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Come le corde alla cetra

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Come le corde alla cetra (Ignazio di Antiochia)

La comunione nel presbiterio premessa alla sinodalità
ritiro al presbiterio di Pesaro – 7 novembre 2019

INTRODUZIONE
Anche nella Chiesa, come nella società civile, ci sono delle parole d’ordine che, in un determinato periodo storico, sembrano segnare il cammino.
Nella società civile spesso si tratta di “mode”.
Nella comunità ecclesiale si auspica sia la riscoperta di qualche elemento essenziale che, per vari motivi, era stato smarrito o accantonato.

La parola d’ordine di questo tempo è la parola sinodalità, parola antica e nobile, con un fondamento biblico molto solido e icone bibliche molto eloquenti che aiutano a dare contenuto spirituale ad un termine che rischia sempre lo svuotamento di significato quando viene abusato e ripetuto in modo ossessivo.

Come è noto a tutti, questo termine indica il camminare insieme.

Due icone bibliche mi stanno molto a cuore:

  • Mt 11,28-30: Venite a me, prendete il mio giogo sopra di voi, troverete ristoro.
  • Lc 24,13-35: Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.

In ambedue i testi il camminare insieme è fortemente connesso alla comunione con Gesù. Il camminare insieme implica un camminare con lui, anche quando i nostri occhi non lo riconoscono, implica una comunione con lui che diviene premessa della comunione tra noi.

In questi ultimi giorni, provocato dalle letture dell’Ufficio delle letture e dai fatti inerenti alla nuova fase guerra in Siria, mi sono fatto guidare da Sant’Ignazio di Antiochia andando a rileggere tutte le sue lettere, trovando così uno spunto per pregare per la Chiesa di Siria e per tutte le persone che vivono là.
Mi sono ritrovato di fronte all’invito ricorrente, che Ignazio rivolge alla chiese destinatarie delle sue lettere, a vivere nella comunione; invito rivolto a tutti i credenti, ma in particolare ai presbiteri. Nella lettera agli Efesini riporta questa bella immagine che, credo, ci provochi tutti:

Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio. (Efesini, 4)

Poiché siamo nel contesto di un ritiro e l’obiettivo di questa mattinata è quello di mettersi insieme davanti al Signore, vi propongo un esame di coscienza condiviso, che per qualcuno potrebbe diventare anche premessa per la riconciliazione sacramentale, mentre per tutti è l’occasione per una revisione di vita.

Ripercorro il ben noto schema che il card. Carlo Maria Martini ha presentato in quel bellissimo testo intitolato “La via di Timoteo” (ed. Piemme); proponendo una traccia per il colloquio penitenziale, egli suggeriva un percorso in tre tappe: la confessio laudis, la confessio vitae, la confessio fidei.

Saranno le tre tappe della nostra meditazione.

1. CONFESSIO LAUDIS: ringraziamo il Signore perché ci ha costituito presbiteri in questo presbiterio e in questo tempo della storia.
La comunione, prima di essere un impegno è un dono che ci viene concesso dal Signore, è una grazia. La grazia e la benevolenza di Dio ci precedono sempre e ci rendono partecipi di un dono inaspettato e irrealizzabile con le sole forze umane.

Alcuni testi biblici ci possono essere utili in questo rendimento di grazie: Ef 1,3-23; Col 1,1-20

Per noi presbiteri, oltre ai doni di grazia che fondano la comunione ecclesiale, ci sono anche i doni legati al sacramento dell’ordine che abbiamo ricevuto grazie alla chiamata al ministero confermata dalla Chiesa.
Nell’imposizione delle mani compiuta dal Vescovo e da tutti presbiteri presenti, nella preghiera di ordinazione pronunciata dal Vescovo e nell’abbraccio di pace con i membri del presbiterio, ci è stato comunicato il sacramento che ci costituisce presbiteri nella Chiesa di Dio.

Proviamo a riascoltare quelle parole che sono state pronunciate su di noi:

Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,
artefice della dignità umana, dispensatore di ogni grazia,
che fai vivere e sostieni tutte le creature,
e le guidi in una continua crescita: assistici con il tuo aiuto.
Per formare il popolo sacerdotale tu hai disposto in esso diversi ordini,
con la potenza dello Spirito Santo, i ministri del Cristo tuo Figlio.
Nell’antica alleanza presero forma e figura i vari uffici istituiti per il servizio liturgico.
A Mosé ed Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo,
associasti collaboratori che li seguivano nel grado e nella dignità.

Nel cammino dell’esodo comunicasti
a settanta uomini saggi e prudenti lo spirito di Mosé tuo servo,
perché egli potesse guidare più agevolmente con il tuo aiuto il tuo popolo.
Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre,
perché non mancasse mai nella tua tenda il servizio sacerdotale
previsto dalla legge per l’offerta dei sacrifici, che erano ombra delle realtà future.

Nella pienezza dei tempi, Padre santo,
hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Gesù,
Apostolo e pontefice della fede che noi professiamo.
Per opera dello Spirito Santo egli si offrì a te, vittima senza macchia,
e rese partecipi della sua missione i suoi apostoli consacrandoli nella verità.
Tu aggregasti ad essi dei collaboratori nel ministero
per annunziare e attuare l’opera della salvezza.
Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza
e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico.

DONA, PADRE ONNIPOTENTE, A QUESTO TUO FIGLIO LA DIGNITÀ DEL PRESBITERATO. RINNOVA IN LUI L’EFFUSIONE DEL TUO SPIRITO DI SANTITÀ; ADEMPIA FEDELMENTE, O SIGNORE, IL MINISTERO DEL SECONDO GRADO SACERDOTALE DA TE RICEVUTO E CON IL SUO ESEMPIO GUIDI TUTTI A UN’INTEGRA CONDOTTA DI VITA.

Sia degno cooperatore dell’ordine episcopale,
perché la parola del vangelo mediante la sua predicazione,
con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini,
e raggiunga i confini della terra.

Sia insieme con noi fedele dispensatore dei tuoi misteri,
perché il tuo popolo sia rinnovato con il lavacro di rigenerazione
e nutrito alla mensa del tuo altare;
siano riconciliati i peccatori e i malati ricevano sollievo.

Sia unito a noi, o Signore,
nell’implorare la tua misericordia per il popolo a lui affidato e per il mondo intero.
Così la moltitudine delle genti, riunita a Cristo,
diventi il tuo unico popolo, che avrà il compimento nel tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli del secoli. Amen.

Se questo testo della liturgia costituisce la “forma del sacramento” che abbiamo ricevuto, esso ci richiama essenzialmente ad una dimensione comunionale espressa nel termine “collaborazione”.
Possiamo rendere grazie al Signore perché ci ha chiamati al ministero apostolico come collaboratori del ministero episcopale nella prospettiva della comunione.
Possiamo rendere grazie al Signore per coloro che storicamente hanno imposto le mani su di noi, per il Vescovo che ci ordinato, per i presbiteri che erano presenti, per quelli che concretamente formavano il presbiterio quando vi siamo entrati. La comunione si fonda e cresce su una memoria grata.
Noi non siamo diventati preti in una chiesa generica e senza volto, ma in una chiesa che aveva ed ha dei volti ed una storia precisa. Per questa comunione ecclesiale che ci ha accolto e nella quale abbiamo scelto di spendere la nostra vita possiamo rendere grazie al Signore.

La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione. Lasciamo che, come Pietro la mattina della “pesca miracolosa”, il nostro constatare tutto il bene ricevuto risvegli in noi la capacità di stupirci e di ringraziare così da portarci a dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8) e, ancora una volta, ascoltiamo dalle labbra del Signore la sua chiamata: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10); perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

(Lettera di papa Francesco ai sacerdoti – 4 agosto 2019)

2. CONFESSIO VITAE: L’ideale e l’impegno nella comunione presbiterale
Partiamo da due testi che hanno segnato la storia della teologia del ministero ordinato nel dopo-Concilio e che disegnano l’ideale del nostro vivere il ministero. L’ideale è un punto di riferimento importante per noi credenti perché non indica un’idea astratta – opponendosi alla realtà concreta -, ma la méta verso cui siamo chiamati a tendere, la forma del nostro vivere il discepolato e il ministero.

I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine Episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio sebbene destinato a uffici diversi. Nelle singole comunità locali di fedeli rendono in certo modo presente il vescovo, cui sono uniti con cuore confidente e generoso, ne assumono secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi, sotto l’autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all’edificazione di tutto il corpo mistico di Cristo (cfr. Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, devono mettere il loro zelo nel contribuire al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi di tutta la Chiesa. In ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico del vescovo, i sacerdoti riconoscano in lui il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi, consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e amici così come il Cristo chiama i suoi discepoli non servi, ma amici (cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi dell’ordine e del ministero, tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa.
In virtù della comunità di ordinazione e missione tutti i sacerdoti sono fra loro legati da un’intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l’insegnamento (cfr. 1 Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt 5,3) presiedano e servano la loro comunità locale, in modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui è insignito l’unico popolo di Dio nella sua totalità, cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino che devono, con la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine, presentare ai fedeli e infedeli, cattolici e non cattolici, l’immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita; e come buoni pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che, sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti o persino la fede. Siccome oggigiorno l’umanità va sempre più organizzandosi in una unità civile, economica e sociale, tanto più bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto all’unità della famiglia di Dio. (LG 28)

Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l’inserimento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale «forma comunitaria» e può essere assolto solo come «un’opera collettiva». Su questa natura comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio, esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento dell’Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità. Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, «lavorano per la stessa causa, cioè per l’edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi», e si arricchisce nel corso dei secoli di sempre nuovi carismi. (PdV 17)

In questa seconda tappa possiamo confrontare tale ideale con la realtà che ci troviamo a vivere, segnata inevitabilmente da fragilità e incoerenze, alcune dovute al nostro peccato personale, altre alle condizioni storiche ed ecclesiali che ci condizionano.
È importante non sottovalutare questa analisi spirituale perché, se da una parte sappiamo che storicamente l’ideale non potrà mai essere realizzato nella sua pienezza, dall’altra siamo responsabili che si ponga in atto quel processo di continua conversione che ci orienta a vivere l’ideale senza rassegnarci alla mediocrità.

Mi permetto di suggerirvi alcuni elementi di riflessione per aiutarvi nella confessio vitae che oggi siamo chiamati a compiere.

a. La tentazione dell’individualismo e del narcisismo
Il narcisismo e l’individualismo sono caratteri propri di questo tempo che stiamo vivendo. Non sono atteggiamenti tipici del mondo ecclesiale, ma sarebbe ingenuo pensare che la comunità cristiana e, in essa, il presbiterio, ne sia immune. Anzi!
Dobbiamo ammettere che proprio noi siamo molto esposti a questa tentazione che costituisce una vera minaccia alla comunione.

La storia che ci precede ha per molto tempo pensato al presbitero come ad una figura individuale, inviato in una comunità per periodi di tempo molto lunghi, una comunità che, spesso, veniva plasmata a sua immagine e si identificava con lui (nel bene e nel male). Questa storia ci ha consegnato molte testimonianze di santità eroica, ma anche molte situazioni di degrado spirituale ed umano.

Sulla formazione dell’individuo ha molto insistito la formazione iniziale nei seminari, considerandolo un presidio importante per far fronte alle inevitabili tensioni.

Anche il narcisismo è un demone molto presente nella nostra realtà di presbiteri e si presenta in molte forme più o meno gravi sul piano del peccato personale, ma tutte molto gravi in merito alla comunione. Se di fronte a me stesso ci sono solo io, non c’è spazio per nessun altro e ogni altra persona diviene un disturbo e una minaccia come pensava la strega sempre di fronte allo specchio che rifletteva la sua immagine perfetta nella fiaba di Biancaneve.

Sono elementi da non sottovalutare perché sono abbastanza tollerati dalla cultura odierna, ma ci allontanano molto dall’ideale della comunione evangelica.

La terapia della fraternità
A tali tentazioni (individualismo e narcisismo) si risponde con la terapia della fraternità, una fraternità non ideale, ma pienamente evangelica. La fraternità, per definizione, non è mai elettiva, ma sempre data. La fraternità scelta come via per vivere l’ideale del ministero è una fucina di purificazione perché mi mette a contatto con i miei limiti e mi chiede di lavorarci, magari anche chiedendo l’aiuto dei fratelli.

La fraternità è una via che presenta delle scomodità. Molti sono i proverbi popolari che vorrebbero scoraggiarci, ma nella fraternità è scritto molto della sapienza del Vangelo che noi siamo chiamati a vivere e ad annunciare.

b. La rassegnazione e lo spirito di sopravvivenza
Il tempo che viviamo non è il più difficile della storia, eppure lo avvertiamo come un tempo molto sfavorevole. Il confronto con il recente passato ci porta a vedere soprattutto ciò che manca, ciò che non c’è più, ciò che abbiamo perso.

Le nostre comunità ci appaiono sempre più anziane e sempre più ridotte numericamente. Le nostre parole sembrano scivolare via come acqua sul vetro, nell’indifferenza generale; i valori che testimoniamo sembra siano considerati reperti del passato, il confronto con la modernità ci raffigura come dei superstiti di un’epoca che non esiste più e che ci accaniamo a mantenere presente nonostante tutti ci consiglino di staccare la spina.
La mancanza di vocazioni nelle nostre diocesi aumenta il lavoro di ognuno; ogni prete oggi svolge il lavoro che fino a trent’anni fa’ svolgevano tre preti. Siamo stanchi. Ci sembra di non arrivare da nessuna parte.
Lottiamo con i debiti per la gestione ordinaria e la preoccupazione di mantenere edifici antichi per i quali non riusciamo più ad ottenere fondi sufficienti. La burocrazia occupa molto del nostro tempo. Non abbiamo collaboratori pastorali; il volontariato oggi si rivolge altrove, verso servizi più gratificanti … potremmo andare avanti a lungo e scrivere un nuovo libro delle lamentazioni; e sarebbero tutte vere e motivate, ma lontane dallo spirito del Vangelo.

La tentazione di fronte a tutte queste difficoltà è la rassegnazione, il tentare di sopravvivere, di salvarsi l’anima, di non perdersi.
Ci si rifugia nel privato, nel devozionalismo, nel settarismo ecclesiale fatto di piccoli gruppi di devoti che pendono dalle nostre labbra … piccole oasi di sicurezza in un mondo che appare tempestoso.
A volte si vivono compensazioni che ci pongono in posizione ambigue, doppie, immorali; ci esponiamo alla vita mondana e alle dipendenze; diveniamo preoccupati per il nostro tempo libero, per le nostre vacanze, per i nostri hobbies, per gli spazi di libertà e sollievo autistico che ci inventiamo sempre nuovi.

Anche in questo caso, oltre a tutte queste problematiche, chi ci rimette è la comunione.
Il troppo lavoro ci fa disertare gli appuntamenti diocesani e gli incontri con i confratelli: non abbiamo tempo da perdere – ci diciamo-. Non chiediamo aiuto, non ci confrontiamo. Non cerchiamo modalità per cambiare le cose, per semplificarle, per condividerle. Ognuno per sé… Cerchiamo di arrivare in fondo con meno ferite possibili e poi ci penseranno gli altri. Non abbiamo voglia di pensare ad un possibile futuro in cui si possa vivere una presenza ecclesiale rinnovata.

La terapia dell’impegno missionario (aria nuova)
La terapia a questa logica di rassegnazione è la missione, l’aprire le porte, il confrontarsi con il compito missionario della Chiesa che ancora oggi, come in tutti i tempi, è portatrice di una buona notizia che l’uomo può ascoltare per trovare quella vita piena che cerca affannosamente riempiendosi di cose.
La missione non la facciamo da soli seguendo questa o quella ricetta.
L’impegno per l’evangelizzazione ci porta a guardare gli altri come compagni e soci in un impegno che nessuno può assolvere da solo. Nella missione riscopriamo tutte le vocazioni: gli sposi, le religiose e i religiosi, i giovani, gli anziani, gli ammalati. Nella missione c’è posto per tutti e solo insieme possiamo essere volto di quella vita buona che il Vangelo fa nascere in coloro che vivono la fede.
La missione ci porta anche a comprendere cosa sia essenziale, ci porta ad abbandonare ciò che è solo zavorra, ci porta a confrontarci per comprendere quale sia la direzione verso cui dobbiamo orientare le nostre energie. La missione, oltre che alla comunione, ci porta alla vera sinodalità che non è un confrontarsi accademico, ma il camminare insieme compiendo le scelte necessarie per annunciare il Vangelo ad ogni uomo.
La missione ci stanca, ma non ci esaurisce. I segni del Regno di cui noi per primi possiamo essere testimoni, ci riempiono di gioia e ci rilanciano nell’impegno giorno dopo giorno.

c. Le ideologie ecclesiali e politiche
C’è un terzo virus che uccide la nostra comunione presbiterale e sono le ideologie, quelle ecclesiali e – oggi -quelle politiche.
Di quelle ecclesiali facciamo esperienza da più di quarant’anni. Alcune le abbiamo chiamate carismi per accreditarle; sicuramente carismi erano le esperienze di vita cristiana che hanno fatto nascere modi nuovi di impegnarsi nel mondo, ma le ideologie che ci hanno contrapposto non avevano nulla di spirituale: eppure ci hanno affaticato tanto in discussioni e confronti infiniti, cercando patrocini di quel papa o quel cardinale o quel teologo che sostenessero la nostra posizione contro quella degli altri…

Oggi abbiamo anche le ideologie politiche che in modo nuovo spaccano la nostra comunità e, ovviamente, anche i nostri presbitèri. I leaders politici sono i nostri nuovi maestri di pensiero, coloro che ci dettano l’agenda, coloro che ci dicono cosa sia giusto e cosa non lo sia. Nei dibattiti politici si cita il Vangelo, il Papa, si sbandierano simboli delle fede per attrarre l’elettorato cattolico da una parte o dall’altra. E anche noi non siamo immuni dal fascino di certe modalità. Anche noi ci schieriamo, ci dividiamo in tifoserie, cerchiamo il patrocinio di un personaggio ecclesiale significativo che eleggiamo a nostro porta bandiera; non ci facciamo scrupoli di parlare pubblicamente contro il Papa, contro i vescovi, contro alcuni confratelli che abbiamo posizionato sullo schieramento opposto al nostro. I social network anche per noi sono un’agorà in cui esprimiamo liberamente (e ingenuamente) il nostro pensiero senza preoccuparci di spaccare la comunione, di destare scandalo, senza sentire il bisogno di confrontarci seriamente anche con chi non pensa come noi.

La terapia del discernimento evangelico e della testimonianza
La terapia a questo virus è il discernimento evangelico, il ritornare a confrontarsi con la Parola e con la grande tradizione della Chiesa, per comprendere insieme quale sia la direzione per orientare il nostro impegno, quale siano i gesti e le parole che – insieme – possiamo dire per fare chiarezza e aiutare chi è confuso e smarrito in mezzo a tante parole gridate. Il processo del discernimento mi aiuta a riconoscere che ho bisogno degli altri per comprendere quale sia il bene possibile da far crescere in una determinata situazione, mi aiuta a stare con serenità e semplicità di fronte alla complessità delle questioni che la modernità ci pone innanzi.

La comunione ci porta a valorizzare la testimonianza più dei proclami; a raccontare storie di vita, più che a pontificare sui valori; a cercare soluzioni sostenibili alle situazioni che la provvidenza ci porta ad incontrare, più che ad elaborare progetti che non potranno mai essere realizzati.
Il discernimento evangelico ed ecclesiale presuppone la comunione e la rafforza.

3. CONFESSIO FIDEI: Il coraggio di ripartire da ciò che conta
Voi tutti siete maestri di vita spirituale, e sapete bene che, come accade per la medicina, non è sufficiente fare la diagnosi, ma occorre dare una terapia che aiuti a superare le criticità, che sostenga l’organismo nella lotta contro il male che lo aggredisce. Alcune le abbiamo già indicate come risposte immediate ad alcune patologie della comunione, ma possiamo vedere se c’è una pista che ci aiuta a crescere insieme e a custodire e far crescere la comunione ecclesiale e presbiterale.
Essa, oltre che un dono, è anche il frutto di un impegno generoso di chi sceglie di percorrere la via del Vangelo e, in particolare, della carità. La comunione è frutto di un sacrificio, come avviene per l’eucaristia.

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo lo Spirito sul pane e sul vino perché diventino il sacramento del corpo donato e del sangue versato del Signore. Ma quando Gesù ci dice: “fate questo in memoria di me”, ci invita a rinnovare in noi stessi quello che lui ha fatto. Valgono le parole che troviamo nel cap. 13 di Giovanni: “come ho fatto io, così fate anche voi!

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo una seconda volta lo Spirito perché coloro che si nutrono del corpo e sangue di Cristo divengano un solo corpo e un solo spirito; ma ciò non sarà possibile senza il nostro sacrificio, senza il dono di noi stessi.

Vi propongo tre testi, di diverso valore, che ci aiutano a comprendere come possiamo percorrere la via della comunione ecclesiale.

– Il primo è tratto dal Nuovo testamento ed è il cap. 12 della lettera ai Romani. Cito solo i primi due versetti perché spero sia un testo che conoscete quasi a memoria, a causa del suo frequente utilizzo nella liturgia e nella catechesi: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.(Rom 12,1-2)

– Il secondo è tratto dalla lettera che il Papa ci ha scritto nell’agosto scorso, in occasione della festa del santo Curato d’Ars: Per mantenere il cuore coraggioso è necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù. Ogni volta che ci sleghiamo da Gesù o trascuriamo la nostra relazione con Lui, a poco a poco il nostro impegno si inaridisce e le nostre lampade rimangono senza l’olio in grado di illuminare la vita (cfr Mt 25,1-13): «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me…perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5). In questo senso, vorrei incoraggiarvi a non trascurare l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere in piena fiducia e trasparenza il proprio cammino; un fratello sapiente con cui fare l’esperienza di sapersi discepoli. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Quanto bene ci fanno le parole del Qoèlet: «Meglio essere in due che uno solo … Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10).
L’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo. Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito. Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ci porta a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo, troppo indietro, per tenerla unita, e anche per un’altra ragione: perché il popolo ha “fiuto”! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il “sensus fidei” [cfr Lumen Gentium, 12]. Che cosa c’è di più bello?». Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile evangelizzatore che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

– Il terzo è un testo famoso che vorrei recitare insieme con voi, facendolo diventare il rinnovo del nostro impegno a vivere in modo pieno il nostro sacerdozio ministeriale. È un testo di don Primo Mazzolari, prete controverso, ma – senza dubbio – un testimone autentico del Vangelo. È un testo che spesso usiamo con i giovani, ma che fa bene anche a noi. Lo recitiamo a più voci, con dei solisti e con parti corali.
Diciamo con semplicità al Signore che vogliamo ripartire insieme, grati della vocazione che abbiamo ricevuto e che ci costituisce in questa Chiesa collaboratori del Vescovo per l’annuncio del Vangelo, la guida del popolo di Dio e l’offerta del sacrificio che fa sperimentare l’azione salvifica di Dio nella vita dei credenti; riconosciamo le nostre debolezze e tentazioni, ma non vogliamo farci travolgere.
Rinnoviamo oggi il nostro ‘sì’, perché il Signore porti a compimento l’opera che ha iniziato in ognuno di noi e in noi insieme.

Ci impegniamo noi e non gli altri
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto né chi sta in basso,
né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo senza pretendere che altri si impegnino,
con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

Ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.
C’è qualcuno o qualche cosa in noi,
un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia,
più forte di noi stessi.

Ci impegniamo per trovare un senso alla vita,
a questa vita, alla nostra vita,
una ragione che non sia una delle tante ragioni,
che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore.
Si vive una sola volta e non vogliamo essere “giocati”
in nome di nessun piccolo interesse.

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa il successo
né di noi né della nostre idee,
non ci interessa passare alla storia.

Ci interessa di perderci per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

Ci impegniamo a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti,
ad avviarci, sia pure attraverso un lungo errare, verso l’amore.

Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo su misura, ma per amarlo;
per amare anche quello che non possiamo accettare,
anche quello che non è amabile,
anche quello che pare rifiutarsi all’amore,
poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore
c’è, insieme a una grande sete d’amore,
il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo, perché noi crediamo all’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente. (don Primo Mazzolari)

andreaturchini@gmail.com

In attesa della risurrezione

Cimitero-2

“Canto il giorno e il tramonto”. Il “dia de los muertos” in Messico e in Italia
Intervento presso la Biblioteca A. Baldini – 30 ottobre 2019

Nella nostra cultura attuale il tema della morte è spesso censurato o ironizzato o esorcizzato, ma difficilmente lo si coglie come un’opportunità per confrontarsi sul senso della vita che, nel confronto con il mistero della nostra morte, chiede di esser esplicitato… Perché il vero tema è la vita che si ribella dall’essere considerata semplicemente e banalmente tempo per il consumo di beni ed esperienze, ma chiede di essere riconsiderata come un mistero grande che ci precede e ci succede… una vita che, per essere compresa pienamente, ha bisogno di essere collocata in un prima e in un dopo.

Il tema della morte ci interpella sulla nostra concezione di uomo, perché, mentre l’evento della morte ci accomuna, il senso che vi attribuiamo ha una grande influenza su come noi interpretiamo la nostra vita e la vita delle persone che ci sono accanto. Ancora una volta siamo chiamati a confrontarci sulla grande questione che – in ambito cattolico – è definita come la “questione antropologica; una questione cruciale perché coinvolge il concetto stesso di uomo, con grandi conseguenze sul piano del dialogo interreligioso, culturale, sociale e politico (pensiamo, solo per inciso, a dibattito attuale sul fine vita).

L’evento della morte è vissuto soprattutto in riferimento alle nostre relazioni, perché è lì che la morte ci colpisce con la sua violenza e la sua apparente ineluttabilità (più difficilmente siamo disponibili a riflettere sulla nostra morte); nelle relazioni famigliari, quelle delle persone che ci hanno accolto con un sorriso fin dai nostri primi respiri su questa terra, le persone che ci sono sempre state per noi (genitori, nonni, fratelli e sorelle), e le relazioni alle quali abbiamo scelto di legarci nell’amore e nell’amicizia, trasformando incontri occasionali in grandi storie che hanno cambiato la nostra vita. È proprio lì che la violenza della morte ci aggredisce. Per questo è molto interessante parlare insieme di come viviamo il rapporto con coloro che sono morti.

La fede cristiana, che nasce dal Vangelo e dall’evento pasquale di Cristo, ci consegna una visione dell’uomo proprio a partire dall’annuncio della risurrezione che impatta in modo molto forte proprio su questo tema della morte. Vi propongo di leggere velocemente alcuni testi dal Nuovo testamento che ritengo particolarmente importanti per comprendere il pensiero cristiano sul rapporto con i defunti.

Dal vangelo di Giovanni (cap 14)
Ci troviamo in quello che viene chiamato il discorso di addio che Gesù rivolge ai suoi discepoli nell’ultima cena. E’ una sorta di grande testamento spirituale che comprende quattro capitoli del Vangelo di Giovanni. Gesù ha già annunciato la sua morte ed è consapevole che il suo tempo su questa terra sta per compiersi.

Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via”. Gli disse Tommaso: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?”. Gli disse Gesù: “Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto”.

Dalla prima lettera ai Tessalonicesi (cap 4)
La prima lettera ai Tessalonicesi, secondo alcuni biblisti, è il testo più antico del Nuovo testamento, databile intorno all’anno 50/51 dC. La lettera è un testo disteso, non polemico. Tessalonica è una delle comunità evangelizzate da Paolo, Silvano e Timoteo.
Nella prima comunità c’era la convinzione che il ritorno glorioso del Signore alla fine dei tempi sarebbe stato imminente. In questo contesto Paolo scrive le parole che seguono.

Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza. Se infatti crediamo che Gesù è morto e risorto, così anche Dio, per mezzo di Gesù, radunerà con lui coloro che sono morti. Sulla parola del Signore infatti vi diciamo questo: noi, che viviamo e che saremo ancora in vita alla venuta del Signore, non avremo alcuna precedenza su quelli che sono morti. Perché il Signore stesso, a un ordine, alla voce dell’arcangelo e al suono della tromba di Dio, discenderà dal cielo. E prima risorgeranno i morti in Cristo; quindi noi, che viviamo e che saremo ancora in vita, verremo rapiti insieme con loro nelle nubi, per andare incontro al Signore in alto, e così per sempre saremo con il Signore. Confortatevi dunque a vicenda con queste parole.

Dalla prima lettera ai Corinzi (Cap. 15)
La comunità di Corinto era molto vivace ed ha dato a Paolo qualche preoccupazione. Era anche una comunità molto formata e Paolo consegna loro il testo più importante del NT sulla fede nella risurrezione dei morti. Noi ne leggiamo solo l’inizio e la fine.

Vi proclamo poi, fratelli, il Vangelo che vi ho annunciato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi e dal quale siete salvati, se lo mantenete come ve l’ho annunciato. A meno che non abbiate creduto invano! A voi infatti ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè
che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici. (…)

Ecco, io vi annuncio un mistero: noi tutti non moriremo, ma tutti saremo trasformati, in un istante, in un batter d’occhio, al suono dell’ultima tromba. Essa infatti suonerà e i morti risorgeranno incorruttibili e noi saremo trasformati. È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta d’incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta d’immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura:
La morte è stata inghiottita nella vittoria.
Dov’è, o morte, la tua vittoria?
Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?

Il pungiglione della morte è il peccato e la forza del peccato è la Legge. Siano rese grazie a Dio, che ci dà la vittoria per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo! Perciò, fratelli miei carissimi, rimanete saldi e irremovibili, progredendo sempre più nell’opera del Signore, sapendo che la vostra fatica non è vana nel Signore.

Alcuni elementi di riflessione da questi testi (scelti fra molti altri)
1. C’è un elemento fondamentale che caratterizza la fede del cristiano che è la risurrezione di Gesù, la sua vittoria sulla morte. Questo evento inedito nella storia dell’umanità, che per tanti è stato difficile da accogliere, a causa dell’assoluta estraneità all’ordine naturale delle cose, rappresenta per i cristiani come un nuovo inizio per l’umanità, una nuova creazione caratterizzata proprio dalla possibilità di vincere la morte e di considerare la morte un passaggio a quella vita che diviene partecipazione della vita di Dio. Ciò avviene per un intervento diretto di Gesù che, quando verrà nella gloria, compirà l’opera della creazione distruggendo il male e la morte e rendendoci partecipi di quella vita per la quale siamo stati creati.

2. Per i cristiani questa possibilità di partecipare alla risurrezione non riguarda solo ciò che accadrà dopo la nostra morte, ma trasforma il nostro modo di vivere la nostra vita terrena: essa ci motiva nell’impegno, nella dedizione, nell’offerta di noi stessi, nel vivere le relazioni sapendo che esse sono custodite (cfr. 1Cor 15,57-58).

3. L’esperienza della morte, per i cristiani, rappresenta come una nuova nascita. Per questo, secondo alcuni autori, potremmo considerare questa vita come un lungo tempo di gestazione che, proprio come la gestazione pre-natale determinerà “la qualità della nostra vita” dopo questa nuova nascita.

4. Secondo la dottrina cattolica, “dopo la morte sopravvive l’io personale, dotato di coscienza e di volontà. Se si vuole chiamarlo “anima”, bisogna intendere questa parola alla maniera biblica. Esso perde il corpo, cioè l’insieme dei suoi rapporti sensibili con il mondo naturale e umano, ma continua a sussistere nella sua singolarità, in attesa di raggiungere la completa perfezione, al termine della storia, con la risurrezione” (Catechismo Adulti, 1195).
C’è quindi un “doppio passaggio” dopo la morte, che è molto importante comprendere perché sostiene tutta la prassi rituale e devozionale cristiana per i defunti: nel primo passaggio il corpo muore, ma l’anima sopravvive e, come afferma Benedetto XII nella Costituzione Benedictus Deus del 1342, “è in cielo, con Cristo, associata agli angeli santi”, a meno che non abbia bisogno di purificazione per portare a compiemento la sua adesione a Cristo. Alla fine dei tempi, quando il Signore compirà il suo Regno e ogni uomo diventerà partecipe della risurrezione del corpo, si realizzerà la vittoria definitiva sulla morte e tutta la creazione sarà redenta (Cfr Rom 8).

I riti e le preghiere legate ai defunti tengono presente di questa doppia prospettiva: domandano che l’anima del defunto divenga partecipe della beatitudine del cielo e che divenga partecipe della risurrezione alla fine dei tempi.

Dobbiamo ammettere, però, che nella coscienza “della gente” la prospettiva più importante, quella della risurrezione finale, risulta piuttosto sfumata e i più sembrano molto concentrati sulla fase intermedia che, per moltissimi, è già quella definitiva.

Propongo qualche testo preso dal Rito della esequie, il testo ufficiale con cui la Chiesa accompagna i defunti nel momento del funerale, professando la sua fede.
In questi testi di preghiere le due dimensioni si alternano e si completano: la prima dimensione è quella in cui si invoca da Dio la partecipazione alla gloria e alla pace nel cielo; la seconda è quella che invoca da Dio l’adempimento della promessa di risurrezione.

Dal “Rito delle esequie”
O Dio, in te vivono i nostri morti

e per te il nostro corpo non è distrutto,
ma trasformato in una condizione migliore;

ascolta la preghiera di questa tua famiglia,
e fa’ che il nostro fratello N.
sia accolto dalle mani degli angeli
e condotto in paradiso con il tuo fedele patriarca Abramo,
in attesa della risurrezione,

nel giorno del giudizio universale;
e se da questa vita
rimane in lui qualche traccia di peccato,
il tuo amore misericordioso lo purifichi e lo perdoni.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Dio, Padre misericordioso,
tu ci doni la certezza che nei fedeli defunti
si compie il mistero del tuo Figlio morto e risorto:

per questa fede che noi professiamo concedi al nostro fratello N.,
che si è addormentato in Cristo,
di risvegliarsi con lui nella gioia della risurrezione.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

La celebrazione della messa in suffragio dei defunti
Per antica tradizione, durante la celebrazione della messa, si ricordano i defunti e si implora il dono della beatitudine per loro. La celebrazione della messa è un grande momento di comunione che travalica i limiti dello spazio e del tempo e ci porta alla presenza di tutti coloro che ci hanno preceduto nel segno della fede e dormono il sonno della pace.

Per loro chiediamo al Signore la beatitudine, la luce e la pace.

Per il valore espiatorio del sacrificio di Cristo, che nella messa viene celebrato, invochiamo il compimento della purificazione per tutti i defunti, perché possano contemplare la gloria di Dio.

Padre Cesare Giraudo, uno dei più grandi liturgisti italiani, afferma:

Quando la preoccupazione per i nostri Defunti ci angoscia, giacché vorremmo conoscere con sicurezza la loro sorte, proprio allora dobbiamo interrogare la fede. Da una parte essa ci ricorda che, anche se l’inferno esiste, non siamo autorizzati a collocarvi positivamente alcuno. D’altra parte solo per i Defunti canonizzati essa dichiara l’avvenuto ingresso nella Chiesa trionfante. Per tutti gli altri Defunti la fede, attraverso il magistero della liturgia, ci invita in pari tempo a vederli nella casa del Padre e a pregare per essi. Siccome possono aver bisogno dei nostri suffragi, a noi incombe l’amorevole debito di carità di pregare indistintamente per tutti i nostri morti, domandando per essi quella stessa trasformazione escatologica nel corpo mistico che, ai ritmi delle nostre messe, non ci stanchiamo di domandare per ognuno di noi.” (Stupore eucaristico, p.132)

Le preghiere per i defunti e la visita al cimitero
Nella tradizione popolare è molto radicata la visita ai cimiteri nel giorno del 2 novembre (commemorazione di tutti i defunti) e in altre occasioni. L’attenzione e la cura per i luoghi di sepoltura indicano il nostro affetto per le persone che ci hanno preceduto, sono l’occasione per un ricordo grato al Signore e per una preghiera di suffragio. Il cimitero – per noi – è un luogo di riposo temporaneo per i defunti, in attesa della risurrezione finale. Dice ancora il rito della esequie nella preghiera di benedizione di un luogo di sepoltura:

Signore Gesù Cristo,
che riposando per tre giorni nel sepolcro,
hai illuminato con la speranza della risurrezione
la sepoltura di coloro che credono in te,
fa’ che il nostro fratello N. riposi in pace
fino al giorno in cui tu, che sei la risurrezione e la vita,
farai risplendere su di lui la luce del tuo volto,
e lo chiamerai a contemplare la gloria del paradiso.
Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli. Amen.

Il cimitero non ha solo una valore funzionale, ma è il luogo della memoria collettiva in cui tutti possono ricordare e pregare per coloro che sono defunti.
La Chiesa, anche in caso di cremazione, chiede che le ceneri siano custodite nel cimitero; non è ammessa la dispersioni delle ceneri perché contraria alla fede nella risurrezione e al dovere di memoria della singola persona; scoraggia fortemente la custodia delle ceneri nella case private per richiamare all’esigenza di una memoria comunitaria e per il rispetto dei resti mortali del defunto.

La tradizione della Chiesa ci porta a pensare che i nostri defunti, non solo abbiano bisogno delle nostre preghiere, ma siano loro stessi a intercedere per noi presso Dio per sostenerci nelle vicende della nostra vita e aiutarci ad essere fedeli alle promesse del nostro battesimo.

In Cristo tuo Figlio, nostro salvatore
rifulge a noi la speranza
della beata risurrezione,
e se ci rattrista la certezza di dover morire,
ci consola la promessa dell’immortalità futura.
Ai tuoi fedeli, o Signore,
la vita non tolta, ma trasformata;
e mentre si distrugge la dimora
di questo esilio terreno,
viene preparata un’abitazione eterna nel cielo.
Per questo mistero di salvezza,
uniti agli angeli, ai santi, (e ai nostri fratelli e sorelle defunti),
cantiamo senza fine l’inno della tua lode.

dia de los muertos

L’acqua viva nella Bibbia

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Intervento proposto alla Biblioteca Baldini di Santarcangelo il 25 ottobre 2019

L’acqua, oltre che elemento naturale fondamentale, rappresenta uno dei simboli vitali comuni a tutte le religioni.
La Bibbia, però, riguardo l’acqua, anche nella sua valenza simbolica, mantiene un approccio ambivalente: essa è segno di vita e fecondità quando è acqua sorgiva; è segno di morte e di caos quando la si ritrova in ampie distese come nel mare o nei laghi.

Partiamo dal principio
Secondo la narrazione biblica in principio le acque coprivano la terra e lo Spirito di Dio, unica forma vivente, vi aleggiava sopra. Questa acque diffuse sono il caos primordiale che chiede di essere ordinato.

Nei primi giorni della creazione Dio dà un ordine alla acque ed impone dei confini: attraverso il firmamento divide le acqua che sono sopra (le acque piovane) dalle acque che sono sotto il firmamento; successivamente dividerà le grandi distese d’acqua dalla terra ferma ponendo alle acque dei confini ben definiti a sicurezza per l’uomo (Pr 8,29).

L’acqua simbolo di morte
Non sono pochi i testi della Bibbia in cui l’acqua è simbolo di morte. Due sono i più famosi:

  • Il racconto del diluvio come grande reset della creazione corrotta dal peccato dell’uomo (Gen 6-9).
  • Il racconto del passaggio del Mar Rosso, passaggio per la libertà per Israele, ma luogo di morte per gli Egiziani che, nella loro arroganza, non hanno riconosciuto il volere dell’Onnipotente (Es 14-15).

In ambedue questi racconti esiste una situazione grave di ribellione nei confronti di Dio che chiede di esser purificata. Il mare, la distesa dell’acqua, diviene luogo di morte per molti e il passaggio ad una nuova vita per pochi. In ambedue i casi possiamo parlare di un nuovo inizio che passa attraverso l’acqua e la sua potenza di morte.

L’acqua simbolo di vita
Sono molto più numerosi i testi biblici che ci parlano dell’acqua come simbolo di vita e di fecondità. In questo caso – come accennato – l’acqua si presenta nella sua forma sorgiva.

  • L’acqua che scaturisce dalla roccia durante il cammino nel deserto è un segno immediato di possibilità di vita lì dove ci poteva essere solamente morte (Cfr. Es 17).
  • Ma soprattutto nella letteratura sapienziale e profetica il segno di quest’acqua sorgente di vita ritorna più volte: Sal 1,3; Ger 2,9; Ez 47. In tutti questi testi l’acqua sorgiva ha una potenza di fecondità che supera ogni difficoltà e ogni minaccia di morte.

Gesù e l’acqua viva
Nel Vangelo, soprattutto nel Vangelo secondo Giovanni molto più ricco sul piano simbolico, Gesù si attribuisce il simbolo dell’acqua viva sorgente di vita nuova.

  • Nel dialogo con la Samaritana, al cap. 4, questo tema suscita la curiosità della donna di Samaria avvicinatasi a Gesù con sospetto e pregiudizio. Gesù afferma di essere lui la sorgente di acqua viva che toglie ogni sete.
  • Due guarigioni importanti avvengono intorno a due piscine di acqua sorgiva presenti a Gerusalemme (la piscina di Betzaetà e quella di Siloe). Presso queste piscine Gesù associa o sostituisce il suo intervento terapeutico al valore terapeutico dell’acqua (Gv 5 e Gv 9).
  • Ma è soprattutto in altri due testi che Gesù si fa sorgente di acqua viva: il primo in una dichiarazione molto potente di tono profetico al cap. 7,37-39 di Giovanni:

Nell’ultimo giorno, il grande giorno della festa, Gesù, ritto in piedi, gridò: “Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura: Dal suo grembo sgorgheranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui: infatti non vi era ancora lo Spirito, perché Gesù non era ancora stato glorificato.

Ed il testo più famoso ed importante che è il racconto della morte di Gesù, dove Giovanni introduce un particolare che solo lui racconta.

Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate. (Gv 19,33-35)

Questo segno riportato dall’evangelista Giovanni e così fortemente sottolineato, segna il legame tra il battesimo e la Pasqua di Gesù. Quell’acqua e quel sangue che scaturiscono dal fianco di Cristo morto sulla croce, sono il segno dei due sacramenti più importanti della vita della Chiesa (battesimo ed eucaristia), sorgente di una nuova umanità che nasce dalla Pasqua di Cristo.

L’acqua viva del Battesimo – passaggio dalla morte alla vita
Nella Chiesa se si parla dell’acqua si fa sempre riferimento al Battesimo.
Esso racchiude in sé tutti i significati biblici dell’acqua così come li abbiamo visti nella Sacra Scrittura e rimanda ad una nuova creazione che Dio realizza a partire dalla Pasqua di Gesù. Si potrebbe dire molto, ma tutto è ben sintetizzato in un testo che la Chiesa usa per benedire l’acqua nella notte di Pasqua, prima del battesimo dei catecumeni.

O Dio, per mezzo dei segni sacramentali,
tu operi con invisibile potenza
le meraviglie della salvezza;
e in molti modi, attraverso i tempi,
hai preparato l’acqua, tua creatura,
ad essere segno del Battesimo.

Fin dalle origini il tuo Spirito si librava sulle acque
perché contenessero in germe la forza di santificare;
e anche nel diluvio hai prefigurato il Battesimo, perché, oggi come allora,
l’acqua segnasse la fine del peccato
e l’inizio della vita nuova.

Tu hai liberato dalla schiavitù i figli di Abramo,
facendoli passare illesi attraverso il Mar Rosso,
perché fossero immagine del futuro popolo dei battezzati.

Infine, nella pienezza dei tempi,
il tuo Figlio, battezzato da Giovanni
nell’acqua del Giordano,
fu consacrato dallo Spirito Santo;
innalzato sulla croce,
egli versò dal suo fianco sangue e acqua,
e dopo la sua risurrezione comandò ai discepoli:
«Andate, annunziate il Vangelo a tutti i popoli, e battezzateli nel nome del Padre
e del Figlio e dello Spirito Santo».

Ora, Padre,
guarda con amore la tua Chiesa
e fa’ scaturire per lei la sorgente del Battesimo.
Infondi in quest’acqua,
per opera dello Spirito Santo,
la grazia del tuo unico Figlio,
perché con il sacramento del Battesimo
l’uomo, fatto a tua immagine,
sia lavato dalla macchia del peccato,
e dall’acqua e dallo Spirito Santo
rinasca come nuova creatura.

Discenda, Padre, in quest’acqua,
per opera del tuo Figlio,
la potenza dello Spirito Santo,
perché tutti coloro
che in essa riceveranno il Battesimo,
sepolti insieme con Cristo nella morte,
con lui risorgano alla vita immortale.
Per Cristo nostro Signore. Amen.

Ma non paga il Vaticano?

concept money and small tree in jar and sunshine

Chiesa e denaro.
Un tema ritornato nuovamente alla ribalta per la prossima pubblicazione di un libro che annuncia grandi e scandalose rivelazioni. Su “Avvenire” di oggi (22 ottobre 2019) mons. Galantino spiega come stanno le cose, ma non credo che saranno molti a credergli. 

Nella realtà i nostri bilanci di gestione sono in rosso; molte parrocchie non riescono più a coprire le spese per le utenze, figuriamoci quelle per la manutenzione …
Conosco dei preti che rinunciano alla parte di stipendio che dovrebbero avere dalla loro parrocchia perché la comunità non è in grado di sostenere quella spesa (seppure piccola); altri sacerdoti pagano di tasca loro le utenze della parrocchia, pur di non chiedere denaro alla gente: si vergognano, hanno timore del giudizio delle persone. 

Ogni anno pubblichiamo il bilancio della parrocchia, ci rendiamo disponibili a parlarne a partire da quei numeri che dicono della nostra realtà economica; abbiamo da tempo persone della comunità che condividono con noi la gestione economica, ma pochi credono alla verità di quanto è scritto e sono disponibili a parlarne e a confrontarsi seriamente. Alcune persone generose intervengono periodicamente, ma la stragrande maggioranza si sente esonerata dal sostenere la comunità cristiana e reagisce con fastidio ad ogni proposta di partecipazione e contribuzione.

Faccio solo alcuni esempi.

Durante la messa c’è un gesto antichissimo che coinvolge tutta la comunità: la colletta. Alcune volte nell’anno essa è destinata a necessità della Chiesa universale (missioni, seminario, carità del papa); normalmente essa diviene un gesto di partecipazione alle necessità della comunità: è un gesto di comunione che dovrebbe consentire a tutti, in modo semplice, di coinvolgersi per le necessità comuni, proprio mentre si celebra la messa. Questo gesto, per la maggioranza dei cristiani anche praticanti, ha perso ogni significato.
Invito buttare l’occhio nei cestini delle offerte alla fine della messa: sono il risultato dello svuota-tasche con molte monete da 1 e 2 centesimi, monete che non avremmo il coraggio di dare in elemosina ad un povero che ci chiede la carità, ma che possiamo indifferentemente scaricare nel cestino della messa.
Non è una questione di importi (vale sempre la regola dei due spiccioli della vedova), ma del senso di un gesto: non ha più alcun significato per la maggior parte della gente; non coinvolge la vita delle persone e delle famiglie; è un gesto meccanico che si fa per togliersi un pensiero… non viene in mente che in quell’occasione ci può rendere partecipi di quanto la comunità vive e sostiene anche in modo ordinario.

Durante i funerali c’è la tradizione di raccogliere offerte in memoria dei defunti.
Sono sempre più le famiglie (più del 50%) che, nell’occasione del funerale fanno intervenire associazioni di vario tipo perché – ci confidano – vogliono cogliere l’opportunità per fare beneficenza e sostenere questa o l’altra realtà. Tutto bene, per carità, ma è evidente che a non tutti viene in mente che si possa fare beneficenza anche alla parrocchia per sostenerla nel suo impegno educativo, nell’impegno per i poveri, nel mantenimento decoroso delle strutture. 

Chi ci ha preceduto ci ha lasciato in eredità delle strutture che, normalmente, servono alla vita della comunità. Poi accade qualche volta che qualcuno si impegni in una iniziativa di beneficenza, che nulla ha a che fare con la comunità cristiana, e chieda l’utilizzo gratuito delle strutture, come se a noi non costassero nulla in manutenzione, pulizie, utenze… e si meravigliano molto quando richiediamo un rimborso spese. La gente non capisce; ci ritiene insensibili, incapaci di renderci partecipi del loro impegno. Facciamo spesso una brutta figura. Ma come fare per aiutare a capire?

E’ molto difficile parlare di queste cose!
Si ha paura di allontanare le persone.
Si rimanda la soluzione dei problemi, si lasciano decadere le strutture perché si ha timore di creare situazioni di tensione… 
Io stesso, mentre scrivo, sono indeciso se pubblicare questo testo che da molto tempo sta covando nella memoria del mio PC.
E invece è urgente parlarne!

Le soluzioni che spesso in alcune comunità vengono invocate (vi aiuterà la Diocesi! vi aiuterà il Vaticano!) sono fantasiose: la Diocesi, come è stato dichiarato pubblicamente più volte, ha una situazione debitoria molto importante e il Vaticano non ha competenza per la vita delle nostre comunità, soprattutto perché ci troviamo in quella parte del mondo che, nonostante tutto, è ancora la più ricca.

Presto dovremo fare delle scelte per ridurre le nostre spese; dovremo abbandonare delle strutture che abbiamo utilizzato per molto tempo, perché non abbiamo il denaro per sostenerle e per fare le necessarie manutenzioni; dovremo cercare un profilo più sostenibile, a partire dalle risorse che effettivamente abbiamo, non quelle che, teoricamente, vorremmo avere. Sarà un processo che ci farà bene, ci renderà più leggeri, che ci chiederà coraggio e sapienza; un processo che dovremo fare insieme alle nostre comunità, coinvolgendo la gente in quelle scelte. 

Ma dovremo anche educare le persone, soprattutto quelle che si sentono effettivamente partecipi, a contribuire economicamente e in modo significativo perché la vita della comunità, come quella di una famiglia, dipende un po’ anche da questo.

E’ necessario cominciare a parlare e condividere le scelte per la gestione economica delle nostre parrocchie. Con questa riflessione vorrei dire che per parte nostra siamo disponibili, anzi desiderosi di farlo. A coloro che fanno parte delle nostre comunità chiediamo di aiutarci per comprendere come condividere questa preoccupazione e le scelte che ci attendono.

Per il resto, ognuno si comporti in coscienza come meglio ritiene.

Una luce per la Siria /2

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Un momento semplice e non strutturato.
Il segno semplice di una candela accesa.
Lo stare insieme dando ad ognuno la possibilità di esprimere e condividere ciò che vive di fronte al dramma della guerra che ancora una volta insanguina il mondo in modo evidente; e poi il desiderio di pace; il non cedere alla rassegnazione di fronte all’apparente ineluttabilità degli eventi, alla logica bieca degli interessi di qualcuno più forte che soverchia il piccolo e il debole…

Diverse persone sono intervenute: persone impegnate nelle istituzioni e nelle associazioni o semplici cittadini: ad ognuno è stata data la possibilità di esprimersi.
Chi è intervenuto si è preso il tempo di cui aveva bisogno per dire il suo pensiero.

Moltissime delle cose dette sono state molto interessanti.
Io ne ho portate a casa tre:

– di fronte alla grandezza dei problemi, non possiamo dimenticare il valore dei gesti semplici, quelli che ci rendono uomini e donne, quelli che ci riportano a ciò che è essenziale e importante; molti mi hanno detto grazie per questa proposta; anche io ho detto grazie perché è stata accolta da molti… eppure era semplice.
Forse è sempre semplice… me lo devo ricordare!

– non possiamo pensare che un gesto sia sufficiente; esso ha valore se innesca un processo che ci porta, da domani, a parlare delle cose che sentiamo vere lì dove viviamo e lavoriamo; infatti non è sufficiente confrontarsi tra persone che la pensano nello stesso modo; occorre darsi la possibilità (oggi ritenuta molto coraggiosa, quasi incosciente) di parlare e confrontarsi con semplicità anche con chi non la pensa come me/noi: solo allora qualcosa può cambiare.
– la cose che accadono, quelle di cui sentiamo notizia nei telegiornali o sui social media non accadono per caso o per la follia di qualcuno; sono il risultato della strategia disumana di chi considera alcuni obiettivi economici, politici, ideologici più importanti della dignità delle persone. Quando le persone vengono uccise impunemente, usate come scudi umani, usate come strumento di minaccia verso altre  persone o addirittura stati, tutto questo non accade per caso o per la follia di qualcuno. Questa logica perversa e omicida, che porta qualcuno ad arrivare ad uccidere altri uomini e donne, è una logica presente anche dentro di me/noi, perché ognuno rischia di esserne infettato.
E’ necessario aiutarsi per custodire sana la nostra coscienza, nel rispetto dell’altro come persona, nel rispetto dei suoi diritti, nel rispetto della legalità, senza indulgere in deroghe dettate dalla necessità o dall’interesse personale. Anche così si costruisce la pace e si contrasta la logica della guerra.

Quello che tu puoi fare è solo una goccia nell’oceano, ma è ciò che da significato alla tua vita! (Madre Teresa di Calcutta). Vale sempre!

Una luce per la Siria

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Lo scorso anno ci siamo riuniti in piazza Ganganelli per accendere una luce in occasione del bombardamento degli USA sulla Siria, per dire semplicemente, ma con chiarezza che la guerra genera solamente guerra e non risolve i conflitti.
In questa settimana, dopo una serie di ambigue dichiarazioni, la Turchia ha deciso di bombardare città e villaggi in territorio siriano. La situazione politica in quell’area è complessa ed intricata, ma, per noi uomini e donne semplici, la questione è semplice: la guerra è e rimane un’opzione inaccettabile, soprattutto perché, come sempre, le vittime sono persone innocenti, civili inermi, soprattutto donne e bambini.
Mi sembra di non poter fare nulla, ma non voglio rimanere indifferente.
Non voglio che la mia vita proceda come se nulla fosse, come se ciò che accade in questi giorni non mi riguardasse.

Domani, venerdì 11 ottobre 2019, dalle ore 19.30 alle ore 20.30 io sarò in Piazza Ganganelli a Santarcangelo con una candela accesa, per digiunare e dire a me stesso e a coloro che mi sono intorno che la mia mia vita non può procedere secondo l’agenda, come se nulla stesse accadendo.
Tutti coloro che lo desiderano possono unirsi a me, semplicemente, senza pretese, senza slogan urlati, ma solo per accendere una luce che illumini il buio di quella parte del mondo che è vittima della guerra.
La luce di una candela è piccola, ma è capace di accendere altre candele.
Se volete spargete la voce.

Poveri

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I poveri li avrete sempre con voi! (Cfr. Mc 14,7)
E’ un’eredità che Gesù ci ha lasciato, come una responsabilità da custodire.

Parliamo molto dei poveri; anche troppo!
Ci riempiamo la bocca di parole importanti (solidarietà, eguaglianza, …), elaboriamo progetti complessi e coraggiosi, ma spesso, anche nella comunità cristiana, parliamo dei poveri in modo romantico e astratto. Difficilmente entriamo in contatto con loro, anche se sono i nostri vicini di casa, anche se li incontriamo per la strada, sull’autobus o nei luoghi che attraversiamo velocemente nel nostro andare frenetico. Parliamo dei poveri, ma li evitiamo; avvertiamo come fastidioso il loro domandare; preferiamo non incontrarli sul nostro cammino: non ne abbiamo voglia, abbiamo altre priorità.
I poveri: categoria elastica e inclusiva. Poveri di denaro? Poveri di cultura? Poveri di relazioni? Poveri di salute? Poveri…

Ci sono stati tre testi che, negli ultimi mesi, mi hanno sollecitato ad una riflessione riguardo ai poveri:
– il primo testo è “Silence” un romanzo scritto da Shusako Endo nel 1965, ma tornato alla ribalta per l’omonimo film di M. Scorsese. Il testo pone moltissimi interrogativi sulla fede e sulla testimonianza, ma c’è un passaggio in cui il missionario portoghese protagonista della storia, mentre si trova in carcere insieme ad altri cristiani giapponesi arrestati dalle autorità e minacciati di morte per la loro fede, si pone una domanda e da voce ad un suo turbamento: perché solo i poveri hanno accolto la parola del Vangelo? Perché solo i più miserabili tra il popolo sembrano aver accolto la parola di Gesù e le rimangono fedeli? Perché gli uomini di cultura o quelli che  vivono “normalmente” non sembrano interessati al Vangelo? Questa domanda lo turba  moltissimo perché, effettivamente, tra i suoi compagni di prigionia e tra i cristiani che ha incontrato dal suo arrivo clandestino in Giappone ci sono solamente le persone più povere e disprezzate tra il popolo, persone che anche lui fa fatica ad amare e ad apprezzare, nonostante la loro grande perseveranza nella fede fino alla morte. 

– il secondo testo è uno scritto di san Vincenzo De Paoli, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria, che dice letteralmente: “Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcun timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni“. Si tratta di una grossa provocazione. Non solo, secondo san Vincenzo, sono chiamato ad aiutare i poveri (io che posso disporre di beni sufficienti per me e sovrabbondanti da condividere), ma li devo considerare i miei signori e padroni, devo considerarmi al loro servizio, devo addirittura andarli a cercare.

– il terzo testo l’ho letto in un’omelia che il Vescovo Francesco ha proposto la scorsa domenica a Villa Verucchio, coinvolgendo in quel testo tutte le parrocchie che celebravano qualche festa, quindi anche noi. L’omelia si intitola “La parrocchia che sogno” e, verso la conclusione, il Vescovo afferma: “Sogno una parrocchia che non sia un club di cristiani arrivati né un’accademia di sedicenti perfetti, ma faccia da scialuppa di salvataggio per ‘scartati’, depressi e disperati…“!!!

Questi tre testi, letti insieme o in successione, mi hanno messo molto in discussione.
Dentro di me sento che accolgo i poveri, ma non li reputo i miei signori e i miei padroni; li tollero come una presenza inevitabile, come “un problema” da gestire nel modo più umano e gentile possibile.
Dentro di me sento che la parrocchia dovrebbe essere sì la comunità che raduna tutti, ma soprattutto la comunità dove trovo persone interessanti, persone riuscite, persone vincenti; persone che mi possano convincere che accogliere il Vangelo vale la pena: dei testimonials e non solo dei testimoni.
La presenza degli scartati, dei depressi e dei disperati la considero anche in questo caso come un elemento inevitabile, una presenza da sostenere con attenzione e con affetto, ma non come una necessità, non come una componente essenziale e fondamentale della comunità.
Pensare che il mio impegno nell’annuncio, le mie energie di pastore, la mia cura debba essere accolta solo o prevalentemente da persone miserabili, dagli scartati della società e della storia, non mi lascia sereno… pensare che la comunità sia composta soprattutto da persone scartate, depresse e disperate, che trovano una risposta salvifica nel Vangelo di Gesù, non mi rende entusiasta… Lo confesso e me ne vergogno.

Eppure nelle parole del Vescovo e di san Vincenzo De Paoli, così come nella riflessione turbata di quel missionario del romanzo, riconosco una verità evangelica che ancora non mi ha penetrato; mi trovo ancora tristemente dalla parte dei farisei e dei dottori della legge che guardavano con disprezzo le folle che seguivano Gesù, riconoscendo tra loro gli am-haretz, gli uomini della terra, i senza cultura e senza legge del popolo di Israele, gli esclusi dalle scuole rabbiniche…”Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” (Gv 7,49) diranno in un momento di scontro molto duro. Io mi sento un po’ parte della loro combriccola.

C’è modo e modo di pensare ai poveri.
Io mi accorgo che ancora non li vedo come li vede Gesù; non mi penso verso di loro come si pensava san Vincenzo De Paoli; non penso alla parrocchia come la sogna il Vescovo. Molta strada devo ancora fare, ma in me, nonostante la fatica nella conversione e lo scandalo che mi provoca questa distanza dal Vangelo, c’è il desiderio di mettermi in cammino. La direzione è segnata e la partenza sarà il primo passo nella mia conversione, in un processo che può effettivamente iniziare accogliendo quelle parole che mi hanno provocato come vere; passando dallo scandalo che hanno suscitato in me, all’assunzione di una nuova prospettiva, che non parta dal mio modo di pensare e di giudicare, ma dal modo di pensare di Gesù e dei santi.

Nel nome di Dio … fratelli e sorelle

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da Abu Dhabi a Santarcangelo lunedì 7 ottobre 2019

Il 4 febbraio di questo anno sarà ricordato come un giorno che ha cambiato la storia: in meglio.
Nell’ottavo centenario del famoso incontro tra san Francesco di Assisi e il Sultano Al-Malik al-Kāmil, papa Francesco, in occasione di un viaggio negli Emirati Arabi, ha firmato insieme al Grande Iman di Al Azhar, un importantissimo documento intitolato: “La fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

Mentre in varie parti del mondo e su diversi canali si sostiene e si alimenta un’idea di inimicizia tra cristiani e mussulmani, due grandi uomini di fede, rappresentanti autorevoli di due grandi realtà religiose, dicono con parole chiare e semplici che Dio vuole che gli uomini e le donne vivano da fratelli e sorelle sulla terra e che nessuno, in nome di Dio, può essere giustificato a compiere atti di violenza e di guerra.

Il documento è molto importante per ciò che afferma, ma soprattutto perché queste affermazioni vengono fatte in nome di una fede diversa, ma capace di riconoscere che tale diversità non può essere la causa del conflitto. Se un uomo è un uomo di fede, sia che sia cristiano o mussulmano, deve essere, in nome della fede, un uomo di pace e di fraternità.

Questo documento è molto importante perché da più parti si ritiene che la religione sia la causa di molti conflitti, e che un mondo senza religioni sarebbe un mondo più tranquillo e pacifico, perché la religione – si dice – genera i fanatismi e i fanatismi generano i conflitti.

In questo documento, invece, si afferma che i fanatismi non hanno nulla a che fare con la religione, ma che sono delle ideologie estranee alla vera fede, tanto più quando generano violenza e morte.

Queste tematiche non sono lontane da noi.

Grazie al gruppo del Masci di Santarcangelo, avremo l’occasione di vivere un importante momento di conoscenza e di approfondimento di questo documento lunedì 7 ottobre 2019 alle ore 21 presso l’aula magna dell’Istituto “Rino Molari”, gentilmente resa disponibile.

Sono state invitate per l’occasione la prof. Rosanna Virgili, docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico Marchigiano e la dott.ssa Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana, ambasciatrice di pace e, dal 2 giugno scorso, cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Grazie a queste due voci autorevoli e preparate avremo l’occasione di conoscere meglio questa via di pace tracciata dal 4 febbraio di questo anno.

L’iniziativa, promossa a Santarcangelo, è stata ritenuta così importante, che ha avuto l’appoggio e il sostegno di varie realtà locali e di organismi della Diocesi di Rimini. Sentiamoci tutti invitati.

La scaltrezza del cristiano

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Domenica 22 settembre 2019. Omelia nella festa parrocchiale di inizio d’anno.

Il vangelo oggi ci invita alla scaltrezza e ci pone innanzi l’esempio osceno di una persona disonesta che si comporta con scaltrezza e sa cavarsela in una situazione difficile.
Gesù non loda la disonestà, ma la determinazione ad andare fino in fondo per ottenere ciò di cui ha bisogno, senza indugi.
Potremmo dire che la scaltrezza è proprio l’atteggiamento tipico di chi non si perde, di chi non fa la figura “dell’invornito”; di chi sa cosa fare anche nei momenti difficili.
Ci chiediamo: noi siamo persone scaltre? mentre tutti affermano che ci troviamo in un periodo di crisi, usiamo la scaltrezza per tenere ciò che più conta e non rischiare di perdere tutto?

Questo non è l’unico periodo difficile della storia. Ogni generazione vive i suoi momenti di difficoltà. La storia della Chiesa, la grande tradizione, ci permette di attingere ad una sapienza provata che ha portato frutto in circostanze diverse, ma altrettanto difficili.

Ci sono cinque elementi che, secondo me, dobbiamo salvare in questo tempo per dimostrarci scaltri .

1. Il primato di Dio. La nostra fede ci insegna che Dio è il creatore ed è colui che provvede alla nostra vita, ci accompagna con la sua presenza, ci guida nelle scelte con il dono del suo Spirito. Stiamo salvando questa priorità? Come? In un mondo in cui attraverso la tecnologia si pensa di avere il potere su tutto e di poter fare tutto con un clic, cosa significa affermare il primato di Dio? Se non lo viviamo noi credenti chi potrà viverlo? Il primato di Dio significa dare un ordine alla propria vita nell’utilizzo del tempo; dare un ordine nelle proprie scelte; vivere le situazioni, anche le più difficili, con un punto di riferimento che parte dalla fede. Se non affermiamo il primato di Dio noi che ci diciamo credenti, non siamo per nulla scaltri.

A questo proposito due proposte saranno rivolte agli adulti in questo anno:
– una catechesi sui dieci comandamenti per ricuperare questo antico percorso di libertà e di obbedienza alla volontà di Dio (iniziamo il 10 ottobre al pomeriggio alle 15.30 e alla sera alle 21 al Suffragio);
– un incontro breve tra adulti ogni giovedì sera (dal 3 ottobre ore 20.30 al Suffragio) sul vangelo della domenica precedente, per capire come si incarna nella nostra vita.
Abbiamo bisogno di aiutarci per affermare il primato di Dio nella realtà in cui viviamo.

2. La dignità dell’uomo. Se non mettiamo in salvo la dignità della persona umana in ogni circostanza della vita, non siamo persone scaltre. Se non affermiamo e non compiamo scelte che affermino che ogni uomo è prezioso agli occhi di Dio, dal momento del concepimento, fino alla morte; indipendentemente dalla sua nazionalità, razza e religione; indipendentemente dalla sua condizione di salute e dalla sua età, rischiamo di essere degli invorniti! Non si tratta di adesione ad un pensiero politico piuttosto che ad un altro, ma di affermare una verità irrinunciabile: ogni persona è preziosa agli occhi di Dio.

Per questo è importante confermare il nostro impegno per l’accoglienza delle due famiglie siriane (insieme alla parrocchia di san Vito); non bastano le parole, occorre mettere in atto dei gesti, magari piccoli, ma importanti per dire che non rimaniamo indifferenti. Chi volesse coinvolgersi può contattare la parrocchia.
Anche un rinnovato sostegno alla Caritas parrocchiale è importante, perché anche in mezzo a noi ci sono persone che hanno bisogno di essere guardate con affetto e abbracciate nelle loro necessità. La Caritas non è una associazione, ma esprime l’impegno caritativo di tutta la comunità e tutti possono coinvolgersi in modo diverso.

3. Il valore della famiglia. La famiglia è e rimane il punto di riferimento principale, soprattutto nell’educazione dei figli. La famiglia non può delegare a nessuno questo impegno educativo, anche quando è difficile. L’imprinting fondamentale dell’educazione viene dato nella famiglia e tutte le altre realtà educative (scuola, parrocchia, sport, …) devono collaborare con i genitori per aiutarli a svolgere il loro compito. Noi, come parrocchia, vogliamo stare accanto ai genitori, riconoscendo il loro compito importante.

A tal fine inviteremo le famiglie a momenti di condivisione, per metterci accanto a loro e condividere il loro impegno educativo.

4. Un impegno nell’animazione della cultura. E’ un percorso che abbiamo intrapreso da tempo, ma che vogliamo confermare. La realtà in cui viviamo ci presenta della grandi sfide di fronte alle quali, come comunità cristiana, non vogliamo e non possiamo rimanere muti. Parliamo non perché siamo più intelligenti degli altri o perché vogliamo imporre il nostro modo di vedere, ma perché attingendo dalla sapienza del Vangelo e dalla grande tradizione della Chiesa, desideriamo portare un contributo per rendere il mondo un po’ più bello.

Una bella occasione sarà data dall’incontro organizzato dal MASCI il prossimo 7 ottobre (ore 21.00 – Aula Magna Istituto Molari) in cui due intellettuali – una cristiana e una mussulmana – si confronteranno sul documento firmato lo scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande Iman di Al Azar sul tema della fratellanza: è un contributo di riflessione importante per la nostra città di Santarcangelo.

5. Infine la sfida dell’unità. La nostra comunità non può disperdersi in tanti frammenti. La giusta differenza tra associazioni, vocazioni, sensibilità, non può farci perdere la consapevolezza di essere un unico corpo. La distinzioni non possono mai prevalere sull’unità e sulla comunione. Dobbiamo imparare a guardarci con occhi diversi per riconoscere ciò che ci unisce prima di ciò che ci distingue.

La partecipazione alla messa domenicale; il riunirsi insieme intorno all’altare del Signore per ascoltare la sua Parola e spezzare il pane dell’eucaristia, è il richiamo e la rigenerazione necessaria per riaffermare la nostra unità; un’unità che richiede l’impegno e il contributo di tutti perché non è costruita su un minimo comune multiplo, ma su un massimo di condivisione di tutto il bello di cui ognuno di noi – e ogni realtà – è portatore.

Siamo in un tempo di crisi; siamo in un tempo di sfide.
Dobbiamo agire con scaltrezza per riconoscere come è importante attraversare questo tempo, salvando ciò che conta di più e non rischiando di fare la figura degli “invorniti”.

Buon anno pastorale.

don Andrea

Scuola

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L’estate è finita!
Non lo dice il calendario astronomico, ma lo dice il calendario scolastico!
Questa mattina, finalmente, la piazza della nostra città si è rianimata dei volti gioiosi dei bambini e delle bambine che attendevano di entrare a scuola per iniziare il nuovo anno.
Contenti loro di ritrovarsi, contenti i genitori che vedono crescere i loro figli e le loro figlie, contenti tutti di ritornare a quel ritmo più “normale” oltre che intenso, che l’impegno scolastico consente alle nostre famiglie.

Un pensiero particolare a tutti gli insegnanti e le insegnanti, nelle cui mani oggi rimettiamo buona parte della formazione dei nostri piccoli, dei nostri ragazzi e dei nostri giovani. Prima di tutto un ringraziamento per tutto l’impegno, la passione e la cura che avete nello svolgere il vostro lavoro. Poi una esplicita dichiarazione di sostegno perché sempre più spesso venite sminuiti e ignorati nel vostro importante ruolo sociale, quando non addirittura aggrediti. Infine un auspicio: che possiate dedicare la maggior parte delle vostre preziose energie a stare accanto ai bambini, ai ragazzi e ai giovani dei quali siete maestri e insegnanti, più che alle scartoffie che la bulimia burocratica vi chiede di compilare.

Un pensiero grato oggi lo rivolgo a tutti i miei insegnanti per quello che mi hanno dato, perché mi hanno insegnato a studiare, a cercare il significato delle cose, a stare nella realtà con intelligenza. Penso che tutti abbiano fatto del loro meglio per contribuire alla mia formazione: grazie a tutti voi – nessuno escluso – sono diventato un adulto consapevole e riconoscente di ciò che mi è dato di vivere in questo tempo della storia, e responsabile per ciò che mi è chiesto di dare per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato.

Buon anno scolastico a tutti. Si riparte!

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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