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L’eccedenza del male

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Chi di noi non è rimasto agghiacciato dalle scene della flagellazione nel famoso film “The Passion” di Mel Gibson? Sono scene raccapriccianti perché svelano la capacità dell’uomo di infliggere un dolore che va oltre ogni logica necessità o utilità. Quelle scene ci mettono di fronte all’eccedenza del male che, quando prende il sopravvento, non ha limiti nella sua crudeltà.

Purtroppo la storia ci testimonia come sia realistica questa eccedenza e come si verifichi continuamente lì dove si perde ogni senso della dignità dell’uomo. L’uomo dei dolori, rappresentato in modo così crudo dal film citato, rappresenta tutti coloro che sono vittime della violenza eccedente, del male che trabocca nella sua forza distruttiva, tanto da arrivare a sfigurare sia il volto della vittima della violenza, che quello del carnefice.

In questi giorni mi è capitato di andare per la prima volta a Montesole e di ascoltare la testimonianza dell’eccidio realizzato nel corso della seconda guerra mondiale dalle SS: 49 tra donne, bambini, anziani chiuse nell’oratorio di Cerpiano e uccise con delle bombe a mano lanciate all’interno dalla finestra della chiesa.

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Una agonia durata più di trenta ore tra il 29 e il 30 settembre 1944. A che scopo? Non era già abbastanza feroce ucciderli? Perché questa inutile violenza? Sono domande che rimangono senza risposta.

Purtroppo le stesse cose ci vengono narrate nelle cronache e nelle ricostruzioni dei grandi genocidi della nostra storia contemporanea, dai campi di concentramento di ogni latitudine e organizzati dalle varie ideologie, al genocidio del Ruanda/Burundi avvenuto nella completa indifferenza dell’Occidente, alle guerre dei Balcani, alle persecuzioni di carattere religioso o politico che la storia ci racconta e la cronaca ci ripresenta.

In particolare vorrei ricordare in questo giorno le vittime dell’oppressione comunista della Romania rinchiusi ed uccisi nel carcere di Sighetu Marmatiei (http://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_delle_vittime_del_Comunismo_e_della_Resistenza )  dove vescovi, sacerdoti e intellettuali sono stati seviziati, umiliati e uccisi barbaramente da una ideologia disumana. La visita del luogo ci ha lasciati senza parole; il racconto delle violenze ci ha trovati attoniti di fronte all’eccedenza del male.

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Penso ancora alle vittime della persecuzione comunista dell’Albania che si è scatenata contro i credenti di ogni fede, in particolare nella regione di Scutari. La prigione della polizia segreta di quella città ora è diventata un monastero di Clarisse, ma non si è spento il grido di dolore di coloro che lì sono stati torturati ed uccisi in modo atroce, con una fantasia perversa che è scioccante anche solamente al racconto. Le mura delle celle di Scutari, come quelle di Sighet, riportano ancora le preghiere dei prigionieri di ogni fede, ammassati come bestie per giorni e giorni in spazi angusti, costretti a respirare a turno prendendo aria da piccoli fori, immersi nei propri escrementi e senza nulla da mangiare.

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Oggi ci rimangono i memoriali di questi eccidi (a Montesole, a Sighet e a Scuteri) perché noi non dimentichiamo il male commesso e non dimentichiamo che il male, quando prende il sopravvento, indipendentemente dall’ideologia che lo genera, non si pone dei limiti ed ha una forza devastante e -ripeto- una fantasia perversa, che lo conduce ad una eccedenza inaccettabile per ogni persona che abbia un minimo di coscienza morale.

Il Signore ci liberi dal male! e dal Male! e dal MALE!

La contemplazione dell’uomo dei dolori, che in questi giorni di Pasqua ci viene offerta nuovamente, non ci lasci nella commozione emotiva, ma ci porti a considerare che quella violenza, quella ferocia, quell’eccedenza di male è tutt’ora attiva.

La contemplazione della passione del Signore ci porti a considerare quali siano le membra che oggi vengono ingiustamente flagellate.

Dalla commozione passiamo alla conversione!

Anche la nostra indifferenza, o semplicemente la nostra distrazione, può essere complice di questa eccedenza di male e di questa violenza. Non possiamo lavarci le mani come -forse- ha fatto Pilato, ma come certamente, noi siamo tentati di fare, pensando che la cosa riguardi altri.

Signore, liberaci da ogni male!

A proposito di mondanità e Vangelo

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Ieri papa Francesco, durante la visita di Assisi, ha richiamato fortemente i cristiani a non farsi avvolgere dalla mondanità, ma, seguendo lo spirito e l’esempio di Francesco di Assisi, a vivere l’esperienza della spogliazione.

“Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?”. Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. E’ un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte!” (Papa Francesco, Assisi 4 ottobre 2013)

http://www.vatican.va/holy_father/francesco/speeches/2013/october/documents/papa-francesco_20131004_poveri-assisi_it.html

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Questa mattina l’Ufficio delle letture abbiamo trovato questo bel testo di san Gregorio di Nissa che, circa 1600 anni fa’ insegnava queste cose:

Dal libro «La vita cristiana» di san Gregorio di Nissa, vescovo.

Chi si dimostra superiore agli allettamenti del pellegrinaggio terreno senza farsi ammaliare dalla gloria mondana, sentirà il bisogno di far sacrificio di se stesso a Dio. Far sacrificio di se stesso a Dio significa non cercare mai la propria volontà, ma quella di Dio e seguirla come buona guida, e poi contentarsi di quanto è necessario per la propria vita. Ciò aiuterà ciascuno a compiere con maggior impegno e serenità i propri doveri per il bene suo e degli altri, come si conviene a un discepolo di Cristo.

L’ho condiviso perché a me è stato utile per comprendere ancora meglio il significato delle parole del Papa.

Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani

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Un titolo che si addice alla città di Sarajevo e che viene spesso utilizzato dalle guide turistiche è: “la Gerusalemme dei Balcani”. Mi è tornato in mente perché, dopo aver scritto l’articolo precedente mi sono trovato di fronte ad una pagina del profeta Zaccaria che dice così:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: “Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” – dice il Signore degli eserciti -. 
Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia“. Zc 8,1-8

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Le domande che ponevo alla fine dell’articolo trovano una risposta ad una altro livello: come spesso la fede ci richiama a pensare, i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ciò che a noi può sembrare senza speranza non lo è agli occhi di Dio

Nuovo viaggio a Sarajevo (settembre 2013)

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Sarajevo è una città che ho visitato molte volte.

La prima nel 1986 durante un viaggio in quella che allora era la Yugoslavia, fiero esempio di una socialismo reale moderato, in cui si credeva che il problema della religione fosse ormai risolto con l’avvento della scienza e del progresso economico-politico.

Sono tornato a Sarajevo nel 1996, era il giorno di santo Stefano, c’erano -32°; mi ricordo che ho impiegato 12 ore per percorrere la strada che separa Spalato da Sarajevo. Da un anno esatto i trattati di Dayton avevano detto basta allo scontro armato, ma i problemi che quello scontro avevano causato erano tutti ben presenti. La città era il fantasma della Sarajevo conosciuta al mondo; l’assedio più lungo della storia aveva lasciato il suo segno: i muri – con i loro inequivocabili segni di proiettili e granate – testimoniavano la violenza, ma ancora di più il racconto delle persone sopravvissute alla carneficina raccontava di quelle migliaia di persone morte assurdamente, colpite quasi per gioco e per atroce virtuosismo dai cecchini o dalla sofferenza che sempre la guerra causa.

Sono tornato molte volte a Sarajevo da quel lontano 1996 perché lì ho degli amici e delle amiche che erano giovani e che ora sono adulti, sposati con bambini, che testimoniano la fatica di questo piccolo paese ad andare avanti, lasciando al passato l’orrore e l’odio che ha causato la divisione.

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Le 11541 sedie vuote numero dei morti di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995

La mia amica, manager in un’azienda di Sarajevo, mi racconto con rabbia la fatica di questo paese di pensare ad un futuro che lasci indietro la guerra. “Tutti parlano solo della guerra e della religione“. Qualcuno, ingenuamente potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma parlare di religione in BiH significa soprattutto marcare le differenze. Le chiese, come le moschee non vengono costruite per necessità (una ogni anno viene edificata con finanziamento pubblico), ma solamente per marcare il territorio.

Per noi è difficile comprendere questa situazione. Ormai però diventa difficile anche per chi vive a Sarajevo da sempre e vorrebbe andare avanti, pensare ad un futuro in cui si può tornare a vivere insieme anche se diversi.

Qualcuno un tempo ci aveva creduto e non solo Tito. Qualcuno negli anni del dopo guerra aveva investito su questa convivenza, ma ormai l’attenzione del mondo si è spostata altrove; e chi parla più della Bosnia e della situazione di Sarajevo?

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mons. Pero Sudar

Ricordo le parole profetiche pronunciate da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, proprio nella città di Rimini, quando -nel 1999- ci ammoniva a non abbandonare la Bosnia e a considerare la possibilità che lì si era creata, come un laboratorio decisivo sul futuro del mondo. Le tre grandi culture dell’era moderna: la cultura occidentale, la cultura slava e quella islamica, nei Balcani potevano trovare un terreno di dialogo proficuo perché, proprio lì, queste tre grandi culture, avevano alle spalle decenni di convivenza pacifica e il desiderio di un futuro possibile nella convivenza.

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Purtroppo quelle parole sono rimaste inascoltate e le tensioni si sono radicalizzate. L’Europa (soprattutto la grande Germania) era preoccupata di avere nei Balcani (a partire dalla Croazia) un terreno di espansione per il proprio mercato economico; la Russia ha avuto buon gioco nel difendere i “fratelli serbi” mantenendo la sua influenza in un’area dell’Europa in cui non aveva avuto tanto peso neppure ai tempi del socialismo di Tito, il quale, se non ricordo male, aveva preso le distanze dal radicalismo sovietico; e i bosniacchi (così si chiamano i bosniaci di tradizione islamica), abbandonati da tutti come danno collaterale di una politica europea miope ed egoista, hanno accolto ben volentieri l’aiuto dei paesi islamici della penisola arabica e dell’Asia, i quali, insieme agli aiuti, hanno portato in Europa un modello di Islam che non si era mai visto neppure ai tempi della dominazione Turca.

Ci sarà un futuro per la Bosnia? Ci sarà un futuro per Sarajevo?

Il cuore ce lo fa sperare; il fatto di conoscere tante persone che vivono lì ce lo fa credere. Le notizie che ci arrivano tramite gli organi di stampa specializzati però non ci confortano. Un paese che si regge sul compromesso e sugli equilibri di forza; che eredita dall’esterno le linee per governare una situazione unica; che anela all’Europa, ma che non riesce a realizzare le condizioni di governo che l’Europa richiederebbe …

Vedremo; lo speriamo; lo domandiamo nella preghiera.

Un pensiero affettuoso a questo paese nel quale ho speso un po’ del tempo della mia vita e che mi ha segnato nelle amicizie.

AT

Io ci credo! Io ti credo! Io credo!

Mi arriva una telefonata: “Buona sera sono … di una agenzia pubblicitaria di Milano”

Buona sera, rispondo io.

“La chiamo perché nei prossimi giorni saremo nella vostra zona a girare uno spot per una compagnia telefonica con un famoso comico (di cui non posso svelarle il nome) e una famosa attrice (di cui non posso dirle il nome) e ci servirebbe un prete (sic!) che partecipi alle riprese per dire solamente una frase: ‘Io ci credo!’ ”

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Rimango un po’ colpito dalla richiesta e come meccanismo di difesa passo all’atteggiamento formale: “Deve chiedere al Vescovo o al Vicario che devono autorizzare qualsiasi apparizione televisiva“, ma poi sento crescere dentro di me la rabbia. E’ proprio di quel giorno la notizia che in Pakistan più di 80 cristiani sono stati uccisi, solo perché erano cristiani … non riesco a tacere.

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“Ma sai che cosa chiedi?” dico alla ragazza al telefono. “Mi chiedi di prostituirmi e di pronunciare delle parole per cui migliaia di persone hanno dato la vita per una compagnia telefonica?”

Gli antichi martiri rifiutavano di bruciare l’incenso di fronte ai simulacri degli dei e dell’imperatore; a noi chi viene chiesto di onorare? Di fronte a chi ci viene proposto di piegare le ginocchia?

Ho cercato di chiudere la telefonata in modo fermo, ma decoroso, senza dare in escandescenze. Poi dentro di me sono venute a galla tutta una serie di immagini di preti-frati-suore (veri o attori camuffati) il cui volto viene utilizzato per promuovere vari oggetti commerciali. La frase che era stata proposta nello spot evocava la nostra professione di fede, ma si orientava ad un prodotto di commercio.

Mi chiedo quale sia la testimonianza che riusciamo a dare al mondo se qualcuno pensa che possiamo essere utilizzati come testimonial neutri di qualsiasi cosa in cui si possa credere. Mi chiedo, in questo anno della fede, se è chiaro alle persone che mi incontrano in che cosa io creda, quale sia l’oggetto e il contenuto della mia fede e della fede che, come prete, rappresento, animo, sostengo.

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Forse non è chiaro agli altri, ma per quanto mi riguarda, pur consapevole di tutta la mia debolezza, io posso dire insieme a quell’uomo del vangelo che va da Gesù per domandare la guarigione del suo figlio malato: “Io (ti) credo, Signore, aiuta la mia incredulità (Mc 9).

La regola per l’uomo d’oggi

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In questi giorni ho avuto l’occasione di leggere questo bel libretto di Anselm Grun. Premetto che non sono un fan scatenato di Grun la cui produzione letteraria vede moltissimi titoli, ma devo ammettere che questo libro mi ha piacevolmente coinvolto in una riflessione attualizzante sulla figura di Benedetto da Norcia e soprattutto sulla sua Regola di vita, testo di pedagogia religiosa e spirituale che conta ormai più di 1500 anni.

La domanda da cui parte Grun è una domanda importante: cosa può insegnare la Regola di Benedetto all’uomo di oggi? Come tradurre le indicazioni che lui consegna a coloro che desiderano percorrere la via della salvezza?

1. Una regola per tutti e non per pochi

Un aspetto interessante della Regola è che essa non si rivolge ad una élite già motivata, ma a tutti gli uomini che desiderano salvare la propria vita. L’importanza di una regola sta proprio nel suo valore terapeutico e formativo, che vale di più, tanto più si abbisogna di compiere un percorso di ricupero da una situazione distratta e poco fruttuosa.

Ascolta , figlio, gli insegnamenti del maestro e apri l’orecchio del tuo cuore; accogli di buon grado le esortazioni di un padre che ti ama, e mettile efficacemente in pratica, perché attraverso la fatica dell’obbedienza tu possa far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato per la pigrizia della disobbedienza“. (Regola, prologo, 1-2)

2. Vivere alla presenza di Dio

In un tempo caratterizzato dalle forti dicotomie, Benedetto ci ricorda il centro della vita dell’uomo e della sua vocazione: vivere alla presenza di Dio, essere consapevoli che Dio ci vede in ogni luogo. Ovviamente questo elemento costituisce una buona notizia e non una minaccia di controllo sulla vita dell’uomo. Per vivere alla presenza di Dio l’uomo non deve fuggire dal mondo e dalle cose del mondo, perché Dio è presente nel mondo. Vivere alla presenza di Dio per il monaco, come per ogni uomo, significa lasciarsi guardare profondamente da Lui e mettersi in ascolto della sua Parola, una Parola che viene donata ogni giorno, sempre nuova e sempre diversa.

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3. Ora et labora: un motto che diviene uno stile di vita

Oggi, come probabilmente ai tempi di Benedetto, si tende a porre in opposizione la preghiera e il lavoro; sembra che le due dimensioni non possano coesistere, perché l’uno porta alla distrazione dell’altro. Per Benedetto il lavoro salva dall’ozio ed aiuta la preghiera. Al primo posto viene la preghiera, perché nulla si deve anteporre al servizio di Dio, Essa ci aiuta a non assolutizzare il lavoro, a mantenere pure le motivazioni del perché lavoriamo. Ma anche il lavoro diviene preghiera se lo faccio alla presenza di Dio e non per glorificare me stesso. Il lavoro mi stanca, ma è una buona stanchezza: viene dalla consapevolezza di aver realizzato qualcosa di buono per Dio e per gli uomini.

4. L’arte del discernimento: il carisma del responsabile della comunità

Il discernimento richiede alla guida della comunità un totale distacco da se stesso. La discretio non è solamente la capacità di saper leggere bene le situazioni e i senitmenti dei cuori, ma deve diventare una presa in carico di ognuno, perché ognuno si senta accompagnato nel realizzare l’obiettivo della sua vita. “La discretio fa ordine e chiarezza nella vita della comunità, ma si tiene ben lontana da regole e principi improntati alla rigidità. Per chiunque abbia a che fare con gli uomini, è più facile farsi prendere da roboanti parole d’ordine che non chinarsi invece su ognuno”.

5. La pace benedettina

Può fare pace solamente chi l’ha già fatta dentro di sé. La pace è la capacità di saper accogliere senza ignorarle le debolezze e le fragilità dell’altro. La pace è saper presentare con semplicità le proprie esigenze e i propri desideri. La pace cresce dalla capacità di confronto ed è frutto della preghiera nella quale ognuno cerca di confrontarsi con la volontà del Signore, prima di presentarsi alla comunità con le proprie richieste, che, comunque, rappresentano sempre un’ammissione di debolezza. Il contrario della pace è la mormorazione, quella incapacità di confrontarsi veramente con gli altri e con l’autorità nella comunità.

6. La stabilità di vita

La vita moderna ha demonizzato la stabilità facendola coincidere con la staticità. Oggi si esalta e si rende necessaria la flessibilità, la mobilità, segni distintivi di modernità, di capacità di adeguarsi continuamente alle esigenze del contesto. Anche la difficoltà a creare dei legami è sintomo di una fatica a cogliere la stabilità come valore… eppure di stabilità si avverte un gran bisogno! Per un monaco che vive la Regola di Benedetto la stabilità (diventata addirittura un quarto voto) ha fondamentalmente tre caratteristiche: la disponibilità a permanere fisicamente in un luogo, facendo di quel luogo il proprio ambiente di vita; la disponibilità a legarsi in permanenza con le persone che compongono la stessa comunità; la capacità di saper resistere alle situazioni di vita che ci mettono in crisi, quelle che Benedetto chiama le tentazioni.

La stabilità rappresenta dunque una premessa ed un obiettivo.

Fondamentale per la stabilità è l’ordine nello svolgimento della vita, nella comunità, nell’esercizio del lavoro, nella gestione dello spazio.

7. La comunità secondo san Benedetto

Oggi si avverte un gran bisogno di comunità e molti sono i giovani che accolgono la proposta di vivere un tempo più o meno lungo in esperienze di convivenza regolata. Secondo Benedetto la comunità di vita è fondata sul rispetto e sulla disponibilità/capacità di sopportarsi vicendevolmente. La comunità non può essere una via per la mia auto-realizzazione e neppure il luogo in cui pretendo di cambiare gli altri secondo i miei criteri. La comunità è il luogo dell’accoglienza dell’altro e della presa in carico dell’altro.

La comunità è anche il frutto di una comune responsabilità che non viene delegata all’autorità. Pilastro della comunità è l’amore di Cristo verso cui tutti i membri tendono e rispetto al quale tutti i membri della comunità si mettono in gioco. Se ognuno ricerca la volontà di Dio, la comunità non può che essere il luogo in cui ci si sostiene nell’attuarla. “La comunità si costruisce sulla volontà di rendere presente il Signore e, di contro, di far sparire se stessi; tutto il resto verrà allora da sé”.

Queste righe sono un tentativo di condividere quanto ho recepito dalla lettura di un bel testo e l’invito a leggerlo, senza accontentarsi di questa mi sintesi alquanto ridotta e sommaria.

ANSELM GRUN, Benedetto da Norcia. La regola per l’uomo d’oggi, San Paolo 2006, pp. 106.

Divorzio ecclesiale: sul trasferimento dei vescovi

vescovi

Nel blog di Sandro Magister, ieri è apparso questo bellissimo articolo che riporta posizioni molto autorevoli a riguardo di quella che viene definita la PIAGA del trasferimento frequente dei vescovi, divenuto ormai una prassi diffusa.

Le argomentazioni riportate sono solide e fondate sulla Tradizione.

La prospettiva di farne una legge ecclesiastica, a tutt’oggi, sembra più lontana. Basterebbe però mandare messaggi inequivocabili sulle nuove nomine.
Interessante anche l’appunto del card. Gantin sulle cosiddette sedi cardinalizie…
Un articolo che vale la pena leggere per allargare lo sguardo dal consueto. Non sempre la consuetudine ci testimonia la Tradizione. Ci sono degli spazi di riforma che ci fanno bene.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350531

L’orrore di cui si comincia a parlare … senza pudore. EUTANASIA NEONATALE!!!!!!

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Funziona sempre così!

Un’azione ritenuta comunemente inaccettabile dal senso morale comune, comincia a diventare oggetto di dibattito per saggiare il terreno. Ovviamente è necessario un soggetto notoriamente spregiudicato e provocatore che ci metta la faccia per fare il primo passo; ma come ben sappiamo non risulta mai troppo difficile trovarlo.

Le reazioni ad un primo intervento sono immediatamente molto dure, ma ormai il danno è fatto perché, di ciò su cui non era considerato lecito neppure soffermare il pensiero, ormai si è cominciato a parlare.

Il passaggio successivo è quello che si poggia sulla pietà e sul senso di giustizia. “Vi sembra giusto far soffrire un bambino con un handicap grave? Non è meglio intervenire per far cessare le sue sofferenze?“. Questa affermazione purtroppo comincia a trovare dei consensi e si forma un gruppo di cosiddetti “benefattori misericordiosi” che in nome della pietà e della “evidente giustizia”, cominciano a sostenere in modo lobbystico un’idea che fino a qualche tempo prima da tutti era considerata orrenda. Lobbystico perché come sempre accade ci sarà senz’altro qualcuno che su questa cosa ha l’opportunità di speculare e arricchirsi.

La cosa più bella è che coloro che continuano a ritenere questa azione orrenda, cominceranno ad essere considerati persone senza cuore, schiavi di una morale assolutistica e superata, incapaci di fare quelle scelte necessarie che un “evidente senso di giustizia” richiede.

La frittata è presto fatta: il pensiero ispirerà qualche ben foraggiato esponente politico che, in nome della libertà di scelta e del diritto di autodeterminazione, si farà promotore di una proposta di legge che, in nome della modernità, vorrà difendere il diritto di alcuni genitori di uccidere i propri bambini neonati, per risparmiare loro le sofferenze causate dal loro stato di handicap, adducendo la motivazione che tale operazione risulta essere più rispettosa e più sicura di un aborto (soluzione già attualmente possibile) in stato avanzato di gravidanza… perché tanto … che differenza c’è?

A proposito di modernità: ma voi non vi ricordate quando, nel corso della scuole primarie, i nostri insegnanti ci insegnavano con giusto orrore la selezione eugenetica proposta nell’antica Sparta? Mi sembra di poter dire che l’idea non sia così moderna e che, se molte generazioni che ci hanno preceduto, l’hanno considerata una barbarie da rigettare, forse qualche motivo ben fondato c’era.

Se poi qualche ingenuo non crede che questo processo possa essere già in atto, può leggere con giusto orrore l’articolo pubblicato su “Il Foglio” cliccando sul link qui sotto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/18102

Cura dimagrante … Strutture più leggere

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Questa mattina ho letto sul giornale che nel comune di Gemmano, dopo le amministrative, il consiglio comunale sarà composto da 6 consiglieri (la metà del consiglio precedente che era composto da 12) e la sua giunta potrà contare su appena 2 assessori. La motivazione di questa riduzione è puramente economica e riguarda le dinamiche della ormai famigerata spending review … Ma tant’è!
A livello politico si parla da anni di riforme costituzionali e istituzionali e tutti i progetti di riforma vanno nella prospettiva di una riduzione delle strutture, di una semplificazione nelle relazioni… Anche in questo caso per ridurre i costi e per rendere più agile la governance.

La scorsa settimana papa Francesco ha incontrato i nostri vescovi in una grande assemblea nazionale, in un clima bello e caldo come lui è capace di fare, e nel suo discorso ha messo il dito sulla piaga del numero eccessivo di diocesi presenti nel nostro Paese, e sull’esigenza di arrivare ad una riforma e a una riduzione. Per fortuna i motivi in questo caso non sono prevalentemente di ordine economico, ma piuttosto missionario. Quale la presenza e la testimonianza della nostra Chiesa se si trova così appesantita nel gestire strutture e articolazioni strutturali che ne impediscono una certa agilità nell’azione?
D’altra parte le varie articolazione permettono un’ampiezza di partecipazione, un valore che forse non dovrebbe andare perduto.
Una provocazione che ci aiuta a pensare.
Io non ho ricette ne programmi di dieta, ma cominciare a pensarci potrebbe essere opportuno.

 

Ritrovarsi dopo 23 anni

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Normalmente cerchiamo di incontrarci ogni anno. In passato anche due volte all’anno. Quando qualcuno prende l’iniziativa, ci diamo appuntamento per la messa, poi un pranzo o una cena festosa prima di ritornare a casa: ognuno si aggrega quando riesce.

Sono gli amici con cui ho condiviso gli anni del seminario regionale e Bologna tra il 1984 e il 1989, anni burrascosi di vivaci confronti, che però non hanno minato il comune impegno nel ministero e fondamentalmente, nonostante le diversità, neanche la stima reciproca.

E’ difficile dire se siamo amici, perché di fatto i nostri contatti si riducono a questo singolo appuntamento annuale, ma quando ci rivediamo è sempre una festa.

Uno di noi è già in cielo, don Giampaolo Trevisan, prete della Diocesi di Bologna, stroncato velocemente da un tumore al cervello nel gennaio 2012. Qualcuno ha cambiato strada ed ha una famiglia bella e numerosa. La maggior parte di noi sono impegnati nella pastorale delle varie diocesi di Bologna e della regione Romagna, in situazioni impegnative e ordinarie (i due termini non sono alternativi perché l’ordinarietà è già impegnativa).

Quando ci incontriamo ricordiamo con simpatia e senza nostalgia i tempi vissuti insieme in seminario; ci ascoltiamo sulle esperienze vissute e sulle situazioni che incontriamo; spettegoliamo un po’ secondo il più sano stile clericale, avvalendoci  (si dice in fonti non scritte) dello ius mormorandi; poi ci salutiamo con calore, lieti di esserci ritrovati, riconosciuti, ascoltati con semplicità.

Purtroppo non ci siamo mai tutti. Gli impegni pastorali spesso ci impediscono di poterci regalare quelle poche ore di compagnia. Altri decidono di non venire perché non ne hanno voglia … va bene anche così perché questa cosa non può essere fatta per dovere (neanche morale) … anche noi ne abbiamo già troppi di doveri e obblighi.

Io sono quasi sempre andato a questi incontri, perché li riconosco come spazi di gratuità, momenti non necessari, ma opportunità in cui mi è dato di vedere come la grazia di Dio opera nella vita delle persone e ci rende strumenti efficaci nonostante i nostri limiti.

Finito il seminario, nel 1989, ci eravamo presi l’impegno di ricordarci ogni settimana nelle lodi del giovedì. L’ho fatto quasi sempre nel tempo ordinario perché me lo sono segnato sul breviario (altrimenti mi dimenticherei), negli altri tempi non me ne ricordo… scusatemi, ma l’intenzione c’è lo stesso.

Sono grato a chi si sbatte per organizzare questi incontri, anche solo per mandare gli inviti e sollecitare le conferme per organizzare il pranzo. Grazie a Lino e Stefano che hanno organizzato l’incontro di oggi. Un ricordo affettuoso questa sera, prima di andare a letto, per coloro che non ho potuto incontrare quest’anno… avremo altre occasioni. Grazie per questi compagni di strada e di ministero.

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La V teologia del 1988/89 al Seminario Regionale a Bologna

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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