Archivi Mensili: gennaio 2016

La messa delle 11

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Nell’immaginario ecclesiale non tutte le messe domenicali sono uguali. Le messe sono diverse in base a coloro che vi partecipano. Quelli espressi in queste righe sono per lo più dei luoghi comuni, ma, come tutti i luoghi comuni, si radicano in una certa esperienza, ovviamente non esaustiva.

Quali sono le “messe tipo”?

C’è la messa del mattino (alle 8?) che è delle nonne e delle mamme, di quelle che la mattina della domenica si svegliano presto perché dopo hanno altro da fare. Si tratta di un’assemblea liturgica composta da un gruppo di fedelissime, con ruoli ben definiti e gerarchie stabilite nel corso degli anni. E’ presente anche qualche uomo, ma si guarda bene dall’intervenire. E’ una messa in cui non ti aspetti sorprese, le cose scorrono lisce come sempre. Chissà se è un bene?

C’è poi la famigerata “messa dei bambini” (alle 10?), così chiamata soprattutto per tradizione, perché di bambini è da un bel po’ che non se ne vedono in numero tale da giustificare tale espressione (anche se qualcuno, giustamente, l’ha sempre contestata). E’ la messa gestita dalle catechiste e dai gruppi della catechesi dei ragazzi dell’Iniziazione cristiana. E’ una messa festosa, agitata e caotica, sempre con qualcosa da fare e da organizzare. E’ una messa che alcuni apprezzano per la vivacità, altri invece, per lo stesso motivo, non la sopportano. E’ una messa dove spesso ci si concede un po’ di free style, dove si azzardano proposte un po’ border line con l’attenuante che lo si fa per favorire la partecipazione dei bambini e dei ragazzi. Anche in questo caso qualche domanda non guasterebbe, qualche verifica potrebbe essere necessaria, ma non è il tema che ci interessa.

Infine (sempre nell’immaginario ecclesiale) c’è la messa nobile, la messa delle 11, quella frequentata dalle famiglie (?!?) – si dice -, dai “maggiorenti” della parrocchia, dagli adulti. E’ sempre stata considerata la messa che conta, quella che mostra l’immagine della parrocchia … potrei continuare con i luoghi comuni, ma non serve, perché sembra che proprio questa messa stia entrando in crisi di partecipazione, e ben a due livelli:

  • è sempre più difficile trovare in questa messa persone che si rendano disponibili all’animazione e ad una partecipazione collaborativa (dai semplici lettori al coro); coloro che vi partecipano risultano piuttosto passivi, non vogliono essere scocciati;
  • inoltre mancano proprio le persone: queste messe risultano poco partecipate.

Mi è capitato di andare a sostituire qualche amico prete e mi sono trovato davanti a chiese semi-vuote; anche altri operatori pastorali della città di Rimini mi dicono che è proprio la celebrazione che evidenzia maggiore difficoltà. Perché?

Io non ho la pretesa di avere delle risposte che, peraltro, potrebbero essere diverse di situazione in situazione; ma alcune domande ce le possiamo porre.

Chi era la gente abituata ad andare a quella messa? Erano i giovani, le giovani famiglie o le coppie degli adulti; erano le persone che esprimevano un’adesione consapevole alla comunità e non solamente tradizionale. Erano le persone che professavano una fede adulta, responsabile, e vivevano una corresponsabilità nella comunità cristiana… (mi è scappato l’imperfetto; chiedo scusa, ma lo lascio). Dove sono? Quando vanno a messa? Ci vanno?

Il Concilio affermava che la Liturgia è la manifestazione della Chiesa (SC 41-42), ma questo non è vero solo in senso teologico; in qualche modo è vero anche in senso storico e “sociologico” (anche se questa parola è tabù per molti preti). Se quella messa a cui partecipavano “un certo tipo di persone” è pressoché deserta, forse vuol dire che proprio quelle persone non si sentono più coinvolte dalla nostra comunità e sono assenti non per pigrizia, ma per scelta.

Dove sono i giovani? dove sono le giovani famiglie? dove sono gli adulti “militanti”? dove sono coloro che hanno fatto la scelta di vivere un cammino di fede e di condividerlo nella comunità? Sono solo delle domande che vorrei condividere in questo anno della missione, perché sono domande che non sento più circolare nei nostri contesti, quasi ci fossimo rassegnati a vivere in quel deserto.

Ho sentito qualcuno proporre soluzioni pragmatiche: visto che la messa delle 11 è quasi deserta, uniamo le messe, proponendone una unica alle 10.30! Forse tra qualche tempo questa scelta sarà necessaria anche per altri motivi; ma la domanda del perché certa gente non viene più, così non l’abbiamo affrontata: l’abbiamo solo evitata!

Quando siamo invitati dal Papa e dal Vescovo a ricuperare uno stile missionario nelle nostre parrocchie, non è per “espandere i nostri domini”, ma per andare a cercare coloro che, pur essendo cristiani battezzati, non sentono più a casa nelle nostre comunità e sono molti.

Condivido qualche lettura che mi ha interessato, anche se ci sono alcuni punti (soprattutto nei libri di Brugnoli) che mi lasciano alquanto perplesso; gli autori sono persone serie e appassionate e vale la pena prestare loro attenzione:

  • A. Matteo, La prima generazione incredula. Il difficile rapporto tra giovani e fede, Rubettino
  • A. Matteo, La fuga delle quarantenni. Il difficile rapporto delle donne con la Chiesa, Rubettino
  • A. Brugnoli, E’ tempo di svegliarsi. Rinnovare le parrocchie con la Nuova evangelizzazione, Paoline
  • A. Brugnoli, Parrocchie da incubo. Manuale per cambiare stile di Chiesa, Fede&Cultura

Nessun libro può rispondere ai problemi che ognuno di noi vive nella comunità, ma un libro può aiutare a vedere le cose da un altro punto di vista, a pensare, e a condividere un pensiero con altri, pratica che, a mio modestissimo parere, anche nelle nostre comunità è un po’ desueta.

Perché non condividere riflessioni ed esperienze?

 

Scoprirsi conservatori e otri vecchi

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Quest’anno ho compiuto cinquant’anni. Nulla di grave: accade ai fortunati e a quelli che –come me – non diventano santi troppo presto. Sono contento di essere adulto; non mi sento di inseguire un giovanilismo a tutti i costi. Mi tengo la mia calvizie e la mia pancia; non mi turbo per i capelli grigi e lo scolorimento della barba.

Sento una giusta distanza generazionale dai più giovani; mi sorprendo un po’ quando i ventenni non riescono a darmi del “tu”, ma non è cosa grave… problemi loro!

In montagna è da un bel pezzo che non sono più il primo in cima alla fila; non lo pretendo più da qualche anno. Piuttosto approfitto della funzione fotografica del cellulare per riprendere panorami, ma, soprattutto per riprendere fiato quando la salita diventa difficile. Qualche volta la notte mi devo alzare e la mattina mi risulta meno faticoso alzarmi presto. Ho dovuto comprare degli occhiali con lenti progressive perché gli occhiali da lettura sono diventati indispensabili anche nella quotidianità. Insomma è inevitabile che, con l’andare del tempo, le cose cambino e si comincino a cogliere i segni del tempo che passa.

Una cosa però mi scandalizza molto e non so se è solo il frutto dell’anzianità incipiente: a cinquant’anni scopro in me stesso un animo conservatore. Non mi capacito! Tutto avrei pensato di me stesso, fuorché ritrovare in me le resistenze al nuovo che ho sempre mal sopportato nei più grandi.

Il mio “io ideale” rimane coerentemente fedele ad un’immagine di persona attenta ai cambiamenti, capace “di stare sul pezzo”, disponibile ad accogliere le novità con la giusta sapienza e il corretto discernimento, … ma, se do ascolto “alla mia pancia” e ai miei sentimenti, sento delle resistenze di fronte ad alcune cose che cambiano, cose non tanto importanti in realtà, ma sufficienti per crearmi quel disagio tipico di chi preferirebbe conservare il dato acquisito e meglio conosciuto …

Poi ieri arriva questo brano di Vangelo, Mc 2,18-22, letto e riletto centinaia di altre volte, e l’omelia graffiante del Papa, rilanciata da molti social network ,che mi persuade che il problema non è l’anzianità, ma lo spirito.

A qualsiasi età possiamo essere otri vecchi, incapaci di accogliere la novità perenne che è Dio e il suo Regno.E tutte le volte che mi appoggio a ciò che so già per fare meno fatica, dice il Papa, sono un idolatra e un ribelle.

Donami, Signore, di essere aperto alla novità dello Spirito e del Vangelo. Rendimi Tu nuovo con la tua Grazia, quando il mio cuore si indurisce e non riesco a riconoscere che ci sei Tu in quell’invito a cambiare e a diventare nuovi. Donami una simpatia per tutto ciò che mi richiama ad essere più fedele a te e al Vangelo, anche se mi chiede di cambiare, di convertirmi, da ciò che non mi sembrava fosse male o che, per tanto tempo, mi è sembrato potesse andare bene…

Mi viene in mente quanto Giovanni Paolo II ci ha ricordato a Tor Vergata, al termine della memorabile Veglia di preghiera della GMG del 2000, quando parlando a braccio ha aggiunto quella famosa frase:

C’è un proverbio polacco che dice: “Kto z kim przestaje, takim si? staje“. Vuol dire: se vivi con i giovani, dovrai diventare anche tu giovane. Così ritorno ringiovanito. E saluto ancora una volta tutti voi, specialmente quelli che sono più indietro, in ombra, e non vedono niente. Ma se non hanno potuto vedere, certamente hanno potuto sentire questo “chiasso”. Questo “chiasso” ha colpito Roma e Roma non lo dimenticherà mai! Giovanni Paolo II – 19 agosto 2000

Donami questo spirito, Signore. Fammi stare vicino ai giovani per poter rimanere un otre nuovo, capace di accogliere te, che sei l’eterna novità dello Spirito.

Dio non è un amuleto

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Quando il popolo fu rientrato nell’accampamento, gli anziani d’Israele si chiesero: «Perché ci ha sconfitti oggi il Signore di fronte ai Filistei? Andiamo a prenderci l’arca dell’alleanza del Signore a Silo, perché venga in mezzo a noi e ci liberi dalle mani dei nostri nemici»…Quindi i Filistei attaccarono battaglia, Israele fu sconfitto e ciascuno fuggì alla sua tenda. La strage fu molto grande: dalla parte d’Israele caddero trentamila fanti. In più l’arca di Dio fu presa … Cfr. 1 Sam 4,1-11

La prima lettura nella messa di oggi, narra di una terribile sconfitta dell’esercito d’Israele con i Filistei ( leggi il testo ). I Filistei vengono per cercare battaglia e vincono.

Un’occasione mancata

Gli anziani del popolo si pongono una domanda importante che però non viene presa sul serio: perché il Signore oggi ci ha sconfitti di fronte ai Filistei?  Non dicono: come mai siamo stati sconfitti in battaglia dai Filistei? La domanda è stata posta in modo corretto, secondo la fede d’Israele: se il popolo era stato sconfitto era perché Dio lo aveva permesso: perché era accaduto? Questa domanda avrebbe dovuto aprire una riflessione nel popolo ma non accade e perdono una grande occasione.

Scelgono invece la scorciatoia della superstizione e considerano l’arca dell’alleanza alla stregua di un amuleto da portare in battaglia perché, con la sola sua presenza, conduca magicamente alla vittoria. Accade un disastro. I Filistei fanno strage degli Israeliti e catturano l’arca dell’alleanza. Dio non si lascia incastrare dalle nostre superstizioni e non combatte le nostre battaglie se noi non viviamo una relazione vera con lui. Dio non è un juke box che eroga soluzioni a problemi a domanda. Dio guarda il nostro cuore e interviene in nostro aiuto quando la nostra intenzione è onesta.

Mi vengono in mente due applicazioni concrete strettamente collegate a questo tema: l’indulgenza del Giubileo e la benedizione delle case.

Il Giubileo e l’indulgenza

Uno dei doni più belli del Giubileo è l’indulgenza plenaria che si può ottenere varcando le porte sante e vivendo i gesti richiesti (confessione, comunione, professione di fede, preghiera per il papa). L’indulgenza, come dice il Catechismo della Chiesa Cattolica (n. 1471) è la remissione della colpa temporale conseguenza del peccato, perché il peccato ha sempre delle conseguenze e anche se io vengo perdonato, rimango responsabile delle conseguenze causate dal mio peccato. L’indulgenza agisce su queste conseguenze. Ma non è un fatto magico. Per ottenere l’indulgenza si richiede la conversione del cuore e il desiderio di aderire con tutto noi stessi alla volontà di Dio. Non pensiamo di prendere in giro il Signore. Se non c’è questa adesione, almeno come desiderio sincero, difficile pensare che ci possa essere indulgenza.

Attenzione dunque a non considerare il Giubileo una sorta di sanatoria indipendentemente dalle intenzioni del cuore. La grandezza della misericordia di Dio si manifesta quando un uomo si converte come Zaccheo (Lc. 19) e come il figlio prodigo (Lc. 15).

La benedizione delle case (o visita alle famiglie)

In questi giorni molti dei miei amici preti stanno partendo per la benedizione delle case o, come si dice, per la visita alle famiglie (la distinzione è molto giusta e pertinente). Perché la gente ci accoglie a casa? Molti hanno il sincero desiderio di questo incontro e approfittano di quei pochi minuti per un colloquio oltre che per la preghiera fatta insieme. Altri desiderano semplicemente rispettare una tradizione tramandata dai tempi antichi. Alcuni (non so dire se pochi o molti) vivono questa benedizione come una sorta di porta fortuna, come un rito propiziatorio che è indipendente dalle esigenze della fede. Ma che cosa significa chiedere la benedizione di Dio se desidero usarlo per arrivare ai miei scopi e lo strumentalizzo per i miei affari? Potrà Dio benedire quello che non corrisponde alla sua volontà?

Il lebbroso di Mc 1,40-45

Nel vangelo di oggi ci viene presentata la figura di un lebbroso che con coraggio e umiltà si avvicina a Gesù dicendo: “se vuoi puoi purificarmi”. Di fronte a quest’uomo gravemente ammalato, escluso dalle relazioni, proprio a causa della sua malattia e condannato ad una morte sociale, Gesù prova una grande compassione. Sente il cuore di quell’uomo, il suo desiderio di vita, ma anche la sua delicatezza nell’accostarglisi.

Gesù stende la mano, tocca quell’uomo e dice una parola che è una buona notizia: lo voglio; sii purificato! E all’istante quell’uomo fu guarito dalla lebbra.

Dio non gode del male dell’uomo, anzi, come diceva Benigni l’altro ieri presentando il libro del Papa, Dio partecipa al dolore dell’uomo soffrendo lui stesso e facendo diventare il dolore uno spazio di condivisione con l’uomo. Dio desidera la vita dell’uomo, la sua gioia, la sua salute, ma non si lascia trattare da amuleto. Il lebbroso si avvicina a Gesù con delicatezza, con speranza, con un desiderio sincero non inquinato dalla pretesa. E Gesù interviene.

Se quegli anziani del popolo si fossero chiesti cosa significava quella sconfitta… se invece di risolvere il problema fossero rimasti a considerare le cause di quella sconfitta e avessero convertito il loro cuore … e non avessero trattato Dio come un amuleto …

E noi nelle nostre sconfitte … di fronte alla nostre lebbre …?

Una preghiera per tutti i tempi

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Gesù Cristo, Figlio diletto di Dio, ci ha chiamati dalle tenebre alla luce, dall’ignoranza alla conoscenza del suo nome glorioso; perché possiamo operare nel suo nome, che è all’origine di ogni cosa creata.
Per mezzo suo il creatore di tutte le cose conservi intatto il numero dei suoi eletti, che si trovano ovunque per il mondo. Ascolti la preghiera e la supplica che ora noi di cuore gli innalziamo:
Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te solo. Altissimo, che abiti nei cieli altissimi, Santo tra i santi. Tu abbatti l’arroganza dei presuntuosi, disperdi i disegni dei popoli, esalti gli umili e abbatti i superbi, doni la ricchezza e la povertà, uccidi e fai vivere, benefattore unico degli spiriti e Dio di ogni carne (cfr Is 57, 15; 13, 1; Sal 32, 10, ecc.).
Tu scruti gli abissi, conosci le azioni degli uomini, aiuti quanti sono in pericolo, sei la salvezza di chi è senza speranza, il creatore e il vigile pastore di ogni spirito. Tu dai incremento alle nazioni della terra e tra tutte scegli coloro che ti amano per mezzo del tuo Figlio diletto Gesù Cristo, per opera del quale ci hai istruiti, santificati, onorati.
Ti preghiamo, o Signore, sii nostro aiuto e sostegno. Libera quelli tra noi che si trovano nella tribolazione, abbi pietà degli umili, rialza i caduti, vieni incontro ai bisognosi, guarisci i malati, riconduci i traviati al tuo popolo. Sazia chi ha fame, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, da’ coraggio a quelli che sono abbattuti.
Tutti i popoli conoscano che tu sei il Dio unico, che Gesù Cristo è tuo Figlio, e noi «tuo popolo e gregge del tuo pascolo» (Sal 78, 13).
Tu con la tua azione ci hai manifestato il perenne ordinamento del mondo. Tu, o Signore, hai creato la terra e resti fedele per tutte le generazioni. Sei giusto nei giudizi, ammirabile nella fortezza, incomparabile nello splendore, sapiente nella creazione e provvido nella sua conservazione, buono in tutto ciò che vediamo e fedele verso coloro che confidano in te, o Dio benigno e misericordioso. Perdona a noi iniquità e ingiustizie, mancanze e negligenze.
Non tener conto di ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve, ma purificaci nella purezza della tua verità e guida i nostri passi, perché camminiamo nella pietà, nella giustizia e nella semplicità del cuore, e facciamo ciò che è buono e accetto davanti a te e a quelli che ci guidano.
O Signore e Dio nostro, fa’ brillare il tuo volto su di noi perché possiamo godere dei tuoi beni nella pace, siamo protetti dalla tua mano potente, liberati da ogni peccato con la forza del tuo braccio eccelso, e salvati da coloro che ci odiano ingiustamente.
Dona la concordia e la pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando ti invocavano piamente nella fede e nella verità. Tu solo, o Signore, puoi concederci questi benefici e doni più grandi ancora.
Noi ti lodiamo e ti benediciamo per Gesù Cristo, sommo sacerdote e avvocato delle nostre anime. Per mezzo di lui salgano a te l’onore e la gloria ora, per tutte le generazioni e nei secoli dei secoli. Amen.

san Clemente Romano, papa

Dammi tre parole

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è apparsa la grazia di Dio, che porta sal­vezza a tutti gli uomini e ci insegna a rinnegare l’em­pietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà, … (Tt 2,11-12)

Questo testo di san Paolo a Tito, che avevamo letto anche nella messa della notte di Natale, da qualche anno mi colpisce per la sua concretezza.

A fronte della venuta del Signore celebrata nel Natale, a noi è chiesto (come ai pastori e come a magi) di metterci in movimento, di corrispondere a questa venuta con un’accoglienza con un cambiamento di vita. Paolo esprime tale esigenza di cambiamento prima di tutto in modo negativo: rinnegare empietà e desideri mondani.

Sono due espressioni non di uso comune che devono essere contestualizzati. Nella Bibbia l’empio è l’uomo che vive facendo a meno di Dio, bastando a se stesso, confidando nelle proprie risorse e capacità. La Bibbia stigmatizza questo atteggiamento come una presunzione stolta. Certamente accogliere il Signore richiede di rinnegare l’empietà, altrimenti si rischia la fine di Erode, che interpreta la nascita del “Re dei Giudei” come una minaccia; o come l’indemoniato di Cafarnao: “Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!” (Mc 1,24). I desideri mondani, riportati in auge dal linguaggio di papa Francesco, sono tutte quelle attrattive che ci rapiscono, ma che durano lo spazio di un momento. Sono tutti quei desideri che non alimentano la nostra libertà e non ci fanno spiccare il volo.

La proposta di cambiamento di Paolo è racchiusa in tre parole: sobrietà, giustizia e pietà. Mi colpisce la positività di questa proposta che non comporta nessun giudizio negativo, ma è tutto un cammino in prospettiva di crescita.

Sobrietà è l’atteggiamento che ci da uno stile nella relazione con le cose considerate buone, ma sempre un mezzo e non un fine. Una vita sobria è una vita che possiede il bene di tutto il necessario, ma che non ricerca il superfluo, non si appesantisce con l’inutile, perché sa risparmiare le energie per ciò che costituisce una ricchezza più grande; si mantiene leggera per essere pronta a rispondere a ciò che è importante.

Giustizia è l’atteggiamento e lo stile che domina la relazione con le persone, rispettate nella loro dignità e mai usate per altri scopi. Sappiamo dalla Scrittura che la giustizia non è semplicemente l’astenersi dal male, ma cercare il bene più grande (Cfr. Mt 5, 20-48).

Pietà è evidentemente il contrario dell’empietà. Significa impostare la propria vita avendo Dio come un punto di riferimento necessario, la sua volontà come regola suprema, l’amore come respiro di vita.

Una vita ispirata a sobrietà, giustizia e pietà è una vita pienamente umana. Possiamo cominciare (o continuare) a viverla seguendo Gesù, che oggi, in questa festa del Battesimo, ci viene indicato come l’uomo vero, l’uomo in cui Dio Padre ha posto il suo compiacimento.

Chiunque segue Cristo, l’uomo perfetto, diventa anch’egli più uomo. (Gaudium et spes, 41)

Buona strada in questo tempo che segue le feste di Natale.

Una Chiesa senza preti?

Inizio del ministero petrino del nuovo Papa

Mentre i giorni di Natale scorrevano nella loro festosità, sul web si apriva un dibattito che il settimanale “Il Ponte“, uscito proprio oggi, ha riportato e rilanciato. Siccome ho partecipato a questo dibattito, e credo sia utile ampliarlo, rilancio il ritaglio del giornate uscito oggi.

Dopo il ritaglio del giornale (Il Ponte 10 gennaio 2016) riporto la lettera che avevo spedito a tutti i preti.

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Rimini 30/12/2015

Ringrazio don Romano per la volata che ci ha tirato.

Come tutti sappiamo la questione vocazionale è molto complessa e non è semplice fare dei paragoni di carattere socio-ecclesiale con i tempi passati, siano questi remoti o prossimi.
Su due questioni don Romano ha ragione: è venuto meno il rapporto personale tra il sacerdote e i ragazzi/giovani delle comunità ed è venuto meno il coraggio di una proposta esplicita riguardo alla vocazione sacerdotale o alla vita consacrata, per quei giovani e quei ragazzi che noi consideriamo “portati” per il ministero. Spesso attendiamo che la vocazione si manifesti in modo spontaneo, ma questo è molto difficile oggi per tre motivi:
– Il clima di secolarizzazione molto diffuso anche tra i praticanti e i “militanti” (categoria desueta); il vangelo non è il criterio dominante per impostare le scelte di vita delle nostre famiglie, degli adulti e dei giovani delle nostre comunità. Su tanti aspetti della vita (importanti e meno) non si nota una differenza tra “i nostri” e “gli altri”. Qui occorre ricuperare il valore di un impegno formativo diffuso, per riproporre una misura alta della vita cristiana che è comunque, in qualsiasi prospettiva, la risposta ad una vocazione.
– La figura del sacerdote negli ultimi anni ha perso molto appeal e le notizie che circolano quasi quotidianamente non ci aiutano; i genitori non solo sono dispiaciuti, se un figlio manifesta delle intenzioni vocazionali in prospettiva sacerdotale, ma a volte sono addirittura spaventati, chiedendosi sinceramente in che tipo di “mondo” si va ad infilare il loro figlio. A questo livello conta molto la nostra testimonianza personale. Tutti noi siamo responsabili perché i nostri cristiani possano dire: ci saranno anche dei preti disgraziati, ma quelli che conosciamo noi non sono così; sono preti che fanno sul serio!
– La figura del prete come “uomo della fede” è stato da tempo sostituito con il “prete uomo delle opere sociali” (vedi anche spot per la raccolta dell’8×1000) anche nelle nostre comunità. In un momento in cui la fede sembra divenuta residuale quando non problematica (sarebbe meglio vivere in un mondo senza religioni e senza fedi, perché sarebbe un mondo con meno conflitti – come dicono molti) e in cui molti altri si occupano del sociale (anche meglio e in modo più trasparente – cfr. notizie di cronaca) perché un giovane dovrebbe donare la sua vita per diventare prete? Emerge con urgenza la questione dello “specifico” del prete in un momento critico anche per noi che, schiacciati da tante priorità e incombenze, nonostante il nostro impegno e la nostra buona volontà, rischiamo di affermare delle cose e viverne altre. La riflessione che abbiamo attivato nella nostra diocesi sulla pastorale integrata coinvolge in modo potente anche questo tema e ci chiede dei processi di conversione e di cambiamento importanti che però faticano a procedere. Come aiutarci reciprocamente?
In conclusione direi che questo tema non è urgente solo per la prospettiva della futura (prossima) carenza di preti, ma, come si affermava nel testo di don Romano, soprattutto perché una fede che non produce frutti di vita evangelica e che si scopre sterile vocazionalmente, è una fede che non incide nella vita, è una fede che non lascia alcun segno nella storia che è sempre una storia di vita delle persone.
Il tema della carenza dei preti è un tema che deve essere senz’altro affrontato, ma in altri modi e secondo altri ragionamenti perché il clima di panico o anche solo di emergenza che in alcune circostanze si vive nelle nostre comunità, non aiuterà in alcun modo dei giovani ad assumere la decisione o l’orientamento per una scelta vocazionale in senso ministeriale.
Come ho detto molte altre volte, in tanti anni di servizio in seminario (sono ormai 19) non ho mai incontrato nessuno che si presentava ai formatori del seminario perché aveva sentito che i preti stavano diminuendo; ho incontrato invece molti che si sono presentati per iniziare questo percorso perché – grazie a Dio – avevano incontrato sul loro cammino dei preti significativi che avevano infuso in loro una passione per il Signore e per la missione della Chiesa sulla quale volevano giocare la loro vita.
Anche a me è successo così! Penso anche a molti di voi.
Noi preti del seminario, siamo disponibili a venire a trattare queste questioni con gli adulti e i consigli pastorali delle parrocchie e delle zone pastorali. Chiamateci, se volete!
Intanto grazie a tutti per il sostegno e l’affetto che sempre ci date.
Approfitto di questa occasione per augurare a tutti un buon Natale e un buon anno nuovo.
don Andrea Turchini

 

Dalle illusioni alla speranza. Buon anno 2016

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C’è una contraddizione stridente nella festa di Capodanno.  Da un lato tanta gente che fa festa e, con invincibile ottimismo, si augura che il prossimo anno sia un tempo bello e positivo; dall’altro la realtà dei fatti che – ragionevolmente – non ci consente di sperare che molte delle cose che abbiamo vissuto nell’anno appena passato possano effettivamente andare meglio. Eppure una inguaribile speranza pervade il cuore di tutti: buon anno ci si augura a vicenda.

La realtà che viviamo è drammatica: siamo nel mezzo della terza guerra mondiale (anche se combattuta a pezzi – come dice Papa Francesco); milioni di persone stanno fuggendo dalle loro case e dai loro paesi a causa della guerra, della violenza, della mancanza delle possibilità minime di vita per loro e le loro famiglie e faticano a trovare accoglienza presso i paesi del primo mondo creando situazioni di ingiustizia vergognosa; la disoccupazione in Italia non accenna a diminuire sensibilmente e, soprattutto tra i giovani, non ci sono molte speranze di occupazione a breve termine e in modo diffuso; la natalità in Italia è ai minimi epocali e i matrimoni (sia religiosi che civili) diminuiscono ogni anno. La sfiducia delle persone nelle istituzioni (compresa la Chiesa) è in continuo ribasso; cresce la rabbia delle persone che si sentono ignorate e prese in giro da un sistema che, nonostante i lifting elettorali, nutre se stesso con ingiustificabili privilegi e mantiene una corruzione sistemica che non si riesce a debellare. Il pianeta è al collasso climatico ed ecologico: se non muta velocemente il nostro stile di vita, in breve tempo non avremo le risorse per vivere e senz’altro non le avranno le generazioni future alle quali stiamo lasciando in eredità un mondo invivibile…

Ma noi festeggiamo e ci auguriamo un buon anno!

Ma come potrà essere un buon anno? quali sono le motivazioni per cui possiamo ragionevolmente sperare che il prossimo anno possa essere migliore di quello che è appena passato? come non ridurre tutto ad un rito catartico e illusorio che ci gratifica per poche ore, rilanciandoci poi in quella realtà dove la situazione è quella che conosciamo?

Certamente non tutto va male!

Sia Papa Francesco che il Presidente Mattarella, ieri sera ci ricordavano che in mezzo a tanta sofferenza e a tante situazioni problematiche c’è anche tanto bene che non fa rumore, che cresce silenziosamente, ma in modo significativo ed incisivo. Ma questo bene è diffuso è sufficiente per fondare la nostra speranza? se sì come riconoscerlo, coltivarlo e farlo crescere?

Nelle letture bibliche della messa di oggi, festa della Madre di Dio, ci sono due spunti che mi sembrano interessanti – soprattutto per le persone che credono – per fondare una speranza e poter guardare con occhi nuovi il tempo che ci attende.

Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, … (Gal 4,4)

Il Natale e con esso l’inizio del nuovo anno, dice di una presenza inedita nella storia, che è la presenza di Dio. Nel Natale, Dio, l’eterno, è entrato nel tempo e l’ha fatto suo, l’ha unito inscindibilmente a sé. Questo tempo che viviamo non è dunque un tempo in cui siamo abbandonati a noi stessi, alle nostre buone intenzioni (quelle di cui è lastricata la via dell’inferno) e alle nostra incapacità a tradurle in fatti di vita nuova. Questo tempo è un tempo in cui la presenza di Dio, anch’essa nascosta e silenziosa, ma incisiva e decisiva, ci conduce ad un fine di bene per il quale siamo chiamati a collaborare con le nostre energie, la nostra intelligenza, la nostra volontà, la nostra fantasia. Sarà un anno buono non se aspetteremo che le cose cambino intorno a noi, ma se orienteremo la nostra vita a quel bene verso cui Dio ci sta conducendo. Non è detto che cambieremo il tutto mondo e tutte le cose in modo definitivo, ma cambieremo la nostra vita e quella di chi vive intorno a noi.

theotokos_icona_coptaLa festa della Madre di Dio mette al centro una ragazza (una donna) chiamata a collaborare con Dio che entra nella storia mettendo in gioco la sua libertà, la sua volontà, la sua fede, la sua speranza, la sua responsabilità. Il suo ‘sì’ libero e totale, silenzioso e concreto, consente a noi oggi di poter dire: Dio abita nel mio tempo, nella mia storia, in questo nuovo anno che comincio.

Non c’è un modo diverso di cambiare le cose: quello accolto da Maria è il modo per cui la realtà può assumere un colore diverso. Dio chiede ad ognuno di noi di essere quel “grembo accogliente” attraverso cui lui può entrare nel mondo e nella storia degli uomini, in modo silenzioso, concreto e incisivo.

Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l’un l’altro: “Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere”. 16Andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. 17E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. 18Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. 19Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. 20I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. (Lc 2,15-20)

GiovanniPastore

Ritornano i pastori, uomini concreti, ad aiutarci a comprendere come l’inizio di questo anno può essere fondato sulla speranza. Essi hanno fatto l’esperienza di un incontro straordinario: gli angeli hanno loro annunciato che quel bambino nato a Betlemme è il Cristo Signore, e sono stati testimoni di una teofania angelica. Essi vanno a Betlemme senza indugio ed aiutano quelli che si trovano lì accanto alla mangiatoia a comprendere il senso dei fatti che stanno accadendo. Loro hanno ricevuto la chiave interpretativa per poter riconoscere la provvidenza di Dio in fatti ordinari (la nascita di un bambino) e drammatici (una nascita in situazione di esclusione – “non c’era posto per loro”); loro aiutano tutti gli altri – compresi Maria e Giuseppe – a comprendere che proprio in quelle circostanze la gloria di Dio si è rivelata nel mondo, in modo silenzioso, ordinario e concreto. I pastori svolgo il ruolo dei profeti di cui il mondo ha sempre bisogno.

Anche noi in questo nuovo anno abbiamo di pastori-profeti che ci aiutino a guardare in modo più profondo le cose, non semplicemente facendo la media fra quello che va bene e quello che va male, ma aiutandoci a comprendere in quali modi Dio manifesta la sua presenza nel mondo, in che modo possiamo riconoscere la sua presenza viva nel nostro tempo, quando tutto ci sembra – invece – denunciarne l’assenza. Abbiamo bisogno di “uomini e donne di Dio” che non si lasciano abbagliare e scandalizzare dal male e dai problemi, ma sanno indicare la via attraverso la quale il Signore viene a visitare il suo popolo.

I pastori se ne vanno festeggiando, forse i primi che hanno fatto una festa di capodanno, perché hanno visto che quello che era stato detto loro corrispondeva alla verità. Hanno festeggiato perché hanno riconosciuto la presenza di Dio nel mondo ed hanno aiutato altri a riconoscerla.

… la comunità evangelizzatrice gioiosa sa sempre “festeggiare”. Celebra e festeggia ogni piccola vittoria, ogni passo avanti nell’evangelizzazione. L’evangelizzazione gioiosa si fa bellezza nella Liturgia in mezzo all’esigenza quotidiana di far progredire il bene. La Chiesa evangelizza e si evangelizza con la bellezza della Liturgia, la quale è anche celebrazione dell’attività evangelizzatrice e fonte di un rinnovato impulso a donarsi. (Evangelii gaudium 24)

Facciamo festa in questo primo giorno dell’anno perché questo tempo “nuovo” che il Signore ci dona è un tempo abitato da lui. Questo tempo potrà essere nuovo per noi, non se ci aspetteremo illusoriamente che le cose cambino, ma se, abitati dalla speranza, sapremo farci collaboratori del Signore che, divenendo uomo, è venuto ad abitare in mezzo a noi per condurre l’umanità tutta ad un destino di bene e di pace.

Ti benedica il Signore e ti protegga.
Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio.
Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. (Nm 6)

 

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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