Archivi Mensili: aprile 2016

Il Seminario casa accogliente per la Diocesi

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In occasione della Giornata Mondiale delle Vocazioni che tutta la Chiesa del 17 aprile, ma anche per le diverse chiacchiere e opinioni che circolano sul seminario, il settimanale Il Ponte nel numero in uscita oggi fa il punto sul Seminario, comunità dedicata alla cura per le vocazioni e luogo in cui si svolge la maggior parte delle attività vocazionali della Diocesi. Il Ponte ha chiesto a don Andrea Turchini, rettore del seminario, un aiuto per comprendere la situazione e le prospettive.

Da nove anni la comunità del seminario risiede nella nuova sede a san Fortunato. Qual è la situazione che state vivendo?
“La scelta di costruire un nuovo seminario, lo abbiamo detto più volte, è stata una scelta coraggiosa, distante dalle logiche speculative così diffuse nel nostro territorio. Il seminario non è stato costruito per aumentare il capitale immobiliare della Diocesi, ma per creare una struttura accogliente ed efficiente al servizio della comunità ecclesiale.
Quando la Diocesi, più di dieci anni fa’, ha pensato alla nuova struttura del seminario, non ha pensato ad un luogo isolato dove i seminaristi potessero stare in pace, ma ad una realtà viva che diventasse effettivamente il cuore della comunità ecclesiale riminese. Questa è la realtà del seminario così come si presenta oggi”.

Qualcuno sostiene che il seminario è vuoto. Quanti seminaristi ci vivono adesso?
“In questo momento tutti i nostri seminaristi teologi (che sono 5) sono presso il seminario Regionale a Bologna. Dal 2014 la Diocesi ha fatto la scelta di convergere per tutta la formazione teologica su Bologna, insieme alle altre diocesi della Regione. A Rimini è rimasto il percorso propedeutico al Seminario, che impegna un giovane per circa due anni, ma in questo momento non abbiamo nessuno che sta facendo il propedeutico; i due giovani che avevano iniziato l’itinerario a settembre, si sono orientati per altre scelte, come è normale che avvenga all’inizio di un percorso di discernimento”.

Ma allora il seminario è vuoto?
“Chi afferma queste cose evidentemente non è mai venuto in seminario, non ha mai oltrepassato il nostro cancello, perché raramente la nostra casa si presenta silenziosa e vuota. In seminario, dal settembre 2007 quando ci siamo trasferiti, non c’è mai stata solo la comunità dei giovani che si preparano a diventare preti, ma vi si svolgono tantissime attività formative e pastorali che trovano qui trovano accoglienza, sostegno e buone possibilità.
La presenza più significativa e più costante è quella dell’ISSR “A Marvelli” con i suoi quasi 50 docenti e 314 studenti (165 nel Cdl triennale; 67 nei due Cdl Magistrale; 37 nel Master in Arte sacra e turismo religioso; 34 nella Scuola di teologia pastorale e 11 nella neonata scuola di formazione al canto liturgico), che settimanalmente salgono a Covignano per seguire i corsi di studio previsti, e vivere un’esperienza di Chiesa che, spesso, va ben oltre le lezioni frontali.
Ci sono poi i frequentatori della Biblioteca diocesana “E. Biancheri” – in un anno più di mille – che per quattro pomeriggi alla settimana trovano in seminario un luogo favorevole allo studio e alla ricerca. Ma queste – diremmo – sono solo le presenze istituzionali.

Chi altro viene in seminario?
In seminario ogni settimana vengono decine di persone, soprattutto giovani o giovani adulti, che hanno la possibilità di trovare un’accoglienza per un dialogo spirituale e per una proposta di preghiera più adatta ai giovani.
In seminario si svolgono tradizionalmente tutte le iniziative della pastorale vocazionale, quella pastorale che sostiene le persone di ogni età nei passaggi importanti e nelle scelte di vita: gli incontri delle elementari e delle medie, che vedono la partecipazione di centinaia di ragazzi ad ogni appuntamento; gli incontri organizzati con gli adolescenti e con i giovani, che vedono la presenza di diverse decine di persone. Da quest’anno, un sabato mattina ogni mese, anche un appuntamento per gli adulti.
Molto importante per noi la collaborazione con le associazioni cattoliche giovanili (Scout e Azione Cattolica) che molto spesso collaborano con l’equipe del seminario per realizzare itinerari specifici rivolti ai ragazzi o agli educatori. Meritano una particolare menzione gli itinerari della terza media con l’ACR, i week end Tabor con l’AGESCI e, sempre con gli scout, i campi di formazione per capi tirocinanti (quest’anno 3 ci hanno coinvolto direttamente) e il campo di formazione metodologica.

Queste sono le proposte su cui voi collaborate, ma il seminario è aperto ad ospitare anche ad altre iniziative?
Certamente! Il seminario è spesso utilizzato anche da alcune realtà ecclesiali che trovano qui accoglienza e disponibilità: penso alle parrocchie che vi organizzano i ritiri in preparazione alla cresima o alla prima comunione dei loro ragazzi (lo scorso anno più di trenta, con una media di presenza di circa 40-50 ragazzi e catechisti); la pastorale familiare che svolge qui l’itinerario di formazione per le coppie guida dei gruppi sposi; l’apostolato biblico che qui riunisce i membri dell’equipe diocesana; i ministeri istituiti che qui hanno da sempre il loro punto di riferimento; le varie scuole di formazione pastorale per educatori, catechisti, operatori Caritas… che ormai danno per scontato che i corsi si svolgano in seminario.
A tutto questo si può aggiungere la vita ordinaria del presbiterio diocesano e dei diaconi (con i loro appuntamenti mensili) e di tutte quelle realtà (soprattutto ecclesiali) che sanno di trovare in seminario una casa accogliente e viva.
Solo per dare una stima approssimativa, abbiamo considerato che ogni anno, la struttura del seminario veda transitare circa 60 mila presenze (ovviamente non persone diverse, ma persone che, anche in modo ricorrente, frequentano la nostra realtà). Tutt’altro che una casa vuota.

Il seminario ospita solamente iniziative ecclesiali?
Prevalentemente sì, ma, in questi anni ci siamo aperti a diverse collaborazioni con realtà esterne che hanno molto apprezzato. Per fare alcuni esempi si possono citare gli eventi “Paradisiaca” (dall’antico nome del colle di Covignano chiamato colle Paradiso: ne sono stati proposti 3), organizzati insieme a diverse associazioni culturali del territorio di Rimini, aperti alle famiglie e alle persone della città. Le “Colazioni con l’autore” organizzati dalla Biblioteca, dall’ISSR e dal Seminario con gli autori di alcuni importanti testi pubblicati. Ultima, ma solo in termini di tempo, la collaborazione molto apprezzata con l’associazione culturale RiminialtRa, costituita per valorizzare la realtà culturale e paesaggistica della zona di Covignano in cui siamo inseriti.

Ma come si sostiene il seminario? C’è qualcuno che vi aiuta?
Il seminario ha due importanti fonti di sostentamento economico: le offerte dei fedeli e delle comunità della Diocesi e la rendita dagli affitti dell’immobile in via IV novembre di cui il seminario è proprietario. Anche in questo tempo di crisi economica siamo stati molto stupiti nel vedere l’affetto della gente per la nostra realtà. Oltre alle offerte che vengono dalle collette organizzate annualmente nella parrocchie, in questi anni abbiamo potuto godere anche di alcuni lasciti che ci hanno consentito di sostenere questa bella realtà per i seminaristi, per un servizio alla Diocesi e – di fatto – al territorio, in momenti oggettivamente difficili, dai quali non siamo usciti completamente indenni.

Ma quali sono le prospettive? Si parla di un vostro impegno in parrocchia.
La caratteristica del nostro seminario, come realtà educativa, è sempre stata quella di porsi in modo dinamico di fronte al cambiamento. Questo atteggiamento ci ha consentito di mantenere a Rimini l’unica comunità di formazione nelle diocesi della Romagna. La realtà della pastorale in Diocesi sta cambiando e crediamo che in questa prospettiva debba cambiare anche il processo di formazione, rendendolo più vicino a quella che sarà l’esperienza di vita dei futuri preti, così come la Chiesa la pensa oggi. Reputiamo che la prima parte della formazione (propedeutica), che ha come obbiettivo il discernimento sulla vocazione, debba avere la possibilità di una full immersion nella realtà della vita del prete, per aiutare i giovani a vivere un confronto più reale. Su questo aspetto il confronto ecclesiale è in fase avanzata, mentre si stanno valutando le possibili concretizzazioni.
Ma il seminario non chiude.

Fonte Newsrimini

 

Dichiarazione congiunta di Lesbo

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DICHIARAZIONE CONGIUNTA
DI SUA SANTITÀ BARTOLOMEO, PATRIARCA ECUMENICO DI COSTANTINOPOLI,
DI SUA BEATITUDINE IERONYMOS, ARCIVESCOVO DI ATENE E DI TUTTA LA GRECIA
E DEL SANTO PADRE FRANCESCO

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Sabato, 16 aprile 2016

DICHIARAZIONE CONGIUNTA

Noi, Papa Francesco, Patriarca Ecumenico Bartolomeo e Arcivescovo di Atene e di Tutta la Grecia Ieronymos, ci siamo incontrati sull’isola greca di Lesboper manifestare la nostra profonda preoccupazione per la tragica situazione dei numerosi rifugiati, migranti e individui in cerca di asilo, che sono giunti in Europa fuggendo da situazioni di conflitto e, in molti casi, da minacce quotidiane alla loro sopravvivenza. L’opinione mondiale non può ignorare la colossale crisi umanitaria, che ha avuto origine a causa della diffusione della violenza e del conflitto armato, della persecuzione e del dislocamento di minoranze religiose ed etniche, e dallo sradicamento di famiglie dalle proprie case, in violazione della dignità umana, dei diritti e delle libertà fondamentali dell’uomo.

La tragedia della migrazione e del dislocamento forzati si ripercuote su milioni di persone ed è fondamentalmente una crisi di umanità, che richiede una risposta di solidarietà, compassione, generosità e un immediato ed effettivo impegno di risorse. Da Lesbo facciamo appello alla comunità internazionale perché risponda con coraggio, affrontando questa enorme crisi umanitaria e le cause ad essa soggiacenti, mediante iniziative diplomatiche, politiche e caritative e attraverso sforzi congiunti, sia in Medio Oriente sia in Europa.

Come capi delle nostre rispettive Chiese, siamo uniti nel desiderio della pace e nella sollecitudine per promuovere la risoluzione dei conflitti attraverso il dialogo e la riconciliazione. Mentre riconosciamo gli sforzi già compiuti per fornire aiuto e assistenza ai rifugiati, ai migranti e a quanti cercano asilo, ci appelliamo a tutti i responsabili politici affinché sia impiegato ogni mezzo per assicurare che gli individui e le comunità, compresi i cristiani, possano rimanere nelle loro terre natie e godano del diritto fondamentale di vivere in pace e sicurezza. Sono urgentemente necessari un più ampio consenso internazionale e un programma di assistenza per affermare lo stato di diritto, difendere i diritti umani fondamentali in questa situazione divenuta insostenibile, proteggere le minoranze, combattere il traffico e il contrabbando di esseri umani, eliminare le rotte di viaggio pericolose che attraversano l’Egeo e tutto il Mediterraneo, e provvedere procedure sicure di reinsediamento. In questo modo si potrà essere in grado di assistere quei Paesi direttamente impegnati nell’andare incontro alle necessità di così tanti nostri fratelli e sorelle che soffrono. In particolare, esprimiamo la nostra solidarietà al popolo greco che, nonostante le proprie difficoltà economiche, ha risposto con generosità a questa crisi.

Insieme imploriamo solennemente la fine della guerra e della violenza in Medio Oriente, una pace giusta e duratura e un ritorno onorevole per coloro che sono stati costretti ad abbandonare le loro case. Chiediamo alle comunità religiose di aumentare gli sforzi per accogliere, assistere e proteggere i rifugiati di tutte le fedi e affinché i servizi di soccorso, religiosi e civili, operino per coordinare le loro iniziative. Esortiamo tutti i Paesi, finché perdura la situazione di precarietà, a estendere l’asilo temporaneo, a concedere lo status di rifugiato a quanti ne sono idonei, ad ampliare gli sforzi per portare soccorso e ad adoperarsi insieme a tutti gli uomini e le donne di buona volontà per una fine sollecita dei conflitti in corso.

L’Europa oggi si trova di fronte a una delle più serie crisi umanitarie dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Per affrontare questa grave sfida, facciamo appello a tutti i discepoli di Cristo, perché si ricordino delle parole del Signore, sulle quali un giorno saremo giudicati: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi. […] In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,35-36.40).

Da parte nostra, in obbedienza alla volontà di nostro Signore Gesù Cristo, decidiamo con fermezza e in modo accorato di intensificare i nostri sforzi per promuovere la piena unità di tutti i cristiani. Riaffermiamo con convinzione che «riconciliazione [per i cristiani] significa promuovere la giustizia sociale all’interno di un popolo e tra tutti i popoli […]. Vogliamo contribuire insieme affinché venga concessa un’accoglienza umana e dignitosa a donne e uomini migranti, ai profughi e a chi cerca asilo in Europa» (Charta Oecumenica, 2001). Difendendo i diritti umani fondamentali dei rifugiati, di coloro che cercano asilo, dei migranti e di molte persone che vivono ai margini nelle nostre società, intendiamo compiere la missione di servizio delle Chiese nel mondo.

Il nostro incontrarci oggi si propone di contribuire a infondere coraggio e speranza a coloro che cercano rifugio e a tutti coloro che li accolgono e li assistono. Esortiamo la comunità internazionale a fare della protezione delle vite umane una priorità e a sostenere, ad ogni livello, politiche inclusive che si estendano a tutte le comunità religiose. La terribile situazione di tutti coloro che sono colpiti dall’attuale crisi umanitaria, compresi tantissimi nostri fratelli e sorelle cristiani, richiede la nostra costante preghiera.

Lesbo, 16 aprile 2016

Ieronymos II Francesco Bartolomeo I

 

 

Una pesca miracolosa e inutile?

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Il testo del vangelo di Giovanni proposto oggi nella liturgia mi lascia un po’ sconcertato e a disagio. Nell’apparizione di Gesù risorto sul lago di Tiberiade (Gv 21,1-13) ci sono alcuni elementi che, almeno, appaiono illogici. Proviamo a ricostruire la scena.

Gesù si accosta da lontano, dalla riva, ai discepoli impegnati nella pesca (che non lo riconoscono) chiedendo qualcosa da mangiare. E’ lo stile tipico di Gesù che si accosta come bisognoso di aiuto, che sollecita la nostra disponibilità all’accoglienza; lo aveva fatto anche con la donna Samaritana (Cfr. Gv 4,7) e con Simone, in un racconto molto simile narrato da Luca, quando gli aveva chiesto di poter usare la sua barca per parlare alla folla (cfr. Lc 5,1-11).

I discepoli, un po’ laconicamente, rispondono di no e Lui da indicazioni per la pesca che diverrà sovrabbondante ( “non riuscivano più a tirare su  (la rete) per la grande quantità di pesci”), al limite del problematico (153 grossi pesci).

Pietro, riconosciuto il Signore grazie alla mediazione del discepolo amato, si getta in acqua (tra l’altro vestendosi prima di gettarsi in mare) e raggiunge Gesù; gli altri, con la barca, lo seguono in breve tempo. Ma arrivati a riva cosa trovano?

9Appena scesi a terra, videro un fuoco di brace con del pesce sopra, e del pane. 10Disse loro Gesù: “Portate un po’ del pesce che avete preso ora”. (Gv 21,9-10)

Ma allora? Perché il bisogno di quella pesca abbondante? C’era già di che mangiare e il pesce pescato, anche se aggiunto a quello già sul fuoco, non è per nulla necessario. Sembra quasi una gentilezza di Gesù concedere che al pesce già sul fuoco venga associato quello pescato dai discepoli.

La pesca sovrabbondante non è necessaria; Gesù non ne ha bisogno. Sembra quasi che la conceda per guarire la frustrazione dei discepoli oppressi dall’infruttuosità del loro lavoro. Quell’abbondanza di pesce pescato gratifica i discepoli, ma non è necessaria per Gesù che ha già preparato quello che serve per mangiare insieme.

Questa immagine è molto forte per noi, pescatori (di uomini) del terzo millennio, spesso impegnati in bilanci e valutazioni. Come e su quali criteri valutiamo il nostro lavoro? Su cosa basiamo le nostre verifiche? Quando diciamo che i numeri non contano, ma che conta l’autenticità dell’esperienza, ci crediamo veramente?

In questo testo sembra che l’unica cosa veramente importante sia riconoscere Gesù risorto presente e vivo, e indicarlo agli altri perché possano reagire di conseguenza, andando incontro a lui che è sempre pronto ad accoglierci. Tutto il resto sembra meno rilevante.

Non voglio subito tradurre in concreto la riflessione su questo testo, perché credo che debba lavorare dentro di noi e illuminarci riguardo all’essenziale del nostro impegno e lavoro. Giusto per scansare ogni dubbio e ogni possibile fraintendimento dico: lungi da me sostenere l’emergente minimalismo pastorale che, spesso, mi sembra sia usato come alibi per fare i propri comodi. Lungi da me.

Non voglio quindi tirare le conclusioni di questa riflessione, ma la lascio lì come una intuizione, e la condivido perché possa diventare occasione di confronto.

Andrea

Educarsi ed educare alla vita come vocazione in famiglia

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Questo testo riporta la scheda condivisa il 9 aprile con gli animatori dalla pastorale familiare nel contesto del percorso di formazione “Aquila e Priscilla”. La condivido perché forse può essere utile a qualcun altro.

La vocazione come comprensione della vita più che come cose da fare

Cosa farai da grande? Cosa vuoi (tu!!!!) fare da grande? È la domanda che ci ha accompagnato nei primi dodici-quindici anni della nostra vita. Tutto si gioca in un fare: è la categoria con cui noi più facilmente comprendiamo la nostra vita. In epoca pre-crisi economica spesso alla domanda: chi è quello/quella ci siamo sentiti rispondere con l’indicazione della professione/occupazione.

Anche nella comunità cristiana rischiamo lo stesso meccanismo: vocazione= cosa fai nella chiesa? La cosa è esplosa con i nuovi ministeri e nuove (antiche) scelte vocazionali (diacono, ordo virginum, coniugi, …): come li definiamo se non sappiamo cosa fanno di preciso?

La vocazione, invece è un modo di comprendere la propria vita a partire dalla relazione con Dio: che mi ha donato la vita, chiamandomi alla vita, che ha salvato la mia vita, chiamandomi alla fede, che vuole guarire la mia vita dalla insignificanza, chiamandomi a collaborare con Lui per l’edificazione del Regno di Dio (Cfr Gv 21,1-13). Chi sono io? Come si interpreta la mia vita? Se io parto dalla relazione con Dio, tutto nella mia vita diviene vocazione e la mia vocazione non è altro che “la casa che io edifico costruendo, scelta dopo scelta, la mia vita con Dio, corrispondendo alla sua volontà di bene su di me”.

 

La categoria del discernimento e il valore della coscienza: le indicazioni di Amoris laetitia

Nella recentissima esortazione apostolica, il Papa mette molto in evidenza due categorie fondamentali del percorso educativo cristiano (e quindi vocazionale): la coscienza personale e il discernimento.

Attenzione perché queste due dimensioni fondamentali, citate soprattutto in chiave pastorale di fronte alle situazioni più difficili, non potranno essere “utilizzate” utilmente ed efficacemente se non diventano la grammatica ordinaria della vita cristiana nella comunità. È difficile pensare che saremo in grado di aiutare nel discernimento persone che vivono situazioni complicate, se noi per primi non ci esercitiamo nel discernimento quotidianamente, nella nostra vita personale, familiare e comunitaria. E l’appello alla coscienza, che mette in gioco tutta la responsabilità personale di fronte alla chiamata di Dio in quella situazione, non sarà praticabile se tale coscienza non è stata educata o se almeno non ci si trova difronte a persone che sono abituate a scegliere in base alla propria coscienza (che non è sempre in alternativa alla norma).

 

Si educa alla vocazione se ci si comprende nella vocazione

Una comunità di adulti e una coppia di adulti (non anagraficamente) che comprende la propria vita come vocazione, che è capace di discernimento sulle situazioni che interpellano la sua vita, sarà il naturale bacino in cui si educherà a comprendere la propria vita come vocazione e a corrispondere agli impulsi della grazia che mi chiama a seguire Gesù e a vivere la mia santità in un modo particolare.

Lancio un appello a considerare la normalità della vita familiare e cristiana come contesto per educarsi ed educare alla vocazione: non occorrono sovrastrutture. Per dare una traccia, la più semplice possibile, prendiamo la famosissima catechesi di Papa Francesco, quella delle tre parole: “permesso, grazie, scusa” e facciamola diventare una pista per educarsi ed educare alla vocazione.

Permesso/per favore: Interpreto la mia vita al di fuori di una pretesa e la riconosco come frutto di un dono. Ogni cosa che mi viene concessa e che sperimento è un dono che devo accogliere con rispetto e non dare per scontata. Oltre che nei confronti dell’altro, questo atteggiamento ci educa anche nei confronti di Dio. Quale rispetto nei confronti del Signore? Come riconosciamo che la nostra vita è una “terra sacra” su cui noi e gli altri sono invitati a togliersi i sandali (figuriamoci gli scarponi) Cfr. Es 3. Il tema del timore di Dio come atteggiamento che custodisce la presenza di Dio nella mia vita e che mi aiuta a riconoscerla nell’altro.

Grazie: La gratitudine è l’unica via per imparare la gratuità e il dono di sé. Se non mi scopro frutto di un amore benevolente, non riuscirò ad aprirmi con fiducia per diventare a mia volta un dono per gli altri. Saper dare contenuto alla gratitudine e toglierla dalle convenienze formali. Perché dire grazie quotidianamente, anche nei giorni più difficili? Come imparare a sentirsi benvoluti anche quando le cose sembrano andare male? Cfr. Gv 11,41-42. Il credente è una persona che fonda la sua fede sulla gratitudine e la sua gratuità sulla speranza. Educarsi ed educare alla gratitudine è una dimensione fondamentale per comprendere la propria vita come vocazione ed educare altri a comprenderla come tale.

Scusa: Concediamoci la possibilità di sbagliare. In una società di robot e macchine infallibili sarà l’unica caratteristica che ci consentirà di riconoscerci come umani. Errare umano, ma saper compiere la via della riconciliazione e del perdono è divino. Riconoscere il proprio peccato e il proprio errore e ripartire rigenerati dalla misericordia è l’esperienza fondamentale del Vangelo. Gesù non ha chiamato i giusti, ma i peccatori ed ogni vera vocazione è prima di tutto una guarigione personale. La famiglia è il luogo in cui si impara a riconoscere il proprio errore ed in cui si è rigenerati nella misericordia; in essa si cresce nella fiducia e nella speranza che il mio errore non è la mia pietra tombale, ma una nuova chiamata che il Signore mi rivolge. Sappiamo anche che potrà essere misericordioso solamente chi avrà sperimentato sulla sua pelle il valore della misericordia.

don Andrea Turchini

Pellegrini di Pasqua a La Verna

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Celletta di san Rocco – Prima tappa

Rimettersi gli scarponi ai piedi e lo zaino sulle spalle è sempre una sensazione interessante; vivere la strada con tutte le sue componenti di avventura e precarietà, di relazioni e di bellezza, è una esperienza che so già che mi fa bene.

Quest’anno la decisione era stata presa per tempo: dopo Pasqua invece di partecipare ad un convegno di formazione (come ho fatto negli ultimi anni), mi sono relagato un pellegrinaggio a piedi sulle orme di san Francesco verso La Verna! Già a novembre ho cominciato a lanciare gli inviti ad amici ed amiche camminatori/trici e pellegrine/i. Mi ha confortato vedere che la proposta è stata accolta con entusiasmo. Ovviamente molti hanno dovuto fare i conti con gli impegni di lavoro e di famiglia, ma l’idea era di condividere la strada in modo diverso, anche solo per un breve tratto. E così tredici persone si sono messe in cammino; tre di queste hanno compiuto tutto l’itinerario, mentre le altre lo hanno condiviso in parte. Mi piace ricordare i loro nomi: Lorenzo, Alice, Carola, Lisa, Anna, Maria, Sara, Benedetta, Ilenia, Serena, Pamela, Lorena.

Il percorso è stato già tracciato da chi ci ha preceduto su questo itinerario, ma consultando amici e guide, abbiamo fatto alcune variazioni utili (e intelligenti?!). Lo stile voleva essere essenziale, pellegrino. Il lunedì di Pasqua ci siamo messi in cammino.

La prima cosa che mi sento di dire è che questo pellegrinaggio è stato ben preparato: non solo logisticamente (ben preparato anche in questo senso grazie al prezioso contributo di Alice), ma soprattutto interiormente. Mi sono sentito pronto e desideroso di partire. Avevo le cose necessarie (anche di più), avevo in mente le persone per cui volevo pregare; sapevo quale fosse la grazia da chiedere al Signore e l’esigenza del mio spirito nel mettermi in cammino. Questa preparazione ha molto influito sul buon risultato di questa esperienza.

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ultima tappa – Poggio Tre Vescovi – Sentiero 00

La seconda è stata l’esperienza di libertà dentro una proposta caratterizzata. Chiunque avrebbe potuto camminare con noi, per il tempo che voleva (o poteva), mettendoci le motivazioni che sentiva, portando la sua vita e le sue domande … per tutti c’era spazio perché la strada, per definizione, è “non-luogo” in cui tutti hanno il diritto di stare. E’ stato bello uscire da alcuni schemi che a volte ci costringono, e dare ad ognuno la possibilità di vivere la sua strada, pur dentro una proposta comune.

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quarta tappa – fango sui nostri scarponi dopo Poggio dei pratoni

La terza cosa che mi sento di rilevare è stata la preghiera, essenziale, ma sostanziosa. La liturgia delle ore, la messa, la meditazione sulla prima lettera di Pietro che ci ha accompagnato; tutto a misura della strada. Non volevamo fare un trekking, ma un pellegrinaggio e la differenza non è data solo dalla mèta, ma anche dallo stile. Pellegrinare significa camminare alla presenza di Dio per incontrarlo lì dove lui ci ha dato appuntamento. Piccoli spunti, come bocconi di pane che ti nutrono durante il cammino. In particolare sono state molto belle le messe, tutte vissute con altre comunità che ci hanno accompagnato e fatto gustare la loro preghiera. Su tutte la messa con le Clarisse di Sant’Agata Feltria, al mattino presto, credo che abbia lasciato a tutti un segno di bene e di bellezza come solo gli uomini e le donne di Dio ti sanno dare.

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preghiera dei Vespri a Sant’Igne

La quarta cosa che ancora devo imparare e reimparare è l’essenzialità che la strada cerca di insegnarmi da tempo. Questa estate mi è costato molto caro uno zaino inutilmente pesante, frutto della paura di trovarsi sprovvisti di qualcosa e della presunzione di essere capaci di tutto. In questo cammino ho potuto scaricare di giorno in giorno lo zaino, rendendomi conto delle cose non necessarie che avevo portato con me e di quanto mi appesantissero nel cammino. Come è difficile fidarsi della provvidenza o accontentarsi del necessario!!! … c’è ancora molto da imparare. Grazie a chi mi ha consentito di scaricare lo zaino progressivamente, comprendendo gradualmente di cosa avessi veramente bisogno.

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cascatella nella salita a Poggio Tre Vescovi

La quinta cosa che vorrei condividere è l’esperienza di bellezza che ci è stata regalata. La Provvidenza ha voluto che ci sia stata risparmiata la pioggia e – anche per questo – abbiamo potuto godere della bellezza di ciò che ci circondava in tutto il suo splendore. Davvero difficile rimanere indifferenti: vallate, colline, montagne, fiumi, cascate, cieli tersi o nuvolosi; esserci concessi la libertà di poter guardare un orizzonte più ampio di quello che ci è consentito nel nostro quotidiano, ci ha permesso di poter respirare a polmoni più aperti e di incamerare la forza che la realtà che ci circonda, guardata dalla giusta prospettiva, è capace di comunicarci.

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Tramonto da san Leo

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Scorcio di san Leo

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Fiume Marecchia con Monte Pincio e Monte Aquilone

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Santuario della Madonna di Saiano

 

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Visione di san Leo

Infine l’arrivo a La Verna, luogo così particolare che parla di bellezza, di amore, di dolore e di passione. Francesco va a La Verna in condizioni molto difficili: i frati lo avevano esautorato; sembrava che tutto il suo progetto fosse fallito e proprio in quel momento, in un tempo lungo di preghiera, invoca da Dio di vivere l’esperienza dell’amore e la sofferenza della croce, per dare un senso più alto al dolore che lui sta vivendo. Questo mistero della croce che si imprime indelebilmente nella carne di Francesco proprio sulle rocce della Verna, ci ricorda che, anche nel tempo di Pasqua, non possiamo archiviare la croce come un male necessario, ma – per fortuna – superato dalla risurrezione. La croce rimane una costante essenziale per comprendere la Pasqua: anche il risorto che appare ai suoi, porta sul suo corpo il segno della croce. Così è anche per noi! Mistero da contemplare e da comprendere nella nostra vita di tutti i giorni, prendendo ogni giorno la croce, come ci invita a fare Gesù nel Vangelo secondo Luca.

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La croce della Verna

Ricuperare questa via come la via della fede; arrivare alla Verna e fare i conti con questo mistero mi ha aiutato a comprendere che molto devo ancora penetrare del mistero della fede, e che, tutte le volte che rinnego la croce come via necessaria per la mia vita (accolta e non subita), di fatto rinnego Gesù e il Vangelo.

Sono grato per questa esperienza e per gli amici e le amiche che l’hanno condivisa con me.

La strada, questo l’ho imparato da tempo, va presa a piccole dosi, perché un pellegrinaggio si può facilmente trasformare in una fuga dalla vita reale dove invece siamo chiamati a tornare, rinnovati. Rientro dunque con fatica nella vita ordinaria, con i suoi impegni e le sue fatiche, con le sue gioie e i suoi frutti. Per adesso rimetto gli scarponi nella loro scatola e lo zaino al suo posto nell’armadio. Se Dio vorrà ci saranno altre strade su cui mettere i piedi e camminare. Per adesso solo grazie, … e che il seme gettato nel campo arato dalla fatica del cammino, possa portare frutto.

Qualche volto:

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Lorenzo

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don Osvaldo e don Andrea

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Ilenia e Carola – Lorena e Anna (più lontane)

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Carola

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Pamela

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Serena, Lisa, don Andrea, Carola e Anna (in basso)

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(Da sx) Benedetta, Ilenia, Anna, Carola e Lorena

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L’unica foto in cui Alice non è dietro la macchina fotografica

Buona strada.

Il percorso che abbiamo fatto e alcune note per chi volesse ripercorrere il cammino:

prima tappa (14 km) a Villa Verucchio: dal Seminario di Rimini, via della Torretta, via Magalona, via Carpi, via santa Cristina, via Ca’Torsani, via san Martino in XX, via Gragnano, via Montecieco, via san Paolo, via san Rocco, via Serra Casalecchio, via Valle fino al Convento di Villa Verucchio. Pernottamento in parrocchia e cena autogestita.

seconda tappa (28 km) a san Leo: lungo la pista ciclabile del Marecchia fino alla Madonna di Saiano, Montebello, Ponte Santa Maria Maddalena, Sant’Igne, San Leo. Cena e pernottamento (chiedere trattamento da pellegrini) presso il B&B Belvedere a san Leo (Danilo 0541-916361)

terza tappa (22 km) sant’Agata Feltria: si possono seguire perfettamente le indicazioni della Guida scritta da Luca Zavatta, Il cammino di san Francesco da Rimini a La Verna, L’escursionista editore, 2013. Da san Leo si prende la strada per Pugliano e si gira alla seconda strada a destra verso “Le Iole” e sant’Apollinare. A Poggio si prende il sentiero per Maioletto, poi si scende fino ad attraversare il fiume al ponte sulla strada per Maiolo. Si percorre la ciclabile fino al centro ippico e, attraversata la S.S. Marecchiese si sale verso Torricella e da lì, seguendo le indicazioni della guida, verso Botticella. Passata la casa di Poggiorimini si volta a dx al santuario della Madonna del Soccorso, poi lungo un bel sentiero segnato si scende a Sant’Agata. Pernottamento presso i frati cappuccini (0541-929623 offerta) e cena autogestita.

quarta tappa (29 km) nei pressi di Verghereto: è la tappa più lunga, ma è anche molto bella. Occorre partire per tempo. Si sale lungo la strada che porta a san Girolamo e si prosegue verso Palazzo, Palazzaccio, Poggio La Croce… incrociata la strada per Balze, si lasciano i segnali blu della Pedivella (altro gruppo meritevole che ha segnato il tracciato) e si gira a destra seguendo poi le indicazioni per Sant’Alberico, la Cella. la Straniera; esattamente a 4 km da Verghereto (cartello) si prende un sentiero sulla dx  e, seguendo la sx si arriva a Madioce dove abbiamo pernottato (Carlo 320-7011248 ottima accoglienza pellegrina).

ultima tappa (25 km) Santuario della Verna: è la tappa più dura per il dislivello in salita da superare; raggiunto il paese di Verghereto (829 m slm) si seguono le indicazioni scendendo verso il fìume Savio (665 m slm) e quindi risalendo a Montione (775 m slm e ultimo punto di approvvigionamento acqua del percorso fino alla Verna). Assolutamente non cedere alla tentazione della strada più breve (Rotta dei Cavalli), ma prendere a sx verso il Poggio Tre Vescovi (1238 m slm), per un percorso molto bello che man mano si inoltra nel bosco con pendenze significative, ma anche con crinali e passaggi che consentono di tirare il fiato. Raggiunto il sentiero 00 (GEA), si prosegue comodamente fino alla Verna. Al santuario, possibilità di accoglienza pellegrina in camerone da 15 letti (ad esaurimento) e un bagno (in tutto). Se si vuole approfittare della cena e della colazione, compreso il pernottamento, la quota è di 25 euro (http://www.laverna.it/accoglienza/#foresteria  scorrere la pagina fino in fondo).

Sono disponibile a fornire altre info.

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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