Con lo spirito dei cercatori d’oro

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Ho sempre pensato che i cercatori d’oro fossero quelli rappresentati nei film western; con una pala e un setaccio, i piedi immersi nell’acqua gelida di un fiume dell’Alaska o dello Yukon canadese. 
Questo fino a quando, su un noto canale di documentari, ho visto una serie sui moderni cercatori d’oro. Essi operano con enormi macchine scavatrici, e movimentano tonnellate di terra e materiale roccioso, per setacciare con grandi attrezzature professionali, piccolissime scaglie di metallo prezioso. E’ incredibile la quantità di lavoro necessario per ricuperare quei minuscoli pezzettini d’oro che, riuniti insieme, formeranno “il salario” di mesi di lavoro.

Mi sembra che questa sproporzione abbia qualcosa da insegnare, soprattutto a noi adulti; qualcosa che possiamo far fruttare in questo tempo quaresimale.
Quando eravamo più giovani, animati da grandi ideali, pensavamo che a noi sarebbe stato concesso fare un colpaccio con la nostra vita: trovare una mega pepita che ci avrebbe riempito di gioia e realizzato pienamente. Da giovani è normale e bello pensare così. E’ quell’entusiasmo che conduce le persone a compiere scelte coraggiose.

Con la vita adulta, quello che prevale è invece il lavoro quotidiano, che non sempre mette a contatto con l’oro; un lavoro in cui emerge soprattutto la sproporzione tra il tanto materiale inerte e insignificante, che con fatica dobbiamo movimentare, e il pochissimo metallo prezioso che possiamo recuperare. Ci chiediamo: ma ne vale la pena? E spesso rischiamo di andare in crisi.

La vita adulta è un po’ così: la perseveranza di un lavoro assiduo e la capacità di saper raccogliere e valorizzare una serie di piccoli frammenti preziosi che, messi insieme, con la sapienza di una verifica a lungo termine, consentono di arricchirsi e di scoprire il senso del proprio lavoro.

In una parabola Gesù ci parla di un uomo che trova un tesoro in un campo; ma nel Vangelo ci parla anche di agricoltori che vivono la pazienza del lavoro assiduo e quotidiano, in attesa che il seme piantato nel terreno, germogli, fiorisca e porti il frutto sperato.

Donaci, Signore, lo spirito dei cercatori d’oro, che non si spaventano della mole del lavoro apparentemente inutile, perché vivono nella speranza di ricuperare quei piccoli frammenti preziosi che possono dare senso e valore al loro impegno quotidiano.

Apocalisse da virus? No grazie!

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Era inevitabile che qualcuno proponesse una lettura apocalittica di quanto sta accadendo. Fin dai tempi di san Paolo, abbiamo sempre dei “super cristiani” che, sostenuti da rivelazioni molto particolari ed esclusive, oltre che da interpretazioni molto discutibili della Scrittura, ci annunciano, in modo roboante, che i flagelli presenti sono l’anticamera della fine del mondo, per inesorabile volontà di un Dio che si è stancato di noi e del nostro peccato (sic!); neanche la nostra era tecnologica e iper-scientifica è stata risparmiata da questo fenomeno che ha caratterizzato ogni epoca della storia, anzi, come ben sappiamo, certe affermazioni trovano grande risonanza sui social.
Anche se sono fortemente tentato, non farò il processo alle intenzioni di chi propaga certe interpretazioni. Scelgo di credere nella loro buona fede (ancora sic!), ma devo dire che non sono assolutamente d’accordo con queste interpretazioni, che reputo gravemente fuorvianti. Per questo, invece di ignorarle, ho pensato di confutarle.

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Biglietto lasciato nella cassetta postale di una santarcangiolese

Il primo motivo di dissenso lo esprimo perché riconosco in queste interpretazioni una pessima lettura del libro dell’Apocalisse. Questo libro biblico rappresenta la buona notizia della vittoria finale di Dio sulle potenze del male e del mondo, e tale vittoria coinvolge l’umanità. Non condivido l’interpretazione superficiale e cinematografica, che pretende di rappresentare Dio come un essere che compie il male e agisce con violenza contro gli uomini.
Dio è Padre e vuole il nostro bene.
La Vergine Madre di Dio (più volte citata sui social in questi giorni) è madre di misericordia.
Dio non ci manda le sventure, ma, in mezzo alle sventure che accadono, ci testimonia il suo amore e la sua vicinanza, perché ci vuole bene. Questa è la vera rivelazione (apocalisse in greco) che Dio ci vuole far conoscere. Il tema della presenza del male nel mondo e delle conseguenze di questa presenza sugli innocenti, è un tema complesso che non può essere risolto in poche righe. Sicuramente Dio non è origine e fonte del male e chi sostiene il contrario, si sbaglia in modo grave sul contenuto della nostra fede.

Il secondo motivo di dissenso lo esprimo perché ravviso, in certe interpretazioni, l’intenzione di condurre alla fede suscitando la paura. Ma potrà la fiducia in Dio essere suscitata dalla paura? Quel Dio che ci chiama amici, perché ci fa conoscere tutto di sé (Cfr. Gv 15), come potrà convincerci a fidarci di lui suscitando in noi il terrore attraverso la malattia o la violenza?
Il Nuovo Testamento ci narra e ci testimonia di una scelta di amore fatta da Dio per noi; un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (cfr. Gv 6). Chi, come Paolo, ha fatto questa esperienza, può dire soltanto: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Cosa dobbiamo temere se Dio ci ha amato così? (Cfr. Rom 8).

Con quale spirito e quale intenzione qualcuno pensa di suscitare la fede in altri infondendo paura e insicurezza, quando la frase che nella Bibbia ricorre più di frequente (secondo alcuni rabbini ben 366 volte solo nell’Antico Testamento – una per ogni giorno dell’anno) è: “Non temere perché io sono con te“? Qual è il volto di Dio che essi annunciano? Anche se usano la Scrittura per sostenere i loro discorsi, non mi riconosco in questo volto del Signore, perché non corrisponde a quanto ci ha annunciato Gesù.

Il terzo motivo di dissenso lo esprimo perché, in certe posizioni, vedo sempre qualcuno preoccupato che il mondo intorno a noi cambi; mentre io, leggendo il Vangelo, ho capito che devo cambiare io, che mi devo convertire io; che solo convertendo me stesso alla volontà di Dio posso cambiare quel pezzo di mondo che io vivo e, così, consentire a Dio di “regnare” in esso. Non mi convince molto chi fa la predica agli altri e dice agli altri come dovrebbero essere e cosa dovrebbero fare. Mi piace di più chi lavora su sé stesso e, attraverso ciò che vive aderendo alla parola del Vangelo, contagia altri condividendo il bene di cui è divenuto partecipe. La logica delle invettive, tipiche di certe impostazioni, porta sempre a denunciare il male negli altri, senza essere preoccupati di condividere quanto di bello viviamo.

Infine, guardando i santi e le sante che la grazia di Dio ha generato nella storia della Chiesa, mi sembra di vedere che la pienezza della vita cristiana si riconosca, soprattutto, in una vita che esprime la gioia del Vangelo, piuttosto che in una voce che semplicemente denuncia e intimorisce il prossimo. Francesco d’Assisi è divenuto santo, non perché ha denunciato i molti mali del suo tempo ed annunciato punizioni divine, ma perché ha vissuto la perfetta letizia, la gioia del Vangelo, ed ha contagiato con la sua testimonianza migliaia di altri uomini e donne che hanno scelto di seguirlo, cambiando il volto e la storia della Chiesa, del nostro Paese e del mondo.

Le cose che accadono intorno a noi, soprattutto quelle da cui ci sentiamo travolti e che non possiamo controllare, sono un’occasione per fare i conti con la nostra fragilità e crescere nella fiducia in Dio a partire dalla esperienza del suo amore.
La paura, sia quella che nasce spontaneamente in noi, sia quella che può venire indotta da chi, irresponsabilmente, ha diversi interessi (anche religiosi) per alimentarla, non è mai una cosa buona, non è mai qualcosa che dovremmo auspicare.
Come credenti e discepoli di Gesù, non siamo inviati ad annunciare la punizione di un Dio che è arrabbiato e vuole punire l’uomo disobbediente, ma la buona notizia di un Dio che, di fronte alla disobbedienza dell’uomo, si spoglia della sua divinità e si fa nostro servo, perché noi, di fronte a questo amore disarmato, ci commuoviamo e ci lasciamo coinvolgere in quella relazione che Dio desidera vivere con noi fin dalla creazione del mondo, nell’abbraccio di un Padre che attende di riaccogliere il proprio figlio, anche dopo che ha sbagliato gravemente.
Non c’è spazio per minacce e invettive, neanche per un presunto buon fine.

La santità della vita incompiuta

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Sandra Sabattini che sarà beatificata il prossimo 14 giugno 2020

La santità giovanile è materia strana. Talvolta possiamo riconoscerne i tratti nelle biografie dei santi divenuti poi adulti, ma resta sempre in ombra rispetto alle opere compiute nella maturità. Se ad un certo punto un’esistenza umana risplende luminosa, siamo portati a lasciare all’oscuro ciò che era accaduto prima.
Perché possa emergere una santità giovanile occorre, purtroppo, uno strappo precoce e un brutale addio alla vita quando questa è ancora nel fiore degli anni. La santità dei giovani – a partire da quella del trentenne Gesù di Nazareth – è contrassegnata da questa frattura radicale. È la negazione del compimento dell’esistenza nel suo lento dispiegarsi, nel suo costruirsi giorno per giorno alla ricerca di una identità propria. È l’interruzione dei progetti, lo sbarramento di un cammino, l’annientamento
di una costruzione appena abbozzata.
La vita dei santi giovani è un’opera incompiuta, monca, che non vedrà la pienezza. Certo, possiamo riconoscerle il fascino degli slanci primaverili, l’ardore delle passioni adolescenziali, la leggerezza spensierata e la candida innocenza che lo scorrere del tempo spazzeranno via. Ma non possiamo soppesarla con l’ammirazione per le opere realizzate, con il computo dei seguaci conquistati o per l’impatto che ha lasciato sui libri di storia. Se la vita dei grandi santi ci affascina come una cattedrale gotica, quella dei santi giovani ci lascia intravedere a fatica qualche pietra. Non hanno realizzato nulla di grande, questi fratelli troppo presto salpati per l’altra riva. La cesta dei loro frutti è vuota e dobbiamo accontentarci del profumo dei primi fiori. La storia li ha colti ancora acerbi, relegandoli nelle fila dei periferici, e consegnandoli al novero dei perdenti.
Proprio per questo testimoniano con maggior forza che
la santità è opera di Dio e non si misura con il peso degli accadimenti. Che il nostro maestro è un Messia sconfitto, venuto a cercare chi è perduto, lasciandosi annientare fino alla morte di croce. I santi giovani ci ricordano che la santità non è la professione di chi lascia una grande impronta nella storia, ma il dono di chi si abbandona alla fiducia filiale nel Padre di Gesù. La loro vita rimasta incompiuta, brutalmente interrotta da una sorte misteriosa e ostile, ci obbliga a convertire il nostro sguardo, facendoci scorgere nelle loro sconfitte la vittoria di Cristo. «Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso – scrive papa Francesco a conclusione della Christus vivit – e quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci » ( Cv 299).

Il virus della paura e la terapia della fede

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Molte persone sono spaventate.
Il modo di parlare di questa emergenza, il senso di precarietà e di insicurezza di fronte ad un pericolo insidioso, il venire meno delle abitudini che regolano le nostre giornate, le incertezze nelle indicazioni date da chi dovrebbe gestire l’emergenza, … tutto contribuisce ad alimentare la paura.
E la paura è una questione seria; fa molto male alle persone e le fa stare male. Non è sufficiente esorcizzarla con l’ironia; non è sufficiente una pacca sulla spalla: è un virus che chiede di essere debellato con una terapia efficace.

Il Vangelo tratta molte volte della paura, non la ignora e non la banalizza.
Il Signore ci incontra sulle nostre paure e ci apre vie di salvezza attraverso la fede.

Mi vengono in mente alcuni brani del Vangelo che ci possono aiutare a stare in modo evangelico di fronte alla nostra paura.
I discepoli sono in mezzo al lago di Tiberiade e le cose diventano difficili, non riescono più a governare la barca. Si fanno prendere dalla paura che si esprime con una frase molto forte: “Maestro, non t’importa che siamo perduti?” (Mc 4,38). La cosa che ci spaventa di più, oltre le circostanze pericolose, è di essere indifferenti a Dio, che lui non si interessi di noi. La paura è un sintomo della debolezza della fede. Infatti Gesù, dopo aver calmato il mare in tempesta chiede: “Perché avete paura? Non avete ancora fede?” (Mc 4,40). La fede non è una forza magica che ci risolve i problemi o che ci rende impavidi di fronte alle circostanze difficili della vita. La fede è la consapevolezza che la nostra vita è custodita da Dio, che noi, in ogni circostanza, siamo importanti per lui, che la nostra vita è preziosa per lui anche quando deve passare attraverso situazioni difficili e fare i conti con la fragilità. Lui non ci abbandona! Possiamo fidarci della sua promessa.
A questo timore, che mina la nostra fede, Gesù risponde con una immagine molto bella: Cinque passeri non si vendono forse per due soldi? Eppure nemmeno uno di essi è dimenticato davanti a Dio. Anche i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate paura: valete più di molti passeri!” (Lc 12,6-7).

Un altro testo importante è quello che racconta di Pietro che chiede di camminare sulle acque con Gesù, e quando Gesù glielo consente, comincia ad avere paura e a sprofondare. Dalla bocca di Pietro sale quell’invocazione che attraversa tutta la storia dell’umanità e che è testimoniata da tutta la Scrittura; è l’invocazione che non dobbiamo aver paura di elevare a Dio: “Signore, salvami!” (Mt 14,30). Questa richiesta di aiuto non è umiliante per l’uomo, non è la certificazione della sua inettitudine, ma l’umile consapevolezza della propria fragilità e della grande possibilità che ci è data di poter chiedere aiuto.
Ogni mattina la preghiera della Chiesa inizia con questa semplice invocazione: “O Dio, vieni a salvarmi. Signore vieni presto in mio aiuto“. E’ la preghiera fondamentale dell’uomo che invoca ogni mattina, fin dai suoi primi passi nel nuovo giorno, l’aiuto e la salvezza del Signore. E i Salmi ci testimoniano che Dio non è sordo a questo grido di aiuto; ma quei Salmi ci invitano ad avere fede. Lo stesso Gesù, dopo aver steso la mano e sollevato Pietro dalle sue paure, lo richiama domandandogli: “Uomo di poca fede, perché hai dubitato?” (Mt 14,31). La fede non è un vaccino che ci rende immuni dalle situazioni difficili, ma ci riporta a Colui che può salvare la nostra vita garantendoci la sua presenza accanto a noi, quella presenza non risolve il problema, ma ci libera dalla paura.

L’ultimo testo che mi piace ricordare è quello che racconta l’esperienza delle donne la mattina di Pasqua. Matteo ci narra di un terremoto che tramortisce le guardie poste a custodire il sepolcro di Gesù. L’angelo che ribalta la pietra posta davanti al sepolcro dice alle donne: Voi non abbiate paura! So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui. È risorto, infatti, come aveva detto” (Mt 28,5-6). L’esperienza della risurrezione di Gesù ci aiuta a vincere la paura più profonda, che è la paura della morte. La buona notizia della risurrezione annuncia che Gesù ha sconfitto la morte e ci rende capaci di attraversarla per ricevere in dono, da Dio, quella vita per la quale siamo stati creati: la vita eterna e divina. Anche in questo caso, è solo la fede che ci consente di non essere annientati dalla paura e di vivere quel passaggio sapendo di essere custoditi.

La fede però non si compra in farmacia o su internet. La fede è un tesoro prezioso che altri uomini e donne credenti condividono con me, con gentilezza, per amore.
Per questo, di fronte alla paura, è molto importante vivere quella fraternità che, oltre alla vicinanza umana, ci porta a riscoprire la risorsa più importante che Dio ci ha concesso: la nostra fede in lui.
Nel passato, di fronte alle grandi calamità naturali o in occasioni delle grandi epidemie, le persone si riunivano per invocare insieme l’aiuto di Dio, per sostenersi nella fede. Non era affatto una ingenuità. Era, ed è anche oggi, un modo importante per combattere la paura, per volgere lo sguardo a Colui che ci assicura il suo amore e la sua fedele presenza.
Per questo le nostre chiese rimangono aperte e noi sacerdoti disponibili agli incontri con le persone: non abbiate paura… di disturbarci.

Evangelizzazione = esclusione?

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Ormai sempre più spesso nelle nostre riunioni ecclesiali, qualsiasi sia l’argomento su cui ci confrontiamo, ci troviamo sempre davanti alla medesima conclusione: viviamo una emergenza di evangelizzazione.
Le nostre comunità, a tutti i livelli, sono poco evangelizzate; la “fede” si manifesta per lo più come la conservazione di tradizioni tramandate, che fungono da cornice ad una vita che – normalmente – non è illuminata dal Vangelo. L’appartenenza ecclesiale per molti è espressa più come adesione a dei valori ritenuti importanti, che come cammino comunitario di sequela del Signore e di conversione personale. All’interno della comunità cristiana, crescono le reazioni indispettite e violente agli appelli e ai richiami che la Chiesa, tramite il Papa e i vescovi, rivolge ai suoi membri, di fronte alle provocazioni evangeliche che emergono nella realtà in cui viviamo (guerra, ecologia, immigrazione, aborto, eutanasia, giustizia sociale …).

Questa consapevolezza è abbastanza diffusa e condivisa e non rappresenta una novità: già papa Giovanni Paolo II, negli anni ’80 del secolo scorso, aveva lanciato un appello alla nuova evangelizzazione… E allora perché non si cambia registro? Perché non si intraprende con coraggio la via dell’evangelizzazione?
Perché assecondiamo, e non correggiamo, questo modo di fare e di pensare che riconosciamo come improprio e incapace di fare crescere nello spirito del Vangelo la nostra gente e le nostre comunità?

C’è una strana equazione che serpeggia nella nostra mente ecclesiale, un pensiero non esplicitato, ma che è assunto come criterio di azione o – meglio – di non azione e ci blocca.
L’equazione mette in relazione l’impegno per l’evangelizzazione (con tutto ciò che esso comporta), con la possibilità reale che tale prospettiva porti all’esclusione di molti (auto-esclusione in realtà).
Secondo questa equazione, se alziamo troppo il tiro, se aumentiamo le richieste, se rendiamo più impegnativi i percorsi, rischiamo di perdere molta gente, rischiamo di escludere molti battezzati e persone che, in modo diverso, sentono di appartenere alla Chiesa.

Le motivazioni di questo atteggiamento non sono stupide ne’ banali e meritano di essere considerate con rispetto. In effetti ci sono alcuni ambiti in cui ancora la partecipazione misura percentuali relativamente alte: la richiesta dei battesimi, la richiesta dell’iniziazione cristiana per i bambini, la richiesta dei matrimoni … nonostante il calo evidente, sono ancora molte richieste che vengono dalla gente, che esprime, in questi percorsi tradizionali, la sua adesione di fede. Tale richiesta però, occorre ammetterlo, non produce i frutti sperati; sono pochi coloro che si coinvolgono davvero in un percorso di vita cristiana, che si lasciano mettere in discussione riguardo a mentalità che sono estranee alla vita cristiana. Anche solo a livello numerico, terminato il percorso di iniziazione cristiana, la partecipazione diviene assolutamente esigua.

Queste richieste della gente hanno un valore e sono una grande possibilità; ma come possiamo evangelizzare queste domande facendole diventare un’occasione per crescere nella conoscenza di Gesù e nell’adesione alla Chiesa? Come evitare l’idea di una Chiesa fatta di “eletti”, di pochi selezionati? Come superare l’equazione nefasta che mette in relazione le esigenze dell’evangelizzazione con l’esclusione di tanti?

Questa è la sfida che ci troviamo ad affrontare fin da adesso e sempre più nel prossimo futuro. Se non troviamo delle piste condivise, frutto di una riflessione approfondita e di un discernimento sapiente, rischiamo le due derive contrapposte che segneranno la fine della nostra esperienza ecclesiale: la sacramentalizzazione diffusa senza evangelizzazione o la chiesa elitaria, composta solo dai “duri e puri”. Sono ambedue prospettive perdenti.

Qualcuno nel frattempo si sta muovendo, sia a livello di diocesi italiane, che con sperimentazioni parrocchiali. Alcune cose si stanno facendo anche da noi, ma, nell’individualismo che ci caratterizza (occorre riconoscerlo), vengono considerate il pallino di questo o quel prete, di questo o quel gruppo di laici. Occorrerebbe trovare il coraggio di aprire dei laboratori in cui si fanno delle sperimentazioni, delle verifiche, si condividono dei risultati (non solo delle teorie) e si tracciano delle piste da percorrere insieme.

Non dobbiamo inventare nulla di nuovo. La mappa dell’evangelizzazione è già stata disegnata dalla Chiesa apostolica del Nuovo Testamento, e tale mappa è stata utilizzata in modo diverso per più di venti secoli. A noi sta la sfida di utilizzare quella mappa nel contesto odierno, che non è più o meno difficile di quello di altri tempi, ma che non ci consente di procedere seguendo ognuno il proprio naso.

Ieri il vescovo Francesco, in conclusione della nostra assemblea di presbiterio, ci ricordava i “quattro punti cardinali” dell’evangelizzazione: testimoniare, annunciare, ascoltare e studiare (occorre anche ritornare a studiare con umiltà). Sono quattro punti su cui dobbiamo tornare ad orientarci e a verificare tutta la nostra pastorale, per farla divenire percorso di “evangelizzazione inclusiva“, come dovrebbe essere ogni processo di evangelizzazione.

Dobbiamo prenderne atto: tocca a noi, alla nostra generazione e a quelle future!
Occorre mettere in campo tutte le virtù cardinali e teologali, invocare tutti i doni dello Spirito Santo, ma questa rimane la nostra sfida evangelica e su questo saremo giudicati: non se otterremo risultati favolosi, ma se faremo del nostro meglio per far fruttare i talenti che ancora abbiamo, senza metterli sotto terra, illudendoci di poterli restituire tali e quali li abbiamo ricevuti.
Non ha mai funzionato così e non funzionerà così neanche per noi.

Quello che manca

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Questa settimana sono stato a Roma con i cresimandi.
Abbiamo concluso il pellegrinaggio con una passeggiata per Roma e visitato alcune bellezze della Roma monumentale, tra le quali il Pantheon.
Penso che tutti siano d’accordo che questa non sia tra le chiese più belle di Roma; tuttavia presenta i suoi elementi di valore, non ultimo la custodia delle spoglie mortali dei monarchi italiani e di Raffaello Sanzio, grande pittore urbinate.

Durante la visita mi ha molto colpito che quasi tutte le persone presenti fossero molto attratte soprattutto dal foro che caratterizza la cupola.

Questo atteggiamento così diffuso e condiviso mi ha fatto molto riflettere, perché mi rivela un approccio alla realtà che a volte mi appartiene: ciò che manca ci attrae sempre di più di ciò che c’è.  Eppure, come nel Pantheon, quello che c’è è molto di più! E anche se non è straordinario, vale senz’altro più di un buco.

Signore, aiutami sempre a saper vedere nella realtà che tu mi poni davanti quello che c’è, a saper fissare la mia attenzione soprattutto su ciò che tu realizzi anche sommessamente.

Oggi con tutti gli scout e le guide del mondo, nella ricorrenza del compleanno di Baden Powell, celebriamo la Giornata del Pensiero (Thinking Day).
Uno degli insegnamenti di BP che sento più utile, è quello che richiama i capi a saper riconoscere in ogni ragazzo almeno il 5% di buono, quella parte che, come educatore, devo impegnarmi a far crescere mettendomi in ascolto di quel ragazzo e camminando accanto a lui.

Anche se i buchi fossero pari al 95%, quel 5% vale di più!

Geografia delle relazioni

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Ci sono molti modi per conoscere la geografia. La si può studiare a scuola, la si può conoscere raccogliendo informazioni. La si può conoscere viaggiando. La si può conoscere incontrando persone che vengono da altri paesi e stringendo relazioni di amicizia con loro.

Da giovane ho viaggiato abbastanza; con uno stile molto spartano abbiamo visitato diversi paesi dell’Europa. Anche da adulto ho avuto la possibilità di fare alcuni viaggi molto belli… sento però che il mondo che conosco, il mondo in cui abito, la mia geografia, è data soprattutto dalle relazioni che ho costruito, grazie agli incontri importanti che la provvidenza mi ha fatto vivere.

Oltre all’Italia, il mio paese di origine, ci sono altri quattro paesi che fanno parte del mio mondo, perché lì ci vivono persone che sono per me molto importanti.

La Bosnia – Erzegovina
Negli anni immediatamente successivi alla guerra dei Balcani sono stato molte volte in Bosnia e in particolare a Sarajevo. Lì ci sono alcune persone che ho conosciuto e in particolare due famiglie a cui sono molto legato. Nella misura del possibile cerchiamo di vederci una volta all’anno. Posso dire – dopo 24 anni – che la Bosnia è a tutti gli effetti parte del mio mondo.

L’Albania
Ci sono andato per la prima volta nel 1998, mentre erano in corso gli ultimi strascichi della guerra civile; poi sono ritornato molte altre volte per motivi diversi. A Kuçove e Berat la nostra diocesi ha aperto un’esperienza missionaria dal 1993 e, negli anni, mi è capitato molte volte di recarmi là accompagnando dei gruppi. Anche in Albania conosco delle persone che sono importanti per me, con le quali mantengo un contatto stabile. Quello che accade lì mi sta a cuore e fa parte del mio mondo.

Il Senegal
Il Senegal ha bussato alla mia porta nel 2000 nella persona di due preti (Mathieu e Daniel) che per me sono diventati due fratelli. Vedevo a Rimini molti senegalesi, ma erano tutti musulmani. Neanche sapevo che in Senegal esistesse un’esperienza di Chiesa. In questi venti anni con il Senegal ci sono state molte relazioni; ho potuto visitarlo quattro volte e anche questo paese fa un po’ parte del mio mondo.

La Siria
In Siria non sono mai stato; due volte sono arrivato vicino al confine, ma non l’ho mai varcato (una volta ad Antiochia – dalla parte turca; l’altra volta a Tel Abbas dalla parte libanese). Eppure anche la Siria fa parte del mio mondo perché insieme alla famiglia di Sheik Abdo e agli amici di “Operazione Colomba” porto nel cuore la situazione di quel paese, da tanti anni in conflitto, e il desiderio di pace del suo popolo. La Siria mi ha chiamato a coinvolgermi e, anche se non ho mai potuto visitare quel paese, sento che entra nel mio orizzonte perché la mia geografia è fatta soprattutto di relazioni.

La settimana scorsa, mentre attendevo in aeroporto il volo che mi avrebbe riportato in Italia, vedevo accanto a me tante persone che viaggiavano, moltissimi per turismo.
Riflettendo, guardando tutte quelle persone in viaggio, ho capito che non mi interessa più fare il turista; che per me il senso del viaggio sta solamente nel custodire le relazioni che la provvidenza mi ha fatto incontrare ed, eventualmente, nell’alimentare quelle che nasceranno.

Da Riccione al Libano

Da Avvenire  del 12/02/2020

Arianna, 23 anni, da Riccione al Libano «Nel campo profughi vive la speranza»
GIORGIO PAOLUCCI

ajax-request«Qui ho imparato sul campo il valore della condivisione, della sofferenza, ho capito cosa significa che la vita è qualcosa di irriducibile, e che la speranza non muore mai. È una vera scuola di vita». Arianna Valentini, 23 anni, tornerà tra pochi giorni a Riccione dopo tre mesi di permanenza al campo profughi di Tel Abbas, nella regione libanese dell’Akkar, 5 chilometri dal confine con la Siria. Sta concludendo la sua terza esperienza in quattro anni come volontaria dell’Operazione Colomba, il corpo non violento di pace promosso dall’associazione Papa Giovanni XXIII fondata da don Oreste Benzi.
Insieme ad altri volontari ha condiviso per mesi la vita delle famiglie fuggite dagli orrori della guerra in Siria e che hanno trovato un riparo precario in un accampamento di
baracche. È una condivisione elementare, fatta di accompagnamenti in ospedale di chi ha bisogno di cure oppure presso gli uffici delle Nazioni Unite, evitando che i profughi vengano fermati (e a volte arrestati) ai check-point dalla polizia libanese, di compagnia alle famiglie, di collaborazione con il progetto dei corridoi umanitari promossi dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Chiesa Valdese, grazie al quale alcuni nuclei familiari hanno potuto raggiungere l’Italia in condizioni di sicurezza, evitando i rischi mortali delle traversate in mare.
Arianna è arrivata a Tel Abbas per la prima volta nel 2017, quando era studentessa di mediazione linguistica alla scuola per interpreti e traduttori di Trieste, dove studiava anche l’arabo, affascinata dalla testimonianza di un’amica partita l’anno prima per il Libano.«Incontrando la sofferenza di questa gente, ho imparato cosa significa accogliere 
le difficoltà dell’altro creando anzitutto uno spazio di accoglienza dentro di me – racconta al telefono da Tel Abbas –. Ho dovuto mettere alla prova la consistenza della mia fede cristiana e ho scoperto quanto essa può arricchire la mia umanità e diventare fonte di speranza per chi è comprensibilmente tentato dalla disperazione e dalla rabbia per una situazione di dolore e di ingiustizia, specie ora che sulla Siria è di nuovo calato il silenzio dei media. Ho imparato a condividere questa scelta con la mia comunità parrocchiale di Riccione e con il mio gruppo scout, con il desiderio di testimoniare il cambiamento che si è generato nella mia vita perché possa diventare contagioso per altri giovani».

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Con l’associazione Papa Giovanni XXIII accanto alle famiglie siriane che soffrono

Il mio celibato

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Si è parlato e si parla molto del celibato.
Se ne parla più fuori della Chiesa, che nella Chiesa.
A volte se ne parla con poca delicatezza, come se fosse un cancro da estirpare,
un vincolo da cui è necessario liberare qualcuno.

Trovo così strano questo interesse ossessivo sul celibato dei preti!
In un’epoca in cui è consentito ad ognuno di fare quello che vuole – soprattutto in ambito affettivo e sessuale -, molti si sentono in dovere di sindacare sulla scelta del celibato dei preti, sulla sua ragionevolezza, sulla sua opportunità … non vi sembra curioso?

Per me il celibato non è ne’ motivo di orgoglio, ne’ un peso.
E’ un dono che mi è stato fatto, che ho accolto con responsabilità,
un invito che mi è stato rivolto, che ho accolto liberamente.
In alcuni giorni è una sfida,
che mi porta combattere per non sentirmi esonerato dall’esigenza di amare;
un impegno, che mi richiama alla fedeltà di un legame,
perché non sono un single;

un vuoto, che rischia di essere riempito in modo insensato
quando mi ripiego su me stesso e non vivo secondo il Vangelo.
Altri giorni rischia di divenire un idealismo;
e allora mi fa bene toccare con mano la vita degli sposi
e dei genitori della mia comunità,

per contemplare un amore che chiede di essere declinato
in piccoli gesti
più che in grandi proclami.

Diventando più adulto, ho scoperto che il celibato
è anche una forma di povertà evangelica,
un modo per vivere la fede nella quotidianità,
quella fede che, quando emerge più forte il bisogno di essere amato,
di essere custodito,

mi riporta a cercare nella relazione con il Maestro
la certezza che c’è chi ha cura di me,
c’è Qualcuno per cui la mia vita è preziosa,
c’è Qualcuno che dona ogni giorno la sua vita per me.

Per il resto, certamente non mancano
figli, fratelli e sorelle, … come Gesù ha promesso;
molti di loro non mi fanno mancare l’affetto, la stima e l’attenzione.
Altri mi chiedono di donarmi con gratuità,
di perdonarli con misericordia,
di mandare giù qualche rospo, quando il loro modo di porsi è maldestro,
esattamente come avviene in tutte famiglie e a tutti i genitori.

Ringrazio Dio per questa vita che mi ha donato.
Ringrazio Dio per questa vocazione a cui mi ha chiamato.
Ringrazio Dio perché, nella sua misericordia, ha pazienza con me.

Ancora, come nel giorno della mia ordinazione,
chiedo con semplicità e fiducia,
che Dio porti a compimento l’opera che ha iniziato in me.

L’utopia evangelica della pace come criterio d’azione

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Umanamente impossibile! Quindi evangelico!
Queste le parole del vescovo Paolo Bizzeti, vicario apostolico in Turchia, quando ha incontrato ad Antiochia i volontari di “Operazione Colomba”, che gli hanno presentato la proposta di pace per la Siria.
E’ lo stesso criterio che, quasi diciotto mesi fa’, ci ha persuasi che ci dovevamo aprire all’accoglienza di una famiglia siriana attraverso i corridoi umanitari.
Così scrivevamo nel dépliant che lanciava il progetto, quando ci siamo trovati di fronte all’esigenza di accogliere la famiglia Hsyan, dopo che ad Aiman è stato rifiutato (e  – senza alcun motivo – continua ad essere rifiutato) il visto:

“Perché abbiamo detto questo nuovo si?
– perché ci è stato chiesto da persone che conosciamo e stimiamo;
– perché non è un’iniziativa partita da noi e – da credenti – vi riconosciamo una richiesta che viene da Dio;
– perché c’era una disponibilità concreta all’accoglienza che si era creata e che non si poteva disperdere;
– perché crediamo che il Signore, con questa accoglienza, cambierà la nostra vita in meglio, proprio mentre ci farà sentire la nostra inadeguatezza e la nostra incapacità di risolvere tutti i problemi;
– perché di fronte al conflitto in Siria vogliamo dire ai nostri figli che abbiamo fatto qualcosa, anche poco; che ci abbiamo provato a non rimanere indifferenti;
– perché questa famiglia in particolare, con la storia che ha vissuto e il suo particolarissimo impegno di costruzione della pace, ci aiuterà a riconoscere come possiamo anche noi impegnarci a costruire la pace.

Ieri sera ci siamo incontrati insieme con Alberto Capannini di “Operazione Colomba”, i volontari di Santarcangelo e San Vito che gestiscono concretamente l’accoglienza e gli adulti delle due famiglie accolte a Santarcangelo e San Vito. Sentivamo l’esigenza di fare il punto insieme, di confrontarci sui frutti e di definire alcune prospettive per continuare la nostra accoglienza.
Onestamente parlando, da parte nostra eravamo preoccupati di definire un progetto verso l’autonomia delle famiglie accolte, dopo diversi mesi in cui l’accoglienza è stata completamente a carico delle due comunità. 

Io dall’incontro di ieri sera ho capito queste quattro cose che mi hanno fatto cambiare completamente la prospettiva della questione:
L’accoglienza di queste famiglie non si può ridurre alla soddisfazione dei loro bisogni e delle loro esigenze; una persona non è solamente i suoi bisogni e, anche se questi emergono in modo forte e con urgenza, occorre saper comprendere che c’è anche qualcosa di più, qualcosa di più grande (preoccupazioni, sogni, desideri) che non è quantificabile economicamente, che non è risolvibile praticamente, ma che va accolto in modo altrettanto attento.
– In particolare accogliere Sheik Abdo e la sua famiglia, totalmente impegnata nella proposta di pace per la Siria, significa farci carico della proposta di pace, sentirla come una priorità che ci riguarda e ci investe; senza questo coinvolgimento potremo provvedere ai bisogni, ma non accoglieremo ciò che è più importante per lui e per la sua famiglia. La proposta di pace è ciò per cui Abdo spende ogni sua energia, ciò per cui è disponibile a sacrificare la sua vita, ciò che lo ha spinto a rimanere tanti anni in Libano, rinunciando ai corridoi umanitari, fino a quando la situazione non è divenuta pericolosa e insostenibile. Se noi non facciamo questo passaggio, la nostra accoglienza di Sheik Abdo non sarà completa.
– Umanamente parlando – è bene ricordarlo – la proposta di pace è un’utopia, un sogno  molto fragile che, per noi credenti, può trovare conferma solo nella comprensione della fede; è ciò che ha sentenziato il vescovo Paolo Bizzeti:”è impossibile; quindi è evangelica!“. Se non entriamo nella logica del Vangelo, quella logica che ci porta a credere che “tutto ciò che vuole il Signore lo compie, in cielo e sulla terra, nei mari e in tutti gli abissi” (cfr Sal 135,6), noi non comprendiamo il perché dell’impegno che ci viene chiesto.
Paradossalmente: se non ci sentiamo solidali con ciò che i volontari di “Operazione Colomba” stanno facendo in Libano, mettendo a rischio sé stessi e tutto ciò che hanno, noi rischiamo di perdere di vista quello che stiamo compiendo e lo riduciamo ad una serie di esigenze da soddisfare.

Quando, come è accaduto ieri sera, rientriamo in contatto con quei giovani, quando sentiamo il dolore della gente con la quale loro condividono la vita, quando ci confrontiamo con la mancanza di speranza di quelle persone doppiamente vittime della violenza, dell’ingiustizia e dell’indifferenza, allora comprendiamo meglio ciò che stiamo facendo qui, ricuperiamo l’orizzonte della nostra accoglienza.
– L’esigenza reale di trovare un lavoro e una forma di sostentamento per Abdo e per la sua famiglia, deve essere conciliata con l’esigenza di Abdo di continuare a lavorare per la proposta di pace per la Siria. Se nelle soluzioni che ci vengono offerte queste due priorità si escludono a vicenda, significa che non è la soluzione giusta.
Occorre una disponibilità mentale ad uscire dagli schemi che a noi sembrano normali. Per noi il lavoro viene prima di ogni cosa, è un valore quasi assoluto; tutto il resto viene dopo e si deve adattare alle esigenze del lavoro. Per Abdo non è così. L’impegno per la proposta di pace viene per primo e il lavoro, che lui desidera vivere, si deve adattare a questo impegno che per lui è prioritario. Non conosciamo la soluzione a questo scenario, ma occorre che ci impegniamo a trovarla o a crearla. E’ una realtà nuova che richiede contenitori nuovi, come dice Gesù nel Vangelo: vino nuovo in otri nuovi. Saremo capaci, con la fiducia nella parola del Signore, di sognare questi otri nuovi per realizzarli?

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Alberto Capannini, Sheik Abdo e alcuni volontari della Colomba a Ginevra nel 2018 per l’incontro con Staffan De Mistura delegato ONU per la Siria

Sento che abbiamo bisogno di prendere tempo, di farci coinvolgere in una prospettiva che non è usuale, di farci convertire da chi ci può aiutare a guardare alla realtà secondo altri criteri, riconoscendo che i nostri, anche se sono giusti, non sono quelli del Vangelo.

Siamo stati invitati a pregare con forza per la pace in Siria, a pregare per l’incontro che la prossima settimana si terrà a Berlino: invitati dal governo tedesco, Sheik Abdo e i volontari della Colomba andranno a presentare la proposta di pace al ministro degli esteri…

L’accoglienza ci ha chiesto, in un primo momento, di fare spazio nella nostra vita, ma ora ci chiede di essere disponibili ad abitare fraternamente gli “spazi di vita” che appartengono alle famiglie che abbiamo accolto; ci chiede di sentire la Siria come la nostra casa, i desideri di quel popolo come i nostri desideri, l’impegno per la pace in quel paese, come il nostro impegno. 

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Simone Modica

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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