Archivi Mensili: marzo 2016

La Pasqua di Giuda Iscariota

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In questi giorni mi sono trovato a riflettere su quella domanda che gli apostoli nell’ultima cena rivolgono a Gesù. Quando il Signore annuncia che qualcuno lo avrebbe tradito, tutti si domandano: “Sono forse io, Signore?” perché, probabilmente, ognuno si sentiva esposto alla possibilità di un tradimento.

A duemila anni di distanza anche noi non possiamo prendere le distanze da questa possibilità e quella domanda ci coglie nella sua attualità per tutte le volte che abbiamo tradito il Signore e il Vangelo.

Sono andato a rileggere questa famosissima omelia di don Mazzolari, fatta nel giovedì santo del 1958. Fa sempre bene. La condivido con gli amici.

 

Nostro fratello Giuda

PRIMO MAZZOLARI, Nostro fratello Giuda, Editrice La Locusta, Vicenza 1972.

C’è un nome che torna nelle preghiera della messa, il nome di Giuda, il traditore. Chi tradisce il Signore, tradisce la propria anima, tradisce i fratelli, tradisce la propria coscienza, tradisce il proprio dovere, e diventa un infelice. Il Signore è presente nel riflesso del dolore di questo tradimento, che deve aver dato al cuore del Signore una sofferenza sconfinata.

Povero Giuda! E’ uno dei personaggi più misteriosi che troviamo nella passione del Signore. Mi accontento di domandare pietà per il nostro fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza! Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore: nessuno si deve vergognare di lui. E chiamandolo «fratello» siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: «Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’Uomo?». «Amico»: questa parola dice l’infinita tenerezza della carità del Signore, fa capire perché lo abbiamo chiamato «fratello».

Nel Cenacolo aveva detto:«Non vi chiamerò servi, ma amici». Gli apostoli sono diventati amici del Signore: buoni o no, generosi o no, fedeli o no, rimangono sempre amici. Noi possiamo tradire l’amicizia di Cristo; Cristo non tradisce mai noi, suoi amici. Anche quando non lo meritiamo, anche quando ci rivoltiamo contro di lui, anche quando lo rinneghiamo. Davanti ai suoi occhi, davanti al suo cuore, noi siamo sempre gli amici del Signore. Giuda è un amico del Signore, anche nel momento in cui baciandolo, consuma il tradimento del Maestro.

Come è finito nel tradimento? Conosciamo il mistero del male? Nessuno di noi ha scoperto dentro di sé il male. L’abbiamo visto crescere il male; non sappiamo perché ci siamo abbandonati al male perché siamo diventati bestemmiatori,, dei negatori. Non sappiamo perché abbiamo voltato le spalle a Cristo e alla Chiesa. A un certo momento è venuto fuori il male. Da dove è venuto fuori? Chi ce l’ha insegnato? Chi ci ha tolto la capacità di credere nel bene, di amare il bene, di accettare il dovere, di affrontare la vita come una missione?

Vedete Giuda, fratello nostro, fratello in questa comune miseria e in questa sorpresa. Qualcuno deve aver aiutato Giuda a diventare traditore. C’è una parola nel Vangelo, che non spiega il mistero del male in Giuda, ma che ce lo mette davanti in modo impressionante: «Satana lo ha occupato», ha preso possesso di lui. Qualcuno deve avervelo introdotto. Quanta gente ha il mestiere di Satana: distruggere l’opera di Dio, desolare le coscienze spargere il dubbio, insinuare l’incredulità, togliere la fiducia in Dio, cancellare Dio dal cuore di tante creature. Questa è l’opera del male: è l’opera di Satana. Ha agito in Giuda, può agire anche in noi. Per questo Gesù ha detto nell’Orto: State svegli e pregate, per non entrare in tentazione.

E la tentazione è cominciata con il denaro. Le mani che contano il denaro: Quanto mi date, se ve lo consegnerò? Gli contano trenta denari. …. Ecco il baratto. Trenta denari, il piccolo guadagno….sentite catalogare Giuda come un pessimo affarista. C’è qualcuno che crede di aver fatto un affare vendendo Cristo, rinnegando Cristo, mettendosi dalla parte dei nemici. Il guadagno: trenta denari! Non abbiamo la forza di tenerli nelle mani. Se ne vanno, perché dove la coscienza non è tranquilla, anche il denaro diventa un tormento. Un gesto denota una grandezza umana: glieli butta là. Quella gente capisce? Li raccoglie e dice: «Poiché hanno del sangue, li metteremo in disparte. Compreremo un po’ di terra e ne faremo un cimitero per i forestieri che muoiono durante la pasqua e le altre feste grandi del nostro popolo». Così la scena cambia.

Domani sera (venerdì santo), quando si scoprirà la croce si vedranno due patiboli: la croce di Cristo, un albero dove il traditore si è impiccato.

Povero Giuda, povero fratello nostro! Il più grande dei peccati non è quello di vendere Cristo, è quello di disperare. Anche Pietro aveva negato il Maestro, e poi lo ha guardato e si è messo a piangere. E il Signore lo ha ricollocato al suo posto: il vicario! Tutti gli apostoli hanno abbandonato il Signore, e sono tornati. E il Cristo ha perdonato loro. E li ha ripresi con la stessa fiducia. Ci sarebbe stato un posto anche per Giuda se avesse voluto, se si fosse portato ai piedi del Calvario, se lo avesse guardato almeno a un angolo, a una svolta della strada della «via crucis». La salvezza sarebbe arrivata anche per lui. Povero Giuda! Una croce e l’albero di un impiccato, dei chiodi e una corda. Direte: «Muore l’uno, muore l’altro». Ma qual è la morte che noi eleggiamo: sulla morte come il Cristo, nella speranza del Cristo; o impiccati, disperati, senza niente davanti?

Ma io voglio bene anche a Giuda: è mio fratello, Giuda. Pregherò per lui, perché io non giudico, io non condanno. Dovrei giudicare me, dovrei condannare me. Non posso non pensare anche per Giuda la misericordia di Dio, questo abbraccio di carità, questa parola «amico» che il Signore gli ha detto, mentre lui lo baciava per tradirlo, io non posso pensare che questa parola non abbia fatto strada nel suo povero cuore. Forse l’ultimo momento ricordando quella parola e l’accettazione del bacio, anche Giuda avrà sentito che il Signore gli voleva ancora bene, e lo riceveva tra i suoi, di là. Forse il primo apostolo è entrato insieme ai due ladroni: un corteo che certamente pare non faccia onore al figlio di Dio, come qualcuno lo concepisce, ma che è una grandezza della sua misericordia.

(Nella lavanda dei piedi) lasciate che baciando quei piedi, io pensi per un momento al Giuda che ho dentro di me, al Giuda che forse anche voi avete dentro. Lasciate che io domandi a Gesù, a Gesù che ci accetta come siamo, lasciate che io gli domandi, come grazia pasquale, di chiamarlo «amico». Perché la Pasqua è questa parola, detta a un povero Giuda come me, detta a dei poveri Giuda come voi. Questa è la gioia: che Cristo ci ama, che Cristo ci perdona, che Cristo non vuole che noi ci disperiamo. Anche quando noi ci rivolteremo tutti i momenti contro di lui, anche quando lo bestemmieremo, anche quando rifiuteremo il sacerdote all’ultimo momento della nostra vita, ricordatevi che per lui noi saremo sempre gli amici.

(Bozzolo (MN) , Giovedì santo 1958)

Ero straniero e non mi avete accolto

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Questa immagine è stata pubblicata sul Ponte di questa settimana nella pagina autogestita da Caritas e Migrantes e mi è piaciuta molto. Non so chi sia l’autore di questa icona, ma mi sembra che abbia espresso un contenuto molto forte. Il soggetto è evidente: è Gesù risorto con i segni della passione  ben evidenti sulle mani; gli occhi sono quelli a cui siamo abituati dalla contemplazione di tante icone, così il nimbo crociato che circonda il suo capo e l’abbreviazione del suo nome in greco: tutto come nelle icone del Pantocratore a cui siamo abituati.

Ma invece delle vesti regali, porta una t-shirt bianca e ci guarda, guarda coloro che stanno davanti a lui da dietro una barriera di filo spinato come le tante che sono state innalzate alle frontiere dei paesi europei. Le icone non fanno la morale, ma invitano alla contemplazione del mistero di Dio… questa volta un mistero di passione, tipico di questi giorni pasquali.

La morale potremmo però farla noi … ma prima di farla agli altri occorre che ci lasciamo colpire personalmente dall’immagine di questo volto che ci guarda e ci domanda di guardarlo negli occhi per dirgli che non ha diritto di essere accolto, che deve rimanere al di là di quel muro di filo spinato perché non siamo in grado di ospitarlo: abbiamo già troppi problemi e non ci possiamo fare carico di lui …

Non sarà un caso se questa sera – giovedì santo 2016 – Papa Francesco celebra la messa nella Cena del Signore  in un C.A.R.A. alla periferia di Roma e lava i piedi a dei profughi, uomini e donne di diversi paesi e diverse religioni. Non sarà un caso se nella Via Crucis di domani il Papa, guidato dalle meditazioni del vescovo di Perugia, ci inviterà a riflettere sul dramma dei poveri e dei rifiutati di questo tempo.

Non sarà un caso …

Per una Chiesa attenta ad ogni persona

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Ministeri e nuove ministerialità per una Chiesa in uscita missionaria

Per una Chiesa attenta ad ogni persona

Con questo stesso titolo il Ponte del 6 maggio 1979 annunciava l’istituzione dei primi 40 ministri. A quasi quarant’anni di distanza, la Diocesi sta vivendo un percorso di verifica sui ministeri istituiti e sulle nuove ministerialità.
Domenica 21 febbraio, in una Sala Manzoni stracolma, si è tenuto il convegno diocesano dei ministeri e venerdì 26 febbraio in seminario, l’assemblea del Presbiterio per una riflessione sui ministeri e le nuove ministerialità. Abbiamo chiesto a don Andrea Turchini, che è intervenuto in ambedue gli appuntamenti, di aiutarci a fare il punto della situazione.

Perché la nostra Diocesi ha fatto la scelta dei ministeri e qual è la situazione attuale?

La Diocesi ha fatto la scelta dei ministeri nel 1978 durante un’assemblea diocesana a cui le parrocchie si erano preparate. Si viveva il decennio dedicato dalla Chiesa italiana all’evangelizzazione e, l’anno precedente, era stato pubblicato Evangelizzazione e ministeri – un documento ancora molto attuale – nel quale si parlava della presenza dei ministeri come di un’opportunità per rendere più capillare la presenza della Chiesa. La nostra Chiesa colse questa opportunità. Dopo l’assemblea, subito si pubblicò un direttorio e si partì con un corso di formazione che portò una quarantina di persone a ricevere il ministero nel maggio del 1979.
Attualmente i ministeri i ministri istituiti sono circa 345 (238 accoliti e 107 lettori), mentre i ministri straordinari della comunione sono circa 834, in maggioranza donne. Le donne infatti, seconde le norme attuali, non possono accedere ai ministeri istituiti, mentre possono ricevere il mandato per portare la comunione ai malati.

Se sono così tanti, perché è necessaria una verifica e una riforma?

La realtà della Chiesa sta cambiando velocemente. Un’accelerazione importante è venuta dalla Evangelii gaudium con un invito pressante a riformare la Chiesa in uscita missionaria. Questi ministeri, voluti in Diocesi proprio per una prossimità al vissuto delle persone, oggi li ritroviamo piuttosto rinchiusi in un servizio organizzativo alle comunità. La colpa non è la loro, ma è la vita delle nostre comunità a ritrovarsi piuttosto ripiegata all’interno. Mentre l’invito all’evangelizzazione e la prospettiva della pastorale integrata ci richiamano ad uscire, tutti avvertiamo un certo timore e molte resistenza.

Dunque questi ministri saranno chiamati a diventare più missionari?

In una comunità che interamente è chiamata alla missione, i ministeri, ognuno secondo la propria vocazione specifica, saranno chiamati ad impegnarsi in prima linea. Non abbiamo alcun bisogno di accoliti che rimangano nelle sacrestie o lettori che non sono proiettati nella pastorale biblica. La liturgia e i momenti di formazione biblica che si stanno diffondendo nelle zone pastorali, dovranno trovare in questi ministri e in coloro che si avvicineranno al ministero nei prossimi anni, i primi animatori. Questo sarà un criterio importante per il discernimento della vocazione al ministero.

Parlare di vocazione non è esagerato? Non si tratta di un servizio fatto alla comunità?

Questo è uno dei fraintendimenti che ha rischiato e rischia di snaturare il ministero vissuto dai laici: quello di ridurlo ad un semplice servizio come altri, quando non addirittura ad una onorificenza. Sono i documenti della Chiesa che ci ricordano che l’origine del ministero è soprannaturale e l’assunzione di un ministero è stabile e pubblica. Sono termini che ci richiamano in modo molto chiaro ad una prospettiva vocazionale. Non è un caso che la prima istituzione, nel 1979, fu celebrata nella Giornata mondiale delle vocazioni e che al Centro diocesano vocazioni venne affidata la cura e la formazione dei primi ministri. In principio le cose erano molto chiare.

Ma come si diventa ministeri? Come accade questa vocazione?

È sempre molto difficile definire come accade una vocazione, perché il Signore agisce nei modi più fantasiosi nella vita delle persone e delle comunità. Noi possiamo dire quali sono gli elementi che non possono mancare sul piano personale e comunitario.
– La vocazione al ministero nasce in una comunità che vive il Vangelo ed è aperta alla missione: è la condizione per una ministerialità che non si risolve nel volontarismo individuale e che non cerca manovali che facciano cose; il ministero non sopporta auto candidature.
– Una comunità protesa all’evangelizzazione, in comunione con la Chiesa diocesana, si fa interrogare dalle esigenze del territorio in cui vive ed individua le necessarie ministerialità attraverso un processo di discernimento comunitario: quali sono le soglie (i vissuti) su cui ci sentiamo chiamati all’evangelizzazione? Chi nella nostra comunità può essere chiamato ed inviato per evangelizzare questi adulti? Quale ministero antico e nuovo possiamo individuare per corrispondere a questa domanda di Vangelo?
– Dal discernimento comunitario si passa al discernimento vocazionale vissuto, prima di tutto, nella comunità. Sarà la comunità che, consapevole delle esigenze di annuncio e conoscendo le persone che la compongono, individuerà le persone idonee per quel particolare ministero (secondo il modello indicato da At 6 e At 13).

Poi inizia la formazione. Qualcuno, anche tra i preti, la ritiene troppo esigente…

Accade che, poiché ci troviamo sempre in emergenza per provvedere alle esigenze delle nostre comunità, ci sembra che il tempo dedicato alla formazione sia tempo sprecato. Molti si accontenterebbero di avere delle competenze di base per poter svolgere in modo accettabile il ministero ed essere ritenuti idonei.
Invece crediamo che, per chi si avvicina al ministero, serva molto di più in termini di formazione spirituale, teologica e pastorale, perché è chiamato ad essere presenza viva di Cristo presso le persone o le piccole comunità che dovrà servire. Anche sulla formazione stiamo portando avanti una riflessione, non per abbassare il tiro, ma per renderla più integrale, più accessibile e più adeguata alla situazione ecclesiale attuale (zone pastorali e missione).

Come vedi il futuro dei ministeri?

Credo che stiamo vivendo uno straordinario tempo di grazia. La riforma della Chiesa in uscita missionaria ci pone di fronte a sfide inedite per la tradizione ecclesiale recente.
Dobbiamo avere il coraggio di fare quel passo a cui il Papa e i vescovi italiani, prima di lui, ci hanno invitato. Viviamo in un tempo di missione e di nuova evangelizzazione. Ancora abbiamo a disposizione tante risorse per essere comunità che evangelizzano e che accolgono la sfida di una presenza capillare al servizio di ogni persona che desidera o si apre all’esperienza della fede per divenire a sua volta missionaria.
I ministri istituiti e i ministri straordinari della comunione potranno essere tra i protagonisti e i primi corresponsabili di questa grande impresa ecclesiale a cui tutti siamo chiamati. Ma molti passi di questo processo di riforma dipendono da scelte coraggiose che siamo chiamati a fare oggi.

 

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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