Archivi Mensili: marzo 2019

Quando il cuore si apre e accoglie

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Oggi è un altro giorno molto bello!
Una seconda famiglia siriana arriverà a san Vito grazie alla pronta accoglienza della comunità parrocchiale che, in soli due mesi, si è aperta e preparata testimoniando una straordinaria disponibilità e coinvolgimento.
Tutto è partito dal 22 gennaio quando mi trovato in Libano ed ero a cena dalla famiglia di Sheik Abdo. I ragazzi dell’Operazione Colomba mi hanno parlato di questa famiglia con una storia molto dolorosa, aggravata dalla morte del capo famiglia per un tumore. Questa famiglia avrebbe avuto particolare bisogno di essere messa in sicurezza; essendo la sorella di Sheik Abdo, occorreva trovare una sistemazione non troppo lontano dal fratello che era stato accolto a Santarcangelo.
Decido lì per lì, durante la cena, di far partire un messaggio ai preti e ai diaconi della diocesi con i quali abbiamo un gruppo su WA. Il primo a rispondermi è don Giuseppe che mi chiede un incontro con le famiglie della sua parrocchia appena sarò rientrato.

Il primo incontro lo facciamo domenica 27 gennaio; un altro domenica 10 febbraio con la presenza di Sheik Abdo e di Matteo Chiani. Poi la macchina dell’accoglienza parte!
Oggi la famiglia di Umm Ktejba arriverà a san Vito in una comunità pronta ad accoglierla, ma – soprattutto – in una comunità che in questi due mesi ha riscoperto che l’accoglienza è generatrice di gioia e di vita.
All’inizio prevalevano le preoccupazioni: ce la faremo? Chi se ne occupa? Avremo abbastanza denaro? … tutte preoccupazioni giuste e naturali. Ma in questi giorni le preoccupazioni sono state superate dalla gioia che in questi due mesi è cresciuta nel cuore delle persone che hanno detto il loro sì. Era un piacere vedere i volti delle persone che preparavano la casa dove la famiglia sarà accolta, l’entusiasmo e il desiderio dell’incontro. Come è accaduto quattro mesi fa’ a Santarcangelo, oggi, a san Vito, tutti quelli che si sono coinvolti in questa accoglienza, sono già a pronti a riconoscere che questa possibilità che è stata loro offerta sia un grande dono.

Il primo a riconoscere tale dono è don Giuseppe, il parroco di san Vito, che proprio oggi compie 78 anni; da giorni ringrazia per questa coincidenza e per questo straordinario regalo di compleanno che la Provvidenza gli ha voluto recapitare.
Auguri a don Giuseppe (che questa mattina era a santa Marta a celebrare con papa Francesco); auguri agli amici di san Vito che oggi iniziano questa bellissima avventura; auguri a tutti noi se sappiamo aprire il cuore all’accoglienza e sperimentare la gioia che il Signore è capace di generare in noi quando vinciamo la paura e l’indifferenza.

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Il gruppo in partenza da Beirut ieri notte. Ci sono anche i nostri amici di Op. Colomba (sulla dx)

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Sheik Abdo abbraccia i nipoti in aeroporto

Bene comune e pace sociale: verifica di un percorso e prospettive di lavoro

 

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Abbiamo concluso un itinerario di quattro incontri ed è saggio fare una breve verifica del percorso per continuare il cammino con consapevolezza.
Alcuni pensieri che abbiamo condiviso anche con il Consiglio Pastorale:

1. E’ stato un percorso opportuno e interessante. La comunità cristiana deve confrontarsi su queste tematiche che hanno a che fare con la realtà che viviamo nel contesto sociale in cui siamo inseriti. L’ampia partecipazione al percorso, dato anche dalla curiosità e dal periodo pre-elettorale che la nostra città si prepara a vivere, hanno favorito l’adesione alla proposta. Il percorso è sembrato utile e intelligente. Non tutti gli interventi proposti sono risultati semplici, ma è stato bello tenere un profilo alto della riflessione.

2. Il percorso sul Bene Comune ha portato “in parrocchia” persone che venivano da fuori Santarcangelo e che si sono aggregate intorno a questa iniziativa, santarcangiolesi che normalmente non partecipano alla vita ecclesiale, persone assidue alla vita comunitaria. L’incontrarsi è stato proficuo; il livello degli interventi significativo e rispettoso.

3. Anche il metodo di lavoro proposto, a partire dal magistero del Papa, è sembrato utile per ricuperare e fare sempre più nostri i riferimenti del magistero ecclesiale. I relatori che sono intervenuti, pur partendo dal testo, si sono sentiti liberi di approfondire la tematica secondo la loro personale sensibilità e competenza, aiutandoci a cogliere le implicanze di una riflessione che partiva dal testo del Papa.

4. C’è il desiderio di continuare il percorso dopo l’estate. E’ necessario formare un gruppo di lavoro che pensi e organizzi una proposta da svolgere in modo più disteso nel corso dell’anno. Le piste su cui probabilmente lavoreremo, comprenderanno l’approfondimento della Costituzione della Repubblica Italiana, soprattutto nella parte dei principi fondativi, e l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’. Sulla cura della casa comune”, per fare nostro l’appello che è stato lanciato fin dal 2015 e che ora sembra sempre più urgente, come ci mostrano le manifestazioni di questi giorni.

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Penso che possiamo fare nostro l’intervento di Ernesto Preziosi apparso su “Il Ponte” del 10 marzo u.s. (pag. 21) che cito in parte:
Senza smarrire la prospettiva storica, a noi compete misurarci con il presente e col fatto che «se non si trova una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci» o “irrilevanti”. Non è cosa facile e richiede un percorso – già avviato – di medio, lungo periodo. Segnalo tre livelli su cui spendersi. Tre livelli diversi, ma intrecciati tra loro nel vissuto delle persone.
– Il primo è quello di una formazione di base all’interno della comunità cristiana.  Dietro il disorientamento anche elettorale vi è una formazione debole, disincarnata, a talvolta spiritualistica, avulsa dalla storia. Vi è un compito primario da svolgere nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, perché la fede illumini i criteri di giudizio, i modelli di comportamento.
– Un secondo percorso riguarda la dimensione culturale: la fede vissuta anche nella sua valenza culturale e sociale, nel proiettarsi della società, necessita di una progettualità, di una mediazione culturale.  L’impegno dei credenti in proposito può essere diretto ad alcune priorità e, tra queste, il tema dell’Europa, prospettiva non rinunciabile e, anzi, da sostenere evidenziandone gli aspetti positivi e i correttivi necessari.
– Il terzo percorso riguarda le forme della partecipazione politica e chiede di ripensare gli strumenti, i partiti in primis…
Dobbiamo tornare a parlare di politica. I vescovi ci sollecitano e la realtà che abbiamo intorno interpella la nostra responsabilità. Per farlo dobbiamo essere capaci di dialogare tra credenti senza scandalizzarci delle posizioni diverse che possiamo avere, ma coltivando il confronto nella stima e nel rispetto reciproco…. (
I credenti e l’impegno politico oggi).

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Il paradigma del poliedro

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L’immagine ce la consegna direttamente papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti… Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. (nn. 235-236)

Elisabetta Fraracci, proprio a partire da questa immagine consegnataci dal Papa, ci ha accompagnato nell’ultima serata di riflessione su “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium” con una ricca ed intensa riflessione sul tema della complessità e sulla fatica di stare di fronte a questa complessità. Essendo lei prima di tutto un’insegnante ed un’educatrice, l’approccio della riflessione proposta è stato prevalentemente educativo, consapevoli che ogni azione educativa è sempre sommamente politica. Anche questa volta chiedo scusa per le semplificazioni della sintesi che propongo (per la parte che si riferisce al pensiero di E. Morin, mi sono rifatto anche ad un’altra sintesi che ho ritrovato molto vicina a quanto ci è stato presentato da Elisabetta Fraracci).

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Il tutto è superiore alla parte” nella prospettiva educativa significa prima di tutto aiutare i nostri giovani ad uscire dall’isteria del particolare, del “tutto intorno a me“, per andare incontro ad un “noi” in cui ognuno è riconosciuto come irrinunciabile.
Questo percorso educativo può essere proposto solamente all’interno di una comunità educante in cui gli adulti, insieme e con ruoli diversi, si prendono la responsabilità di dare prospettive di futuro, ma con un forte radicamento nella realtà e nella concretezza.
L’immagine del poliedro, evocata da papa Francesco, rimanda proprio a questa concretezza, a questa realtà da accogliere, e si propone alternativa all’immagine ideale e astratta della sfera ove i punti sono perfettamente equidistanti dal centro. Il poliedro è quella figura geometrica che riesce ad integrare le varie particolarità in un tutto che dona un senso nuovo alle singole parti, e rispetto al quale le singole parti non si sentono annullate, ma valorizzate nel meglio che possono offrire.

Viviamo in un’epoca di passioni tristi dove sono sempre più evidenti i sintomi di una crisi educativa (già denunciata da Benedetto XVI all’inizio di questo decennio):
– emerge una crisi di autorevolezza sostituita dall’autoritarismo;
– viviamo una crisi del pensiero sostituita dal ricorso indiscriminato agli slogans;
– emerge una grande fragilità della genitorialità che si manifesta in particolare nella incapacità di dire e sostenere dei “no” educativi;
– emerge pure la grande fatica di creare un contesto educativo ampio che possa sostenere i vari attori dell’educazione; si nota sempre più una frammentazione delle figure educative che non si riconoscono reciprocamente nel loro ruolo di educatori.
C’è una forte tentazione di limitarsi a stare di fronte all’altro con delle etichette, con degli stereotipi che esonerano dalla fatica di guardare il suo volto, di riconoscere la sua originalità. Ogni azione educativa non può che essere un’azione collettiva (villaggio) e deve aiutare ad andare oltre le etichette e gli stereotipi, oltre le semplificazioni che esaltano la particolarità e perdono di vista il tutto.
L’azione educativa, in particolare quella della scuola, deve educare le coscienze alla conoscenza del reale (non del virtuale) per superare il deficit di pensiero che caratterizza questa epoca.

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Un aiuto importante per affrontare questa sfida educativa ce lo fornisce Edgar Morin quando ci elenca I sette saperi necessari all’educazione del futuro:
– Andare oltre le cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione
È sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.

– I principi di una conoscenza pertinente
È necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali.
La supremazia di una conoscenza frammentata nelle diverse discipline rende spesso incapaci di effettuare il legame tra le parti e le totalità, e deve far posto a un modo di conoscere capace di cogliere gli oggetti nei loro contesti, nei loro complessi, nei loro insiemi. 
È necessario insegnare i metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
– Insegnare la condizione umana
L’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è completamente disintegrata nell’insegnamento, attraverso le discipline. Ciascuno dovrebbe prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che ha in comune con tutti gli altri umani. La condizione umana dovrebbe, così, essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. 

– Insegnare l’identità terrestre
Il destino planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti dell’insegnamento. 

Si dovrà indicare il complesso di crisi planetaria che segna il XX secolo, mostrando come tutti gli esseri umani, ormai messi a confronto con gli stessi problemi di vita e di morte, vivano una stessa comunità di destino.
– Affrontare le incertezze
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma nel corso del XX secolo ci hanno anche rivelato innumerevoli campi d’incertezza. L’insegnamento dovrebbe comprendere un insegnamento delle incertezze che sono apparse nelle scienze fisiche, nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche. Bisogna apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
– Insegnare la comprensione
La comprensione è nel contempo il mezzo e il fine della comunicazione umana. Data l’importanza dell’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma delle mentalità. Questo deve essere il compito per l’educazione del futuro.
Di qui la necessità di studiare l’incomprensione, nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace.
– L’etica del genere umano
L’insegnamento deve produrre una “antropo-etica” capace di riconoscere il carattere ternario della condizione umana, che consiste nell’essere contemporaneamente individuo, specie e società.
In questo senso, l’etica individuo – specie richiede un reciproco controllo della società da parte dell’individuo e dell’individuo da parte della società, ossia la democrazia e la solidarietà terrestre.
L’etica deve formarsi nelle menti a partire dalla coscienza che l’umano è allo stesso tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. Portiamo in ciascuno di noi questa triplice realtà. Così, ogni sviluppo veramente umano deve comportare il potenziamento congiunto delle autonomie individuali, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza di appartenere alla specie umana.

Conclusioni
Chi propone questo itinerario? Chi ha voglia di mettersi in gioco per promuovere un percorso educativo che aiuti ad uscire dalla prospettiva dell’immediato e ad andare alla ricerca della verità oltre gli abbagli.
Ritorna il ruolo di una comunità educante che promuova processi virtuosi di crescita.
Oggi, invece, anche a livello educativo, viviamo molto il rischio della delega che ci porta a vivere alcuni rischi importanti: il rischio di vivere nel parcellizzato; una difficoltà a scegliere; la mancanza di prospettive per il futuro e per un bene comune che è sempre più difficile da pensare e da individuare; la chiusura conseguente nel particolarismo che impedisce di pensare ad un futuro e di vedere gli altri oltre a me stesso.

Una comunità educante, invece, dovrebbe aiutare ognuno a porsi con serietà e serenità di fronte a quello che Renzo Piano chiamava il giudizio del futuro sull’opera che compio oggi. Non siamo chiamati ad essere degli eroi, ma persone consapevoli di lasciare un’eredità a coloro che verranno dopo di noi e, possibilmente e responsabilmente, di lasciare un’eredità buona.
La comunità educante può ricuperare anche il significato e valore educativo dei luoghi. In un contesto in cui il virtuale prende sempre più spazio, si può aiutare a riconoscere il messaggio e il valore che alcuni luoghi ci consegnano. In questo senso la comunità educante investe nella creazione di spazi e luoghi che siamo portatori di valori e messaggi positivi.

Si comprende ancora di più, quello che è stato enunciato fin dal principio:  come ogni impegno educativo è un impegno politico perché richiama ad una responsabilità condivisa ed incide decisamente sul nostro futuro.

Martire combattente?

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E’ di ieri la notizia della morte di Lorenzo Orsetti, giovane uomo italiano che ha scelto di partecipare al conflitto in Siria schierandosi e combattendo con l’esercito curdo: una scelta forte e consapevole, come testimonia la lettera/testamento che ha lasciato ad un connazionale con cui ha condiviso la medesima scelta.
In questi tempi in cui predomina il narcisismo e l’indifferenza diventa addirittura motivo di vanto – anche a costo di trasgredire le leggi e le regole dell’umana solidarietà -, la scelta di Lorenzo Orsetti ha scosso le nostre coscienze e, in un periodo in cui siamo a corto di eroi, c’è qualcuno che è tentato di indicarlo come modello positivo di impegno.
E’ quanto mi sembra emerga da questo articolo di Futura D’Aprile, una giovane giornalista esperta di questioni mediorientali, che arriva quasi ad indicarlo come un martire della libertà.

Personalmente non sono d’accordo!
Pur nel rispetto assoluto della persona di Lorenzo, ritengo  che la sua scelta di andare a combattere in Siria, sia stata sbagliata.
L’esigenza di schierarsi ed impegnarsi per la libertà e la pace, la scelta di non rimanere indifferenti di fronte ad un conflitto crudele e assurdo come quello siriano, non credo che possa considerare come utile l’opzione di combattere da una parte contro l’altra.  La  storia ci insegna da secoli che la violenza genera solo violenza, e non importa quale sia il colore della divisa che agisce la violenza: essa è sempre causa di morte e di dolore indicibile. Non è logico e neppure utile cercare di vincere il male con altro male, perché il male, la violenza e la guerra non portano nulla di bene, quale che sia l’intenzione di coloro che la attuano.

I veri martiri sono coloro che ci testimoniano delle scelte di pace che contrastano la logica della violenza, scelte che costruiscono percorsi di riconciliazione, che edificano un paese impegnandosi per il bene delle persone, per la giustizia, per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ogni uomo e donna: di questi testimoni abbiamo bisogno, non di altri combattenti.
Provvidenzialmente – anche nel conflitto siriano – abbiamo testimonianze luminose di uomini e donne che si sono schierati per la pace.: siriani, libanesi, italiani, turchi, … uomini e donne di ogni nazionalità. Abbiamo giovani uomini e donne che stanno condividendo la situazione dei profughi, che lottano per il riconoscimento dei diritti fondamentali di ognuno: il diritto all’istruzione, il diritto alla salute, il diritto alla cittadinanza, il diritto di tenere unita la propria famiglia, il diritto di provvedere a sé e ai propri cari una situazione sicura e favorevole alla vita, il diritto ad essere difeso, tramite il ricorso alla giustizia, dai soprusi dei prepotenti e dei mafiosi di ogni latitudine; questi giovani uomini e donne stanno promuovendo una proposta di pace per la Siria che ai cinici appare come un’utopia, ma che è la sola risposta sensata alla logica della guerra e della violenza.

Caro Lorenzo, ennesima vittima della violenza assurda e crudele generata dalla logica della guerra, noi piangiamo la tua vita spezzata e preghiamo Dio che aiuti gli uomini a comprendere il valore di ogni vita, a comprendere che non è giusto pensare che ci siano vite che possono indifferentemente essere soppresse perché appartengono a dei nemici.
Caro Lorenzo, anche noi non vogliamo rimanere indifferenti, ma rifiutiamo di imbracciare le armi perché non vi è alcuna causa che giustifichi la scelta di uccidere un altro uomo; non vogliamo rimanere indifferenti, ma vogliamo impegnarci per la pace, per la giustizia, per il rispetto delle persone e dei loro diritti, per costruire un mondo e una nuova Siria in cui, superata ogni inimicizia, gli uomini tornino a riconoscersi come fratelli.
Caro Lorenzo, anche noi siamo disponibili a donare la nostra vita, a morire perché la pace diventi la condizione in cui tutti gli uomini possono vivere.
Caro Lorenzo, il Signore ora ti conceda pace e ti accolga come figlio suo e fratello di tutti.

Terapia quaresimale

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Il cammino quaresimale inizia ogni anno con il famoso testo evangelico, tratto dal discorso della montagna di san Matteo (6,1-6.16-18), in cui Gesù ci introduce a vivere con verità e giustizia tre gesti religiosi (elemosina, preghiera e digiuno) che non sono esclusivi del cristianesimo, ma che nel Vangelo trovano un significato proprio in riferimento alla giustizia (se vuoi, puoi leggere questo commento al vangelo).

Fino a questa mattina, non mi ero mai chiesto se ci fosse un ordine definito nella proposta del Vangelo, ovvero se avesse un significato l’ordine delle azioni proposte da Gesù (elemosina, preghiera e digiuno). Una semplice intuizione mi ha portato a definire questa riflessione che condivido.
Se dipendesse da me o da noi, credo sarebbe sensato, per molti motivi che non sto a descrivere, iniziare un percorso penitenziale da una lavoro su noi stessi, cioè dalla preghiera o dal digiuno. In genere un cammino di conversione, secondo il nostro ideale, comincia da una introspezione che, poi, porta ad aprirsi agli altri.
Perché Gesù mette al primo posto della sua proposta l’elemosina?

Perché la logica del Vangelo è quella di guarirci (salvarci) dalla autoreferenzialità e dal narcisismo (che si traducono in molteplici scelte di peccato) e la prima cura è imparare a guardare gli altri con occhi da fratelli.
L’elemosina è un modo semplice e ordinario per condividere ciò che possiedo con una persona che incontro; non richiede grandi progettazioni. Si tratta semplicemente di vedere il volto di una persona che provvidenzialmente incrocia il mio cammino, di vedere la sua mano stesa che domanda aiuto e, dopo aver stretto quella mano per incontrare la persona e averla guardata negli occhi per onorare la sua dignità, condividere con semplicità quello che possiedo. L’incontro con l’altro, la scelta di farmi carico del suo bisogno, è il primo passo che mi porta a riconoscere che il mondo non gira attorno a me: scopro di avere dei fratelli.

A questo punto posso incontrare il Padre nel segreto della mia camera, perché quando lui mi chiederà: “dov’è Caino tuo fratello?” io potrò rispondere portando al Padre (nostro) l’incontro che ho vissuto, la mano che ho stretto, gli occhi che ho incrociato. Allora la mia preghiera, come accade sempre nella liturgia, anche se fatta nel segreto della mia stanza, sarà la preghiera che viene da un “noi” e non solamente da un “io”.
Scopro – nella preghiera – che il Padre mi rassicura sul fatto che nulla di necessario mi mancherà, perché è lui a provvedere per amore. Anzi, scoprirò che le mie invocazioni sono povere e banali perché in verità ho già tanto e non c’è molto di necessario che posso veramente domandare.

Sono pronto, allora, a scegliere il digiuno, per fare spazio nella mia vita, per poter accogliere i doni che il Padre è pronto a darmi. Con il digiuno vissuto con letizia di cuore (come insegna il Vangelo), creerò in me quel vuoto che Dio è pronto a riempire in modo inaspettato e creativo, lui che è capace di creare dal nulla e di fare nuove tutte le cose. Allora sperimenterò l’essenziale di Dio, quello che lui ha pensato solo per me e che si adatta perfettamente al vuoto che sono stato capace di creare eliminando tutto il superfluo e anche un po’ del necessario.

Elemosina, preghiera e digiuno. Tre passi per un cammino quaresimale affinché Dio, con la sua sapienza evangelica, possa portare a compimento l”opera che ha iniziato in noi nel giorno del nostro battesimo.

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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