Archivi Mensili: settembre 2013

Sarajevo, la Gerusalemme dei Balcani

Immagine

Un titolo che si addice alla città di Sarajevo e che viene spesso utilizzato dalle guide turistiche è: “la Gerusalemme dei Balcani”. Mi è tornato in mente perché, dopo aver scritto l’articolo precedente mi sono trovato di fronte ad una pagina del profeta Zaccaria che dice così:

Questa parola del Signore degli eserciti mi fu rivolta: “Così dice il Signore degli eserciti: Sono acceso di grande gelosia per Sion, un grande ardore m’infiamma per lei. Dice il Signore: Tornerò a Sion e dimorerò in Gerusalemme. Gerusalemme sarà chiamata Città della fedeltà e il monte del Signore degli eserciti Monte santo”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Vecchi e vecchie siederanno ancora nelle piazze di Gerusalemme, ognuno con il bastone in mano per la loro longevità. Le piazze della città formicoleranno di fanciulli e di fanciulle, che giocheranno sulle sue piazze”. 
Dice il Signore degli eserciti: “Se questo sembra impossibile agli occhi del resto di questo popolo in quei giorni, sarà forse impossibile anche ai miei occhi?” – dice il Signore degli eserciti -. 
Così dice il Signore degli eserciti: “Ecco, io salvo il mio popolo dalla terra d’oriente e d’occidente: li ricondurrò ad abitare in Gerusalemme; saranno il mio popolo e io sarò il loro Dio, nella fedeltà e nella giustizia“. Zc 8,1-8

Immagine

Le domande che ponevo alla fine dell’articolo trovano una risposta ad una altro livello: come spesso la fede ci richiama a pensare, i pensieri di Dio sono diversi da quelli degli uomini. Ciò che a noi può sembrare senza speranza non lo è agli occhi di Dio

Nuovo viaggio a Sarajevo (settembre 2013)

Immagine

Sarajevo è una città che ho visitato molte volte.

La prima nel 1986 durante un viaggio in quella che allora era la Yugoslavia, fiero esempio di una socialismo reale moderato, in cui si credeva che il problema della religione fosse ormai risolto con l’avvento della scienza e del progresso economico-politico.

Sono tornato a Sarajevo nel 1996, era il giorno di santo Stefano, c’erano -32°; mi ricordo che ho impiegato 12 ore per percorrere la strada che separa Spalato da Sarajevo. Da un anno esatto i trattati di Dayton avevano detto basta allo scontro armato, ma i problemi che quello scontro avevano causato erano tutti ben presenti. La città era il fantasma della Sarajevo conosciuta al mondo; l’assedio più lungo della storia aveva lasciato il suo segno: i muri – con i loro inequivocabili segni di proiettili e granate – testimoniavano la violenza, ma ancora di più il racconto delle persone sopravvissute alla carneficina raccontava di quelle migliaia di persone morte assurdamente, colpite quasi per gioco e per atroce virtuosismo dai cecchini o dalla sofferenza che sempre la guerra causa.

Sono tornato molte volte a Sarajevo da quel lontano 1996 perché lì ho degli amici e delle amiche che erano giovani e che ora sono adulti, sposati con bambini, che testimoniano la fatica di questo piccolo paese ad andare avanti, lasciando al passato l’orrore e l’odio che ha causato la divisione.

Immagine

Le 11541 sedie vuote numero dei morti di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995

La mia amica, manager in un’azienda di Sarajevo, mi racconto con rabbia la fatica di questo paese di pensare ad un futuro che lasci indietro la guerra. “Tutti parlano solo della guerra e della religione“. Qualcuno, ingenuamente potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma parlare di religione in BiH significa soprattutto marcare le differenze. Le chiese, come le moschee non vengono costruite per necessità (una ogni anno viene edificata con finanziamento pubblico), ma solamente per marcare il territorio.

Per noi è difficile comprendere questa situazione. Ormai però diventa difficile anche per chi vive a Sarajevo da sempre e vorrebbe andare avanti, pensare ad un futuro in cui si può tornare a vivere insieme anche se diversi.

Qualcuno un tempo ci aveva creduto e non solo Tito. Qualcuno negli anni del dopo guerra aveva investito su questa convivenza, ma ormai l’attenzione del mondo si è spostata altrove; e chi parla più della Bosnia e della situazione di Sarajevo?

Immagine

mons. Pero Sudar

Ricordo le parole profetiche pronunciate da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, proprio nella città di Rimini, quando -nel 1999- ci ammoniva a non abbandonare la Bosnia e a considerare la possibilità che lì si era creata, come un laboratorio decisivo sul futuro del mondo. Le tre grandi culture dell’era moderna: la cultura occidentale, la cultura slava e quella islamica, nei Balcani potevano trovare un terreno di dialogo proficuo perché, proprio lì, queste tre grandi culture, avevano alle spalle decenni di convivenza pacifica e il desiderio di un futuro possibile nella convivenza.

Immagine

Purtroppo quelle parole sono rimaste inascoltate e le tensioni si sono radicalizzate. L’Europa (soprattutto la grande Germania) era preoccupata di avere nei Balcani (a partire dalla Croazia) un terreno di espansione per il proprio mercato economico; la Russia ha avuto buon gioco nel difendere i “fratelli serbi” mantenendo la sua influenza in un’area dell’Europa in cui non aveva avuto tanto peso neppure ai tempi del socialismo di Tito, il quale, se non ricordo male, aveva preso le distanze dal radicalismo sovietico; e i bosniacchi (così si chiamano i bosniaci di tradizione islamica), abbandonati da tutti come danno collaterale di una politica europea miope ed egoista, hanno accolto ben volentieri l’aiuto dei paesi islamici della penisola arabica e dell’Asia, i quali, insieme agli aiuti, hanno portato in Europa un modello di Islam che non si era mai visto neppure ai tempi della dominazione Turca.

Ci sarà un futuro per la Bosnia? Ci sarà un futuro per Sarajevo?

Il cuore ce lo fa sperare; il fatto di conoscere tante persone che vivono lì ce lo fa credere. Le notizie che ci arrivano tramite gli organi di stampa specializzati però non ci confortano. Un paese che si regge sul compromesso e sugli equilibri di forza; che eredita dall’esterno le linee per governare una situazione unica; che anela all’Europa, ma che non riesce a realizzare le condizioni di governo che l’Europa richiederebbe …

Vedremo; lo speriamo; lo domandiamo nella preghiera.

Un pensiero affettuoso a questo paese nel quale ho speso un po’ del tempo della mia vita e che mi ha segnato nelle amicizie.

AT

Il concetto di “presenza” al tempo dei media digitali

 

spadaro_2850666_697040

Padre Antonio Spadaro, gesuita e direttore della Civiltà Cattolica, divenuto famosissimo anche a chi non lo conosceva prima per l’intervista esclusiva a papa Francesco, propone una riflessione interessante sul ruolo della Chiesa al tempo dei social digital media.

papa e spadaro

Un testo che vale la pena leggere soprattutto per noi che siamo “immigrati digitali”, cioè nati nel secondo millennio dell’era cristiana.

http://vaticaninsider.lastampa.it/inchieste-ed-interviste/dettaglio-articolo/articolo/spadaro-web-cyber-teologia-chiesa-28162/

Dalla Somalia in Kenia

Come sempre la rivista Popoli (che consiglio vivamente) propone un’analisi attenta e circostanziata di ciò che accade nei paesi lontani dall’Europa. Questa volta a seguito dell’attentato di Nairobi, si cerca di verificare quali siano le premesse che hanno scatenato questo massacro … MOLTO INTERESSANTE!!!

http://www.popoli.info/EasyNe2/Primo_piano/Al-Shabaab_esporta_la_guerra_in_Kenya.aspx

Io ci credo! Io ti credo! Io credo!

Mi arriva una telefonata: “Buona sera sono … di una agenzia pubblicitaria di Milano”

Buona sera, rispondo io.

“La chiamo perché nei prossimi giorni saremo nella vostra zona a girare uno spot per una compagnia telefonica con un famoso comico (di cui non posso svelarle il nome) e una famosa attrice (di cui non posso dirle il nome) e ci servirebbe un prete (sic!) che partecipi alle riprese per dire solamente una frase: ‘Io ci credo!’ ”

Immagine

Rimango un po’ colpito dalla richiesta e come meccanismo di difesa passo all’atteggiamento formale: “Deve chiedere al Vescovo o al Vicario che devono autorizzare qualsiasi apparizione televisiva“, ma poi sento crescere dentro di me la rabbia. E’ proprio di quel giorno la notizia che in Pakistan più di 80 cristiani sono stati uccisi, solo perché erano cristiani … non riesco a tacere.

Immagine

“Ma sai che cosa chiedi?” dico alla ragazza al telefono. “Mi chiedi di prostituirmi e di pronunciare delle parole per cui migliaia di persone hanno dato la vita per una compagnia telefonica?”

Gli antichi martiri rifiutavano di bruciare l’incenso di fronte ai simulacri degli dei e dell’imperatore; a noi chi viene chiesto di onorare? Di fronte a chi ci viene proposto di piegare le ginocchia?

Ho cercato di chiudere la telefonata in modo fermo, ma decoroso, senza dare in escandescenze. Poi dentro di me sono venute a galla tutta una serie di immagini di preti-frati-suore (veri o attori camuffati) il cui volto viene utilizzato per promuovere vari oggetti commerciali. La frase che era stata proposta nello spot evocava la nostra professione di fede, ma si orientava ad un prodotto di commercio.

Mi chiedo quale sia la testimonianza che riusciamo a dare al mondo se qualcuno pensa che possiamo essere utilizzati come testimonial neutri di qualsiasi cosa in cui si possa credere. Mi chiedo, in questo anno della fede, se è chiaro alle persone che mi incontrano in che cosa io creda, quale sia l’oggetto e il contenuto della mia fede e della fede che, come prete, rappresento, animo, sostengo.

Immagine

Forse non è chiaro agli altri, ma per quanto mi riguarda, pur consapevole di tutta la mia debolezza, io posso dire insieme a quell’uomo del vangelo che va da Gesù per domandare la guarigione del suo figlio malato: “Io (ti) credo, Signore, aiuta la mia incredulità (Mc 9).

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: