Archivi Mensili: ottobre 2019

In attesa della risurrezione

Cimitero-2

“Canto il giorno e il tramonto”. Il “dia de los muertos” in Messico e in Italia
Intervento presso la Biblioteca A. Baldini – 30 ottobre 2019

Nella nostra cultura attuale il tema della morte è spesso censurato o ironizzato o esorcizzato, ma difficilmente lo si coglie come un’opportunità per confrontarsi sul senso della vita che, nel confronto con il mistero della nostra morte, chiede di esser esplicitato… Perché il vero tema è la vita che si ribella dall’essere considerata semplicemente e banalmente tempo per il consumo di beni ed esperienze, ma chiede di essere riconsiderata come un mistero grande che ci precede e ci succede… una vita che, per essere compresa pienamente, ha bisogno di essere collocata in un prima e in un dopo.

Il tema della morte ci interpella sulla nostra concezione di uomo, perché, mentre l’evento della morte ci accomuna, il senso che vi attribuiamo ha una grande influenza su come noi interpretiamo la nostra vita e la vita delle persone che ci sono accanto. Ancora una volta siamo chiamati a confrontarci sulla grande questione che – in ambito cattolico – è definita come la “questione antropologica; una questione cruciale perché coinvolge il concetto stesso di uomo, con grandi conseguenze sul piano del dialogo interreligioso, culturale, sociale e politico (pensiamo, solo per inciso, a dibattito attuale sul fine vita).

L’evento della morte è vissuto soprattutto in riferimento alle nostre relazioni, perché è lì che la morte ci colpisce con la sua violenza e la sua apparente ineluttabilità (più difficilmente siamo disponibili a riflettere sulla nostra morte); nelle relazioni famigliari, quelle delle persone che ci hanno accolto con un sorriso fin dai nostri primi respiri su questa terra, le persone che ci sono sempre state per noi (genitori, nonni, fratelli e sorelle), e le relazioni alle quali abbiamo scelto di legarci nell’amore e nell’amicizia, trasformando incontri occasionali in grandi storie che hanno cambiato la nostra vita. È proprio lì che la violenza della morte ci aggredisce. Per questo è molto interessante parlare insieme di come viviamo il rapporto con coloro che sono morti.

La fede cristiana, che nasce dal Vangelo e dall’evento pasquale di Cristo, ci consegna una visione dell’uomo proprio a partire dall’annuncio della risurrezione che impatta in modo molto forte proprio su questo tema della morte. Vi propongo di leggere velocemente alcuni testi dal Nuovo testamento che ritengo particolarmente importanti per comprendere il pensiero cristiano sul rapporto con i defunti.

Dal vangelo di Giovanni (cap 14)
Ci troviamo in quello che viene chiamato il discorso di addio che Gesù rivolge ai suoi discepoli nell’ultima cena. E’ una sorta di grande testamento spirituale che comprende quattro capitoli del Vangelo di Giovanni. Gesù ha già annunciato la sua morte ed è consapevole che il suo tempo su questa terra sta per compiersi.

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Dalla prima lettera ai Tessalonicesi (cap 4)
La prima lettera ai Tessalonicesi, secondo alcuni biblisti, è il testo più antico del Nuovo testamento, databile intorno all’anno 50/51 dC. La lettera è un testo disteso, non polemico. Tessalonica è una delle comunità evangelizzate da Paolo, Silvano e Timoteo.
Nella prima comunità c’era la convinzione che il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi sarebbe stato imminente. In questo contesto Paolo scrive le parole che seguono.

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Dalla prima lettera ai Corinzi (Cap. 15)
La comunità di Corinto era molto vivace ed ha dato a Paolo qualche preoccupazione. Era anche una comunità molto formata e Paolo consegna loro il testo più importante del NT sulla fede nella risurrezione dei morti. Noi ne leggiamo solo l’inizio e la fine.

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. (…)

Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Alcuni elementi di riflessione da questi testi (scelti fra molti altri)
1. C’è un elemento fondamentale che caratterizza la fede del cristiano che è la risurrezione di Gesù, la sua vittoria sulla morte. Questo evento inedito nella storia dell’umanità, che per tanti è stato difficile da accogliere, a causa dell’assoluta estraneità all’ordine naturale delle cose, rappresenta per i cristiani come un nuovo inizio per l’umanità, una nuova creazione caratterizzata proprio dalla possibilità di vincere la morte e di considerare la morte un passaggio a quella vita che diviene partecipazione della vita di Dio. Ciò avviene per un intervento diretto di Gesù che, quando verrà nella gloria, compirà l’opera della creazione distruggendo il male e la morte e rendendoci partecipi di quella vita per la quale siamo stati creati.

2. Per i cristiani questa possibilità di partecipare alla risurrezione non riguarda solo ciò che accadrà dopo la nostra morte, ma trasforma il nostro modo di vivere la nostra vita terrena: essa ci motiva nell’impegno, nella dedizione, nell’offerta di noi stessi, nel vivere le relazioni sapendo che esse sono custodite (cfr. 1Cor 15,57-58).

3. L’esperienza della morte, per i cristiani, rappresenta come una nuova nascita. Per questo, secondo alcuni autori, potremmo considerare questa vita come un lungo tempo di gestazione che, proprio come la gestazione pre-natale determinerà “la qualità della nostra vita” dopo questa nuova nascita.

4. Secondo la dottrina cattolica, “dopo la morte sopravvive l’io personale, dotato di coscienza e di volontà. Se si vuole chiamarlo “anima”, bisogna intendere questa parola alla maniera biblica. Esso perde il corpo, cioè l’insieme dei suoi rapporti sensibili con il mondo naturale e umano, ma continua a sussistere nella sua singolarità, in attesa di raggiungere la completa perfezione, al termine della storia, con la risurrezione” (Catechismo Adulti, 1195).
C’è quindi un “doppio passaggio” dopo la morte, che è molto importante comprendere perché sostiene tutta la prassi rituale e devozionale cristiana per i defunti: nel primo passaggio il corpo muore, ma l’anima sopravvive e, come afferma Benedetto XII nella Costituzione Benedictus Deus del 1342, “è in cielo, con Cristo, associata agli angeli santi”, a meno che non abbia bisogno di purificazione per portare a compiemento la sua adesione a Cristo. Alla fine dei tempi, quando il Signore compirà il suo Regno e ogni uomo diventerà partecipe della risurrezione del corpo, si realizzerà la vittoria definitiva sulla morte e tutta la creazione sarà redenta (Cfr Rom 8).

I riti e le preghiere legate ai defunti tengono presente di questa doppia prospettiva: domandano che l’anima del defunto divenga partecipe della beatitudine del cielo e che divenga partecipe della risurrezione alla fine dei tempi.

Dobbiamo ammettere, però, che nella coscienza “della gente” la prospettiva più importante, quella della risurrezione finale, risulta piuttosto sfumata e i più sembrano molto concentrati sulla fase intermedia che, per moltissimi, è già quella definitiva.

Propongo qualche testo preso dal Rito della esequie, il testo ufficiale con cui la Chiesa accompagna i defunti nel momento del funerale, professando la sua fede.
In questi testi di preghiere le due dimensioni si alternano e si completano: la prima dimensione è quella in cui si invoca da Dio la partecipazione alla gloria e alla pace nel cielo; la seconda è quella che invoca da Dio l’adempimento della promessa di risurrezione.

Dal “Rito delle esequie”
O Dio, in te vivono i nostri morti

e per te il nostro corpo non è distrutto,
ma trasformato in una condizione migliore;

ascolta la preghiera di questa tua famiglia,
e fa’ che il nostro fratello N.
sia accolto dalle mani degli angeli
e condotto in paradiso con il tuo fedele patriarca Abramo,
in attesa della risurrezione,

nel giorno del giudizio universale;
e se da questa vita
rimane in lui qualche traccia di peccato,
il tuo amore misericordioso lo purifichi e lo perdoni.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Dio, Padre misericordioso,
tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti
si compie il mistero del tuo Figlio morto e risorto:

per questa fede che noi professiamo concedi al nostro fratello N.,
che si è addormentato in Cristo,
di risvegliarsi con lui nella gioia della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

La celebrazione della messa in suffragio dei defunti
Per antica tradizione, durante la celebrazione della messa, si ricordano i defunti e si implora il dono della beatitudine per loro. La celebrazione della messa è un grande momento di comunione che travalica i limiti dello spazio e del tempo e ci porta alla presenza di tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace.

Per loro chiediamo al Signore la beatitudine, la luce e la pace.

Per il valore espiatorio del sacrificio di Cristo, che nella messa viene celebrato, invochiamo il compimento della purificazione per tutti i defunti, perché possano contemplare la gloria di Dio.

Padre Cesare Giraudo, uno dei più grandi liturgisti italiani, afferma:

Quando la preoccupazione per i nostri Defunti ci angoscia, giacché vorremmo conoscere con sicurezza la loro sorte, proprio allora dobbiamo interrogare la fede. Da una parte essa ci ricorda che, anche se l’inferno esiste, non siamo autorizzati a collocarvi positivamente alcuno. D’altra parte solo per i Defunti canonizzati essa dichiara l’avvenuto ingresso nella Chiesa trionfante. Per tutti gli altri Defunti la fede, attraverso il magistero della liturgia, ci invita in pari tempo a vederli nella casa del Padre e a pregare per essi. Siccome possono aver bisogno dei nostri suffragi, a noi incombe l’amorevole debito di carità di pregare indistintamente per tutti i nostri morti, domandando per essi quella stessa trasformazione escatologica nel corpo mistico che, ai ritmi delle nostre messe, non ci stanchiamo di domandare per ognuno di noi.” (Stupore eucaristico, p.132)

Le preghiere per i defunti e la visita al cimitero
Nella tradizione popolare è molto radicata la visita ai cimiteri nel giorno del 2 novembre (commemorazione di tutti i defunti) e in altre occasioni. L’attenzione e la cura per i luoghi di sepoltura indicano il nostro affetto per le persone che ci hanno preceduto, sono l’occasione per un ricordo grato al Signore e per una preghiera di suffragio. Il cimitero – per noi – è un luogo di riposo temporaneo per i defunti, in attesa della risurrezione finale. Dice ancora il rito della esequie nella preghiera di benedizione di un luogo di sepoltura:

Signore Gesù Cristo,
che riposando per tre giorni nel sepolcro,
hai illuminato con la speranza della risurrezione
la sepoltura di coloro che credono in te,
fa’ che il nostro fratello N. riposi in pace
fino al giorno in cui tu, che sei la risurrezione e la vita,
farai risplendere su di lui la luce del tuo volto,
e lo chiamerai a contemplare la gloria del paradiso.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Il cimitero non ha solo una valore funzionale, ma è il luogo della memoria collettiva in cui tutti possono ricordare e pregare per coloro che sono defunti.
La Chiesa, anche in caso di cremazione, chiede che le ceneri siano custodite nel cimitero; non è ammessa la dispersioni delle ceneri perché contraria alla fede nella risurrezione e al dovere di memoria della singola persona; scoraggia fortemente la custodia delle ceneri nella case private per richiamare all’esigenza di una memoria comunitaria e per il rispetto dei resti mortali del defunto.

La tradizione della Chiesa ci porta a pensare che i nostri defunti, non solo abbiano bisogno delle nostre preghiere, ma siano loro stessi a intercedere per noi presso Dio per sostenerci nelle vicende della nostra vita e aiutarci ad essere fedeli alle promesse del nostro battesimo.

In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore
rifulge a noi la speranza
della beata risurrezione,
e se ci rattrista la certezza di dover morire,
ci consola la promessa dell’immortalità futura.
Ai tuoi fedeli, o Signore,
la vita non tolta, ma trasformata;
e mentre si distrugge la dimora
di questo esilio terreno,
viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.
Per questo mistero di salvezza,
uniti agli angeli, ai santi, (e ai nostri fratelli e sorelle defunti),
cantiamo senza fine l’inno della tua lode.

dia de los muertos

L’acqua viva nella Bibbia

sorellaacqua-20180605145756

Intervento proposto alla Biblioteca Baldini di Santarcangelo il 25 ottobre 2019

L’acqua, oltre che elemento naturale fondamentale, rappresenta uno dei simboli vitali comuni a tutte le religioni.
La Bibbia, però, riguardo l’acqua, anche nella sua valenza simbolica, mantiene un approccio ambivalente: essa è segno di vita e fecondità quando è acqua sorgiva; è segno di morte e di caos quando la si ritrova in ampie distese come nel mare o nei laghi.

Partiamo dal principio
Secondo la narrazione biblica in principio le acque coprivano la terra e lo Spirito di Dio, unica forma vivente, vi aleggiava sopra. Questa acque diffuse sono il caos primordiale che chiede di essere ordinato.

Nei primi giorni della creazione Dio dà un ordine alla acque ed impone dei confini: attraverso il firmamento divide le acqua che sono sopra (le acque piovane) dalle acque che sono sotto il firmamento; successivamente dividerà le grandi distese d’acqua dalla terra ferma ponendo alle acque dei confini ben definiti a sicurezza per l’uomo (Pr 8,29).

L’acqua simbolo di morte
Non sono pochi i testi della Bibbia in cui l’acqua è simbolo di morte. Due sono i più famosi:

  • Il racconto del diluvio come grande reset della creazione corrotta dal peccato dell’uomo (Gen 6-9).
  • Il racconto del passaggio del Mar Rosso, passaggio per la libertà per Israele, ma luogo di morte per gli Egiziani che, nella loro arroganza, non hanno riconosciuto il volere dell’Onnipotente (Es 14-15).

In ambedue questi racconti esiste una situazione grave di ribellione nei confronti di Dio che chiede di esser purificata. Il mare, la distesa dell’acqua, diviene luogo di morte per molti e il passaggio ad una nuova vita per pochi. In ambedue i casi possiamo parlare di un nuovo inizio che passa attraverso l’acqua e la sua potenza di morte.

L’acqua simbolo di vita
Sono molto più numerosi i testi biblici che ci parlano dell’acqua come simbolo di vita e di fecondità. In questo caso – come accennato – l’acqua si presenta nella sua forma sorgiva.

  • L’acqua che scaturisce dalla roccia durante il cammino nel deserto è un segno immediato di possibilità di vita lì dove ci poteva essere solamente morte (Cfr. Es 17).
  • Ma soprattutto nella letteratura sapienziale e profetica il segno di quest’acqua sorgente di vita ritorna più volte: Sal 1,3; Ger 2,9; Ez 47. In tutti questi testi l’acqua sorgiva ha una potenza di fecondità che supera ogni difficoltà e ogni minaccia di morte.

Gesù e l’acqua viva
Nel Vangelo, soprattutto nel Vangelo secondo Giovanni molto più ricco sul piano simbolico, Gesù si attribuisce il simbolo dell’acqua viva sorgente di vita nuova.

  • Nel dialogo con la Samaritana, al cap. 4, questo tema suscita la curiosità della donna di Samaria avvicinatasi a Gesù con sospetto e pregiudizio. Gesù afferma di essere lui la sorgente di acqua viva che toglie ogni sete.
  • Due guarigioni importanti avvengono intorno a due piscine di acqua sorgiva presenti a Gerusalemme (la piscina di Betzaetà e quella di Siloe). Presso queste piscine Gesù associa o sostituisce il suo intervento terapeutico al valore terapeutico dell’acqua (Gv 5 e Gv 9).
  • Ma è soprattutto in altri due testi che Gesù si fa sorgente di acqua viva: il primo in una dichiarazione molto potente di tono profetico al cap. 7,37-39 di Giovanni:

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

Ed il testo più famoso ed importante che è il racconto della morte di Gesù, dove Giovanni introduce un particolare che solo lui racconta.

Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. (Gv 19,33-35)

Questo segno riportato dall’evangelista Giovanni e così fortemente sottolineato, segna il legame tra il battesimo e la Pasqua di Gesù. Quell’acqua e quel sangue che scaturiscono dal fianco di Cristo morto sulla croce, sono il segno dei due sacramenti più importanti della vita della Chiesa (battesimo ed eucaristia), sorgente di una nuova umanità che nasce dalla Pasqua di Cristo.

L’acqua viva del Battesimo – passaggio dalla morte alla vita
Nella Chiesa se si parla dell’acqua si fa sempre riferimento al Battesimo.
Esso racchiude in sé tutti i significati biblici dell’acqua così come li abbiamo visti nella Sacra Scrittura e rimanda ad una nuova creazione che Dio realizza a partire dalla Pasqua di Gesù. Si potrebbe dire molto, ma tutto è ben sintetizzato in un testo che la Chiesa usa per benedire l’acqua nella notte di Pasqua, prima del battesimo dei catecumeni.

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali,
tu operi con invisibile potenza
le meraviglie della salvezza;
e in molti modi, attraverso i tempi,
hai preparato l’acqua, tua creatura,
ad essere segno del Battesimo.

Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque
perché contenessero in germe la forza di santificare;
e anche nel diluvio hai prefigurato il Battesimo, perché, oggi come allora,
l’acqua segnasse la fine del peccato
e l’inizio della vita nuova.

Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo,
facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso,
perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati.

Infine, nella pienezza dei tempi,
il tuo Figlio, battezzato da Giovanni
nell’acqua del Giordano,
fu consacrato dallo Spirito Santo;
innalzato sulla croce,
egli versò dal suo fianco sangue e acqua,
e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:
«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo».

Ora, Padre,
guarda con amore la tua Chiesa
e fa’ scaturire per lei la sorgente del Battesimo.
Infondi in quest’acqua,
per opera dello Spirito Santo,
la grazia del tuo unico Figlio,
perché con il sacramento del Battesimo
l’uomo, fatto a tua immagine,
sia lavato dalla macchia del peccato,
e dall’acqua e dallo Spirito Santo
rinasca come nuova creatura.

Discenda, Padre, in quest’acqua,
per opera del tuo Figlio,
la potenza dello Spirito Santo,
perché tutti coloro
che in essa riceveranno il Battesimo,
sepolti insieme con Cristo nella morte,
con lui risorgano alla vita immortale.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Ma non paga il Vaticano?

concept money and small tree in jar and sunshine

Chiesa e denaro.
Un tema ritornato nuovamente alla ribalta per la prossima pubblicazione di un libro che annuncia grandi e scandalose rivelazioni. Su “Avvenire” di oggi (22 ottobre 2019) mons. Galantino spiega come stanno le cose, ma non credo che saranno molti a credergli. 

Nella realtà i nostri bilanci di gestione sono in rosso; molte parrocchie non riescono più a coprire le spese per le utenze, figuriamoci quelle per la manutenzione …
Conosco dei preti che rinunciano alla parte di stipendio che dovrebbero avere dalla loro parrocchia perché la comunità non è in grado di sostenere quella spesa (seppure piccola); altri sacerdoti pagano di tasca loro le utenze della parrocchia, pur di non chiedere denaro alla gente: si vergognano, hanno timore del giudizio delle persone. 

Ogni anno pubblichiamo il bilancio della parrocchia, ci rendiamo disponibili a parlarne a partire da quei numeri che dicono della nostra realtà economica; abbiamo da tempo persone della comunità che condividono con noi la gestione economica, ma pochi credono alla verità di quanto è scritto e sono disponibili a parlarne e a confrontarsi seriamente. Alcune persone generose intervengono periodicamente, ma la stragrande maggioranza si sente esonerata dal sostenere la comunità cristiana e reagisce con fastidio ad ogni proposta di partecipazione e contribuzione.

Faccio solo alcuni esempi.

Durante la messa c’è un gesto antichissimo che coinvolge tutta la comunità: la colletta. Alcune volte nell’anno essa è destinata a necessità della Chiesa universale (missioni, seminario, carità del papa); normalmente essa diviene un gesto di partecipazione alle necessità della comunità: è un gesto di comunione che dovrebbe consentire a tutti, in modo semplice, di coinvolgersi per le necessità comuni, proprio mentre si celebra la messa. Questo gesto, per la maggioranza dei cristiani anche praticanti, ha perso ogni significato.
Invito buttare l’occhio nei cestini delle offerte alla fine della messa: sono il risultato dello svuota-tasche con molte monete da 1 e 2 centesimi, monete che non avremmo il coraggio di dare in elemosina ad un povero che ci chiede la carità, ma che possiamo indifferentemente scaricare nel cestino della messa.
Non è una questione di importi (vale sempre la regola dei due spiccioli della vedova), ma del senso di un gesto: non ha più alcun significato per la maggior parte della gente; non coinvolge la vita delle persone e delle famiglie; è un gesto meccanico che si fa per togliersi un pensiero… non viene in mente che in quell’occasione ci può rendere partecipi di quanto la comunità vive e sostiene anche in modo ordinario.

Durante i funerali c’è la tradizione di raccogliere offerte in memoria dei defunti.
Sono sempre più le famiglie (più del 50%) che, nell’occasione del funerale fanno intervenire associazioni di vario tipo perché – ci confidano – vogliono cogliere l’opportunità per fare beneficenza e sostenere questa o l’altra realtà. Tutto bene, per carità, ma è evidente che a non tutti viene in mente che si possa fare beneficenza anche alla parrocchia per sostenerla nel suo impegno educativo, nell’impegno per i poveri, nel mantenimento decoroso delle strutture. 

Chi ci ha preceduto ci ha lasciato in eredità delle strutture che, normalmente, servono alla vita della comunità. Poi accade qualche volta che qualcuno si impegni in una iniziativa di beneficenza, che nulla ha a che fare con la comunità cristiana, e chieda l’utilizzo gratuito delle strutture, come se a noi non costassero nulla in manutenzione, pulizie, utenze… e si meravigliano molto quando richiediamo un rimborso spese. La gente non capisce; ci ritiene insensibili, incapaci di renderci partecipi del loro impegno. Facciamo spesso una brutta figura. Ma come fare per aiutare a capire?

E’ molto difficile parlare di queste cose!
Si ha paura di allontanare le persone.
Si rimanda la soluzione dei problemi, si lasciano decadere le strutture perché si ha timore di creare situazioni di tensione… 
Io stesso, mentre scrivo, sono indeciso se pubblicare questo testo che da molto tempo sta covando nella memoria del mio PC.
E invece è urgente parlarne!

Le soluzioni che spesso in alcune comunità vengono invocate (vi aiuterà la Diocesi! vi aiuterà il Vaticano!) sono fantasiose: la Diocesi, come è stato dichiarato pubblicamente più volte, ha una situazione debitoria molto importante e il Vaticano non ha competenza per la vita delle nostre comunità, soprattutto perché ci troviamo in quella parte del mondo che, nonostante tutto, è ancora la più ricca.

Presto dovremo fare delle scelte per ridurre le nostre spese; dovremo abbandonare delle strutture che abbiamo utilizzato per molto tempo, perché non abbiamo il denaro per sostenerle e per fare le necessarie manutenzioni; dovremo cercare un profilo più sostenibile, a partire dalle risorse che effettivamente abbiamo, non quelle che, teoricamente, vorremmo avere. Sarà un processo che ci farà bene, ci renderà più leggeri, che ci chiederà coraggio e sapienza; un processo che dovremo fare insieme alle nostre comunità, coinvolgendo la gente in quelle scelte. 

Ma dovremo anche educare le persone, soprattutto quelle che si sentono effettivamente partecipi, a contribuire economicamente e in modo significativo perché la vita della comunità, come quella di una famiglia, dipende un po’ anche da questo.

E’ necessario cominciare a parlare e condividere le scelte per la gestione economica delle nostre parrocchie. Con questa riflessione vorrei dire che per parte nostra siamo disponibili, anzi desiderosi di farlo. A coloro che fanno parte delle nostre comunità chiediamo di aiutarci per comprendere come condividere questa preoccupazione e le scelte che ci attendono.

Per il resto, ognuno si comporti in coscienza come meglio ritiene.

Una luce per la Siria /2

candela-veglia-preghiera-e1481815984438

Un momento semplice e non strutturato.
Il segno semplice di una candela accesa.
Lo stare insieme dando ad ognuno la possibilità di esprimere e condividere ciò che vive di fronte al dramma della guerra che ancora una volta insanguina il mondo in modo evidente; e poi il desiderio di pace; il non cedere alla rassegnazione di fronte all’apparente ineluttabilità degli eventi, alla logica bieca degli interessi di qualcuno più forte che soverchia il piccolo e il debole…

Diverse persone sono intervenute: persone impegnate nelle istituzioni e nelle associazioni o semplici cittadini: ad ognuno è stata data la possibilità di esprimersi.
Chi è intervenuto si è preso il tempo di cui aveva bisogno per dire il suo pensiero.

Moltissime delle cose dette sono state molto interessanti.
Io ne ho portate a casa tre:

– di fronte alla grandezza dei problemi, non possiamo dimenticare il valore dei gesti semplici, quelli che ci rendono uomini e donne, quelli che ci riportano a ciò che è essenziale e importante; molti mi hanno detto grazie per questa proposta; anche io ho detto grazie perché è stata accolta da molti… eppure era semplice.
Forse è sempre semplice… me lo devo ricordare!

– non possiamo pensare che un gesto sia sufficiente; esso ha valore se innesca un processo che ci porta, da domani, a parlare delle cose che sentiamo vere lì dove viviamo e lavoriamo; infatti non è sufficiente confrontarsi tra persone che la pensano nello stesso modo; occorre darsi la possibilità (oggi ritenuta molto coraggiosa, quasi incosciente) di parlare e confrontarsi con semplicità anche con chi non la pensa come me/noi: solo allora qualcosa può cambiare.
– la cose che accadono, quelle di cui sentiamo notizia nei telegiornali o sui social media non accadono per caso o per la follia di qualcuno; sono il risultato della strategia disumana di chi considera alcuni obiettivi economici, politici, ideologici più importanti della dignità delle persone. Quando le persone vengono uccise impunemente, usate come scudi umani, usate come strumento di minaccia verso altre  persone o addirittura stati, tutto questo non accade per caso o per la follia di qualcuno. Questa logica perversa e omicida, che porta qualcuno ad arrivare ad uccidere altri uomini e donne, è una logica presente anche dentro di me/noi, perché ognuno rischia di esserne infettato.
E’ necessario aiutarsi per custodire sana la nostra coscienza, nel rispetto dell’altro come persona, nel rispetto dei suoi diritti, nel rispetto della legalità, senza indulgere in deroghe dettate dalla necessità o dall’interesse personale. Anche così si costruisce la pace e si contrasta la logica della guerra.

Quello che tu puoi fare è solo una goccia nell’oceano, ma è ciò che da significato alla tua vita! (Madre Teresa di Calcutta). Vale sempre!

Una luce per la Siria

candela-veglia-preghiera-e1481815984438

Lo scorso anno ci siamo riuniti in piazza Ganganelli per accendere una luce in occasione del bombardamento degli USA sulla Siria, per dire semplicemente, ma con chiarezza che la guerra genera solamente guerra e non risolve i conflitti.
In questa settimana, dopo una serie di ambigue dichiarazioni, la Turchia ha deciso di bombardare città e villaggi in territorio siriano. La situazione politica in quell’area è complessa ed intricata, ma, per noi uomini e donne semplici, la questione è semplice: la guerra è e rimane un’opzione inaccettabile, soprattutto perché, come sempre, le vittime sono persone innocenti, civili inermi, soprattutto donne e bambini.
Mi sembra di non poter fare nulla, ma non voglio rimanere indifferente.
Non voglio che la mia vita proceda come se nulla fosse, come se ciò che accade in questi giorni non mi riguardasse.

Domani, venerdì 11 ottobre 2019, dalle ore 19.30 alle ore 20.30 io sarò in Piazza Ganganelli a Santarcangelo con una candela accesa, per digiunare e dire a me stesso e a coloro che mi sono intorno che la mia mia vita non può procedere secondo l’agenda, come se nulla stesse accadendo.
Tutti coloro che lo desiderano possono unirsi a me, semplicemente, senza pretese, senza slogan urlati, ma solo per accendere una luce che illumini il buio di quella parte del mondo che è vittima della guerra.
La luce di una candela è piccola, ma è capace di accendere altre candele.
Se volete spargete la voce.

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: