Archivi Mensili: ottobre 2016

Il popolo di Dio nella notte

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Un po’ a tratti e in modo discontinuo questi primi mesi di parrocchia sono stati accompagnati dalla lettura di questo libretto che ha già 40 anni, ma che a me pare molto attuale.
Padre Eloi Leclerc, frate minore francescano, è stato molto importante nella mia adolescenza per un testo -“La sapienza di un povero“- che mi ha aiutato molto.
Lo scorso anno ad Assisi ho trovato questo altro suo libretto che mi ha incuriosito.
Mi sembra un testo di grande valore di cui riporto solo parte dell’epilogo.
La prospettiva che presenta, a partire dall’esperienza dell’esilio di settanta anni del popolo d’Israele in Babilonia, è quella di un popolo che si vede privato di ogni riferimento identitario istituzionale e che è condotto al cuore delle propria esperienza religiosa, percorrendo la via della interiorità. Da questa prospettiva, accompagnato dalla parola dei profeti, Israele comprende che quanto è accaduto non è stata una maledizione, ma una grande opportunità per ricuperare la verità della relazione con Dio e dell’essere suo popolo, sebbene attraverso una via dolorosa e di spogliazione.
Probabilmente è la prospettiva verso cui anche noi siamo incamminati se è vera la proiezione (profezia?) che il giovane teologo Joseph Ratzinger proponeva alla fine del 1969: 

Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diverrà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi. Non sarà più in grado di abitare gli edifici che ha costruito in tempi di prosperità. Con il diminuire dei suoi fedeli, perderà anche gran parte dei privilegi sociali. Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la Fede al centro dell’esperienza. Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la Sinistra e ora con la Destra. Sarà povera e diventerà la Chiesa degli indigenti.
Allora la gente vedrà quel piccolo gregge di credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto.
A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti.
Ma io sono certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico, che ha già fatto fallimento con Gobel, ma la Chiesa della fede.
Certo essa non sarà mai più la forza dominante della società, nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. Ma la chiesa conoscerà una nuova fioritura ed apparirà agli uomini come la patria, che ad essi dà vita e speranza oltre la morte” (J. Ratzinger, 24 dicembre 1969)

Per chi volesse leggerlo, il testo di Eloi Leclerc è stato scansionato e messo on line

Il popolo di Dio nella notte

Epilogo

La notte non è mai mancata ai credenti.
Sinora, tuttavia, essa sembrava riservata a un élite: ai santi e ai mistici.
La grande massa si lasciava portare dall’Istituzione. La Chiesa, forte della sua armatura gerarchica e della sua posizione sociologica dominante. si ergeva al di sopra dei popoli, con una autorità sovrana. Essa era la voce che insegna, il faro che illumina, la spada che taglia. Bastava ascoltarla e guardarla per sapere che pensare e che fare. Tutto era chiaro e sicuro.

Ma ecco che oggi l’Istituzione stessa s’è oscurata. Sloggiata dalla sua posizione privilegiata nel mondo, la Chiesa si vede contestata al di dentro e al di fuori. E le succede di esitare, di cercare la sua strada e di apparire con il volto del Servo.
Molti, vedendola in questo stato, sono turbati e smarriti. Non trovano più in essa il riparo che li proteggeva. Oggi non vi sono più luoghi protetti.
Sin dalla sua più giovane età l’uomo è gettato in un mondo dove tutte le opinioni, tutte le credenze e tutti i sistemi di valori si fiancheggiano apertamente. In questo mondo pluralista, la fede non può più essere semplicemente una lezione imparata. Esige una scelta di valori, un approfondimento nell’esistenza. Essa è dunque legata a un cammino umano. E nessuno può fare questa esperienza al nostro posto.
Oggi, come al tempo dell’Esilio, il credente è lasciato alle sole forze del suo cuore; è rinviato all’essenziale nudità dell’uomo. Egli non sa più in anticipo quali sono le vie di Dio.

In questo spogliamento, la fede diventa una avventura che si congiunge alla grande avventura umana. Essa non è più qualche cosa di aggiunto. Il credente cammina con gli altri uomini: nella medesima notte. Anche lui deve ascoltare le voci profonde del mondo e lasciarsi interpellare da esse. Ed è proprio al livello di questo cammino umano, che egli è invitato a comprendere in un modo nuovo la Parola e a scoprire i segni.
Questa fede spogliata si apre ai quattro venti dello Spirito.

Oggi, come ai tempi dell’Esilio, lo Spirito soffia. E soffia in tempesta, precisamente là dove tutti i muri sono crollati. E il suo soffio è un soffio d’universalità. Esso rinnova e raccoglie gli uomini che vengono dagli orizzonti più lontani.
Un nuovo popolo di Dio è in procinto di nascere, al di là di tutte le linee di divisione tradizionali.

«Che vedi tu, Geremia?», aveva domandato Jahvé al suo profeta, alla vigilia del disastro che stava per piombare su Giuda. Il profeta aveva risposto: «lo vedo un ramo di mandorlo». E Jahvé a sua volta: «Hai visto bene, perché io veglio sulla mia parola per adempirla» (1 Geremia, 1, 11-12) .
La stessa parola ebraica «shé – qed» designa il vigilante e il mandorlo.
Per il profeta, l’immagine graziosa del mandorlo non aveva niente di rassicurante. Significava che Jahvé vegliava all’esecuzione delle sue minacce; essa annunciava che la disgrazia stava per accadere.
Ma alcuni anni più tardi, quando il paese non offriva più che uno spettacolo di desolazione, Jahvé disse a Geremia: «Come ho vegliato sopra di loro per strappare, abbattere e distruggere, per rovinare e nuocere, così veglierò sopra di essi per edificare e piantare» (2 Geremia, 31, 28).
Il profeta si è ricordato allora del ramo di mandorlo?
Il mandorlo è l’albero precoce che non aspetta la fine dell’inverno per annunciare la primavera: ha fretta di fiorire. Sui suoi rami nudi, ancora assiderati, la vita nuova esplode. I piccoli fiori bianchi spuntano e sfavillano fin sul più alto ramo. Nel paesaggio desolato, il mandorlo in fiore è un superamento luminoso. E il ramo fiorito brilla come un’alba nel mezzo della notte.

Al di là della tormenta e della devastazione, la Parola sulla quale Dio non cessa di vegliare è sempre la Promessa.
L’inverno continua sui nostri solchi. Ma già in qualche posto, allo sguardo della Chiesa, un ramo di mandorlo è fiorito.

Eloi Leclerc, Il popolo di Dio nella notte,
Edizioni Biblioteca Francescana, Milano 1981, pp. 145-148

Un anno intenso di Tecnodon

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Il 13 ottobre 2015, dopo un periodo di lunga latitanza, riprendevo la pubblicazione sul blog con un articolo che avevo covato per lungo tempo…

In questo anno gli articoli sono stati più frequenti e mi accorgo che mi è utile usare questo taccuino virtuale e pubblico per fissare alcuni pensieri e condividere alcune riflessioni. Lo faccio per me.
Sperando che non sia una nuova forma attraverso cui il narcisismo si alimenta, ringrazio tutti coloro che hanno avuto la pazienza di leggere e la bontà di condividere le loro riflessioni a partire dalle mie.

In questo anno sono cambiate molte cose: ho cambiato casa, servizio pastorale e comunità … e fra l’altro è nato anche un fratello minore di questo blog, che però è specializzato in riflessioni bibliche (parrocchiasantarcangelo.wordpress.com ).

In questo tempo di cambiamenti anche le persone con cui confrontarsi sono aumentate…  e la rete è diventata facilmente il “non-luogo” in cui si possono accogliere senza fatica amici nuovi e amici del tempo passato.

Custodendo la libertà e senza alcuna costrizione … Vediamo dove ci porta il cuore e il cervello (meglio tenerli uniti).

La missione parte dall’ascolto

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In queste settimane in cui ci stiamo interrogando e verificando sulla missione nella nostra comunità, la domanda che ci poniamo è sempre la stessa: da dove cominciamo?
Per anni siamo pensavamo che fosse sufficiente una convocazione per incontrare la gente; ed in effetti per molto tempo ha funzionato. Ma oggi? Non solo per le nostre comunità, ma in tutti gli ambiti di vita, l’istituto della convocazione è in crisi: a scuola, nel lavoro, nei condomini … rispondiamo a delle convocazioni solamente se ci sono interessi forti o se non ne possiamo fare a meno.
Può la missione partire da una convocazione? A mio parere non più.

Cito spesso un libretto pubblicato per il 40° anniversario della fondazione della Parrocchia della Resurrezione, dove si racconta l’esperienza degli inizi vissuta da don Oreste, don Romano, don Sisto e don Elio; spesso si narra che don Oreste e gli altri preti con lui convocassero riunioni di capi famiglia per ascoltare quali fossero le esigenze di quel quartiere in cui erano stati mandati a fondare una nuova parrocchia. Interessante che a partire da questa prospettiva e da questo ascolto sincero e libero, emerse la scelta prioritaria di dare vita ad una scuola materna (l’asilo). In quella esperienza la chiesa parrocchiale fu l’ultimo edificio ad essere costruito.

Anche Gesù parte dall’ascolto delle persone, lui che conosceva i cuori e i pensieri. Proprio lui non rinuncia a domandare e chiedere: cosa posso fare per te?
C’è un racconto nel capitolo 9 di Marco, in cui si narra che Gesù interviene a fronte di un apparente fallimento di guarigione dei suoi discepoli. Un ragazzo, posseduto da uno spirito e condotto a Gesù dal padre, ha le convulsioni e si dimena alla vista di Gesù; ma Gesù non interviene; prima interroga il padre, lo ascolta, fa emergere il suo dolore, la sua domanda di salvezza e conduce quel padre ad una professione di fede possibile.
Il testo è impressionante perché mentre Gesù parla con il padre, il ragazzo sta male e si dimena a terra, apparentemente senza che Gesù se ne curi troppo. Gesù si sofferma di più ad ascoltare il padre perché ha bisogno della sua fede per compiere la guarigione.

Secondo il pensiero della gente noi cristiani non ascoltiamo; abbiamo delle sentenze da pronunciare; abbiamo dei giudizi da esprimere su tutto e su tutti: per questo a molti risultiamo antipatici.
Quale stupore potremmo suscitare se, per qualche volta, ci ponessimo in ascolto vero e sincero e facessimo emergere le domande vere delle persone, anche quando vengono espresse in modo impreciso e imperfetto. Che stupore potremmo suscitare se ci facessimo carico in modo vero e non istituzionale o formale delle domande più profonde delle persone…

Dalla priorità data all’ascolto nasce -ovviamente- una questione sulla priorità di impegno: è più importante andare o farsi trovare da chi ti cerca? “E’ più missionario” andare nelle case della gente oppure essere sempre disponibile e reperibile per accogliere, ascoltare, accompagnare chi ti cerca? E’ una questione che incide sulla diversità di carismi, ministeri, sensibilità e vocazioni. Ci sono alcuni che sono chiamati ad andare e altri ad attendere chi torna… per questo la missione non può essere una questione individuale, ma è sempre l’espressione corale di una comunità che, insieme, si pone alla ricerca ed è disponibile all’accoglienza di chi chiede di essere ascoltato.

La missione richiederà poi un discernimento attento, proprio a partire dall’ascolto, perché, se da una parte tutte le persone debbono essere accolte, non tutte le domande possono trovare in noi una risposta. Non possiamo – per esempio – lasciarci ridurre ad un ente assistenziale o ad una ONG (come disse papa Francesco nella sua prima omelia).
Quando a Gesù chiedono un segno dal cielo per poter credere, lui reagisce con forza!
Noi dobbiamo riconoscere le priorità del nostro impegno nel dare risposte e, ancora una volta, lo possiamo fare solamente insieme.

Nella Evangelii gaudium papa Francesco ci invita a anche a verificare se tante strutture  ereditate dal passato ci sono ancora utili o rappresentano una zavorra nella prospettiva della missione; non si tratta solo di strutture immobiliari, ma anche di strutture pastorali che chiedono di essere ripensate e rivalutate (riformate) di fronte alla priorità dell’annuncio del Vangelo. Anche questo è un esercizio di ascolto dei segni dei tempi, della volontà del Signore, della effettiva sostenibilità di un certo modello di impegno.

La missione parte dall’ascolto. Il Signore ci renda una comunità con le orecchie aperte per ascoltare il Vangelo, i segni dei tempi e le domande di salvezza della gente.

“I care” – l’impegno continua

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Ieri un bel gruppo di giovani della parrocchia di Santarcangelo ha partecipato alla Marcia Perugiassisi per la pace e la fratellanza. Sono molto contento di questi ragazzi e ragazze che sono scesi in campo, insieme ai loro educatori, affrontando la fatica di una giornata impegnativa, per dire insieme a centomila altre persone il desiderio di pace e la loro voglia di impegnarsi per la pace.

E’ stata una bella testimonianza anche per noi, tanto che ieri mattina, quando l’ho comunicato alla messa e abbiamo pregato per la pace, molti adulti sono rimasti stupiti.

Grazie ragazzi e ragazze per il vostro impegno; grazie perché non vi rassegnate ad essere dei consumatori, ma volete essere i protagonisti del futuro del mondo.

La vittoria dei piccoli

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Lc 10,17-24

I discepoli, dopo l’esperienza della missione, ritornano pieni di gioia per il loro potere di combattere i demòni. La vittoria è stata possibile nel nome di Gesù e Gesù stesso la conferma, ma invita anche a non rallegrarsi per questo potere, quanto piuttosto per la partecipazione alla vita di Dio, per la gioia del Regno che è il frutto della sconfitta del male.
Anche a noi a volte “prudono le mani” e ci piacerebbe una bella battaglia con nemici dichiarati e la certezza di trionfare; anche a noi cristiani qualche volta farebbe piacere far vedere i muscoli, anche solo quelli spirituali, ma non è a questo che il Vangelo ci chiama.

Esso ci chiama a combattere, ma per fare spazio alla luce di Dio in noi, per condividerla con gli altri uomini. Ci invita ad essere combattenti che si espongono al male per vincerlo in loro stessi, mantenendo di fronte al mondo la parvenza di perdenti. Ci invita ad essere piccoli e “stolti”, come dice san Paolo (cfr. 1 Cor 1), perché portatori di una sapienza che il mondo considera stupida e stolta.

Ecco perché il Signore Gesù loda il Padre per la piccolezza, perché è questa che trionferà, la stessa che Gesù loda nelle beatitudini: beati i miti, perché erediteranno la terra (Cfr. Mt 5).

Il Signore ci conceda il coraggio della piccolezza e di rinunciare ad ogni desiderio di forza, di potere, di affermazione, di sapienza umana. Attraverso la piccolezza, la stessa di Gesù, sapremo manifestare la forza di Dio contro ogni male.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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