Marco Tarquinio Avvenire venerdì 24 agosto 2018

 

Ricapitoliamo. La gran parte delle 190 persone salvate in mare, a poche miglia da Lampedusa, dalla nave “Diciotti” è di origine eritrea. “Eritreo” per le regole internazionali che sono legge anche in Italia è, purtroppo, diventato sinonimo di “meritevole di protezione umanitaria rafforzata”. Non sono gli unici, gli eritrei, a trovarsi in questa condizione che nessuno si va a cercare e nella quale si precipita per sopraffazioni e persecuzioni e violenze, ma in essa ci sono certamente. E sono, appunto, loro la grande maggioranza delle persone che dal porto di Catania stanno bussando alle porte di casa nostra, italiana ed europea, e che personaggi politici che dovrebbero parlare con più responsabilità e cognizione di causa hanno osato presentare all’opinione pubblica come «palestrati» a zonzo per il Nordafrica e il Mediterraneo.

Quando parliamo di “eritrei”, ci dovrebbe venire subito alla mente l’idea di un popolo col quale l’Italia e gli italiani per motivi storici e culturali hanno un legame speciale. In realtà soprattutto negli ultimi dieci anni, un po’ per cattiva conoscenza della storia e molto per cattiva politica, la smemoratezza ostile l’ha fatta da padrona. E a infelice intermittenza, senza che si generasse abbastanza indignazione per questo, ci sono stati e ci sono governanti italiani che ai richiedenti asilo eritrei in fuga da una lunga dittatura e da una lunga guerra (la prima che non accenna a finire, perché l’eterno presidente Isaias Afewerki resta saldo al potere; la seconda, invece, che sembra finalmente giunta al termine, grazie soprattutto alla lucidità e al coraggio del nuovo e giovane leader etiopico Abiy Ahmed) hanno inteso, a loro volta, fare guerra. Anche con respingimenti ciechi in mare aperto, come quelli voluti nel 2009 dall’allora ministro dell’Interno, il leghista Roberto Maroni, e decisi dal quarto Governo Berlusconi e che sono costati all’Italia la macchia di una condanna definitiva (sentenziata il 23 febbraio 2012) da parte della Corte europea dei diritti umani.

Ad avviare la riparazione degli errori, e dei conseguenti procurati orrori, di quel passato recente – raccontati per mesi, in solitudine, da “Avvenire” con i lunghi e accurati reportage di Paolo Lambruschi (leggi perché la gente scappa dall’Eritrea e anche questi due articoli UNO e DUE) – è arrivata la porta sicura (e stretta) dei “corridoi umanitari” dal Corno d’Africa tenuta aperta da poco più di un anno e mezzo grazie all’intesa tra Conferenza episcopale italiana, Comunità di Sant’Egidio e Governo italiano (Leggi un articolo sui corridoi umanitari). I profughi della “Diciotti” sono sorelle e fratelli di coloro che arrivano con i “corridoi”. E sono fratelli e sorelle, lo ricordino i presunti appassionati della nostra patria e della sua storia, degli uomini inquadrati nei reparti militari coloniali degli “Ascari” (dall’arabo askar, soldato) che si sono battuti al fianco dei nostri genitori, nonni e bisnonni per decenni e decenni tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento, con particolare sacrificio e speciale fedeltà. Per questo il termine “ascaro” viene usato nella nostra lingua, a volte in modo polemico soprattutto in ambito politico e parlamentare, per indicare chi dimostra una fedeltà senza esitazioni. Come quella che pretendono certi leader, da compagni di partito e magari anche dai mezzi di informazione.

Ma ricapitoliamo ancora. Dal 16 agosto, 177 degli uomini, delle donne e dei ragazzi, in massima parte eritrei, salvati in mare a poche miglia da Lampedusa sono stati bloccati – dopo il trasferimento a terra di 13 di loro in evidente pericolo – a bordo dell’imbarcazione della nostra Guardia Costiera. E così la “Diciotti” e idealmente i suoi uomini – tenuti lontani dagli (urgenti) compiti a loro affidati – condividono la stessa condizione dei profughi che hanno raccolto, e cioè quella di essere, di fatto, in ostaggio. Dal 20 agosto, poi, la “Diciotti” con il suo carico umano è costretta in porto a Catania dalla posizione politica assunta dal ministro dell’Interno e vicepremier, il leader leghista Matteo Salvini. Il 22 agosto, finalmente, Salvini ha acconsentito – dopo una duro scambio verbale col presidente della Camera Roberto Fico, intervenuto a difesa della «dignità umana» dei 177 salvati – al trasferimento a terra dei 27 minori soli ancora a bordo. Venticinque ragazzini e due ragazzine scheletrici, sopravvissuti – come attestano le terribili testimonianze raccolte da coloro che li hanno accuditi – a sofferenze inenarrabili in patria, nel cammino per il deserto d’Africa e infine in Libia dove per molti mesi (alcuni per tre anni) sono stati rinchiusi e vessati nei tristemente noti campi di detenzione (e di sfruttamento) locali.

Gli altri 150 salvati restano invece ancora confinati su un pezzo di territorio italiano (questo è una nave che batte la nostra bandiera) controllato da militari italiani, eppure trasformato in una sorta di limbo mentre da Roma si conduce un faticoso braccio di ferro con gli altri Stati dell’Unione Europea per stabilire dove e come accogliere persone che sono arrivate irregolarmente via mare, ma che – è necessario sottolinearlo – hanno diritto di veder valutata la loro richiesta di aiuto e, nella quasi totalità, hanno la prospettiva di ricevere l’asilo che sollecitano.

Il quadro è questo. Ed è triste e vergognoso, al limite della sopportazione. Nessun essere umano può essere lasciato o rigettato nel pericolo, che si tratti del mare o di “lager” altrui. A nessun essere umano può venire negato il diritto di essere guardato in faccia e di essere riconosciuto – bambino, donna, uomo – nella sua condizione reale e nella verità del suo bisogno. Le persone di cui parliamo stanno subendo l’ultima ingiustizia di una catena già troppo lunga, e la subiscono proprio nel nostro Paese e di nuovo per una deliberata azione della nostra politica (e la minuscola, qui, non basta a dirne la pochezza). Con un ministro e capopartito che li rifiuta e li irride, minacciando una crisi di governo, giocando sulla loro pelle in nome della retorica arcigna dei “porti chiusi” (mentre in realtà approdi avventurosi continuano in altri punti delle nostre coste) e arrivando a progettare di riprecipitarli tutti nell’inferno libico: come se gli inglesi o gli americani avessero brigato di rispedire in Germania o nei Paesi occupati o alleati del Terzo Reich i profughi ebrei scampati alle retate dei nazisti… Nonostante tutto, però, per ora, quest’ultima è forse l’ingiustizia relativamente meno pesante tra quelle che i profughi eritrei hanno dovuto affrontare, ma è anche la più intollerabile per chi tiene viva la consapevolezza del bene necessario e mantiene alta l’idea di civiltà che l’Italia e gli italiani han contribuito a costruire.

In conclusione. È inevitabile, e amaro, dover ripetere oggi concetti che abbiamo già dovuto annotare più volte in questa tormentata estate 2018. Visto e considerato lo svuotamento – tra pochi assensi, aperti rifiuti e maldissimulata indifferenza – del piano di “ricollocamenti” dall’Italia e dalla Grecia predisposto nel 2015 dalla Commissione europea, è legittimo e del tutto condivisibile l’obiettivo del Governo Conte di responsabilizzare l’Europa concordando una nuova e più efficace regola di accoglienza comunitaria nella Ue di richiedenti asilo ed emigranti. Una regola alla quale tutti si attengano, grandi e piccoli dell’Unione, mediterranei e nordici, non esclusi in alcun modo, ovviamente, i Paesi dell’Est ex-comunista e neo-sovranista riuniti nel Patto di Visegrad. Ma è illegittimo ed è vergognoso perseguire tale obiettivo, e forse anche altri, più spregiudicati, “usando” persone inermi prese “in ostaggio” dopo il sacrosanto intervento umanitario che le ha sottratte a un rischio acuto e imminente. Il 12 luglio, coi 67 raccolti ancora dalla “Diciotti” e portati a Trapani, fu un intervento del presidente Mattarella e del premier Conte a evitare che si innescasse una crisi umanitaria, morale e di legalità simile a quella che stiamo vivendo. Questa volta il ministro Salvini, sbagliando con ostinazione il mezzo (la messa in discussione di un’operazione condotta da nostri militari), in modo più grave il bersaglio (i profughi eritrei) e forse centrando dal suo punto vista solo i tempi (la vigilia di una manovra economica e di un autunno roventi) lavora perché la crisi esploda. Libero lui di farlo. Liberi tutti di giudicare.

Ci sono cose su cui non si può giocare nessuna partita di potere. E noi non possiamo dimenticare la strage del 3 ottobre 2013 a breve distanza dalle coste di Lampedusa, la disperata e durissima lotta col mare per salvare i salvabili, le file di bare scure e bianche, i “mai più” scanditi con emozione e solennità in quei giorni, anche se altre stragi seguirono e altre ancora incombono. È questa coscienza, o chiamatela pure anima, che non ci consente di fingere che il mondo non ci guardi e non ci riguardi, e che ciò che accade nel “mare nostro” sia solo affare “loro”.

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