Archivi Mensili: gennaio 2019

Accogliere è cambiare sguardo

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Accogliere ed integrare la disabilità: il cammino di un anno

In questo anno pastorale la parrocchia di Santarcangelo ha dedicato un’attenzione specifica al tema dell’accoglienza ed integrazione della disabilità.

Dal febbraio 2016, un’apposita commissione lavora e riflette all’interno del Consiglio pastorale portando all’attenzione della comunità intera le domande e lo sguardo delle famiglie e delle persone che vivono qualche tipo di disabilità. Dopo vari confronti, abbiamo pensato di dedicare tutto l’anno a questa particolare attenzione, mettendoci in ascolto e, quindi, in discussione sulla nostra capacità di accogliere.

Per grazia di Dio la storia della nostra parrocchia e del nostro territorio ci testimonia già una bella tradizione in questa prospettiva. Non partiamo da zero. Dalla presenza della Associazione papa Giovanni XXIII – che da noi conta ben due case famiglia e alcuni centri diurni per il lavoro e l’aggregazione-, alla pluridecennale presenza del “Gruppo di servizio”,  – che integra nella vita parrocchiale adulti con disabilità e famiglie -, alla più recente Associazione “L’incontro” che, attraverso momenti di animazione e laboratori artistici e teatrali, favorisce la comunicazione e la valorizzazione delle persone con disabilità. Altre realtà presenti sul territorio parrocchiale sono, invece, rivolte ai più giovani: la palestra Ag23 e “Anima in azione”, che propongono percorsi di integrazione per giovani con abilità diversa attraverso l’attività sportiva agonistica e nell’animazione del tempo estivo. Lo stesso Comune di Santarcangelo ha realizzato nello scorso anno (2018) un bel progetto per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali “Citability: una città per tutte le abilità”… Insomma una realtà apparentemente già attenta e attiva; ma noi ci possiamo sentire a posto?

Dal confronto in Consiglio pastorale è emerso che molto ancora doveva essere fatto perché sempre nuove erano le esigenze e le domande, ma soprattutto perché non potevamo dire – come parrocchia intera – di condividere in tutto e per tutto una cultura dell’accoglienza.

Le tappe di questo anno:
Siamo partiti in ottobre con un incontro di formazione, guidato da don Simone Franchin, e rivolto a tutta la comunità, nel quale abbiamo fatto il punto sulle esigenze di conversione spirituale per essere una comunità che accoglie la disabilità. Da questo incontro, arricchito di testimonianze, abbiamo formulato una proposta pastorale che ha visto in particolare il tempo di avvento (soprattutto per i bambini) e la veglia di Natale (per i giovani e per le famiglie) come tempi e momenti importanti per domandarci come prepariamo la strada al Signore che viene, eliminando gli ostacoli interiori ed esteriori che ci impediscono nell’accoglienza.

Momento clou dell’anno sarà lo spettacolo “Mio fratello rincorre i dinosauri” di e con Christian Di Domenico al Supercinema di Santarcangelo lunedì 4 febbraio alle ore 21. E’ un momento di riflessione, attraverso il linguaggio teatrale, per riconoscere che ognuno di noi – come Giacomo, il protagonista del racconto –  deve fare i conti con una fatica nell’accoglienza. Questo spettacolo, che la parrocchia offre alla città (con il patrocinio del Comune di Santarcangelo), vuole essere un’occasione bella per parlare di un tema che, a volte, viene delegato agli interessati (ahi loro!) e agli addetti ai lavori.

Un ultimo passaggio coinvolgerà la comunità parrocchiale nel tempo di quaresima e nella via crucis in prossimità della Pasqua.

Ciò che auspichiamo con questo percorso annuale è che cambi il nostro sguardo, che, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, cambi il nostro linguaggio, le nostre strutture, il nostro modo di pensare il tempo e lo spazio, perché possa essere un tempo, uno spazio e una relazione in cui ognuno, con ogni abilità, possa sentirsi accolto e far diventare un po’ di più la nostra parrocchia una casa per tutti.

La gioia di un incontro

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foto di Mara Ferrini

Tantissime persone ieri sera sono convenute in parrocchia a Santarcangelo per accogliere formalmente la famiglia Hsyan e per ascoltare le testimonianze sui profughi siriani in Libano a partire dalla visione del film “Lost in Lebanon“.
Una partecipazione così ampia non ce la aspettavamo! Molti hanno dovuto rinunciare ad entrare nella sala che avevamo preparato perché era stipata e, nonostante le condizioni di scomodità, ci è stato consentito di vivere l’incontro in un clima sereno e attento.

Molte le emozioni che abbiamo vissuto nella visione del film.
Abbiamo potuto quasi toccare con mano la sofferenza e lo smarrimento di chi è “condannato” a vivere in un limbo, in un regime di illegalità, senza la speranza di poter legalizzare la propria situazione e veder riconosciuti i propri diritti. I dialoghi (sottotitolati in italiano dal lavoro prezioso di alcuni giovani della parrocchia), gli sguardi, i racconti … ci hanno fatto prendere coscienza di una realtà lontana che non conoscevamo e non potevamo immaginare. Il film racconta con grande rispetto quattro storie di profughi siriani in Libano, una della quali è proprio quella della famiglia Hsyan che è giunta tra noi. Abbiamo potuto vedere con emozione la nascita di Mohammad, che da qualche giorno ha iniziato ad andare alla scuola dell’infanzia, e le lacrime di mamma Samar quando il marito Abdo è stato arrestato e incarcerato per 16 giorni senza che gli sia stata mossa alcuna accusa.

Noi ora li conosciamo, li abbiamo accolti qui a casa nostra e accogliamo anche la loro storia di dolore e di amore, mentre ancora la difficoltà della lingua non consente loro di raccontarcela.
Ora queste persone sono giunte tra noi, ancora come esuli, ma con una condizione di legalità, con la possibilità di veder riconosciuti i loro diritti, in attesa di tornare in Siria, quando le condizioni permetteranno un ritorno sicuro e dignitoso.

Molto significativa la testimonianza di suor Abir, monaca agostiniana di Pennabilli di origine libanese (se cliccate potete vedere il video della testimonianza).
Suor Abir ci ha raccontato il suo percorso di riconciliazione con coloro che – un tempo, per lei – erano dei nemici: i Siriani. Ed è stato proprio grazie all’incontro con Sheikh Abdo, riconoscendo il suo impegno di bene per i bambini e i più deboli del suo popolo, che Abir ha potuto fare un passo nella guarigione del suo cuore, lei che a quattordici anni voleva solo andare a combattere contro i Siriani e gli Israeliani che le avevano ucciso un fratello e fatto sparire tanti amici. C’è la possibilità di cambiare lo sguardo sulla realtà e sulle persone, quando riconosciamo il bene di cui sono portatrici.

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foto di Samuela Boschi

Molto importanti anche le testimonianze di Sheikh Abdo e di Matteo, volontario dell’Operazione Colomba nei campi profughi del Libano settentrionale.
Ci ha colpito la fatica testimoniata da Sheikh Abdo nel far comprendere a tutti che i Siriani non sono tutti terroristi, come l’Occidente pensa, ma che c’è un popolo che soffre e che chiede di poter essere riconosciuto nel suo desiderio di ritornare al proprio paese e di ricostruirlo secondo una logica diversa dal quella che li ha costretti a fuggire.

Matteo Chiani, volontario riminese appena rientrato dal Libano, ci ha raccontato soprattutto l’esperienza di condivisione con le persone presenti al campo e di come le loro storie siano entrate nella sua vita marchiandolo in modo indelebile.
L’impegno per la nonviolenza e la scelta di abitare il conflitto in modo diverso da quello che vivono gli eserciti e i vari attori di ogni guerra, è la possibilità che è stata scelta da chi non rinuncia a sognare un mondo diverso.

Al termine dell’incontro ho voluto ringraziare di cuore i volontari dell’Operazione Colomba per quello che fanno anche per noi e perché non sono giovani “divanati” (come dice papa Francesco).
Ho voluto ricordare anche che le emozioni non sono sufficienti, come non è sufficiente stare di fronte alla realtà cliccando “mi piace”; ma che è l’ora per tutti di rimboccarsi le maniche e di fare qualcosa, quello che ad ognuno è possibile, per cambiare le cose e costruire un mondo diverso.

Anche qui allego alcune proposte:

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In Libano con la Colomba

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Colazione a base di piadina e Nutella portati dall’Italia

Il viaggio è nato da un incontro a casa di Sheikh Abdo.
I primi giorni della sua presenza a Santarcangelo, un gruppo di volontari della Colomba si è trovato in quella casa per salutare la famiglia di Sheikh Abdo e per preparare l’incontro con il presidente Mattarella.  Quasi in contemporanea l’idea è venuta a me e ad Alberto. Ed ho deciso subito di partire. Le cose belle prima si fanno e poi si pensano diceva don Oreste. Così sono partito! Raccolgo qualche riflessione intorno ad alcune parole che sintetizzano delle sensazioni.

Accolto
La prima esperienza che ho fatto è stata quella di una grande accoglienza ricevuta da tutti. Dai volontari della Colomba presenti in Libano e dalla gente che abbiamo incontrato nei giorni della mia permanenza là. Essere accolti fa bene al cuore quando sei in un paese straniero, in un contesto in cui “non sei a casa”. L’accoglienza è ciò che ti consente di non considerarti un estraneo, ma di essere riconosciuto come persona. Ho provato il valore dell’accoglienza in un contesto in cui andavo “disarmato” e senza aver preparato nulla. Fare l’esperienza di essere accolto favorisce l’accoglienza di altri. Forse se facciamo così fatica ad accogliere è perché noi per primi non abbiamo mai fatto l’esperienza di essere stati accolti e percepiamo la vita come il risultato di una serie di sforzi che ci siamo guadagnati da soli; questa percezione ci porta sulla difensiva, ma ci rende meno umani. Se ognuno si pensasse come una persona accolta, farebbe meno fatica ad accogliere a sua volta.

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Cena al campo della famiglia di Sheikh Abdo – Grande accoglienza

Un paese di padri e madri
Una cosa bellissima che ho conosciuto tra i Siriani presenti in Libano è che (forse inconsapevolmente) si considerano un paese di padri e madri. Se quando nasce ognuno ha un nome, quando diventa genitore, “perde il suo nome proprio” e di diventa per tutti padre di … e madre di …
Questa cosa mi ha molto commosso e provocato, perché è vero che la paternità/maternità ti trasforma e ti rinnova ed è il vero segno che sei divenuto adulto. “Tu sei nel volto dell’altro”; tu sei la relazione che ti caratterizza maggiormente.
Anche il prete è coinvolto in questa logica perché da tutti, anche dai mussulmani, è chiamato abuna (padre nostro), riconoscendo il compito di paternità collettiva che è chiamato a vivere. Mi rendo conto che questo pensiero richiede uno sviluppo più attento, ma intanto lo fisso qua.

Dolore
Un fiume di dolore mi è passato di fronte in questi pochi giorni ed è il fiume di dolore in cui le volontarie e i volontari della Colomba hanno scelto di immergersi condividendo la vita del campo profughi. Io, non comprendendo la lingua, l’ho solamente intuito dagli sguardi e dalle lacrime. Il dolore è acuito da una parola che mi ha ferito intimamente: “la yujad ‘amal – non c’è speranza!”. Il freddo, le malattie, il ricordo dei propri cari uccisi o arrestati, i traumi della tortura subita da molti uomini, la lontananza dalla propria terra e il vivere da stranieri in un’altra terra, i debiti contratti per la sopravvivenza, … tutto questo sarebbe forse più sopportabile se ci fosse speranza. Ma non c’è speranza! Non si può ritornare perché è pericoloso: gli uomini e i ragazzi maschi sono considerati tutti disertori; ritornare significherebbe essere arrestati, torturati e poi inviati a combattere. Non si riesce ad uscire dal Libano perché i corridoi umanitari funzionano con il contagocce e patiscono lunghe pratiche burocratiche con passaggi che si possono bloccare in ogni momento anche per delle banalità.
E così rimane il dolore di una sofferenza che non si placa e che viene condivisa con dignità, ma anche in tutta la sua realtà.

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incontro con Aiman al campo di Tel Abbas

Donne con la gonna
E’ un’espressione che ho imparato in Libano, osservando con ammirazione la forza di tante donne incontrate là: le volontarie della Colomba per prime, ma anche le tante madri e mogli che portano avanti con intraprendenza e dignità la situazione della loro famiglia in mezzo a difficoltà quotidiane. Donne forti che non hanno rinunciato affatto alla loro femminilità, ma la valorizzano per portare qualcosa di nuovo e creativo.
Mi ha molto commosso vedere che ad una coppia di mamme molto povere, le volontarie  – di ritorno da un viaggio in Siria – hanno portato dell’hennè per tingere i capelli. Qualcuno potrebbe dire: ma come?! con tante necessità ed emergenze perché sprecare del denaro per una cosa effimera? Eppure la luce che si è accesa negli occhi di quelle donne che – posso garantire – non sono per nulla vanesie, è stata una luce di riconoscenza per chi ha riconosciuto la loro femminilità.

Tenda e condivisione
Ma perché i volontari della Colomba vivono in una tenda in condizioni inaccettabili e disumane per tutti? non potrebbero aiutare quella gente vivendo in una situazione più confortevole? Se fossero una delle ONG che opera sul territorio l’osservazione sarebbe pertinente, ma – da quello che ho capito io – i volontari e le volontarie della Colomba non sono lì per aiutare o per risolvere problemi, ma per condividere la condizione di vita dei profughi, facendosi loro vicini proprio in quelle condizioni in cui nessuno dovrebbe vivere.
Condividere volontariamente situazioni di estrema precarietà e miseria con coloro che sono stati costretti a viverci dalla logica della violenza, è il primo segno di speranza che viene portato a chi è vittima della guerra. E’ come dire: non ci siamo dimenticati di voi! Riconosciamo la vostra dignità e veniamo a condividere la vostra vita. Come recita il Manifesto della Operazione Colomba: “vivere con chi vive nella guerra è l’inizio della nonviolenza e il nostro segreto“.
In termini efficientistici tale scelta è del tutto improduttiva: non serve a nulla è totalmente gratuita. Ma nella logica del gratuito e riconoscendo il valore dell’inutile, la condivisione è una grande testimonianza di prossimità e del valore delle relazioni.

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Sogno o realtà?
C’è un sogno che sostiene l’impegno quotidiano dei volontari della Colomba e di molti siriani con loro; è un sogno condiviso con tanti profughi che vivono nei campi. Questo sogno è la proposta di pace per la Siria, scritta da chi ama la Siria e non da chi ha interessi sulla Siria. Questa proposta è un sogno che apre alla speranza, quella che nella vita ordinaria dei profughi non c’è più, uccisa spesso dalle umiliazioni e dalla mancanza di scappatoie nella situazioni in cui si trovano. La proposta di pace è il segno potente che testimonia la reazione alla rassegnazione e alla logica della sopravvivenza ed è per questo che va diffusa e sostenuta.
Qualcuno, cinicamente, potrebbe pensare che sia ingenua; che sia lontana dalle logiche di potere secondo cui le potenze del mondo determinano i destini dei popoli, … ma la storia ci insegna che il potere del sogno è quello di aiutare ad intravvedere ciò che non c’è, ma che – lottando in modo nonviolento – può diventare possibile.
Martin Luther King, in quel famoso discorso tenuto a Washington DC, di fronte al Lincoln Memorial, ha iniziato proprio così: I have a dream … Lui non ha visto la realizzazione di quel sogno perché è stato ucciso, ma quel sogno è divenuto realtà, una realtà perfettibile, ma senz’altro più concreta di quando lui, nel 1963 ha pronunciato quelle parole.
Solo se si sogna insieme la realtà cambia. Il sogno è l’inizio di ogni cambiamento.
In Libano ho partecipato ad un incontro del gruppo che sostiene la proposta di pace. Mi sono guardato intorno ed eravamo proprio una piccola cosa: poche persone, senza alcun potere reale, che discutevano di cose grandi e di poter realizzare un futuro diverso per milioni di persone vittime della guerra. Il confronto è stato vivace e rispettoso; le opinioni e le priorità individuate diverse; ma comune lo spirito che porta a credere che la realtà debba necessariamente essere differente, perché in quella che vediamo non ci può essere futuro di giustizia per milioni di uomini e donne che qui e in altri luoghi della terra sono vittime della violenza e della guerra. Anche io voglio continuare a sognare: la realtà non mi basta.

Pensieri sparsi che tentano di verbalizzare emozioni potenti vissute in pochi giorni di viaggio in Libano.
Molte grazie a chi mi ha coinvolto ed accolto.
Molte grazie a chi è rimasto là anche per me.
Molte grazie a chi ci testimonia il volto di un’Italia che non si rassegna alla logica del respingimento e dell’indifferenza, ma continua a lottare perché i diritti delle persone vengano riconosciuti e difesi.
Molte grazie a chi non rinuncia a sognare un mondo diverso e pacifico.
Molte grazie a chi, leggendo queste poche righe, non cliccherà “mi piace”, ma si lascerà coinvolgere e mettere in movimento per fare qualcosa.
Perché se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” (Padre Pino Puglisi, prete palermitano ucciso dalla mafia nel 1993 per il suo impegno pastorale ed educativo nel quartiere di Brancaccio).

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Un prete contento

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Domani 27 gennaio 2019 è il compleanno di don Giancarlo, che compie 78 anni.
Mi ha consegnato questo testo da pubblicare e lo faccio molto volentieri
.

A 78 anni compiuti, dopo 54 anni di sacerdozio, chi sono io oggi don Giancarlo?

Un prete contento, felice, perché sento forte l’amore del Signore che nella sua misericordia ha perdonato tutti i miei peccati, e sono tanti; ogni giorno sento che mi chiama e mi dice:
Ti voglio bene
Tu sei importante per me
Conto su di te.

Ma Signore nonostante le mie debolezze, le mie fragilità, le mie infedeltà?
Sì, ti voglio bene così come sei e tu amami come sei capace.

Sono contento perché tutti mi vogliono bene, mi comprendono, mi aiutano, capiscono i miei limiti e non me li fanno pesare.
Devo ringraziare la mia famiglia sacerdotale, in primo luogo don Andrea, poi don Luca e don Ugo.

Oggi mi sento padre e nonno, amato, stimato da tutti.
Ho riscoperto l’entusiasmo dei primi tempi.
Faccio tutto quello che mi viene chiesto con il massimo impegno e senso di responsabilità. Prego di più; la Messa che celebro è il momento in cui vivo l’esperienza del mio totale innamoramento con Gesù e col Padre suo alla luce dello Spirito Santo.

Dico spesso, e concludo: oggi lavoro come prima, ma con meno preoccupazioni, meno tensioni, meno sofferenze e sento la vicinanza e l’affetto di tutti i Santarcangiolesi.
Prego per tutti voi e un pensiero particolare per gli anziani e gli ammalati.

Lettera di sant’Antonio ai bambini e alle famiglie di Santarcangelo (2019)

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Carissimi amici di Santarcangelo,
anche quest’anno ci ritroviamo insieme nel giorno della mia festa.
A voi che siete venuti  in chiesa per festeggiare, portando i vostri animali per invocare su di loro la benedizione di Dio, proprio a voi, voglio rivelare un segreto.
Vi ricordate quello che scriveva il profeta Isaia?

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l’orsa pascoleranno insieme;
i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare. (Is 11)

Che bello sarebbe! Sembra l’immagine paradiso terrestre, prima del peccato raccontato dalla Bibbia. Ma sarà possibile vivere così in pace? Sarà possibile – secondo voi – un mondo in cui anche i conflitti che noi giudichiamo normali e naturali, come quelli tra cacciatori e prede, siano superati e si viva in pace? Sarà possibile desiderare un mondo in cui la guerra non è considerata né necessaria, né normale, né accettabile?
A me piacerebbe molto!

Il profeta Isaia ci rivela il segreto perché tutto questo accada: quando la conoscenza del Signore riempirà la terra, come le acque ricoprono il mare, allora vi sarà questa pace.
Voi che desiderate la pace, impegnatevi nella conoscenza del Signore e raccontate a tutti che Dio è Padre di amore, che desidera che noi viviamo da fratelli; che superiamo i conflitti cercando la via della pace. Allora la benedizione del Signore scenderà su tutti, animali compresi.

Ma se noi siamo uomini e donne violenti, che cercano il conflitto, che vivono il rancore e l’odio verso altri, addirittura pensando che Dio sia dalla nostra parte e approvi quanto facciamo, … allora non ci può essere nessuna benedizione per noi.

Oggi in questo giorno di festa e di pace, scegliamo di essere uomini e donne di pace; e la benedizione di Dio scenderà su di noi e su tutti quelli a cui siamo affezionati, compresi i nostri animali.

Buona festa.

Antonio

Santarcangelo: verso le elezioni

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Santarcangelo di Romagna, 15 gennaio 2019

Carissimi amici e amiche di Santarcangelo,
la nostra città si sta preparando a vivere un tempo fecondo che culminerà nelle prossime elezioni amministrative del maggio 2019; sarà un tempo fecondo perché persone in gamba e volenterose scenderanno in campo per mettere in gioco la loro disponibilità, il loro impegno e le loro competenze a favore dell’amministrazione della città e del bene comune. Avremo la possibilità di vedere ancora una volta che ci sono tra noi donne e uomini che, generosamente, si fanno carico di avanzare proposte e soluzioni perché la vita comune della nostra città possa sempre più migliorare nell’attenzione alle esigenze di ognuno.

Non posso nascondere la mia preoccupazione di cittadino, di cristiano e di parroco per il clima avvelenato che ha caratterizzato gli ultimi confronti politici nel nostro Paese e, purtroppo, anche nella nostra città. Il confronto politico che da sempre – in democrazia – dovrebbe portare a cercare insieme le soluzioni migliori per il bene comune, è divenuto scontro permanente, aspro, volgare, privo di regole e di scrupoli, farcito di menzogne e, apparentemente, orientato unicamente alla conquista del potere.
In questo tipo di “confronto” non c’è e non ci sarà alcuna fecondità.

Con grande umiltà e senso di inadeguatezza, sento il dovere di proporre a tutte e a tutti la scelta di uno stile diverso; mi rivolgo sia a coloro che si candideranno nei vari ruoli, sia a coloro che, in modo diverso, supporteranno liste e coalizioni: non è necessario scendere a certi livelli; non è dignitoso mostrare questo volto corrotto della politica; non giova a nessuno vedersi come nemici anziché semplicemente come avversari.
Dipende da noi, prima di tutto, dalle scelte che compiamo, non solo dagli altri.
Possiamo scegliere!

La parrocchia in quanto tale – mi sembra opportuno e giusto dirlo – non scende in campo con nessuno e non parteggia per nessuno… ma non per questo rimane a guardare in modo passivo. Il nostro impegno ordinario e quotidiano nell’educazione, nella solidarietà, nell’accoglienza, nell’integrazione e nell’assistenza, secondo lo spirito del Vangelo e nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa, ci rende soggetti attivi e interlocutori disponibili a collaborare con chiunque si impegni per il bene delle persone, per la giustizia e per una città solidale e amichevole.

Oltre a questo impegno ordinario, desideriamo proporci come soggetto attivo anche in questi tempi di confronto, proponendo una serie di incontri che recuperino l’attenzione su un testo fondamentale del magistero di papa Francesco: mi riferisco alla parte dell’esortazione apostolica Evangelii gaudium che parla di “Bene comune e pace sociale” (nn. 222-237).

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La speranza che anima il nostro vivere nel mondo ci rende capaci di sperare che, anche in questi frangenti, non sarà tempo sprecato quello che dedicheremo ad incontrarci, a guardarci in faccia con rispetto, a confrontarci con sincerità e trasparenza sui grandi temi che coinvolgono il vivere comune, riconoscendoci impegnati a costruire un mondo migliore, anche se partendo da punti di vista e prospettive diverse.

Con questo spirito vi invito a questi incontri che si terranno nel teatrino della Collegiata secondo il calendario riportato nel volantino. Potete a vostra volta invitare altre persone che ritenete interessate al confronto.

Con amicizia

don Andrea Turchini

Mostri?

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Anche questa settimana i notiziari ci hanno riportato la notizia (l’ennesima) che un gruppo intero di insegnanti della scuola dell’infanzia ha duramente maltrattato alcuni bambini che erano stati loro affidati. Alla denuncia fatta da alcuni genitori insospettiti, sono seguite le indagini dei Carabinieri che, mediante telecamere nascoste, hanno documentato i fatti. Giustamente la magistratura ha proceduto al fermo per la tutela dei piccoli. Si vedrà poi cosa accadrà… per adesso un grande senso di tristezza mi prende.
Dentro di me mi chiedo: ma sarà possibile? Non una sola, ma un intero gruppo di insegnanti e ausiliarie che si sono fatte prendere dalla violenza contro dei bambini? Come mai accade una cosa del genere?

Io conosco diverse insegnanti della scuola dell’infanzia. Sono anche stato direttore di una scuola d’infanzia durante gli ultimi anni alla Colonnella. Mia mamma era un’insegnante di scuola dell’infanzia… Sento che c’è qualcosa che stride duramente nell’immagine spaventosa che ci viene proiettata da queste vicende.

Le maestre di scuola d’infanzia sono quanto di più vicino esista ad una mamma. Sono quelle figure educative che introducono i bambini nel mondo, quello un po’ più grande, che esiste fuori dal nido della famiglia. Sono quelle figure che ti iniziano alla socializzazione, che ti insegnano che il mondo non gira intorno a te perché ci sono anche altri, e che sono molti. Sono quelle figure educative che ti introducono alla conoscenza del reale, che ti insegnano alcune regole del vivere comune, … non sono dei mostri!

Credo che anche le maestre implicate in questa vicenda fossero così. Che abbiano scelto questo lavoro perché sentivano di poter aiutare i bambini a crescere… cosa si è rotto? Cosa è successo? Perché hanno deragliato? Perché nessuno le ha aiutate a comprendere che qualcosa non andava nel loro modo di vivere quel lavoro che all’inizio le appassionava tanto?
E’ facile sbattere il mostro in prima pagina!
E’ facile dire sono delle criminali! Ma nessuno nasce criminale…
Dobbiamo seriamente chiederci come mai un gruppo di educatrici (tutte insieme!!!) ha assunto un modo di comportarsi violento e inappropriato e perché nessuna di loro ha riconosciuto il baratro in cui stavano cadendo. Chi ha permesso che questo accadesse?

Non sarà con le telecamere che si risolverà il problema, almeno non quello delle maestre.
Oltre alla sicurezza dei bambini, per la quale occorre mettere in atto ogni precauzione, occorre anche lavorare sulla salute degli insegnanti, perché una società che non ha cura dei suoi educatori è come un uomo stupido che sega il ramo su cui è seduto.
Una società che, invece, ha a cuore i suoi educatori ed insegnanti, che li rispetta, li sostiene nel lavoro bellissimo e logorante (è così!) che sono chiamati a compiere, li remunera adeguatamente, li accompagna con verifiche sostanziali e non solo burocratiche, … è una società che davvero investe sul futuro, che non si limita a difendersi, ma che sa guardare all’orizzonte con responsabilità.

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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