Archivi Mensili: giugno 2016

L’obbedienza delle mani

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Rinnovo della promessa di obbedienza (Foto Marco Evangelisti — Grazie)

Ieri sera, all’inizio del mio ministero a Santarcangelo, ho rinnovato gli impegni dell’ordinazione presbiterale e la promessa di obbedienza.
Ho commentato questo rito molte volte negli ultimi anni, ma non avevo mai notato una cosa che mi ha colpito rivivendolo. Quando siamo chiamati promettere obbedienza al Vescovo, mettiamo le nostre mani giunte nelle sue: così ho fatto anche ieri sera.

Dal punto di vista della storia del rito, mi sembra che questo gesto sia stato ripreso da un’usanza in voga presso i signori feudali che richiedevano ai loro vassalli una promessa di obbedienza (sic!).

Mi sembra che nella mistagogia del rito, invece, si possa dire che l’obbedienza richieda di diventare necessariamente una questione di mani, di gesti, di azioni e che non si possa limitare a delle buone intenzioni o ad una dichiarazione verbale.
Conosciamo il valore simbolico della mani, soprattutto nell’ambito delle relazioni personali, dell’impegno nel lavoro, nell’impegno educativo…

Signore, dammi mani obbedienti, fammi vivere l’obbedienza delle mani insieme a quella del cuore e della testa.

… e adesso pedala!

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foto di Riccardo Bianchi (grazie)

Ieri sera durante la messa di inizio del ministero di parroco a Santarcangelo abbiamo respirato un bel clima. Nella Collegiata strapiena di persone e di tanti amici, abbiamo condiviso le emozioni, la preghiera, i desideri. Molti abbracci, strette di mano, presentazioni di volti e di nomi che per qualche mese dovrò cercare di ricordare e collegare nelle parentele, nei gruppi di servizio,nelle amicizie dichiarate…

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Il rinnovo delle promesse sacerdotali (foto di don Giampaolo Rocchi — Grazie)

Un grazie particolare desidero dirlo ai tanti preti e diaconi che si sono resi presenti, anche a costo di sacrifici, e ai tanti che mi hanno contattato per dirmi la loro vicinanza. E’ stato segno di presbiterio molto bello, accanto alla bellezza della presenza di tanti laici e consacrati.

I parrocchiani di Santarcangelo mi hanno regalato una bellissima bicicletta, che sarà molto utile negli spostamenti in questa grande parrocchia. L’augurio collegato, in stile tipicamente romagnolo, è stato unanime e ripetuto molte volte … adesso pedala! Mi sembra un bell’invito!

Terminata la bella festa e le presentazioni, ora è il momento di mettersi all’opera e di pedalare.

Allego il testo di quello che ho provato a dire ieri sera per condividerlo con chi non c’era.

Santarcangelo di Romagna, 15 giugno 2016

Parrocchia san Michele Arcangelo – Chiesa Collegiata
In occasione dell’ ingresso in parrocchia e dell’inizio del ministero di Parroco

Carissimi amici e amiche e voi tutti che siete qui convenuti in questa sera. Grazie.

Quello che accade in questo momento è tanto banale quanto straordinario.
È banale secondo la logica comune: cambia un parroco: che sarà mai? In questo tempo poi in cui ci siamo abituati all’idea di un turn over più veloce … come si dice popolarmente: “via uno sotto un altro”. Forse domani il giornale scriverà qualche riga, o forse no. Ma sicuramente non si andrà oltre qualche nota di colore o qualche curiosità.

D’altra parte, noi che siamo qui percepiamo che stiamo vivendo qualcosa di straordinario, perché è come se il Signore concedesse ad ognuno di noi, e a noi tutti insieme, una nuova possibilità per rilanciare, per vivere con maggiore autenticità l’esperienza della fede e della Chiesa.

Senz’altro il Signore da una nuova possibilità a me: dopo venticinque anni di presbiterato, ringrazio il Signore perché non ha ancora gettato la spugna con me, non si è ancora stancato della mia mediocrità nel vivere il Vangelo, ma vuole proseguire quel progetto iniziato nel giorno del mio battesimo finché Cristo non sia formato in me (Cfr. Gal 4,19).

Una parola mi ritorna spesso alla mente e anche stasera la sento una parola guida per me: me l’ha detta con molta solennità il Vescovo Mariano quando mi ha ordinato diacono e me l’ha ripetuta quando mi ha ordinato prete: Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in te. Il vescovo Francesco me l’ha ripetuta anche questa sera domandandomi di rinnovare la mia promessa di obbedienza. Questa è la preghiera che faccio spesso e che rinnovo anche questa sera: porta a compimento la tua opera Signore e abbi pazienza con me.

Anche per la parrocchia di san Michele Arcangelo c’è una nuova possibilità: non so quanto effettivamente possa incidere la venuta di un nuovo parroco, ma è pur sempre un piccolo- grande richiamo per ricuperare le motivazioni di quanto si vive e ricordare che non è sufficiente fare come sempre si è fatto. Questa verifica, e il possibile rinnovamento che ne potrebbe seguire, è l’unica condizione per poter essere una comunità cristiana significativa e testimone del Vangelo di Gesù.

Non so se qualcuno si aspetta delle linee programmatiche, ma su questo – devo confessarvi – che non ho molto da dire. Siamo nel biennio della missione straordinaria, nell’anno del Giubileo della Misericordia, in un tempo di svolta della vita della Chiesa riguardo le strutture, gli orientamenti, gli stili ecclesiali. Certamente le linee programmatiche non ci mancano e non riguardano solo Santarcangelo.
Due giorni fa in Consiglio pastorale abbiamo definito insieme alcune linee d’azione che ci impegneranno nelle prossime settimane e nei prossimi mesi.
Siamo già all’opera, dentro la vita della Chiesa intera…

Ho però un desiderio da confessarvi.

Avete visto che nella processione d’ingresso il diacono ha portato un Evangeliario, utilizzato nel momento della proclamazione del Vangelo. Quel grande libro è un dono che ho voluto fare alla parrocchia per l’occasione del mio ingresso: l’ho scelto come segno perché tutti possiamo ricordare di mettere al centro della nostra vita comunitaria non le nostre idee, ma il Vangelo di Gesù e perché – e questo sarebbe il mio desiderio – sorgano in questa comunità molte vocazioni al servizio del Vangelo: sacerdoti, consacrati e consacrate, famiglie apostoliche e dei diaconi permanenti che possano essere presenza viva del Signore nelle varie realtà della comunità parrocchiale e della zona pastorale.
Vi invito a mettere questa preghiera tra le intenzioni che presentate al Signore quotidianamente: io lo farò senz’altro.

Partiamo dunque per questa nuovo tratto di strada, seguendo il Signore, uniti tra noi, attenti a tutti coloro che lungo la strada potremo incontrare, pronti all’ascolto, alla condivisione e alla testimonianza della nostra fede e della nostra speranza. 
Il Signore porterà a compimento la sua opera.

Maria, la Madre di Dio, san Michele Arcangelo, san Martino, san Giacomo, san Bartolo, il beato Simone Balacchi, e tutti i nostri defunti – tra cui ricordiamo il papa Clemente XIV, Suor Angela Molari, il diacono Paolo Querzé e Caterina Gambuti – ci custodiscano nel nostro cammino.

don Andrea

 

Imparo a fare il parroco … alla scuola di Ignazio e Policarpo

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Questa sera inizio ufficialmente il mio ministero di parroco a Santarcangelo. Oggi mi sono concesso un po’ di tempo per raccogliere le idee.  Mi sono incontrato con questa lettera, che è antica di quasi duemila anni. Sia chi l’ha scritta che chi l’ha ricevuta, oltre ad essere stato un bravo vescovo, è stato chiamato a testimoniare la fede in Gesù con il dono della vita nel martirio. Queste parole Ignazio di Antiochia le ha sigillate con il suo sangue e Policarpo di Smirne, che le ha ricevute, ha fatto altrettanto.

Fatte le dovute distinzioni, sento che queste parole hanno molto da dirmi in questo giorno e indicano uno stile che vorrei fosse il mio nell’esercizio del mio ministero. Riporto il testo con qualche sottolineatura per evidenziare le parti che mi hanno colpito maggiormente

Dalla «Lettera a Policarpo» di sant’Ignazio di Antiochia, vescovo e martire 

Ignazio, detto anche Teoforo, augura ogni bene a Policarpo, che è vescovo della chiesa di Smirne, o piuttosto ha egli stesso per vescovo Dio Padre e il Signore Gesù Cristo.
Rendo omaggio alla tua pietà solidamente stabilita come su una roccia incrollabile e lodo e ringrazio il Signore che mi ha concesso di vedere il tuo volto di bontà. Possa io averne giovamento in Dio.
Ti scongiuro, per la grazia di cui sei rivestito, di continuare il tuo cammino e di esortare tutti perché si salvino. Fa’ sentire la tua presenza in ogni settore, tanto in quello che riguarda il bene dei corpi, come in quello dello spirito.
Abbi cura di mantenere l’unità, perché nulla vi è di più prezioso.

Porta il peso di tutti i fedeli, come il Signore porta te.
Abbi pazienza e carità con tutti, come già fai.
Attendi di continuo alla preghiera.
Chiedi una sapienza ancora maggiore di quella che già hai.
Vigila con spirito insonne.
Parla a ciascuno singolarmente, seguendo il modo di agire di Dio.
Porta le infermità di tutti, come un valido atleta. Dove è maggiore la fatica, più grande sarà anche il premio. Se ami solo i buoni discepoli, non ne avrai alcun merito. Cerca piuttosto di cattivarti, con la dolcezza, i più riottosi. Non ogni ferita va curata con lo stesso medicamento.
Calma i morsi più violenti con applicazioni di dolcezza.
In ogni occasione sii prudente come il serpente e semplice come la colomba (cfr. Mt 10, 16). Essendo composto d’anima e di corpo, disponi di esperienze nel settore materiale e spirituale. Esercita dunque la tua saggezza nelle cose che cadono sotto gli occhi e chiedi di conoscere quelle invisibili, perché nulla ti manchi e ti sia concesso in abbondanza ogni dono spirituale. Come il nocchiero domanda venti propizi, e chi è sbattuto dalla tempesta desidera il porto, così il momento presente fa appello alla tua opera perché tu possa giungere con i tuoi a Dio.
Sii sobrio come un atleta del Signore: il premio è l’immortalità e la vita eterna, come sai benissimo. Per te io offro in sacrificio la mia vita e queste catene che tu hai venerato. Non ti spaventino quelli che sembrano degni di fede, ma insegnano false dottrine. Sta’ saldo come l’incudine sotto il martello. È proprio di un valoroso atleta essere bersagliato di colpi e vincere. Dobbiamo sopportare ogni cosa per Dio, perché anch’egli a sua volta sopporti noi. Cresca sempre più il tuo zelo. Sappi cogliere il momento opportuno.
Spera in colui che è al di là di ogni vicissitudine, fuori del tempo, invisibile, e che per noi si è fatto visibile. Poni la tua fiducia in colui che, impalpabile e impassibile, ha accettato per noi la sofferenza e per noi ha sofferto ogni genere di tormenti.
Non siano trascurate le vedove. Dopo il Signore, sii tu il loro sostegno.
Niente si faccia senza il tuo consenso, e non far nulla senza Dio, come so che già non fai nulla senza di lui. Sii costante.
Le riunioni dei fedeli siano più frequenti. Invita ciascuno personalmente.
Non disprezzare gli schiavi e le schiave. Essi però dal canto loro non si ribellino e prestino anzi con maggior dedizione il loro servizio a gloria di Dio, per ottenere da lui una libertà migliore. Né pretendano di essere riscattati a spese della comunità, per non finire poi schiavi delle loro passioni.

Un programma semplice ed impegnativo. Ignazio e Policarpo, pregate per me e per la comunità di Santarcangelo.

“Generatio rectorum benedicetur”. Testamento di un rettore di seminario

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Seminario Vescovile di Rimini, 9 giugno 2016

Generatio rectorum benedicetur” (Sal 112,2).
I preti anziani, quelli che hanno pregato i salmi in latino, mi hanno ripetuto molte volte questa frase del Salmo 112. Doveva trattarsi di una gag in voga nei seminari di un tempo. Per noi più giovani è più difficile da capire, perché il latino lo mastichiamo poco. Ovviamente il salmo non si interessa affatto dei rettori: è la stirpe dei giusti ad essere benedetta dal Signore; ma una benedizione, come dicono i nostri vecchi, anche se arriva per sbaglio di traduzione, non fa mai male.

Sono passati quasi dieci anni da quel 15 giugno 2006, quando, al termine della processione del Corpus Domini, il vescovo Mariano mi ha invitato a prendere un appuntamento per un incontro con lui, perché – disse – mi doveva parlare. Il 19 giugno mi comunicava che sarei diventato rettore del seminario. Ho lasciato la parrocchia della Colonnella il 14 luglio e, da quel giorno, sono rimasto in seminario.

Molte cose sono successe in questi dieci anni in questa comunità e a me: alcune le avrei evitate volentieri, altre sono state molto belle; direi che tutte mi hanno fatto crescere. Avrei voluto fare un elenco, ma alla fine l’ho cancellato perché mi risultava inutile.
Chi certe cose le ha vissute, se le porta nel cuore; agli altri interessano relativamente.

Ho pensato a queste righe come ad un testamento (spirituale?) da scrivere alla vigilia della mia partenza dal seminario, perché, come dice una famosa poesia, “partire è un po’ morire”.
Questo “testamento”, in verità, serve più a me che ad altri; mi serve per fare il punto della strada, per fare verifica su ciò che ho nel mio zaino di camminatore… lo condivido con gli amici.

Cosa porto via dal seminario dopo questi dieci anni? Cosa ci sarà nel mio zaino?

  • Una esperienza di formazione che mi ha aiutato ad andare in profondità nelle cose. Il mio amico don Antonio, che è stato per dodici anni rettore ad Ancona, diceva sempre: “fare il rettore fa bene al rettore”. Dopo dieci anni posso sottoscrivere questa affermazione. Mi ha fatto bene essere rettore; mi ha fatto crescere, mi ha aiutato ad andare in profondità nelle cose. È stato un tempo e un’occasione di grazia.
  • Una esperienza di fraternità vera e quotidiana con i seminaristi, ma soprattutto con i preti. Ci abbiamo creduto, ci abbiamo investito; la fraternità ci ha custodito e ci ha sostenuto. Fatte le dovute distinzioni, credo che sia la stessa cosa in una coppia di sposi: quando curi le relazioni, le relazioni ti aiutano. Sono stato molto aiutato da questa fraternità che è stata vissuta con equilibrio, libertà e rispetto reciproco.
  • Una esperienza di vicinanza ai due vescovi che hanno guidato la nostra Chiesa in questi ultimi dieci anni. Il rettore si trova a vivere un rapporto molto stretto con il Vescovo per diversi motivi. Questa relazione mi ha consentito di vedere la Chiesa nella sua dimensione diocesana, da un punto di vista di responsabilità: è stato faticoso, ma mi ha fatto crescere. Anche questa è stata una grazia che non vorrei disperdere.
  • Un clima di famiglia con tutti coloro che hanno fatto e fanno parte di una realtà grande e stratificata come è il seminario. Con coloro che qui lavorano o che svolgono attività di volontariato nella pastorale vocazionale o nei vari settori che coinvolgono il seminario; abbiamo cercato di costruire relazioni vere e fraterne, pur nel rispetto dei ruoli di ognuno. Siamo stati una realtà efficiente ed unita, perché i due aspetti non sono necessariamente contraddittori. Questa esperienza mi ha dimostrato che dovunque si può costruire una fraternità, anche lì dove il Signore mi condurrà.

Cosa lascio al seminario (o come lascio il seminario)?

Come minimo uno si augura di non aver causato danni irreparabili. Ma poiché io sto scrivendo un testamento, e non sono troppo modesto, penso di poter lasciare qualcosa a questa comunità e a questa realtà.

Ovviamente – lo sottolineo con molta forza – quello che indico non può essere considerato in nessun modo mio merito esclusivo; come accade nella Chiesa, tutto è sempre frutto di sinergie e collaborazioni virtuose; tanto più nel nostro caso, dove abbiamo sempre sottolineato l’esigenza di una gestione collegiale…

  • Lascio una realtà che, in Diocesi, è un punto di riferimento e una realtà apprezzata dalle comunità e dai singoli. I tanti che sono passati di qui, in questi anni, hanno sperimentato un clima positivo, un clima di fede e di Vangelo. Per la Diocesi e per tante realtà regionali, dire “seminario di Rimini” è evocare una realtà bella, attiva e laboriosa, accogliente, evangelica, giovane e seria contemporaneamente.
  • Lascio una realtà ordinata e con un clima sostanzialmente sereno. Anche la messa di questa sera, con tante persone diverse e coinvolte in modo diverso, mi conferma che, pur essendo una realtà molto complessa, vive uno stile di famiglia in cui ognuno sente di poter essere accolto e di poter portare il suo contributo.
  • Lascio un progetto, frutto del lavoro intenso di un anno, che segna la strada su cui il seminario può continuare a camminare in un periodo oggettivamente difficile. Mi sarebbe dispiaciuto lasciare il seminario “al palo”, senza una prospettiva positiva. Grazie a Dio questo non succede e mi rende tranquillo, oltre che grato.
  • Lascio il mio contributo ad una tradizione di pastorale vocazionale che ci ha visti sempre al lavoro, mai seduti, mai rassegnati, sempre in ricerca ed in ascolto delle provocazioni dello Spirito. Lascio una pastorale vocazionale che è un punto di riferimento apprezzato in Diocesi e fuori della Diocesi, soprattutto perché è una realtà sempre meno clericale e sempre più aperta ad un’immagine di Chiesa che ha imparato a considerare tutti i battezzati come chiamati. Lascio una pastorale vocazionale consapevole di doversi ripensare e di doversi ricentrare di fronte alle nuove sfide che attendono la Chiesa nel suo dialogo con il mondo, ma assolutamente in grado di farlo.

Di cosa e a chi dico grazie?

La lista delle persone e delle circostanze potrebbe essere molto lunga, ma, limiterò a dei macro gruppi e a dei macro temi.

  • Ringrazio prima di tutto i preti che hanno condiviso con me questi anni di ministero: Vittorio, Matteo, Alessio, Cristian e Marcello. Come ho già detto, sono stati anni difficili, ma belli. So di non essere un soggetto semplice, ma mi sono sempre sentito accolto, curato, richiamato e custodito. Come ho scritto alla gente di Santarcangelo: ci siamo incontrati come fratelli e siamo diventati amici, nel senso più autentico del termine. Grazie perché non era scontato.
  • Ringrazio gli altri adulti che vivono quotidianamente questa comunità, in particolare coloro che – formalmente – sono dipendenti del Seminario, ma con i quali abbiamo costruito relazioni belle: Celestina, Maria, Gabriele, Sandro, Viola, Carmela, Federica, Giulietta; senza dimenticare Sara, Roberto e Bio e tutti gli altri che in questi anni hanno collaborato con noi, anche se per breve tempo. Grazie per il vostro impegno, per la vostra dedizione oltre il dovuto, per il bene che avete voluto e volete a me, ai preti, ai ragazzi e a questa realtà del seminario che, per tutti voi, è molto più che un posto di lavoro. Potrei dire molte altre cose per ognuno di voi, ma poiché tra noi le conosciamo, le custodiamo nel cuore, lì dove sono al sicuro.
  • Ringrazio tutti coloro che, come seminaristi, sono passati dal seminario in questi anni. Come ho già scritto, sono stati per me una provocazione quotidiana ad essere testimone e non “istruttore” della vita presbiterale. A voi ho detto già abbastanza cose in questi dieci anni, non ne ho altre da aggiungere.
  • Ringrazio tutti coloro che hanno collaborato in vario modo con la pastorale vocazionale, mettendo testa, cuore e braccia in tante attività che ci hanno visti impegnati insieme al 200%. Soprattutto ai membri delle équipes vocazionali, vera anima delle attività e volto dell’impegno vocazionale della nostra Diocesi. Sarebbe bello e giusto pronunciare i vostri nomi, ma per fortuna siete tanti e non è possibile. Nessuno è stato, ne sarà dimenticato per il poco o il molto che ha fatto. Permettetemi solo un ricordo grato per la bella presenza delle suore Apostoline che ci ha accompagnato in questi ultimi nove anni, dalla prima settimana vocazionale del 2008 e fino a quest’anno.
  • Ringrazio tutti i giovani e le giovani “che ci hanno scocciato” (lo dico con ironia) ogni sera, provocandoci a far sì che la nostra casa rimanesse una casa accogliente e aperta, impedendoci di chiuderci in pace nelle nostre stanze a riposare e chiedendoci di metterci in gioco anche nelle relazioni occasionali, quelle del dopo-incontro, quelle dove viene fuori il di più che non si dice nell’incontro. Ringrazio tutti coloro che hanno accolto le nostre proposte, che ci hanno mostrato il volto giovane di una Chiesa che non è annichilita, ma alla ricerca di una pienezza che solo in Cristo può essere trovata. Ringrazio tutti coloro che hanno scelto questa casa un po’ come la loro casa, e la abitano fuori dagli schemi e dalle formalità. Qui ci metto dentro tutti: dal coro diocesano agli universitari; dai giovani dei gruppi “vieni e vedi” a quelli della Messa a fuoco; dai gruppi dell’ACR – ACG agli scout; dai gruppi short time, Samuele, Zaccheo, Ester … dimentico sicuramente qualcuno … ma tutti sono stati un dono e una provocazione bella. Vi abbiamo parlato di Gesù, ma attraverso di voi, Gesù ha parlato a noi.
  • Ringrazio i vescovi che mi hanno chiamato e confermato in questo servizio in questi dieci anni, consentendomi di vivere questa bella esperienza. Ringrazio i preti e i diaconi della Diocesi che mi/ci hanno sempre dato fiducia e mi/ci hanno sostenuto con affetto in questo ministero non semplice.Davvero misterioso è il disegno del Signore, ma possiamo solo dire grazie.

A chi devo chiedere perdono?

Tanti sono i ringraziamenti e altrettanti dovrebbero essere le richieste di perdono.

Chiedo perdono per le asperità del mio carattere, quelle che mettono gli altri in soggezione e non rendono semplice l’avvicinarsi a me.

Chiedo perdono per il mio atteggiamento saccente, per la mia arroganza, per la mia fretta di raggiungere il risultato, per la mia preoccupazione efficentista, per i miei attaccamenti ai progetti quando mi hanno impedito di vedere le persone e le loro vere domande.

Chiedo perdono per le mie pigrizie nella conversione, per la mia mediocrità nel vivere il Vangelo, per la fatica a vivere la correzione fraterna, per tutte le volte che ho derogato al richiamo di una persona perché mi risultava scomodo e faticoso.

Chiedo perdono per la mia poca sobrietà, perché mi sono concesso con superficialità cose non necessarie, perché non sempre ho condiviso con semplicità quanto possedevo con chi ne aveva bisogno, ma mi sono nascosto dietro alibi teorici che nascondevano solo il mio egoismo.

Chiedo perdono per le volte che ho pronunciato giudizi sommari, perché non sempre sono stato strumento di comunione, perché ho messo in evidenza più i limiti, del bene che era presente.

Chiedo perdono – infine – perché nonostante i miei cinquanta anni suonati e nonostante tutti i doni che il Signore mi ha dato, ancora non sono santo, ancora la mia vita non risplende del Vangelo, ancora sono necessari molti distinguo e molta comprensione a tutti coloro che, incontrando me, ricercano un vero testimone di Gesù.

Che cosa voglio affidare e per che cosa voglio pregare?

Voglio affidare al Signore il seminario e questo nuovo progetto che comincia presso le parrocchie di San Giuliano e le Celle. Abbiamo fatto il disegno. Moltissimo è ancora da fare e c’è bisogno di molto sostegno e preghiera da parte di tutti. Forse non mancheranno gli imprevisti; preghiamo perché nessuno si perda di coraggio. In particolare voglio affidare al Signore don Paolo, don Marcello e  don Cristian e i ragazzi del seminario; sono una realtà preziosa che il Signore saprà custodire e far crescere.

Voglio affidare la piccola comunità delle Maestre Pie con Madre Lina e Suor Soledad che abiteranno questa casa da settembre. Anche in questo caso molto è da pensare e da mettere in atto. Non è mancato loro il coraggio per dire sì alla proposta che è arrivata tramite la Diocesi; con l’aiuto di Dio non mancherà loro il sostegno per rendere concreto quello che finora è solo un progetto.

Voglio affidare al Signore la Pastorale Vocazionale della nostra Diocesi e in particolare don Cristian, Davide e Cinzia e tutti coloro che, in modo diverso si sono messi in gioco. Il Signore vi renda testimoni della bellezza che Lui è capace di realizzare in coloro che accolgono la sua Parola e lo seguono.

Voglio affidare al Signore tutti i giovani che sono in cammino di discernimento vocazionale e che hanno intersecato il mio/nostro cammino in questi anni, soprattutto coloro con i quali c’è stato un rapporto più stretto nell’accompagnamento spirituale. Il Signore custodisca i passi di ognuno di voi e vi doni la sua pace, quella che, come diceva don Oreste, non lascia in pace.

Voglio affidare al Signore tutti coloro che in questi anni ho accompagnato nella pastorale universitaria, nel servizio come docente all’ISSR, nel servizio di formatore nei corsi di pastorale. In particolare agli ormai ex-universitari e agli amici del CUD va un pensiero affettuoso: il Signore vi aiuti a custodire le relazioni tra di voi senza che nulla mai possa corrompere la vostra amicizia, che è la cosa più preziosa che avete.

Infine desidero affidare il mio cammino vocazionale e ministeriale che continua a Santarcangelo. Parto sereno, senza conti in sospeso, senza questioni irrisolte; curioso di scoprire ciò che il Signore ha preparato per me, contento per la fiducia che mi è stata accordata, fiducioso perché so che il Signore sarà accanto a me “e avrà cura di me” (Cfr. 1 Pt 5,7).

PARTIRE È UN PO’ MORIRE

Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama
poiché lasciamo un po’ di noi stessi
in ogni luogo ad ogni istante.
E’ un dolore sottile e definitivo
come l’ultimo verso di un poema…
Partire è un po’ morire
rispetto a ciò che si ama.
Si parte come per gioco
prima del viaggio estremo
e in ogni addio seminiamo
un po’ della nostra anima.

 Edmond Haracourt

http://www.poesieepoeti.it/poesia/partire-e-un-po-morire-edmond-haracourt.asp

Un giusto nel tempo dell’indifferenza: in memoria di Petrit Nikolli

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Petrit Nikolli con la moglie

Qualche anno fa’ mi è stato consigliato un libro che mi ha molto aiutato “I giusti nel tempo del male“, scritto da Svetlana Broz; il libro riporta gli atti di “ordinario” coraggio messi in atto da uomini e donne “qualunque” durante gli anni della guerra nei Balcani (1992-1995). Ciò che caratterizzava i gesti di quelle persone “normali” era che non si erano lasciati intimidire o annichilire di fronte ad un male dilagante o ad un pensiero diffuso che portava a riconoscere l’altro come un diverso e, forse, un nemico. Ma agendo in modo “semplicemente” umano, si sono comportati da giusti, intervenendo con coraggio per salvare la vita di altre persone e “facendo la differenza” tra la vita e la morte. Consiglio a tutti la lettura di questo libro.

Oggi a Rimini ci siamo radunati in piazza con diverse decine di persone e abbiamo ricordato Petrit Nikolli, un uomo “qualunque”, un immigrato dall’Albania naturalizzato italiano, un marito, un padre (di tre figli e in attesa del quarto), un lavoratore, che non ha declinato la sua responsabilità di fronte alla sofferenza ingiusta di una nipote maltrattata dal marito, dal cognato e dal suocero, ma è intervenuto per difendere la nipote, per metterla al riparo da quei maltrattamenti e da quelle violenze e, “solo per questo”, è stato freddato barbaramente con un colpo di pistola alla schiena dai tre “parenti” che non hanno tollerato la sua intromissione.

La stampa in questi giorni ha scritto pagine e pagine sulla legge del Kanun, una antica legge tribale albanese che regola le vendette d’onore e le riconciliazioni tra le famiglie, ma a mio avviso non è il caso di scomodare questa “nobile” legge. A me sembra che sia solo un nostro bisogno quello di tracciare una linea di confine e di dire che “loro”, quei tre lì, sono dei barbari, perché hanno agito in quel modo; direi, invece, che per noi sia più utile pensare che la stessa “bestia” abita dentro molti di noi, anche se abbiamo altri ascendenti e tradizioni culturali; ma questo pensiero è più difficilmente accettabile: è più facile e più comodo evocare l’arcana regola del Kanun.

Oggi si è parlato di Petrit Nikolli come di un eroe, ma io ritengo che fosse “solamente” un uomo giusto.

Il renderlo eroe (o superhero come era scritto nelle magliette bianche con la sua immagine che indossava la moglie e qualcuno dei parenti) ci giustifica nella nostra mediocrità. Lui è un eroe: bravo! applaudiamolo, magari intitoliamogli una strada o un altro luogo significativo! Ma noi che siamo “normali”, che non abbiamo lo stesso coraggio straordinario, siamo giustificati nel rimanere nella nostra indifferenza, quella che ci consente impunemente di voltarci dall’altra parte, o di alzare le spalle, pensando che sia reale l’affermazione che con facilità ci esce dalle labbra: “non possiamo fare nulla per cambiare la situazione”.

Non ho avuto la fortuna di conoscere Petrit Nikolli, ma penso che con difficoltà avrebbe considerato eroico quello che era semplicemente giusto. Ma se lui ha fatto “solo” quello che era giusto, mettendo la propria faccia e la propria vita a rischio per mettere in salvo la nipote, allora noi siamo degli ingiusti, siamo dei pusillanimi, siamo nel torto, tutte le volte che “semplicemente” non facciamo quanto è giusto.

Grazie Petrit, uomo giusto, vissuto in tempi di mediocrità e di indifferenza. Grazie Petrit perché ci rendi scomoda la nostra mediocrità, perché denunci la nostra indifferenza, perché ci chiami a fare la nostra parte, uscendo dalle nostre “zone sicure” per fare fronte all’ingiustizia, alla violenza e al male.

Una preghiera per te e per la tua famiglia.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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