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Il pericolo del romanticismo

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La nostra epoca viene spesso tacciata di essere un’epoca che ha perso i valori e gli ideali; un’epoca in cui tutto viene pesato e misurato; in cui le leggi dell’economia e della finanza sembrano dominare ogni ambito della vita dell’uomo.

Queste affermazioni sono senz’altro vere; anche il Papa nelle ultime due encicliche ci ha proposto ampi spazi di riflessione su questo dramma del nostro tempo.

Eppure c’è un elemento che persiste e che minaccia in modo altrettanto pesante il nostro tempo: il romanticismo. Qualcuno si potrebbe sorprendere rispetto a questa affermazione perché siamo abituati ad attribuire un valore positivo al romanticismo. Io non sono di questo parere perché ne ho potuto constatare gli effetti negativi nella vita degli adulti e nella vita dei giovani.

Il romanticismo è quell’atteggiamento che ti porta a credere che, nella vita, le cose belle accadono indipendentemente dalle tue scelte e dal tuo impegno personale. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, in nome di un sentimento attuale, tu puoi mettere in discussione tutto quello che hai costruito nella vita. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, per costruire la tua vita e per fare delle scelte importanti, tu debba attendere una specie di flash che si pone come un evento non ignorabile, che rende evidente e ineludibile quello che da solo/a non sei capace di cogliere.

Quanti giovani attendono tanto tempo prima di compiere delle scelte che danno forma alla loro vita, solo per ossequio ad una idea romantica, secondo la quale deve accadere qualcosa di straordinario perché una persona possa essere autorizzata a compiere una scelta!

Quanti adulti – di ogni età – tradiscono le scelte compiute e distruggono relazioni importanti per inseguire sogni improbabili (miraggi bisognerebbe dire) fondati sulle sensazioni del tempo presente e non messe alla prova del tempo.

Tutto questo è il frutto del romanticismo: la proiezione in una realtà ideale sognata, pretesa, ricercata a tutti i costi, per dare un senso e un valore alla mia vita.

Ovviamente il romanticismo di cui parlo, nulla ha a che fare con il grande valore dei sentimenti, con l’incommensurabile valore delle relazioni; e in nessun modo voglio sostenere un pragmatismo bieco, per il quale ogni cosa viene misurata in base alla convenienza (utilità si dice nel linguaggio politicamente corretto) e non si trova alcuno spazio per la gratuità e l’amore.

Abbiamo imparato dal Vangelo che l’amore vero non lascia nessuno spazio al romanticismo, perché è talmente radicato nella situazione concreta e nella relazione, da saper vedere anche oltre quella situazione senza mai tradirla.

È il caso di chi è capace di vivere superando la semplice osservanza della legge, non per aggirarla, ma perché la si riconosce – per natura – lacunosa e incapace di indicare la giustizia più grande, quella che, non accontentandosi di evitare il male, sa operare per costruire il bene. Lo abbiamo visto, proprio in questi giorni, nei volti e nelle storie di quegli uomini e quelle donne del nostro Paese, indicate dal Presidente della Repubblica come modelli di vita umana e civile proprio perché non si sono accontentati di osservare le regole, ma ci hanno messo del loro, creando situazioni di crescita dell’umanità. Non c’è alcun romanticismo in queste testimonianze di impegno.

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Quattro donne insignite dell’onorificenza al merito della Repubblica per il loro impegno civile

È il caso di chi dona la vita per i fratelli, cosa che accade ogni giorno in vari luoghi della Terra, non per inseguire un sogno romantico, ma perché è stata accolta la logica evangelica dell’amore più grande, quell’amore che arriva a riconoscere la vita dell’altro come meritevole del dono della propria, sperimentando così il modo migliore per vivere in pienezza la propria vita.

Don Andrea Turchini

L’eccedenza del male

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Chi di noi non è rimasto agghiacciato dalle scene della flagellazione nel famoso film “The Passion” di Mel Gibson? Sono scene raccapriccianti perché svelano la capacità dell’uomo di infliggere un dolore che va oltre ogni logica necessità o utilità. Quelle scene ci mettono di fronte all’eccedenza del male che, quando prende il sopravvento, non ha limiti nella sua crudeltà.

Purtroppo la storia ci testimonia come sia realistica questa eccedenza e come si verifichi continuamente lì dove si perde ogni senso della dignità dell’uomo. L’uomo dei dolori, rappresentato in modo così crudo dal film citato, rappresenta tutti coloro che sono vittime della violenza eccedente, del male che trabocca nella sua forza distruttiva, tanto da arrivare a sfigurare sia il volto della vittima della violenza, che quello del carnefice.

In questi giorni mi è capitato di andare per la prima volta a Montesole e di ascoltare la testimonianza dell’eccidio realizzato nel corso della seconda guerra mondiale dalle SS: 49 tra donne, bambini, anziani chiuse nell’oratorio di Cerpiano e uccise con delle bombe a mano lanciate all’interno dalla finestra della chiesa.

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Una agonia durata più di trenta ore tra il 29 e il 30 settembre 1944. A che scopo? Non era già abbastanza feroce ucciderli? Perché questa inutile violenza? Sono domande che rimangono senza risposta.

Purtroppo le stesse cose ci vengono narrate nelle cronache e nelle ricostruzioni dei grandi genocidi della nostra storia contemporanea, dai campi di concentramento di ogni latitudine e organizzati dalle varie ideologie, al genocidio del Ruanda/Burundi avvenuto nella completa indifferenza dell’Occidente, alle guerre dei Balcani, alle persecuzioni di carattere religioso o politico che la storia ci racconta e la cronaca ci ripresenta.

In particolare vorrei ricordare in questo giorno le vittime dell’oppressione comunista della Romania rinchiusi ed uccisi nel carcere di Sighetu Marmatiei (http://it.wikipedia.org/wiki/Memoriale_delle_vittime_del_Comunismo_e_della_Resistenza )  dove vescovi, sacerdoti e intellettuali sono stati seviziati, umiliati e uccisi barbaramente da una ideologia disumana. La visita del luogo ci ha lasciati senza parole; il racconto delle violenze ci ha trovati attoniti di fronte all’eccedenza del male.

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Penso ancora alle vittime della persecuzione comunista dell’Albania che si è scatenata contro i credenti di ogni fede, in particolare nella regione di Scutari. La prigione della polizia segreta di quella città ora è diventata un monastero di Clarisse, ma non si è spento il grido di dolore di coloro che lì sono stati torturati ed uccisi in modo atroce, con una fantasia perversa che è scioccante anche solamente al racconto. Le mura delle celle di Scutari, come quelle di Sighet, riportano ancora le preghiere dei prigionieri di ogni fede, ammassati come bestie per giorni e giorni in spazi angusti, costretti a respirare a turno prendendo aria da piccoli fori, immersi nei propri escrementi e senza nulla da mangiare.

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Oggi ci rimangono i memoriali di questi eccidi (a Montesole, a Sighet e a Scuteri) perché noi non dimentichiamo il male commesso e non dimentichiamo che il male, quando prende il sopravvento, indipendentemente dall’ideologia che lo genera, non si pone dei limiti ed ha una forza devastante e -ripeto- una fantasia perversa, che lo conduce ad una eccedenza inaccettabile per ogni persona che abbia un minimo di coscienza morale.

Il Signore ci liberi dal male! e dal Male! e dal MALE!

La contemplazione dell’uomo dei dolori, che in questi giorni di Pasqua ci viene offerta nuovamente, non ci lasci nella commozione emotiva, ma ci porti a considerare che quella violenza, quella ferocia, quell’eccedenza di male è tutt’ora attiva.

La contemplazione della passione del Signore ci porti a considerare quali siano le membra che oggi vengono ingiustamente flagellate.

Dalla commozione passiamo alla conversione!

Anche la nostra indifferenza, o semplicemente la nostra distrazione, può essere complice di questa eccedenza di male e di questa violenza. Non possiamo lavarci le mani come -forse- ha fatto Pilato, ma come certamente, noi siamo tentati di fare, pensando che la cosa riguardi altri.

Signore, liberaci da ogni male!

Sifra e Pua: due donne coraggiose

Come sempre la narrazione della storia umana mette in evidenza il ruolo dei protagonisti, per tradizione maschi. La storia biblica non fa eccezione.
Nella narrazione della grande epopea dell’esodo di Israele dall’Egitto alla terra di Canaan, promessa da Dio come nuova dimora per il suo popolo, i grandi protagonisti, come ben si sa, sono Mose, Aronne, Giosuè, Caleb, … Profeti, sacerdoti, condottieri…
Questa la la lettura scontata! Ma se si riesce a leggere in filigrana la narrazione, emergono tutta una serie di figure secondarie che svolgono un ruolo determinante nel contribuire alla salvezza di questo popolo.
Proprio nel primo capitolo, prima ancora che appaia la figura di Mosé, il libro dell’ Esodo ci presenta la figura di due levatrici di cui riporta il nome: Sifra e Pua.
Ad esse il Faraone ha ordinato di uccidere i bambini maschi degli Ebrei, per mettere in atto, in modo soft, il progetto di pulizia etnica che il faraone ha architettato e che il popolo egiziano di quel tempo sostiene, come soluzione al suo timore per la presenza del popolo degli Ebrei in mezzo a loro.
Questi, pur abitando in Egitto da quattrocento anni, sono ancora visti come degli stranieri, e ora anche come dei nemici pericolosi.
Il racconto ci testimonia che Sifra e Pua decidono di disobbedire al Faraone perché temevano Dio. Questo timore, nella Bibbia, non ha nulla a che fare con la paura, ma è il sinonimo del rispetto dovuto alla volontà di Dio, che parla alla coscienza dell’uomo e gli indica cosa sia giusto e bene fare, prima e oltre ogni ordine di potenti.
Sifra e Pua, noi diremmo, agiscono in ossequio alla loro coscienza e decidono di opporsi al comando del Faraone.
Tale disobbedienza è unita ad una buona dose di furbizia, che permette loro, non solo di non pagare le conseguenze della loro disobbedienza, ma di essere premiate da Dio con una famiglia numerosa.
Leggendo questo testo mi sono venuti i mente i tanti giusti che, nel corso della storia, temendo Dio, obbedendo alla loro coscienza, si sono opposti a progetti malvagi ed iniqui, mettendosi in gioco in prima persona, scegliendo di non derogare alla propria responsabilità personale.
Fra le tante testimonianze mi ritorna in mente la collezione presentata da Svetlana Broz nel libro, “I giusti nel tempo del male”, in cui racconta storie di ordinario eroismo durante il periodo della guerra nei Balcani, testimoniato da uomini e donne normali, che, in contesti inquinati da logiche di violenza, sopraffazione, ingiustizia, non si sono tirati indietro nel compiere la giustizia, quando la situazione lo ha loro richiesto.
Oggi è il nostro turno di compiere il bene, senza attendere che il contesto sia favorevole.
L’esempio di Sifra e Pua, come quello di tanti giusti coraggiosi, ci siano di sprone.

La regola per l’uomo d’oggi

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In questi giorni ho avuto l’occasione di leggere questo bel libretto di Anselm Grun. Premetto che non sono un fan scatenato di Grun la cui produzione letteraria vede moltissimi titoli, ma devo ammettere che questo libro mi ha piacevolmente coinvolto in una riflessione attualizzante sulla figura di Benedetto da Norcia e soprattutto sulla sua Regola di vita, testo di pedagogia religiosa e spirituale che conta ormai più di 1500 anni.

La domanda da cui parte Grun è una domanda importante: cosa può insegnare la Regola di Benedetto all’uomo di oggi? Come tradurre le indicazioni che lui consegna a coloro che desiderano percorrere la via della salvezza?

1. Una regola per tutti e non per pochi

Un aspetto interessante della Regola è che essa non si rivolge ad una élite già motivata, ma a tutti gli uomini che desiderano salvare la propria vita. L’importanza di una regola sta proprio nel suo valore terapeutico e formativo, che vale di più, tanto più si abbisogna di compiere un percorso di ricupero da una situazione distratta e poco fruttuosa.

Ascolta , figlio, gli insegnamenti del maestro e apri l’orecchio del tuo cuore; accogli di buon grado le esortazioni di un padre che ti ama, e mettile efficacemente in pratica, perché attraverso la fatica dell’obbedienza tu possa far ritorno a colui dal quale ti sei allontanato per la pigrizia della disobbedienza“. (Regola, prologo, 1-2)

2. Vivere alla presenza di Dio

In un tempo caratterizzato dalle forti dicotomie, Benedetto ci ricorda il centro della vita dell’uomo e della sua vocazione: vivere alla presenza di Dio, essere consapevoli che Dio ci vede in ogni luogo. Ovviamente questo elemento costituisce una buona notizia e non una minaccia di controllo sulla vita dell’uomo. Per vivere alla presenza di Dio l’uomo non deve fuggire dal mondo e dalle cose del mondo, perché Dio è presente nel mondo. Vivere alla presenza di Dio per il monaco, come per ogni uomo, significa lasciarsi guardare profondamente da Lui e mettersi in ascolto della sua Parola, una Parola che viene donata ogni giorno, sempre nuova e sempre diversa.

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3. Ora et labora: un motto che diviene uno stile di vita

Oggi, come probabilmente ai tempi di Benedetto, si tende a porre in opposizione la preghiera e il lavoro; sembra che le due dimensioni non possano coesistere, perché l’uno porta alla distrazione dell’altro. Per Benedetto il lavoro salva dall’ozio ed aiuta la preghiera. Al primo posto viene la preghiera, perché nulla si deve anteporre al servizio di Dio, Essa ci aiuta a non assolutizzare il lavoro, a mantenere pure le motivazioni del perché lavoriamo. Ma anche il lavoro diviene preghiera se lo faccio alla presenza di Dio e non per glorificare me stesso. Il lavoro mi stanca, ma è una buona stanchezza: viene dalla consapevolezza di aver realizzato qualcosa di buono per Dio e per gli uomini.

4. L’arte del discernimento: il carisma del responsabile della comunità

Il discernimento richiede alla guida della comunità un totale distacco da se stesso. La discretio non è solamente la capacità di saper leggere bene le situazioni e i senitmenti dei cuori, ma deve diventare una presa in carico di ognuno, perché ognuno si senta accompagnato nel realizzare l’obiettivo della sua vita. “La discretio fa ordine e chiarezza nella vita della comunità, ma si tiene ben lontana da regole e principi improntati alla rigidità. Per chiunque abbia a che fare con gli uomini, è più facile farsi prendere da roboanti parole d’ordine che non chinarsi invece su ognuno”.

5. La pace benedettina

Può fare pace solamente chi l’ha già fatta dentro di sé. La pace è la capacità di saper accogliere senza ignorarle le debolezze e le fragilità dell’altro. La pace è saper presentare con semplicità le proprie esigenze e i propri desideri. La pace cresce dalla capacità di confronto ed è frutto della preghiera nella quale ognuno cerca di confrontarsi con la volontà del Signore, prima di presentarsi alla comunità con le proprie richieste, che, comunque, rappresentano sempre un’ammissione di debolezza. Il contrario della pace è la mormorazione, quella incapacità di confrontarsi veramente con gli altri e con l’autorità nella comunità.

6. La stabilità di vita

La vita moderna ha demonizzato la stabilità facendola coincidere con la staticità. Oggi si esalta e si rende necessaria la flessibilità, la mobilità, segni distintivi di modernità, di capacità di adeguarsi continuamente alle esigenze del contesto. Anche la difficoltà a creare dei legami è sintomo di una fatica a cogliere la stabilità come valore… eppure di stabilità si avverte un gran bisogno! Per un monaco che vive la Regola di Benedetto la stabilità (diventata addirittura un quarto voto) ha fondamentalmente tre caratteristiche: la disponibilità a permanere fisicamente in un luogo, facendo di quel luogo il proprio ambiente di vita; la disponibilità a legarsi in permanenza con le persone che compongono la stessa comunità; la capacità di saper resistere alle situazioni di vita che ci mettono in crisi, quelle che Benedetto chiama le tentazioni.

La stabilità rappresenta dunque una premessa ed un obiettivo.

Fondamentale per la stabilità è l’ordine nello svolgimento della vita, nella comunità, nell’esercizio del lavoro, nella gestione dello spazio.

7. La comunità secondo san Benedetto

Oggi si avverte un gran bisogno di comunità e molti sono i giovani che accolgono la proposta di vivere un tempo più o meno lungo in esperienze di convivenza regolata. Secondo Benedetto la comunità di vita è fondata sul rispetto e sulla disponibilità/capacità di sopportarsi vicendevolmente. La comunità non può essere una via per la mia auto-realizzazione e neppure il luogo in cui pretendo di cambiare gli altri secondo i miei criteri. La comunità è il luogo dell’accoglienza dell’altro e della presa in carico dell’altro.

La comunità è anche il frutto di una comune responsabilità che non viene delegata all’autorità. Pilastro della comunità è l’amore di Cristo verso cui tutti i membri tendono e rispetto al quale tutti i membri della comunità si mettono in gioco. Se ognuno ricerca la volontà di Dio, la comunità non può che essere il luogo in cui ci si sostiene nell’attuarla. “La comunità si costruisce sulla volontà di rendere presente il Signore e, di contro, di far sparire se stessi; tutto il resto verrà allora da sé”.

Queste righe sono un tentativo di condividere quanto ho recepito dalla lettura di un bel testo e l’invito a leggerlo, senza accontentarsi di questa mi sintesi alquanto ridotta e sommaria.

ANSELM GRUN, Benedetto da Norcia. La regola per l’uomo d’oggi, San Paolo 2006, pp. 106.

L’orrore di cui si comincia a parlare … senza pudore. EUTANASIA NEONATALE!!!!!!

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Funziona sempre così!

Un’azione ritenuta comunemente inaccettabile dal senso morale comune, comincia a diventare oggetto di dibattito per saggiare il terreno. Ovviamente è necessario un soggetto notoriamente spregiudicato e provocatore che ci metta la faccia per fare il primo passo; ma come ben sappiamo non risulta mai troppo difficile trovarlo.

Le reazioni ad un primo intervento sono immediatamente molto dure, ma ormai il danno è fatto perché, di ciò su cui non era considerato lecito neppure soffermare il pensiero, ormai si è cominciato a parlare.

Il passaggio successivo è quello che si poggia sulla pietà e sul senso di giustizia. “Vi sembra giusto far soffrire un bambino con un handicap grave? Non è meglio intervenire per far cessare le sue sofferenze?“. Questa affermazione purtroppo comincia a trovare dei consensi e si forma un gruppo di cosiddetti “benefattori misericordiosi” che in nome della pietà e della “evidente giustizia”, cominciano a sostenere in modo lobbystico un’idea che fino a qualche tempo prima da tutti era considerata orrenda. Lobbystico perché come sempre accade ci sarà senz’altro qualcuno che su questa cosa ha l’opportunità di speculare e arricchirsi.

La cosa più bella è che coloro che continuano a ritenere questa azione orrenda, cominceranno ad essere considerati persone senza cuore, schiavi di una morale assolutistica e superata, incapaci di fare quelle scelte necessarie che un “evidente senso di giustizia” richiede.

La frittata è presto fatta: il pensiero ispirerà qualche ben foraggiato esponente politico che, in nome della libertà di scelta e del diritto di autodeterminazione, si farà promotore di una proposta di legge che, in nome della modernità, vorrà difendere il diritto di alcuni genitori di uccidere i propri bambini neonati, per risparmiare loro le sofferenze causate dal loro stato di handicap, adducendo la motivazione che tale operazione risulta essere più rispettosa e più sicura di un aborto (soluzione già attualmente possibile) in stato avanzato di gravidanza… perché tanto … che differenza c’è?

A proposito di modernità: ma voi non vi ricordate quando, nel corso della scuole primarie, i nostri insegnanti ci insegnavano con giusto orrore la selezione eugenetica proposta nell’antica Sparta? Mi sembra di poter dire che l’idea non sia così moderna e che, se molte generazioni che ci hanno preceduto, l’hanno considerata una barbarie da rigettare, forse qualche motivo ben fondato c’era.

Se poi qualche ingenuo non crede che questo processo possa essere già in atto, può leggere con giusto orrore l’articolo pubblicato su “Il Foglio” cliccando sul link qui sotto.

http://www.ilfoglio.it/soloqui/18102

O Sapienza …. dono da invocare, virtù da ricercare

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Dal libro del Siràcide    cap. 4

Chi ama la sapienza ama la vita, chi la cerca di buon mattino sarà ricolmo di gioia…
Dapprima lo condurrà per vie tortuose, lo scruterà attentamente, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza.
Se egli invece batte una falsa strada, lo lascerà andare e lo consegnerà alla sua rovina. 


La Sapienza non coincide con la scienza; un termine più moderno la potrebbe assimilare con quella competenza che è frutto dell’esperienza di vita, ma ancora siamo lontani dal concetto biblico, perché la Scrittura è molto ferma sul fatto che la Sapienza è un dono di Dio, da cercare ed invocare, un dono dello Spirito Santo, secondo la catechesi ecclesiale.

Questo testo del libro del Siracide ci testimonia l’esigenza di una fatica e di un travaglio per ottenere il dono della Sapienza; non è qualcosa che si può presumere di ottenere con uno stile  di vita da low cost, ma ottenere la Sapienza richiede un allenamento costante e un impegno quotidiano; una volta raggiuntala, dopo aver percorso vie tortuose, si avrà una retta conoscenza e una ricchezza di scienza.

Perché è così importante questo dono della Sapienza? Perché ci libera da due riduzionismi molto diffusi nella cultura contemporanea, due modi di vivere la vita “al minimo” che umiliano la dignità dell’uomo.

Il primo riduzionismo è quello di chi crede che si possa vivere in pace seguendo delle ricette: dimmi cosa devo fare e io lo faccio! Si tratta della tentazione diffusa tra coloro che non vogliono affrontare la fatica di fronteggiare le situazioni problematiche e complesse che la vita inevitabilmente ci propone; avere un ricetta per ogni situazione – come i Disneyani Qui, Quo e Qua avevano il loro “Manuale delle Giovani Marmotte” -, con una risposta disponibile e pronta per ogni situazione difficile: è un’aspirazione che purtroppo è presente nel cuore di tanti uomini e donne, desiderosi di semplificarsi la vita e di avere qualcuno che pensa al posto loro, a patto di vedere soddisfatti i propri bisogni primari.

Il secondo riduzionismo o tentazione, altrettanto antica e radicata, è quella delle ideologie, che sono state  – e sono –  quanto di meno sapienziale l’uomo abbia potuto esprimere. L’ideologia si presenta normalmente come un criterio di riferimento forte per interpretare la realtà, quasi che la realtà stessa debba adattarsi alla forma del pensiero: se questo non accade diventa necessario modificare la realtà, anche violentemente!

La Sapienza, soprattutto quella che viene dall’alto, alimenta quella disponibilità a saper riconoscere nella realtà i “segni dei tempi”, gli orientamenti che dovrebbero ispirare le scelte dell’uomo, perché quella realtà è abitata da Colui che è il principio della Sapienza; quella realtà porta in sé stessa l’impronta vivente di Colui che l’ha creata.

In questi giorni che seguono la Pentecoste, possiamo continuare ad invocare lo Spirito di Sapienza, perché ci insegni a vivere in questa realtà riconoscendo la volontà del Signore – che si manifesta nei fatti della storia – e ci doni la libertà di cuore di aderire con immediatezza ai suoi appelli.

Perché non potrebbe essere un esorcismo?

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Oggi si sta facendo un gran parlare di questo presunto esorcismo che Papa Francesco avrebbe fatto ad un ragazzo dopo la celebrazione del giorno di Pentecoste.
Interpretazioni varie della Tv, successive smentite della sala stampa Vaticana, alle quali ho sempre prestato fiducia.
La questione fondamentale però è: perché se il Papa avesse fatto un esorcismo questo sarebbe stato un problema?
I discepoli di Gesù e in particolare gli apostoli sono stati inviati nel mondo per continuare l’opera missionaria di Gesù, il quale insegnava chi fosse realmente Dio e chi fosse l’uomo per Dio.
In ambedue gli insegnamenti Gesù accompagnava le sue parole con dei segni che erano la manifestazione della potenza e della vittoria di Dio sul male, fisico e spirituale, e sulla morte. Quante volte Gesù ha liberato dal potere del demonio delle persone, anche dei giovani, che ne erano prigionieri?
Anche i suoi discepoli nella loro missione accompagnano la parola del Vangelo con dei gesti di liberazione, segni della presenza di Dio e della sua potenza sul male.
Mi rifaccio la domanda? Cosa avrebbe impedito a questo Papa di compiere una preghiera di liberazione per quel ragazzo che lui ha riconosciuto come bisognoso di un particolare aiuto?
Fa parte del ministero dei vescovi esercitare la guarigione spirituale sia quella sacramentale che quella degli esorcismi. Purtroppo noi siamo schiavi della filmografia horror e pensiamo che tale azione di liberazione debba avvenire in contesti esoterici, con riti strani… In realtà, ci dice il Vangelo e la Tradizione della Chiesa, è sufficiente la fede in Gesù Cristo Signore e la preghiera fatta con fede.
Credo che Papa Francesco sia ben consapevole delle sue responsabilità ministeriali e, se lo ha ritenuto necessario e utile per quel ragazzo, possa aver compiuto un gesto evangelico di liberazione dal male. Questa è la benedizione! Questa è la responsabilità della Chiesa chiamata a portare la buona notizia della liberazione dal male e attuare questa liberazione con i segni della fede!
A chi fa problema questa missione? Perché dovrebbe essere strana?

Integrare non è solo stare accanto

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Una delle parole che negli ultimi tempi ricorrono più spesso nel linguaggio civile ed ecclesiale è la parola integrazione. Se ne parla a proposito del fenomeno migratorio che l’Italia finalmente sta imparando a cogliere come un qualcosa di non episodico con cui fare i conti; se ne parla nella Chiesa a proposito di prospettive di impegno pastorale …

Nei testi che la Diocesi di Rimini ha pubblicato sulla pastorale integrata si afferma con chiarezza che l’integrazione è molto di più che la semplice aggregazione, perché l’obbiettivo non è puramente funzionale, ma è puntare alla comunione.

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Questo pensiero, che per tanti versi potrebbe essere considerato scontato, mi porta a pensare che integrare non sia solo stare accanto, ma cogliere tutto il positivo che c’è nell’altro e farlo diventare mio e viceversa condividere tutto il bello di cui io sono portatore e consentire all’altro di sentirlo come suo patrimonio.

Nella esperienza ecclesiale questa integrazione dovrebbe essere più facile, in virtù del tanto che si condivide già in partenza, ma ci accorgiamo che non è esattamente così, perché molto dipende dal punto di vista. L’integrazione viene spesso considerato un processo asimmetrico, della serie: io sarei già a posto così come sono, ma poiché non posso ignorare la tua presenza decido di accogliere qualcosa di tuo che rappresenta un di più, non necessario.

Quando l’accoglienza dell’altro viene considerata un “di più non necessario” il processo di integrazione parte già inceppato. Non sei essenziale per me; sto bene anche senza di te; devi essermi grato perché considero la tua presenza accanto a me e ti riconosco come portatore di qualcosa di buono.

La sfida dell’integrazione, sia a livello sociale e civile che a livello ecclesiale, è un impegno che ci coinvolgerà molto nei prossimi anni e ci chiederà la capacità e la disponibilità di cambiare i nostri punti di vista. Sento importante tenere ben fisso davanti agli occhi che la comunione è il vero obiettivo verso cui dobbiamo convergere e che l’integrazione è “solamente” una via che ci consente di costruire e vivere questa comunione.

Venga il tuo Regno: … dove Dio regna veramente

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Oggi ho letto un testo dell’Apocalisse che afferma: “Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo …” (Ap 19)

Questa espressione è consueta nel Nuovo Testamento, soprattutto nei vangeli sinottici ed ormai è entrata nel nostro orecchio, non ci scompone più… la ripetiamo, senza scossoni, ogni volta che recitiamo il “Padre nostro”, ma non avvertimo nessun disagio e nessun brivido lungo la schiena.

Ho chiesto a coloro che partecipavano alla celebrazione con me: Ma voi vi sentite tranquilli di fronte alla prospettiva che Dio regni veramente sulla nostra vita? Ci sentiamo di rallegrarci ed esultare perché Dio ha preso possesso del suo Regno? La domanda ha suscitato un certo imbarazzo finché qualcuno, prendendo coraggio, ha detto: io vorrei avere la possibilità di dire il mio parere in questo regno!.

Vivere in una prospettiva in cui sia Dio a regnare veramente non mi rende tranquillo perché non mi fido di lasciare a lui il timone della mia vita; per quanto io sia consapevole del mio limite e della mia inconsistenza, preferisco sbagliare con le mie mani piuttosto che affidarmi ciecamente ala guida di  Dio. In me – riguardo a Dio – non prevalgono le immagini rassicuranti e amorevoli del Vangelo e del Nuovo Testamento, piuttosto sono presenti immagini false e grottesche di Dio che gli attribuiscono la possibilità di cambiare umore, qualche possibile capriccio, la strumentalizzazione della mia vita … immagini demoniache di Dio che mi fanno stare ad una distanza timorosa da lui. Quante volte abbiamo pensato o detto “faccio questa cosa perché Dio non mi punisca” oppure, di fronte ad una situazione dolorosa e difficile “cosa avrò fatto di male per meritarmi questa cosa (da Dio)?” …

Il Regno di Dio, per me, è un luogo (una situazione) in cui avrei la pretesa di negoziare la sua volontà, di dire la mia sulle scelte opportune, … insomma un regno in cui anche io pretendo di avere un mio ruolo attivo.

In fondo, come ha detto chiaramente Gesù fin dall’inizio del suo Vangelo: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi!” (Cf. Mc 1,14), la questione che entra in gioco è la mia fede e l’esigenza della conversione e della purificazione da tutte le immagini false di Dio che trovo scritte e ben raffigurate nel mio cuore. Sono immagini arcaiche che anche i grandi personaggi della Bibbia come Abramo, Giacobbe e Mosé si portavano dentro; sono immagini che ci rendono schiavi e ci impediscono di vivere una relazione libera e fiduciosa con il Signore. E’ sempre l’immagine che il nemico di Dio proietta di fronte ai nostri occhi facendoci intendere che Dio ci vuole opprimere e la sua signoria non è altro che prepotenza e prevaricazione (Cf. Gen 3).

Questa gioia di cui parla il libro dell’Apocalisse, questo rallegrarsi ed esultare può essere solo di chi riconosce in Dio il Padre, l’Amore, la misericordia e la tenerezza … Di fronte a queste immagini non c’è nulla da temere, perché Dio non è che benevolenza e perdono.

Consegnare a Dio il timone della mia vita è un atto di fede e di vera conversione.

Integrare verbo prezioso

Quando io ero giovane esisteva l’anno e l’esame integrativo cui si dovevano sottoporre gli studenti degli Istituti Magistrali se volevano accedere all’università: il loro percorso era infatti di soli quattro anni.

Poi abbiamo cominciato a conoscere gli integratori alimentari che servivano per sostenere un’alimentazione carente di alcuni elementi necessari al soggetto.

Il termine integrazione ha sempre posseduto anche una forte componente sociale per indicare il processo di inserimento in un determinato contesto socio-culturale di persone che provenivano da altri contesti culturali: l’integrazione sembrava un obiettivo ideale da raggiungere, molto meglio dell’aggregazione, dell’assimilazione o dell’omologazione.

Da qualche anno questo termine è entrato anche nel linguaggio ecclesiale associato, spesso ad un altro termine che, a partire dal Concilio Vaticano II ha assunto un valore nobile; il termine pastorale.

Pastorale integrata è un’espressione à la page che si trova spesso sulla bocca degli addetti ai lavori e -ahimé- anche sulla mia. Attualmente questa espressione viene utilizzata con due valenze principali che – a volte – tendono a confondersi. Due parole sommarie per orientarsi.

La prima valenza è quella assegnata all’espressione dal Convegno ecclesiale di Verona del 2006 durante il quale, a seguito di un’analisi preoccupata riguardo alla tendenza verso una frammentazione specialistica del’azione pastorale ecclesiale, si è proposta una nuova visione della pastorale che ponga al centro la persona con i dinamismi fondamentali della sua esistenza come ambiti e occasioni di evangelizzazione e di crescita nel’esperienza della fede. Non più quindi una pastorale che si strutturi secondo settori di competenza e di governo (catechesi, liturgia, carità, sociale, famiglia, scuola …), ma un’azione pastorale che tenga presenta la persona nella sua unitarietà e colga gli ambiti della sua vita in cui è più urgente un’azione evangelizzatrice (fragilità, affetti, tradizione, cittadinanza, lavoro e festa).

Una seconda valenza che si sta imponendo riguardo a questa espressione è quella che interpreta il processo di riorganizzazione territoriale in atto in diverse diocesi che, per far fronte alle esigenze di una nuova evangelizzazione e al calo numerico dei preti diocesani, cerca di rinnovare la presenza territoriale della comunità ecclesiale in modo più conforme alle esigenze del nostro tempo.

Perché si è assunto il termine integrazione? Perché esso ci permette di accostarci alla realtà non solo riconoscendo cosa manca, ma partendo da ciò che c’è e valorizzando al massimo quello che la realtà oggi ci presenta. Ogni prospettiva di crescita andrà pensata a partire da ciò che è presente e integrandolo in modo il più possibile armonico con ciò che ancora è carente.

E’ bello pensare anche a livello educativo ad una educazione integrativa e non omologante. Riconoscere ciò che c’è, partire dalle risorse della persona, dai doni di cui è portatore, per farli giungere alla pienezza dell’esperienza di vita. Ognuno di noi allora si può porre in un bel percorso di formazione permanente perché nessuno è così ricco e completo da non aver bisogno di integrazioni e nessuno è così povero da non aver un punto di partenza significativo da cui iniziare.

Integrare è verbo davvero prezioso

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

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