Archivi Mensili: gennaio 2017

Abitare la tensione. Accogliere la complessità.

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E’ un mondo difficile!” … si sente dire molte volte citando quella che – ormai – è diventata una gag.
Da qualche mese mi ritorna in mente quella espressione di papa Francesco che, nella Evangelii gaudium, afferma che la realtà è superiore all’idea.
Mi sembra un’osservazione per niente banale e capace di cogliere la radice della maggior parte delle nostre tensioni/frustrazioni…
Quando l’idea prevale sulla realtà, io mi sento a disagio, mi agito, noto soprattutto ciò che manca o non corrisponde… alla mia idea: la realtà diventa manchevole, limitata, … alla lunga diventa inaccettabile e fonte di tensioni.

La reazione al disagio è il desiderio e il tentativo di semplificazione.
Semplificare la realtà ci sembra una buona strategia per risolvere la nostra tensione/frustrazione, ma tale operazione, spesso, ha come conseguenza un rinnegamento della realtà medesima, un’incapacità nell’accogliere la realtà così com’è, giudicandone una parte come causa di tensione, ritenendola non adatta e, quindi, eliminandola.
Questa operazione è la sorgente di molti fondamentalismi, delle ideologie radicali e anche dei famigerati populismi che infestano il nostro tempo. Siamo alla ricerca di una ricetta o di qualcuno (se è uno tosto molto meglio) che ci semplifichi la realtà e la vita… sentiamo che andare avanti nella complessità è troppo difficile.

Io credo invece (e non solo io per fortuna), che dobbiamo imparare ad abitare la complessità e la tensione, trovando in essa la nostra serenità e la nostra pace.  Dobbiamo imparare ad accogliere questa complessità come il luogo in cui la provvidenza di Dio si manifesta per noi, come il luogo in cui siamo chiamati a vivere la nostra vita.
Sembra una contraddizione, ma è esattamente quello che ci insegna il Vangelo e la fede della Chiesa.
Prendiamo, per esempio, il testo delle Beatitudini (Mt 5,1-12), che leggeremo proprio questa domenica: Gesù ci presenta una realtà complessa, addirittura conflittuale, dove la causa della felicità (o beatitudine) non è affatto la soluzione del problema, ma la capacità di abitare quella complessità e quel conflitto per scoprire che proprio andando fino in fondo e permanendo in essa incontriamo il Signore, come colui che ci dona la consolazione e la pace.

D’altra parte Dio si è rivelato come complessità, non come semplicità: lui è Trinità di persone e unità di natura; il suo Figlio è vero uomo e vero Dio; la Chiesa è santa e bisognosa di conversione; l’Eucaristia è vero pane e vero corpo del Signore; Maria è Madre e Vergine… molto della nostra fede ci riporta alla complessità, quasi a dirci che questa è la via in cui lo dobbiamo cercare. E’ la via dell’ ‘et..et‘ non quella dell’ ‘aut…aut‘.

Dobbiamo rinunciare alla fantasia di una vita beata nella semplificazione.
Siamo chiamati a trovare la pace abitando  la complessità riconciliandoci con essa. E’ il luogo concreto in cui Dio ci chiede di incontrarlo e riconoscerlo.
Sarà importante aiutarsi e sostenersi perché questa consapevolezza non ci esonera dalla fatica, ma questo rimane l’unico modo per essere fedeli alla chiamata e alla missione che Dio ci affida in questo tempo e, forse, in ogni tempo.

Lettera di sant’Antonio alle famiglie di Santarcangelo

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Santarcangelo, 17 gennaio 2017

 Carissimi amici e amiche di Santarcangelo,
grazie perché oggi vi siete riuniti così numerosi in chiesa per ricordare il giorno della mia festa. È sempre bello ritrovarsi tra amici di Gesù.

Ho pensato di scrivervi una lettera perché mi sono venute in mente alcune cose che vi vorrei dire.

Sono parole dette tra amici, e tra amici si può parlare con franchezza.

Inizio con la cosa più importante: ascoltate la parola del Vangelo per conoscere sempre meglio Gesù. È una parola bella, capace di cambiare la vita delle persone, come ha cambiato la mia. È una parola che si può vivere con semplicità, mettendo in pratica quello che dice.
Non fatevi convincere che sia troppo difficile, che sia disumana, vecchia. E’, invece, una parola bella e sempre nuova: ascoltatela!

Da centinaia di anni i vostri nonni e i nonni dei vostri nonni sono venuti a chiedere il mio aiuto per ottenere la benedizione dei campi, degli animali nelle stalle, perché non mancasse mai il pane e il necessario sulle tavole delle famiglie. Oggi però vedo che tanto cibo viene sprecato e che tante persone stanno male perché mangiano troppo: sapete già da soli che questo non va bene. Se avete più di quello che vi serve, potete condividerlo con chi non ce l’ha.

Vedo, poi, che molti degli animali che avete portato in chiesa non sono quelli che vivono nelle stalle, ma vivono in casa con voi.
Sento dire da qualcuno che sono preferibili alle persone e vedo che ci sono case in cui si accolgono più volentieri gli animali delle persone.
È bello che nelle vostre case ci sia vita, che ci sia posto anche per le creature di Dio, ma è veramente strano che siamo molto affettuosi con gli animali, mentre trattiamo male le persone; è strano che gli animali vivano in casa con noi e molte persone, uomini, donne e anche bambini, vivano e dormano di fuori al freddo; è strano che siamo disponibili a spendere molti soldi per i nostri animali, ma diciamo di non aver nulla per le persone che stanno male.

Vi faccio una proposta concreta in questa mia festa: in ogni famiglia in cui c’è un animale, creatura di Dio, si scelga di spendere altrettanto per le persone in difficoltà; questo sarebbe veramente benedetto da Dio.
E’ solo un proposta: provate a pensarci per vedere se sia realizzabile.

Infine vi vorrei dire qualcosa del pane che hanno benedetto i vostri preti e che oggi vi viene dato: non trattatelo con superstizione o come qualcosa di magico; quel pane è il segno della benedizione di Dio che arriva nelle nostre case e sulle vostre tavole, per ricordarvi che ogni cosa che mangiamo è il frutto della benedizione e della provvidenza di Dio.

Ma voglio ricordarvi che c’è un pane migliore che vi attende ogni domenica in chiesa: è l’eucaristia, il corpo di Cristo che è dato per noi e per la nostra salvezza. Quello è il pane che dovete desiderare e mangiare perché Gesù possa farvi diventare pienamente figli di Dio.

Il Signore vi benedica tutti.

Antonio

 

 

L’indifferenza come difesa

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Forse arriva un momento in cui anche la possibilità di coinvolgersi nella tragedia ha un limite. Arriva un momento in cui il nostro “sistema operativo” va in protezione per eccesso di input.

Nel martellamento mediatico quotidiano che ci riporta drammi di uomini, donne, bambini bloccati nel gelo a temperature impensabili; naufragi nel mare mediterraneo con morti e dispersi; politici e governanti di paesi europei che si beffano delle leggi internazionali attuando azioni disumane e fuori da ogni logica minimamente solidale… si attua dentro di noi come una reazione di difesa, che tende a porre un filtro per custodirci in una tranquillità turbata da queste notizie.

Gli alibi che giustificano questo filtro sono innumerevoli: da quelli fondati nelle ideologie nazionaliste (sfacciatamente proclamate in questi giorni dal premier Ungherese), a quelli di chi, semplicemente, non ce la fa più anche solo ad ascoltare queste notizie, a chi pensa che la cosa non lo riguardi, a chi pensa di aver già dato con SMS solidale al numero indicato dalla TV.

Ma abbiamo il diritto di stare tranquilli quando intorno a noi si è scatenata questa tempesta umanitaria che non cessa e che non tende a diminuire?
O quel disagio che sentiamo dentro di noi, quel malessere che vorremmo risolvere in qualche modo, non è altro che la nostra umanità che bussa alla nostra coscienza e ci dice che la cosa ci riguarda e riguarda esattamente il nostro modo di essere uomini?

Certo è una lotta!
Un combattimento contro il nostro desiderio prepotente di silenzio, di pace, di tranquillità… contro l’esigenza manifestata di pensare beatamente ai fatti propri che, come diceva la mia nonna, “sei già stanco e sudato”.
E’ un combattimento contro quella parte di noi stessi che non vuole coinvolgersi, non vuole essere messa nel mezzo, non vuole entrarci in questa vicenda.
E’ un combattimento per comprendere cosa posso fare concretamente, come mi posso coinvolgere, come ci sta anche questa, in mezzo a tutte le cose che già devo fare….
E’ una lotta!
Ma è una lotta per rimanere umani! Per non cedere alla tentazione di pensare che io ho il diritto di farmi gli affari miei e gli altri sono dei rompiscatole o dei problemi che non mi riguardano. Essere umani prevede la capacità minima di riconoscere altri esseri umani come me, con i miei stessi diritti e le mie stesse aspirazioni.
E’ una lotta contro la disumanità che nasce sempre dal culto del mio io; la disumanità che si manifesta nel peccato, che diventa ingiustizia, che diventa arroganza e prepotenza.

E’ una lotta in cui mi devo ripetere senza stancarmi: voglio semplicemente essere e rimanere umano!

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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