La meglio gioventù

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Ci sono dei periodi della vita in cui puoi davvero benedire Dio.
Questi giorni sono proprio così!
Oltre una sufficiente salute e pace del cuore, il Signore mi ha concesso di incontrare dei giovani in gamba che mi hanno aperto il cuore e mi hanno commosso per la loro forza.
Giulia, Arianna, Paola, Matteo, Federico, Martina … sono i giovani volontari dell’Operazione Colomba che ho incontrato in questi mesi e in questi ultimi giorni. Sono tutti molto giovani, competenti, coraggiosi, convinti. Vanno a vivere per mesi in zone di conflitto per essere operatori di pace, condividendo nei campi profughi le condizioni invivibili in cui i profughi siriani sono costretti o facendo gli scudi umani in Palestina, per consentire ai bambini di poter andare a scuola tutti i giorni senza ricevere sassate da chi, per ideologia, anche in un bambino o una bambina vede solo un nemico.

Questa mattina – a sorpresa – sono stato invitato ad un’assemblea dell’ITC Molari a Santarcangelo, dove un variegato gruppo di studenti e studentesse di quella scuola, ha raccontato la bella esperienza vissuta nella partecipazione alla Marcia della Pace Perugia-Assisi; è stato bello ascoltare le loro testimonianze, di come si sono lasciati coinvolgere in una proposta che è stata loro rivolta, intuendo che era qualcosa di importante su cui potevano mettersi in gioco. La sorpresa è stata ancora maggiore quando sono stato invitato ad intervenire (non avevo capito di doverlo fare quando mi hanno invitato) per raccontare la nostra esperienza di accoglienza dei corridoi umanitari. Grazie del vostro ascolto ragazzi.

Grazie Signore per questi giovani che si impegnano e che non si lasciano vivere.
Grazie perché attraverso di loro ci dai speranza e ci provochi a non sederci in una vita comoda, ma ci ricordi che ogni giorno siamo chiamati a fare quanto è possibile per costruire la pace, per difendere la giustizia, i diritti e la dignità di ogni uomo.

Notte di veglia

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In aeroporto a Beirut: ore 23.19

Notte di veglia fu questa per il Signore per farli uscire dalla terra d’Egitto. Questa sarà una notte di veglia in onore del Signore per tutti gli Israeliti, di generazione in generazione. (Es 12,42)

Questa notte la famiglia di Sheick Abdo viaggia verso l’Italia.
Mi è tornato in mente il testo dell’Esodo che narra dell’uscita d’Israele dall’Egitto nella notte di Pasqua, quando inizia il grande viaggio verso la Terra Promessa.
Noi non siamo la Terra Promessa per questa famiglia. Essi partono per mettersi al riparo dalla violenza e dalla precarietà causata dalla guerra. La terra promessa sarebbe una Siria pacificata, con la possibilità per ognuno di vivere in pace. 

Noi siamo invece come l’Egitto per la Santa Famiglia che, a fronte della minaccia di Erode di uccidere il bambino, deve partire nella notte e trovare asilo in Egitto.

Un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre, fuggi in Egitto e resta là finché non ti avvertirò: Erode infatti vuole cercare il bambino per ucciderlo». Egli si alzò, nella notte, prese il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto, dove rimase fino alla morte di Erode (…)
Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: «Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va’ nella terra d’Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino». Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele. (Mt 2)

Quella famiglia di Giuseppe, Maria e Gesù un giorno è ritornata.

Sheick Abdo e amici della Colomba preghiamo perché il Signore accompagni questo viaggio. Perché il Signore vi conceda rifugio sicuro presso di noi. Perché vi conceda di ritornare nella vostra terra di Siria quando le persone avranno imparato a vivere in pace. Queste tre invocazioni ci impegniamo a tenerle sempre insieme per riconoscere quale sia il vostro vero bene e quale sia la vera destinazione del vostro viaggio. 

Buon viaggio e a presto.

Vi aspettiamo a Santarcangelo!

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Ormai contiamo le ore che ci separano dall’abbraccio con la famiglia di Sheick Abdo (nella foto scattata oggi pomeriggio in Libano).
In questi giorni Alberto Capannini, dell’Operazione Colomba, è volato in Libano per curare gli ultimi dettagli della partenza, anticipata a domani notte. Insieme con un centinaio di altre persone, partiranno da Beirut alla volta di Roma attraverso il Corridoio umanitario organizzato dalla Comunità di sant’Egidio e da altre organizzazioni che da tre anni collaborano insieme.
Venerdì, nel pomeriggio, contiamo di accogliere a Santarcangelo questa famiglia che dal 2012 vive in un campo profughi del Libano, dopo essere fuggiti dalla violenza della guerra in Siria. Come si vede dalla foto, la famiglia è composta da cinque membri (papà, mamma, nonna e due bambini; la mamma è in attesa un terzo figlio).

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Oggi ci siamo scambiati alcuni video di saluto (che purtroppo non riesco a pubblicare su questo sito); vi pubblico qui sotto la traduzione audio che Alberto mi ha inviato portando i saluti di Sheick Abdo alla nostra comunità.

Questa accoglienza è nata velocemente, dall’assemblea del 13 novembre scorso, dopo che è stato negato il visto di ingresso ad Aiman, il giovane che attendevamo da questa estate. Come è ben spiegato su Il Ponte della scorsa settimana (grazie Roberta), la situazione è mutata e ci è stato richiesto di accogliere con urgenza questa famiglia… e ancora una volta abbiamo detto sì.

Perché abbiamo detto questo nuovo si?
– perché ci è stato chiesto da persone che conosciamo e stimiamo;
– perché non è un’iniziativa partita da noi e – da credenti – vi riconosciamo una richiesta che viene da Dio;
– perché c’era una disponibilità concreta all’accoglienza che si era creata e che non si poteva disperdere;
– perché crediamo che il Signore, con questa accoglienza, cambierà la nostra vita in meglio, proprio mentre ci farà sentire la nostra inadeguatezza e la nostra incapacità di risolvere tutti i problemi;
– perché di fronte al conflitto in Siria vogliamo dire ai nostri figli che abbiamo fatto qualcosa, anche poco; che ci abbiamo provato a non rimanere indifferenti;
– perché questa famiglia in particolare, con la storia che ha vissuto e il suo particolarissimo impegno di costruzione della pace, ci aiuterà a riconoscere come possiamo anche noi impegnarci a costruire la pace.

Cosa possiamo fare concretamente?
pregare intensamente perché l’impresa è decisamente al di sopra delle nostre forze umane e perché l’incontro con la sofferenza non ci scandalizzi; questo lo possiamo fare tutti;
– dare la nostra disponibilità semplicemente, per il tempo che abbiamo e per quello che siamo capaci a fare, per aiutare questa famiglia ad introdursi nella nostra realtà cittadina (spesa quotidiana, giri burocratici, questioni sanitarie, … questioni logistiche);
contribuire economicamente a questa accoglienza, considerando che tutte le spese saranno a carico della nostra parrocchia, perché con la formula dei corridoi umanitari l’intervento dello Stato si limita a alla concessione dei documenti per l’ingresso nel nostro Paese.

Per chi avesse disponibilità di tempo e si volesse mettere a disposizione è possibile contattare Francesca (3394148592) Nicoletta (3487627588) Mara (3332579096).

Chi volesse contribuire economicamente, può farlo direttamente in segreteria parrocchiale, oppure versando sul conto dedicato a questo progetto, intestato alla Parrocchia San Michele Arcangelo  IT74Q 0538 7680 2000 0002 9519 35 .

Intanto, come Maria, ci prepariamo a dire in anticipo il nostro Magnificat, per contemplare l’opera che Dio compirà nonostante la nostra pochezza e grazie alla nostra povertà.

Black friday: tutti tranquilli?

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Scene di ordinaria follia nel Black Friday

Sono un pochino stupito!
Non ho udito neanche una voce si è levata dal mondo civile ed ecclesiale per ragionare criticamente sul Black Friday, altra usanza importata da oltre oceano, frutto di una globalizzazione dilagante.
Ma come?! Contro Halloween tutti lì a sgolarsi e a dichiarare l’abominio di tale festività celtica e anti-cristiana e a richiamare il valore dei nostri valori e delle nostre tradizioni e  invece il Black Friday ci va bene? Nessuno che dica nulla contro questa pratica oscena della cultura consumistica?
Proprio oggi, mi sono incontrato con questo testo della Laudato sì di papa Francesco, che, credo, possa essere un interessante spunto di riflessione.

Dal momento che il mercato tende a creare un meccanismo consumistico compulsivo per piazzare i suoi prodotti, le persone finiscono con l’essere travolte dal vortice degli acquisti e delle spese superflue. Il consumismo ossessivo è il riflesso soggettivo del paradigma tecno-economico. Accade ciò che già segnalava Romano Guardini: l’essere umano «accetta gli oggetti ordinari e le forme consuete della vita così come gli sono imposte dai piani razionali e dalle macchine normalizzate e, nel complesso, lo fa con l’impressione che tutto questo sia ragionevole e giusto». Tale paradigma fa credere a tutti che sono liberi finché conservano una pretesa libertà di consumare, quando in realtà coloro che possiedono la libertà sono quelli che fanno parte della minoranza che detiene il potere economico e finanziario. In questa confusione, l’umanità postmoderna non ha trovato una nuova comprensione di sé stessa che possa orientarla, e questa mancanza di identità si vive con angoscia. Abbiamo troppi mezzi per scarsi e rachitici fini. (n. 203)

San Colombano, monaco e missionario

Oggi, 23 novembre, è la memoria di san Colombano, abate di Bobbio, monaco missionario. Scrivo questo post come dono per gli amici preti con cui ho condiviso questa settimana di preghiera.

Ho incontrato la testimonianza di Colombano per caso, durante la primavera di quest’anno, ed è stato un bell’incontro. Ho dedicato del tempo a conoscerlo meglio e ho compiuto un pellegrinaggio a piedi sulla sua tomba a Bobbio. Avrei voluto scrivere un saggio, ma non ne ho avuto tempo e forse non serve; mi accontento di un post e di una presentazione più superficiale. Per l’approssimazione chiedo scusa.

La storia (breve) di un monaco missionario
Nel quinto secolo la verde Irlanda s’infiamma grazie all’evangelizzazione di san Patrizio. A differenza di quanto accade ai nostri giorni, nell’Irlanda di quei tempi, si pensa che il modo migliore per vivere l’esperienza cristiana sia vivere la vita monastica, intesa non come fuga dal mondo, ma come misura alta di vita evangelica. E così accade che l’Irlanda, in meno di un secolo, si riempie di monasteri, soprattutto maschili.

In uno di questi vive Colombano che, dopo decenni di vita monastica, decide di rispondere alla chiamata missionaria per rievangelizzare l’Europa, ripiombata nel paganesimo in seguito alle invasioni barbariche. Con dodici fratelli, Colombano parte per divenire missionario.

Un modello missionario
Noi abbiamo della missione un’idea unica, che è quella testimoniata nella chiesa delle origini dagli apostoli e, soprattutto, dai missionari itineranti che, a partire dal medioevo, hanno diffuso il Vangelo. Questo modello missionario potremmo definirlo appunto “dell’annuncio per diffusione“; è un modello che ha avuto grande fortuna ed è divenuto la modalità privilegiata per pensare all’impegno missionario da san Francesco di Assisi in poi.

Colombano, invece, sceglie un altro modello, un modello altrettanto antico che, però, nella Chiesa occidentale si è un po’ dimenticato (ma che è rimasto molto forte nella Chiesa orientale); quello che Paolo VI e Benedetto XVI hanno definito “missione per irradiazione“.

Colombano non dimentica di essere monaco, non tradisce la sua prima vocazione e, semplicemente, evangelizza fondando dei monasteri in varie parti d’Europa (soprattutto in Francia) ed infine a Bobbio.

Con san Benedetto da Norcia, condivide un’idea semplice: il Vangelo va testimoniato nella sua capacità di rinnovare la realtà in cui l’uomo vive. I monaci costituiscono piccole comunità che, in breve tempo, bonificano grandi territori incolti e riportano benessere e vita evangelica in luoghi fortemente depressi e scristianizzati.

Tre sono i capisaldi della testimonianza evangelica dei monaci, sintetizzati iconicamente in tre simboli: la croce, l’aratro e il libro.

La croce: le comunità monastiche, secondo la loro regola, mettono al primo posto la preghiera e la celebrazione della liturgia in modo bello e curato. Le comunità monastiche evangelizzano insegnando agli uomini a pregare e testimoniando che è bello dare lode a Dio.

L’aratro: le comunità monastiche, secondo la loro regola, danno ampio spazio al lavoro, ma un lavoro umanizzato, vissuto come impegno per la trasformazione del mondo. I monaci, uomini di grande cultura, svolgono liberamente lo stesso lavoro dei servi della gleba, ma sanno dare significato alla loro fatica quotidiana e sanno riconoscere i limiti del lavoro (un tempo definito di otto ore, non di più). Le comunità monastiche evangelizzano testimoniando un modo umano e bello di lavorare la terra.

Il libro: nella regola di san Colombano era previsto che ogni monaco dovesse dedicare un tempo della giornata allo studio. I monasteri divengono luoghi di elaborazione e diffusione di cultura e consentono agli uomini di quel tempo di ricuperare, dalla tradizione classica, le grandi categorie per interpretare la realtà. Le comunità monastiche evangelizzano attraverso la cultura.

Quale il modello missionario per una parrocchia del XXI secolo?
Questa mia riflessione non parte da un esercizio di archeologia cristiana, né tanto meno dalla nostalgia o dalla tentazione di fuga dalla complessità del mondo post-moderno, ma dalla domanda che mi occupa da molti anni: come rinnovare la parrocchia in senso missionario?

Premesso che la parrocchia, nella sua storia, non ha mai svolto questo compito missionario, perché, fin dalla sua nascita, si è occupata di coloro che in modo diverso si riconoscevano nel cristianesimo… come fa la parrocchia ad assumere il compito della missione? Secondo quale modello?

Il modello dell’annuncio per diffusione, pur con la sua nobile tradizione, si addice poco alla parrocchia, comunità residente.

Mi sembra, invece, che dal modello dell’annuncio per irradiamento ci siano alcuni elementi di valore da cogliere, per valorizzare l’essenziale della via cristiana su cui costruire una proposta che abbia una impronta missionaria.

1. Il primato della vita spirituale e il ricupero della liturgia. È un tema.che ritorna di frequente dal 1963, anno di promulgazione della Sacrosanctum Concilium, fin all’ultimo sinodo dedicato ai giovani. La dimensione spirituale e liturgica, in una esperienza bella e vera, è al cuore della proposta cristiana ed è anche parte essenziale della vita di una parrocchia, comunità che si identifica immediatamente nell’assemblea eucaristica domenicale. Non sviluppo questo tema. Lo enuncio solamente e pongo la domanda: come una parrocchia può divenire il luogo per vivere una esperienza spirituale e liturgica significativa? A quali condizioni? Con quale investimento di risorse?

2. La via antropologica. Colombano e i suoi monaci hanno evangelizzato attraverso la testimonianza di un lavoro vissuto umanamente. Da tempo la Chiesa si interroga sulle cosiddette “soglie dell’evangelizzazione”, che sono state ben individuate (vedi la mappa del secondo annuncio proposta da Enzo Biemmi). Esse ci richiamano all’esigenza ineludibile di trasformare evangelicamente e umanizzare quegli ambiti in cui si gioca in modo importante la vita dell’uomo (vedi il Convegno di Verona del 2006). Il lavoro è ancora al centro, insieme con la vita affettiva, la fragilità… Come è chiamata la parrocchia ad annunciare il Vangelo in queste “soglie”? Con quale investimento di risorse?

3. L’ambito della cultura. Come al tempo di Colombano, anche noi viviamo in un contesto in cui la riflessione culturale è debole e le persone sono disorientate. L’impegno per un confronto culturale serio, accessibile e diffuso, è uno degli ambiti privilegiati per vivere l’impegno dell’evangelizzazione per una comunità parrocchiale che, con umiltà, ma in modo significativo, vuole essere sale della terra e luce del mondo nel territorio in cui vive. Quali le tematiche rilevanti per un confronto culturale? Quale investimento di risorse?

Acqua calda
Qualcuno, a buona ragione, potrebbe dire che ho scoperto l’acqua calda. Non c’era bisogno di scomodare san Colombano per questa riflessione. Essa è presente nella proposta di tante realtà ecclesiali, soprattutto, a dire il vero, nei movimenti ecclesiali.

Ciò che mi affascina nella testimonianza di Colombano è la sintesi che è riuscito a realizzare nella sua vita tra vocazione monastica e vocazione missionaria. Mi dico: se lui, da monaco, è riuscito a cogliere la possibilità di un impegno missionario, allora è possibile anche alle nostre parrocchie, alla mia parrocchia e a me.

La riflessione non mi sembra inutile. Il tema del modello missionario, al di là degli slogan, è un tema urgente. Non bastano i proclami; occorrono i percorsi. Questo percorso, testimoniato da Colombano, a me sembra interessante e da qui si potrebbe aprire un dibattito. La sfida rimane quella di ricondurre alla pastorale ordinaria ciò che ha sempre riguardato, e tutt’oggi riguarda, solo realtà ecclesiali molto particolari.

Il dono di Colombano
Forse non tutti ricordano che dobbiamo a Colombano e ai suoi monaci un dono straordinario: è grazie a questi monaci irlandesi che la celebrazione del sacramento della Penitenza, che nel VI secolo era entrata in grande crisi, ha avuto un impulso nuovo in quella “nuova” prassi che gli studiosi chiameranno la “penitenza tariffata”. Essa consentirà ai fedeli di accedere più volte al sacramento del perdono, cosa impossibile con la prassi precedente. Dal punto di vista della pastorale liturgica ed ecclesiale il contributo di questi monaci è stato epocale. Tante altre cose si potrebbero dire…

Se avessi scritto un saggio lo avrei farcito con citazioni dotte, prese dagli scritti di Colombano e da testi del magistero pastorale della Chiesa. Tutto questo non è possibile in un post. Penso che vada bene così. Anzi che sia meglio cosi.

Buona festa di san Colombano.

325 firme per l’accoglienza di Hsyan

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Abd Elrahim Hsyan (al centro), portavoce dei profughi Siriani in Libano con Staffan De Mistura (a sinistra) inviato speciale dell’ONU per la Siria, nella sede dell’ONU di Ginevra. Foto dal sito dell’Operazione Colomba

Eravamo pronti per accogliere Aiman. Ci stavamo preparando da giugno.
Purtroppo abbiamo saputo che, per il momento, ad Aiman non sarà concesso il visto per venire in Italia. La cosa ci dispiace molto e speriamo di poterlo accogliere più avanti: non lo abbandoniamo vittima delle spirali della burocrazia e della diffidenza. Appena sarà in grado troverà tra noi un’accoglienza!
Ci è stato però richiesto di renderci disponibili per un’altra accoglienza, quella della famiglia di Adb Elrahim Hsyan, principale estensore della proposta di pace per la Siria.

Come parrocchia, nell’assemblea pubblica dello scorso 13 novembre, abbiamo detto sì a questa nuova accoglienza e ci siamo fatti estensori di una lettera indirizzata al ministro degli esteri, dott. Moavero Milanesi, perché il suo ministero si adoperi in ogni modo affinché questa famiglia venga al più resto inserita nel progetto dei corridoi umanitari e possa trovare accoglienza sicura a Santarcangelo.

Al termine delle messe di oggi – domenica 18 novembre – alcuni membri del consiglio pastorale hanno raccolto le firme di tutti coloro che, individualmente, volevano sottoscrivere questa lettera che ho provveduto ad inviare via posta certificata, al ministero degli esteri. Le firme raccolte in questa giornata sono state 325.

LETTERA AL MINISTERO DEGLI ESTERI 14112018

Il sindaco di Santarcangelo, Alice Parma e il presidente del Consiglio comunale, Stefano Coveri hanno a loro volta inviato una lettera al ministero per sostenere la nostra iniziativa.

Lettera al Ministro Moavero

Confidiamo che la nostra richiesta venga accolta.
Per parte nostra riteniamo un grande onore di avere la possibilità di accogliere qui tra noi un uomo che si è tanto prodigato per la pace, che si è fatto carico delle esigenze di tanti suoi connazionali anche a rischio della vita.
Noi siamo pronti ad accogliere lui e la sua famiglia e a fare del nostro meglio per collaborare al suo impegno di pace per la Siria.

Per adesso possiamo solamente pregare e ci impegniamo a farlo.

Prudenza

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Nelle settimane passate, molti giornali hanno messo in evidenza il fatto che, a proposito dell’accoglienza dei rifugiati e dei profughi, papa Francesco ricordasse che tale disponibilità deve essere sempre vissuta con prudenza.
Poiché abbiamo ormai perduto un vocabolario condiviso e, alcune parole importanti chiederebbero di essere comprese nel contesto in cui sono state pronunciate, tale espressione ha causato molti fraintendimenti e ognuno si è sentito in diritto di dare la sua interpretazione di questa puntualizzazione del Papa.
Ricordo che la prudenza è una delle quattro virtù cardinali (insieme alla fortezza, alla giustizia e alla temperanza); esse sono costitutive dell’essere umano nella sua dignità indipendentemente dal suo essere o meno un credente.
Per comprendere bene quanto afferma il Papa, ho voluto riprendere e riportare integralmente il Compendio per la dottrina sociale della Chiesa a proposito di questa grande e preziosa virtù (i grassetti e le sottolineature sono le mie).

547 Il fedele laico deve agire secondo le esigenze dettate dalla prudenza: è questa la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. Grazie ad essa si applicano correttamente i principi morali ai casi particolari. La prudenza si articola in tre momenti: chiarifica la situazione e la valuta, ispira la decisione e dà impulso all’azione. Il primo momento è qualificato dalla riflessione e dalla consultazione per studiare l’argomento richiedendo i necessari pareri; il secondo è il momento valutativo dell’analisi e del giudizio sulla realtà alla luce del progetto di Dio; il terzo momento, quello della decisione, si basa sulle precedenti fasi, che rendono possibile il discernimento tra le azioni da compiere.

548 La prudenza rende capaci di prendere decisioni coerenti, con realismo e senso di responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni. La visione assai diffusa che identifica la prudenza con l’astuzia, il calcolo utilitaristico, la diffidenza, oppure con la pavidità e l’indecisione, è assai lontana dalla retta concezione di questa virtù, propria della ragione pratica, che aiuta a decidere con assennatezza e coraggio le azioni da compiere, divenendo misura delle altre virtù. La prudenza afferma il bene come dovere e mostra il modo con cui la persona si determina a compierlo. Essa è, in definitiva, una virtù che esige l’esercizio maturo del pensiero e della responsabilità, nell’obiettiva conoscenza della situazione e nella retta volontà che guida alla decisione.

Bestemmie

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Questa mattina ho incontrato questo brano molto antico che mi ha fatto molto pensare. Lo condivido perché viviamo tutti una responsabilità nella nostra testimonianza.

Dice il Signore: Il mio nome è bestemmiato tra tutti i popoli (cfr. Is 52, 5). E ancora: Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato (cfr. Rm 2, 24). Ma perché viene bestemmiato? Perché noi non mettiamo in pratica ciò che insegniamo. Infatti la gente, sentendo dalla nostra bocca le parole di Dio, ne resta stupita, perché quelle parole sono buone, sono stupende. Ma poi, notando che le nostre azioni non corrispondono alle parole che diciamo, ecco che prorompono in bestemmie, affermando che tutto ciò non è che una favola e una serie di inganni.
Sentono da noi ciò che dice Dio: Non è per voi un merito, se amate quelli che amano voi; merito lo avete se amate i vostri nemici e coloro che vi odiano (cfr. Mt 5, 46). Udendo ciò, ammirano la nobiltà di tanto amore. Ma vedono poi che noi, non soltanto non amiamo quelli che ci odiano, ma nemmeno quelli che ci vogliono bene. Allora si fanno beffe di noi e così il nome di Dio è bestemmiato. Fratelli, compiamo la volontà di Dio, Padre nostro, e faremo parte di quella Chiesa spirituale che fu creata prima ancora del sole e della luna. Ma se non faremo la volontà del Signore, sarà per noi quell’affermazione della Scrittura che dice: La mia casa è diventata una spelonca di ladri (cfr. Ger 7, 11; Mt 21, 13). Perciò facciamo la nostra scelta, cerchiamo di appartenere alla Chiesa della vita, per essere salvi. (Omelia di un autore del II secolo).

San Martino

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Domani sarà la festa di san Martino. La grande fiera è già iniziata da ieri. Sentimenti di gioia, colori, profumi, voglia di stare insieme; le giostre per i bambini che, almeno una volta all’anno, abbandonano i video giochi ed escono di casa per giocare insieme. Il clima dolce di questo autunno ci favorisce nel vivere queste giornate nella gioia e nella spensieratezza … ma san Martino cosa c’entra? Tutto quello che viviamo in questi giorni potrebbe esserci anche senza di lui. Possibile che “san Martino” sia solo uno dei titoli della fiera, che peraltro è simpaticamente rappresentata da quelle imponenti corna di bue appese sotto l’arco di piazza Ganganelli?

E invece con lui cosa guadagneremmo per la nostra festa?

Martino è famoso per il suo gesto di carità. Ha ceduto parte del suo mantello ad un uomo mendicante sul ciglio della strada. Non ha dato il suo mantello di scorta e neppure quello vecchio che doveva buttare, ma ha condiviso il suo unico mantello. Martino ci insegna che la festa nasce dalla condivisione di ciò che possediamo.

Martino è stato un grande evangelizzatore. Nella sua vita si è prodigato fino allo stremo delle forze per far conoscere Gesù e la proposta del Vangelo, convinto che essa potesse far vivere in pienezza ogni uomo e ogni donna. Martino ci insegna che la festa nasce dalla condivisione della fede e del Vangelo, quando anche noi lo abbiamo scoperto come la sorgente di una vita vissuta in pienezza.

Martino è il primo santo non martire della Chiesa di Occidente, testimone di una vita santa vissuta nell’impegno quotidiano. Martino ci insegna che la nostra vita di tutti i giorni può diventare un tempo straordinario se vissuto nella risposta all’invito di Gesù che si rinnova per noi ogni giorno.

Buona festa di san Martino carissimi amici e amiche di Santarcangelo.

Il sogno di Dio

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Si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima,con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». (Mc 12,28-31)

Mi ha molto colpito la coincidenza di questo brano del Vangelo nel giorno in cui il nostro Paese ricorda il centenario della fine della Grande Guerra, «l’inutile strage» che costò la vita a milioni di persone. La coincidenza tra il ricordo della guerra e la parola del Vangelo sembrerebbe stridere pesantemente: come si fa a parlare di amore quando ricordiamo la fine di una follia in cui l’uomo ha rivelato il peggio di sé?

Quando Dio ci consegna i comandamenti dell’amore, compie un grande atto di fiducia in noi. Chiederci di amare lui con tutto il cuore, la mente, la forza e di amare il prossimo come noi stessi, testimonia che Dio, in sé stesso, crede che noi siamo capaci di farlo, altrimenti non ce lo chiederebbe.

Dobbiamo essere onesti: noi facciamo fatica a crederci! Facciamo fatica a pensare che l’uomo sia capace di realizzare un livello tale di amore. Forse lo potrebbe fare qualche uomo e qualche donna eccezionale, dotato di uno spirito fuori dal comune… Ma il comandamento non è per pochi eletti: è per tutti!

Dio crede che tutti noi siamo capaci di questo amore e non ha rinunciato a questa fiducia nonostante il peccato, le atrocità e le meschinità che la storia dell’uomo ci testimonia.

Il comandamento ci rivela il sogno di Dio: il Padre ce lo riconsegna tramite il Figlio perché noi riconosciamo la sua fiducia in noi e, forti di questa fiducia, possiamo far emergere il meglio di noi stessi, ciò che ci rende più simili a Dio e che rivela l’immagine di Dio che portiamo in noi: la nostra capacità di amare.

Allora la guerra sarà davvero finita.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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