Archivi Mensili: ottobre 2015

Il pericolo del romanticismo

romanticismo

La nostra epoca viene spesso tacciata di essere un’epoca che ha perso i valori e gli ideali; un’epoca in cui tutto viene pesato e misurato; in cui le leggi dell’economia e della finanza sembrano dominare ogni ambito della vita dell’uomo.

Queste affermazioni sono senz’altro vere; anche il Papa nelle ultime due encicliche ci ha proposto ampi spazi di riflessione su questo dramma del nostro tempo.

Eppure c’è un elemento che persiste e che minaccia in modo altrettanto pesante il nostro tempo: il romanticismo. Qualcuno si potrebbe sorprendere rispetto a questa affermazione perché siamo abituati ad attribuire un valore positivo al romanticismo. Io non sono di questo parere perché ne ho potuto constatare gli effetti negativi nella vita degli adulti e nella vita dei giovani.

Il romanticismo è quell’atteggiamento che ti porta a credere che, nella vita, le cose belle accadono indipendentemente dalle tue scelte e dal tuo impegno personale. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, in nome di un sentimento attuale, tu puoi mettere in discussione tutto quello che hai costruito nella vita. È quell’atteggiamento che ti porta a credere che, per costruire la tua vita e per fare delle scelte importanti, tu debba attendere una specie di flash che si pone come un evento non ignorabile, che rende evidente e ineludibile quello che da solo/a non sei capace di cogliere.

Quanti giovani attendono tanto tempo prima di compiere delle scelte che danno forma alla loro vita, solo per ossequio ad una idea romantica, secondo la quale deve accadere qualcosa di straordinario perché una persona possa essere autorizzata a compiere una scelta!

Quanti adulti – di ogni età – tradiscono le scelte compiute e distruggono relazioni importanti per inseguire sogni improbabili (miraggi bisognerebbe dire) fondati sulle sensazioni del tempo presente e non messe alla prova del tempo.

Tutto questo è il frutto del romanticismo: la proiezione in una realtà ideale sognata, pretesa, ricercata a tutti i costi, per dare un senso e un valore alla mia vita.

Ovviamente il romanticismo di cui parlo, nulla ha a che fare con il grande valore dei sentimenti, con l’incommensurabile valore delle relazioni; e in nessun modo voglio sostenere un pragmatismo bieco, per il quale ogni cosa viene misurata in base alla convenienza (utilità si dice nel linguaggio politicamente corretto) e non si trova alcuno spazio per la gratuità e l’amore.

Abbiamo imparato dal Vangelo che l’amore vero non lascia nessuno spazio al romanticismo, perché è talmente radicato nella situazione concreta e nella relazione, da saper vedere anche oltre quella situazione senza mai tradirla.

È il caso di chi è capace di vivere superando la semplice osservanza della legge, non per aggirarla, ma perché la si riconosce – per natura – lacunosa e incapace di indicare la giustizia più grande, quella che, non accontentandosi di evitare il male, sa operare per costruire il bene. Lo abbiamo visto, proprio in questi giorni, nei volti e nelle storie di quegli uomini e quelle donne del nostro Paese, indicate dal Presidente della Repubblica come modelli di vita umana e civile proprio perché non si sono accontentati di osservare le regole, ma ci hanno messo del loro, creando situazioni di crescita dell’umanità. Non c’è alcun romanticismo in queste testimonianze di impegno.

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Quattro donne insignite dell’onorificenza al merito della Repubblica per il loro impegno civile

È il caso di chi dona la vita per i fratelli, cosa che accade ogni giorno in vari luoghi della Terra, non per inseguire un sogno romantico, ma perché è stata accolta la logica evangelica dell’amore più grande, quell’amore che arriva a riconoscere la vita dell’altro come meritevole del dono della propria, sperimentando così il modo migliore per vivere in pienezza la propria vita.

Don Andrea Turchini

Il martirio dell’accoglienza

Carissimo don Giovanni e amici del Ponte,

Durante l’estate non sono riuscito tanto a leggere il nostro settimanale diocesano perché la successione delle partenze/arrivi tra le varie esperienze estive non me lo ha concesso. Volevo condividere con voi una riflessione che mi sono trovato a fare in questi ultimi giorni, come tanti altri uomini e donne di buona volontà, di fronte ai fatti che quotidianamente ci vengono riproposti dai media riguardanti questo esodo dal sud del mondo verso la nostra Europa.

– Questi fatti accadono nel momento in cui siamo più deboli. L’auto-comprensione che caratterizza i popoli europei in queste circostanze, fa emergere la consapevolezza di una forte debolezza. Non abbiamo a disposizione mezzi economici, siamo deboli sul piano antropologico e anche su quello religioso. Siamo deboli! La prima reazione sarebbe quella di dire: non siamo in grado, dobbiamo prima pensare a noi; eppure la realtà ci interpella in modo travolgente e non ci lascia scampo ne’ alibi. Mi chiedo: cosa significa affrontare la sfida di questa accoglienza a partire dalla nostra debolezza? Questa debolezza a cui noi non siamo abituati, può essere – paradossalmente – la condizione privilegiata per vivere in modo veramente umano la sfida di questa accoglienza? Mi riecheggiano nella mente le parole di San Paolo: “quando sono debole è allora che sono forte”. Cosa significa questa parola per noi?

– Molte delle persone che approdano in Italia e in Europa vengono dai paesi che, fino a qualche decennio fa’, erano meta dei missionari che partivano dalle nostre chiese per andare ad evangelizzare. Ora la situazione ce li pone come vicini di casa. Molti di loro sono cristiani. Altri appartengono ad altre esperienze religiose. Cosa significa per noi porci la prospettiva della evangelizzazione mentre il Signore ci pone accanto coloro che fino a qualche tempo addietro andavamo a cercare? Saremo capaci di essere comunità che evangelizzano? A quali condizioni?

– Per le nostre comunità ecclesiali si prepara un tempo di prova, pari a quello che le comunità dei primi secoli vivevano di fronte alle persecuzioni. Per quelle comunità la persecuzione era un  momento di grande purificazione, perché, accanto ai numerosi martiri di cui la storia ci fa fare memoria, molti altri abbandonarono la fede per paura, per interesse, …

Una situazione simile si prepara per noi di fronte a questa sfida della accoglienza che sarà un vero martirio, una grande occasione di testimonianza, di fronte alla quale le nostre comunità si spaccheranno. Basta vedere quanto è accaduto a Crema questa estate e leggere la drammatica lettera di mons. Cantoni, vescovo di quella terra, che deve fare i conti con una parte della sua comunità ecclesiale che rifiuta ogni dialogo sulla possibilità e sul dovere evangelico della accoglienza. Non sarà una persecuzione esterna che ci metterà alla prova, ma la sfida concreta di mettere in pratica il Vangelo a fronte di una situazione che ci interpella con drammaticità.

Ho sentito che molti paragonano gli eventi di questi tempi a quanto accadde al tempo delle invasioni barbariche che determinarono la fine dell’impero romano come era conosciuto fino a quel momento. Se il paragone è pertinente, dobbiamo ammettere che la società di quel tempo viveva una grande decadenza e che furono proprio i cosiddetti barbari a portare ossigeno e linfa nuova ad una società e cultura giunte a capolinea. La Chiesa di quel tempo, poi, guidata da grandi figure di pastori, non perse l’occasione dell’annuncio e non si rinchiuse in difesa, ma accolse la sfida dell’incontro con questi popoli che erano scesi in Italia, facendo loro conoscere il Vangelo di Gesù.

A noi uomini e donne di questi primi anni del terzo millennio spetta di dare una risposta a questa situazione. Il futuro dipenderà dalle scelte che saremo capaci di vivere oggi.

don Andrea Turchini

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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