Guardare avanti, verso “il Domani”

(articolo scritto per la rivista “Se vuoi” n. 6/2022 delle Suore Apostoline)

Del doman non c’è certezza”. Queste parole fanno parte di un testo famoso di Lorenzo il Magnifico, che prendeva atto dell’impossibilità per l’uomo di determinare il proprio futuro. La sua risposta era di godersi il presente senza attendere nulla dal domani, di non preoccuparsi di quello che potrebbe accadere, ma di cercare di essere totalmente soddisfatti da quello che si vive oggi.

Quella di messer Lorenzo parrebbe una proposta intelligente, senz’altro con un potente effetto ansiolitico, ma, dobbiamo riconoscere, molto distante dalla proposta di Gesù che pure ci invita a vivere fedeli all’oggi senza preoccuparci del domani (cfr. Mt 6), ma confidando nell’amore del Padre, un amore eterno e fedele che non viene meno alle sue promesse e al suo impegno di cura nei nostri confronti; tale fiducia ci porta a credere che il nostro futuro, benché indeterminabile, sia davvero in ottime mani.

Il presente è generato dalle scelte compiute nel passato
Quasi tutto quello che noi viviamo oggi, nel bene e nel male, dipende dalle scelte compiute da altri o da noi stessi nel passato più o meno recente: il fatto che viviamo in una democrazia, che il nostro Paese appartenga al gruppo dei paesi più sviluppati del mondo, che per i nostri bambini sia possibile andare a scuola e per i nostri ammalati curarsi; che possiamo muoverci e comunicare con maggiore facilità rispetto al passato, che guardiamo a persone provenienti da altre parti del mondo (o anche solo dell’Europa) con curiosità e interesse, liberi dalla paura di essere aggrediti.

Anche il fatto che viviamo in un mondo gravemente inquinato, con gravi ingiustizie sociali e gravissime e differenze nel riconoscimento della dignità delle persone e dei loro diritti; le tensioni che degenerano in guerre; il fatto che in alcuni paesi del mondo si muoia di fame o per malattie che costerebbe poco curare; l’enorme sperpero di risorse nel commercio delle armi, la corruzione endemica di alcuni sistemi di governo … anche tutto questo è il frutto di scelte che qualcuno ha compiuto nel passato, avviando processi iniqui di cui oggi paghiamo le conseguenze.

Il futuro dipende dalle scelte che compiamo oggi
Non abbiamo un pianeta B” hanno gridato nelle nostre piazze i ragazzi e le ragazze dei Fridays for Future. A fronte degli effetti devastanti del cambiamento climatico, coloro che sono preoccupati del loro futuro richiamano tutti a comportamenti responsabili nell’oggi, con la speranza che non sia troppo tardi per invertire il processo di degrado che potrebbe portare gravissime conseguenze. È lo stesso su tutti i fronti e a tutti i livelli. Dalle scelte che compiamo oggi dipende il nostro domani, sia a livello personale che a livello globale.

Qualcuno vorrebbe che noi ce ne disinteressassimo, che lasciassimo perdere. Gli interessi economici in gioco sono enormi. Qualcuno vorrebbe che noi pensassimo che questi problemi sono troppo grandi per essere risolti da noi che siamo piccoli; vorrebbe che noi delegassimo ad altri le decisioni per il nostro futuro lasciandoci godere beatamente il presente, riempiendoci di beni che sono capaci di soddisfare ogni nostro desiderio immediato. Qualcuno vorrebbe che noi ci rassegnassimo a tirare a campare, senza avere una speranza per il domani; che ci accontentassimo di sopravvivere senza assumerci nessuna responsabilità sulle scelte che riguardano la nostra vita e sulle scelte che coinvolgono il destino del mondo.

Il futuro che vogliamo
Il futuro è sempre stato incerto, ma occorre avere il coraggio di sognarlo sullo stile degli esploratori, degli inventori e dei santi. Se ci manca il sogno, anche l’invito all’impegno e al senso di responsabilità riguardo al tempo che deve venire, sarà difficile da sostenere e da motivare e rischierà di essere puramente moralista.

Nel Vangelo mi colpisce molto che Gesù, prima di compiere un miracolo, domandi alla persona cosa desidera: “cosa vuoi che io faccia per te?” (Mc 10,51). Il Signore ci viene incontro sui nostri sogni e sui nostri desideri se noi abbiamo il coraggio e la fiducia di esprimerli con responsabilità e impegno. Allora il nostro futuro si apre e diventa possibile anche perché in lui proviamo un alleato potente e fedele.

Discepoli di Gesù, famigliari di Dio e fratelli tra noi

Articolo scritto per le Piccole Suore dalla Sacra Famiglia

L’occasione di questa riflessione ci è stata fornita dalla memoria della Presentazione al Tempio della Vergine Maria, con le letture proposte dalla liturgia (Zc 2,14-17; Mt 12,46-50). Nel testo di Zaccaria si invita la “Figlia di Sion” a rallegrarsi perché il Signore viene a dimorare in mezzo a noi (ripetuto per due volte). Questo annuncio profetico, come ben sappiamo, si compie a partire dall’Incarnazione del Signore, espressa in modo così forte dall’Evangelista Giovanni con quell’espressione che ci lascia sempre pieni di stupore: Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi… (Gv 1,14). Il Signore che viene si fa nostro prossimo e ci chiede di essere accolto come una persona che è molto vicina a noi, come un famigliare.
Nel testo del Vangelo, Gesù, in modo molto esplicito, evidenzia la nuova famiglia che si è creata con i discepoli a partire dalla condivisione dell’ascolto della Parola di Dio, una relazione che mette in secondo piano quella naturale che lo lega alla madre e ai fratelli.

A partire da questi testi ci possiamo chiedere cosa significhi diventare discepoli di Gesù? Quale relazione siamo chiamati a stabilire con lui? Come si esprime in modo più approfondito questa famigliarità con il Signore?
Provo a proporre alcune note per sviluppare una breve riflessione.

Nella tradizione ebraica, era il discepolo (la sua famiglia di solito) che sceglieva la scuola del rabbino da cui farsi istruire (come Saulo era stato inviato alla scuola di Rabbi Gamaliele). Gesù sovverte questa usanza e sceglie lui i suoi discepoli: li chiama personalmente a seguirlo in un’esperienza itinerante che comprende una condivisione totale della vita con lui; è una vita molto essenziale e povera, tutta impegnata nell’insegnamento proposto non in una scuola, ma sulla strada, nelle piazze, sulle rive del lago e rivolto alla gente comune, ai più poveri, a coloro che non avevano speranza di poter entrare in una scuola rabbinica.
Con i suoi discepoli Gesù forma un legame famigliare e fraterno: ha chiesto loro di lasciare la casa e la famiglia per vivere senza casa, ma non senza famiglia.

Questa dimensione famigliare, oltre che nelle relazioni con i discepoli che condividono con lui la quotidianità nel tempo della missione, rappresenta anche il contenuto forte dell’insegnamento di Gesù.
Nella rivelazione del volto del Padre e rivelando sé stesso come il Figlio di Dio amato (teofanie del Giordano e del Tabor), Gesù ci coinvolge in un’esperienza che richiede anche a noi di entrare in questa relazione filiale con Dio, una relazione che salva l’uomo dalla solitudine e dall’abbandono che sperimenta a causa del peccato.

Ci sono molti testi evangelici in cui Gesù ritorna su questo tema, ma la parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32) esprime in modo forte cosa significhi entrare in quella salvezza che lui è venuto a realizzare nella Pasqua. Quel figlio che si allontana dalla casa paterna per vivere la sua autonomia siamo noi quando, a causa del peccato, ci allontaniamo dalla relazione con Dio, la rinneghiamo come non necessaria alla nostra vita. Il Padre però è pronto ad accoglierci in casa e restituirci la dignità filiale che noi avevamo rigettato. Questa parabola ci interpella anche sulla dimensione fraterna perché, come sappiamo, in quella casa c’è un fratello maggiore che si oppone duramente all’accoglienza del fratello ritornato e accusa il Padre di ingiustizia; si tratta di un uomo che, pur potendo abitare come figlio nella casa del Padre, si limita a vivere una relazione da servo (o da dipendente).

Un’altra parabola fondamentale di Gesù, sempre tratta da Vangelo di Luca, riletta dal Papa nell’Enciclica Fratelli tutti come fondamento della fraternità umana ed evangelica, è quella del “buon samaritano” (Lc 10,25-37). L’insegnamento di Gesù parte dalla domanda del dottore della Legge che cerca di definire i confini della prossimità entro i quali vivere quell’amore richiesto dal comandamento di Dio. Gesù ribalta la prospettiva e, nella parabola, ci mostra una fraternità che nasce da una scelta di coinvolgimento, di compassione, di presa in carico compiuta da un uomo che, di per sé, aveva tutti i diritti per dichiararsi estraneo a quell’uomo trovato ferito sulla strada. È una fraternità nuova, che nasce dal cuore di una persona che ha saputo andare oltre i confini tristemente imposti dalla storia delle relazioni tra Giudei e Samaritani (Cfr. Gv 4 e Lc 9,52-53).

Sarà san Paolo, nelle sue lettere, ad esplicitare la categoria della famigliarità – e in particolare della figliolanza – come frutto dell’esperienza Pasquale a cui i cristiani sono chiamati. In particolare, ci sono due testi della lettera agli Efesini che mi sembrano particolarmente significativi.
Nell’inno del primo capitolo (1,3-6), san Paolo riporta questo testo: Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo. In lui ci ha scelti … predestinandoci a essere per lui figli adottivi mediante Gesù Cristo, secondo il disegno d’amore della sua volontà
Nel secondo capitolo (2,14-22) san Paolo ci riporta un altro testo ecclesiale che inneggia alla vittoria pasquale di Cristo dicendo: Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, … Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio…
Ciò che il Signore Gesù ha realizzato per la nostra salvezza nel mistero Pasquale, secondo Paolo, si manifesta in una ritrovata famigliarità con Dio grazie all’abbattimento dei muri di divisione (li avevamo alzati noi) che la impedivano. Tutto questo rappresenta per noi una grande benedizione, ma – con stupore – scopriamo che corrisponde anche ad un misterioso e benevolo disegno di Dio, che da sempre ci voleva come suoi figli adottivi.

In sintesi, dunque, si potrebbe affermare che Gesù ci chiama ad essere suoi discepoli; ascoltando le sue parole, condividendo la sua vita e la sua missione noi impariamo a vivere da figli di Dio e da fratelli tra noi; questa esperienza diventa reale e possibile grazie alla Pasqua di Gesù, mediante la quale noi siamo riconciliati con il Padre e possiamo vivere da famigliari di Dio, compiendo il disegno del Padre che, creandoci, a questo ci aveva predestinati.
Essere discepoli di Gesù rappresenta la via che il Signore ci propone per diventare famigliari di Dio, esperienza che diventerà piena quando raggiungeremo la meta del nostro cammino e saremo presso di Lui; mediante i sacramenti pasquali e mediante la Chiesa, però, noi possiamo pregustare fin da ora questa famigliarità con Dio, perché in Cristo essa è un’esperienza già attuale, e possiamo manifestarla e testimoniarla nella fraternità che viviamo con gli altri battezzati e con tutti gli uomini e le donne predestinati  a condividere con noi questa relazione con il Padre. Davvero possiamo dire con tutto il cuore: Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo (Ef 1,3).

Buon cammino Cristina

Foto presa da http://www.avvenire.it

La famosissima suor Cristina Scuccia “non è più suora“, titolano Avvenire e altri giornali. La notizia è circolata a partire da una sua apparizione in una trasmissione di Canale5, in cui lei stessa ha raccontato il suo cammino successivo alla partecipazione al talent show televisivo e le sue attuali scelte. Da lei sappiamo di una crisi attraversata in tempo di Covid, di un lutto sofferto e della sua scelta di lasciare la vita religiosa “per seguire il suo cuore“; ora vive in Spagna e fa la cameriera, ma – grazie alle famosissime doti canore – si prepara a ritornare sui palcoscenici e – come sembra alludere l’articolo di Avvenire – questa apparizione televisiva potrebbe essere stata pensata proprio come lancio pubblicitario per il suo futuro nel mondo dello spettacolo.

Questa storia mi ha suscitato alcune riflessioni sparse che mi appunto e condivido in questo post. Premetto che sulla questione ho solo letto un paio di articoli che riportano brani dell’intervista televisiva e che quanto scrivo parte solo da quello che ho letto che potrebbe essere molto parziale.

1. Una scelta definitiva è possibile!
Cristina è una persona libera di compiere le scelte che la coscienza le ispira; ma è bene ricordare che aveva compiuto liberamente una scelta definitiva con la professione dei voti perpetui nel 2019. Affermare, come dice lei, che “il cambiamento è segno di un’evoluzione“, per me significa mettere in dubbio la possibilità di compiere scelte definitive per la propria vita o, qualora si siano compiute tali scelte, negare la possibilità di un’evoluzione. Questa idea è molto diffusa nel contesto culturale odierno, che predilige la flessibilità e la volatilità, ma non è vera.
Che una persona compia scelte diverse nell’esercizio della sua libertà è assolutamente lecito, ma non è giusto svalutare (non dico che lei ne avesse l’intenzione!) la scelta di coloro che rimangono fedeli e cercano di crescere (di evolversi) dentro quella stessa scelta compiuta. Come educatore sento la responsabilità di confermare a coloro che sognano di vivere una scelta “per sempre” (nel matrimonio, nella vita consacrata, nel presbiterato, nella sequela del Signore vissuta nella professione o nel servizio gratuito) che è possibile, che è bello, e che questa fedeltà alla scelta non pregiudica alcuna possibilità di evoluzione della persona.

2. La sfida della testimonianza.
Suor Cristina, partecipando al talent show, si è esposta pubblicamente. Fin da subito è stata evidente la sfida della testimonianza evangelica e di vita consacrata in un contesto dominato da ben altre logiche. Personalmente ho subito provato simpatia per lei e ho molto apprezzato lo stile con cui si era presentata nella partecipazione al talent, soprattutto per la presenza accanto a lei delle altre suore della sua comunità (non le amiche di infanzia, non la famiglia, …); nonostante le critiche che fioccavano da una parte del mondo cattolico, mi sembrava che ci fossero le condizioni per stare in una situazione così particolare consentendole di essere sinceramente sé stessa.
Oggi Cristina ci dice che “c’è stato un cambiamento interiore davanti alla responsabilità enorme di essere una testimone di Dio” e che questo l’ha mandata in crisi: “Mi ha fatto fare i conti con me stessa”. Personalmente mi chiedo (non lo so!) se sia stata aiutata e sostenuta in questa “impresa”; se qualcuno l’abbia aiutata a portare questa responsabilità nella testimonianza con semplicità e leggerezza. Ritengo che la sfida assunta fosse molto impegnativa e richiedesse molto coraggio; che l’apprezzamento ricevuto (al di là della vittoria) sia stato sincero e corrispondente sia alle doti canore, che al suo modo di stare in quella situazione; che avesse bisogno di un supporto e di un accompagnamento importante, soprattutto per una persona che era ancora in formazione. Non so se tutto questo ci sia stato, ma andava valutato con prudenza nel momento in cui le si consentiva di esporsi in questo modo.

3. Tra umanità e Vangelo
Coloro che sono molto adulti come me, non possono fare a meno di associare la storia di Cristina ad altre storie che il passato ci ha presentato (Giuseppe Cionfoli a Sanremo per esempio): anche nel caso di altri artisti “religiosi” l’esito finale è stato quello dell’abbandono della vita religiosa, per la scelta di valorizzare il talento artistico (almeno così ci è stato raccontato).
Al di là delle singole storie e della liceità di ogni scelta personale, rimane per noi la domanda di fondo se sia realistico e prudente pensare che una persona che ha accolto una particolare vocazione evangelica possa pensare di “giocare una partita secondo regole di un mondo che è estraneo allo stile che ha scelto di vivere”. Non mi chiedo se sia possibile teoricamente (è ovvio che lo è!), ma se non sia realistico riconoscere che alcuni mondi hanno regole e logiche tali che rendono molto difficile portare una testimonianza evangelica libera e incisiva. Il rischio grande è quello di essere trasformati in dei personaggi che – come UFO – atterrano in un mondo a loro estraneo, vengono riconosciuti come dei “fenomeni” che alimentano il “circo mediatico”, ma al prezzo di essere usati. Si realizza quel paradosso per cui da discepoli di Gesù desideriamo mostrarci prossimi a tutti, qualsiasi sia il contesto in cui ci poniamo, disponibili a condividere quanto vivono tutti, pur con una diversità che ci rende particolari; ma accade spesso che quella “diversità” venga utilizzata per altri fini e ci venga sottratta, con il risultato che ci troviamo privati di ciò che ci aveva motivato a “scendere in campo” per condividere la nostra “originalità” con gli altri (Cristina non era solo una cantante brava tra altri cantanti bravi, ma era suor Cristina!).
La domanda che mi pongo è molto difficile e dolorosa per me: è ragionevole – a partire dall’esperienza – riconoscere con umiltà che ci siano degli ambiti e dei contesti in cui, nonostante la nostra buona e sincera volontà, non ci è possibile portare la testimonianza evangelica che noi vorremmo condividere? E’ ragionevole pensare che sia più opportuno valorizzare altri ambiti di missione e di testimonianza che possono accogliere e valorizzare meglio la “diversità” di cui noi siamo portatori? Qual è la linea di discrimine per cui consentiamo al “circo mediatico” di trasformarci in dei personaggi secondo le regole dello spettacolo? In particolare mi chiedo se la “logica dell’esibizione”, tipica del mondo dello spettacolo, sia coerente con la prospettiva evangelica scelta nella vita religiosa, che chiede di marcare una differenza rispetto alla logica del mondo, invitandoci a percorrere la via della piccolezza, dell’umiltà, del servizio ai più piccoli e ai più poveri e se non sia più realistico riconoscere che a certe modalità di presenza non risulta conveniente prestarsi. Attenzione: non dico queste cose per moralismo! Io stesso in teoria non le valuto incompatibili; ma è la realtà dei fatti che ci conduce ad un’altra valutazione.

Nelle parole pronunciate da Cristina nell’intervista non c’è alcun rimpianto per le scelte passate; lei stessa ci aiuta a leggere il suo percorso in una logica continuità, pur nella differenza delle scelte che ha compiuto in seguito. Che dire?
Non ci resta che augurare a Cristina un buon cammino; di trovare la pace e di comprendere come il Signore la chiama a seguirlo nel cammino della sua vita; per lei come per tutti non possiamo desiderare altro che questo.
Molte le domande irrisolte che questa vicenda ci lascia, domande che ci impongono di riflettere e di confrontarci per comprendere quale sia la via della prudenza e della testimonianza su cui il Signore ci chiama a spenderci. La responsabilità di accompagnare altri giovani nel cammino di vita evangelica ci impone di cercare insieme le risposte con coraggio, ma anche con prudenza.

Il fascino della rivoluzione

Non si può rimanere indifferenti e non commuoversi di fronte ad una massa crescente di giovani iraniane e iraniani che per il terzo mese di fila scendono in piazza ogni sera per invocare la libertà e la fine di un regime oppressivo e violento che non si fa scrupolo di arrestare, torturare e uccidere uomini, donne e giovanissimi.
Noi occidentali, che ci consideriamo figli maturi di molte rivoluzioni, ci commuoviamo facilmente quando si inneggia alla libertà: abbiamo tutta una serie di narrazioni mitiche, da cui ci sentiamo generati, che esaltano il potere del popolo contro oppressori di varie specie e di varie latitudini; dalla Rivoluzione Francese, al movimento nonviolento di Gandhi, al movimento per i diritti civili di Martin Luther King, al movimento contro l’apartheid sudafricano di Nelson Mandela (ovviamente con le doverose differenze). Vedere le immagini che provengono dall’Iran, sentire gli slogan urlati incessantemente per le piazze per settimane, sapere della resistenza contro gli arresti, le uccisioni arbitrarie, le torture … tutto questo ci commuove profondamente: anche noi vorremmo che questi giovani venissero ascoltati e liberati dall’oppressione del regime, che potessero conquistare quella libertà che desiderano vivendo in pieno la loro giovinezza, potendo corrispondere ai loro desideri … come i giovani e le giovani dei paesi occidentali.

Dentro di me, però sento qualcosa che stride.
Mi commuovo profondamente, ma non sono felice per quanto sta accadendo in Iran: non posso non pensare che queste/i giovani, insieme ad un regime iniquo e violento, che purtroppo si appoggia in modo indebito e colpevole ad un sistema religioso, rivelando una perversa sovrapposizione, insieme al regime e a tutte le sue ingiustizie rischiano di gettare via anche la loro fede in Dio. La sacrosanta ricerca della libertà, il desiderio di essere liberati dai regimi ingiusti, soprattutto quando questi sistemi si sovrappongono a sistemi religiosi che invece di essere al servizio delle persone le dominano giustificando la violenza, nella corso della storia ha condotto e conduce anche oggi le persone a pensare che la vera libertà sia da ricercare lontano da ogni esperienza religiosa che – quasi per definizione – sembrerebbe voler negare quella libertà che le persone desiderano.

Come uomo credente, molto amante della libertà, desidererei dire e testimoniare a tutti queste/i giovani che anche Dio desidera la nostra libertà e che per trovarla possiamo/dobbiamo denunciare le ingiustizie, quelle che anche lui condanna – tanto più se sono commesse da uomini che pretendono di parlare in suo nome -, ma non abbiamo bisogno di allontanarci da Lui che ama a tal punto la nostra libertà da accostarsi a noi con discrezione, invitandoci alla sua amicizia con tenerezza: “se vuoi…“.
Il Signore ci perdoni se non sappiamo testimoniare la nostra libertà vissuta serenamente nella fede; se ancora prevale l’idea che per essere liberi sia necessario rifiutare ogni relazione con Dio e con la comunità dei credenti; se come comunità cristiana non sappiamo far risplendere sul nostro volto la gioia della sequela e dell’amicizia con Gesù e ci mostriamo come persone tristi, affaticate e oppresse, persone da cui è meglio stare lontano se si desidera essere liberi e felici.

Mi piace ricordare a me stesso e a tutte/i le/i giovani che desiderano la libertà quelle parole paradossali di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero” (Mt 11,28-30). Quel giogo, per molti simbolo perverso di oppressione e di schiavitù, per Gesù rappresenta un legame di amore, la possibilità di trovare ristoro per la propria vita proprio in un legame che consente di camminare fianco a fianco, come scelgono liberamente di fare i coniugi (che mi piace pensare uniti [“con – iugum”] dallo stesso giogo).

“Donna, vita, libertà!” sono parole preziose, che credo Dio possa volentieri fare proprie.
Mi auguro che, mentre queste/i giovani guardano all’Occidente desiderosi di libertà, possano trovare il volto di uomini e donne credenti, liberi e gioiosi che testimoniano che per trovarla non è affatto necessario liberarsi della fede e della relazione con Dio.

Il bue dice “cornuto” all’asino

Il caso è esploso, nel modo più brutale e sulla pelle dei più deboli (tutti fragili! senza distinzione di età o di sesso). La fiera dell’ipocrisia europea ha aperto i cancelli e lo spettacolo è iniziato: grottesco e nauseante!
Il governo italiano, confermando le previsioni e gli annunci, svela il suo volto ideologico montando un caso per l’accoglienza di poche centinaia di persone salvate dalle navi delle ONG; il governo francese – da sempre indisponibile all’accoglienza degli irregolari (vedi vicende di Ventimiglia o dei passi alpini tra Italia e Francia) -, senza curarsi dell’ipocrisia delle sue parole, fa la morale all’Italia. I paesi del Mediterraneo (Grecia, Malta Cipro, Italia), tutti accusati più volte dai tribunali internazionali e dalle commissioni ONU di respingimenti illegali nei confronti dei migranti, lanciano il guanto della sfida all’Europa (vedi articolo di Avvenire) aprendo un fronte giustamente definito “disumano”.
In questo contesto l’Italia, nonostante i tanti appelli delle associazioni e i reports con le denunce delle agenzie internazionali dell’ONU che hanno certificato abusi e continue violazione dei diritti umani, il 2 novembre scorso ha rinnovato il Memorandum di collaborazione con la Libia (siglato e riconfermato dai governi di centrosinistra), finanziando la cosiddetta Guardia costiera e il sistema dei campi profughi, riconosciuti da tutti come dei lager gestiti da bande di criminali con l’appoggio delle autorità.

Quello che stupisce maggiormente è che in tutti questi discorsi sui principi astratti, sul rispetto dei trattati e nell’assurdo processo di criminalizzazione delle ONG quasi nessuno prenda atto della realtà che è sotto ai nostri occhi e che nessuno vuole vedere per quello che è: quegli uomini, donne, bambini che noi definiamo migranti irregolari stanno fuggendo da situazioni in cui non è possibile vivere a causa delle carestie, delle guerre, dei regimi violenti e corrotti, spesso sostenuti sottobanco dai governi occidentali, dalla Russia o dalla Cina, perché conniventi con le compagnie che ne sfruttano le risorse naturali. Tutto questo non si vuole vedere e si preferisce criminalizzare le vittime considerandoli invasori, salvo poi scambiarsi a vicenda accuse di disumanità e di mancanza di rispetto dei trattati.

L’incapacità e l’indolenza nell’affrontare questa crisi umanitaria in modo efficace e solidale sta creando una frattura grave nell’Unione Europea, perché viene messa in difficoltà proprio nei suoi principi fondativi, che sono da tutti evocati in modo formale nelle affermazioni, ma che non vengono applicati nella realtà. Lo ha richiamato il presidente Mattarella nel suo discorso in occasione del trentesimo anniversario dei trattati di Maastricht; lo richiama continuamente il Papa.

Questo non è il momento di farsi la morale reciprocamente, perché, anche in questa situazione, nessuno è nelle condizioni etiche per scagliare la prima pietra.
Si tratta invece di ricomprendere cosa significhi il rispetto della dignità e del valore della persona, il dovere dell’accoglienza di chi si trova in pericolo di vita, il dovere di solidarietà nei confronti di chi è privo del necessario per vivere, il diritto di ogni persona a migrare per cercare condizioni migliori di vita per sé e per la propria famiglia, il diritto fondamentale all’assistenza sanitaria, a vivere in condizioni di sicurezza, all’istruzione, alla pace… e come tradurre in concretezza – insieme – tutti questi valori, diritti, doveri e principi.
E’ ancora più stridente e scandalosa tutta questa situazione mentre abbiamo chiara consapevolezza di cosa possa fare la guerra a poche centinaia di chilometri da casa nostra: ne siamo testimoni quotidianamente; ognuno di noi conosce persone che ne sono state vittime e che hanno trovato rifugio in Italia, Paese che, dopo la Polonia, ha avuto il maggior numero di rifugiati dall’Ucraina. Si è detto – con intelligenza – che quel modello di accoglienza ha funzionato alla grande: è stato caratterizzato dalla sussidiarietà, dalla libertà di circolazione, dalla possibilità di trovare velocemente lavoro, dagli inserimenti scolastici … Eppure siamo incapaci di comprendere che la stessa cosa possa valere per coloro che fuggono da altre guerre (Siria, Etiopia, Eritrea, Sudan, Afghanistan, Pakistan, Libano, Egitto, Libia, Nigeria, …), come se i loro diritti fossero annullati e fossero semplicemente degli invasori.

Se l’Europa vuole essere maestra di democrazia e di difesa dei diritti umani e contrapporsi moralmente agli autocrati senza scrupoli che governano altre parti del mondo, non può pensare che questi valori su cui afferma di essere fondata non abbiano un prezzo e delle esigenze. Vale anche per l’Europa il principio che Paolo VI richiamava a tutti i cristiani: “il mondo è più disponibile ad ascoltare i testimoni dei maestri“.
Se vogliamo parlare di democrazia e del rispetto dei diritti e dei doveri, prima di fare la morale ad altri, proviamo a viverli noi per primi senza scagliarci pietre addosso ed evitando di farci le prediche a vicenda su come ci aspetteremmo che gli altri Paesi si debbano comportare: non siamo davvero credibili! Questo vale per l’Italia come per la Francia o per tutti gli altri Paesi europei che per ora hanno dimostrato solamente di voler difendere i propri interessi nazionali in barba e in spregio a tutte le leggi internazionali e a tutti i trattati.
Cerchiamo solo di evitare una gara tra chi vuole mostrare il volto più disumano a chi domanda solo di essere riconosciuto come una persona.

Le due povertà

Domenica 13 novembre si celebra la VI Giornata mondiale del poveri, voluta da papa Francesco “come sana provocazione per aiutarci a riflettere sul nostro stile di vita e sulle tante povertà del momento presente“.
Il MESSAGGIO che il Papa ci ha inviato per aiutarci a vivere questa giornata è molto intenso e, chiaramente, richiama le conseguenze della guerra in Ucraina e di tutte le guerre. La povertà non è un flagello che si abbatte sull’umanità, ma la conseguenza di scelte ingiuste.

Mi è molto piaciuto il passaggio in cui il Papa parla di due povertà: una che uccide e una che libera. Riporto e condivido quel passo per aiutare a cogliere la provocazione che nasce da questa giornata:
Il messaggio di Gesù ci mostra la via e ci fa scoprire che c’è una povertà che umilia e uccide, e c’è un’altra povertà, la sua, che libera e rende sereni.
La povertà che uccide è la miseria, figlia dell’ingiustizia, dello sfruttamento, della violenza e della distribuzione ingiusta delle risorse. È la povertà disperata, priva di futuro, perché imposta dalla cultura dello scarto che non concede prospettive né vie d’uscita. È la miseria che, mentre costringe nella condizione di indigenza estrema, intacca anche la dimensione spirituale, che, anche se spesso è trascurata, non per questo non esiste o non conta. Quando l’unica legge diventa il calcolo del guadagno a fine giornata, allora non si hanno più freni ad adottare la logica dello sfruttamento delle persone: gli altri sono solo dei mezzi. Non esistono più giusto salario, giusto orario lavorativo, e si creano nuove forme di schiavitù, subite da persone che non hanno alternativa e devono accettare questa velenosa ingiustizia pur di racimolare il minimo per il sostentamento.
La povertà che libera, al contrario, è quella che si pone dinanzi a noi come una scelta responsabile per alleggerirsi della zavorra e puntare sull’essenziale. In effetti, si può facilmente riscontrare quel senso di insoddisfazione che molti sperimentano, perché sentono che manca loro qualcosa di importante e ne vanno alla ricerca come erranti senza meta. Desiderosi di trovare ciò che possa appagarli, hanno bisogno di essere indirizzati verso i piccoli, i deboli, i poveri per comprendere finalmente quello di cui avevano veramente necessità. Incontrare i poveri permette di mettere fine a tante ansie e paure inconsistenti, per approdare a ciò che veramente conta nella vita e che nessuno può rubarci: l’amore vero e gratuito. I poveri, in realtà, prima di essere oggetto della nostra elemosina, sono soggetti che aiutano a liberarci dai lacci dell’inquietudine e della superficialità
“.

Sull’esempio di Gesù “che, da ricco che era, si è fatto povero” (2Cor 8,9), anche noi siamo chiamati a farci poveri per divenire liberi e per aiutare altri a conquistare la loro libertà.

Salvati dall’acqua

Mi è capitato altre volte di cogliere dei collegamenti inusuali e discutibili tra le notizie che vengono riportate dai quotidiani.
In questi giorni molti plaudono all’intelligente soluzione che ha finalmente posto la Basilica di san Marco a Venezia al riparo dal fenomeno dell’acqua alta: un sistema di paratie di cristallo difende questo straordinario edificio monumentale dall’ingresso dell’acqua, capace di causare innumerevoli danni. E’ giusto gioire quando l’intelligenza e la creatività delle persone risolvono problemi.

La la Basilica Patriarcale di Venezia non è l’unico tesoro minacciato dall’acqua.
Ho ancora negli occhi le immagini che qualche settimana fa ci mostravano le condizioni delle popolazioni del Pakistan.


E’ di questi giorni la notizia di centinaia di persone recuperate in mare mentre erano in pericolo e la relativa difficoltà dei governi, in particolare quello italiano, ad accoglierle riconoscendo il valore della vita di queste persone bollate semplicemente come illegali, senza domandarsi seriamente cosa abbia spinto ognuno di loro ad intraprendere quel viaggio così pericoloso.

L’acqua nella Scrittura è spesso considerata come elemento da cui essere salvati. Celebre è il racconto che leggiamo ogni anno nella notte di Pasqua dell’azione mirabile di Dio intervenuto per salvare il suo popolo nel passaggio del Mar Rosso. Ma che dire del profeta Giona, o dello stesso san Paolo che per tre volte ha vissuto l’esperienza del naufragio? O dei discepoli di Gesù che attraversando il Lago di Tiberiade, pur essendo esperti pescatori, si trovano in pericolo di morte?

Salvare dall’acqua è una delle azioni che rivelano la misericordia di Dio, il suo amore e il valore che attribuisce alla nostra vita.
Ci sono molti “tesori” che si possono salvare, per i quali mettere in campo ingegno, creatività, risorse economiche e misericordia. E quando non considereremo scartabile o residuale nessuno di questi tesori – preziosi agli occhi di Dio – allora potremo davvero gioire e fare festa perché abbiamo saputo dare il meglio di noi stessi, perché abbiamo rivelato lo splendore della nostra umanità.

Un passo avanti per la pace

La guerra in Ucraina continua con le tragedie che provoca ogni giorno.
Viviamo il rischio di abituarci nel fare quotidianamente i conti con le morti, le violenze, gli abusi di ogni tipo; il nostro animo non riesce a stare in uno stato permanente di dolore e di sgomento di fronte all’orrore che la guerra provoca; per questo si crea come un callo che ci difende, ci scherma, ci impedisce di venire travolti dalla sofferenza: è un meccanismo di difesa naturale. Di conseguenza ci troviamo a derubricare la portata delle notizie che riceviamo e le releghiamo in un sottofondo che, sebbene tristemente, caratterizza la nostra vita, a cui non facciamo più caso, come chi abita vicino ad una ferrovia non registra più il rumore dei treni che transitano.

A fronte di questa situazione, che rimane gravissima, si stanno mobilitando diverse realtà della “società civile” le quali, volendo sollecitare i governi ad un approccio diverso sulla questione del conflitto russo-ucraino, senza rimanere prigionieri del sistema binario rappresentato dalle sanzioni economiche e dal sostegno alla resistenza ucraina mediante l’invio sempre più massiccio di armi, scenderanno in piazza a manifestare il desiderio di pace sia nel prossimo weekend che nella giornata del 5 novembre.
Rispetto a queste manifestazioni, sinceramente, nutro alcuni dubbi.

Da una parte – come affermano molti sostenitori delle manifestazioni – ritengo doveroso riportare all’attenzione pubblica la prospettiva della pace; dall’altro ritengo ingenuo e anche un po’ “borghese” accontentarsi di andare in piazza a protestare contro la guerra. Chiedendo scusa anticipatamente per l’evidente rischio di banalizzare, credo che non sia più il tempo per urlare “cattivo Putin” e “poverini gli Ucraini” o, peggio, “fate i bravi, non litigate più e fate la pace“: questo modo di manifestare (chiedo ancora scusa per la parodia) sarebbe inutile e offensivo per chi si trova a soffrire quotidianamente per le conseguenze della guerra.
Ritengo, invece, che questo sia il momento per compiere un passo in avanti, per fare delle proposte che possano effettivamente avviare un processo di pace che richiede ascolto effettivo tra le parti e disponibilità a mediare, con una prospettiva a breve e medio termine.

Ho letto con interesse su “Avvenire” sia l’intervento del prof. Stefano Zamagni che l’appello di undici intellettuali (anche se con un po’ di disappunto nel vedere solo una donna tra i firmatari), i quali propongono dei passi concreti per avviare un negoziato che conduca effettivamente alla pace, intesa – come spiega bene Zamagni nel suo testo – come pace positiva e non semplicemente come cessazione del conflitto (Il fine del negoziato non può limitarsi a conseguire una pace negativa nel senso di Johan Galtung che, già nel 1975, introdusse la distinzione, divenuta poi celebre, tra pace negativa e pace positiva. (…). Mentre la prima fa riferimento all’assenza di violenza diretta (‘al cessate il fuoco’, come si usa dire), la seconda fissa le condizioni che servono per aggredire le cause della guerra).

L’altra attenzione che dobbiamo avere, per non cedere ad una logica “borghese” nel manifestare per la pace, rimane quella già richiamata nei mesi passati e che può essere espressa in queste domande: cosa sono disponibile a cambiare nella mia vita per contribuire alla pace? In che cosa si manifesta il mio impegno per la pace riguardo alle mie priorità, al mio modo di usare il tempo, il denaro, le cose… come incide nella mia vita il mio impegno per la pace? Quali proposte concrete per noi in queste manifestazioni?
Penso ai tanti che si sono impegnati nell’accoglienza dei profughi: la loro vita è cambiata, si sono fatti carico di una presenza per testimoniare il volto di un’umanità che non è ostile; penso ai molti che sono andati in Ucraina per condividere il dolore della guerra, per stringere mani, per testimoniare la prossimità a chi soffre le drammatiche conseguenze della guerra; penso ai tanti che si sono impegnati fattivamente nella raccolta viveri e di materiale necessario … penso a chi quotidianamente prega per la pace, che sta di fronte al Signore con fiducia per condividere con Dio il sogno della pace e della fraternità, della giustizia (come ci ricordava il vangelo della messa di ieri) …

Ma io e tutti quelli che sceglieranno di andare in piazza a manifestare il loro desiderio di pace, noi, siamo disponibili a farci toccare personalmente dalla tragedia della guerra, a “riconoscere l’abisso del male nel cuore della guerra” (FT 261)?
Mi piacerebbe che, accanto agli appelli e agli inviti per i governi, chi scende in piazza portasse l’adesione personale ad una proposta concreta che incide sulla sua vita e che contribuisce al processo di pace.
Senza questa disponibilità a mettersi in gioco personalmente, la manifestazione per la pace non solo sarà inefficace rispetto agli obiettivi che si pone, ma sarà anche considerata ingenua e superficiale da coloro che sono i destinatari dei nostri appelli.
Certamente deve cessare il conflitto, devono tacere le armi, ma occorre indicare la strada per costruire la pace, dimostrando la disponibilità a percorrerla anche noi insieme a coloro che oggi si considerano nemici.

Non sono un astensionista

Il 25 settembre 2022 non potrò esercitare il mio diritto/dovere di voto nelle elezioni politiche, ma non sono un astensionista. Da mesi era previsto che in quei giorni sarei stato in Terra Santa per un pellegrinaggio organizzato dal Seminario; purtroppo la caduta del Governo e la repentina convocazione delle consultazioni elettorali mi mettono nelle condizioni di non poter votare e me ne dispiace molto.
Questo breve post rappresenta un tentativo (vano probabilmente) di non essere computato tra coloro che in quel giorno si asterranno dal voto e, nel mio piccolo, un caldo invito a tutti coloro che possono farlo ad andare a votare.
Credo nella democrazia nonostante la sua evidente fragilità; essa ci chiama alla responsabilità di sentirci parte, anche con il voto, della costruzione del bene comune.

Sobrietà, democrazia e fraternità

Le conseguenze della guerra dilagano, accompagnate da quelle generate dalla crisi climatica. Con voce sommessa, per non rovinare la spensieratezza dell’estate e la voglia di divertirsi (e di spendere denaro), ci stanno dicendo che si sta preparando un autunno/inverno molto difficile sul piano economico e sociale.
Qualcuno si era illuso di poter rimanere telespettatore anche di questa guerra, come delle tante di cui negli anni abbiamo più o meno distrattamente avuto notizia; invece, poiché tutto è connesso, presto dovremo fare i conti con una situazione inedita, che richiederà delle scelte importanti non solamente ai governi dei vari paesi, ma anche ai singoli cittadini.
In questo testo mi limito a richiamare (ancora una volta) quale possa (debba) essere il modo in cui vivere la situazione difficile che ci si presenterà presto; riassumo tutto intorno a tre parole: sobrietà, democrazia e fraternità, anche queste strettamente connesse tra loro.

Sobrietà
Nelle prossime settimane (anche nei prossimi giorni) dovremo fare i conti con la mancanza di alcune risorse fondamentali; anche se in questa parte del mondo non siamo abituati neppure a pensarlo, dovremo essere consapevoli che non ci sarà una disponibilità incondizionata e illimitata di gas, acqua e cibo e che comunque, diminuendo la disponibilità, i prezzi di alcuni beni essenziali non saranno accessibili a tutti.
I governi dovranno fare delle scelte, privilegiando alcuni (le industrie, per esempio, al fine di conservare i posti di lavoro) a sfavore di altri (i privati e il riscaldamento domestico), richiamando al principio del bene comune.
A fronte di questa situazione potremo arrabbiarci, potremo subire quanto accade con spirito di rassegnazione, oppure potremo fare una scelta di sobrietà, diventando parte attiva di un processo che potrà essere più sostenibile se vedrà la partecipazione di tutti.
Ho sentito che in Germania, per il prossimo inverno, stanno pensando di organizzare luoghi comuni riscaldati in cui radunare le persone durante la giornata, per far fronte alla crisi del gas. Ogni crisi, se non subita, può stimolare una grande creatività in cui ognuno di noi può tirare fuori il meglio di sé e trasformare una crisi in un’opportunità. La sobrietà nell’uso delle risorse, forse sarà anche un modo per imparare a vivere secondo uno stile più sostenibile.
Tale prospettiva però non sarà perseguibile se le persone non si sentiranno corresponsabili di un processo in cui è importante che ognuno faccia la sua parte, soprattutto a fronte di pesanti sacrifici che saranno richiesti. Questo percorso non sarà perseguibile se non riscopriremo i fondamenti della nostra democrazia.

Democrazia
Molte delle guerre di questi ultimi 70 anni (e questa non fa differenza) sono state combattute in nome della democrazia (pensiamo a quella del Vietnam o a quella dell’Iraq, per non parlare della Siria). Abbiamo ormai compreso che la democrazia non si può esportare, ma non abbiamo ancora compreso che, per chi apprezza tale ordinamento, è un dovere testimoniarla e custodirla dalle sue degenerazioni.
A fronte di popoli che combattono per difendere un sistema democratico dall’aggressione di sistemi dittatoriali di vario tipo, viviamo in un tempo di grande crisi della democrazia e di grande difficoltà a governare Paesi retti da sistemi democratici (l’Italia ne è un chiaro esempio).
La democrazia non è un valore astratto, ma un modo corresponsabile di vivere insieme, perseguendo il bene comune. La democrazia non è un equilibrio artificiale e precario tra vari interessi corporativi, ma l’impegno di ognuno e di ogni articolazione della società per edificare una casa comune secondo i valori della giustizia e della solidarietà.
Senza questi fondamenti riconosciuti e condivisi, la democrazia si trasforma in una specie di Far West, in una guerra tra bande che, con modalità più o meno violente (sebbene legittime sul piano giuridico) si spartiscono la torta disponibile senza interessarsi di chi ne rimane privo e rimanendo indifferenti rispetto ai doveri di giustizia e solidarietà (ne è un esempio la grave piaga dell’evasione fiscale).
Paradossalmente ci troviamo nella triste congiuntura per cui, a fronte di persone che combattono per difendere la democrazia, ci sono tante altre persone che vivono in paesi retti da sistemi democratici che ne hanno perso il senso e il valore, perché non si sentono coinvolte e riconosciute nei loro bisogni e nelle loro aspirazioni (vedi per esempio l’altra grave piaga della disoccupazione giovanile e della faglia intergenerazionale), disertando gli appuntamenti elettorali.
Se vuole essere apprezzabile, la democrazia deve essere in grado di mostrare non solo la possibilità di vivere godendo di una libertà individuale, ma i suoi valori fondativi e la sua capacità di coinvolgere attivamente e corresponsabilmente tutti i cittadini e le cittadine nel perseguimento del bene comune. La democrazia dovrebbe essere una casa comune in cui le persone sono contente di abitare e, insieme, si impegnano per renderla sempre più bella e accogliente.
Se non è così, come purtroppo pare che accada in molti paesi occidentali che si definiscono democratici, se non emerge in modo evidente la differenza rispetto ai sistemi autoritari, allora tutta questa narrazione rischia di diventare una farsa e quello che rimane è la lotta tra vari potentati che, a livello globale, cercano di impadronirsi delle risorse del Pianeta al fine di arricchire pochi privilegiati (i famosi oligarchi presenti ovunque, non solo in Russia) sia nei paesi democratici, che nei paesi retti da governi autoritari.
Se non riscopriamo il valore e il gusto della democrazia, saremo deboli e non credibili (moralmente corrotti, come ci definisce il Patriarca Kirill di Mosca) di fronte a chi ci mostra la forza dell’autoritarismo, che non si fa scrupoli ad umiliare e uccidere le persone per perseguire e difendere i propri fini.

Fraternità
E’ l’unica vera risposta alla guerra!
Lo ha richiamato bene il Papa coniando un neologismo (il “cainismo” insito in noi) e rievocando il conflitto primordiale tra Caino e Abele che ha portato al primo fratricidio. Tutto il libro della Genesi – che narra le origini dell’umanità e di Israele – racconta di una storia che si sviluppa intorno ai successivi conflitti tra fratelli (Caino e Abele; i figli di Noé; Abramo e Lot; Isacco e Ismaele; Giacobbe e Esaù …). Questi conflitti saranno sanati e riconciliati da Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, nonostante le ingiustizie subite per l’invidia dei fratelli, spezza la catena della vendetta e diventa fautore di riconciliazione e di pace (Gen 50, 15-21).
Anche per noi la fraternità rimane una sfida importante. Finché non ci riconosciamo come fratelli, con tutto ciò che questo termine comporta, non potremo mai costruire la pace. In particolare, noi cristiani abbiamo questa grande responsabilità nel mondo: vivere e testimoniare la parabola della fraternità nella differenza dei sessi, delle culture, delle sensibilità, delle idee politiche, degli stati sociali.
Trovo bellissimo il breve testo che san Paolo scrive a Filemone affinché accogliesse Onesimo, suo schiavo, come fratello in Cristo. Formalmente era il suo schiavo, ma poiché ne condivideva la fede e l’appartenenza ecclesiale, Paolo chiede a Filemone di stare di fronte ad Onesimo riconoscendolo come suo fratello. Ci sono voluti secoli perché la piaga della schiavitù fosse abolita (almeno legalmente) anche nei paesi cristiani. La chiave è stata quella data da Paolo molti secoli prima: la fraternità.
Non saranno i compromessi economici o i trattati internazionali che ci garantiranno la pace; forse potranno far cessare il rumore delle armi nel momento in cui tutti lo riconosceranno conveniente, ma la pace si costruirà solamente attraverso la fraternità, e noi cristiani ne siamo i primi responsabili.
Senza una fraternità testimoniata, il Vangelo rimane un’utopia irrealizzabile e frustrante. Se invece tale fraternità verrà testimoniata custodendo tutte le differenze, che non divengono motivo di conflitto, allora una speranza per il mondo è possibile.
Questa è la sfida che si rinnova per noi cristiani in questo tempo: essere costruttori di fraternità e di pace per testimoniare il Vangelo di Gesù.

Ci prepariamo a vivere tempi più difficili, anche se ci risulta difficile crederlo dopo più di due anni di Covid. A noi è data la possibilità di non subirli in modo rassegnato, ma di cogliere questo tempo come un’opportunità per fare emergere il meglio di noi stessi ereditato dalla nostra storia, vivendo in modo creativo, la sobrietà, la democrazia e la fraternità… Se accadesse, sicuramente diventeremmo più umani.


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