Archivi Mensili: novembre 2015

Come si decide nella Chiesa?

come decide chiesa
Come si decide nella Chiesa? Si vota come in Parlamento? I lavori del Sinodo hanno richiamato l’attenzione su un aspetto antico quanto la stessa Comunità ecclesiale. Ma nonostante si tratti di una questione di lunga tradizione, non sempre le idee sono chiare. E si capisce: nei secoli la storia umana ha visto modificarsi i sistemi per le decisioni collettive: sempre meno impositivi da parte di chi detiene più forza e sempre più democratici. Si è visto che invece di spaccare le teste è meglio contarle.
La Regola di san Benedetto
E nella Chiesa? Certo la Chiesa è nella storia umana e accoglie il meglio del progresso umano: ma ha un suo profilo, di comunità religiosa. Merita, dunque, che ci soffermiamo non sulle procedure tecniche e sulle normative giuridiche ma sui principi ideali. Ecco allora che fin dai primi secoli, con la Regola di san Benedetto (scritta nel VI secolo ma impostasi generalmente soprattutto dall’VIII), nelle indicazioni sull’elezione dell’abate – al n. 64 – emerge una visione che poi sarà, dal XII secolo, la via principale per le decisioni ecclesiali: maior et sanior pars, decide la parte maggiore e più saggia della comunità.
In un’unica indicazione sono, in realtà, compresi due principi diversi: il principio maggioritario e il principio sanioritario. Nelle decisioni ecclesiali le due parti, idealmente, coincidono: i più saggi sono anche la maggioranza. Ma siccome nella pratica non sempre è così, allora il principio sanioritario integra, conferma e perfeziona quello maggioritario.
Interpretare la voce del Popolo di Dio
Ma cosa si intende con questi due principi, sul piano ecclesiale, che è quello che ora ci interessa (anche in riferimento ai lavori del Sinodo)? Il “principio maggioritario” si riferisce ovviamente ad una decisione che trova l’appoggio del maggior numero dei membri di un consiglio (sia esso un’assemblea comunitaria, un consiglio pastorale, un sinodo, un concilio), ma non significa banalmente che la maggioranza vince. Occorre che l’orientamento maggioritario si formi in un vero spirito ecclesiale e non in uno spirito umano.
Ecco perché papa Francesco ha detto ai membri del Sinodo: “il Sinodo non è un parlamento, dove per raggiungere un consenso o un accordo comune si ricorre al negoziato, al patteggiamento o ai compromessi”. Nell’assemblea ecclesiale cioè, tanto più se di Pastori, non si manifestano opinioni collettive, non si formano gruppi strutturati di opinione, correnti organizzate, insomma partiti che ingaggiano un braccio di ferro, contrattano, mirano a spartizioni di potere.
Ogni membro è solo davanti alla propria coscienza ed esprime il proprio parere (ed eventualmente il proprio voto) da solo: non in base ai suoi personali convincimenti, non affermando quello che lui pensa o tanto meno quello che è il suo beneficio, ma in base a ciò che, in coscienza, ritiene sia la volontà di Dio, interpretando la voce del suo popolo che lo Spirito gli fa conoscere. È molto diverso.
Recuperare la collegialità
Nell’età moderna, dopo il Concilio di Trento, si è progressivamente affievolito lo stile sinodale e conciliare delle decisioni ecclesiali: i vescovi si vedevano poco, si riunivano non frequentemente (dal XVI secolo si è aspettato il XIX per avere un altro Concilio). Si è così prodotta quella che il beato Rosmini nella sua opera Delle Cinque Piaghe della Santa Chiesa indicava come la “piaga del cuore” e cioè la disunione dei vescovi.
Per superarla non c’era che la via della collegialità, della communio hierarchica. L’incontrarsi, il pregare insieme, il dialogo fraterno prevengono la disunione dei vescovi: come si può ben vedere dal lavoro dell’attuale Sinodo. Ma se il male dovesse entrare nel cuore di alcuni e alimentare, pur nella collegialità, uno spirito di fazione che vede gli altri, portatori di altre idee, come eretici, che assolutizza solo il proprio punto di vista e cerca di costituire ‘cordate’ per farlo prevalere?
Il principio della sanior pars
Ecco allora che interviene il “principio sanioritario”. La sanior pars, la parte più saggia, non vuol dire la più saggia secondo il mondo ma secondo Dio: non sono i più intelligenti o i più colti, i grandi teologi o i raffinati canonisti. Sono coloro che lo Spirito ha chiamato ad un ministero di discernimento e di conferma. Nel caso di un Consiglio pastorale diocesano o del Capitolo di una cattedrale la sanior pars è il Vescovo.
Nel caso del Sinodo è il Papa. E vuol dire non solo che il papa ha l’ultima parola nel tirare le fila del Sinodo portando a decisioni comuni. Vuol dire, soprattutto, che egli segue i lavori del Sinodo con spirito di discernimento, per ‘sentire’ la voce della sanior pars, che non è la sua, ma che egli distingue: può essere espressa anche da un solo Padre, in assoluta minoranza, ma nelle cui parole il papa sente lo Spirito. Questo è il compito sanioritario del ministero petrino: cum Petro et sub Petro.
Fulvio De Giorgi
 

GMG e proposta vocazionale

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Bologna 17 novembre 2015

CRV Emilia Romagna e Pastorale Giovanile Regionale

Introduzione all’incontro con don Michele Falabretti, responsabile del Servizio Nazionale di Pastorale giovanile della Chiesa italiana.

La vita di ogni credente può essere rappresentata come la tessitura di una tela. Una famosa immagine del profeta Isaia (cap. 38) ci sostiene in questa metafora.

In questa tela esiste una trama e un ordito.

Nell’esperienza di un/una giovane in processo formativo, potremmo identificare la trama con gli itinerari educativi che rendono significativa la quotidianità di ogni giovane, le proposte su cui costruisce la sua esperienza di giovane credente (preghiera, formazione culturale, relazioni ecclesiali, vita caritativa, impegno politico e sociale …); l’ordito invece potrebbe essere identificato con le esperienze forti che, proprio l’età giovanile, richiede ed esige.

A lungo nella Chiesa italiana e nelle nostre diocesi abbiamo dibattuto in modo un po’ manicheo tra sostenitori del valore degli eventi e coloro che sminuivano il valore degli eventi a vantaggio degli itinerari formativi.

Possiamo oggi riconoscere con serenità, che il percorso formativo di un/una giovane del terzo millennio, può/deve opportunamente (necessariamente) prevedere gli uni e gli altri.

A distanza di trent’anni, tra le esperienze forti, accanto ai campi scuola, ai pellegrinaggi, alle esperienze in missione, si colloca la GMG internazionale.

Quali sono i suoi ingredienti che ci portano a valorizzarla come una proposta forte? Li cito brevemente perché sarà don Michele a parlarcene più diffusamente:

  • È una proposta che ha come mittente la Chiesa nella sua espressione più “solenne”; c’è un valore da riconoscere nella convocazione e nel soggetto che convoca.
  • È una proposta che mi interpella al di là dei molti (troppi) particolarismi che caratterizzano i cammini ecclesiali ordinari.
  • È una proposta che mi invita a compiere un esodo dal mio vissuto personale e di gruppo, per convenire insieme ad altri giovani in una realtà comune e cattolica (in senso forte).
  • È una proposta che mette a contatto con la parola del Vangelo e con fatti di Vangelo vissuti dai credenti che ho la possibilità di incontrare.
  • È una proposta che mi chiede di dare a mia volta una testimonianza a partire dalla mia adesione e nello stile della partecipazione (protagonismo, essenzialità, disponibilità all’ascolto e all’incontro con il diverso).
  • È una proposta che posso vivere tanto più intensamente quanto più mi preparo a viverla (oltre la logica del last minute).
  • È una proposta che chiede di essere metabolizzata in un percorso successivo alla GMG, facendo risuonare le eco degli incontri, delle parole, delle esperienze vissute, facendomi maturare delle scelte.
  • È una proposta che aiuta a ritessere relazioni ecclesiali all’interno delle singole chiese diocesane, superando isolamenti e provincialismi.
  • È una proposta che, potenzialmente, può aiutare ogni giovane a compiere un passo in avanti e ad “alzarsi” da una certa mediocrità per porsi in un cammino di sequela più significativo.

In questi trent’anni tutti noi abbiamo incontrato giovani per i quali una certa GMG ha segnato un momento importante nel cammino della vita, giovani che si sono sentiti chiamati ad una scelta di vita come risposta ad un appello del Signore e che, proprio in occasione di quei giorni vissuti in modo così intenso, hanno trovato l’opportunità per pronunciare il loro “eccomi”. Il servizio che, come educatori, siamo chiamati a vivere verso questi giovani ci chiede di metterci in moto perché anche le prossima GMG a Cracovia possa diventare una opportunità per vivere quell’esperienza straordinaria capace di cambiare la vita. Grazie a don Michele e a tutti voi per la condivisione di questa mattinata.

don Andrea Turchini – CRV Emilia Romagna

Verso un progetto di pastorale vocazionale

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Il testo che segue è una relazione che ho tenuto il 7 marzo 2015 ad Ancona presso il CRV delle Marche. Pensiamo che questa riflessione possa essere la base per un nuovo progetto diocesano di pastorale vocazionale

1. Qualche premessa per intenderci

La comune vocazione alla santità

La PV di cui parliamo è uno dei frutti, ancora immaturi, del Concilio Vaticano II. La PV è una novità della Chiesa del post-concilio e della teologia della Chiesa del post-concilio.

Quando i vescovi hanno scritto il V capitolo della Lumen Gentium sulla universale vocazione alla santità dei battezzati, hanno cambiato la prospettiva della teologia della vocazione – che per lo più era riservata alle speciali categorie vocazionali (ministero ordinato e vita consacrata) – aprendo la prospettiva a tutti i battezzati, chiamati da Dio a compiere il loro battesimo rispondendo alla chiamata del Signore.

La persona al centro dell’azione pastorale

Se la chiamata alla santità è la vocazione principale a cui le altre vocazioni sono ordinate, la pastorale vocazionale non può più essere un’attività di reclutamento per riempiere gli organici “dell’azienda chiesa” nei vari ruoli previsti, ma deve essere primariamente una proposta rivolta ad ogni persona perché ogni persona possa realizzare quella vocazione alla santità iniziata con la chiamata alla vita e rinnovata con il battesimo.

La PV è primariamente una pastorale attenta alla persona e alla personalizzazione dell’itinerario di fede. Qualcuno sostiene che la vocazione altro non è che la personale risposta di fede che il battezzato pronuncia di fronte al Signore che lo chiama alla sequela e alla missione.

Pastorale delle vocazioni e vocazione della pastorale

Il gioco di parole è facile ma ci aiuta a comprendere la questione. Che cosa sia la pastorale delle vocazioni oggi è più chiaro, mentre non è tanto chiaro come si inserisce questa pastorale nell’azione pastorale generale della Chiesa. Qualcuno sostiene che la pastorale vocazionale altro non è che la vocazione della pastorale ossia che richiama tutta la pastorale a questa attenzione fondamentale (personalizzazione del cammino di fede).

Due riferimenti magisteriali

Come tutte le pastorali anche la PV ha prodotto la sua bella dose di documenti sia a livello papale e nei livelli più prossimi (compresa la Chiesa Italiana). Io ne cito solamente due: Nuove vocazioni per una nuova Europa (è un testo da riprendere nonostante la sua età à del 1997) e per quello che riguarda la CEI la Nota pastorale scritta dopo il Convegno ecclesiale di Verona (Rigenerati per una speranza viva. Testimoni del grande “sì” di Dio all’uomo) che tentava di ripensare la pastorale mettendo al centro la persona. Questo testo è stato liquidato molto velocemente nelle nostre diocesi e non è stato approfondito. A mio modesto avviso ha delle cose da dirci sulla PV da vivere nelle diocesi, anche se non è il suo oggetto principale.

2. La PV nella vita della Diocesi: due modelli – tre livelli

Potremmo dire che, secondo questa prospettiva, la pastorale vocazionale dovrebbe essere di ogni operatore pastorale della diocesi, dal vescovo ai preti, diaconi, catechisti, ministri istituiti, educatori, operatori caritas … ognuno dovrebbe affrontare il suo servizio pastorale con questa attenzione vocazionale; ma saremmo degli ingenui, soprattutto a causa dell’immaturità ecclesiale di questa sensibilità.

Poiché l’ingenuità è un peccato, dobbiamo riconoscere l’opportunità positiva e provvidenziale di un gruppo di animazione vocazionale che curi questa attenzione; è quello che noi chiamiamo il CDV che ha il compito di esprimere “l’impegno della Chiesa particolare per l’animazione vocazionale, promuovendo e coordinando le attività di orientamento vocazionale nelle parrocchie e nelle comunità della Diocesi, sotto la guida e la responsabilità del Vescovo. Il CDV esprime al suo interno la varietà e la comunione dei carismi e dei ministeri; offre la sua collaborazione agli organismi ecclesiali nell’ambito delle sue finalità[1].

Uscendo dal linguaggio statutario e facendo riferimento all’esperienza potremmo dire quanto segue:

Due modelli per due impostazioni diverse … e una possibile mediazione

Fondamentalmente nelle varie diocesi italiane esistono due modelli di animazione vocazionale diocesana, che determinano impostazioni diverse del CDV.

Non considero neppure, come modello, quelle dove esiste solo l’animazione vocazionale del seminario perché, a rigore, quella non è attività del CDV, ma del seminario.

Semplifichiamo per comodità e usiamo un po’ di ironia rischiando delle caricature.

*** Il primo modello vede il CDV come una realtà robusta sia sul piano della riflessione che su quello delle iniziative e della sussidiazione. È una realtà costituita che promuove attività e itinerari specifici a livello diocesano, zonale e parrocchiale; pubblica sussidi a vario livello; organizza iniziative sue proprie e campi estivi. Questo è un modello che troviamo spesso nelle grandi diocesi. Il CDV tratta con la PG e altri organismi “alla pari”; quando va bene (perché i direttori se la intendono e non sempre perché la cosa è progettata) non ci sono conflitti con la PG e l’ACG (la cosa che pensiamo e non diciamo è che le altre associazioni e movimenti siamo abituati a non considerarli neppure perché tanto “sappiamo che non ci stanno”); quando non va bene il CDV ha le sue attività e i suoi “territori tradizionali” che vengono difesi e occupati.

Il CDV che si riconosce in questo modello ha un gruppo dirigente ben organizzato, mediamente coeso, con buone competenze per sostenere le attività di cui si fa carico.

Ovviamente, come sempre accade nella Chiesa, molto dipende dai soggetti coinvolti, dalle loro personalità, dalle tradizioni della diocesi … questo è un modello che molti direttori diocesani invidiano perché si presenta come molto produttivo e molto efficiente. Non sempre risulta essere abbastanza integrato nella realtà della Diocesi e rischia il lavoro di nicchia (non inteso in senso qualitativo e specializzato).

 

*** Il secondo modello che si va affermando (almeno dai confronti che avvengono a livello di macro-regioni) è quello che prevede una proposta di PV “diffusa”. Il CDV, composto di persone ben preparate e anche presenti in altri organismi pastorali della Diocesi, invece di promuovere iniziative in proprio, si spende soprattutto per animare e orientare vocazionalmente alcune proposte, itinerari, sussidi che già sono presenti in Diocesi, ma che faticano a cogliere l’istanza vocazionale. Il CDV con i suoi membri, si pone a fianco della PG, delle associazioni, della PF, della catechesi, di Missio, della Caritas, … per sostenere questa attenzione vocazionale negli itinerari, nei sussidi, nelle proposte che vengono elaborati da questi organismi nella prospettiva di una pastorale più integrata.

Apparentemente questo CDV sembra più debole, perché non può vantare in proprio un carnet di proposte, ma dalla esperienza riportata non risulta meno efficace la sua presenza in diocesi. Il CDV sarà più preoccupato di curare: la formazione dei suoi membri che l’organizzazione delle attività; le relazioni con le altre realtà della diocesi che la difesa dei propri spazi; la crescita di molti operatori pastorali nella cultura e nella spiritualità vocazionale che la settorializzazione ossessiva del proprio ambito di competenza.

Ricordo che ho compiuto una semplificazione sola a fine esemplificativo; mi rendo conto che potrebbe apparire una preferenza per il secondo modello, ma occorre dire che anche il primo ha molti aspetti positivi.

 

Andando oltre la semplificazione quasi didattica, possiamo cercare una mediazione? La tradizione dell’impegno pastorale delle nostre diocesi ci convince sul valore di un bell’investimento di energie nella PV così come negli altri ambiti della pastorale ecclesiale; l’idea della PI promossa a partire dal Convegno di Verona, ci rammenta l’esigenza della ricerca di maggiori sinergie. Ogni chiesa particolare sarà chiamata a trovare un suo equilibrio a partire dalla storia e dalle risorse a disposizione.

Tre livelli che non possono mancare [2]

Qualunque sia il modello di riferimento e l’organizzazione del CDV, ci sono tre livelli (diversi per gradualità di attenzione e proposta) che non possono mancare nell’animazione della pastorale vocazionale di una diocesi. La differenziazione dei livelli è data dai destinatari e, se dovessimo rappresentarli graficamente, dovremmo dire che questi tre livelli possono raffigurarsi in tre cerchi concentrici, dove il primo livello è il più ampio e l’ultimo il più circoscritto.

 

  • Livello generale che ha come destinatari tutti i battezzati della Diocesi

Questo primo livello ha come destinatari tutti i battezzati chiamati a vivere la loro vita come chiamati. Gli orientamenti pastorali dei vescovi per questo decennio Educare alla vita buona del Vangelo, al n. 23 dicono:

 

  1. L’accoglienza del dono dello Spirito porta ad abbracciare tutta la vita come vocazione. Nel nostro tempo, è facile all’uomo ritenersi l’unico artefice del proprio destino e pertanto concepirsi «senza vocazione» (NVNE, 11c). Per questo è importante che nelle nostre comunità ciascuno impari a riconoscere la vita come dono di Dio e ad accoglierla secondo il suo disegno d’amore. Come ha affermato il Concilio Vaticano II, Gesù Cristo, manifestandoci il mistero del Padre e del suo amore, ha rivelato anche l’uomo a se stesso, rendendogli nota la sua altissima vocazione (Cfr. GS 22), che è essenzialmente chiamata alla santità, ossia alla perfezione dell’amore. La nostra azione educativa deve «riproporre a tutti con convinzione questa ‘misura alta’ della vita cristiana ordinaria: tutta la vita della comunità ecclesiale e delle famiglie cristiane deve portare in questa direzione» (NMI, 31). La Chiesa attinge alla sua grande tradizione spirituale, proponendo ai fedeli cammini di santità, con un’adeguata direzione spirituale, necessaria al discernimento della chiamata

Una misura alta della vita cristiana ordinaria, di tutti i battezzati è l’obiettivo dell’azione educativa di tutta la Chiesa. A maggior ragione questo obiettivo deve essere al centro dell’attenzione del CDV, chiamato a richiamare la comunità diocesana al valore di questa chiamata che domanda di portare a compimento il proprio battesimo. Senza questa attenzione tutta l’azione ecclesiale rischia di venire sminuita o ridotta ad una catasta di cose da fare.

Per perseguire tale obiettivo è importante permeare di questa attenzione ogni singola attività della comunità cristiana e in particolare: il servizio della preghiera per le vocazioni in tutte le varie forme che la fantasia ci suggerisce: la preghiera ci ricorda che nella vita cristiana, e quindi nella vocazione, c’è un primato della Grazia divina da mettere in evidenza; la vita liturgica e sacramentale: c’è una dimensione oggettiva e una efficacia della vita ecclesiale che si esprime in modo particolare nei sacramenti in cui il Signore, mediante la Chiesa, continua la sua opera di salvezza per il mondo (tradizionalmente la Confermazione è ritenuto un sacramento molto legato alle tematiche vocazionali; anche il matrimonio deve essere concepito come risposta alla vocazione coniugale; per non parlare del battesimo dei bambini o dell’unzione dei malati; fino alla riconciliazione che può diventare uno spazio fecondo di annuncio e di ricupero della propria relazione con Dio proprio a partire dalla consapevolezza che la mia vita è comprensibile all’interno di una vocazione che da la cifra della mia relazione con Dio); la catechesi: quando non è semplicemente un’azione informativa, ma è vera iniziazione alla vita cristiana vissuta nella fede, non può fare a meno della prospettiva vocazionale, ben presente nei catechismi della Chiesa Italiana; la dimensione della carità: che mi fa riscoprire la dignità di ogni persona proprio a partire dalla consapevolezza che ogni uomo è chiamato alla vita da Dio e che con i battezzati condividiamo le medesima chiamata alla santità.

Dato tale orizzonte vasto, è molto importante che la PV agìta dal CDV possa identificare gli snodi e le sinergie per animare tale prospettiva universale. Sono decisivi i rapporti con gli organismi diocesani, con i parroci con i formatori dei catechisti, i responsabili delle associazioni. Una PV a questo livello richiede un grande investimento di energie nelle relazioni con tutti i soggetti sopra citati e con altri non citati.

 

Si è potuto notare che dove il direttore del CDV è ben raccordato agli altri uffici diocesani, ai vicari foranei e ai parroci, maturano le condizioni per una vasta opera di sensibilizzazione che non manca di portare i suoi frutti[3].

 

  • Livello particolare. Occasioni e percorsi di discernimento vocazionale

All’interno della proposta generale che la diocesi propone, soprattutto a livello educativo, emerge l’esigenza di avviare alcuni percorsi che aiutino le persone a vivere un discernimento vocazionale particolare sulla propria vita. Questa, pur essendo un’attenzione che si condivide anche con altri operatori in alcuni passaggi della vita, può diventare il motivo per avviare percorsi, itinerari ed iniziative vocazionali rivolte ad un numero ampio di persone che presentano questa esigenza.

Come si accennava, vi sono alcuni passaggi nel corso della vita che richiedono una particolare attenzione: la conclusione della scuola media e della scuola superiore; l’orientamento verso gli studi universitari; la fine degli studi universitari; alcuni momenti particolari nella vita della persona …

Queste occasioni e questi percorsi possono avere due tipi di approcci: una proposta generale rivolta a tutti coloro che si trovano in una particolare circostanza della vita (percorso diciottenni, …) oppure una proposta personalizzata, che intercetta un momento particolare della vita della persona, una proposta mediata da un bravo educatore che non si accontenta di “gestire il suo gruppo”, ma è attento alle esigenze di ogni persona che gli viene affidata. Normalmente questo servizio viene richiesto al CDV e richiede alcune persone dedicate e disponibili a lavorare anche con numeri piccoli.

 

  • Livello specifico. Servizio di accompagnamento vocazionale e comunità vocazionale

Sia dal primo come dal secondo livello possono emergere persone che hanno l’esigenza di un percorso di accompagnamento vocazionale più specifico in vista di una scelta.

 

L’accompagnamento vocazionale reclama una solida esperienza di direzione spirituale personale, che non di rado coinvolge il direttore e i membri del CDV e sempre ha bisogno di un cammino comunitario: gruppi o comunità vocazionali che si costruiscono precisamente per questo. È un aspetto sempre più importante e, per molti giovani, decisivo… è importante che parroci e laici, religiosi e sacerdoti, animatori vocazionali ed educatori in genere possano indirizzare, con fiducia e sicurezza, i giovani che si pongono in tale prospettiva, al direttore del CDV[4].

 

Questi tre livelli di animazione risultano importanti in ogni diocesi

 

La collaborazione con le pastorali: catechistica, giovanile, famigliare, missionaria

Pur avendo richiamato più volte l’esigenza della collaborazione e delle sinergie, siamo tutti ben consapevoli che esse non sempre sono scontate e dipendono molte volte dal livello di coinvolgimento e affiatamento dei rispettivi referenti.

Tra le collaborazioni più preziose e necessarie per il CDV, sia che si strutturi secondo il primo modello, e a maggior ragione, su una strutturazione più “diffusa” ci sono quelle con la catechesi, la PG, la PF e Missio.

  • La catechesi: crediamo che la PV debba accompagnare tutto il cammino di fede delle persone nelle varie fasi e situazioni della vita. In particolare la catechesi dell’IC dovrebbe presentare un’attenzione particolare alla dimensione vocazionale, se è vero che la vocazione altro non è che la personale risposta di fede che ognuno è chiamato a dare. Questa adesione personale ispirata dalla fede e vissuta nella comunità dei credenti dovrebbe essere l’obiettivo principale di ogni percorso di catechesi. Un particolare valore è dato da un riferimento alla Scrittura (il libro delle vocazioni) e dal confronto con la testimonianza di uomini e donne che ci hanno preceduto nel cammino della fede ed hanno raggiunto la mèta della santità. Grande valore della narrazione biblica. Anche le testimonianze di vita vissuta da adulti della comunità hanno molto valore in una contesto in cui gli incontri sono sempre più “schermati”. In tutti questi aspetti la collaborazione tra UCD e CDV può essere veramente proficua e fruttuosa.
  • La pastorale giovanile: Gli orientamenti pastorali della CEI nel primo decennio degli anni duemila Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia, al n. 51 dicevano:

 

In questa direzione, avvertiamo la necessità di favorire un maggiore coordinamento tra la pastorale giovanile, quella familiare e quella vocazionale: il tema della vocazione è infatti del tutto centrale per la vita di un giovane. Dobbiamo far sì che ciascuno giunga a discernere la “forma di vita” in cui è chiamato a spendere tutta la propria libertà e creatività: allora sarà possibile valorizzare energie e tesori preziosi. Per ciascuno, infatti, la fede si traduce in vocazione e sequela del Signore Gesù.

 

In molte chiese particolari questo è rimasto un auspicio. Lì dove predomina il primo modello di PV non di rado si è fatto fatica a procedere in modo sinergico sia con la PG che con la PF. In altre realtà ci sono esempi di buona collaborazione anche strutturata (Trieste e Torino per esempio). Occorre entrare nella mentalità che, pur non identificandosi, queste due pastorali insistono sugli stessi destinatari e devono necessariamente collaborare in modo organico. Non si conoscono modelli che funzionano ovunque, ma lì dove si è intrapresa una collaborazione motivata e organica, i frutti per tutti sono copiosi e spesso è da qui che si vede la differenza. È ormai assodato che anche la pastorale di evangelizzazione o di primo annuncio ha una prospettiva essenzialmente vocazionale.

  • La pastorale familiare: Per certi versi valgono le stesse considerazioni fatte appena sopra. La PF, però, ha un orizzonte più ampio che coinvolge non solo i giovani che si avviano alla vita coniugale e familiare (per i quali vedi sopra), ma anche gli adulti e le coppie nel loro ruolo genitoriale. La prospettiva vocazionale, sia nel comprendere il proprio cammino di famiglia, sia per porsi in atteggiamento educativo nei confronti dei figli che Dio ha affidato ad ogni coppia, è una prospettiva molto importante e per nulla scontata. Tutti noi siamo testimoni della fatica manifestata da alcuni genitori cristiani a fare i conti con progetti di vita ispirati vocazionalmente che sfuggono dai loro schemi (a volte un po’ troppo borghesi). La collaborazione tra PV e PF anche in questo campo può essere utile, così come può essere chiamata in aiuto in alcune vicende drammatiche che coinvolgono la famiglia, vicende in cui il “tema” della volontà di Dio viene posto in grande evidenza.

 

  • Missio diocesana: questo livello di collaborazione è meno tradizionale degli altri, ma l’esperienza di tante realtà ecclesiali ci racconta di una grande fecondità in una collaborazione che giova molto a ricuperare le finalità autentiche di ambedue le “pastorali”. Sono tanti i giovani e gli adulti che ogni anno prendono un aereo e si recano in comunità lontane spinti da alcune domande importanti, dalla voglia di essere utili e dal desiderio di allargare la propria esperienza ecclesiale. Questo fenomeno è molto spesso difficilmente incanalabile perché utilizza anche contatti informali o passa parola che frequentemente non coinvolgono le comunità ecclesiali diocesane. Pur tuttavia, quando è possibile, questa collaborazione risulta molto opportuna perché aiuta la pastorale missionaria a custodirsi da una deriva filantropica/umanitaria che spesso sta alla base di tante partenze di giovani e adulti, ricuperando invece il valore più autentico di quell’esperienza vissuta presso una comunità ecclesiale; aiuta inoltre le persone a non disperdere o consumare l’esperienza, ma a cogliere gli elementi che provocano ad una riflessione e addirittura ad un cambiamento di vita. La PV d’altra parte è aiutata ad uscire dai recinti dei soli percorsi spirituali e a mettersi alla prova su prospettive più ampie e multiformi, oltre che ad entrare in contatto con altre proposte di PV più consuete nelle comunità religiose aperte all’esperienza della missione.

 

L’animatore vocazionale a livello diocesano [5]

Essere animatori della vita come vocazione, significa essere fortemente ancorati alla vita che è in Cristo, profondamente uniti al suo grande “sì” al Padre nei confronti di questa umanità, in modo da essere testimoni trasparenti e credibili [6]. Occorre affermare che l’animatore vocazionale punta più all’essere che al fare, perché è più importante la sua credibilità e affidabilità che la sua competenza nell’animazione.

 

Si tratta dello stile di vita, o piuttosto del contenuto, cioè della qualità della vita. A noi tocca vivere pienamente, realizzare la bellezza della vita con Dio, con quelli che condividono la stessa chiamata”[7]

 

Nella prospettiva del lavoro diocesano in una pastorale sempre più integrata, l’AV dovrebbe essere soprattutto un uomo/una donna di comunione.

Nella prospettiva degli itinerari di discernimento vocazionale, l’AV dovrebbe essere soprattutto un testimone della gioia vissuta per il tesoro trovato nel campo e odorare del profumo che scaturisce dalla sua vita spezzata per Cristo.

Nella prospettiva dell’accompagnamento vocazionale, l’AV che – a questo punto non è solo animatore, ma è proprio un accompagnatore – dovrebbe essere uomo/donna capace di accoglienza incondizionata, di gratuità e pazienza, di una comunicazione che sa andare in profondità [8].

3. I luoghi-segno e le strutture della PV

Una casa di formazione e di vita evangelica

In alcune diocesi d’Italia, si è ritenuto opportuno individuare dei luoghi, soprattutto a servizio dei giovani, che potessero diventare un punto di riferimento per coloro che desiderano vivere degli itinerari di discernimento e di accompagnamento vocazionale più intensi. L’elemento determinante di queste strutture è che in esse si trovino degli adulti che si mettono a servizio dei giovani testimoniando la loro vita donata al Signore e garantendo insieme un clima di vita evangelica fatto di ascolto della Parola, condivisione della vita fraterna, esperienze di servizio ai poveri, … tutte condizioni che favoriscono un percorso di discernimento vocazionale, soprattutto – ma non esclusivamente – in vista di una scelta di vita vissuta nella verginità, nel ministero o per la missione.

La struttura fisica è relativa rispetto all’equipe degli accompagnatori, ma avere a disposizione un luogo significativo e curato anche in qualche aspetto esterno, segno della cura che la comunità ecclesiale vuole dare al percorso e all’accoglienza delle persone che lì faranno rifermento, è sempre utile.

Il seminario diocesano e il seminario regionale

Persone e strutture naturalmente chiamate a collaborare con la PV sono le persone e le strutture che fanno riferimento ai seminari diocesani. Il seminario, lì dove non è solamente un edificio, rappresenta un punto di riferimento importante per la vita della diocesi (un luogo-segno) perché è tradizionalmente il luogo in cui si curano le vocazioni. Oggi, rispetto solamente a trenta anni fa’, le condizioni sono molto cambiate, ma nulla ci vieta di far diventare i nostri seminari luoghi di formazione e di accompagnamento con questa particolare sottolineatura vocazionale. La condizione essenziale è che il luogo sia “abitato” da persone, non solamente presbiteri, che possono collaborare e accogliere tutte le realtà e le persone che desiderano mettersi in ascolto del Signore e ricercare la Sua volontà nella loro vita.

Il seminario regionale, invece, luogo della formazione dei futuri presbiteri delle nostre chiese particolari, potrebbe essere valorizzato in alcuni momenti specifici, sia per mettere a contatto le nostre diocesi con questa importante realtà di formazione, sia per consentire ai seminaristi di essere coinvolti in alcune attività che ricadranno nelle rispettive diocesi.

Questi momenti particolari potrebbero essere incontri regionali, ritiri o esercizi spirituali di giovani in cammino vocazionale, momenti di formazione per animatori vocazionali, ecc.

L’importante è che il seminario regionale per la gente delle nostre diocesi non rimanga solamente una voce in uscita sul bilancio.

 

Le comunità di vita consacrata

Le comunità di vita consacrata rappresentano potenzialmente una grande risorsa dal punto di vista vocazionale, perché sono la testimonianza vivente di vite donate al Signore e ai fratelli. Mentre come responsabili diocesani ci richiamiamo a valorizzare sempre più e sempre meglio queste comunità e queste testimonianze, dobbiamo con sincerità ammettere che queste condizioni di testimonianza non si realizzano sempre e comunque e non sempre a causa della anzianità dei componenti delle comunità dei consacrati.

Gioiamo quando vediamo comunità contemplative che, senza snaturare la loro vita e annacquare la loro testimonianza, si sono aperte all’accoglienza e rese disponibili all’accompagnamento di persone ferite e in ricerca. C’è una grande testimonianza di carità in atto in questa presa in carico spirituale (e a volte non solamente) delle persone che visitano il monastero.

Gioiamo quando vediamo comunità religiose di vita attiva che si sono messe in discussione anche nei ritmi della loro vita comunitaria e si sono maggiormente adattate al contesto in cui vivono, hanno rinunciato a pensare ai loro conventi come a dei fortini ed hanno accolto il rischio della “porta aperta”, cominciando ad uscire per condividere la loro testimonianza di vita con le realtà del territorio e ad accogliere con semplicità e “normalità” nella loro casa le persone che desiderano vivere legami di amicizia e di fraternità.

In questo anno della vita consacrata, che speriamo non si risolva in affermazioni astratte sulla teologia della vita consacrata e in qualche celebrazione per far contenti i religiosi, noi abbiamo la possibilità di ripensare insieme a questa preziosa presenza nelle nostre chiese diocesane, cercando di andare oltre alla logica funzionale, per cogliere la riserva di testimonianza evangelica e vocazionale realmente presente. Senza scandalizzarci per le fragilità e senza bloccarci per idealismi irrealizzabili, dobbiamo accogliere la realtà della comunità di vita consacrata delle nostre diocesi ed aiutarle ad essere quello che il Signore le chiama ad essere.

Questo anno (che è solo all’inizio) può rappresentare l’opportunità per individuare, sia a livello diocesano che regionale, alcune realtà significative che potrebbero diventare dei laboratori di discernimento e accompagnamento vocazionale in collaborazione con le chiese diocesane, per un servizio più attento, competente e ricco alle persone (Cfr. Relazioni di Fr. Matteo Ghisini, ministro prov. Dei Frati Minori Cappuccini dell’Emilia Romagna al CRV dell’Emilia Romagna il 17 febbraio 2015) .

 

La Vita Consacrata cosa c’entra?

In questo momento delicato dunque di nuova evangelizzazione e di riforma della Chiesa arriva la proposta di papa Francesco che decide di partire dedicando un anno e mezzo alla Vita Consacrata. Perchè? Secondo padre Luigi Gaetani[9], presidente nazionale della Cism, e buon conoscitore di tutto ciò che papa Bergoglio ha detto e scritto sulla Vita Consacrata, il pontefice è convinto che la Vita Consacrata è una esperienza particolare per tre motivi:

  • i consacrati sono i “sensori nella Chiesa” (papa Francesco). I consacrati hanno una percezione più agile e veloce di quello che capita nella Chiesa rispetto agli altri. Spesso la Vita Consacrata ha osato, è andata oltre, ha provato strade nuove. E’ una sensibilità che si acquisisce vivendo la forma di vita di Gesù. Il Vaticano II è stato frutto di tantissimi religiosi! Dopo il Vaticano II la Chiesa ha mostrato la sua crisi. E la Vita Consacrata è entrata per prima in questa crisi. “Sarete i primi a uscirne” sostiene papa Francesco. La Vita Consacrata ha una ministerialità nei confronti della Chiesa.
  • “Voi siete paradigma della Chiesa” (papa Francesco). In un certo modo la VC significa, dice e rappresenta ciò che la Chiesa è. Alcuni elementi particolarmente importanti:
  • Fraternità: luogo dove far dialogare e convivere le differenze
  • Corresponsabilità: dove non c’è un centralismo che schiaccia ma decentramento e contributo di tutti
  • Sponsalità: dove la mistica ha prevalenza sull’ascetica, cioè occorre sempre ricordare che la grazia è sempre eccedente le nostre capacità o strategie organizzative
  • paternità responsabile: dove si è protesi da dare vita, a farla circolare.
  • “Voi siete riserva di futuro” (papa Francesco). In un mondo che stà morendo, noi come religiosi possiamo aprire la strada alla speranza. E’ il tema classico dell’escatologia. Sostiene il papa: “E questo «è il nostro destino: camminare nell’ottica delle promesse, certi che diventeranno realtà. È bello leggere il capitolo undicesimo della Lettera agli ebrei, dove si racconta il cammino del popolo di Dio verso le promesse: come questa gente amava tanto queste promesse e le cercava anche con il martirio. Sapeva che il Signore era fedele. La speranza non delude mai». (…) Questa è la nostra vita: credere e mettersi in cammino» come ha fatto Abramo, che ha avuto «fiducia nel Signore e ha camminato anche nei momenti difficili”[10]».

Queste caratteristiche della VC non sempre brillano nelle nostre realtà. Afferma il papa: “Siete un lievito che può produrre un pane buono per tanti, quel pane di cui c’è tanta fame: l’ascolto dei bisogni, dei desideri, delle delusioni, della speranza. Come chi vi ha preceduto nella vostra vocazione, potete ridare speranza ai giovani, aiutare gli anziani, aprire strade verso il futuro, diffondere l’amore in ogni luogo e in ogni situazione. Se questo non accade, se la vostra vita ordinaria manca di testimonianza e di profezia, allora, torno a ripetervi, è urgente una conversione!”[11]

 

D’altra parte la posizione della Vita Consacrata all’interno della Chiesa crea qualche difficoltà e imbarazzo. Nei manuali di ecclesiologia del post-concilio la Vita Consacrata occupa alcune paginette. Segno di una difficoltà nel collocarla dentro alla struttura della Chiesa. Questo può essere un vuoto da colmare, ma anche una risorsa da sfruttare. Di fatto questo non saper bene dove collocare i consacrati dentro la struttura della Chiesa fa si probabilmente che frati, suore e monaci vengano visti dalla gente come border line, come facenti parte della chiesa ma non uomini e donne dell’istituzione, li fa sentire oggi meno lontani, più simpatici e quindi più avvicinabili. E i giovani la pensano così (cfr. +/-, diagramma prossimità/lontananza)[12]: i frati e le suore godono maggior gradimento dei preti, per esempio. Questo fatto dobbiamo sfruttarlo perché torni a vantaggio di tutti.

 

Da queste riflessioni nascono alcune proposte … Forse una opportunità che ci viene offerta in quest’anno è quella di sfruttare alcuni luoghi (monasteri, conventi,..) come laboratorio per la ricerca di senso; laboratori dove i giovani delle nostre diocesi possano sperimentare, incontrando comunità significative, accoglienza e ascolto, momenti dove adulti e giovani apprendano le grammatiche e le sintassi dell’altro.

Questo, come suggerisce E. Biemmi alla conclusione del libro di Castegnaro, in tre ambiti particolarmente importanti: quello dei dogmi di fede (quindi del credere); quello dei riti (liturgia e preghiera), quello della morale.

Questo avviene già da decenni a livello europeo. Pensiamo all’esperienza di Taizè. Per stare in Italia le esperienze di Bose, del Sermig, Camaldoli, del Sog di Assisi.

 

Si riescono a individuare alcune comunità religiose/monastiche, sul territorio della nostra regione, per promuovere questi laboratori? Con week-end di spiritualità, con settimane comunitarie, con settimane estive? Io credo di si. Non c’è bisogno di eccellenze. A mio avviso è sufficiente un livello più basso, ma anche concreto, verace, genuino.

E’ una riflessione che penso opportuno fare insieme. Ci sono alcuni luoghi già frequentati dai giovani: penso alle suore di Sant’Agata Feltria (ora provincia di Rimini, anche se diocesi di San Marino-Montefeltro), le francescane di Fanano (Mo), alla comunità di Montetauro (Rimini), alla casa frate Leone dei Cappuccini di Vignola (Mo). Si può pensare di mettere maggiormente in rete le diverse esperienze. Non si tratta semplicemente di dare dei muri per fare un campo: si tratta di creare possibilità dove i giovani possano incontrare in realtà delle comunità (e viceversa).

Questo vale anche per l’ambito missionario: sappiamo che molti giovani sono sensibili al tema del volontariato internazionale, fanno volentieri esperienze forti. Si può sfruttare meglio questo anche per la pastorale vocazionale? Sappiamo che non tutte le comunità in missione sanno o possono accogliere un giovane che è in ricerca e vuole fare là alcuni mesi di esperienza per fare verifica. Condividere informazione e opportunità può andare a beneficio di tutti.

 

Nel metterci maggiormente all’ascolto dei giovani scopriamo che probabilmente cresce la richiesta e l’esigenza di rinnovare il nostro stile di essere chiesa. Alla fine vuoi vedere che il Signore ci stà chiedendo di convertirci, di riprendere slancio, di rinnovarci, di crescere anche tra noi in stima e fiducia reciproca?

 

4. La PV nella vita della Parrocchia

Passando dal livello diocesano a quello parrocchiale (o di Zona/Unità/Comunità Pastorale) la PV, con una caratterizzazione prevalentemente educativa, assume connotati di concretezza ed entra nei grandi ambiti della vita comunitaria che tutti conosciamo. La PV in una comunità territoriale si svolge almeno secondo cinque attenzioni:

 la diffusione di una cultura della vita come vocazione

La comunità territoriale è il luogo in cui si condivide con altri credenti e si diffonde una cultura della vita come vocazione. Se in tanti contesti in cui il credente si trova a vivere, non può attendersi di trovare tale “visione antropologica”, in parrocchia, con gli altri credenti, questa cultura la condivide e la diffonde. Vivere la cultura della vita come vocazione significa condividere con altri la gratitudine per una vita che è un dono grande che Dio ci ha fatto, e crescere – aiutato dagli altri fratelli – nel fare della propria vita un bene da condividere e da donare. Gratitudine e gratuità sono i due elementi rivelatori di una cultura vocazionale radicata nella comunità (Cfr. Col 3).

Anche di fronte alle difficoltà il credente, aiutato e sostenuto dai fratelli e dalle sorelle, non si abbandona alla disperazione, consapevole della promessa legata alla sua chiamata: non temere, io sarò con te!

l’iniziazione alla preghiera e la preghiera per le vocazioni

La comunità cristiana di base, la parrocchia, dopo la famiglia, è il luogo in cui mi viene (mi dovrebbe venire) insegnato come si prega. La preghiera è il gesto del credente che si apre, nella fede, alla relazione con il Signore e, attraverso un ascolto assiduo della Parola, si lascia guidare per compiere la volontà di colui nel quale ha posto la sua fiducia.

L’iniziazione alla preghiera è una condizione molto importante per qualsiasi cammino vocazionale e, anche se è vero che Dio può trarre figli d’Abramo anche dalle pietre, normalmente essi nascono da un popolo a da famiglie in cui si impara a ringraziare e a pregare Dio. Nel dialogo orante tra Dio e il credente si manifesta la chiamata particolare e la strada su cui il Signore chiama a seguirlo.

La comunità territoriale (la parrocchia) è anche il luogo in cui normalmente condivido con altri credenti la preghiera per le vocazioni, gioendo con tutti per l’abbondanza della messe e invocando da Dio gli operai necessari perché il raccolto possa sfamare il suo popolo.

la catechesi come iniziazione alla vita cristiana intesa come vocazione

La parrocchia, insieme alla famiglia, è il contesto ordinario in cui avviene l’iniziazione cristiana, che è essenzialmente iniziazione alla vita cristiana intesa come vocazione.

Nella catechesi imparo ad ascoltare la Parola di Dio, che mi narra come Dio abbia chiamato tanti uomini e donne a collaborare con lui per liberare il suo popolo e custodirlo; imparo a riconoscere Gesù nella parola del Vangelo e conosco le vicende degli uomini e delle donne che lo hanno seguito accogliendo il suo invito; imparo che ci sono stati tanti uomini e donne che prima di me hanno amato Gesù e lo hanno seguito mettendo in pratica il Vangelo nella loro vita, ognuno in un modo diverso e originale, ma tutti in modo serio e bello. Imparo a riconoscere questi uomini e donne esemplari come miei amici e tra di loro qualcuno diviene per me un modello particolare che mi piacerebbe imitare.

La catechesi dei fanciulli e dei ragazzi, cosi come la catechesi dei giovani, è il contesto più naturale per annunciare il vangelo della vocazione.

Ovviamente questo accade se ci sono dei catechisti e degli educatori che lo hanno ascoltato, meditato e accolto nella loro vita (testimoni più che maestri).

la comunità luogo di incontro con le varie vocazioni

La comunità parrocchiale o zonale è il luogo in cui normalmente incontro e mi confronto con tante vocazioni, tanti modi belli di seguire il Signore. Il presbitero, il diacono, gli sposi, le religiose, i consacrati … tanti modi per dire sì a Dio. Se con questi adulti ho la possibilità di confrontarmi, di ascoltare le loro storie di vocazione, allora comprendo che il Signore non solo ha chiamato i grandi santi, ma anche oggi chiama uomini e donne a seguirlo sulla via del Vangelo in tanti modi diversi. Se poi ho la possibilità di contemplare la gioia sul volto di questi uomini e queste donne della mia comunità, se vedo la forza della loro vita semplice vissuta alla luce del Vangelo, se mi faccio affascinare dal profumo della loro testimonianza semplice, ma credibile, … allora anche io sarò portato a chiedermi come il Signore vuole che io doni la mia vita.

la comunità luogo di accompagnamento personale (la direzione spirituale)

La comunità cristiana in cui vivo e a cui appartengo – infine – è anche il luogo in cui ho il diritto e la possibilità di trovare qualcuno che mi accompagni personalmente per comprendere la volontà di Dio sulla mia vita. Io che desidero seguire Gesù ho bisogno che qualche adulto mi guidi e mi accompagni in questa ricerca. Può essere il mio parroco o qualche adulto che mi sembra esperto delle cose di Dio; qualcuno che si rende disponibile ad ascoltarmi e, come il vecchio Eli con Samuele, a svegliarmi quando Dio mi sta chiamando, aiutandomi a comprendere cosa Dio dice a me personalmente attraverso la sua parola o i fatti che accadono nella mia vita. Qualcuno che infine mi accompagni in una scelta che desidero compiere, ma che da solo non riesco a fare. Qualcuno che mi orienti ad un luogo utile per me, a delle persone che mi possono aiutare a compiere un cammino particolare, quello di cui io ho bisogno in questo momento e che la mia comunità non mi può dare.

 

Conclusione

Nella EG papa Francesco scrive:

Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere sé stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo.

  1. Per condividere la vita con la gente e donarci generosamente, abbiamo bisogno di riconoscere anche che ogni persona è degna della nostra dedizione. Non per il suo aspetto fisico, per le sue capacità, per il suo linguaggio, per la sua mentalità o per le soddisfazioni che ci può offrire, ma perché è opera di Dio, sua creatura. Egli l’ha creata a sua immagine, e riflette qualcosa della sua gloria. Ogni essere umano è oggetto dell’infinita tenerezza del Signore, ed Egli stesso abita nella sua vita. Gesù Cristo ha donato il suo sangue prezioso sulla croce per quella persona. Al di là di qualsiasi apparenza, ciascuno è immensamente sacro e merita il nostro affetto e la nostra dedizione. Perciò, se riesco ad aiutare una sola persona a vivere meglio, questo è già sufficiente a giustificare il dono della mia vita. È bello essere popolo fedele di Dio. E acquistiamo pienezza quando rompiamo le pareti e il nostro cuore si riempie di volti e di nomi!

Durante le vacanze di Natale ho avuto l’opportunità di fare un breve pellegrinaggio a Palermo sulla tomba del Beato Pino Puglisi. Ero con il mio Vescovo e con i seminaristi. Abbiamo incontrato una coppia di sposi che a suo tempo erano stati studenti di don Pino. Condivido con voi una cosa bella che loro ci hanno detto in quei giorni: don Pino Puglisi è stato forgiato dal suo ministero per le vocazioni a riconoscere la dignità di ogni persona; quando è diventato parroco a Brancaccio ha continuato a guardare nello stesso modo la sua gente; non poteva tollerare che qualcuno misconoscesse questa dignità e per difendere la dignità di quella gente ha dato la sua vita.

 

Se noi come operatori della PV fossimo capaci di questa attenzione anche solo verso una persona e potessimo condividere con tutti coloro che servono la Chiesa questa attenzione alla persona, noi avremmo felicemente eseguito il mandato che la Chiesa ci ha affidato.

Il Signore ci sostenga in questo servizio.

 

don Andrea Turchini

andreaturchini@gmail.com

 

[1] Proposta di statuti per il CDV e il CRV e Statuto del CNV approvato dalla CEI, in “Vocazioni” 5/2007, p. 50.

[2] Cfr. Il servizio delle vocazioni nelle Chiese d’Italia. Vademecum per la pastorale vocazionale e per i Centri Diocesani Vocazioni d’Italia, in “Vocazioni” 5/2007, p. 35

[3] Cfr. Il servizio delle vocazioni nelle Chiese d’Italia. Vademecum per la pastorale vocazionale e per i Centri Diocesani Vocazioni d’Italia, in “Vocazioni” 5/2007, p. 36

[4] Idem, p. 37

[5] Un approfondito dossier su questo argomento lo si può reperire in “Vocazioni” 6/2007 Quale animatore vocazionale per a Chiesa locale. Riflessioni e proposte sul ‘vademecum’ per la pastorale vocazionale.

[6] Idem, p. 15

[7] Ibidem.

[8] Cfr. N. DAL MOLIN, Accompagnatore… formatore… conosci te stesso!, in idem pp. 24-40.

[9] Spunti tratti da Padre Luigi Gaetani, Relazione all’assemblea dei segretariati e della Cimp Cap (Roma, 19-22 ottobre 2014)

[10] FRANCESCO, Meditazione mattutina nella cappella della Domus Sanctae Marthae, Roma (31 marzo 2014).

[11] FRANCESCO, Udienza ai partecipanti all’incontro promosso dalla Conferenza Italiana degli Istituti Secolari, (Roma) 10 maggio 2014.

[12] Interessanti i diagrammi elaborati a questo proposito nel volume di Borghesi – Castegnaro – Dal Piaz – De Sandre, Giovani e vita consacrata, Messaggero, 2007.

 

Parte l’associazione di volontariato “Persona e Vocazione”

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Un’associazione di volontariato per sostenere le persone in ricerca vocazionale

L’idea è venuta così, un po’ per caso, durante l’estate.

Avendo conosciuto in questi anni tante persone volenterose e disponibili a coinvolgersi – a vario livello – in un’opera a sostegno delle vocazioni e delle persone che si trovano di fronte a scelte importanti nella vita, abbiamo pensato di provare a costituire un’associazione di volontariato che “dia gambe”, accanto all’Ufficio Pastorale per le Vocazioni, al tanto impegno “dal basso” che riscontriamo in tanti.

Mentre l’Ufficio Diocesano Vocazioni è una realtà istituzionale della Chiesa di Rimini, con a capo il Vescovo e con un direttivo nominato dal Vescovo, un’associazione di volontariato è composta da tante persone che possono sostenersi a vario livello e partecipare al lavoro comune, mettendo in rete e a disposizione di altri tante risorse, da quelle umane a quelle economiche.

È una realtà di impegno “dal basso” perché, come ogni associazione che si rispetti, ha una struttura democratica, in cui gli associati si riconoscono e si esprimono, eleggendo i quadri dirigenti e intervenendo sulle questioni che coinvolgono l’obiettivo socio-ecclesiale dell’associazione.

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Quali sono in vantaggi di un’associazione come questa? Ne individuiamo alcuni tra i più importanti:

  • Poter coinvolgere in modo strutturato ed efficace tante persone che ora formano solamente “un giro di persone”, affettivamente collegato alla realtà vocazionale della nostra Diocesi, ma scoordinato dal punto di vista delle relazioni, dei suggerimenti che si potrebbero raccogliere, del sostegno fattivo che ognuno potrebbe dare.
  • Poter interagire con altre realtà ecclesiali o più laiche che operano nel territorio della città e della diocesi, qualora si individuino obiettivi comuni e si converga su progetti condivisi.
  • Poter entrare con alcuni progetti specifici e ben strutturati in realtà appartenenti alla società civile, come la scuola, l’università, il mondo del volontariato culturale e sociale, per poter promuovere quella cultura vocazionale che la Chiesa auspica da molti anni (Cfr. Nuove vocazioni per una nuova Europa [1997]).
  • Avere la possibilità – nei modi dovuti – di raccogliere fondi e invitare a sostenere progetti riguardanti l’accompagnamento delle persone nelle situazioni decisive della vita.
  • Accedere – su concorso – a finanziamenti stanziati dai vari livelli di governo della Cosa Pubblica, facendo riconoscere il valore sociale ed educativo di un accompagnamento alle scelte di vita.
  • Poter organizzare percorsi di formazione e di aggiornamento per operatori dell’ambito vocazionale, potendo usufruire di collaborazioni date da altre associazioni o persone che sono attente all’ambito dell’accompagnamento.

Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Cf. Mt 4,4). Un’associazione di volontariato è uno strumento moderno per poter svolgere in ambito ecclesiale ed extra-ecclesiale quel servizio di accoglienza e accompagnamento delle persone che non hanno bisogno solamente di pane e vestiti, ma anche di qualcuno che li aiuti a comprendere il senso delle cose che accadono e di come tali fatti si possano collocare in quello che i credenti chiamano il Progetto di Dio.

Chiediamo al Signore di benedire questo nostro progetto e questo impegno.

persona e vocazione

Amici del Seminario 2015

Condivido la prima pagina di Amici del Seminario uscito domenica come inserto del Ponte. Grazie per la vostra vicinanza.

amici 2015

Giornata per il seminario 2015

Rendo disponibile l’articolo apparso oggi sul Corriere Romagna. Come spesso accade il titolo non rende merito del contenuto dell’articolo, ma per chi ha voglia di leggere tutto più o meno si capisce cosa voglio dire. Si può scaricare dal link sotto l’immagine (illeggibile) il file in PDF.

corrire seminario web

Giornata del Seminario intervista corriere

 

Presto pubblicheremo anche l’inserto Amici del Seminario pubblicato oggi con il Ponte

Pochi matrimoni o poco Matrimonio?

E’ di questi giorni la notizia che, in Italia, il numero dei matrimoni sia in costante diminuzione.

Calano i matrimoni e aumentano le convivenze. Le motivazioni culturali e sociologiche che stanno dietro a questo dato sono innumerevoli; i giornali di questi giorni sono pieni di analisi di esperti. Non mi voglio aggiungere alla schiera degli opinionisti, ma cogliere l’occasione per lanciare una doppia provocazione sulla scia del “Sinodo sulla famiglia” e del Convegno di Firenze sul nuovo umanesimo.

Quando partecipo ad un matrimonio, a volte, rimango colpito da una sproporzione che mi crea un certo disagio: lo sfarzo, l’effimero, l’eccesso che viene esibito (a volte anche molto fuori dal buon gusto), è inversamente proporzionale alla consapevolezza che la maggior parte dei presenti ha di ciò che si sta vivendo. Gli sposi, di solito, hanno fatto un qualche percorso di preparazione, ma tutto ciò che li circonda parla (strilla) assolutamente di altro.

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I nostri pastori, anche nell’ultimo Sinodo (Relazione finale n. 59), ci richiamano sulla responsabilità di annunciare anche in quella occasione il Vangelo dell’amore di Dio nella sua radicalità, ma – mi chiedo – non possiamo anche creare le condizioni per una maggiore verità dei segni e del rito? Perché consentiamo certe carnevalate? Perché taciamo su un modo di vivere il matrimonio che nulla a a che fare con la semplicità del Vangelo? Perché pensiamo che sia normale così?

Sappiamo che alla TV si moltiplicano i programmi in cui i vari wedding planners si esibiscono nel proporre soluzioni sempre più eccessive e dispendiose, perché – come dicono – quel giorno dev’essere per tutti memorabile; altri programmi propongono una competizione tra spose, dove – normalmente – vince chi esagera di più e le altre – ovviamente – risultano delle perdenti, perché non hanno osato abbastanza.

Come ben sappiamo, questi programmi “fanno cultura”, creano un format di riferimento, un modo di pensare condiviso: il matrimonio che molti vogliono è quello lì, sempre più strano, sempre più esagerato, sempre più fiction e sempre meno autentico.

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Ma che cosa rende veramente memorabile quel giorno per gli sposi e per chi li circonda? Qual è il perno fondamentale su cui quel giorno ruota? Ed è questo il modo che dei cristiani hanno per vivere la festa? Non è possibile dire qualcosa di serio e proporre un’obiezione di coscienza di fronte ad un modo di vivere le nozze che – se pure sono celebrate in chiesa – rischia di essere offensivo?

Perché fingiamo di non vedere lo scandalo che la muta condiscendenza verso questo modo di fare provoca nei più piccoli e nei più poveri? Chi di noi non si è sentito dire da una coppia di giovani: “non possiamo sposarci in chiesa perché non abbiamo abbastanza soldi“? Non sono così ingenuo da non capire che, spesso, questo è solo un alibi; ma se anche uno solo ci dicesse una cosa del genere in modo convinto e sincero, non rappresenterebbe per noi una ferita lancinante? E cosa possiamo dire a questi, quando rimaniamo muti e complici davanti a tutti gli altri che, magari facendo i debiti, i soldi “per sposarsi in chiesa” li hanno trovati?

Credo che sia giunto il momento di fare una riflessione nelle nostre comunità circa lo stile da proporre anche nei matrimoni celebrati in chiesa. Senza assumere atteggiamenti esclusivi e da regime, perché non richiedere e proporre con convinzione di cercare la bellezza nella verità, nella semplicità, nella sobrietà delle cose? Che significato hanno quei tre sentimenti indicati da papa Francesco, nel discorso a Firenze, quali fondamenti di un umanesimo cristiano, nel contesto di una celebrazione di nozze? Non erano forse #umiltà, #disinteresse, #beatitudine? Come educhiamo a questo umanesimo quando proponiamo e accompagniamo un momento come la celebrazione delle nozze?

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Papa Francesco ci sta indicando la strada dei segni per vivere l’annuncio del Vangelo.

10408742_10205200066830645_8123215090726961161_nMi viene in mente un’idea semplice e per niente nuova.

Devo aver letto da qualche parte che, un tempo, le nobildonne e le “brave famiglie cristiane borghesi”, si preoccupavano che le ragazze del popolo avessero a disposizione la “dote” per potersi sposare; era considerata una ingiustizia sociale grave che una ragazza rimanesse nubile perché non aveva ciò che era considerato necessario per sposarsi. Qualcuno se ne faceva carico, forse in uno stile un po’ paternalista, ma, almeno, responsabile.

Mi chiedo: non potremmo proporre alle nostre comunità, così brave ad organizzare le feste, di organizzare ogni anno qualche matrimonio bello e sobrio, per dare un modello di cosa significhi per noi vivere una vera festa? Non potremmo renderci disponibili, anche come provocazione, per quei giovani che affermano “di non avere i soldi per sposarsi”, e proporre loro un matrimonio bello e low cost organizzato dalla comunità cristiana? Non sarebbe anche questo un annuncio e una provocazione educativa verso chi invece associa il matrimonio in chiesa allo sfarzo e all’effimero? Perché non costituire delle cooperative in cui si propone di organizzare la festa del matrimonio in modo solidale, alternativo, inclusivo e rispettoso?

In definitiva penso che il problema che ci dobbiamo porre, non sia solo che si celebrino pochi matrimoni (o molti meno rispetto ad un passato), ma che tutti quelli che si celebrano siano veramente dei matrimoni … “come Dio comanda”, in tutti i loro aspetti!

Il nuovo umanesimo in Gesù Cristo #Firenze2015

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Vorrei rimarcare l’importanza del discorso che il Papa ha tenuto ieri al V convegno nazionale della Chiesa che è in Italia, che si sta svolgendo a Firenze. Ho letto con entusiasmo questo discorso che, ritengo, sarà considerato un testo fondamentale per la nostra Chiesa italiana e sarà molto citato nelle settimane e nei mesi a venire.

Sono contento per coloro che hanno potuto ascoltarlo con le loro orecchie. Penso che si siano sentiti come mi sono sentito io quando, nel 2000, nella grande spianata di Tor Vergata, ho ascoltato dalla voce di Giovanni Paolo II le parole che ci ha rivolto durante l’omelia della messa, lanciando il tema del “laboratorio della fede” e con espressioni che sono diventare un manifesto per la pastorale giovanile italiana e mondiale. Sapevamo che quelle parole avrebbero fatto la storia!

Convegno-ecclesiale-nazionale-e-visita-del-Papa-a-Firenze-cresce-l-attesa.-Come-fare-per-partecipare_articleimageCi sono dei discorsi che fanno la storia e credo che, quello pronunciato ieri a Firenze, sia uno di questi. Nessuno può rimanere indifferente di fronte a queste provocazioni e a questo invito al cambiamento. Non ci si può attendere nulla di più esplicito.

A tutti noi adulti, l’invito a tradurre nei fatti queste parole di papa Francesco e, a noi educatori, la sfida di tradurre in cultura e proposta educativa quanto ci è stato così chiaramente illustrato e proposto.

#Umiltà, #disinteresse, #beatitudine: sono i tratti dell’umanesimo cristiano proposti da papa Francesco facendo riferimento agli affreschi della Cattedrale di Firenze e soprattutto al capitolo 2 della lettera di san Paolo ai Filippesi.

Il richiamo forte a due tentazioni: pelagianesimo e gnosi. La prima ci porta ad idolatrare i nostri progetti a discapito della realtà, nella sua semplicità. Ma è nella realtà che la presenza di Dio si manifesta, non nei nostri progetti perfetti ed efficienti. La seconda ci porta a rifugiarci in pensieri così alti e perfetti, che nulla hanno a che fare con la vita e la realtà delle persone, trasformando la fede in una ideologia o in un sistema di pensiero.

L’invito chiaro di papa Francesco è quello di rimettersi in cammino riprendendo la Evangelii gaudium come punto di riferimento per le nostre comunità a tutti i livelli.

Ci proveremo papa Francesco! Da subito!

Un aiuto ai nostri vigili … nel tempo delle multe; riflessione semi-seria

strisce-blu20-1024x680Un passo famoso della Bibbia, quello che racconta l’adulterio di Davide con Betsabea, moglie di Urìa,  generoso guerriero di origine Hittita, inizia con queste parole che per noi sono abbastanza sconvolgenti: “All’inizio dell’anno successivo, al tempo in cui i re sono soliti andare in guerra, Davide mandò Ioab con i suoi servitori e con tutto Israele a compiere devastazioni contro gli Ammoniti; … ” (2 Sam 11,1) Sembra che al tempo del re Davide, vi fosse una specie di stagione adatta alla guerra, come per noi ci può essere la stagione del campionato di calcio o di quello del Motomondiale… Ma tant’è.

La prendo molto larga perché a Rimini è tradizione popolare – che non ha riscontro in alcun documento ufficiale della nostra amministrazione – che, con il mese di novembre, inizi il tempo in cui i nostri vigili si mostrano particolarmente zelanti nel comminare sanzioni per divieti di sosta. Ovviamente chi la riceve se la merita, perché ha trasgredito la legge, parcheggiando dove non è consentito, o ha approfittato oltre misura dell’inesorabile legge del parchimetro,

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Si dice tra le persone informate, che, quasi come al tempo del re Davide, in questo tempo anche i nostri vigili scendano in guerra, vuoi per una periodica rieducazione della cittadinanza all’osservanza del codice della strada, vuoi per contribuire a raggiungere gli importi messi in bilancio preventivo dal Comune (è l’interpretazione dei maliziosi); la percezione dei cittadini è che questo sia il tempo delle multe.

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Discostandomi dal coro di coloro che protestano e inveiscono contro i nostri tutori dell’ordine stradale, io invece vorrei dare qualche suggerimento perché, anche al di fuori del centro storico e zone limitrofe, ci sono alcuni luoghi in cui, inesorabilmente, le macchine sono parcheggiate dove non si potrebbe/dovrebbe. Faccio un breve elenco, frutto della mia limitata esperienza, condizionata dai percorsi che più abitualmente compio in veste di automobilista. Probabilmente altre persone hanno in mente altri posti.

  • Per esempio sulla via A. Panzini, in direzione Riccione (e anche in direzione opposta) tra l’incrocio di via Covignano e l’incrocio di via dell’Abete, davanti ad una famosa pasticceria, c’è sempre una fila di auto e scooter parcheggiati sulla corsia destra della carreggiata, che impediscono lo scorrimento su due corsie costituendo un grande intralcio alla circolazione. Non credo che a Rimini si sappia che lì non si può parcheggiare, perché è veramente costume diffuso farlo. La cosa curiosa è che se qualcuno si prende la briga di guardare su Google Maps e si utilizza la funzione Street View, nel punto indicato trovate un’auto e uno scooter parcheggiati. Penso che sarebbe stato difficile il contrario perché qualcuno c’è sempre.
  • Un altro esempio è dato dalle auto parcheggiate nello svincolo che da via Circonvallazione Meridionale, facendo fare una specie di inversione, immette sulla via Flaminia, nei pressi del Palaflaminio, anche qui di fronte una famosa pizzeria. Anche in questo posto, spesso, si trovano delle auto parcheggiate che non consentono lo scorrimento. Fortunosamente, anche in questo caso, abbiamo un supporto di testimonianza dalla rete, grazie alla funzione Street View di Google Maps.
  • L’ultimo esempio che voglio fare, riguarda la situazione che si trova in via Cornelia e in via Michele Rosa, nei pressi del Mercato Coperto. Anche in questo caso, spessissimo il parcheggio è selvaggio e a poco vale la considerazione che, tolti i giorni del mercato ambulante in cui peraltro l’accesso è pressoché vietato, siano a disposizione due enormi parcheggi per posteggiare le auto. Questa volta la rete non ci aiuta perché avendo fatto le riprese nell’agosto del 2014, in quel giorno le vie menzionate (come il parcheggio), erano quasi completamente sgombre.

Poiché non voglio assolutamente essere annoverato nella lista dei maliziosi, i quali ritengono che le multe vengano fatte solo per “fare cassa”, e credo invece nel valore educativo della sanzione, invito coloro che ne hanno l’autorità, ad esercitare la loro funzione educativa verso quei cittadini che hanno bisogno di un ripasso delle norme del codice della strada, oltre che del buon senso e del rispetto per gli altri.

Se deve essere guerra … (finite voi la frase).

NdR: Le foto utilizzate sono state prese tutte dalla rete; non sono dunque consapevole di eventuali limitazioni al loro utilizzo.

Un mercato che cambia … che fatica cambiare!

mercato

Dal 14 ottobre, a Rimini, il mercato ambulante ha cambiato sito. Bene! Anzi, benissimo!

Io attendevo questa notizia da 19 anni, da quando, nel 1996, il Presidente della Repubblica Scalfaro ha dovuto rimandare di un giorno la visita alla città in occasione della commemorazione per i 50 anni della morte di Alberto Marvelli. La visita era prevista il sabato mattina, ma non è stato possibile realizzarla, perché la piazza del Comune era occupata dal mercato ambulante; come spesso accade a Rimini quando ci sono di mezzo gli interessi economici, non si riuscì ad arrivare ad una soluzione civile e così Scalfaro fu costretto a rimandare la sua visita alla domenica. La cosa mi procura ancora rabbia e vergogna.

Il mercato del centro di Rimini-2

Finalmente la piazza del Comune è libera! 

Ha sentito molti pareri sullo spostamento del mercato.

I giovani sono favorevoli: gradiscono la possibilità di passare tra i banchi senza essere continuamente urtati da altri, la possibilità di passare in bicicletta tra le varie zone del mercato, la caratterizzazione delle diverse zone del mercato…

Gli adulti e gli anziani, invece, lamentano la dislocazione ampia, la fatica ad arrivare alla zona frutta e verdura, … : era meglio prima, dicono… ma è evidente che non è vero. Prima era un macello per tutto: la viabilità, l’impossibilità di accedere al centro se non tentando un faticosissimo percorso ad ostacoli in mezzo alle bancarelle e la gente, una piazza lasciata sporca in modo indecente fino al pomeriggio … è evidente che non era meglio prima, ma l’abitudine di ciò che è “sempre stato” porta ad un giudizio di rifiuto al nuovo per partito preso o per autodifesa.

Non è che non manchino i problemi anche adesso.

Per esempio proprio ieri un mio amico che abita in Piazza Gramsci, dimesso dall’ospedale dopo un intervento, ha dovuto rifugiarsi a casa mia perché, a causa del mercato, non è gli è stato possibile rientrare a casa: la piazza risulta inaccessibile a qualsiasi mezzo, anche alle ambulanze o ai mezzi per disabili. Ma tant’è! Si sa; ci vorrà qualche aggiustamento e lo attendiamo con pazienza, ma sostanzialmente la cosa rimane positiva.

La vicenda del mercato di Rimini ha fatto sorgere in me una riflessione che mi ha coinvolto personalmente: perché le persone, soprattutto gli adulti (tra i quali ci sono anche io), risultano così resistenti ai cambiamenti? Dove nasce questa tendenza a conservare l’abituale anche se il nuovo è evidentemente migliore o necessario? E io? Trovo in me questi spazi di resistenza al nuovo? Quali sono i meccanismi di autodifesa che si evidenziano in me e in altri adulti che con me condividono questa fatica al cambiamento?

La riflessione continua in un altro post…

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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