Prudenza

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Nelle settimane passate, molti giornali hanno messo in evidenza il fatto che, a proposito dell’accoglienza dei rifugiati e dei profughi, papa Francesco ricordasse che tale disponibilità deve essere sempre vissuta con prudenza.
Poiché abbiamo ormai perduto un vocabolario condiviso e, alcune parole importanti chiederebbero di essere comprese nel contesto in cui sono state pronunciate, tale espressione ha causato molti fraintendimenti e ognuno si è sentito in diritto di dare la sua interpretazione di questa puntualizzazione del Papa.
Ricordo che la prudenza è una delle quattro virtù cardinali (insieme alla fortezza, alla giustizia e alla temperanza); esse sono costitutive dell’essere umano nella sua dignità indipendentemente dal suo essere o meno un credente.
Per comprendere bene quanto afferma il Papa, ho voluto riprendere e riportare integralmente il Compendio per la dottrina sociale della Chiesa a proposito di questa grande e preziosa virtù (i grassetti e le sottolineature sono le mie).

547 Il fedele laico deve agire secondo le esigenze dettate dalla prudenza: è questa la virtù che dispone a discernere in ogni circostanza il vero bene e a scegliere i mezzi adeguati per compierlo. Grazie ad essa si applicano correttamente i principi morali ai casi particolari. La prudenza si articola in tre momenti: chiarifica la situazione e la valuta, ispira la decisione e dà impulso all’azione. Il primo momento è qualificato dalla riflessione e dalla consultazione per studiare l’argomento richiedendo i necessari pareri; il secondo è il momento valutativo dell’analisi e del giudizio sulla realtà alla luce del progetto di Dio; il terzo momento, quello della decisione, si basa sulle precedenti fasi, che rendono possibile il discernimento tra le azioni da compiere.

548 La prudenza rende capaci di prendere decisioni coerenti, con realismo e senso di responsabilità nei confronti delle conseguenze delle proprie azioni. La visione assai diffusa che identifica la prudenza con l’astuzia, il calcolo utilitaristico, la diffidenza, oppure con la pavidità e l’indecisione, è assai lontana dalla retta concezione di questa virtù, propria della ragione pratica, che aiuta a decidere con assennatezza e coraggio le azioni da compiere, divenendo misura delle altre virtù. La prudenza afferma il bene come dovere e mostra il modo con cui la persona si determina a compierlo. Essa è, in definitiva, una virtù che esige l’esercizio maturo del pensiero e della responsabilità, nell’obiettiva conoscenza della situazione e nella retta volontà che guida alla decisione.

Bestemmie

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Questa mattina ho incontrato questo brano molto antico che mi ha fatto molto pensare. Lo condivido perché viviamo tutti una responsabilità nella nostra testimonianza.

Dice il Signore: Il mio nome è bestemmiato tra tutti i popoli (cfr. Is 52, 5). E ancora: Guai a colui a causa del quale il mio nome viene bestemmiato (cfr. Rm 2, 24). Ma perché viene bestemmiato? Perché noi non mettiamo in pratica ciò che insegniamo. Infatti la gente, sentendo dalla nostra bocca le parole di Dio, ne resta stupita, perché quelle parole sono buone, sono stupende. Ma poi, notando che le nostre azioni non corrispondono alle parole che diciamo, ecco che prorompono in bestemmie, affermando che tutto ciò non è che una favola e una serie di inganni.
Sentono da noi ciò che dice Dio: Non è per voi un merito, se amate quelli che amano voi; merito lo avete se amate i vostri nemici e coloro che vi odiano (cfr. Mt 5, 46). Udendo ciò, ammirano la nobiltà di tanto amore. Ma vedono poi che noi, non soltanto non amiamo quelli che ci odiano, ma nemmeno quelli che ci vogliono bene. Allora si fanno beffe di noi e così il nome di Dio è bestemmiato. Fratelli, compiamo la volontà di Dio, Padre nostro, e faremo parte di quella Chiesa spirituale che fu creata prima ancora del sole e della luna. Ma se non faremo la volontà del Signore, sarà per noi quell’affermazione della Scrittura che dice: La mia casa è diventata una spelonca di ladri (cfr. Ger 7, 11; Mt 21, 13). Perciò facciamo la nostra scelta, cerchiamo di appartenere alla Chiesa della vita, per essere salvi. (Omelia di un autore del II secolo).

San Martino

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Domani sarà la festa di san Martino. La grande fiera è già iniziata da ieri. Sentimenti di gioia, colori, profumi, voglia di stare insieme; le giostre per i bambini che, almeno una volta all’anno, abbandonano i video giochi ed escono di casa per giocare insieme. Il clima dolce di questo autunno ci favorisce nel vivere queste giornate nella gioia e nella spensieratezza … ma san Martino cosa c’entra? Tutto quello che viviamo in questi giorni potrebbe esserci anche senza di lui. Possibile che “san Martino” sia solo uno dei titoli della fiera, che peraltro è simpaticamente rappresentata da quelle imponenti corna di bue appese sotto l’arco di piazza Ganganelli?

E invece con lui cosa guadagneremmo per la nostra festa?

Martino è famoso per il suo gesto di carità. Ha ceduto parte del suo mantello ad un uomo mendicante sul ciglio della strada. Non ha dato il suo mantello di scorta e neppure quello vecchio che doveva buttare, ma ha condiviso il suo unico mantello. Martino ci insegna che la festa nasce dalla condivisione di ciò che possediamo.

Martino è stato un grande evangelizzatore. Nella sua vita si è prodigato fino allo stremo delle forze per far conoscere Gesù e la proposta del Vangelo, convinto che essa potesse far vivere in pienezza ogni uomo e ogni donna. Martino ci insegna che la festa nasce dalla condivisione della fede e del Vangelo, quando anche noi lo abbiamo scoperto come la sorgente di una vita vissuta in pienezza.

Martino è il primo santo non martire della Chiesa di Occidente, testimone di una vita santa vissuta nell’impegno quotidiano. Martino ci insegna che la nostra vita di tutti i giorni può diventare un tempo straordinario se vissuto nella risposta all’invito di Gesù che si rinnova per noi ogni giorno.

Buona festa di san Martino carissimi amici e amiche di Santarcangelo.

Il sogno di Dio

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Si avvicinò a lui uno degli scribi che li aveva uditi discutere e, visto come aveva ben risposto a loro, gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è:Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima,con tutta la tua mente e con tutta la tua forza. Il secondo è questo: Amerai il tuo prossimo come te stesso. Non c’è altro comandamento più grande di questi». (Mc 12,28-31)

Mi ha molto colpito la coincidenza di questo brano del Vangelo nel giorno in cui il nostro Paese ricorda il centenario della fine della Grande Guerra, «l’inutile strage» che costò la vita a milioni di persone. La coincidenza tra il ricordo della guerra e la parola del Vangelo sembrerebbe stridere pesantemente: come si fa a parlare di amore quando ricordiamo la fine di una follia in cui l’uomo ha rivelato il peggio di sé?

Quando Dio ci consegna i comandamenti dell’amore, compie un grande atto di fiducia in noi. Chiederci di amare lui con tutto il cuore, la mente, la forza e di amare il prossimo come noi stessi, testimonia che Dio, in sé stesso, crede che noi siamo capaci di farlo, altrimenti non ce lo chiederebbe.

Dobbiamo essere onesti: noi facciamo fatica a crederci! Facciamo fatica a pensare che l’uomo sia capace di realizzare un livello tale di amore. Forse lo potrebbe fare qualche uomo e qualche donna eccezionale, dotato di uno spirito fuori dal comune… Ma il comandamento non è per pochi eletti: è per tutti!

Dio crede che tutti noi siamo capaci di questo amore e non ha rinunciato a questa fiducia nonostante il peccato, le atrocità e le meschinità che la storia dell’uomo ci testimonia.

Il comandamento ci rivela il sogno di Dio: il Padre ce lo riconsegna tramite il Figlio perché noi riconosciamo la sua fiducia in noi e, forti di questa fiducia, possiamo far emergere il meglio di noi stessi, ciò che ci rende più simili a Dio e che rivela l’immagine di Dio che portiamo in noi: la nostra capacità di amare.

Allora la guerra sarà davvero finita.

Senza barriere: un desiderio e un cammino

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Mercoledì 17 ottobre 2018 abbiamo iniziato il nostro anno pastorale dedicato all’accoglienza della disabilità.
Come lo scorso anno ci siamo dedicati in particolare al tema della immigrazione e dei rifugiati, sostenuti dalla riflessione iniziata l’anno precedente e stimolata dai messaggi di Papa Francesco per la Giornata della Pace 2018 e la giornata del migrante e del rifugiato, così quest’anno, aiutati dal lavoro di quasi due anni della “commissione disabilità” del CPP, abbiamo deciso di camminare insieme su questo tema.

La nostra parrocchia è una parrocchia grande e articolata dove non è semplice camminare insieme. Sentiamo dunque l’esigenza di darci alcune attenzioni comuni che ognuno declina nel suo contesto specifico.

La nostra parrocchia non parte da zero, ma da una storia di accoglienza e di integrazione che, però, chiede di essere rinnovata e ripensata alla luce di quanto ci viene portato dalla storia delle persone e delle famiglie che incontriamo.

1- Una partenza comune: i fondamenti spirituali
Per partire insieme abbiamo pensato di ricuperare i fondamenti spirituali di una comunità chiamata ad accogliere la disabilità. Abbiamo invitato don Simone Franchin, parroco di Sant’Aquilina a Rimini e responsabile del settore catechesi e disabilità dell’Ufficio Catechistico della Diocesi.
Partire dai fondamenti spirituali ci consente di non disperderci nel pensiero che siano sufficienti pochi accorgimenti, ma che piuttosto, dietro a questa intuizione, ci sia per tutti noi un invito alla conversione: così accade ogni volta che ci poniamo di fronte all’esigenza evangelica di accogliere.
Di quanto proposto da don Simone, riporto solamente tre pensieri importanti che potranno essere sviluppati personalmente e nei vari gruppi (in fondo all’articolo la possibilità di ascoltare l’audio della serata).

a. L’incontro con la disabilità mi richiama a riconoscere che anche io sono un essere portatore di limiti, limiti che devono essere riconosciuti, accolti e integrati. La parrocchia è il luogo in cui impariamo ad abitare il nostro limite personale e comunitario.

b. L’accoglienza  parte da uno sguardo capace di vedere la bellezza dell’altro e di rifletterla su colui o colei che è destinatario del nostro sguardo. E’ lo sguardo dell’altro che mi rigenera nella convinzione di essere amato e di essere prezioso. La parrocchia è scuola di contemplazione del bello e dell’amabile che Dio vede in ogni persona.

c. Accogliere non significa prima di tutto fare qualcosa per l’altro, ma significa generare in una relazione che consente all’altro di lasciar maturare il dono che è. Accogliere significa accompagnare ogni persona a riconoscersi come figlio di Dio e protagonista di una storia di salvezza. La parrocchia è il luogo in cui queste storie di salvezza vengono celebrate e in cui ognuno scopre di poter celebrare con altri la sua storia del bene di cui è portatore a vantaggio di tutti.

Sono pensieri densi che devono essere sviluppati facendoli scendere con calma nel nostro cuore e nel nostro spirito.

2- Testimonianze e provocazioni nell’accoglienza della disabilità
Poiché non partiamo da zero in questa storia di accoglienza, abbiamo ascoltato tre interventi che ci hanno aiutato a comprendere come il Signore ci sta provocando.
Abbiamo ascoltato Filippo, Alice e Sara che ci hanno riportato quanto vissuto durante l’estate nella proposta di “Animainazione“, un gruppo di adolescenti che integra ragazzi e ragazze coetanei con disabilità allo scopo di animare qualche mattina del centro estivo dei più piccoli. E’ stato bello ascoltare il cambiamento di sguardo di Alice e Sara che si sono lasciate coinvolgere in questa avventura non senza preoccupazioni, ma che hanno riconosciuto la ricchezza di questa condivisione.

Abbiamo ascoltato Thomas e Raffaella, genitori di un ragazzo con disabilità motoria, che hanno condiviso l’avventura dell’essere genitori ed di fare i conti quotidianamente con gli ostacoli all’inclusione dei bambini e ragazzi con disabilità, una difficoltà che chiede di lottare e di far valere dei diritti spesso riconosciuti solo formalmente.

Infine abbiamo ascoltato Pamela Fussi, assessore del Comune di Santarcangelo, che ha presentato il progetto partecipato proposto durante i primi mesi di quest’anno per l’abbattimento delle barriere architettoniche; tale progetto – chiamato Citalbility, una città per tutte le abilità. che ha visto il coinvolgimento di tanti anche della nostra parrocchia, ha definito l’obiettivo di intervenire sulla dimensione dell’accoglienza, prima vera barriera da abbattere, e di innescare un processo virtuoso che si riproponga continuamente di abbattere le barriere che vengono riconosciute.

3- La traccia di un cammino
Dalla serata del 17 ottobre parte un cammino che ci coinvolge tutti e che chiede a tutti di valutare su come vivere l’accoglienza nei confronti della disabilità. Ci sono alcuni momenti privilegiati su cui siamo chiamati a convergere in modo particolare:

Il tempo dell’Avvento, tempo per preparare la strada al Signore che viene, abbattendo colli, raddrizzando strade e colmando le valli.
— La veglia di Natale, come momento per lanciare un messaggio di accoglienza
Lunedì 4 febbraio – Spettacolo teatrale al Supercinema “Mio fratello rincorre i dinosauri” con Christian Di Domenico. Evento culturale offerto alla città e al territorio.
Il tempo di quaresima, tempo di conversione da ogni durezza di cuore
– La via crucis del venerdì santo, come momento dedicato alla condivisione di alcune croci trasformate in esperienza di amore.

Altre iniziative dei gruppi potranno essere condivise e aggiunte a questa traccia comune. L’importante è cominciare a camminare insieme.

qui – per chi desidera – l’audio integrale della serata

Purché sia fango – di Giovanni Tonelli

Sono giorni che medito su un pezzo che avrei voluto scrivere su questo Blog riguardo a alla vicenda che ha infiammato i quotidiani locali e nazionali la scorsa settimana.
Oggi ho letto su “Il Ponte” questo bel testo di don Giovanni Tonelli e lo condivido perché racchiude molte delle cose che anche io avrei voluto scrivere.
Poiché lui lo ha già fatto bene, rilancio il suo editoriale e lo ringrazio pubblicamente.

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EDITORIALE de “IL PONTE” DEL 7 OTTOBRE 2018

Purché sia fango di Giovanni Tonelli
Non conoscevo personalmente Maurizio Zanfanti, ai più noto col nome di battaglia di “Zanza”. Di certo conosco don Raffaele e come me lo conoscono migliaia di riminesi, che potrebbero giurare che, se certo ha sbagliato nel valutare il clamore mediatico che proprio voleva evitare, mai si sarebbe sognato, per il suo carattere, per le sue scelte, anche per il modo di essere prete, di rifiutare il funerale a Maurizio per la sua “condotta morale”, come arbitrariamente certi media hanno fatto dire a lui e, di rimbalzo, a tutta la Chiesa, annunciando con titoli, poi ripresi con la solita faciloneria da tutti i media italiani, che “la Chiesa riminese rifiutava il funerale a Zanza”. Ogni prete sa, quando accompagna qualcuno nel suo ultimo viaggio, che Dio è più grande di noi, dei nostri ragionamenti, delle nostre valutazioni, Lui è la Misericordia.

Tante volte don Raffaele ha raccontato ai suoi ragazzi del padre misericordioso che accoglie il figlio che ha sciupato tutto della sua vita, lo abbraccia e fa festa con lui.

Poi in questi giorni molti hanno testimoniato, al di là del “personaggio” quanto Maurizio fosse dolce e generoso con le persone. Don Raffaele avrebbe saputo benissimo raccogliere quel bene, non per una esaltazione fuori luogo, ma per affermare come verrà fatto per ciascuno di noi quel giorno, che per tanti errori abbiamo commesso, tanti “bicchieri d’acqua” abbiamo distribuito, senza attenderci l’applauso di nessuno.
E il Signore forse guarda più a quelli che a tanto altro.

Se don Raffaele ha sbagliato nelle sue valutazioni certamente non merita quella montagna di fango e rifiuti che gli è stata riversata addosso. Certi media, forti del desiderio di infangare la Chiesa, dimenticano spesso che anche i preti sono persone e che non è giusto, come ha anche scritto Sofia, la nipote di Maurizio, su FB: “Ho capito che ce l’avete con lui… ce l’avevo anch’io poi si è spiegato e ho capito… lasciatelo stare che lui comunque è sempre una persona”.

Il giorno in cui è stato sepolto Maurizio è morta all’ospedale Rosanna Semprini Cesari, moglie di Walter Bollini, fra i fondatori del Centro Zavatta a Rimini. Era stata travolta qualche giorno prima da un’auto mentre attraversava la strada. Rosanna, 86 anni, per tanto tempo è stata accanto al marito, animatrice di tante iniziative sociali e fino all’ultimo impegnata nel volontariato attraverso i corsi di alfabetizzazione degli stranieri. Dopo il messaggio del Sindaco di Rimini per la morte di Maurizio, sarebbe stato lecito attendersi qualche riga (anche su FB) pure su di lei. Ma forse lei non era un “pezzo di Rimini”.

Canta e cammina Santarcangelo

Una parola, una immagine e uno slogan. Sono i tre doni che il vescovo Francesco ci ha lasciato ieri nella messa della festa di san Michele arcangelo.

La parola è INSIEME. Per vincere il predominio dell’individualismo così forte nella nostra società, siamo chiamati a valorizzare il camminare insieme. È un impegno fondamentale per il nostro essere cristiani, per la nostra testimonianza evangelica.

L’immagine è quella del LIEVITO. Questo deve essere una comunità cristiana. È inutile e infruttuoso lamentarsi nostalgicamente pensando che un tempo eravamo di più. Oggi non dobbiamo preoccuparci di quanti siamo, ma di essere un lievito che fa lievitare la realtà di Santarcangelo in cui siamo inseriti. Questo deve essere la nostra prima preoccupazione.

Lo slogan è preso da Sant’Agostino. CANTA E CAMMINA. Il cristiano è una persona che canta sempre, anche nel dolore e nella fatica come nella gioia. Il canto è il segno del nostro stare nel mondo capaci di riconoscere il senso delle cose. Al canto è legato il camminare, perché non rinunciamo a vivere pienamente questo mondo, abitandolo in tutta la sua ampiezza.

Canta e cammina comunità di Santarcangelo.

La vita in un trattino

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Storie di vita. Che senso ha narrarle?
Non sono storie di eroi, ma storie di uomini e donne che non hanno accettato di sottostare ad un limite imposto dalla violenza e dall’ingiustizia ed hanno trovato la forza e il coraggio per reagire. Non tutte le storie sono a lieto fine perché non sono delle favole, ma tutte ci parlano di libertà, di amore e di dignità, di scelte compiute per superare o abbattere il muro che qualcuno cerca di costruire davanti o intorno a noi, per impedirci di essere uomini.

Storie di vita. Che senso ha narrarle? Può cambiare qualcosa?
I muri sono cresciuti di numero, sono diventati più alti e si sono allungati. Cosa serve narrare di un muro abbattuto se intanto ne sono stati costruiti molti di più?
Narrare di un muro che sembrava eterno, ma che è stato riconosciuto come uno sfregio alla dignità dell’uomo e, quindi, abbattuto, ci aiuta a comprendere che tutti i muri che oggi costruiamo sono una bestemmia e che, prima o poi, per via di ragione o sotto l’urto della reazione violenta di chi vi si trova rinchiuso, la storia narrerà del loro abbattimento. Nessun muro può essere per sempre. E’ una bella iniezione di speranza e Dio sa quanta ce ne serve in questi tempi.

La vita in un trattino. Il valore delle scelte.
Ci sono situazioni di vita che ci sembrano insuperabili; troppo grandi, troppo difficili, troppo… ma la storia di alcune donne e di alcuni uomini che non sono rimasti passivi, ci narra del valore di quel trattino che separerà la data della nostra nascita dalla data della nostra morte sulla lapide della nostra tomba, qualunque sia il numero dei giorni e delle ore che comporranno la nostra vita. Apparentemente, guardando quella lapide, sembra che nulla sia dipeso da noi: ne la nostra nascita, ne la nostra morte e neppure il nostro nome. Tutta la nostra vita è scritta in quel trattino che riassume le nostre scelte, i nostri sogni … quello è lo spazio vero della nostra libertà e della nostra dignità. Può sembrare poco, ma in realtà tutto dipende dal valore che noi attribuiamo a quel trattino.

Lo rifaresti?
E’ una bella domanda per una verifica sulla nostra vita. Molte cose vorremmo cancellarle, vorremmo che non fossero mai accadute. Molte altre avremmo voluto che fossero state diverse, soprattutto quelle che abbiamo dovuto subire per scelte di altri.
Ma se nelle scelte importanti, guardandoci indietro, possiamo pensare che ciò che abbiamo vissuto ci ha visti liberi e consapevoli nonostante la fatica, la fragilità, la pochezza dei risultati, e possiamo dire con libertà che ripasseremmo di lì, che non siamo pentiti delle nostre scelte, allora – penso – possiamo dire di aver abbattuto il nostro muro, quello costruito dalle paure che ci bloccano e ci impediscono di essere uomini e donne liberi.

#stayhuman #choosetobefree 

Il Signore protegge lo straniero

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LECTIO BIBLICA ALLA PIEVE 19 settembre 2018
SALMO 146: Invito a confidare nel Signore

1 Alleluia.
Loda il Signore, anima mia: loderò il Signore finché ho vita,
canterò inni al mio Dio finché esisto.

Non confidate nei potenti,
in un uomo che non può salvare.
Esala lo spirito e ritorna alla terra:
in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni.

Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe:
la sua speranza è nel Signore suo Dio,
che ha fatto il cielo e la terra,
il mare e quanto contiene,
che rimane fedele per sempre,
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.

Il Signore libera i prigionieri,
il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri,
egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.

Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione.
Alleluia.

Identità di Israele – Popolo di Dio
L’identità di Israele si gioca su due consapevolezze: l’elezione di Dio che lo rende un popolo diverso da tutti i popoli e la sua natura errante (nomade) che lo fa essere perennemente straniero.

Israele popolo consacrato (Dt 7,1-11)
1 Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà introdotto nella terra in cui stai per entrare per prenderne possesso e avrà scacciato davanti a te molte nazioni: gli Ittiti, i Gergesei, gli Amorrei, i Cananei, i Perizziti, gli Evei e i Gebusei, sette nazioni più grandi e più potenti di te,2quando il Signore, tuo Dio, le avrà messe in tuo potere e tu le avrai sconfitte, tu le voterai allo sterminio. Con esse non stringerai alcuna alleanza e nei loro confronti non avrai pietà. 3Non costituirai legami di parentela con loro, non darai le tue figlie ai loro figli e non prenderai le loro figlie per i tuoi figli, 4perché allontanerebbero la tua discendenza dal seguire me, per farli servire a dèi stranieri, e l’ira del Signore si accenderebbe contro di voi e ben presto vi distruggerebbe.5Ma con loro vi comporterete in questo modo: demolirete i loro altari, spezzerete le loro stele, taglierete i loro pali sacri, brucerete i loro idoli nel fuoco. 6Tu infatti sei un popolo consacrato al Signore, tuo Dio: il Signore, tuo Dio, ti ha scelto per essere il suo popolo particolare fra tutti i popoli che sono sulla terra. 7Il Signore si è legato a voi e vi ha scelti, non perché siete più numerosi di tutti gli altri popoli – siete infatti il più piccolo di tutti i popoli -, 8ma perché il Signore vi ama e perché ha voluto mantenere il giuramento fatto ai vostri padri: il Signore vi ha fatti uscire con mano potente e vi ha riscattati liberandovi dalla condizione servile, dalla mano del faraone, re d’Egitto. 9Riconosci dunque il Signore, tuo Dio: egli è Dio, il Dio fedele, che mantiene l’alleanza e la bontà per mille generazioni con coloro che lo amano e osservano i suoi comandamenti, 10ma ripaga direttamente coloro che lo odiano, facendoli perire; non concede una dilazione a chi lo odia, ma lo ripaga direttamente. 11Osserverai, dunque, mettendoli in pratica, i comandi, le leggi e le norme che oggi ti prescrivo. 

Il credo cultuale d’Israele (Dt 26,1-11)
1 Quando sarai entrato nella terra che il Signore, tuo Dio ti dà in eredità e la possederai e là ti sarai stabilito, 2prenderai le primizie di tutti i frutti del suolo da te raccolti nella terra che il Signore, tuo Dio, ti dà, le metterai in una cesta e andrai al luogo che il Signore, tuo Dio, avrà scelto per stabilirvi il suo nome. 3Ti presenterai al sacerdote in carica in quei giorni e gli dirai: «Io dichiaro oggi al Signore, tuo Dio, che sono entrato nella terra che il Signore ha giurato ai nostri padri di dare a noi». 4Il sacerdote prenderà la cesta dalle tue mani e la deporrà davanti all’altare del Signore, tuo Dio, 5e tu pronuncerai queste parole davanti al Signore, tuo Dio: «Mio padre era un Arameo errante; scese in Egitto, vi stette come un forestiero con poca gente e vi diventò una nazione grande, forte e numerosa6Gli Egiziani ci maltrattarono, ci umiliarono e ci imposero una dura schiavitù. 7Allora gridammo al Signore, al Dio dei nostri padri, e il Signore ascoltò la nostra voce, vide la nostra umiliazione, la nostra miseria e la nostra oppressione; 8il Signore ci fece uscire dall’Egitto con mano potente e con braccio teso, spargendo terrore e operando segni e prodigi. 9Ci condusse in questo luogo e ci diede questa terra, dove scorrono latte e miele. 10Ora, ecco, io presento le primizie dei frutti del suolo che tu, Signore, mi hai dato». Le deporrai davanti al Signore, tuo Dio, e ti prostrerai davanti al Signore, tuo Dio. 11Gioirai, con il levita e con il forestiero che sarà in mezzo a te, di tutto il bene che il Signore, tuo Dio, avrà dato a te e alla tua famiglia.

La riflessione e l’attenzione della legge:
Il popolo biblico, mentre confessa che Dio lo ha liberato dall’oppressione e lo ha guidato verso una terra nuova, avverte fortemente lo stimolo a creare una società diversa, nella quale possano rispecchiarsi le qualità di yhwh, che si è dimostrato amante del povero e del bisognoso, difensore dell’orfano, della vedova e dell’immigrato” [G.F. Bentoglio, Credere oggi 154 (2006)]

La legge ebraica data da Dio non è una legge estrinseca con pura funzione sociale, ma è legata all’alleanza stipulata con Dio, alleanza che mira a stringere una relazione “performativa” tra Dio e il suo popolo; questo deve diventare santo come Dio è santo.
Come si comporta Dio? Ce lo dice proprio il salmo 146 che da il titolo al nostro incontro: “Il Signore libera i prigionieri, 8 il Signore ridona la vista ai ciechi, il Signore rialza chi è caduto, il Signore ama i giusti, 9 il Signore protegge i forestieri, egli sostiene l’orfano e la vedova, ma sconvolge le vie dei malvagi”. La legge aiuta il popolo a comportarsi secondo la mente di Dio (la sua volontà).

Ecco allora la Legge di Dio:
33Quando un forestiero dimorerà presso di voi nella vostra terra, non lo opprimerete. 34Il forestiero dimorante fra voi lo tratterete come colui che è nato fra voi; tu l’amerai come te stesso, perché anche voi siete stati forestieri in terra d’Egitto. Io sono il Signore, vostro Dio. Lv 19,33-34

17Non lederai il diritto dello straniero e dell’orfano e non prenderai in pegno la veste della vedova. 18Ricòrdati che sei stato schiavo in Egitto e che di là ti ha liberato il Signore, tuo Dio; perciò ti comando di fare questo.
19Quando, facendo la mietitura nel tuo campo, vi avrai dimenticato qualche mannello, non tornerai indietro a prenderlo. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova, perché il Signore, tuo Dio, ti benedica in ogni lavoro delle tue mani.20Quando bacchierai i tuoi ulivi, non tornare a ripassare i rami. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. 21Quando vendemmierai la tua vigna, non tornerai indietro a racimolare. Sarà per il forestiero, per l’orfano e per la vedova. 22Ricòrdati che sei stato schiavo nella terra d’Egitto; perciò ti comando di fare questo. Dt 24,17-22

La memoria della sofferenza subita e di come Dio abbia ascoltato il grido di aiuto del suo Popolo, cambia lo sguardo del credente sulla realtà che vive. Dio ha cura dei più poveri.

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La storia di Rut: donna moabita sposa di un giudea rimasta vedova insieme alla suocera decide di seguirla in terra di Giuda per essere il suo sostegno. Lì Rut, la straniera, viene accolta per il bene che ha fatto e gode del diritto previsto dalla Legge. Viene poi sposata da Booz, nonno del re Davide e diventa la nonna del grande re di Israele (Mt 1). La storia di Rut è paradigmatica della relazione di Israele con gli stranieri.

Gesù e gli stranieri
Gesù nel corso del suo ministero ha incontrato diversi stranieri. L’incontro è avvenuto sia in territorio d’Israele sia al di fuori di esso: La samaritana Gv 4; Il centurione Lc 7; Il lebbroso samaritano Lc 17; La donna cananea Mt 15. In tutti i casi l’esito dell’incontro è la professione di fede, di fronte alla quale, l’appartenenza etnica passa in secondo piano.

Il testo più importante è quello in cui Gesù attua i criteri per essere ammessi alla vita eterna nel giudizio finale (Mt 25). Tra questi è contenuto con chiarezza l’obbligo di accogliere il forestiero nel quale Gesù si identifica. Tale identificazione è riportata in tutto il Vangelo: dalla sua nascita, fino alla sua morte e più volte nel corso della sua vita, Gesù è considerato come estraneo in quanto Galileo, vive come pellegrino ed esule, non ha dove posare il capo. La sua estraneità diventa quindi uno dei tratti caratteristici della sua persona.

Una chiesa cattolica
La cattolicità è una delle quattro note della chiesa che ricordiamo ogni volta che professiamo il Credo. Una chiesa cattolica è il frutto della scelta della chiesa antica di aprire l’annuncio della fede anche a coloro che non appartenevano al popolo ebraico, superando l’identificazione etnica riconoscendo che tutti i popoli erano destinatari dell’annuncio evangelico. Grande merito di questa apertura va a Paolo che, soprattutto, nel Concilio di Gerusalemme (At 15) difese il diritto di ogni uomo di entrare nell’economia della salvezza.

11Perciò ricordatevi che un tempo voi, pagani nella carne, chiamati non circoncisi da quelli che si dicono circoncisi perché resi tali nella carne per mano d’uomo, 12ricordatevi che in quel tempo eravate senza Cristo, esclusi dalla cittadinanza d’Israele, estranei ai patti della promessa, senza speranza e senza Dio nel mondo. 13Ora invece, in Cristo Gesù, voi che un tempo eravate lontani, siete diventati vicini, grazie al sangue di Cristo. 14Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne… 17Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini. 18Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre in un solo Spirito. 19Così dunque voi non siete più stranieri né ospiti, ma siete concittadini dei santi e familiari di Dio, 20edificati sopra il fondamento degli apostoli e dei profeti, avendo come pietra d’angolo lo stesso Cristo Gesù. 21In lui tutta la costruzione cresce ben ordinata per essere tempio santo nel Signore; 22in lui anche voi venite edificati insieme per diventare abitazione di Dio per mezzo dello Spirito. Ef 2,11ss

Ripartire dalla Cresima: in ascolto di un’esperienza

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Mentre tutti stavamo chiudendo i battenti delle nostre attività parrocchiali e ci stavamo preparando per le attività estive, su Avvenire del 31 maggio 2018 appariva un articolo dal titolo abbastanza provocatorio e controcorrente: “Bolzano. La Cresima? A chi ha almeno 16 anni“.
Come molti altri educatori e preti, anche io ero perplesso riguardo all’esperienza di catechesi che la mia parrocchia stava verificando al termine dell’anno pastorale. Ogni anno ci ritroviamo a guardarci in volto e a chiederci: ma davvero stiamo facendo di tutto per aiutare i nostri ragazzi a vivere un’esperienza bella e incisiva?
L’ articolo citato raccontava brevemente del percorso che la Diocesi di Bolzano-Bressanone ha messo in cantiere con un lavoro di riflessione durato due anni, al termine del quale hanno sono state compiute delle scelte che riguardano la celebrazione della cresima e ovviamente il percorso catechetico annesso.
Ero molto curioso di conoscere questo lavoro e, trovato citato il nome di un sacerdote, ho provato a contattarlo per farmi raccontare non tanto perché avevano scelto di “posticipare” la celebrazione della cresima ai sedici anni, quanto il percorso che – come Diocesi – avevano compiuto per ben due anni.
Ho saputo che don Gianpaolo sarebbe venuto al Meeting ed ho colto l’occasione per incontrarlo.

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Don Giampaolo Zuliani, presbitero da quindici anni, è parroco di due parrocchie a Bolzano (per un totale di quasi ventimila abitati), segue i giovani di Gioventù Studentesca ed è stato chiamato dal Vescovo di Bolzano-Bressanone a far parte della commissione che per due anni ha lavorato sul tema della Cresima. Riporto sinteticamente e schematicamente quanto mi ha raccontato della loro esperienza.

1. L’iniziativa personale del Vescovo
Tutto è partito per iniziativa del Vescovo che ha voluto porre mano al tema dell’Iniziazione cristiana iniziando dalla Cresima perché è il sacramento su cui ha piena giurisdizione. La situazione in Diocesi si presentava variegata; alcune sperimentazioni segnavano il passo, in altri contesti si correva il rischio di essere un po’ sbrigativi…
Si è iniziato a lavorare su richiesta del Vescovo che ha voluto e sostenuto questo percorso di riflessione sulla Cresima.

2. Il percorso della commissione
La commissione ha raccolto diverse anime della comunità ecclesiale ed ha lavorato cercando di porsi in ascolto delle esperienze e delle istanze che venivano dalle comunità. Il lavoro di ascolto è stato la parte più rilevante: perché nessuno si sentisse escluso.
L’attenzione dominante  era quella di trovare punti di convergenza sulla proposta che potessero aiutare tutti nelle diverse situazioni (differenza tra parrocchie di città e parrocchie di vallata). Si è arrivati ad una proposta che il Vescovo ha fatto sua e che è diventato il percorso su cui tutti sono chiamati a camminare.

3. Conseguenze
Il lavoro sulla cresima è stato solamente tratteggiato, ma questo “cantiere” ha “obbligato” le comunità a ripensare tutto il percorso di iniziazione cristiana.
La prima conseguenza è che i preti delle unità pastorali, dovendo porre mano ad un tema così importante, hanno trovato gusto nel confronto e nel lavorare insieme.
La seconda conseguenza è stata che ipotizzando un lasso di tempo importante tra la celebrazione della messa di prima comunione e la cresima le comunità sono “obbligate” a ripensare la pastorale dei pre-adolescenti avendo la possibilità di ragionare al di fuori degli schemi tradizionali e con proposte che vanno più nella prospettiva dell’evangelizzazione che della sacramentalizzazione.

La scelta di posticipare la celebrazione è ovviamente molto discutibile, ma è relativa rispetto a tutto il lavoro di riflessione che una Chiesa locale ha messo in atto per ripensare alla sua azione pastorale.
Una bella occasione che – come sembra – non è stata perduta.

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