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L’eccedenza del male

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Chi di noi non è rimasto agghiacciato dalle scene della flagellazione nel famoso film “The Passion” di Mel Gibson? Sono scene raccapriccianti perché svelano la capacità dell’uomo di infliggere un dolore che va oltre ogni logica necessità o utilità. Quelle scene ci mettono di fronte all’eccedenza del male che, quando prende il sopravvento, non ha limiti nella sua crudeltà.

Purtroppo la storia ci testimonia come sia realistica questa eccedenza e come si verifichi continuamente lì dove si perde ogni senso della dignità dell’uomo. L’uomo dei dolori, rappresentato in modo così crudo dal film citato, rappresenta tutti coloro che sono vittime della violenza eccedente, del male che trabocca nella sua forza distruttiva, tanto da arrivare a sfigurare sia il volto della vittima della violenza, che quello del carnefice.

In questi giorni mi è capitato di andare per la prima volta a Montesole e di ascoltare la testimonianza dell’eccidio realizzato nel corso della seconda guerra mondiale dalle SS: 49 tra donne, bambini, anziani chiuse nell’oratorio di Cerpiano e uccise con delle bombe a mano lanciate all’interno dalla finestra della chiesa.

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Una agonia durata più di trenta ore tra il 29 e il 30 settembre 1944. A che scopo? Non era già abbastanza feroce ucciderli? Perché questa inutile violenza? Sono domande che rimangono senza risposta.

Purtroppo le stesse cose ci vengono narrate nelle cronache e nelle ricostruzioni dei grandi genocidi della nostra storia contemporanea, dai campi di concentramento di ogni latitudine e organizzati dalle varie ideologie, al genocidio del Ruanda/Burundi avvenuto nella completa indifferenza dell’Occidente, alle guerre dei Balcani, alle persecuzioni di carattere religioso o politico che la storia ci racconta e la cronaca ci ripresenta.

In particolare vorrei ricordare in questo giorno le vittime dell’oppressione comunista della Romania rinchiusi ed uccisi nel carcere di Sighetu Marmatiei (http://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_delle_vittime_del_Comunismo_e_della_Resistenza )  dove vescovi, sacerdoti e intellettuali sono stati seviziati, umiliati e uccisi barbaramente da una ideologia disumana. La visita del luogo ci ha lasciati senza parole; il racconto delle violenze ci ha trovati attoniti di fronte all’eccedenza del male.

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Penso ancora alle vittime della persecuzione comunista dell’Albania che si è scatenata contro i credenti di ogni fede, in particolare nella regione di Scutari. La prigione della polizia segreta di quella città ora è diventata un monastero di Clarisse, ma non si è spento il grido di dolore di coloro che lì sono stati torturati ed uccisi in modo atroce, con una fantasia perversa che è scioccante anche solamente al racconto. Le mura delle celle di Scutari, come quelle di Sighet, riportano ancora le preghiere dei prigionieri di ogni fede, ammassati come bestie per giorni e giorni in spazi angusti, costretti a respirare a turno prendendo aria da piccoli fori, immersi nei propri escrementi e senza nulla da mangiare.

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Oggi ci rimangono i memoriali di questi eccidi (a Montesole, a Sighet e a Scuteri) perché noi non dimentichiamo il male commesso e non dimentichiamo che il male, quando prende il sopravvento, indipendentemente dall’ideologia che lo genera, non si pone dei limiti ed ha una forza devastante e -ripeto- una fantasia perversa, che lo conduce ad una eccedenza inaccettabile per ogni persona che abbia un minimo di coscienza morale.

Il Signore ci liberi dal male! e dal Male! e dal MALE!

La contemplazione dell’uomo dei dolori, che in questi giorni di Pasqua ci viene offerta nuovamente, non ci lasci nella commozione emotiva, ma ci porti a considerare che quella violenza, quella ferocia, quell’eccedenza di male è tutt’ora attiva.

La contemplazione della passione del Signore ci porti a considerare quali siano le membra che oggi vengono ingiustamente flagellate.

Dalla commozione passiamo alla conversione!

Anche la nostra indifferenza, o semplicemente la nostra distrazione, può essere complice di questa eccedenza di male e di questa violenza. Non possiamo lavarci le mani come -forse- ha fatto Pilato, ma come certamente, noi siamo tentati di fare, pensando che la cosa riguardi altri.

Signore, liberaci da ogni male!

Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani

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Un titolo che si addice alla città di Sarajevo e che viene spesso utilizzato dalle guide turistiche è: “la Gerusalemme dei Balcani”. Mi è tornato in mente perché, dopo aver scritto l’articolo precedente mi sono trovato di fronte ad una pagina del profeta Zaccaria che dice così:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: “Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” – dice il Signore degli eserciti -. 
Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia“. Zc 8,1-8

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Le domande che ponevo alla fine dell’articolo trovano una risposta ad una altro livello: come spesso la fede ci richiama a pensare, i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ciò che a noi può sembrare senza speranza non lo è agli occhi di Dio

Nuovo viaggio a Sarajevo (settembre 2013)

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Sarajevo è una città che ho visitato molte volte.

La prima nel 1986 durante un viaggio in quella che allora era la Yugoslavia, fiero esempio di una socialismo reale moderato, in cui si credeva che il problema della religione fosse ormai risolto con l’avvento della scienza e del progresso economico-politico.

Sono tornato a Sarajevo nel 1996, era il giorno di santo Stefano, c’erano -32°; mi ricordo che ho impiegato 12 ore per percorrere la strada che separa Spalato da Sarajevo. Da un anno esatto i trattati di Dayton avevano detto basta allo scontro armato, ma i problemi che quello scontro avevano causato erano tutti ben presenti. La città era il fantasma della Sarajevo conosciuta al mondo; l’assedio più lungo della storia aveva lasciato il suo segno: i muri – con i loro inequivocabili segni di proiettili e granate – testimoniavano la violenza, ma ancora di più il racconto delle persone sopravvissute alla carneficina raccontava di quelle migliaia di persone morte assurdamente, colpite quasi per gioco e per atroce virtuosismo dai cecchini o dalla sofferenza che sempre la guerra causa.

Sono tornato molte volte a Sarajevo da quel lontano 1996 perché lì ho degli amici e delle amiche che erano giovani e che ora sono adulti, sposati con bambini, che testimoniano la fatica di questo piccolo paese ad andare avanti, lasciando al passato l’orrore e l’odio che ha causato la divisione.

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Le 11541 sedie vuote numero dei morti di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995

La mia amica, manager in un’azienda di Sarajevo, mi racconto con rabbia la fatica di questo paese di pensare ad un futuro che lasci indietro la guerra. “Tutti parlano solo della guerra e della religione“. Qualcuno, ingenuamente potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma parlare di religione in BiH significa soprattutto marcare le differenze. Le chiese, come le moschee non vengono costruite per necessità (una ogni anno viene edificata con finanziamento pubblico), ma solamente per marcare il territorio.

Per noi è difficile comprendere questa situazione. Ormai però diventa difficile anche per chi vive a Sarajevo da sempre e vorrebbe andare avanti, pensare ad un futuro in cui si può tornare a vivere insieme anche se diversi.

Qualcuno un tempo ci aveva creduto e non solo Tito. Qualcuno negli anni del dopo guerra aveva investito su questa convivenza, ma ormai l’attenzione del mondo si è spostata altrove; e chi parla più della Bosnia e della situazione di Sarajevo?

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mons. Pero Sudar

Ricordo le parole profetiche pronunciate da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, proprio nella città di Rimini, quando -nel 1999- ci ammoniva a non abbandonare la Bosnia e a considerare la possibilità che lì si era creata, come un laboratorio decisivo sul futuro del mondo. Le tre grandi culture dell’era moderna: la cultura occidentale, la cultura slava e quella islamica, nei Balcani potevano trovare un terreno di dialogo proficuo perché, proprio lì, queste tre grandi culture, avevano alle spalle decenni di convivenza pacifica e il desiderio di un futuro possibile nella convivenza.

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Purtroppo quelle parole sono rimaste inascoltate e le tensioni si sono radicalizzate. L’Europa (soprattutto la grande Germania) era preoccupata di avere nei Balcani (a partire dalla Croazia) un terreno di espansione per il proprio mercato economico; la Russia ha avuto buon gioco nel difendere i “fratelli serbi” mantenendo la sua influenza in un’area dell’Europa in cui non aveva avuto tanto peso neppure ai tempi del socialismo di Tito, il quale, se non ricordo male, aveva preso le distanze dal radicalismo sovietico; e i bosniacchi (così si chiamano i bosniaci di tradizione islamica), abbandonati da tutti come danno collaterale di una politica europea miope ed egoista, hanno accolto ben volentieri l’aiuto dei paesi islamici della penisola arabica e dell’Asia, i quali, insieme agli aiuti, hanno portato in Europa un modello di Islam che non si era mai visto neppure ai tempi della dominazione Turca.

Ci sarà un futuro per la Bosnia? Ci sarà un futuro per Sarajevo?

Il cuore ce lo fa sperare; il fatto di conoscere tante persone che vivono lì ce lo fa credere. Le notizie che ci arrivano tramite gli organi di stampa specializzati però non ci confortano. Un paese che si regge sul compromesso e sugli equilibri di forza; che eredita dall’esterno le linee per governare una situazione unica; che anela all’Europa, ma che non riesce a realizzare le condizioni di governo che l’Europa richiederebbe …

Vedremo; lo speriamo; lo domandiamo nella preghiera.

Un pensiero affettuoso a questo paese nel quale ho speso un po’ del tempo della mia vita e che mi ha segnato nelle amicizie.

AT

Romeo e Giulietta …. E la promessa di un amore eterno

Mi é capitato di tornare a Verona per una gita con un gruppo  di giovani universitari: irrinunciabile la visita alla casa di Giulietta con foto al balcone e la foto propiziatoria accanto alla statua di Giulietta.

Mi ha molto colpito notare la ormai solita massa di lucchetti attaccati ad una cancellata storica con un forte dubbio sull’estetica di tale costume. Ma a Verona esiste anche una tradizione più locale: appiccicare al muro antico della casa di Giulietta con una gomma da masticare una dichiarazione di eterno amore. Il risultato è veramente rivoltante!

Poichè nel nostro gruppo c’era un certo numero di africani che non hanno mai letto i “sacri testi” di Federico Moccia che hanno diffuso l’usanza dei lucchetti, mi hanno chiesto spiegazione di tale uso e del perchè la gente attaccasse quei lucchetti. Ho tentato di spiegare che per i giovani rappresentava una sorta di promessa di amore eterno, ma mentre lo dicevo mi chiedevo perchè in una cultura in cui i giovani faticano molto ad arrivare alla scelta definitiva del matrimonio, si indulgesse con semplicità ad una dichiarazione pubblica di amore eterno attraverso un lucchetto.

forse il problema non è il contenuto di una scelta che si desidera come stabile e duratura, ma la forma che, per i giovani non riesce più ad esprimere il linguaggio del loro amore. Sono sicuro che la questione sia ben più complicata da quello che trapela nella mia semplice riflessione, ma può valer la pena di farci una pensata.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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