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Bene comune e pace sociale: verifica di un percorso e prospettive di lavoro

 

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Abbiamo concluso un itinerario di quattro incontri ed è saggio fare una breve verifica del percorso per continuare il cammino con consapevolezza.
Alcuni pensieri che abbiamo condiviso anche con il Consiglio Pastorale:

1. E’ stato un percorso opportuno e interessante. La comunità cristiana deve confrontarsi su queste tematiche che hanno a che fare con la realtà che viviamo nel contesto sociale in cui siamo inseriti. L’ampia partecipazione al percorso, dato anche dalla curiosità e dal periodo pre-elettorale che la nostra città si prepara a vivere, hanno favorito l’adesione alla proposta. Il percorso è sembrato utile e intelligente. Non tutti gli interventi proposti sono risultati semplici, ma è stato bello tenere un profilo alto della riflessione.

2. Il percorso sul Bene Comune ha portato “in parrocchia” persone che venivano da fuori Santarcangelo e che si sono aggregate intorno a questa iniziativa, santarcangiolesi che normalmente non partecipano alla vita ecclesiale, persone assidue alla vita comunitaria. L’incontrarsi è stato proficuo; il livello degli interventi significativo e rispettoso.

3. Anche il metodo di lavoro proposto, a partire dal magistero del Papa, è sembrato utile per ricuperare e fare sempre più nostri i riferimenti del magistero ecclesiale. I relatori che sono intervenuti, pur partendo dal testo, si sono sentiti liberi di approfondire la tematica secondo la loro personale sensibilità e competenza, aiutandoci a cogliere le implicanze di una riflessione che partiva dal testo del Papa.

4. C’è il desiderio di continuare il percorso dopo l’estate. E’ necessario formare un gruppo di lavoro che pensi e organizzi una proposta da svolgere in modo più disteso nel corso dell’anno. Le piste su cui probabilmente lavoreremo, comprenderanno l’approfondimento della Costituzione della Repubblica Italiana, soprattutto nella parte dei principi fondativi, e l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’. Sulla cura della casa comune”, per fare nostro l’appello che è stato lanciato fin dal 2015 e che ora sembra sempre più urgente, come ci mostrano le manifestazioni di questi giorni.

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Penso che possiamo fare nostro l’intervento di Ernesto Preziosi apparso su “Il Ponte” del 10 marzo u.s. (pag. 21) che cito in parte:
Senza smarrire la prospettiva storica, a noi compete misurarci con il presente e col fatto che «se non si trova una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci» o “irrilevanti”. Non è cosa facile e richiede un percorso – già avviato – di medio, lungo periodo. Segnalo tre livelli su cui spendersi. Tre livelli diversi, ma intrecciati tra loro nel vissuto delle persone.
– Il primo è quello di una formazione di base all’interno della comunità cristiana.  Dietro il disorientamento anche elettorale vi è una formazione debole, disincarnata, a talvolta spiritualistica, avulsa dalla storia. Vi è un compito primario da svolgere nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, perché la fede illumini i criteri di giudizio, i modelli di comportamento.
– Un secondo percorso riguarda la dimensione culturale: la fede vissuta anche nella sua valenza culturale e sociale, nel proiettarsi della società, necessita di una progettualità, di una mediazione culturale.  L’impegno dei credenti in proposito può essere diretto ad alcune priorità e, tra queste, il tema dell’Europa, prospettiva non rinunciabile e, anzi, da sostenere evidenziandone gli aspetti positivi e i correttivi necessari.
– Il terzo percorso riguarda le forme della partecipazione politica e chiede di ripensare gli strumenti, i partiti in primis…
Dobbiamo tornare a parlare di politica. I vescovi ci sollecitano e la realtà che abbiamo intorno interpella la nostra responsabilità. Per farlo dobbiamo essere capaci di dialogare tra credenti senza scandalizzarci delle posizioni diverse che possiamo avere, ma coltivando il confronto nella stima e nel rispetto reciproco…. (
I credenti e l’impegno politico oggi).

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Il paradigma del poliedro

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L’immagine ce la consegna direttamente papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti… Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. (nn. 235-236)

Elisabetta Fraracci, proprio a partire da questa immagine consegnataci dal Papa, ci ha accompagnato nell’ultima serata di riflessione su “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium” con una ricca ed intensa riflessione sul tema della complessità e sulla fatica di stare di fronte a questa complessità. Essendo lei prima di tutto un’insegnante ed un’educatrice, l’approccio della riflessione proposta è stato prevalentemente educativo, consapevoli che ogni azione educativa è sempre sommamente politica. Anche questa volta chiedo scusa per le semplificazioni della sintesi che propongo (per la parte che si riferisce al pensiero di E. Morin, mi sono rifatto anche ad un’altra sintesi che ho ritrovato molto vicina a quanto ci è stato presentato da Elisabetta Fraracci).

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Il tutto è superiore alla parte” nella prospettiva educativa significa prima di tutto aiutare i nostri giovani ad uscire dall’isteria del particolare, del “tutto intorno a me“, per andare incontro ad un “noi” in cui ognuno è riconosciuto come irrinunciabile.
Questo percorso educativo può essere proposto solamente all’interno di una comunità educante in cui gli adulti, insieme e con ruoli diversi, si prendono la responsabilità di dare prospettive di futuro, ma con un forte radicamento nella realtà e nella concretezza.
L’immagine del poliedro, evocata da papa Francesco, rimanda proprio a questa concretezza, a questa realtà da accogliere, e si propone alternativa all’immagine ideale e astratta della sfera ove i punti sono perfettamente equidistanti dal centro. Il poliedro è quella figura geometrica che riesce ad integrare le varie particolarità in un tutto che dona un senso nuovo alle singole parti, e rispetto al quale le singole parti non si sentono annullate, ma valorizzate nel meglio che possono offrire.

Viviamo in un’epoca di passioni tristi dove sono sempre più evidenti i sintomi di una crisi educativa (già denunciata da Benedetto XVI all’inizio di questo decennio):
– emerge una crisi di autorevolezza sostituita dall’autoritarismo;
– viviamo una crisi del pensiero sostituita dal ricorso indiscriminato agli slogans;
– emerge una grande fragilità della genitorialità che si manifesta in particolare nella incapacità di dire e sostenere dei “no” educativi;
– emerge pure la grande fatica di creare un contesto educativo ampio che possa sostenere i vari attori dell’educazione; si nota sempre più una frammentazione delle figure educative che non si riconoscono reciprocamente nel loro ruolo di educatori.
C’è una forte tentazione di limitarsi a stare di fronte all’altro con delle etichette, con degli stereotipi che esonerano dalla fatica di guardare il suo volto, di riconoscere la sua originalità. Ogni azione educativa non può che essere un’azione collettiva (villaggio) e deve aiutare ad andare oltre le etichette e gli stereotipi, oltre le semplificazioni che esaltano la particolarità e perdono di vista il tutto.
L’azione educativa, in particolare quella della scuola, deve educare le coscienze alla conoscenza del reale (non del virtuale) per superare il deficit di pensiero che caratterizza questa epoca.

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Un aiuto importante per affrontare questa sfida educativa ce lo fornisce Edgar Morin quando ci elenca I sette saperi necessari all’educazione del futuro:
– Andare oltre le cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione
È sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.

– I principi di una conoscenza pertinente
È necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali.
La supremazia di una conoscenza frammentata nelle diverse discipline rende spesso incapaci di effettuare il legame tra le parti e le totalità, e deve far posto a un modo di conoscere capace di cogliere gli oggetti nei loro contesti, nei loro complessi, nei loro insiemi. 
È necessario insegnare i metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
– Insegnare la condizione umana
L’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è completamente disintegrata nell’insegnamento, attraverso le discipline. Ciascuno dovrebbe prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che ha in comune con tutti gli altri umani. La condizione umana dovrebbe, così, essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. 

– Insegnare l’identità terrestre
Il destino planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti dell’insegnamento. 

Si dovrà indicare il complesso di crisi planetaria che segna il XX secolo, mostrando come tutti gli esseri umani, ormai messi a confronto con gli stessi problemi di vita e di morte, vivano una stessa comunità di destino.
– Affrontare le incertezze
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma nel corso del XX secolo ci hanno anche rivelato innumerevoli campi d’incertezza. L’insegnamento dovrebbe comprendere un insegnamento delle incertezze che sono apparse nelle scienze fisiche, nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche. Bisogna apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
– Insegnare la comprensione
La comprensione è nel contempo il mezzo e il fine della comunicazione umana. Data l’importanza dell’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma delle mentalità. Questo deve essere il compito per l’educazione del futuro.
Di qui la necessità di studiare l’incomprensione, nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace.
– L’etica del genere umano
L’insegnamento deve produrre una “antropo-etica” capace di riconoscere il carattere ternario della condizione umana, che consiste nell’essere contemporaneamente individuo, specie e società.
In questo senso, l’etica individuo – specie richiede un reciproco controllo della società da parte dell’individuo e dell’individuo da parte della società, ossia la democrazia e la solidarietà terrestre.
L’etica deve formarsi nelle menti a partire dalla coscienza che l’umano è allo stesso tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. Portiamo in ciascuno di noi questa triplice realtà. Così, ogni sviluppo veramente umano deve comportare il potenziamento congiunto delle autonomie individuali, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza di appartenere alla specie umana.

Conclusioni
Chi propone questo itinerario? Chi ha voglia di mettersi in gioco per promuovere un percorso educativo che aiuti ad uscire dalla prospettiva dell’immediato e ad andare alla ricerca della verità oltre gli abbagli.
Ritorna il ruolo di una comunità educante che promuova processi virtuosi di crescita.
Oggi, invece, anche a livello educativo, viviamo molto il rischio della delega che ci porta a vivere alcuni rischi importanti: il rischio di vivere nel parcellizzato; una difficoltà a scegliere; la mancanza di prospettive per il futuro e per un bene comune che è sempre più difficile da pensare e da individuare; la chiusura conseguente nel particolarismo che impedisce di pensare ad un futuro e di vedere gli altri oltre a me stesso.

Una comunità educante, invece, dovrebbe aiutare ognuno a porsi con serietà e serenità di fronte a quello che Renzo Piano chiamava il giudizio del futuro sull’opera che compio oggi. Non siamo chiamati ad essere degli eroi, ma persone consapevoli di lasciare un’eredità a coloro che verranno dopo di noi e, possibilmente e responsabilmente, di lasciare un’eredità buona.
La comunità educante può ricuperare anche il significato e valore educativo dei luoghi. In un contesto in cui il virtuale prende sempre più spazio, si può aiutare a riconoscere il messaggio e il valore che alcuni luoghi ci consegnano. In questo senso la comunità educante investe nella creazione di spazi e luoghi che siamo portatori di valori e messaggi positivi.

Si comprende ancora di più, quello che è stato enunciato fin dal principio:  come ogni impegno educativo è un impegno politico perché richiama ad una responsabilità condivisa ed incide decisamente sul nostro futuro.

Martire combattente?

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E’ di ieri la notizia della morte di Lorenzo Orsetti, giovane uomo italiano che ha scelto di partecipare al conflitto in Siria schierandosi e combattendo con l’esercito curdo: una scelta forte e consapevole, come testimonia la lettera/testamento che ha lasciato ad un connazionale con cui ha condiviso la medesima scelta.
In questi tempi in cui predomina il narcisismo e l’indifferenza diventa addirittura motivo di vanto – anche a costo di trasgredire le leggi e le regole dell’umana solidarietà -, la scelta di Lorenzo Orsetti ha scosso le nostre coscienze e, in un periodo in cui siamo a corto di eroi, c’è qualcuno che è tentato di indicarlo come modello positivo di impegno.
E’ quanto mi sembra emerga da questo articolo di Futura D’Aprile, una giovane giornalista esperta di questioni mediorientali, che arriva quasi ad indicarlo come un martire della libertà.

Personalmente non sono d’accordo!
Pur nel rispetto assoluto della persona di Lorenzo, ritengo  che la sua scelta di andare a combattere in Siria, sia stata sbagliata.
L’esigenza di schierarsi ed impegnarsi per la libertà e la pace, la scelta di non rimanere indifferenti di fronte ad un conflitto crudele e assurdo come quello siriano, non credo che possa considerare come utile l’opzione di combattere da una parte contro l’altra.  La  storia ci insegna da secoli che la violenza genera solo violenza, e non importa quale sia il colore della divisa che agisce la violenza: essa è sempre causa di morte e di dolore indicibile. Non è logico e neppure utile cercare di vincere il male con altro male, perché il male, la violenza e la guerra non portano nulla di bene, quale che sia l’intenzione di coloro che la attuano.

I veri martiri sono coloro che ci testimoniano delle scelte di pace che contrastano la logica della violenza, scelte che costruiscono percorsi di riconciliazione, che edificano un paese impegnandosi per il bene delle persone, per la giustizia, per il riconoscimento dei diritti e della dignità di ogni uomo e donna: di questi testimoni abbiamo bisogno, non di altri combattenti.
Provvidenzialmente – anche nel conflitto siriano – abbiamo testimonianze luminose di uomini e donne che si sono schierati per la pace.: siriani, libanesi, italiani, turchi, … uomini e donne di ogni nazionalità. Abbiamo giovani uomini e donne che stanno condividendo la situazione dei profughi, che lottano per il riconoscimento dei diritti fondamentali di ognuno: il diritto all’istruzione, il diritto alla salute, il diritto alla cittadinanza, il diritto di tenere unita la propria famiglia, il diritto di provvedere a sé e ai propri cari una situazione sicura e favorevole alla vita, il diritto ad essere difeso, tramite il ricorso alla giustizia, dai soprusi dei prepotenti e dei mafiosi di ogni latitudine; questi giovani uomini e donne stanno promuovendo una proposta di pace per la Siria che ai cinici appare come un’utopia, ma che è la sola risposta sensata alla logica della guerra e della violenza.

Caro Lorenzo, ennesima vittima della violenza assurda e crudele generata dalla logica della guerra, noi piangiamo la tua vita spezzata e preghiamo Dio che aiuti gli uomini a comprendere il valore di ogni vita, a comprendere che non è giusto pensare che ci siano vite che possono indifferentemente essere soppresse perché appartengono a dei nemici.
Caro Lorenzo, anche noi non vogliamo rimanere indifferenti, ma rifiutiamo di imbracciare le armi perché non vi è alcuna causa che giustifichi la scelta di uccidere un altro uomo; non vogliamo rimanere indifferenti, ma vogliamo impegnarci per la pace, per la giustizia, per il rispetto delle persone e dei loro diritti, per costruire un mondo e una nuova Siria in cui, superata ogni inimicizia, gli uomini tornino a riconoscersi come fratelli.
Caro Lorenzo, anche noi siamo disponibili a donare la nostra vita, a morire perché la pace diventi la condizione in cui tutti gli uomini possono vivere.
Caro Lorenzo, il Signore ora ti conceda pace e ti accolga come figlio suo e fratello di tutti.

Terapia quaresimale

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Il cammino quaresimale inizia ogni anno con il famoso testo evangelico, tratto dal discorso della montagna di san Matteo (6,1-6.16-18), in cui Gesù ci introduce a vivere con verità e giustizia tre gesti religiosi (elemosina, preghiera e digiuno) che non sono esclusivi del cristianesimo, ma che nel Vangelo trovano un significato proprio in riferimento alla giustizia (se vuoi, puoi leggere questo commento al vangelo).

Fino a questa mattina, non mi ero mai chiesto se ci fosse un ordine definito nella proposta del Vangelo, ovvero se avesse un significato l’ordine delle azioni proposte da Gesù (elemosina, preghiera e digiuno). Una semplice intuizione mi ha portato a definire questa riflessione che condivido.
Se dipendesse da me o da noi, credo sarebbe sensato, per molti motivi che non sto a descrivere, iniziare un percorso penitenziale da una lavoro su noi stessi, cioè dalla preghiera o dal digiuno. In genere un cammino di conversione, secondo il nostro ideale, comincia da una introspezione che, poi, porta ad aprirsi agli altri.
Perché Gesù mette al primo posto della sua proposta l’elemosina?

Perché la logica del Vangelo è quella di guarirci (salvarci) dalla autoreferenzialità e dal narcisismo (che si traducono in molteplici scelte di peccato) e la prima cura è imparare a guardare gli altri con occhi da fratelli.
L’elemosina è un modo semplice e ordinario per condividere ciò che possiedo con una persona che incontro; non richiede grandi progettazioni. Si tratta semplicemente di vedere il volto di una persona che provvidenzialmente incrocia il mio cammino, di vedere la sua mano stesa che domanda aiuto e, dopo aver stretto quella mano per incontrare la persona e averla guardata negli occhi per onorare la sua dignità, condividere con semplicità quello che possiedo. L’incontro con l’altro, la scelta di farmi carico del suo bisogno, è il primo passo che mi porta a riconoscere che il mondo non gira attorno a me: scopro di avere dei fratelli.

A questo punto posso incontrare il Padre nel segreto della mia camera, perché quando lui mi chiederà: “dov’è Caino tuo fratello?” io potrò rispondere portando al Padre (nostro) l’incontro che ho vissuto, la mano che ho stretto, gli occhi che ho incrociato. Allora la mia preghiera, come accade sempre nella liturgia, anche se fatta nel segreto della mia stanza, sarà la preghiera che viene da un “noi” e non solamente da un “io”.
Scopro – nella preghiera – che il Padre mi rassicura sul fatto che nulla di necessario mi mancherà, perché è lui a provvedere per amore. Anzi, scoprirò che le mie invocazioni sono povere e banali perché in verità ho già tanto e non c’è molto di necessario che posso veramente domandare.

Sono pronto, allora, a scegliere il digiuno, per fare spazio nella mia vita, per poter accogliere i doni che il Padre è pronto a darmi. Con il digiuno vissuto con letizia di cuore (come insegna il Vangelo), creerò in me quel vuoto che Dio è pronto a riempire in modo inaspettato e creativo, lui che è capace di creare dal nulla e di fare nuove tutte le cose. Allora sperimenterò l’essenziale di Dio, quello che lui ha pensato solo per me e che si adatta perfettamente al vuoto che sono stato capace di creare eliminando tutto il superfluo e anche un po’ del necessario.

Elemosina, preghiera e digiuno. Tre passi per un cammino quaresimale affinché Dio, con la sua sapienza evangelica, possa portare a compimento l”opera che ha iniziato in noi nel giorno del nostro battesimo.

La realtà è divina

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Il terzo appuntamento del ciclo “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium”, come previsto, ha visto la presenza del prof. Marco Cangiotti, docente ordinario di filosofia politica dell’Università di Urbino, direttore del Dipartimento di Economia, Società, Politica della medesima Università e presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Pesaro. Ad un amico filosofo esperto abbiamo affidato la riflessione su questa affermazione immediatamente affascinante dell’Evangelii Gaudium perché potessimo comprenderne la portata e la provocazione.

Per chi lo desidera è possibile ascoltare la registrazione dell’intervento del prof. Cangiotti. Segue una mia sintesi dell’incontro; chiedo scusa in anticipo per lo schematismo della sintesi, ma non è stato facile data la densità dei contenuti. Ho messo a disposizione appositamente la registrazione perché non è sostituibile da nessuna sintesi.

Papa Francesco si esprime così: “La realtà è più importante dell’idea: Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora“.
Questa affermazione, che appare semplice nella sua formulazione immediata ed evidente nella sua comprensione (perché ognuno comprende che un pezzo di pane sfama di più dell’idea di una cena sontuosa), si apre alla possibilità di una lettura più profonda, addirittura una lettura teologica. La distinzione tra la realtà e l’idea si pone al livello della distinzione tra ciò che è divino e ciò che è umano. Solo Dio infatti è Creatore; solo Lui ha il potere di porre l’essere dal nulla. Quando Dio agisce, qualcosa che prima non c’era comincia ad esistere e quella realtà è data a sé stessa e a tutta la creazione pre-esistente. Quando il Papa afferma che “la realtà semplicemente è“, ci dice che la realtà appartiene a Dio, che è l’unico che ha il potere di porre in atto l’essere. Aderire alla realtà significa sempre, indipendentemente dalla coscienza che se ne può avere, aderire a Dio.
Ma anche l’uomo agisce; e l’atto dell’uomo, che non è creativo, appartiene alla elaborazione (al lavoro tipico dell’uomo). Il lavoro non crea, ma trasforma qualcosa che è dato precedentemente. La realtà ha il primato sull’idea perché l’idea elabora ciò che è dato nella realtà. Il lavoro viene sempre dopo la realtà.

Cosa c’entra questo con la vita sociale? Come ci aiuta?

La Polis, la società umana, è caratterizzata dal “lavoro” dell’uomo; della elaborazione dell’uomo essa è il frutto. In essa si riflette la coscienza che l’uomo ha di sé stesso; è come un uomo in grande. Il carattere della polis è il carattere dei cittadini e viceversa; la polis dipende dalla coscienza che l’uomo ha di sé stesso.

La politica dunque dipende sempre dalla antropologia. Il problema è che oggi noi siamo in una situazione critica proprio su questo elemento antropologico. Siamo in una situazione di passaggio, in un cambiamento di epoca, come dice papa Francesco.

Qual è la coscienza degli uomini oggi?
Papa Francesco ci dice che possiamo rispondere a questa domanda fondamentale se ci poniamo la domanda sulla consapevolezza che gli uomini di oggi hanno circa la differenza tra l’atto di Dio e l’atto del’uomo, tra l’atto creativo e l’atto elaborativo, tra la realtà e l’idea. Questo è il problema fondamentale!
Se accettiamo di porci questa domanda, però, ci poniamo di fronte ad una situazione inquietante data dalla relazione che oggi viviamo con la tecnica, della quale siamo ubriacati al punto che condiziona la nostra consapevolezza.
La tecnica, infatti, rappresenta il vertice che porta all’estremo limite la capacità di elaborazione e la potenza dell’uomo. Come concepiamo la tecnica e la tecnologia? Questa è una questione centrale: attraverso lo sviluppo irrinunciabile e meraviglioso della tecnologia, l’uomo rischia di smarrire la consapevolezza della verità che la realtà sia superiore all’idea.

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L’esempio di come funziona la tecnica e delle conseguenze che pone in atto può essere analizzato nel suo sviluppo più semplice, quello del lavoro di un artigiano che deve realizzare una sedia. L’artigiano parte con un’idea che diviene un progetto, comprendente l’idea della sedia da realizzare e il procedimento da seguire per la realizzazione. Ma l’idea, il progetto, la conoscenza del procedimento da soli non bastano per realizzare la sedia. Ad un certo punto sarà necessario ricorrere alla materia che è data precedentemente, perché l’artigiano non ha creato il legno necessario per la fabbricazione della sedia che ha ideato; quel legno poi, non rappresenta una materia inerte, ma una realtà con una sua identità (apparteneva all’albero), una sua forma (in senso filosofico) a cui è stato strappato violentemente attraverso il procedimento necessario per l’elaborazione dell’idea. Il fabbricatore, l’elaboratore, si manifesta sempre come un dominatore della realtà che già esiste per piegarla (elaborarla) al proprio progetto. Il processo tecnico possiede sempre queste tre caratteristiche: progetto – possesso – violazione; inoltre unico è il soggetto che esercita la sua libertà (l’elaboratore), mentre le altre identità sono ridotte ad oggetto.

Finché si tratta del legno, del ferro o di qualche altro materiale questo procedimento è accettabile e lecito; ma quando l’oggetto dell’elaborazione sono altri uomini?
Il problema della tecnica, che è buona per origine e per sviluppo, sta sempre nell’utilizzo che l’uomo ne fa; l’uomo avendo perso l’orizzonte di orientamento, fa della tecnica la via per  realizzare la sua felicità, per affermare sé stesso in una logica di autosufficienza e di libertà senza responsabilità, negando il principio fondamentale che la realtà sia superiore all’idea.

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Nel contesto culturale attuale, avendo smarrito i punti di riferimento essenziale, vengono assolutizzati in modo narcisistico alcuni principi che divengono punto di riferimento per l’agire dell’uomo: il benessere materiale ereditato dalle generazioni passate è acquisito in modo definitivo e non potrà essere messo in discussione; il progresso tecnologico è aperto ad uno sviluppo indefinito senza porsi il problema della sostenibilità… tutto a scapito della libertà di qualcuno, dei diritti di qualcuno e, in definitiva, della giustizia.
Chi minaccia tale presupposti, considerati essenziali per realizzare la felicità, viene considerato un nemico… e questo è il tempo dei tanti nemici: le banche, la casta, i burocrati d’Europa, gli immigrati, … tutte entità o persone che mettono in discussione i principi di riferimento narcisistico e che impediscono il raggiungimento del perfezionamento della elaborazione ideale che, altrimenti, avrebbe tutte le possibilità per essere realizzato portando alla felicità desiderata.
E’ la promessa di una felicità per via politica, prevalentemente individualistica, coincidente spesso con ciò che fa comodo a me, senza alcun bisogno di confronto democratico con gli altri.
Come in ogni situazione narcisistica, ci troviamo di fronte ad una grave distorsione della realtà, ad un’incapacità soggettiva e collettiva di saper distinguere l’oggettivo dal soggettivo e la realtà dall’idea. L’io individuale diviene il metro di misura del tutto, con il risultato di un inappagamento cronico e un’insoddisfazione che si manifesta sempre più di frequente in rabbia.

Quali vie per ricuperare il principio sano enunciato da Evangelii gaudium?

1- Limitare e circoscrivere il più possibile la mentalità narcisistica da cui tutti siamo affetti alla sfera privata, impedendole di contagiare la sfera pubblica. E’ la responsabilità di ognuno.
2- Iniziare noi a restaurare le ragioni della realtà e dell’ordine oggettivo attraverso la via della testimonianza che, per definizione, è radicata nella realtà e conduce al confronto con la realtà nella sua concretezza; assumere la testimonianza, più che l’idea, come regola per una vita buona.

Cambiamo noi prima, gli Italiani

Editoriale: Consapevolezze e scelte, pure elettorali

In Sardegna ha votato solo poco più della metà degli aventi diritto (il 53,7 per cento) e proprio mentre tutti dicevano che questa prova elettorale era molto importante per il futuro del Paese. È la conferma di un dato tipico delle società occidentali, dove la partecipazione elettorale – noto indicatore di capitale sociale – è da tempo molto bassa. È noto il detto che un Paese ha i politici che si merita. Penso proprio che sia vero. Noi italiani non facciamo altro che parlare male dei politici, ci siamo mai domandati se non siamo forse peggio di loro?

Per quella (quasi) metà di elettori non votanti sarebbe veramente un paradosso, d’ora in poi, lamentarsi delle ‘malefatte’ della politica locale. Non vogliamo vedere neanche altre lacrime di coccodrillo dopo quelle spettacolari e gigantesche della manifestazione dei londinesi all’indomani del voto sulla Brexit. In Gran Bretagna tante persone di senno (forse la maggioranza) non erano andate a votare, mentre chi era corso alle urne per dire ‘no’ all’Europa troppo spesso lo aveva fatto con assai poca consapevolezza di che cosa stava combinando. E così, purtroppo, appena passato il referendum abbiamo dovuto assistere al doppio spettacolo pietoso della manifestazione europeista a scoppio ritardato di Londra e del picco di internauti andati su Google per cercare di capire, dopo aver votato, cosa fosse veramente l’Unione Europea. Siamo abituati a pensare che il voto sia un atto razionale di un cittadino informato e cosciente. In realtà, il voto rischia di diventare sempre più il trionfo dell’irrazionalità, schiacciato tra l’abulia di chi non partecipa (e magari avrebbe tutti gli elementi per scegliere) e la scelta istintiva e rabbiosa di chi va alle urne.

Una delle frasi più orribili e qualunquiste che si sentono dire in giro, forse la peggiore, è ‘tanto sono tutti uguali’. Sono tutti uguali i politici, di sinistra e di destra, sono tutte uguali le imprese (nella responsabilità fiscale, nella tutela dell’ambiente, nella promozione della dignità del lavoro).

Ricordiamo i tempi della scuola. In una classe era possibile essere tutti uguali ? Da ogni compito in classe non usciva, come d’altronde è logico aspettarsi, una distribuzione di voti con più bravi e meno bravi? Dire ‘sono tutti uguali’ è il terribile e falso alibi di chi non si degna di perdere neanche un attimo della sua preziosissima vita per cercare di capire in che mondo siamo e per scegliere il progresso sociale, civile e politico essendo giusti con tutti e premiando i migliori.

Beninteso, l’Italia è un Paese di minoranze eccellenti e creative (le imprese leader nell’innovazione e nell’esportazione, i cittadini che s’impegnano nel volontariato).

Nel cammino verso la Settimana Sociale di Cagliari abbiamo evidenziato 400 eccellenze del Paese per lo più sconosciute. Le buone notizie circolano purtroppo meno di quelle cattive. Però esiste una maggioranza passiva che finisce sempre per essere ingannata da politici-cicala che regalano la scarpa sinistra prima delle elezioni promettendo quella destra dopo il voto. I politici ‘alla Lauro’, di destra e di sinistra, si sono fatti più raffinati e adesso fanno promesse più costose con i soldi dei contribuenti. Promesse che aggravano la situazione del nostro debito pubblico e rendono sempre più difficile una vera e definitiva via d’uscita dalle strette in cui siamo. Arriverà mai un periodo della nostra storia in cui gli elettori saranno informati, consapevoli e competenti e riusciranno a non farsi ingannare (o almeno a partecipare)?

Il nuovo paradigma dell’economia civile è arrivato a una conclusione molto bella sulla politica economica, che però può essere letta terribilmente nel suo contrario. Per risolvere i drammatici problemi di società complesse come le nostre abbiamo bisogno di quattro mani e non di due sole. Ovvero che meccanismi di mercato e politici siano sostenuti dalla cittadinanza attiva e dalle imprese responsabili. Tutto questo vuole anche dire che, se cittadinanza attiva e imprese responsabili non ci sono o sono troppo flebili siamo spacciati.

E non ci resta che il tiro al bersaglio al leader di turno, che vive il suo momento di gloria effimera, ma è destinato prima di quanto sembri a essere detronizzato e impallinato, non senza un pizzico di sadismo, spesso non solo per via politica ma anche per via giudiziaria (basta voltarci indietro e guardare la nostra storia).

Eppure abbiamo una classe politica fatta per moltissima parte da persone che rispondono a una vocazione e finiscono per essere messe in croce e martirizzate. E di solito sono quelle che soccombono di fronte alla minoranza di quei politici più cinici e con meno scrupoli che decidono di sfruttare i nostri difetti. La nostra storia insegna che l’Italia sembra veramente quella ragazza, molto sfortunata nella vita di relazioni, che alla fine s’innamora sempre di qualche poco di buono che preferisce inevitabilmente al bravo ragazzo. Non possiamo sperare di cambiare il Paese senza cambiare prima noi, gli italiani.

Leonardo Becchetti

Sono persone!

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L’incontro con il dott. Pietro Bartòlo non può lasciare nessuno indifferente.
Lo abbiamo incontrato a Santarcangelo venerdì 22 febbraio in un “Teatro Lavatoio” strapieno di persone.
Le immagini terribili e le parole crude usate per raccontare 28 anni di incontri con coloro che sono approdati a quel salvagente naturale posto da Dio in mezzo al Mediterraneo che è l’isola di Lampedusa, colpiscono intimamente, feriscono, ustionano.
Pietro Bartòlo è un medico, direttore del presidio sanitario di Lampedusa, una piccola realtà in una piccola isola a 70 miglia dalla Tunisia e 120 miglia dalla Sicilia, che gli eventi del nostro tempo hanno posto al centro della storia per migliaia di persone in movimento che cercano di fuggire dagli orrori delle guerre, dalle devastazioni naturali, dalla fame, o semplicemente – come è diritto inalienabile di ogni essere umano – per la ricerca di una vita più umana.
Trecentocinquantamila le persone incontrate in 28 anni di servizio medico, una media di dodicimilacinquecento ogni anno. Molte, dice lui, ma non un’invasione.

Quello che il dott. Pietro Bartòlo non sopporta sono i numeri. Lui le persone è abituato a incontrarle una alla volta, per verificarne i bisogni di assistenza medica e tentare di dare una risposta adeguata ad ognuno.
La provvidenza ha posto il dott. Bartòlo sulla porta d’Europa, nell’isola di Lampedusa, a svolgere il ruolo di prima accoglienza medica per tutti coloro che, in diverse circostanze, arrivano nell’isola. In questo ruolo Pietro Bartòlo, ex pescatore, ex naufrago e medico per vocazione, si è trovato involontariamente ad essere testimone di un genocidio in atto a causa dell’indifferenza e della chiusura dell’Europa ad ogni tipo di accoglienza.
Pietro Bartòlo, nel suo ruolo di medico, ha raccolto migliaia di storie che raccontano di violenza subita, di ingiustizia, di dignità perduta, di sfruttamento, degrado, corruzione. Ha visto con i suoi occhi nei segni lasciati sul corpo di tanti uomini e donne che ha soccorso, segni che rivelano concretamente i risultati di una politica europea che rifiuta di considerare la possibilità di accogliere persone in stato di estrema vulnerabilità, trasformandoli in mostri invasori, criminali e potenziali terroristi, mentre sono solamente persone. E’ stato come un ritornello quello che è stato ripetuto tante volte: sono persone! sono persone! sono persone! sono persone! …

Sono persone con una dignità, con dei diritti, con dei sogni, con delle relazioni. Sono figli, padri, madri, mogli, mariti. Hanno un nome. E hanno un sogno: quello di sopravvivere in un contesto dove è semplicemente riconosciuta la loro dignità umana.

E poi ci sono i cadaveri. Tanti cadaveri. Donne, uomini, bambini. Tanti bambini che non sono riusciti a farcela, che sono annegati in mare o sono morti durante il viaggio per le condizioni impossibili in cui sono stati posti.
Il dott. Pietro Bartòlo ci ha fatto vedere le immagini di quei corpi perché, come ha ripetuto più volte, certe cose non vengono dette. Abbiamo visto le file dei sacchi contenenti i cadaveri e le immagini dei sommozzatori che ricuperavano in fondo al mare i corpi di tanti uomini, donne e bambini che erano affondati con la barca che doveva trasportarli in salvo. E poi ci ha raccontato dello strazio che vive ogni volta che deve compiere un’ispezione cadaverica per cercare di ricavare qualche indizio che, un giorno, possa rivelare l’identità di quella persona. Immagini e parole difficili da digerire. Nessuna fiction. Pura e dura realtà; quella che preferiamo non vedere e che molti preferiscono negare.

La testimonianza del dott. Pietro Bartòlo su TV2000

E infine un appello rivolto a tutti noi a non voltarci dall’altra parte, a riconoscere la dignità di ogni persona, italiana o proveniente da un altro Paese, povera o benestante, sana o malata, anziana o giovane. Non bisogna andare a Lampedusa per fare qualcosa di utile e per cambiare il mondo. E’ sufficiente vivere nel nostro contesto senza rinunciare alla nostra umanità, ai valori che caratterizzano la nostra cultura e la nostra Costituzione, senza rinunciare alla nostra dignità, quella che ci fa riconoscere come uomini e donne, semplicemente, ma pienamente, uomini e donne.

Grazie dott. Pietro Bartòlo che non ti consideri e non sei un eroe, ma “semplicemente” un uomo giusto, che fa “semplicemente” quello che è giusto in un tempo in cui rischiamo seriamente di smarrirci.
Cercheremo di fare anche noi quello che è giusto. Non rinunceremo alla nostra umanità. Rifiuteremo la logica disumana dell’indifferenza, la logica fascista del “me ne frego” e  sceglieremo la logica umana (e cristiana) dell'”I care“; terremo aperti gli occhi per riconoscere la dignità delle persone che la provvidenza di Dio ci pone innanzi.
Non ci rassegneremo al pensiero che non si può fare nulla, che ognuno di noi è inerme di fronte ad una tragedia di proporzioni enormi; ma faremo la nostra parte, lì dove siamo, nel ruolo che ci è stato assegnato, per rendere questo mondo un po’ migliore.
Ora è il momento di impegnarsi.

Ci impegniamo noi e non gli altri,
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto, né chi sta in basso,
né chi crede, né chi non crede.
Ci impegniamo senza pretendere che altri s’impegnino,
con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

Ci impegniamo senza giudicare chi non s’impegna,
senza accusare chi non s’impegna,
senza condannare chi non s’impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegna […]

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa la donna o l’uomo
se presentati come sesso soltanto,
non ci interessa il successo né di noi né delle nostre idee,
non ci interessa passare alla storia.

Ci interessa perderci per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

Ci impegniamo a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti,
ad avviarci, sia pure attraverso un lungo errare,
verso l’amore […]

Ci impegniamo perché noi crediamo all’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente.

Da un testo di don Primo Mazzolari “Ci impegniamo con Cristo” (versione integrale).

22 febbraio: Thinking Day 2019

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Per noi scouts e guide cattolici, il 22 febbraio presenta ogni anno una doppia connotazione: il Thinking Day (TD), che condividiamo gioiosamente con tutti gli scouts e le guide del mondo, si unisce alla celebrazione della festa della Cattedra di san Pietro, con il ricordo della responsabilità nel servizio ai fratelli che è stata affidata all’ex pescatore di Galilea da Gesù stesso (Cfr. Mt 16,13-19). Questa congiuntura appare quest’anno ancora più significativa per il tema scelto dal WAGGGS per il #TD2019: la leadership.

Cosa significa per noi essere leader o capi (a tutti i livelli come ci ricordano capo guida e capo scout; dal/la capo sestiglia al/la capo gruppo)? Per noi essere leader significa mettersi al servizio, spendersi, giocarsi nella responsabilità per fare del proprio meglio e aiutare gli altri in ogni circostanza.

La figura di Pietro, chiamato ad essere leader nel gruppo dei discepoli e degli apostoli, ci mostra su cosa si fonda il concetto di leadership per un cristiano.
– Richiede prima di tutto di riconoscere nella fede il Signore Gesù come colui che, pur essendo Dio, si è fatto servo (Cfr. Fil 2,6-11); egli è l’immagine dell’uomo nuovo su cui vogliamo plasmare la nostra vita ed educare i nostri ragazzi e le nostre ragazze.
– Richiede la disponibilità a lasciarsi cambiare da Gesù; a Simone figlio di Giona viene cambiato il nome: Gesù gli da una nuova identità. Essere leader, essere capo o educatrice/tore non è qualcosa che posso fare per hobby nel mio tempo libero, ma investe tutta la mia vita e mi chiede di ripensarmi alla luce di questa realtà che ho accolto.
– Richiede infine di vivere una responsabilità sugli altri, una responsabilità che si declina soprattutto sul tema della libertà (legare e sciogliere); essere leader significa essere al servizio della libertà dei fratelli: tutto il contrario del pensare di esercitare un potere che vincoli gli altri.

Mentre condividiamo questa giorno di festa insieme a tutti gli scouts e le guide, siamo contenti di condividere il nostro contributo originale perché possa diventare ricchezza comune.

Buon #TD2019 a tutti.

Quasi “obiezione di coscienza”

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Come ogni giovedì, mi è arrivato per posta “Il Ponte“, settimanale della nostra Diocesi, e trovo in prima pagina un titolo che mi interpella e mi provoca: “Disobbedienza civile“. Si rimanda ad un articolo all’interno del giornale, in cui si riporta – per ampi stralci – un documento sottoscritto dal vescovo Douglas Regattieri – vescovo delegato regionale per la Caritas – e dalle 15 Caritas delle diocesi della nostra Regione.

Si tratta di un pronunciamento autorevole a proposito del “Decreto sicurezza” (legge 132/2018) con l’intento di “esprimere un parere che orienti i tanti fedeli che si rivolgono a noi per avere chiarezza e al fine di riaffermare ancora una volta […] la nostra ferma decisione di metterci dalla parte degli ultimi“.

Solo per aiutare a comprendere il valore di questo documento regionale, vorrei precisare che la Caritas non è un’associazione di volontari che si fanno carico di aiutare i poveri, ma è un organismo ufficiale della Chiesa, che parla e agisce a nome della Chiesa. Tale documento – dunque – rappresenta la voce dei nostri vescovi che, attraverso le Caritas, esprimono un parere autorevole sulla legge in questione, e danno un orientamento per i credenti che vogliono “comprendere” e trovare la via su cui il Signore li chiama a camminare.

Un cristiano, infatti, sa che non sempre la legge umana corrisponde alla giustizia; è per questo che occorre il giudizio di un coscienza illuminata e formata, che aiuti a riconoscere la volontà di Dio, giudizio reso affidabile dal confronto con la testimonianza di Gesù e la testimonianza dei santi. Qualora un cristiano rilevi che il rispetto di una legge lo porterebbe a compiere un’ingiustizia, allora sarebbe chiamato ad optare per un’obiezione di coscienza, essendo disponibile a pagare di persona, per rimanere fedele alla volontà di Dio, perché “Bisogna obbedire a Dio invece che agli uomini” (At 5,26).
Il documento che segue, e che riporto integralmente, vuole essere un aiuto per compiere questo discernimento evangelico e scegliere la via del Vangelo.

Bologna, 12 febbraio 2019

Noi, vescovo delegato della Conferenza episcopale dell’Emilia Romagna per il servizio della carità, e i Direttori delle 15 Caritas diocesane della Regione, dopo la pubblicazione e l’entrata in vigore del cosiddetto “ Decreto sicurezza” (la legge 132/2018), con l’intento di esprimere un parere che orienti i tanti fedeli che si rivolgono a noi per avere chiarezza e al fine di riaffermare ancora una volta – in ottemperanza alle finalità del nostro ministero e servizio ecclesiale e sociale – la nostra ferma decisione di metterci dalla parte degli ultimi e dei più svantaggiati che bussano alle nostre Caritas e ai nostri Centri di ascolto, confermiamo il parere negativo riguardo a questa legge, condiviso da tante realtà cattoliche in Italia, compreso Caritas Italiana, perché concretizza un atteggiamento vessatorio nei confronti di persone a cui si imputa il torto di essere straniere e povere, le quali saranno condannate a maggiore precarietà e marginalità, a danno di tutta la cittadinanza. Infatti, oltre a ledere la dignità di queste persone che senza documenti, senza lavoro, senza occupazione e attività di integrazione saranno costrette a trovare un proprio modo per sopravvivere, la legge indebolisce anche il nostro stesso corpo sociale, la cultura solidale che ci lega, si rafforza il nazionalismo e l’individualismo delle singole comunità e si costruisce un Paese forte solo con i deboli e chiuso. L’obiettivo di ogni politica sociale dovrebbe essere invece il maggior bene possibile di tutta la cittadinanza, tra diritti e doveri, legalità e convivenza. Anche le comunità cristiane, a cui apparteniamo, sembrano talvolta tentate da un atteggiamento conciliante verso questa cultura dell’esclusione e dalla inconsapevolezza che nasce dal delegare ad altri l’onere dei problemi e quello delle critiche.
Come Caritas diocesane dell’Emilia Romagna, ci sentiamo quindi di impegnarci a due livelli:
a) Riteniamo giusta e da sostenere la decisione dei Sindaci e Presidenti regionali che hanno promosso il ricorso alla Corte Costituzionale. In Costituzione, l’art. 10, riconosce il diritto di asilo e in questo momento, di fronte ad un decreto sicurezza che, a giudizio di molti, non tutela questo diritto e mette in difficoltà ulteriormente le realtà locali, i Giudici della Consulta possono esprimersi in merito autorevolmente.
b) Inoltre, di fronte a gravi disagi inflitti alle persone, in coscienza, non si può rimanere inerti. Riteniamo dunque giusto mettere in atto una sorta di “obiezione di coscienza” ad un decreto che non tutela la vita delle persone. Non possiamo esimerci dagli obblighi di questa legge e tuttavia, come credenti e professanti, sentiamo il dovere di contrastarla con i mezzi a nostra disposizione: l’educazione delle comunità e delle persone a riconoscere il Signore Gesù presente in ogni fratello, in particolare nei poveri; l’accoglienza generosa e prudente di ogni persona che punti al loro sviluppo integrale; la cura di relazioni di prossimità e solidarietà per contrastare una cultura dell’esclusione e dello scarto; un’azione di advocacy e di partecipazione politica a difesa dei più poveri fondata sulla nostra Costituzione; lo studio di strumenti giuridici e amministrativi che permettano l’accompagnamento alla legalità delle persone che incontriamo.
In un momento di confusione e disorientamento pensiamo che la Chiesa debba avere il coraggio di essere se stessa, fedele a Gesù Cristo e al magistero di papa Francesco e dei nostri Vescovi e promotrice di una vera cultura della Carità.

Mons. Douglas Regattieri,
vescovo della Diocesi di Cesena-Sarsina
vescovo delegato della Conferenza episcopale regionale per il servizio della carità
e i Direttori delle 15 Caritas diocesane della Regione Emilia Romagna
(Piacenza-Bobbio, Parma, Fidenza, Reggio Emilia-Guastalla, Carpi, Modena-Nonantola, Bologna, Imola, Ferrara-Comacchio, Ravenna-Cervia, Faenza-Modigliana,
Forlì- Bertinoro, Cesena-Sarsina, Rimini, San Marino- Montefeltro)

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Intervista a Mario Galasso, direttore della Caritas di Rimini e delegato regionale per le Caritas della nostra Regione.

“Pedagogia costituzionale” per l’unità

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Il secondo incontro del percorso “Bene comune e pace sociale secondo Evangelii gaudium” è stato guidato da Cecilia Calandra, magistrato e per lungo tempo educatore AGESCI della zona di Cesena, che ci ha guidato in una rilettura della Costituzione della Repubblica Italiana come punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. Anche questa volta riporto una mia personale sintesi, rielaborata da quanto ho ascoltato nell’incontro.

Già il fatto che la Costituzione sia stata scritta dopo una situazione di grande conflitto  (la prima e la seconda guerra mondiale) e come risultato del contributo fattivo di persone che avevano riferimenti culturali e ideologici molto diversi (liberali, socialisti, cattolici, repubblicani, monarchici, …), e – nonostante tutto questo – sia stata approvata ad amplissima maggioranza, ci aiuta a riconoscere che essa rappresenti in sé un punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. La Costituzione è nata come frutto di un “compromesso” che non ha salvato solo il minimo comune denominatore dei soggetti che si sono confrontati per la sua composizione, ma ha consentito ad ognuno e ad ogni parte di portare e riconoscere nel testo comune il meglio della propria esperienza culturale e politica: per questo la Carta Costituzionale è risultata e risulta tutt’oggi un punto di riferimento essenziale per garantire l’unità oltre le legittime differenze.
Inoltre è importante ricordare che, se tutte le leggi che regolano la convivenza e l’aggregazione sono mutevoli e possono giustamente essere adattate e modificate secondo il cambiamento della cultura, della realtà di riferimento, dei riferimenti etici, i principi costituzionali, contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, rimangono inviolabili e inderogabili.

Partendo dall’art. 2 che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” , possiamo riconoscere che un principio essenziale per garantire l’unità si pone proprio nel corretto bilanciamento dei diritti e dei doveri dei singoli e delle formazioni sociali, bilanciamento che deve essere riconosciuto e garantito dalla Repubblica, chiamata anche a rimuovere gli ostacoli che impedissero l’esercizio dei diritti e dei doveri (Cfr. art. 3).

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Dove nascono i conflitti? Essi insorgono quando questo bilanciamento viene negato; quanto il singolo o le formazioni sociali pretendono una garanzia sui diritti senza che siano riconosciuti i corrispettivi doveri o quando lo Stato o qualche altra autorità richiama ed impone il rispetto dei doveri senza riconoscere i diritti dei singoli e delle formazioni sociali.

Perché i principi della Costituzione non reggono la pace sociale e la nostra percezione è quella di vivere in uno stato di conflitto permanente? Perché nel dibattito pubblico la dimensione solidale – definita dalla Costituzione come dovere inderogabile – viene sempre più contestata e misconosciuta anche a livello ideologico?
I motivi sono diversi e di natura diversa.
– nella cultura attuale prevale un approccio individualistico alla realtà e la dimensione sociale è riconosciuta come relativa e secondaria all'”io”. Inoltre, anche a causa del benessere goduto dalle ultime generazioni, è aumentata la rosa dei diritti fondamentali della persona in riferimento ad aspetti della vita che, al tempo della redazione della Costituzione, non erano pensabili: così i diritti sono sempre molti di più dei doveri.
– è cresciuta la diffidenza degli italiani verso lo Stato e la “cosa pubblica” (soprattutto in seguito a Tangentopoli); lo Stato è un’entità nella quale molti fanno fatica a riconoscersi e dalla quale tendono piuttosto a difendersi; i due fenomeni – in drammatica crescita – dell’astensionismo elettorale e dell’evasione fiscale, dicono evidentemente di un rapporto conflittuale nei confronti dello Stato che non è riconosciuto degno di essere destinatario della solidarietà dei singoli;
– è aumentata molto la forbice economica tra coloro che sono ricchi e coloro che sono poveri, favorendo la rappresentazione di un sistema tendenzialmente classista, l’ingiustizia sociale e il senso di frustrazione; è molto più difficile di un tempo per i giovani e le famiglie la crescita di stato sociale attraverso la formazione e lo studio; questa forbice tende a far pensare che siano sempre altri a dover provvedere alle necessità dello Stato (il concetto di casta);
– la crescita positiva del terzo settore e del volontariato, che vede l’impegno e la contribuzione volontaria di tanti, tende a far pensare che tale impegno sostituisca ed esoneri dall’impegno di solidarietà nei confronti dello Stato (espresso per esempio nella contribuzione fiscale);
– la crescita del fenomeno dell’immigrazione tende a favorire il concetto e l’impegno di solidarietà verso coloro che sono più prossimi, tracciando confini sempre più ristretti (prima gli italiani…) che non hanno fondamento sul piano costituzionale, ma che – a volte – trovano giustificazione e sostegno nell’ordinamento giuridico ordinario (problema della incostituzionalità di alcune leggi);
– le tendenze populiste, diffuse su scala locale e mondiale, che tendono – per motivi propagandistici – ad alimentare la rivendicazione dei diritti (giustamente), senza però controbilanciare la proposta e il progetto politico con un richiamo ai doveri e al principio di solidarietà inderogabile per uno Stato democratico;
– molto significativa e indicativa per la cultura del nostro tempo è la fallimentare esperienza del tentativo di sottoscrivere una Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea da parte degli stati membri; una Carta che ponesse le basi dei principi democratici, che ponesse la persona al centro, che richiamasse ai diritti/doveri di solidarietà, sicurezza, giustizia, … sull’esempio della Costituzione della Repubblica Italiana. Non si è riusciti a sottoscriverla e ci si è limitati alla redazione di singoli trattati che regolano – secondo criteri di negoziazione per lo più economica – ora un aspetto ora un altro, senza però avere dei punti di riferimento condivisi e inderogabili. Il risultato è evidente: ciò che prevale è l’interesse del singolo stato e, alla fine, il conflitto, più o meno deflagrante. I ricorrenti richiami all’unità, non appoggiandosi su un quadro costituzionale condiviso, risultano essere per lo più moralistici.

Occorre ricuperare una pedagogia costituzionale che riconosca la solidarietà come stile di costruzione della storia in alternativa a tante pedagogie autoritarie e populiste che oggi rischiano di alimentare il conflitto e la disgregazione sociale. La nostra Costituzione, in questo senso, rappresenta non solo un punto di riferimento testuale, ma anche il metodo per arrivare a favorire l’unità sociale.
Dobbiamo educare ad una pluriforme unità, perché l’unità (tipica dei sistemi democratici) non coincide con la uniformità (tipica dei regimi totalitari); l’unità di un Paese e di ogni sistema sociale è il frutto della messa in comune del meglio di ognuno, anche delle minoranze, perché in quell’unità condivisa ognuno possa riconoscersi presente e portatore di un bene (così come è stato per la redazione della Costituzione).
La politica, per definizione, è la capacità di mettere insieme i molti; è quell’attività umana capace di gestire una comunità in modo che ognuno si possa sentire cittadino e mai estraneo; la politica è quell’attività umana chiamata a compiere il bene per la vita comune dei molti (bene comune).

Cecilia Calandra, in conclusione, ci ha consegnato tre citazioni, che mi sembra bello custodire nella loro sapienza. La prima è di Gandhi: “Chi dice che la religione non abbia nulla a che fare con la politica, non ha capito nulla ne’ della religione, ne’ della politica“. La seconda è di Alcide De’ Gasperi, il quale affermava: “Politica vuol dire realizzare“; ed infine Robert Baden-Powell che insegnava agli scouts: “Sii preparato. Il cattivo cittadino è colui che cerca soltanto il suo benessere personale. Il buon cittadino è colui che è pronto a dare una mano alla comunità in qualunque momento. Dico pronto e non soltanto desideroso. Tante persone sono piene di buone intenzioni, ma al momento di realizzarle capita molto spesso che non hanno mai imparato come fare, quindi riescono inutili“.

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Nel vivace dibattito che è seguito, sono stati fatti molti interventi riguardanti il tema del conflitto tra diritti individuali e doveri solidali; l’esigenza di un percorso educativo nel solco della pedagogia costituzionale; la possibilità di considerare il conflitto come elemento positivo a partire dal riconoscimento dell’unità; l’opportunità di attuare in modo più concreto il principio di alternanza nel governo come elemento di garanzia per l’unità; l’esigenza di ridare forza ai sistemi dei partiti senza limitare la rappresentanza ad alcuni individui forti; il principio di uguaglianza che ci considera tutti diversi in circostanze diverse; la necessità di aggregazione sancita dalla Costituzione; l’esigenza di rieducare alla responsabilità personale degli individui in vista di una responsabilità comune.

Anche io ho concluso con un intervento che si rifaceva ad un interessante articolo editoriale apparso su “Avvenire” del 13 febbraio a firma di don Mauro Leonardi (cliccando sul link lo si può leggere integralmente).
Un’esigenza che dalla mia personale esperienza emerge, per far prevalere l’unità sul conflitto, è quella di ricuperare e rieducare al rispetto delle istituzioni e dei ruoli istituzionali. Le istituzioni tutte e le persone che rivestono ruoli istituzionali devono essere riconosciute ed aiutate nel loro servizio di garanti dell’unità, perché se indulgiamo in una delegittimazione continua e indiscriminata, rischiamo di rimanere senza i punti di riferimento per ricuperare la necessaria unità oltre i naturali conflitti.

Appuntamento per il prossimo incontro sarà mercoledì 27 febbraio con il prof. Marco Cangiotti.

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