Archivi Mensili: agosto 2016

Chi inviti a casa tua?

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Lc 14,12-14

Il vangelo di oggi ci lancia una grossa provocazione sul tema dell’accoglienza.
Nessuno si può sentire a posto.
Un altra pagina del vangelo che preferiremmo Gesù non avesse scritto… Soprattutto se traduciamo quelle categorie sociali di Gesù in quelle più attuali degli esclusi del nostro tempo: nomadi, malati mentali, rifugiati, … Gesù ci dice: invitali a casa tua, … e sarai beato!
Non mi sento di dire nulla perché mi trovo molto in difficoltà, ma condivido questa testimonianza che ho trovato molto bella, soprattutto perché, come rivela il vangelo (“sarai beato”), comunica la gioia che nasce dall’accoglienza dell’altro: lui non ti può ricambiare, ma la gioia che sperimenti è grande.

http://www.newsrimini.it/2016/08/la-nostra-nuova-vita-con-harouna/

Grazie ai Busignani che ci hanno creduto… e per noi: Signore aumenta la nostra fede!

Generosità disordinata, ma sempre ammirevole

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Questa mattina tante telefonate, messaggi, email ci hanno sollecitato a farci promotori di raccolte viveri, indumenti e materiale che può essere necessario alle popolazioni colpite dal sisma.

Sia la Caritas diocesana che la Protezione Civile della valle del Marecchia, come i ripetuti appelli ai TG nazionali e regionali, ci hanno confermato che NON è in corso alcuna raccolta perché l’arrivo di questo materiale rischierebbe di non essere gestito a dovere e di andare sprecato. Occorre attendere le indicazioni di chi si è assunto l’onere del coordinamento.

E’ comunque bello vedere come la gente si mobilita con concretezza, come empaticamente ci si coinvolge nelle sofferenze di coloro che stanno patendo le conseguenze di questo sisma, i cui volti ci vengono continuamente rilanciati dalle immagini televisive. E’ bello vedere come, nelle situazioni di necessità e di emergenza, ci risvegliamo da quel torpore che sembra dominarci e ci rimbocchiamo le maniche…

Detto questo dobbiamo però dire che anche la generosità ha bisogno di essere ordinata, perché altrimenti diventa un altro problema da gestire. L’emergenza del terremoto durerà diversi mesi e senz’altro saremo chiamati a farci carico dei bisogni di tanti.

Per adesso possiamo fare tre cose molto importanti:
pregare per coloro che sono morti e per coloro che devono affrontare il dolore di questo lutto; per noi cristiani la preghiera, come ha invitato a fare il Papa mercoledì mattina, è la prima forma di carità e di solidarietà.
riflettere su quanto accade e su come ci coinvolge riguardo la nostra vita; questi fatti non ci devono lasciare indifferenti, ma oltre la giusta commozione per il dolore di tanti è molto importante cogliere questa occasione per verificare la nostra vita, per chiederci su cosa stiamo “investendo” nella nostra vita. Può essere utile oltre al vangelo di oggi anche il testo di Lc 13,4-5. Mentre molto si parla di prevenzione sulle nostre case, noi possiamo anche riflettere sulla prevenzione e sulla cura della nostra esistenza. Non si tratta di terrorismo, ma di saper ascoltare gli inviti che la realtà ci propone.
tenersi pronti per fare la nostra parte quando ci sarà bisogno, anche quando l’ondata emotiva sarà calata e i riflettori dei media si saranno spenti; quando saremo saremo chiamati ad intervenire in vario modo per aiutare coloro che sono nel bisogno per il terremoto o per altre situazioni in cui dimostrare che il senso di umanità non si è spento dentro di noi e che dalla commozione siamo capaci, come vorremmo tanto fare in queste ore, di passare all’azione.

Domenica, in tutte le messe della nostra parrocchia, ricorderemo i defunti del terremoto e le famiglie colpite da questo disastro.

Rimaniamo a disposizione per tutti coloro che volessero contattarci per offrire la loro disponibilità quando ci sarà bisogno.

Sinodalità: tensioni da non ignorare

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In questi giorni si parla molto di sinodalità. La nostra Chiesa riminese ha aperto un percorso che ci porterà ad un grande momento di confronto nel prossimo giugno 2017. Mi sono chiesto, insieme ad altri preti, cosa significhi avviare questo processo a partire non solamente dagli slogan e dagli ideali, ma dalla concretezza della realtà delle nostre comunità.
Premetto che mettere in evidenza le tensioni, non significa affatto rinunciare al cammino che, personalmente, ritengo irrinunciabile e necessario. Penso però che non dovremmo mai risolverci nell’idealismo e che, partire dalla realtà dei fatti, ci aiuti a compiere dei veri passi verso quella riforma ecclesiale auspicata dalla Evangelii gaudium. Ci sono almeno tre tensioni che nel processo sinodale occorre tenere presenti:
– la tensione esistente tra i tutti (tutti i battezzati hanno lo Spirito Santo – ricordava sempre don Oreste) e alcuni più formati e più consapevoli. Un processo sinodale deve tenere presente questa tensione esistente nelle nostre comunità che sono articolate e stratificate in una folla di battezzati che, opportunamente, vanno interpellati ed un gruppo ristretto di persone più formate e consapevoli. Se vigesse il principio “grillino” che ognuno vale uno, riusciremmo a compiere un vero cammino sinodale? come comporre questa prima tensione senza risolverla in prospettiva demagogica o, al contrario, in prospettiva elitaria?
– la tensione esistente tra esigenza identitaria delle comunità ecclesiali (le parrocchie in primis) e la spinta ad una pastorale di zona. Ancora non abbiamo camminato a sufficienza per affrontare in modo sereno questa tensione e molti passi che sono stati compiuti non hanno rasserenato le persone. Mentre da una parte diciamo che il soggetto dell’azione ecclesiale e del processo sinodale è la zona pastorale, le nostre comunità rivendicano l’esigenza di un riferimento alla comunità parrocchiale, quella dove vivono l’eucaristia e dove si riconoscono come credenti. Su questo punto il cammino della pastorale integrata aveva proposto alcune piste che non mi sembra siano state percorse da molti. Occorre definire alcune priorità per aiutare le comunità parrocchiali a compiere un percorso virtuoso e significativo verso una pastorale di zona.
– l’ultima tensione che intravedo nel processo sinodale che ci prepariamo a vivere riguarda la dimensione missionaria, così ben richiamata dal papa e dal vescovo. Questa dimensione è assente dalla coscienza delle nostre comunità che, se interpellate, tendono a manifestare l’esigenza di custodire ciò che è noto e rafforzare la dimensione più tradizionale (messe, pietà popolare, feste tradizionali, …): questo interessa di più alla gente. Come aiutare allora a compiere quel cammino a cui i pastori ci invitano e che non è colto come un’esigenza reale dalle persone? Come aiutare a riconoscere la prospettiva missionaria come quella verso cui orientare la maggior parte delle nostre energie e risorse?

Solo due appunti per non dimenticare quanto maturato in un incontro.

 

Pellegrini verso Roma

arrivo a san Pietro

Un pellegrinaggio a piedi a Roma nell’anno del Giubileo è la cosa meno originale che si possa pensare, ma il progetto era diverso…
Con Paolo (Ibla per gli amici)  volevamo fare questa proposta ai tanti scout “partiti” durante questi anni, per dire loro che non li avevamo dimenticati, che desideravamo ancora fare strada con loro nella situazione di vita in cui si trovavano… Non si trattava di un revival, ma di rimettersi lo zaino in spalla e “fare il punto della strada” a partire dalla varie situazioni di vita.

Nessuno ha accolto questo invito! Alcuni perché avevano assunto altri impegni; altri perché avevano altro a cui pensare… Abbiamo pensato di farlo noi per loro.
A noi si sono aggregati due amiche (Benna e Ilenia) e un amico (Fabrizio), che hanno fatto strada con noi.

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La cronaca del cammino è poco interessante e, di fatto, si potrebbe ridurre a poche parole (strada, sole, sudore, stupore, …). Più interessanti sono le sensazioni e le impressioni che tento di raccogliere dopo un giorno dal mio ritorno. Come sempre lo faccio per me e per condividere con quelli che mi hanno accompagnato spiritualmente.

Roma. Non ci volevo andare a piedi a Roma. Quando Ibla me lo ha proposto ho sentito una fitta allo stomaco. Roma è un luogo in cui sono stato molte volte negli ultimi anni, soprattutto per degli incontri e per lavoro… faccio fatica a riconoscerla come una meta di pellegrinaggio. Ma poi ho pensato che poteva essere un’occasione per ripensare in modo diverso a Roma, la nostra “città santa”. Arrivare a piedi a Roma è stato faticoso (nell’ultimo tratto urbano della via Cassia e della via Trionfale), ma provocatorio; andarci senza aver null’altro da fare che chiedere misericordia e imparare la misericordia. Può essere una parabola della mia vita di questo tempo. Ripercorrere alcuni luoghi per riviverli da un’altra prospettiva.

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Fatica. La strada mette sempre a confronto con la fatica e non è sempre quella fisica la più dura. La strada con il suo potere di purificazione, abbatte gli idoli che ci siamo fatti di noi stessi e ci sbatte in faccia la nostra realtà da accogliere così come si presenta… con misericordia. Lo scorso anno, al Goum, la fatica fisica aveva prevalso: il digiuno, il caldo, i percorsi duri, il peso eccessivo dello zaino… mi avevano fatto toccare con mano la mia debolezza fisica, il mio bisogno di essere aiutato concretamente dagli altri. Quest’anno questa fatica fisica non c’è stata quasi per nulla, ma altre fatiche sono emerse, più di natura spirituale e psicologica. Anche queste saranno da affrontare nel tempo che mi attende, con misericordia e l’aiuto dei compagni di strada.

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Fratelli (Sorelle) e Amici. Parole che mi sono trovato a pensare molte volte in questi mesi di passaggi. Amici sono coloro a cui tu scegli di donarti con libertà e gratuità. I fratelli e le sorelle sono coloro a cui sei legato in modo così forte, che non c’è nessuna scelta che tu possa fare che possa recidere quel legame, neanche quella di Caino (Gen 4). La cosa bella è che con l’andare del tempo crescono sia i fratelli che gli amici: gli amici li scegli nel momento in cui una persona non è più per te una persona qualunque, ma decidi di donarle o di ricevere qualcosa di prezioso che ti(le) appartiene. I fratelli e le sorelle li scopri lungo la strada; non lo sapevi che fossero tuoi fratelli, ma ci sono così tante cose che ti legano a loro indissolubilmente, che non puoi che riconoscere tale legame. La strada arricchisce il cammino di fratelli, sorelle e amici.

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Eucaristia e preghiera. Ci sono molti modi di fare strada. Un pellegrinaggio è un cammino spirituale che chiede di essere sostenuto dalla preghiera e dalla eucaristia. Abbiamo celebrato la messa ogni giorno e abbiamo scelto di farlo ogni volta perché la sentivamo come una cosa necessaria, anche quando era notte ed eravamo stanchi; o in una pausa pomeridiana in cui avremmo potuto riposare all’ombra. Abbiamo riscoperto il suo valore di “viatico” nel cammino della vita cristiana. Anche la liturgia delle ore e un po’ di condivisione ha arricchito i nostri giorni insieme.

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Accoglienza. Da molti anni sento che  l’accoglienza è la concretezza del Vangelo per questo tempo: dalla nostra disponibilità all’accoglienza si gioca la nostra fedeltà alla parola di Gesù. Il pellegrino si trova ogni sera a chiedere accoglienza e può confrontarsi con diverse testimonianze e scelte.
La nostra poca fede ci ha portato  a prenotare i posti dove dovevamo pernottare; non ci siamo affidati per nulla!
Il “sistema” dell’accoglienza per i pellegrini è vario: ostelli, B&B, case religiose, parrocchie, … Percorrendo la via Francigena ci si trova di fronte a diverse soluzioni, non tutte molto evangeliche. Dobbiamo tristemente ammettere che alcuni vedono nell’accoglienza dei pellegrini prevalentemente un’occasione per “fare cassa”: niente di illecito, ma neppure tanto evangelico. Altri invece hanno riconosciuto l’opportunità per mettere in pratica il Vangelo. Mi piace segnalare la testimonianza bella della parrocchia di Campagnano di Roma che accoglie i pellegrini in un bellissimo centro parrocchiale, ben arredato, proponendo un’offerta libera; e la confraternita di san Giacomo che, a Roma, sempre con una libera offerta, ha allestito uno “Spedale per pellegrini“, dove si è accolti con la lavanda dei piedi, come prevede la regola di san Benedetto. Ognuno raccoglierà quanto semina… e questo monito vale anche per noi, sempre preoccupati per il denaro…

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Ritorno. Il ritorno è sempre un’esperienza complessa. Desiderio, nostalgia, trauma … Tutte le esperienze belle devono avere un termine, soprattutto quella del cammino che, se non ha una meta definita, rischia di diventare una fuga verso il nulla. Il reinserimento nella realtà ordinaria è sempre faticoso, ma necessario ed educativo. I frutti della strada si raccolgono nella vita ordinaria: è lì il banco di prova in cui fare verità su di sé, sulle scelte maturate, sulle intuizioni che la strada e gli incontri ci hanno proposto.
Io sono stato riaccolto da una Santarcangelo in festa … per “Calici di stelle“.

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Piazza della Collegiata la sera del 9 agosto 2016

E’ stato un ritorno un po’ più traumatico del previsto, ma questa è la realtà in cui devo fare strada, in cui devo trovare misericordia e dare misericordia.
Il mattino dopo il mio ritorno, il Signore, che non si fa mai attendere, mi ha fatto incontrare il suo volto di misericordia in una persona che, con dolcezza, mi ha fatto sentire pensato e riaccolto. Ora sta a me dare misericordia: gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date.

Alcune immagini e volti…

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Pranzo pellegrino

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Nessuna strada è scontata

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Castello di Bolsena

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Osteria da consigliare

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I piedi sulla strada

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Lago di Bolsena

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Direzione sicura

monumento vivente

Uomini monumentali

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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