il regno di Dio è presente qui in mezzo a noi.

Una mensa la può organizzare qualsiasi associazione di volontariato.
Accogliere qualcuno alla propria tavola lo può fare soprattutto chi ha compreso di essere un figlio amato da Dio e di essere chiamato a portare nel mondo “il modo d’agire di Dio“, perché ogni uomo, soprattutto chi è più ferito dalla vita, possa sentirsi altrettanto amato.

L’organizzazione gestisce o risolve dei problemi, ma non basta per vivere il Vangelo.

Morte romantica?

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La coppia di questa foto, Jack e Phyllis Potter, invece è testimone di una grande cura reciproca. 

Questa mattina ho letto questo articolo che mi ha molto impressionato.
Racconta di una tragedia avvenuta nella nostra regione (a Carpi); una coppia persone  “anziane”, entrambe gravemente ammalate, si sono tolti la vita insieme.
Oltre la gravità del gesto, che fa pensare ad una situazione drammatica vissuta in solitudine (per circostanze o per scelta della coppia), c’è la gravità di una narrazione che vorrebbe trasformare in un gesto romantico estremo quello di una coppia di persone che si amavano e che hanno deciso insieme (!?) di suicidarsi. 

Cosa c’è di romantico in questa situazione di disperazione?
Quando una persona, e ancora di più una coppia, pensa di poter scegliere solo come morire, cosa c’è di emozionante?
Ma davvero l’unica risposta che noi sappiamo dare in una situazione di dolore estremo è quella di “una morte vissuta con dignità”? Davvero non ci potrebbe essere un’alternativa di vita vissuta dignitosamente nella malattia?

Conosco molte situazioni di coppie anziane in cui la cura reciproca, anche in situazioni di malattia grave, è la testimonianza di un amore vero, che è capace di rinnovarsi per compiere con fedeltà quella promessa nuziale che prevedeva momenti difficili, accanto a molti momenti belli (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia).
Non conosco la storia di queste due persone e non mi permetto di giudicare loro.
Il loro gesto però mi sembra molto triste e non mi provoca nessuna emozione positiva.
La narrazione che ne viene fatta, volta a spacciare l’idea che ognuno singolarmente e – al limite – in coppia abbia il sacrosanto diritto di morire quando e come gli pare meglio, questa narrazione mistificante mi fa molto arrabbiare.

L’unico vero amore che conosco è quello che dona la vita per gli altri, che ama fino a morire per il prossimo come atto supremo d’amore. Questo mi commuove sempre. 
Altre narrazioni mi provocano solo una grande tristezza.

Democristiani o solo cristiani?

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Alcuni democristiani famosi – Dalla mostra del #Meeting19 su Giulio Andreotti

Quando ti danno del “democristiano” – oggi – non vogliono farti un complimento. Di solito – con questo appellativo – si vuole indicare un modo di fare che tende al compromesso, che cerca di tenere insieme aspetti che appaiono o sono opposti.

In questi giorni di dibattiti televisivi infiniti riguardanti la crisi di governo, ho sentito un giornalista che proponeva un’articolata analisi della situazione politica italiana, attribuendo la volontà di comporre un nuovo governo alla componente più “democristiana” del Partito democratico (Renzi e Franceschini), guidata da colui che deve essere considerato il capofila dei “democristiani“: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Lasciando da parte sia un giudizio su questa analisi politica, sia le valutazioni circa l’opportunità della composizione di un governo – argomento che non è oggetto di questa riflessione-, mi ha molto colpito l’utilizzo dell’appellativo “democristiano” per persone che cercavano di comporre una soluzione nello scenario che tutti ben conosciamo: questo era l’oggetto dell’analisi. 
Mi sono chiesto: questo approccio, questo modo di stare nella realtà, è “democristiano” – nel senso che oggi si attribuisce a questo appellativo –  oppure è semplicemente cristiano?

Se a molti sembra saggio e inevitabile vivere nella realtà secondo una logica esclusiva, riassumibile nella formula “aut-aut“, tipico del cristianesimo, invece, è la composizione paradossale di dimensioni che, apparentemente, sarebbero opposte.
La nostra fede ci insegna ad accogliere la Rivelazione secondo cui Dio è Uno e Trino; Gesù, che noi riconosciamo come il Figlio di Dio incarnato, è vero Dio e vero uomo; così come la Chiesa è realtà umana e divina, santa, ma bisognosa di purificazione; il discepolo di Gesù è chiamato a vivere nel mondo, pur non appartenendo al mondo… Realtà e dimensioni apparentemente inconciliabili sono unite in modo inseparabile, non risolvendo affatto la tensione che ne emerge, ma piuttosto esaltandola come esperienza portatrice di una novità in cui Dio si rivela.
Nella storia della Chiesa – è bene ricordarlo -, ogni forma di pensiero che ha tentato di ridurre e semplificare questa tensione tra elementi apparentemente inconciliabili, è stata riconosciuta come un’eresia ed è stata condannata! 

Potremmo allora dire che tentare di comporre realtà opposte, individuando una sintesi possibile e inedita, non è una caratteristica dei “democristiani“, ma semplicemente il modo di stare nel mondo dei cristiani che, invece dell’ “aut-aut“, prediligono la modalità dell’ “et-et“.
Certamente questa prospettiva non è priva di pericoli, perché la logica del compromesso, a volte è politicamente inevitabile per cercare un bene possibile; altre volte, invece, risulta inaccettabile, quando il tentativo di  composizione di realtà molto diverse pregiudica la ricerca e la difesa del bene, della giustizia e della pace. E’ una situazione molto delicata che richiede un attento discernimento, possibilmente svolto in modo comunitario.

Mi ritorna in mente un aneddoto della mia vita.
Alla fine degli anni ’70, io, pur essendo molto giovane (14 anni), ero un fiero sostenitore dell’opportunità di una scelta unilaterale della Chiesa a favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare, opzione che giudicavo più corrispondente alla scelta cristiana e all’esigenza di essere coerenti con il Vangelo.
Con altri giovani più grandi di me, organizzammo un’assemblea in parrocchia per confrontarci su questo tema. A questa assemblea invitammo anche gli adulti della parrocchia; tra di essi partecipò mio padre, sottufficiale dell’Aeronautica Militare e cristiano molto impegnato fin da giovanissimo.
Fu proprio un intervento di mio padre, che in quell’assemblea portò la sua testimonianza di adulto cristiano impegnato a testimoniare la fede anche all’interno delle Forze Armate, che mi convinse dell’opportunità di mantenere un impegno di presenza in ognuno degli ambiti, senza alcuna scelta unilaterale. Io sono rimasto un sostenitore dell’obiezione di coscienza, ma ho sempre avuto molto rispetto e stima per tutti quei cristiani adulti (e ne ho conosciuti molti) che portavano la loro testimonianza di fede nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine.
Quell’assemblea fu molto importante per me: mi insegnò a vedere le cose in modo più ampio. Penso che in quell’occasione non imparai ad essere “democristiano”, ma, semplicemente, un po’ più cristiano.

La tentazione del Reset

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Da quando esistono i computer, abbiamo imparato ad utilizzare un tasto che, in situazione di emergenza, risulta di fondamentale importanza.
Se il sistema operativo si impalla, per ragioni che ai comuni utilizzatori degli apparati rimangono sconosciute, si ha la possibilità di spingere il tasto di reset, presente in tutti i dispositivi; il sistema si riavvia e si può ripartire a lavorare tranquillamente. Forse qualche parte del lavoro è stata perduta, forse la memoria digitale non ha conservato proprio tutto il lavoro svolto prima del blocco, ma, per lo meno, è possibile ricominciare.

Il tasto di reset, oltre che un dispositivo di emergenza per i nostri apparati elettronici, a me sembra sia divenuto un paradigma antropologico sempre più condiviso: quando qualche “sistema” si impalla, sia a livello personale, che a livello famigliare o a livello sociale, invece che affrontare con responsabilità i problemi, a partire dalla realtà che si ha di fronte, considerando i suoi limiti e le sue potenzialità, molti vanno alla ricerca del tasto di reset, per riavviare il sistema e ripartire con una situazione nuova, magari avendo perso qualche pezzo (danni collaterali), ma con infinite nuove possibilità.

Questo approccio lo riconosco nella vita di tante persone – soprattutto adulte – che, di fronte a situazioni problematiche inerenti il lavoro, le relazioni di coppia o famigliari, le relazioni amicali, … hanno la presunzione (illusione?) di poter sempre ripartire da capo, senza essere influenzate da quanto era accaduto prima, o minimizzando gli elementi di responsabilità derivanti dalla loro storia.

Anche a livello sociale mi sembra che questa illusione sia piuttosto diffusa. Ogni tanto invochiamo un evento rinnovatore (un nuovo leader, delle nuove elezioni…) che ci faccia sperimentare un reset della situazione problematica e ci metta nelle condizioni per ricominciare da capo, senza il peso delle problematicità precedenti. Al netto delle strategie politiche che coinvolgono i partiti in questi ultimi giorni (tutte lecite e degne di attenzione), di cui non mi voglio assolutamente occupare in questa riflessione, mi sembra di riconoscere che la tentazione del reset, sul piano culturale e spirituale, sia una tentazione da cui guardarsi.
La realtà che ci sta di fronte, anche quando non corrisponde alle nostre idee, chiede sempre di essere accolta e riconosciuta con i suoi limiti e le sue potenzialità; chiede di essere analizzata e – attraverso un attento processo di discernimento, che aiuti a riconoscere le priorità e il maggior bene possibile in una determinata situazione – provoca a delle scelte che interpellano la responsabilità dei singoli e dei corpi sociali (Chiesa compresa).

La realtà, in tutte le sue dimensioni, non è un apparato elettronico che possiede un tasto  di reset, ma un sistema che chiede di essere accolto, compreso e orientato, mettendo in gioco la nostra intelligenza, il nostro amore (sinonimo di responsabilità) e la nostra volontà, per comprendere quale bene possiamo costruire a breve, medio e lungo termine.

Se esiste un cambiamento efficace e un rinnovamento significativo, questo lo possiamo compiere dentro di noi, attraverso un percorso di conversione che è nel segno di una sempre maggiore adesione al bene. Un tasto di reset non è previsto.

Due testi mi hanno aiutato in questa riflessione:
Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza,
nell’abbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto,
anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
Ebbene, fuggite! 
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. (Is 30,15-16)

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza“. (Evangelii gaudium, n. 231)

Nomadelfia, utopia o possibilità?

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Ieri sera tanti di noi si sono goduti lo spettacolo proposto a Santarcangelo dai ragazzi di Nomadelfia, ultimo appuntamento di un tour della durata di un mese, organizzato nella nostra zona. Uno spettacolo semplice, ma molto ben fatto, con un messaggio forte: costruire fraternità.
Nomadelfia è il frutto prezioso e maturo dell’intuizione di don Zeno Saltini, uno dei tanti “preti folli e determinati” che il nostro Paese ha saputo esprimere.
Per molti Nomadelfia era ed è un’utopia: vivere da fratelli, abbattendo i muri di separazione, vivendo un’accoglienza a 360°, senza proprietà privata, come insegna il Vangelo… è un’utopia? Ma perché non potrebbe essere una possibilità?

Ieri sera le parole di don Zeno sono risuonate taglienti e dure, politicamente scorrette come tutte le parole dei profeti; anche a Santarcangelo qualcuno ha storto il naso (mi hanno detto questa mattina). Le etichette politiche non sono una novità di questo tempo: anche ai suoi tempi molti lo avevano considerato un comunista, semplicemente perché voleva vivere secondo il Vangelo.
Ma la domanda vera che ci dovrebbe rimanere nel cuore, quella che anche domenica scorsa ci è stata sollecitata dall’ascolto del Vangelo sarebbe un’altra:
– è possibile vivere il Vangelo con radicalità?
– Chi prova a vivere il Vangelo, come fanno queste famiglie, lo dobbiamo considerare un ingenuo o lo dobbiamo guardare con interesse e lasciarci provocare?
– Se in noi stessi sorge una perplessità riguardo ai modi o alle forme di questa proposta, non sarà che nel nostro cuore tentiamo di difendere la nostra mediocrità, quella che ci consente di non metterci in discussione, difendendo la nostra vita reale da ogni contaminazione evangelica?

Certo, Nomadelfia è solo una delle tante esperienze di vita cristiana. Come tutte le esperienze particolari essa rappresenta la risposta ad una particolare vocazione o ad un incontro che alcune persone hanno vissuto. Non è necessario andare a Nomadelfia per vivere il Vangelo, ma per la sua particolarità, mi sembra di intuire che Nomadelfia sia una provocazione forte, che non dovremmo liquidare velocemente una volta smontato il palco dello spettacolo.

In questi mesi ho scoperto – e anche ieri sera è stato ricordato – che è esistito nel passato, e sopravvive ancora, un legame particolare tra Santarcangelo e Nomadelfia nella figura di mamma Norina, una delle mamme per vocazione che si sono “consacrate” all’accoglienza dei bambini di Nomadelfia, dando loro una vera famiglia.
Molte delle nostre famiglie – nel passato – hanno sostenuto e vissuto un legame con questa particolare realtà. Mi sembra un altro motivo per cui l’incontro e l’esperienza vissuta ieri sera non dovrebbe essere archiviata troppo velocemente.

Divisione

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Una frase del vangelo di oggi non mi lascia in pace.
Gesù dice: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12). Questa frase alle mie e nostre orecchie suona stonata! 
L’immagine di Gesù che domina nella nostra mente e nel nostro cuore è di colui che è “mite ed umile di cuore” (Cfr. Mt 11); è quella del buon pastore che va a cercare la pecora smarrita e se la pone sulle spalle (Cfr Lc 15); è quella di colui che tutto perdona, che mangia con i peccatori … e facciamo fatica ad incamerare l’evidenza: Gesù è stato e continua ad essere elemento di divisione.

Lo è stato per i Farisei; lo è stato per i suoi discepoli (alcuni se ne sono andati e un paio hanno tradito); lo è stato per tanti nella storia della Chiesa che, per rimanere fedeli a Gesù, hanno subito la persecuzione e la morte; lo è stato per tanti santi e sante che, per seguire Gesù, hanno portato scompiglio nelle loro famiglie (si pensi a Francesco d’Assisi e a Caterina da Siena), nelle loro città e anche nella Chiesa (si pensi a Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e – più vicino a noi – a Giovanni Bosco o Pio di Pietrelcina, censurati e addirittura incarcerati dalle autorità ecclesiastiche).

Gesù è elemento di divisione. Quando e perché?
Quando il Vangelo non rimane una cornice di maniera e di buoni sentimenti, ma lo si accoglie come capace di mettere in discussione la vita mia e della realtà in cui vivo. Quando diventa il criterio per giudicare la realtà, per orientare le mie scelte, per spendere le mie risorse.
Se questa divisione o questa tensione non la sperimentiamo nelle nostre comunità, potrebbe essere perché – come ci ricorda spesso il nostro Vescovo – “siamo poco cristiani“, perché il nostro essere cristiani si riduce ad una devozione, a dei buoni sentimenti e a qualche opera buona, ma non incide sulla nostra vita, le nostre scelte e i nostri giudizi. Rischiamo di essere il sale che ha perso sapore e non serve a più nulla (cfr. Mt 5).

Mentre parliamo di divisione, dobbiamo riconoscere che ci sono altri elementi di divisione nella nostra comunità, che poco hanno a che fare con il Vangelo. Alcuni li abbiamo ereditati dalla storia passata (le grandi scissioni ecclesiali con la chiesa di Oriente e il mondo evangelico – protestante), altri sono molto recenti.
Anche se non lo diciamo apertamente, stiamo vivendo in una Chiesa divisa, spaccata dall’adesione a ideologie che esprimono la nostra identità e appartenenza, più che la nostra adesione al Vangelo e alla Chiesa.
Il seguire questo o l’altro leader politico (poco importa se sia di destra o di sinistra), in questo tempo della storia, sta provocando una frattura profonda nelle nostre comunità, perché l’ideologia, gli slogan, sono diventati il nostro criterio di giudizio più che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa.
Senza pudore ci son cristiani che attaccano pubblicamente e in modo violento i vescovi e il Papa (e ovviamente anche i preti), accusandoli di essere di parte, accusandoli in nome di ideologie che nulla hanno a che fare con il Vangelo di Gesù.
Il problema – è bene dirlo –  non è il pluralismo delle idee politiche – assolutamente lecito e salutare in una società democratica – , ma l’ideologia che diventa criterio di giudizio.
Questa divisione, occorre affermarlo, è del tutto diabolica; non ha nulla a che fare con quanto ci indica Gesù nel Vangelo di oggi.

Nelle nostre comunità dovremmo riprendere un dialogo serio sulla realtà a partire dal confronto sul Vangelo, letto alla luce delle testimonianze di vita vissuta che ci rivelano una parola incarnata e non solo proclamata. Questo è il criterio di confronto e di giudizio per il nostro vivere da cristiani!
E se è “inevitabile che avvengano scandali e divisioni” (Cfr Mt 18 e Lc 17), questi avvengano non per l’adesione ad ideologie, ma per la ricerca di una adesione sempre più radicale al Vangelo di Gesù, condivisa e testimoniata nella comunità cristiana.

Facciamo nostro l’invito della lettera agli Ebrei (seconda lettura di oggi): “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12). 

La via della luce

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Molti di noi hanno l’impressione di vivere in tempi tenebrosi.
Alcuni attribuiscono alle circostanze o a scelte di altri l’effetto del buio da cui si sentono circondati. Altri, invece, sono consapevoli che buona parte del buio è dentro di noi e che occorre un cammino di rinnovata adesione al Vangelo per illuminare la nostra vita.
Barnaba è l’autore di un’antichissima lettera molto diffusa nella comunità cristiana antica, tanto che verso la fine del II secolo era già stata tradotta in latino, e, per qualcuno, poteva essere considerata parte degli scritti del Nuovo Testamento.
Questa mattina, nella preghiera, ho incontrato un brano di questa antichissima lettera che mi è stato utile per riflettere su di me, sulle mie scelte, sulla mia adesione al Vangelo.
Questo testo, molto concreto nella sue traduzioni esistenziali e morali, credo sia utile a tutti coloro che, aderendo al Vangelo, hanno scelto di percorrere la via della luce e non si accontentano di proclamare i valori in cui credono, ma sono impegnati ad incarnarli nelle scelte concrete della loro vita. Barnaba, con il suo linguaggio netto, ci aiuta a compiere un bell’esame di coscienza e a riconfermare il desiderio di camminare nella luce.

C’è una via che è quella della luce.
Se qualcuno desidera percorrerla e arrivare fino alla mèta lo faccia, operando attivamente. Le indicazioni per trovarla e seguire questa via sono le seguenti.
Amerai colui che ti ha creato e temerai colui che ti ha plasmato.
Glorificherai colui che ti ha redento dalla morte.
Sarai semplice di cuore, ma ricco nello spirito.
Non ti unirai a quelli che camminano nella via della morte.
Odierai qualunque cosa dispiaccia a Dio. Disprezzerai ogni ipocrisia.
Non abbandonerai i comandamenti del Signore.
Non esalterai te stesso, ma sarai umile in tutte le cose.
Non ti attribuirai gloria.
Non tramerai contro il tuo prossimo.
Non ammetterai sentimenti di orgoglio nel tuo cuore.
Amerai il tuo prossimo più della tua vita.
Non procurerai aborto e non ucciderai il bimbo dopo la sua nascita.
Non ti disinteresserai di tuo figlio e di tua figlia, ma insegnerai loro il timore di Dio fin dalla fanciullezza.
Non bramerai i beni del tuo prossimo, né sarai avaro.
Non ti unirai ai superbi, ma frequenterai le persone umili e giuste.
Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia.
Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte.
Metterai in comune con il tuo prossimo tutto quello che hai e nulla chiamerai tua proprietà; infatti se siete compartecipi dei beni incorruttibili, quanto più dovete esserlo in ciò che si corrompe?
Non sarai precipitoso nel parlare; la lingua infatti è un laccio di morte.
Usa il massimo impegno per mantenerti casto. Lo esige il bene della tua anima.
Non stendere la tua mano per prendere e non ritirarla invece nel dare.
Amerai come la pupilla dei tuoi occhi chiunque ti dirà la parola del Signore.
Giorno e notte richiamerai alla tua memoria il giudizio finale e ricercherai ogni giorno la compagnia dei santi, sia quando ti affanni a parlare e ti accingi a esortare e mediti come possa salvare un’anima per mezzo della parola, sia quando lavori con le tue mani per espiare i tuoi peccati.
Non esiterai nel dare, né darai il tuo dono in modo offensivo. Sai bene chi è che retribuisce la giusta mercede.
Custodirai intatto il deposito, che ti è stato affidato, senza sottrazioni o manipolazioni di sorta.
Odierai sempre il male.
Giudicherai con giustizia.
Non farai nascere dissidi, ma piuttosto ricondurrai la pace, mettendo d’accordo i contendenti.
Confesserai i tuoi peccati.
Non ti accingerai alla preghiera con una coscienza cattiva.
Ecco in che cosa consiste la via della luce.

Cap. 19, 1-3. 5-6. 8-12
Liturgia delle Ore, vol. IV, pp. 55-56

Apocalisse: invito e promessa

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Abbiamo concluso ieri sera il ciclo dedicato alla lettura del libro dell’Apocalisse, percorso di sette incontri animato dagli adulti dell’AC presso la Pieve di Santarcangelo.
Alcune note di cronaca: la partecipazione è stata ampia e fedele; mediamente 40-45 persone, con punte di più di 80, conferma che, anche durante l’estate, ci possiamo permettere di proporre itinerari di formazione; la maggior parte dei partecipanti era della parrocchia; qualcuno da fuori che si è aggregato volentieri.

Il metodo è stato semplice, ma efficace, in grado di coinvolgere le persone senza farle rimanere degli spettatori muti: la lettura continua del testo con alcune semplici spiegazioni che potessero aiutare a comprendere il significato del testo proposto; un breve tempo di lavoro personale e una risonanza comune; infine una proposta di attualizzazione per leggere la storia del nostro tempo alla luce del testo biblico.

L’obiettivo dichiarato, anche quest’anno, era quello di far (ri)prendere in mano la Sacra Scrittura alla comunità cristiana – soprattutto agli adulti – per leggerla insieme e conoscerla meglio, senza troppi timori e paure. 

Cosa ho compreso e vissuto io in questo percorso?
Per prima cosa mi sembra giusto sottolineare che proporre e guidare un itinerario biblico mi ha costretto a studiare e a trovare il tempo per approfondire testi che conosco, ma su cui non mi posso considerare esperto. E’ una bella opportunità che mi sono regalato.

Dopo questo anno molto intenso e molto dedicato a riflettere sull’attualità, mi sembrava opportuno ricuperare un orizzonte ampio di lettura della storia, per superare la tentazione di appiattirsi sul quotidiano e le sue problematicità.
Il libro dell’Apocalisse con il suo sguardo radicato nella Pasqua di Gesù e nella vittoria dell’Agnello immolato, mi ha aiutato a ricuperare la giusta prospettiva, a ricentrarmi sull’essenziale e a ritrovare il giusto passo per essere fedele alla quotidianità abitata da Dio.

L’Apocalisse, con il suo linguaggio netto e tagliente, ci rinnova l’invito a prendere sul serio l’esigenza della fedeltà alla testimonianza di Gesù; ci ricorda che non è difficile lasciarsi sedurre dalle logiche mondane del potere nutrite dalla violenza e dalla menzogna, e che quelle logiche non sono innocue, ma che provocano dolore e morte nel mondo. Rimanere fedeli a Gesù e al suo Vangelo richiede il dono della perseveranza, perché tale adesione può essere osteggiata duramente da coloro che si oppongono all’avvento del Regno di Dio. Il male che agisce nel mondo è già stato sconfitto, ma ancora può trarre in inganno e sedurre con la sua forza di persuasione legata allo spirito del mondo.

Rileggere tutta la storia e quanto accade ogni giorno alla luce della Pasqua di Gesù e della vittoria del Cristo sul male e sulla morte, ci consente di tenere fermo un punto di riferimento e di poter giudicare quanto accade in base alla corrispondenza o meno con questa azione divina che opera nella storia, sebbene in modo meno plateale e stupefacente. Avere un punto di riferimento, pur non garantendoci nulla riguardo alla riuscita e al successo dei nostri “progetti” (anche quando pensiamo che siano quelli che Dio vuole da noi), ci consente di non essere in balia delle circostanze e di poter procedere, seppur con fatica, verso la giusta direzione, là dove – alla fine – potremo incontrare il Signore vittorioso.

L’ultima parola della Bibbia: è come se l’Apocalisse avesse la consapevolezza di essere l’ultimo dei testi rivelati. Sappiamo dall’insegnamento della Chiesa, in particolare dalla Dei Verbum, che l’obiettivo della Rivelazione, per Dio, è rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (Cfr. DV 2); in questo senso il libro biblico che porta il nome stesso di Rivelazione (Apocalisse), essendo l’ultimo, non può che dire una parola ultima e importante su quanto Dio desidera comunicarci e rivelarci.

L’ultima parola della Bibbia, quella che tutto riassume, io la trovo scritta proprio nel cap. 21 di Apocalisse:

Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte 
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine.
A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.
Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Ap 21,3-7

E’ una parola preziosa da custodire come un punto di riferimento, una bussola che guida il cammino nella storia.

Rimane un invito da accogliere e di cui farsi portavoce:

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita… Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

Ap. 22, 17.20-21

Contenuti e contenitori

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Pensieri sparsi del tempo estivo che condivido con i miei parrocchiani e, in particolare, con i cosiddetti “operatori pastorali” …

E’ un mesetto che ci sto pensando (dal Corpus Domini) e sto facendo un po’ di autocritica: mi accorgo che dedico poca attenzione ai contenitori, concentrandomi prevalentemente sui contenuti. Non ho sempre fatto così. E’ un elemento che ricavo dalla verifica personale e pastorale di questo anno. Non va bene! C’è uno squilibrio!
Certamente il contenuto è importante, senza di esso il contenitore risulta una scatola vuota; ma il contenitore dà forma al contenuto, lo valorizza, gli impedisce di disperdersi e gli consente, molte volte, di essere condiviso; senza un contenitore adeguato qualsiasi contenuto è destinato a perdersi.

Entrambi gli elementi devono avere un’adeguata attenzione, altrimenti:
– il rischio di dedicare eccessiva attenzione al contenitore ci potrebbe far deviare nel formalismo e nell’estetismo;
– il rischio di dedicare attenzione solo al contenuto ci potrebbe far deviare nell’idealismo astratto. Solo in un equilibrio accurato i due elementi si valorizzano a vicenda.

Anche Dio ha avuto l’esigenza di farsi carne per comunicarsi.
La Parola preesistente al mondo, la Parola per mezzo della quale il mondo è stato creato, per comunicarsi ha avuto bisogno di “contenitori”: la storia del popolo d’Israele, la sacra Scrittura, la carne di Gesù, la “carne” della Chiesa. Nulla di improvvisato. Tutto ben preparato Senza questi “contenitori” Dio sarebbe rimasto sconosciuto e il suo disegno di salvezza anche.

Se Dio ha scelto dei “contenitori” per comunicare sé stesso e il suo desiderio di salvezza per l’uomo e per il mondo, anche noi non possiamo farne a meno, soprattutto in una cultura in cui il messaggio, spesso, coincide con il medium.

Data questa consapevolezza teorica, occorre tradurre in pratica questa idea.
– Occorre che dedichiamo del tempo a dare forma alle tante belle idee che condividiamo; occorre dedicare tempo alla realizzazione, senza pensare che questa accada da sola e sia la conseguenza naturale della bella idea che abbiamo partorito; questo vale per qualsiasi iniziativa che mettiamo in programma: una conferenza, un percorso di catechesi, la festa parrocchiale, il giornalino, il campeggio … senza una forma adeguata il contenuto non si comunica e si disperde.
– Il contenitore di un’idea è dato dalla possibilità di rispondere concretamente ad alcune semplici domande: quando? dove? come? chi? per chi? (il perché non è scontato, ma viene prima). Finché non abbiamo risposto concretamente a queste domande qualsiasi proposta è a rischio di fallimento.
– Alcuni tra noi, per formazione e per sensibilità, sono più capaci di concretizzare; altri sono più bravi ad elaborare. Il volto di una comunità si rivela anche in questa sinergia dove ognuno fa la sua parte perché ciò che è stato elaborato venga realizzato.
– Abbiamo il problema del tempo. Ogni realizzazione richiede del tempo. Valutiamo il tempo che possiamo dedicare (partiamo da noi, non solo dall’idea) e proviamo a verificare se abbiamo le forze per realizzare quello che abbiamo pensato o se dobbiamo adeguarlo alla nostra reale capacità.
Vale sempre il principio evangelico: Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». (Lc 14,28-30)
– Ogni realizzazione deve essere sottoposta ad una verifica che riguarda sia il contenuto che il contenitore; occorre valutare l’equilibrio che abbiamo saputo mettere in atto e se abbiamo comunicato adeguatamente il contenuto che avevamo in mente; se non è avvenuto, perché non è avvenuto.

Queste riflessioni di carattere metodologico, oltre che un esercizio di autocritica, vogliono essere un contributo per richiamarci tutti a fare le cose bene, anche quelle che facciamo da tempo, quelle che si ripetono annualmente, … occorre dare loro una forma adeguata alle nostre possibilità e alle esigenze de contenuto. In questo tempo estivo, tempo di progettazioni e di programmazioni, non accontentiamoci di elaborare delle belle idee, ma proviamo a dar loro una forma concreta e realizzabile.
Aiutatemi. Aiutiamoci.

SantaXColombia

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