Archivi Mensili: luglio 2018

Camminata per Aiman

WhatsApp Image 2018-07-30 at 14.14.02

Bomba

disinnesco

La foto è presa dal sito Newsrimini.it

Negli ultimi dieci giorni a Santarcangelo si è parlato molto di bomba; è stata una parola ricorrente negli incontri, nelle chiacchiere al bar, nei discorsi delle famiglie… Per una domenica mattina una bomba ha cambiato la vita della nostra cittadina, chiedendo a migliaia di persone di lasciare le loro case per motivi di sicurezza e – sempre per i medesimi motivi –  impedendo a moltissimi altri di girare liberamente per le strade.

Ci sono alcune riflessioni che mi sento di condividere a margine della tanta cronaca che ci ha coinvolto in questi giorni.

La prima riflessione va sotto la voce MEMORIA.
Questo ordigno, sganciato da un aereo americano, ci ha riportato tutti indietro di settantacinque anni, ad un tempo in cui i nostri anziani erano bambini o ragazzi, un tempo terribile in cui, a causa della guerra, sono morte migliaia di persone.
Mi sono ricordato in questi giorni di un racconto che mi ha fatto don Luigi Tiberti, originario di Canonica, il quale mi ha raccontato che da ragazzo, mentre era nei campi a lavorare con il padre, ha visto distintamente una bomba cadere sulla sua casa dove all’interno erano sua madre e sua sorella, morte proprio a causa di quella bomba. Da quel giorno la sua vita è cambiata ed è rimasta segnata per sempre.
Ieri, incontrando alcuni anziani “sfollati” al centro parrocchiale, ho ascoltato dalla loro voce e visto nei loro occhi come la memoria di quei giorni passati è tornata viva e terribile, anche loro segnati per sempre.

La seconda riflessione è strettamente collegata, ma la metto sotto la voce TEMPO.
Ho pensato a coloro che hanno deciso di sganciare una bomba. agli aviatori che effettivamente hanno compiuto il gesto … una decisione presa in pochi minuti, un’azione di pochi secondi, … conseguenze che durano decenni. A più di settant’anni di distanza la vita di moltissime persone è stata influenzata dalla decisione di alcuni e da un’azione che si è compiuta in pochi secondi. Mi chiedo se sono consapevole della ricaduta e delle conseguenze delle mie azioni, soprattutto di quelle sbagliate.

La terza riflessione va sotto al voce DANNI.
Questo ordigno, al tempo in cui è stato sganciato non ha prodotto danni. Ma oggi, a distanza di tanto tempo, ci chiediamo quanto è costata l’operazione di ieri solo per rimuovere un ordigno inesploso? Centinaia di persone coinvolte per rimuovere quella bomba inutile. Quanti danni ha procurato alla collettività, alle persone, alle aziende…
Sappiamo che ci sono degli ordigni – soprattutto le mine antiuomo – che sono fatte per procurare danni che incidono nel tempo, senza necessariamente portare alla morte delle vittime: sono ritenute le più efficaci. Anche questa bomba, come le tante altre che periodicamente affiorano dal passato, hanno lo stesso fattore di danneggiamento e, in un certo senso, non sono state affatto inefficaci nel loro potenziale distruttivo.

La guerra è la madre di quella bomba inutile e distruttiva. La guerra è però solo l’ultimo anello di una catena che provoca la necessità di fabbricare bombe che, prima o poi, qualcuno sgancia sulle case e sulle persone.
Oggi sappiamo che il nostro Paese esporta bombe per le guerre in altri paesi (lo Yemen per esempio), che questo mercato è molto redditizio anche se al limite della liceità, anche se decisamente immorale. La logica del mercato è spietata come quella della guerra, ma è altrettanto assurda.

Abbiamo toccato con mano, sulla nostra carne, per poche ore, ciò che provoca l’assurda logica della guerra e della produzione di armi.
Non abbiamo alcun potere di cambiare un passato di cui subiamo le conseguenze; ma abbiamo il potere e la responsabilità di cambiare il futuro decidendo oggi che ogni guerra è una follia, che produrre armi è una idiozia ed è immorale tanto quanto usarle. Forse tra settant’anni qualcuno godrà di questa scelta responsabile che noi abbiamo compiuto oggi.

WhatsApp Image 2018-07-30 at 14.14.02

Accoglienza dolorosa

WhatsApp Image 2018-07-26 at 23.41.50

Ieri sera, sul piazzale della Collegiata, abbiamo vissuto l’incontro di presentazione pubblica del progetto di accoglienza di Aiman.
Ospiti della serata Alberto, Massimiliano e Gilda.

Non desidero fare la cronaca della serata, ma riportare solamente due espressioni che mi hanno colpito e che mi riecheggiano nel cuore.
Sono due espressioni che ha usato Alberto Capannini, della Associazione Papa Giovanni, impegnato nell’Operazione Colomba.

Questa accoglienza che vi preparate a vivere sarà un’accoglienza dolorosa, non tanto per i problemi che dovrete affrontare, ma perché attraverso questa esperienza la vostra umanità sarà chiamata a risvegliarsi. Come si prova dolore quando una mano o una gamba è intorpidita e la riattivazione di quell’arto provoca dolore, così sarà in occasione di questa accoglienza.
Questa immagine mi sembra davvero molto efficace!
Mi sono chiesto se mi sto rendendo conto che la mia umanità è intorpidita o se mi sono abituato a vivere con un’umanità virtualmente amputata…
Ringrazio Dio perché mi viene data l’opportunità di riprendere la mia umanità!

L’altra provocazione che mi ha colpito è quella riguardante il cinismo che prevale in noi di fronte alla proposta di pace elaborata dai profughi siriani in Libano; è il cinismo che Alberto e altri volontari hanno sperimentato di fronte a molti responsabili politici che hanno incontrato, ma quel cinismo è anche dentro di me perché mi sono abituato a pensare che sia normale e “accettabile” che qualcuno subisca la guerra.
Combattere il cinismo, riscoprire quell’utopia che ha il potere di salvare prima di tutto la mia vita (come affermava Carlo Carretto in un famoso libro degli anni ’70)… anche questa sarà una bella opportunità. Coloro che hanno vissuto sulla loro pelle la stessa esperienza di violenza, hanno invece dato un appoggio incondizionato a questa proposta: hanno già vinto il loro cinismo.

Questa mattina ascoltando la radio, ho sentito un’intervista molto interessante fatta a Francesca Mannocchi, giornalista free lance, esperta – se così si può dire – di persone in movimento, come lei preferisce definirle, mettendo l’accento sul loro essere persone, senza catalogarle in categorie di svantaggiati.
Diceva Francesca Mannocchi che dovremmo smettere di mettere in evidenza ciò che ci distingue da coloro che chiedono accoglienza e sottolineare, soprattutto, ciò che ci unisce: il diritto a migliorare la nostra vita, il desiderio di vivere in un paese in pace, il diritto ad avere accesso alla scuola, alla sanità, … diritti e desideri a cercare un’aspettativa migliore alle nostre vite. Questi diritti e questi desideri ci uniscono, ci rendono uguali. A partire da questa constatazione possiamo riconoscere in coloro che sono in movimento le ragioni che li spingono a viaggiare, ritrovandole anche dentro di noi, sentendoci più “prossimi” e meno diversi.
Anche questa “conversione” richiede un cambiamento di prospettiva.

Ci aspetta un bell’impegno interiore.
Anche questa chiamata all’accoglienza sarà, per noi, un’occasione di guarigione.

Un grande grazie anche a Massimiliano e Gilda che ci hanno portato la loro esperienza di accoglienza fatta a Coriano. Grazie per la sincerità e per la verità con cui ci avete narrato quello che avete vissuto.

Rino Molari: la compassione come scelta politica

molari_rino-500x500.jpg

In questa domenica, commemoriamo – come ogni anno – la figura di Rino Molari.
Ci ritroviamo alla Pieve, accanto alla sua casa natale, insieme ai famigliari e a tanti che lo riconoscono come un autentico testimone di fede, di impegno civile e democratico.
Quest’anno poi, subito dopo la messa, inaugureremo il nuovo monumento che ci consente di riportare in evidenza la lapide che ricorda Rino Molari, allargando il percorso di memoria della Resistenza, voluto dalla città e sostenuto fattivamente dall’ANPI di Santarcangelo.

Il vangelo di oggi mette sotto i nostri occhi il tema della compassione, un sentimento che ci viene testimoniato da Gesù nel suo porsi di fronte alla folla.
Dice il Vangelo: «Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose» (Mc 6,34). Stiamo su questa frase così forte e ricca di spunti.

Cosa faceva Gesù su quella barca?
Era alla ricerca di un po’ di pace e di ristoro con i suoi discepoli che, tornati dalla missione, erano affaticati. Era un’esigenza giusta. Il vangelo dice che vivevano come assediati; non avevano neppure il tempo di prendere cibo. E’ Gesù stesso che decide di porre una distanza tra loro e la folla, per rispondere ad un’esigenza di ricentramento.

All’arrivo la folla li ha anticipati e Gesù la vede. Non gira gli occhi da un’altra parte. C’è una situazione che lo interpella, che li chiama all’incontro.
E’ vero: sono stanchi, hanno diritto al loro riposo, … ma la realtà è cambiata!
Gesù vede quella folla: i loro volti riempiono i suoi occhi.
Sarebbe interessante sapere cosa ha visto Rino Molari, cosa ha consentito che entrasse nel suo cuore, cosa è cambiato per lui quando ha scelto – seppur in modo nonviolento – di impegnarsi nella Resistenza.
C’è sempre qualcosa che scatta e spesso entra dai nostri occhi per colpire il nostro cuore.
E noi cosa vediamo?
Come siamo capaci di stare di fronte alla realtà di oggi e di vederla?
A cosa consentiamo di entrare nei nostri occhi e nel nostro cuore?
O siamo anche noi tra quelli che papa Francesco chiama gli indifferenti?

Gesù ha compassione di loro; li vede come pecore che non hanno pastore.
Quello sguardo genera un sentimento profondo. In quei volti Gesù riconosce un bisogno e lo vive interiormente.
La compassione non è un sentimento facile, non è un’emozione passeggera.
La compassione è la disponibilità a fare propri i dolori dell’altro senza difendersi, senza schermarsi.
La compassione sorge in noi quando lasciamo che il dolore, il bisogno, “la fame e la sete” dell’altro divenga anche il nostro dolore, il nostro bisogno, la nostra fame e sete.
La compassione nasce quando rinneghiamo in noi stessi il motto fascista “me ne frego” e assumiamo su di noi il motto di don Milani “I care” (mi interessa, mi sta a cuore, mi riguarda).
Oggi abbiamo bisogno di uomini e donne compassionevoli; ci sono troppi che inneggiano impunemente al menefreghismo. Siamo arrivati al paradosso che addirittura coloro che sono mossi a compassione vengono incriminati, calunniati sui social media, ritenuti nemici della Patria e del bene comune. Tante sono le energie spese in Italia e in Europa per alzare muri, per negare diritti, per affermare con voce sempre più arrogante la teoria del menefreghismo e per difenderci dalla compassione.
Cosa ci direbbe Rino Molari, morto a Fossoli il 12 luglio 1944?
Cosa ci direbbero tutti gli altri che sono morti perché il loro sacrificio potesse ottenere alle generazioni future un paese di uomini  e donne liberi e umani, di uomini e donne compassionevoli e responsabili… cosa ci direbbero se venissero in mezzo a noi oggi? Dov’è la vostra compassione?
Dov’è la vostra capacità di sentire il dolore e il bisogno dell’altro?
Ma davvero vi siete ridotti che pensate solo a voi stessi?

Gesù si mise ad insegnare loro molte cose.
Chissà di cosa aveva bisogno tutta quella folla che era andata da Gesù?
Lui, per prima cosa, si mette ad insegnare loro molte cose.
A nessuno di noi sfugge che Rino Molari fosse un insegnante, un uomo di cultura, un filologo. Non so se esista una scienza meno funzionale della filologia, la scienza che studia le parole e la loro origine. Per Rino Molari quello è stato il percorso che gli ha insegnato a lasciarsi interpellare dalla realtà ed ad interpretare la realtà: a partire dalle parole.
La cultura è la capacità di saper interpretare la realtà con categorie non puramente funzionali (non solo a partire dai bisogni immediati), ma sapendo riconoscere le cause e le conseguenze di ciò che accade e di ciò che si mette in atto.
Far crescere la cultura, educare le persone ad essere libere e responsabili della loro vita e della realtà in cui vivono, è un grande atto di compassione.
Noi viviamo in un tempo di grande emergenza culturale in cui siamo tutti immersi, nessuno escluso.
La semplificazione del pensiero, il linguaggio binario delle macchine che ci esonera dalla fatica di una sintesi, la pigrizia indotta e coltivata, la svalutazione sistematica di ogni percorso di formazione che non abbia un’immediata ricaduta economica e remunerativa… senza considerare le condizioni in cui versa la nostra scuola, nonostante l’eroico impegno di tanti insegnanti ed educatori …

Don Milani diceva: «La povertà dei poveri non si misura a pane, a casa, a caldo. Si misura sul grado di cultura e sulla funzione sociale. La distinzione in classi sociali non si può dunque fare sull’imponibile catastale, ma su valori culturali..

In questo giorno in cui contempliamo la compassione di Gesù che lo muove all’insegnamento e ricordiamo l’impegno eroico di Rino Molari, vogliamo impegnarci ad essere persone compassionevoli; vogliamo rinnegare ogni atteggiamento menefreghista; vogliamo tradurre la nostra compassione in un impegno cristiano, civile e politico che incida fortemente sulla nostra cultura e che ci aiuti a riscoprire la passione per il bene comune, per la difesa della dignità e della libertà della persona, per la giustizia che riconosce i diritti di ogni uomo e ogni donna e – per costruire un mondo migliore – vogliamo dire la nostra disponibilità a sacrificare noi stessi, come coloro che ci hanno preceduto hanno fatto, nella speranza che il loro sangue potesse servire alla realizzazione di un mondo diverso da quello in cui loro si trovavano.

Il Signore ci conceda la fede, la compassione, la speranza e l’impegno.

Chi ha paura del dialogo?

Dialogo-Trattativa-Imc-e1475486099496

Da più di cinquant’anni, con i documenti del Concilio Vaticano II, il termine dialogo è stato “sdoganato” all’interno della comunità cattolica, e il processo collegato è stato scelto come una delle vie attraverso cui la Chiesa svolge la sua missione nel mondo contemporaneo.
Eppure, dopo più di cinquant’anni, proprio all’interno della Chiesa cattolica c’è ancora chi guarda con grande sospetto e diffidenza il processo del dialogo, considerandolo lesivo dell’affermazione della verità di cui la Chiesa è “custode” e annunciatrice.

Succede anche in questi giorni e nella nostra città.
A fronte di un’intervista concessa dal Vescovo (Cfr Il Ponte del 22 luglio 2018) sulla questione del Summer pride e della processione riparatrice a cui era stato invitato, alcuni si sono levati per evidenziare che mons. Lambiasi, nel suo intervento, eccederebbe nella simpatia per il dialogo a spese dell’affermazione della verità sul tema della omosessualità, da dichiarare intrinsecamente disordinata.

E’ evidente che le prospettive di approccio al tema sono totalmente diverse, come appare nell’intervista: da parte di chi definisce la posizione del Vescovo “cerchiobottista” (sic!), prevale la preoccupazione di riaffermare una verità assoluta, fondata nella Scrittura e confermata dal Catechismo della Chiesa Cattolica; da parte del Vescovo (e di molti altri vescovi citati i questo articolo di Avvenire), pur ribadendo e citando gli stessi documenti senza alcuna ambiguità,  prevale l’attenzione a creare occasioni di dialogo e apertura con le persone concrete – soprattutto coloro che indipendentemente dall’orientamento sessuale si definiscono e riconoscono come cattolici e discepoli di Gesù -, per avviare un cammino di fede e cercare di accompagnare i passi per far crescere la fede e la chiamata alla pienezza di vita nella Chiesa.

Perché la prospettiva del Vescovo dovrebbe essere considerata pericolosa?
Perché non ci si dovrebbe fidare delle sue buone intenzioni e del suo desiderio di annunciare tutta la verità?
Perché questa paura del dialogo quando la Chiesa (e non solo “quella di Papa Francesco” che su questo e altro viene ritenuto assolutamente poco affidabile e poco ortodosso da una certa apologetica cattolica) nei suoi documenti magisteriali, da molti anni, lo riconosce come una via da privilegiare per l’annuncio del Vangelo?

Mi sono andato a rileggere alcuni testi della Gaudium et spes – Costituzione pastorale del Concilio Vaticano II sulla Chiesa nel mondo contemporaneo – e li ho trovati ancora illuminanti, dopo più di cinquant’anni. Ne riporto solo due passaggi:

Il rispetto e l’amore deve estendersi pure a coloro che pensano od operano diversamente da noi nelle cose sociali, politiche e persino religiose, poiché con quanta maggiore umanità e amore penetreremo nei loro modi di vedere, tanto più facilmente potremo con loro iniziare un dialogo. Certamente tale amore e amabilità non devono in alcun modo renderci indifferenti verso la verità e il bene. Anzi è l’amore stesso che spinge i discepoli di Cristo ad annunziare a tutti gli uomini la verità che salva. Ma occorre distinguere tra errore, sempre da rifiutarsi, ed errante, che conserva sempre la dignità di persona, anche quando è macchiato da false o insufficienti nozioni religiose. Solo Dio è giudice e scrutatore dei cuori; perciò ci vieta di giudicare la colpevolezza interiore di chiunque. (GS 28)

La Chiesa, in forza della missione che ha di illuminare tutto il mondo con il messaggio evangelico e di radunare in un solo Spirito tutti gli uomini di qualunque nazione, razza e civiltà, diventa segno di quella fraternità che permette e rafforza un sincero dialogo.
Ciò esige che innanzitutto nella stessa Chiesa promuoviamo la mutua stima, il rispetto e la concordia, riconoscendo ogni legittima diversità, per stabilire un dialogo sempre più fecondo fra tutti coloro che formano l’unico popolo di Dio, che si tratti dei pastori o degli altri fedeli cristiani. Sono più forti infatti le cose che uniscono i fedeli che quelle che li dividono; ci sia unità nelle cose necessarie, libertà nelle cose dubbie e in tutto carità. (…) 
Per quanto ci riguarda, il desiderio di stabilire un dialogo che sia ispirato dal solo amore della verità e condotto con la opportuna prudenza, non esclude nessuno: né coloro che hanno il culto di alti valori umani, benché non ne riconoscano ancora l’autore, né coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano in diverse maniere.
Essendo Dio Padre principio e fine di tutti, siamo tutti chiamati ad essere fratelli. E perciò, chiamati a una sola e identica vocazione umana e divina, senza violenza e senza inganno, possiamo e dobbiamo lavorare insieme alla costruzione del mondo nella vera pace. (GS 92)

Metto in fila schematicamente alcuni elementi che mi paiono rilevanti:
– il dialogo nasce da un’umanità e da un amore che si fa attenzione all’altro, accogliendolo nella sua realtà concreta;
– il dialogo richiede la capacità di distinguere tra errore ed errante; a quest’ultimo deve essere sempre riconosciuta la dignità di persona e da questa partire;
– il dialogo deve essere vissuto come stile prima di tutto all’interno della Chiesa (e su questo facciamo non poca fatica), testimoniando attraverso di esso mutua stima, rispetto e concordia oltre che la legittimità di essere diversi;
– il dialogo non esclude nessuno, neanche coloro che si oppongono alla Chiesa e la perseguitano.

Qualcuno potrebbe obiettare che questo documento, pur godendo del carattere di magistero straordinario (il più alto), risente del pensiero ottimistico degli anni ’60 del secolo scorso, tempo in cui si guardava con fiducia e speranza ai processi di pacificazione e riscatto in tante parti dell’umanità.
Riporto allora alcuni frammenti di un’enciclica di san Giovanni Paolo II dedicata alla missione (Redemptoris missio, nn. 55-57), autore ritenuto “più affidabile” da alcuni esponenti ecclesiali.

Tutto ciò il Concilio e il successivo Magistero hanno ampiamente sottolineato, mantenendo sempre fermo che la salvezza viene da Cristo e il dialogo non dispensa dall’evangelizzazione (…) Il dialogo deve esser condotto e attuato con la convinzione che la chiesa è la via ordinaria di salvezza e che solo essa possiede la pienezza dei mezzi di salvezza. 
Il dialogo non nasce da tattica o da interesse, ma è un’attività che ha proprie motivazioni. esigenze, dignità: è richiesto dal profondo rispetto per tutto ciò che nell’uomo ha operato lo Spirito, che soffia dove vuole. Con esso la chiesa intende scoprire i «germi del Verbo», «raggi della verità che illumina tutti gli uomini» germi e raggi che si trovano nelle persone e nelle tradizioni religiose dell’umanità. Il dialogo si fonda sulla speranza e la carità e porterà frutti nello Spirito (…) Il dialogo tende alla purificazione e conversione interiore che, se perseguìta con docilità allo Spirito, sarà spiritualmente fruttuosa (…)
Sapendo che non pochi missionari e comunità cristiane trovano nella via difficile e spesso incompresa del dialogo l’unica maniera di rendere sincera testimonianza a Cristo e generoso servizio all’uomo, desidero incoraggiarli a perseverare con fede e carità, anche là dove i loro sforzi non trovano accoglienza e risposta. Il dialogo è una via verso il regno e darà sicuramente i suoi frutti, anche se tempi e momenti sono riservati al Padre. (At 1,7)

Sono solamente frammenti di un documento molto vasto, ma molto significativi e, con le dovute precisazioni, molto positivi riguardo al dialogo.

Ritorna la domanda: chi ha paura del dialogo?
Soprattutto, chi ha paura del dialogo quando è fatto con persone che desiderano interrogarsi sul loro rapporto con Cristo e con la Chiesa pur vivendo in condizioni che chiedono di essere illuminate e sostenute?
Perché si deve subito alzare la voce quando qualcuno tenta di percorrere quella via consigliata dalla Chiesa nel suo magistero più autorevole?
Perché si deve attaccare una persona come il Vescovo, definendo la sua posizione “cerchiobottista”, invece che aprire una sessione di dialogo interno e pubblico su un tema che coinvolge molte famiglie e ormai tutte le comunità?
La mancanza di stima nel dialogo è il sintomo e, contemporaneamente, la causa della nostra fatica a confrontarci anche all’interno della Chiesa, dove ormai si ripropongono i medesimi schemi e le medesime dinamiche conflittuali che ritroviamo nel contesto politico, sociale e culturale che ci circonda.

Quella che il Vescovo ha lanciato, esponendosi personalmente, poteva e potrebbe essere un’ottima occasione. Sta a noi non impacchettarla in alcuni schemi pregiudiziali e rigidi e concederci la possibilità di tentare la via dell’incontro, dell’ascolto, della conoscenza, … da cui può nascere la possibilità di condividere lo stesso itinerario di fede nella Chiesa.

Proprio ieri (venerdì) ha risuonato con forza una frase del Vangelo che mi sembra sia rivolta a tutti noi: «Se aveste compreso che cosa significhi: “Misericordia io voglio e non sacrifici”, non avreste condannato persone senza colpa»(Mt 12,8). Penso che, sia nei rapporti interni alla comunità cristiana, che nelle relazioni di incontro con chi si sente o si trova all’esterno, il criterio della misericordia – che non è mai alternativo alla giustizia – possa guidarci per costruire quei momenti di incontro e di dialogo di cui non possiamo fare a meno se vogliamo annunciare il Vangelo.

Aspettando Aiman…

aspettando AIMAN

La mèta è il cammino – ultima tappa

Parto da Bardi alle ore 6.00 come programmato. Ho un po’ di preoccupazione riguardo il cammino di oggi; non tanto per la distanza, quanto per un dolore alla caviglia sinistra dato da una piccola storta presa due giorni fa’. Ieri si è fatta sentire, tanto da impedirmi di percorrere il sentiero, potendo camminare solo su strada asfaltata. Mi sono informato sui bus che vanno a Borgotaro da Bardi: ce ne sono due, ma decido comunque di partire a piedi. Mi do come mèta Osacca (16 chilometri) più o meno a metà strada, poi si vedrà.

Perché sono partito a piedi? Non perché sono un duro, anzi sono molto debole; non perché devo realizzare l’impresa: ho compreso da tempo che non sono queste le imprese che vorrei narrare… sono partito perché il cammino è la mèta e non si può lasciare il cammino se non ci sono motivi evidenti. Il cammino è la mèta perché il camminare è ciò che serve a noi, non arrivare qua o là. Sul cammino il Signore ci plasma e ci chiede di fare i conti con quanto accade. Io tendenzialmente sarei per una cura preventiva; ma quante sono le persone, soprattutto donne, che lavorano e provvedono alla famiglia con la febbre e con altri malesseri? Ho io il diritto di scegliere preventivamente cosa posso o non posso fare? O lo decide il cammino?

Sono partito. Grazie a Dio all’inizio tutto bene. Per i primi 10 chilometri sono andato spedito, nonostante le salite. Arrivo ad Osacca e sento che il dolore monta. Al bivio scelgo la via più facile e mi tengo nei pressi della provinciale. Le gambe sono tese; evidentemente lo sforzo per compensare il passo non del tutto disteso comincia a farsi sentire. Ho un’altra mèta: Porcigatone il paese prima di Borgo Val di Taro (6 km). Arrivo e cerco un trasporto, ma non c’è nulla. Decido allora per l’autostop e la seconda auto si ferma: sono due giovani adulti, lei italiana, lui inglese che si preoccupano molto per me; mi chiedono se voglio andare in ospedale… li rassicuro. Mi portano a Borgotaro. Per fortuna c’è ancora il mercato. Compro tre pomodori e una pera per il pranzo e mi reco alla stazione: ho deciso di rientrare a casa. Sento che il cammino è concluso. Non ha senso rimanere qui…

Sono sul treno di ritorno. Sereno. Contento di questi giorni. Domani farò una sintesi.

Io credo davvero che la mèta sia il cammino e che sia poco importante arrivare qui o lì. Mettersi in cammino significa mettersi in discussione, riprendere in mano la propria vita, spogliarsi dalle maschere e dai ruoli, mettersi nudo di fronte al Signore per riconoscere la propria fragilità e le proprie paure, rafforzare la fiducia in Dio provvidente e custode della mia vita. Il cammino è la mèta perché lì e non nella mèta geografica scopri cosa il Signore ti vuole dire. Questo me l’hanno insegnato i Goum.

Grazie Signore per il cammino. Grazie per questo cammino.

Alcune immagini di oggi

Alla stazione chiamo Gino un signore della parrocchia di Borgotaro che mi doveva accogliere questa sera; insiste per venirmi a salutare e a conoscere: che bello! Ci siamo salutati per 3 minuti prima dell’arrivo del treno. Grazie anche per uomini come Gino.

Ps: avviso ad alcune followers. Sto bene. Nulla di grave. Nessuno ha diritto di preoccuparsi. Domenica riparto per la route con il noviziato.

In costa – sesta tappa

Oggi camminata tranquilla e piacevole in costa. Lascio Groppallo alle 8 mentre stanno allestendo le bancarelle della fiera della torta di patate. La camminata si svolge senza dislivelli significativi: questa è una tappa riposante!

Arrivo a Bardi alle ore 13.30. Visito la chiesa aperta che custodisce una pala del Parmigianino (in restauro), pranzo e attendo un’ora decente per suonare in parrocchia dove sarò accolto questa sera: finalmente una accoglienza pellegrina.

Incontro don Luigi parroco di Bardi. Una bella figura di prete; uno di quei parroci a tutto tondo. Un uomo del Concilio solido e intelligente. Mi accoglie nel suo ufficio sulle cui pareti sono esposte fotografie di lui su diverse vette alpine. Mi racconta della sua passione per la montagna. Mi dice molte cose di questa parrocchia che fa parte di una unità pastorale che comprende tutto il comune di Bardi e che si estende per trenta chilometri. Collabora con due preti ottantenni che sono parroci in altre piccole parrocchie del comune. Mi da, infine, molte informazioni utili sul cammino che mi attende domani, per me l’ultima tappa (33 chilometri).

Nel pomeriggio visito il castello di Bardi, il secondo più importante sul piano nazionale (non so quale sia il primo, ma la guida è certa!). Si gode un bellissimo panorama sulla valle e sul paese.

Alle 18 partecipo alla messa in parrocchia, nell’antica chiesa di san Giovanni.

Per cena don Luigi mi invita in pizzeria. Dialogo bello e fraterno; condividiamo alcune passioni e preoccupazioni pastorali, ci confrontiamo su alcune esperienze ecclesiali… insomma una bella serata. Ci salutiamo abbracciandoci; io domattina parto molto presto. Lo invito a Santarcangelo. Ambedue siamo grati per questo incontro. Anche questa è la strada e il pellegrinaggio.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: