Archivi Mensili: gennaio 2020

Noi non abbiamo paura! E voi?

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Solidarietà e affetto per i nostri fratelli e le nostre sorelle siciliane che hanno subito questi vigliacchi atti di vandalismo. 

#piùbellediprima

La fatica di decidere insieme

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Nella Chiesa si parla molto di processi sinodali, di partecipazione e di corresponsabilità, ma, nel nostro ritrovarci, rimane la fatica di arrivare a decisioni condivise.
Parliamo, ci confrontiamo liberamente, ma non riusciamo ad arrivare a concludere il processo con una scelta condivisa.
So bene che la Chiesa non è una democrazia e che in essa c’è qualcuno che svolge il servizio dell’autorità; ma perché, anche solo a livello orientativo, non riusciamo e non ci interessa giungere a deliberare o anche solo prendere posizione su un tema? Di tutto il nostro parlare cosa rimane? Chi lo raccoglie per edificare? Chi lo custodisce come qualcosa di utile?

Onestamente mi sento di dire che il problema non è di chi presiede che, nelle intenzioni, si apre con disponibilità al confronto; il problema sta piuttosto in noi, che rappresentiamo la base. Prendere decisioni condivise ci vincolerebbe, non potremmo più fare come individualmente riteniamo meglio; ci sentiremmo – almeno formalmente – tenuti a fare i conti con una scelta comune, su cui ci è stato chiesto di prendere posizione. Se questo non accade, liberi tutti!

Facciamo fatica ad esporci, a prendere decisioni. Forse pensiamo che questo stile ci garantisca individualmente.
Ma dove e quando emergerà il NOI della comunità ecclesiale (e del presbiterio)?
Quando ci sentiremo solidali, appassionati e impegnati in un lavoro comune e in uno stile condiviso?

Per vivere la sinodalità (syn-odos) infatti, che – come tutti ormai sanno – significa fare strada insieme, occorre prima vivere un esodo (ex-odos) da sé stessi, rinunciando alla propria autoreferenzialità, e condividere un metodo (met- odos), che definisca il percorso su cui si desidera camminare insieme.
Senza gli altri due elementi, anche se camminiamo insieme e assumiamo lo stile sinodale, rischiamo di non arrivare da nessuna parte; il fallimento dell’obiettivo crea solamente frustrazione e rafforza la voglia di andare ognuno per la propria strada… E questo sarebbe veramente un problema molto grave.

Apollo 13


Houston, abbiamo un problema!

Questa mattina, durante l’assemblea del presbiterio, don Nico Dal Molin ci ha ricordato la storia della missione spaziale Apollo 13. È stata una missione particolarmente difficile, soprattutto per l’incidente che ha messo a rischio la vita degli astronauti.
La vicenda è ricordata però, per l’intraprendenza, la fantasia e la capacità di soluzione di problemi molto importanti che gli astronauti, aiutati dagli ingegneri della base di Houston, sono riusciti a risolvere grazie alle poche cose che avevano a disposizione.

La storia dell’Apollo 13 è stata portata come esempio della situazione ecclesiale che stiamo vivendo. Si tratta evidentemente di una metafora che presenta degli aspetti molto provocatori: anche noi ci troviamo in una situazione difficile, inedita; siamo chiamati a trovare soluzioni nuove con pochi mezzi a disposizione.

Mi chiedo – però – se dobbiamo ridurci ad attendere che la situazione degeneri fino a diventare una situazione di emergenza: sarà solo questa la circostanza che ci spinge a metterci in moto?

Mi chiedo, invece, se non potremmo usare quella intraprendenza, quella inventiva, che hanno dimostrato gli ingegneri e gli astronauti, per prevenire le situazioni di difficoltà, per trovare soluzioni nuove ai problemi che abbiamo già ben presenti, senza attendere che la situazione degeneri fino a diventare una situazione di emergenza.

Mi chiedo cosa ci impedisca di ritenere sensato investire delle energie, delle risorse economiche, degli spazi per la formazione, per preparare un futuro ecclesiale che, ormai, evidentemente ci attende.

Houston, abbiamo un problema!

L’impressione, invece, è che noi tendiamo a preferire l’inazione, come se pensassimo che le cose si risolvano da sole… Ma ci troviamo sempre più stanchi, con sempre meno ossigeno, sempre più incapaci di trovare soluzioni intelligenti per i problemi che abbiamo di fronte.

Questi tre giorni che trascorriamo insieme con il presbiterio, potrebbero rappresentare una buona occasione per guardare avanti e per fare dei piccoli passi verso quelle soluzioni intelligenti che la nostra Chiesa ha bisogno di trovare per affrontare il futuro che la attende. Dipende anche da noi.

Houston, abbiamo un problema!

Gesto interrotto

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Gesto interrotto“: fino a venerdì scorso non avevo mai sentito questa espressione che, invece, ho imparato essere comune in ambito pedagogico. Mentre ascoltavo Letizia, venuta a parlare alla nostra comunità capi di autoeducazione per i bambini di fascia 8-11 anni (lupetti e coccinelle), ad un certo punto è emerso nella sua esposizione questo concetto che, subito mi ha affascinato, introducendomi in una modalità relazionale che mi interpella. Nel (poco) tempo libero di questi giorni, ho navigato per capirne di più.

Per gli altri due viventi in Italia, che, come me, non sanno di cosa si tratti, riporto questa definizione: «Il prof. Andrea Canevaro parla di gesto interrotto per connotare il rapporto che, partendo dalla dipendenza, lascia spazio all’autonomia. “Il nostro gesto interrotto implica l’attesa di un completamento originale da parte dell’altro, implica una scelta.. che può essere assai diversa da quella che avevamo in mente…è l’accettazione dei limiti della propria azione. E’ il contrario del “fare al posto dell’altro per piccolo che sia”»

(http://www.istruzioneinfanzia.ra.it/content/download/128988/1565385/file/progetto ).

Proprio come nell’immagine che apre questa riflessione: una mano aperta che si lascia afferrare lasciando al piccolo la libertà di decidere come afferrare quella mano grande.

Pensando, mi è ritornato alla mente uno dei tanti “gesti interrotti” che sono raccontati nel Vangelo, quello che narra l’incontro e la guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico:

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!“. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10,46-52).

Mi ha sempre colpito che Gesù non vada da Bartiméo, nonostante questo sia cieco, ma lo chiama perché sia lui ad andare da Gesù, balzando in piedi, lasciando il suo mantello (atto di totale fiducia in Gesù) e venendo incontro al Signore. E’ straordinario lo spazio di libertà e di creatività che Gesù lascia a Bartiméo, consentendogli di esprimere in modo ancora più concreto la sua fede e la gioia di quella chiamata.

don Giovanni Montali – Invito alla mostra

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Sul sito della parrocchia si può trovare la trascrizione dell’intervento di don Davide Arcangeli.

http://www.parrocchiasantarcangelo.it/don-giovanni-montali-invito-alla-mostra/

Qui di seguito la registrazione dell’incontro:

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COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Simone Modica

Photography

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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