Archivi Mensili: maggio 2013

Cura dimagrante … Strutture più leggere

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Questa mattina ho letto sul giornale che nel comune di Gemmano, dopo le amministrative, il consiglio comunale sarà composto da 6 consiglieri (la metà del consiglio precedente che era composto da 12) e la sua giunta potrà contare su appena 2 assessori. La motivazione di questa riduzione è puramente economica e riguarda le dinamiche della ormai famigerata spending review … Ma tant’è!
A livello politico si parla da anni di riforme costituzionali e istituzionali e tutti i progetti di riforma vanno nella prospettiva di una riduzione delle strutture, di una semplificazione nelle relazioni… Anche in questo caso per ridurre i costi e per rendere più agile la governance.

La scorsa settimana papa Francesco ha incontrato i nostri vescovi in una grande assemblea nazionale, in un clima bello e caldo come lui è capace di fare, e nel suo discorso ha messo il dito sulla piaga del numero eccessivo di diocesi presenti nel nostro Paese, e sull’esigenza di arrivare ad una riforma e a una riduzione. Per fortuna i motivi in questo caso non sono prevalentemente di ordine economico, ma piuttosto missionario. Quale la presenza e la testimonianza della nostra Chiesa se si trova così appesantita nel gestire strutture e articolazioni strutturali che ne impediscono una certa agilità nell’azione?
D’altra parte le varie articolazione permettono un’ampiezza di partecipazione, un valore che forse non dovrebbe andare perduto.
Una provocazione che ci aiuta a pensare.
Io non ho ricette ne programmi di dieta, ma cominciare a pensarci potrebbe essere opportuno.

 

Ritrovarsi dopo 23 anni

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Normalmente cerchiamo di incontrarci ogni anno. In passato anche due volte all’anno. Quando qualcuno prende l’iniziativa, ci diamo appuntamento per la messa, poi un pranzo o una cena festosa prima di ritornare a casa: ognuno si aggrega quando riesce.

Sono gli amici con cui ho condiviso gli anni del seminario regionale e Bologna tra il 1984 e il 1989, anni burrascosi di vivaci confronti, che però non hanno minato il comune impegno nel ministero e fondamentalmente, nonostante le diversità, neanche la stima reciproca.

E’ difficile dire se siamo amici, perché di fatto i nostri contatti si riducono a questo singolo appuntamento annuale, ma quando ci rivediamo è sempre una festa.

Uno di noi è già in cielo, don Giampaolo Trevisan, prete della Diocesi di Bologna, stroncato velocemente da un tumore al cervello nel gennaio 2012. Qualcuno ha cambiato strada ed ha una famiglia bella e numerosa. La maggior parte di noi sono impegnati nella pastorale delle varie diocesi di Bologna e della regione Romagna, in situazioni impegnative e ordinarie (i due termini non sono alternativi perché l’ordinarietà è già impegnativa).

Quando ci incontriamo ricordiamo con simpatia e senza nostalgia i tempi vissuti insieme in seminario; ci ascoltiamo sulle esperienze vissute e sulle situazioni che incontriamo; spettegoliamo un po’ secondo il più sano stile clericale, avvalendoci  (si dice in fonti non scritte) dello ius mormorandi; poi ci salutiamo con calore, lieti di esserci ritrovati, riconosciuti, ascoltati con semplicità.

Purtroppo non ci siamo mai tutti. Gli impegni pastorali spesso ci impediscono di poterci regalare quelle poche ore di compagnia. Altri decidono di non venire perché non ne hanno voglia … va bene anche così perché questa cosa non può essere fatta per dovere (neanche morale) … anche noi ne abbiamo già troppi di doveri e obblighi.

Io sono quasi sempre andato a questi incontri, perché li riconosco come spazi di gratuità, momenti non necessari, ma opportunità in cui mi è dato di vedere come la grazia di Dio opera nella vita delle persone e ci rende strumenti efficaci nonostante i nostri limiti.

Finito il seminario, nel 1989, ci eravamo presi l’impegno di ricordarci ogni settimana nelle lodi del giovedì. L’ho fatto quasi sempre nel tempo ordinario perché me lo sono segnato sul breviario (altrimenti mi dimenticherei), negli altri tempi non me ne ricordo… scusatemi, ma l’intenzione c’è lo stesso.

Sono grato a chi si sbatte per organizzare questi incontri, anche solo per mandare gli inviti e sollecitare le conferme per organizzare il pranzo. Grazie a Lino e Stefano che hanno organizzato l’incontro di oggi. Un ricordo affettuoso questa sera, prima di andare a letto, per coloro che non ho potuto incontrare quest’anno… avremo altre occasioni. Grazie per questi compagni di strada e di ministero.

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La V teologia del 1988/89 al Seminario Regionale a Bologna

Frattura islamica: alle radici dell’eterno conflitto tra sciiti e sunniti

Frattura islamica: alle radici dell’eterno conflitto tra sciiti e sunniti

Bell’articolo tratto dalla rivista Popoli per conoscere la storia dell’Islam e delle sue divisioni interne.

O Sapienza …. dono da invocare, virtù da ricercare

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Dal libro del Siràcide    cap. 4

Chi ama la sapienza ama la vita, chi la cerca di buon mattino sarà ricolmo di gioia…
Dapprima lo condurrà per vie tortuose, lo scruterà attentamente, gli incuterà timore e paura, lo tormenterà con la sua disciplina, finché possa fidarsi di lui e lo abbia provato con i suoi decreti;
ma poi lo ricondurrà su una via diritta e lo allieterà, gli manifesterà i propri segreti e lo arricchirà di scienza e di retta conoscenza.
Se egli invece batte una falsa strada, lo lascerà andare e lo consegnerà alla sua rovina. 


La Sapienza non coincide con la scienza; un termine più moderno la potrebbe assimilare con quella competenza che è frutto dell’esperienza di vita, ma ancora siamo lontani dal concetto biblico, perché la Scrittura è molto ferma sul fatto che la Sapienza è un dono di Dio, da cercare ed invocare, un dono dello Spirito Santo, secondo la catechesi ecclesiale.

Questo testo del libro del Siracide ci testimonia l’esigenza di una fatica e di un travaglio per ottenere il dono della Sapienza; non è qualcosa che si può presumere di ottenere con uno stile  di vita da low cost, ma ottenere la Sapienza richiede un allenamento costante e un impegno quotidiano; una volta raggiuntala, dopo aver percorso vie tortuose, si avrà una retta conoscenza e una ricchezza di scienza.

Perché è così importante questo dono della Sapienza? Perché ci libera da due riduzionismi molto diffusi nella cultura contemporanea, due modi di vivere la vita “al minimo” che umiliano la dignità dell’uomo.

Il primo riduzionismo è quello di chi crede che si possa vivere in pace seguendo delle ricette: dimmi cosa devo fare e io lo faccio! Si tratta della tentazione diffusa tra coloro che non vogliono affrontare la fatica di fronteggiare le situazioni problematiche e complesse che la vita inevitabilmente ci propone; avere un ricetta per ogni situazione – come i Disneyani Qui, Quo e Qua avevano il loro “Manuale delle Giovani Marmotte” -, con una risposta disponibile e pronta per ogni situazione difficile: è un’aspirazione che purtroppo è presente nel cuore di tanti uomini e donne, desiderosi di semplificarsi la vita e di avere qualcuno che pensa al posto loro, a patto di vedere soddisfatti i propri bisogni primari.

Il secondo riduzionismo o tentazione, altrettanto antica e radicata, è quella delle ideologie, che sono state  – e sono –  quanto di meno sapienziale l’uomo abbia potuto esprimere. L’ideologia si presenta normalmente come un criterio di riferimento forte per interpretare la realtà, quasi che la realtà stessa debba adattarsi alla forma del pensiero: se questo non accade diventa necessario modificare la realtà, anche violentemente!

La Sapienza, soprattutto quella che viene dall’alto, alimenta quella disponibilità a saper riconoscere nella realtà i “segni dei tempi”, gli orientamenti che dovrebbero ispirare le scelte dell’uomo, perché quella realtà è abitata da Colui che è il principio della Sapienza; quella realtà porta in sé stessa l’impronta vivente di Colui che l’ha creata.

In questi giorni che seguono la Pentecoste, possiamo continuare ad invocare lo Spirito di Sapienza, perché ci insegni a vivere in questa realtà riconoscendo la volontà del Signore – che si manifesta nei fatti della storia – e ci doni la libertà di cuore di aderire con immediatezza ai suoi appelli.

Perché non potrebbe essere un esorcismo?

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Oggi si sta facendo un gran parlare di questo presunto esorcismo che Papa Francesco avrebbe fatto ad un ragazzo dopo la celebrazione del giorno di Pentecoste.
Interpretazioni varie della Tv, successive smentite della sala stampa Vaticana, alle quali ho sempre prestato fiducia.
La questione fondamentale però è: perché se il Papa avesse fatto un esorcismo questo sarebbe stato un problema?
I discepoli di Gesù e in particolare gli apostoli sono stati inviati nel mondo per continuare l’opera missionaria di Gesù, il quale insegnava chi fosse realmente Dio e chi fosse l’uomo per Dio.
In ambedue gli insegnamenti Gesù accompagnava le sue parole con dei segni che erano la manifestazione della potenza e della vittoria di Dio sul male, fisico e spirituale, e sulla morte. Quante volte Gesù ha liberato dal potere del demonio delle persone, anche dei giovani, che ne erano prigionieri?
Anche i suoi discepoli nella loro missione accompagnano la parola del Vangelo con dei gesti di liberazione, segni della presenza di Dio e della sua potenza sul male.
Mi rifaccio la domanda? Cosa avrebbe impedito a questo Papa di compiere una preghiera di liberazione per quel ragazzo che lui ha riconosciuto come bisognoso di un particolare aiuto?
Fa parte del ministero dei vescovi esercitare la guarigione spirituale sia quella sacramentale che quella degli esorcismi. Purtroppo noi siamo schiavi della filmografia horror e pensiamo che tale azione di liberazione debba avvenire in contesti esoterici, con riti strani… In realtà, ci dice il Vangelo e la Tradizione della Chiesa, è sufficiente la fede in Gesù Cristo Signore e la preghiera fatta con fede.
Credo che Papa Francesco sia ben consapevole delle sue responsabilità ministeriali e, se lo ha ritenuto necessario e utile per quel ragazzo, possa aver compiuto un gesto evangelico di liberazione dal male. Questa è la benedizione! Questa è la responsabilità della Chiesa chiamata a portare la buona notizia della liberazione dal male e attuare questa liberazione con i segni della fede!
A chi fa problema questa missione? Perché dovrebbe essere strana?

La temperanza (card. C.M. Martini)

Che cosa significa “temperanza”?

Quando ero bambino mi chiedevo spesso, sentendo usare la parola “temperanza”, che cosa volesse dire, e dal momento che per me (come per tutti i bambini, penso) era molto difficile temperare le matite senza rompere la punta, avevo finito col pensare quel sostantivo come la capacità di temperare bene le matite.

In questi giorni, sfogliando i vocabolari mi sono accorto che la mia idea di bambino non era tanto sciocca, perché in realtà “temperare” significa disporre bene qualcosa per il suo uso: temperare una matita è disporla in tutte le sue parti così da poterla usare bene. Più in generale, vuol dire combinare nel modo giusto le parti in un tutto che sia armonico e utile: per esempio, temperare i colori prima di mettersi a dipingere un quadro. “Tempera” o “tempra” è quel trattamento termico a cui si sottopongono le leghe metalliche o i cristalli, affinché abbiano una resistenza maggiore. “Temperamento” è la mescolanza delle doti di un individuo; si parla infatti di buono o di cattivo “temperamento”. Il clima “temperato” è proprio delle regioni nelle quali il freddo e il caldo si accordano tra loro. Da qui comprendiamo il senso tecnico, laico, generale del termine “temperanza” , che è appunto la capacità di soddisfare con equilibrio e moderazione i propri istinti e desideri. Alla temperanza sono allora collegate molte altre virtù più facili da capire: dominio di sé, ordine e misura, armonia, equilibrio, autocontrollo; tutti atteggiamenti assai importanti.

Qual è la fonte della temperanza?

Affrontare il tema della temperanza dal punto di vista della tradizione cristiana, significa che il nostro discorso sull’etica diventa un discorso ascetico, spirituale, cioè un discorso sul cammino dell’uomo che, vincendo se stesso, va verso l’imitazione di Gesù, verso la somiglianza con Dio. Ci sono anche dei passi biblici che, nel contesto del dominio delle proprie passioni, parlano dell’imitazione di Cristo, della necessità di seguire lo Spirito che è in Gesù.

* Per esempio, san Paolo raccomanda ai Galati: “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gai 5, 24-25).

* Oppure: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno; non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13, 12-14).

Dunque la temperanza è imitazione di Cristo, perché Gesù è modello di equilibrio, di dominio di sé: tutta la sua vita è ben regolata, come pure la sua passione e la sua morte. Gesù è temperante nello slancio, nella vivacità, nell’entusiasmo, nella creatività, nell’amore a tutte le creature; Gesù ama le persone, parla con amore degli animali, dei fiori, del cielo. In lui c’è quell’armonia che tiene insieme i desideri, gli istinti, le emozioni per farne un organismo ben unificato.
Anche nella vita dei Santi contempliamo questo splendore della temperanza: basta pensare a Francesco d’Assisi e alla sua passionalità santa, sempre regolata, al suo amore per tutte le creature, alla sua capacità di gioire.

Gesù e i santi ci testimoniano che temperanza non è sinonimo di freddezza, di rigidità, di insensibilità – come talora si pensa -, bensì è sinonimo di armonia, di ordine e perciò di creatività e di gioia.

Dove si esercita la temperanza?

Dopo aver visto qual è il significato del vocabolo “temperanza” e aver capito che questa virtù ha la sua fonte anzitutto nell’imitazione di Gesù, cerchiamo di rispondere alla domanda: Dove si esercita la temperanza? “La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”(Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1809).

La temperanza si esercita quindi nelle realtà sopra menzionate: i beni creati, gli istinti, i piaceri, i desideri.

Mi sembra utile sottolineare cinque grandi aspetti o ambiti dell’esistenza in cui dobbiamo vivere la temperanza.

1. Temperanza come moderazione nel mangiare e nel bere. In questo caso, essa ha a che fare con l’astinenza, con il digiuno anche, con la cura della salute, con la dieta quando la si segue non per motivi di bellezza o di linea, bensì per mantenere sano il fisico. La temperanza si oppone evidentemente agli eccessi dell’alcool e della droga. Abbiamo visto che, nel brano della Lettera ai Romani, Paolo sottolinea la moderazione nel cibo e nelle bevande raccomandando di evitare gozzoviglie e ubriachezze.

2. Temperanza come controllo degli istinti sessuali. Sempre nella Lettera ai Romani, Paolo esorta a vivere “non tra impurità e licenze”. È il discorso della castità, della custodia dei sensi, degli occhi, della fantasia e dei gesti; del buon uso della televisione, dell’attenzione alle letture, ai giornali, ecc. All’opposto di tale temperanza stanno tutti i disordini sessuali, fino alle perversioni che causano poi i delitti.

3. Temperanza come equilibrio nell’uso dei beni materiali, in particolare del denaro. “Coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1Tim 6, 9-10).
È tutto il tema dell’avarizia, della corruzione amministrativa e politica, che nasce dall’avidità personale o di gruppo. Ne abbiamo parlato a proposito della virtù della giustizia, ma ritorna adesso perché è la temperanza a stroncare le radici di quell’avidità che crea ingiustizia.

Sotto questo terzo aspetto, la temperanza riguarda anche il lusso, le spese sfrenate nel vestire, nella casa, nelle seconde e terze case, nei divertimenti; essa aiuta infatti a raggiungere la moderazione che conviene alla situazione di ciascuno e che non è eccedenza, ostentazione, sperpero.

4. La temperanza come giusto mezzo nella ricerca di onore e di successo. “Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1Gv 2, 16). In questo senso, la temperanza è collegata con l’umiltà, la modestia, la semplicità del comportamento; ed è contraria all’arroganza, alla supponenza, al gusto sfrenato del potere.

5. L’ultimo aspetto è quello della temperanza come dominio dell’irascibilità. La temperanza ci aiuta (meglio: ci insegna) a dominare nervosismi, irritazioni, scatti d’ira, piccole e grandi vendette, magari anche nell’ambito della famiglia, dell’amicizia. Gestione della rabbia.

È la virtù che mantiene la persona in quell’equilibrio forte che è necessario per reagire bene al male, per rimproverare bene o ben punire quando occorre. Se invece manca il dominio dell’istinto dell’irascibilità, si rischia pure in famiglia di lasciarsi andare alle contese, alle impazienze gravi, ai dispetti o, al contrario, di lasciar fare tutto senza mai intervenire. La temperanza è la via di mezzo, è il saper contemperare giuste esigenze di serietà e di severità con atteggiamenti di comprensione e di perdono.

Perché è importante la temperanza?

I cinque atteggiamenti che ho sottolineato permettono di comprendere come la temperanza tocchi tutta la vita quotidiana, e la tocchi per renderla serena e capace di vero godimento. Ad esempio, il dominio di sé indotto e promosso dalla temperanza è sorgente di autentico godimento anche sensibile, di piccole gioie e soddisfazioni della vita. Mentre la sfrenatezza, l’intemperanza, il gusto di tutto vedere, di tutto sapere, è fonte di rigidità, di nervosismo e genera un’ottusità dei sensi che arriva poi alla noia togliendo la serenità e la pace.

Allora, la temperanza è importante perché rende la vita bella e armonica. Passando alla ragione contraria: la vigilanza su di sé è importante perché gli istinti, lasciati a se stessi, diventano distruttivi.

La Lettera di Paolo a Timoteo, sopra citata, parla di “rovina e perdizione” provocate dalle “bramosie insensate e funeste” e del fatto che ci si tormenta con molti dolori quando si cede il campo a tali bramosie. La ragione filosofica sta nel fatto che, a differenza degli animali che si autoregolano con precisione a motivo degli istinti, l’uomo deve imparare a regolare i suoi istinti con la ragione e la volontà. “Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando la passione del tuo cuore” (Sir 5, 2), non fidarti della forza travolgente del tuo istinto. Se parlassimo agli animali, potremmo dire tranquillamente: segui il tuo istinto. Ma l’uomo deve ricavare il suo comportamento dalla ragione, dalla riflessione, dalla ragione illuminata dalla fede.

L’impegno per agire così è chiamato anche ascesi, esercizio, allenamento: si tratta di un’autoeducazione della volontà, che parte dall’intelligenza e dalla ragionevolezza. E tutti sappiamo che è molto importante allenarci con sacrifici al dominio di sé, alle piccole rinunce. Là dove i ragazzi non vengono aiutati a rinunciare a qualche cosa, ma si concede loro tutto, non saranno mai allenati, educati al dominio di sé. Bisogna dunque imparare a compiere volentieri piccoli e spontanei sacrifici, perché questa è la grande lezione tradizionale della temperanza cristiana.

Comunicare la Parola

Vi suggerisco, infine, quattro domande per stimolarvi a riflettere ulteriormente sulla virtù della temperanza.

1. “Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera” (1Pt 4,7). Partendo dall’esortazione di Pietro potreste chiedervi: qual è il rapporto tra temperanza e preghiera? perché la temperanza aiuta la preghiera e l’intemperanza, la sfrenatezza, la golosità, la curiosità, la morbosità uccidono la preghiera? Spesso affermiamo di non saper pregare, ma dovremmo andare alle radici, cioè frenare anzitutto le passioni e gli istinti anche nelle piccole cose.

2. Come si pensa e si parla oggi della virtù della temperanza, sia in se stessa che nei cinque ambiti che ho indicato? che cosa pensa la gente, come la valuta, che ne dice? Il giudizio della gente ci condiziona e lo troviamo anche in noi;  per questo è molto importante conoscerlo e riconoscerlo.

3. Quali danni vengono – nella vita personale, nelle famiglie, nella società – dalla mancanza di dominio di sé nei cinque ambiti su cui ci siamo fermati?

4. Come educarci ed educare – in famiglia, in comunità,  in parrocchia al dominio di sé? come non dimenticare questa virtù così dimenticata?

La scaltrezza di Paolo … e la sua sottomissione a Dio

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La lettura degli Atti degli Apostoli proposto oggi dal lezionario feriale (At 22,30.23,6-11)  ci presenta uno dei testi più interessanti sulla fisionomia di Paolo. Arrestato dalle autorità di Gerusalemme viene portato davanti al Sinedrio per essere giudicato. Il Sinedrio non è un luogo estraneo a Paolo: il “vecchio Saulo” era di casa in questo consesso e conosceva bene le sue dinamiche interne.

Paolo non resiste e, con scaltrezza e furbizia, propone un bel trabocchetto che chiama i presenti a schierarsi non in merito a lui, ma alla fede nella risurrezione, professata dai farisei e negata dai sadducei. Ovviamente l’esito che Paolo ottiene è quello di scatenare un dibattito così acceso che rischi addirittura di degenerare in una rissa con omicidio.

Il testo ci mostra un Paolo che mette in atto una strategia umana molto efficace che gli consente di uscire indenne dal quel pasticcio. Noi potremmo ammirare Paolo per la sua scaltrezza e la sua capacità di cavarsela, ma il testo di Atti ci mette in guardia da questa ammirazione che non corrisponde alla logica del Vangelo.

Gesù aveva detto ai suoi: “sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi“. (Mt 10,18-20) Paolo non sembra ispirato dalla Spirito nel pronunciare le sue parole davanti al Sinedrio; per questo il Signore Gesù, che gli appare in sogno, gli indica che un’altra è la strada che è chiamato a percorrere, quella che già aveva intravisto e che lo Spirito gli aveva suggerito, come aveva detto drammaticamente agli anziani della chiesa di Efeso (At 20,23-24).

Paolo è caduto nella tentazione di difendersi con le sue capacità, ma altrettanto prontamente aderisce alla volontà del Signore riconosciuta e, di fronte al governatore si dichiarerà cittadino romano appellandosi al giudizio dell’imperatore, per poter essere condotto a Roma dove arriverà in catene e rimarrà prigioniero per lungo tempo, probabilmente fino al martirio.

La via del Vangelo è una via che non ci domanda di essere passivi e di rinunciare all’esercizio della nostra intelligenza, ma ci potrebbe essere una scaltrezza che, pur ottenendo apparentemente uno buon risultato, non ci conduce per la strada che Dio ha pensato per noi.

Integrare non è solo stare accanto

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Una delle parole che negli ultimi tempi ricorrono più spesso nel linguaggio civile ed ecclesiale è la parola integrazione. Se ne parla a proposito del fenomeno migratorio che l’Italia finalmente sta imparando a cogliere come un qualcosa di non episodico con cui fare i conti; se ne parla nella Chiesa a proposito di prospettive di impegno pastorale …

Nei testi che la Diocesi di Rimini ha pubblicato sulla pastorale integrata si afferma con chiarezza che l’integrazione è molto di più che la semplice aggregazione, perché l’obbiettivo non è puramente funzionale, ma è puntare alla comunione.

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Questo pensiero, che per tanti versi potrebbe essere considerato scontato, mi porta a pensare che integrare non sia solo stare accanto, ma cogliere tutto il positivo che c’è nell’altro e farlo diventare mio e viceversa condividere tutto il bello di cui io sono portatore e consentire all’altro di sentirlo come suo patrimonio.

Nella esperienza ecclesiale questa integrazione dovrebbe essere più facile, in virtù del tanto che si condivide già in partenza, ma ci accorgiamo che non è esattamente così, perché molto dipende dal punto di vista. L’integrazione viene spesso considerato un processo asimmetrico, della serie: io sarei già a posto così come sono, ma poiché non posso ignorare la tua presenza decido di accogliere qualcosa di tuo che rappresenta un di più, non necessario.

Quando l’accoglienza dell’altro viene considerata un “di più non necessario” il processo di integrazione parte già inceppato. Non sei essenziale per me; sto bene anche senza di te; devi essermi grato perché considero la tua presenza accanto a me e ti riconosco come portatore di qualcosa di buono.

La sfida dell’integrazione, sia a livello sociale e civile che a livello ecclesiale, è un impegno che ci coinvolgerà molto nei prossimi anni e ci chiederà la capacità e la disponibilità di cambiare i nostri punti di vista. Sento importante tenere ben fisso davanti agli occhi che la comunione è il vero obiettivo verso cui dobbiamo convergere e che l’integrazione è “solamente” una via che ci consente di costruire e vivere questa comunione.

Venga il tuo Regno: … dove Dio regna veramente

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Oggi ho letto un testo dell’Apocalisse che afferma: “Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo …” (Ap 19)

Questa espressione è consueta nel Nuovo Testamento, soprattutto nei vangeli sinottici ed ormai è entrata nel nostro orecchio, non ci scompone più… la ripetiamo, senza scossoni, ogni volta che recitiamo il “Padre nostro”, ma non avvertimo nessun disagio e nessun brivido lungo la schiena.

Ho chiesto a coloro che partecipavano alla celebrazione con me: Ma voi vi sentite tranquilli di fronte alla prospettiva che Dio regni veramente sulla nostra vita? Ci sentiamo di rallegrarci ed esultare perché Dio ha preso possesso del suo Regno? La domanda ha suscitato un certo imbarazzo finché qualcuno, prendendo coraggio, ha detto: io vorrei avere la possibilità di dire il mio parere in questo regno!.

Vivere in una prospettiva in cui sia Dio a regnare veramente non mi rende tranquillo perché non mi fido di lasciare a lui il timone della mia vita; per quanto io sia consapevole del mio limite e della mia inconsistenza, preferisco sbagliare con le mie mani piuttosto che affidarmi ciecamente ala guida di  Dio. In me – riguardo a Dio – non prevalgono le immagini rassicuranti e amorevoli del Vangelo e del Nuovo Testamento, piuttosto sono presenti immagini false e grottesche di Dio che gli attribuiscono la possibilità di cambiare umore, qualche possibile capriccio, la strumentalizzazione della mia vita … immagini demoniache di Dio che mi fanno stare ad una distanza timorosa da lui. Quante volte abbiamo pensato o detto “faccio questa cosa perché Dio non mi punisca” oppure, di fronte ad una situazione dolorosa e difficile “cosa avrò fatto di male per meritarmi questa cosa (da Dio)?” …

Il Regno di Dio, per me, è un luogo (una situazione) in cui avrei la pretesa di negoziare la sua volontà, di dire la mia sulle scelte opportune, … insomma un regno in cui anche io pretendo di avere un mio ruolo attivo.

In fondo, come ha detto chiaramente Gesù fin dall’inizio del suo Vangelo: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi!” (Cf. Mc 1,14), la questione che entra in gioco è la mia fede e l’esigenza della conversione e della purificazione da tutte le immagini false di Dio che trovo scritte e ben raffigurate nel mio cuore. Sono immagini arcaiche che anche i grandi personaggi della Bibbia come Abramo, Giacobbe e Mosé si portavano dentro; sono immagini che ci rendono schiavi e ci impediscono di vivere una relazione libera e fiduciosa con il Signore. E’ sempre l’immagine che il nemico di Dio proietta di fronte ai nostri occhi facendoci intendere che Dio ci vuole opprimere e la sua signoria non è altro che prepotenza e prevaricazione (Cf. Gen 3).

Questa gioia di cui parla il libro dell’Apocalisse, questo rallegrarsi ed esultare può essere solo di chi riconosce in Dio il Padre, l’Amore, la misericordia e la tenerezza … Di fronte a queste immagini non c’è nulla da temere, perché Dio non è che benevolenza e perdono.

Consegnare a Dio il timone della mia vita è un atto di fede e di vera conversione.

Meglio secondi a Roma che primi in Gallia; ovvero la bella spiritualità dei numeri due.

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Tutti conoscono il celebre detto attribuito a Giulio Cesare così diffuso nel nostro mondo clericale. Esso recita: “Meglio essere primi in Gallia che secondi a Roma”.  

La maledizione dell’essere secondi o “dipendenti” di e da qualcuno, sembra essere il peggiore dei mali da scongiurare. Meglio una soluzione di ripiego, che però mi garantisca la primazia, l’indipendenza, che una soluzione in cui mi devo trovare secondo a qualcuno.

Qualche giorno fa’ il nostro vescovo Francesco, durante il funerale di don Sisto Ceccarini – prete ottantacinquenne della Diocesi di Rimini, chiamato dal Padre dei cieli dopo un lungo travaglio nella malattia -, ha ricordato che per don Sisto non è stato mai un problema vivere “all’ombra di don Oreste Benzi”; anzi si è beato di questa bella relazione, nata fin dalla preadolescenza in seminario e continuata per tutta la vita. Don Sisto ha saputo riconoscere con semplicità il valore di una provvidenza che lo ha messo a fianco di uno come don Oreste ed ha vissuto quella che mi piacerebbe chiamare la spiritualità del numero due.

Mi sembra che riscoprire questa spiritualità sia particolarmente importante soprattutto per noi preti chiamati – per vocazione ministeriale – ad essere collaboratori del ministero episcopale.

La preghiera di ordinazione che il vescovo pronuncia sugli eletti al ministero sacerdotale si esprime così: “Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico. Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto …. Siano degni cooperatori dell’ordine episcopale, perché la parola del vangelo mediante la loro predicazione, con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini, e raggiunga i confini della terra“.

La nostra vocazione e il nostro ministero di preti si colloca essenzialmente in questa prospettiva della collaborazione e ci chiede di riscoprire la bella spiritualità dell’essere accanto a coloro che il Signore ha chiamato a presiedere la comunità. Necessariamente questa figura si identifica con il Vescovo, ma, provvidenzialmente, si potrebbe identificare anche con qualcuno (prete, diacono, laico, …) con cui io sono chiamato a collaborare in un ruolo paritario o subordinato.

Penso -per esempio- alle nuove situazioni che si verranno a creare con le zone pastorali e come avvertiamo, anche se non sempre siamo capaci di dirlo, che questo senso del perdere la primazia e l’indipendenza, dato dall’esigenza di una collaborazione tra parrocchie o dal dover fare i conti con la figura di un moderatore, lavora dentro di noi e ci impedisce di procedere con velocità verso quella direzione che la Chiesa ci ha indicato con chiarezza.

Sappiamo che la tentazione di pensare come Giulio Cesare non è lontana da noi.

La testimonianza di preti come don Sisto ci aiuti a vivere con semplicità il nostro compito ecclesiale.

Il Signore ci renda numeri due felici e sereni, liberi e gioiosi, efficaci anche in questa testimonianza evangelica che va davvero contro corrente.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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