Il presidente, l’arbitro e il re

Sui giornali di questi giorni si incrociano casualmente due vicende che stanno scaldando molto gli animi della gente: l’elezione del Presidente della Repubblica e l’errore arbitrale del signor Serra nella partita Milan-Spezia.
E’ evidente che tra le due vicende non esista alcuna relazione, ma, come accade nella contemplazione delle stelle del cielo, che l’unione dei singoli punti luminosi, pur distanti anni luce tra loro, ci fa intuire alcune connessioni che chiamiamo costellazioni, così anche nelle vicende che accadono davanti a noi, possiamo cogliere curiose e sapienti connessioni che ci aiutano a comprendere meglio il senso delle cose.

Il nostro Paese sta vivendo un passaggio importante, ma ordinario, previsto dalla Costituzione: il passaggio della Presidenza della Repubblica. E’ previsto che avvenga ogni sette anni.
Mentre mi unisco ai tanti che esprimono la loro gratitudine al presidente Mattarella per il servizio che ha reso al nostro Paese e per la testimonianza che è emersa dal suo operato, penso che dovremmo vivere questa transizione con maggiore leggerezza, consapevoli che quello che è richiesto al /alla nuovo/a Presidente sarà, come è sempre accaduto in questi settantasei di Repubblica, di svolgere il suo servizio di garante della Costituzione e di custode del bene comune. In fondo il/la Presidente della Repubblica è “semplicemente” un arbitro e non è da lui che, normalmente, dipende l’esito di una partita, ma dai giocatori in campo, dalla loro preparazione, dalla loro capacità di cogliere le occasioni opportune per realizzare i punti necessari per vincere. Di solito è stupido lamentarsi con l’arbitro se si perde una partita; sarebbe più onesto riconoscere gli errori commessi in campo dai giocatori.

Ma poi arriva il signor Serra, arbitro della partita Milan-Spezia che, proprio a causa di un errore arbitrale importante, determina il risultato di quella partita.
Quindi? Ci dobbiamo preoccupare? Cosa ci dice questo fatto?
La prima cosa, molto banale, ci dice che è umano sbagliare; che nessuno è infallibile anche se dotato di strumenti tecnologici avanzati che lo supportano nelle decisioni. La fallibilità è parte dell’essere umano e le conseguenze, pur gravi e dolorose, sono da metter in conto; il criterio di designazione o di elezione di un arbitro non può essere la presunta infallibilità, ma semplicemente la competenza e la consapevolezza del ruolo.
Poi ci ricorda che, quanto è accaduto, rappresenta un’eccezione, che fa notizia proprio perché normalmente non avviene così. Normalmente il risultato della partita è determinato dai giocatori che giocano meglio, che colgono con destrezza atletica le opportunità che la partita offre. Può capitare una situazione in cui un arbitro commetta un errore grave, ma normalmente ci sentiamo sicuri nell’affidarci al loro giudizio per guidare una partita.

Scegliere un Presidente della Repubblica, come è stato ricordato da persone molto autorevoli, dovrebbe rappresentare un passaggio ordinario e sereno per un Paese, non una sorta di “apocalisse” da cui dipendono i destini del mondo. Se questo non accade non è perché non si trova la persona adeguata (tanti nomi di uomini e donne eccellenti sono stati fatti in queste settimane), ma perché si ritiene che da questa decisione possa dipendere il risultato di una partita molto importante: già il fatto che lo si pensi ci fa cogliere il vero problema della vicenda.
Per molti motivi ci stiamo abituando a vivere in uno stato di emergenza e in un regime di eccezione che condiziona moltissimo il nostro modo di percepire la realtà e il nostro modo di prendere le decisioni. Compiere una scelta ordinaria nella vita di un Paese dovrebbe invece aiutarci a ricuperare un senso di normalità, aiutarci a guardare la realtà secondo le sue dimensioni ordinarie, riconoscendo ad ogni ruolo le caratteristiche che gli competono.
Un arbitro bravo può condurre a termine una partita facendo rispettare a tutti le regole e facendo divertire sia chi gioca che chi assiste. Non gli è chiesto di essere un super eroe, ma semplicemente di consentire che il gioco si svolga così come è previsto che avvenga, secondo regole stabilite da tempo e accettate da tutti coloro che vogliono giocare. Se questo rispetto delle regole non c’è, se non si vuole giocare lealmente, allora si spera che l’arbitro ci abbia in simpatia e che deroghi alle regole del gioco solo perché gli siamo più simpatici: ma non è questo il gioco della democrazia.

Nella teoria della costellazioni vorrei aggiungere un terzo puntino luminoso.
Proprio ieri, tra i testi della liturgia della Parola proposti per la messa, si riportava un brano del primo libro di Samuele (16,1-13) in cui il profeta è inviato a Betlemme per scegliere tra i figli di Iesse il futuro re d’Israele. Il testo è molto chiaro nel mettere in evidenza che i criteri secondo cui Samuele (e chiunque altro) avrebbe scelto tra quei giovani il futuro re, erano molto diversi da quelli di Dio, il quale “non guarda alle apparenze, ma guarda il cuore“. E così viene scelto e unto Davide, un giovanissimo pastore, le cui caratteristiche erano che aveva i capelli fulvi ed era bello d’aspetto, certamente non quelle che il popolo avrebbe apprezzato in un re guerriero, come doveva essere a quei tempi. Eppure Davide fu il più grande dei re d’Israele, non perché infallibile (la Bibbia non ci nasconde le sue debolezze e i suoi peccati), ma perché consapevole del ruolo che doveva giocare e della responsabilità che gli era stata affidata.

Un presidente, un arbitro, un re; forse mettendo insieme i puntini possiamo riconoscere come dovrebbero andare le cose e trovare un po’ di pace.


Benedico anche la cimice?

E’ ormai convinzione comune che non siamo più in tempo di cristianità. Le parole e le espressioni della fede cristiana, anche quelle più tradizionali, chiedono di essere rimotivate perché non appartengono più alla grammatica comune.
Senza tale opera di risignificazione, il rischio dei fraintendimenti è molto grande!
Prendiamo l’esempio di quanto è accaduto in moltissime chiese tra ieri e oggi: la benedizioni degli animali in occasione della festa di Sant’Antonio Abate.
In epoca antica ed in contesto rurale questa benedizione, come anche le varie Rogazioni primaverili, esprimeva la possibilità di riconoscere nel lavoro agricolo e nell’impegno per il sostentamento delle famiglie la via attraverso cui Dio ci concedeva la benedizione del pane quotidiano e del necessario per vivere. Gli animali della fattoria erano parte di questa prospettiva di sostentamento o perché aiutavano nel lavoro agricolo o perché fornivano il necessario per la vita delle famiglie (latte, lana, carne, uova, …).

Oggi la realtà è molto cambiata: le persone portano in chiesa per la benedizione gli animali che vivono nei loro appartamenti: cani, gatti, uccelli, criceti, conigli da compagnia, … Alcuni riconoscono questi animali come parte integrante della loro famiglia, senza distinzioni. In alcuni casi, essi prendono il posto di persone che non ci sono più o di figli che non ci saranno mai (come ha detto il Papa nell’Angelus di qualche settimana fa).
Non possiamo pensare che la benedizione fatta a questi animali abbia lo stesso valore che aveva nelle epoche passate. Come aiutiamo la gente a comprendere il significato di questo gesto delle fede? Quale significato gli attribuiamo oggi?
Sarebbe importante uno sforzo catechetico per aiutare i nostri cristiani a comprendere il significato di questa tradizione e ricollocarla in un contesto post-moderno dove spesso ognuno tende a voler dare ai gesti un significato suo proprio, senza preoccuparsi del significato che assume nel contesto della fede.

Riporto qui un paragrafo del Benedizionale (n. 12) che mi sembra aiuti a ricuperare la giusta prospettiva delle cose, senza alcun intento iconoclasta.

La Chiesa glorifica Dio e invoca la sua benedizione
12. La Chiesa, intenta come è a glorificare Dio in tutte le cose e specialmente a porre in risalto manifestazione della sua gloria agli uomini che, in grazia del Battesimo, sono rinati o prossimi a rinascere alla vita nuova, con le sue benedizioni per essi e con essi, in circostanze particolari della loro esistenza, loda il Signore e invoca su di essi la sua grazia. Talvolta poi la Chiesa benedice anche le cose e i luoghi che si riferiscono all’attività umana, alla vita liturgica, alla pietà e alla devozione, sempre però tenendo presenti gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi. L’uomo infatti, per il quale Dio ha voluto e ha fatto tutto ciò che vi è di buono, è il depositario della sua sapienza e con i riti di benedizione attesta di servirsi delle cose create, in modo che il loro uso lo porti a cercare Dio, ad amare Dio, a servire fedelmente Dio solo.

Destinatario di ogni benedizione è l’uomo e il frutto della benedizione è che l’uomo cerchi e onori Dio in tutto ciò che vive e che opera.
Destinatari ultimi della benedizione dunque non sono gli animali, ma gli animali in quanto segno della bontà di Dio che arricchisce la vita dell’uomo di tutto ciò che gli è utile, affinché l’uomo, riconoscendo questa bontà e questa provvidenza (oltre alla bellezza che Dio manifesta nelle cose create), possa fidarsi di Dio, riconoscerlo come Padre buono e misericordioso e obbedire alla sua volontà per avere la vita eterna.
A me sembra che, senza questa specificazione (che un tempo era ben chiara per la nostra gente), si rischi di fare molta confusione e molti possano considerare quel segno che la tradizione ci consegna, “una specie di mini battesimo” per una creatura di Dio a cui riconoscono molta più dignità che a molti esseri umani. E questo non andrebbe molto bene.

Domenica mattina, nella celebrazione alla fine della quale avremmo compiuto il rito di benedizione degli animali, una grossa cimice ha cominciato a svolazzare in chiesa facendosi ben notare. Mi sono chiesto: chissà se alla fine della messa dovrò benedire anche la cimice? E dentro di me trovavo molte motivazioni per non farlo: mi è antipatica, è fastidiosa, è un animale infestante…
Poi mi sono raccolto in me stesso e ho pregato semplicemente: Benedetto sei tu Signore anche per la cimice che è tua creatura; non so perché l’hai creata e non vedo in lei nulla di buono, ma so che tu sei buono e che tutto quanto è uscito dalle tue mani è segno della tua bontà. Benedetto nei secoli il Signore.
Anche la cimice, che non ho benedetto, mi ha aiutato a benedire Dio.
Davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28)… anche la cimice.

David Sassoli: fare il mondo migliore

La notizia della prematura morte di David Maria Sassoli (chiamato così dal padre in onore di padre David Maria Turoldo), Presidente del Parlamento Europeo, mi ha molto colpito. Non l’ho mai conosciuto personalmente, ma mi ha sempre destato simpatia già prima come giornalista Rai, poi come politico, perché si percepiva uno stile moderato e gentile. In realtà, fino ad oggi, sapevo ben poco di lui.
Leggendo vari articoli pubblicati sui giornali, sono venuto a conoscere un po’ della sua storia, del suo passato negli scout dell’AGESCI, della sua formazione alla scuola di alcuni grandi del cattolicesimo democratico, del suo personale stile politico… e rimango ancora più colpito.
David Maria Sassoli è stato uno di quei (tanti) cattolici che si sono presi personalmente la responsabilità di fare del mondo un posto migliore, facendo quotidianamente del suo meglio nei contesti in cui la provvidenza lo portava a vivere: la famiglia, la professione, l’impegno politico. E se tanti oggi ne piangono la morte, è perché hanno riconosciuto in lui un testimone luminoso, un uomo impegnato a far sì che le cose potessero cambiare, che la realtà potesse esprimere il bene di cui è portatrice, non lasciando spazio a tutto ciò che invece esprime il peggio di cui l’uomo è stato ed è capace.

Grazie David Maria Sassoli per questa testimonianza autentica e non strillata.
Chi ti ha incontrato non è rimasto indifferente, ha riconosciuto in te un uomo vero capace di amare, di essere amico, di tessere relazioni tra persone diverse, di saper lottare per costruire il bene possibile, di saper sacrificare sé stessi e le proprie aspirazioni per il bene comune e l’unità. Grazie perché in questa modalità squisitamente laica, senza bisogno di fare prediche, sei stato pienamente cristiano.
Buona strada David Maria.
Condivido i link dei due articoli migliori che ho letto in questa mattina:
Paolo Conti sul Corriere.it
Eugenio Fatigante su Avvenire.it

Ricostruire la città

Piero della Francesca – La città ideale

Ieri (2 gennaio 2022) avrebbe dovuto partire il CFA che, insieme con lo staff, avevamo preparato da settembre. Per prudenza (che è una virtù), vista la veloce progressione dei contagi, abbiamo deciso con i Campi Capo di annullare questo evento.
Avevamo riflettuto a fondo su cosa proporre ai capi che avrebbero partecipato a questo evento formativo in questo tempo così particolare e, riprendendo una riflessione che avevo abbozzato nel luglio 2020, che rifletteva sulle dinamiche vissute dal Israele nel ritorno dall’Esilio, ho sviluppato un percorso di “sostegno alla fede dei capi” che cerca di cogliere alcuni elementi importanti per vivere l’esperienza della “ricostruzione” in questo tempo.

Poiché il campo di formazione è stato annullato, metto a disposizione questo testo per tutti coloro che potrebbero trovarvi un aiuto nel ripercorrere l’itinerario che qui viene proposto. Il testo, ovviamente, risente del contesto in cui doveva essere proposto ed è pensato decisamente per dei capi scout, ma, superando gli elementi caratteristici del contesto, molti elementi penso possano essere d’aiuto a tutti i cristiani adulti, soprattutto a coloro che si sentono chiamati ad impegnarsi nella “ricostruzione”.

Te Deum 2021

Foto di gruppo nella festa del Centenario del Seminario Regionale a Bologna il 23 settembre 2021

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
I cieli e la terra sono pieni della tua Gloria.

Queste parole antiche che in moltissime chiese del mondo hanno guidato l’inno di ringraziamento alla fine di questo 2021, sono parole che, ogni anno, mi provocano personalmente.
E’ una grande sfida saper raccogliere il bene che Dio ha seminato nella mia vita e nella vita di coloro che hanno incrociato il mio cammino in questo anno, perché quel bene deve portare frutto, deve essere accolto in modo consapevole, e il primo e più importante modo per farlo e quello di rendere grazie.
I cieli e la terra sono pieni della Gloria di Dio“, ma se i nostri occhi sono incapaci di riconoscerla e contemplarla, noi perdiamo una grande opportunità.
Provo dunque a spigolare tra i numerosi doni ricevuti in questo anno, il bene che mi è stato elargito e di cui in modo particolare desidero rendere grazie.

– Per la vita della comunità del Seminario Regionale a partire dalla fraternità con don Adriano e don Giampiero; per la testimonianza quotidiana dei seminaristi; per il percorso che tutti insieme stiamo cercando di costruire, sostenuti dal dialogo fecondo con i nostri vescovi: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per le beatificazioni di don Giovanni Fornasini e di Sandra Sabattini; perché nella testimonianza autorevole in questi due giovani totalmente donati a te e ai fratelli, mi hai fatto comprendere che non è mai troppo presto per fare sul serio, per vivere il Vangelo con radicalità, per accogliere le opportunità che tu ci offri per essere fedeli a te e camminare nella via della santità: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutto il bene condiviso con le sorelle e i fratelli capi dell’AGESCI in questo anno di ripartenza, nonostante il perdurare della pandemia; per tutti i capo e le capo che continuano a testimoniare il loro impegno e la loro passione educativa con i bambini e i ragazzi che sono loro affidati; in particolare per la fraternità e la stima condivisa con Francesco e Daniela: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Per i vaccini che impediscono le conseguenze più gravi del Covid, che ci consentono di ritrovarci insieme, di continuare a lavorare, di poter andare a scuola, di poter stare accanto ai nostri anziani; per tutti i medici e gli operatori sanitari e per tutti coloro che si prodigano oltre il loro dovere: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Per tutti gli incontri che in questo anno mi hai concesso di vivere, entrando in contatto con persone appassionate e generose, con persone desiderose di vivere appieno la loro vita, di conoscere te e la tua Parola, di impegnarsi a favore degli altri; per tutti coloro che hanno chiesto il mio aiuto e mi hanno provocato ad uscire da me stesso per costruire fraternità anche con persone a cui io non avrei pensato: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per la diocesi di Rimini, per il vescovo Francesco, per tutti i presbiteri e i diaconi, per tutti i cristiani adulti, per i giovani; perché mi hai concesso di custodire questo legame con riconoscenza e impegno, perché mi sento accolto ogni volta che rientro; perché tu alimenti in me la voglia e l’entusiasmo di impegnarmi per la mia Chiesa: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per gli uomini e le donne di pensiero e di cultura che ci aiutano a penetrare il senso delle cose che accadono, per i giornalisti e le giornaliste che ci aiutano ad andare oltre la notizia, a comprendere cosa stia accadendo; in particolare per gli amici e le amiche di “Avvenire”, divenuti in questi anni una preziosa presenza quotidiana: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutte le amiche e gli amici che mi doni, che sopportano la mia latitanza, che si ricordano di me anche quando io non mi ricordo di loro, che con totale gratuità mi fanno sentire che la mia vita è preziosa per loro: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per la mia famiglia di origine che in questo anno hai custodito nella pace e nella salute; per “i nostri ragazzi e ragazze” che sono diventati grandi e stanno partendo per le vie del mondo inseguendo i loro sogni e i loro progetti; perché continui a farci guardare alla vita con speranza e fiducia: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutto il bene che tu semini alla spicciolata nella mia vita, Signore; per ogni buon libro letto, per ogni bel film visto, per ogni messaggio ricevuto, per ogni parola di bene ricevuta e data, per ogni paesaggio che mi ha scaldato il cuore, per ogni buon pasto che mi ha rallegrato, ma anche perché in nessun giorno mi è mancato il necessario per vivere grazie alla benevolenza di coloro che lo hanno procurato, preparato e condiviso con me: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Infine ti voglio ringraziare, Signore, per due testimoni preziosi che ho incontrato proprio in questo ultimo mese: padre Pier Luigi Maccalli e il beato Franz Jaegerstaetter; sono stati per me due testimoni di pace e di giustizia, di fedeltà e di amore, di forza e di tenerezza, che mi hanno aiutato molto a comprendere il valore dell’impegno personale nella testimonianza, della formazione della coscienza e della nonviolenza; per loro e per tutti coloro che sono stati testimoni di te: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Tutti questi doni ricevuti, Signore, per i quali ti rendo grazie, diventino per me la chiamata rinnovata a diventare un dono per coloro che, nella tua provvidenza, Signore, porrai sulla mia strada nel nuovo anno che comincia.
Signore, porta a compimento l’opera che hai iniziato in me.

Buon anno nella verità e nella giustizia

Sami Briss Uccello del canto
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Voglio augurare a tutte e tutti un buon anno con le parole del salmo 85, un salmo che mi sta accompagnando da alcuni anni e che sento particolarmente adatto per introdurci in questo nuovo tempo che inizia.
Si tratta di un salmo che presenta il ritorno degli esiliati dalla deportazione e la loro fiducia in Dio. Hanno vissuto un tempo terribile di prova, un tempo di purificazione. Ma ora il Signore apre a loro una speranza.

In questo salmo c’è un versetto che mi ha molto colpito e che vorrei brevemente commentare perché mi sembra ci apra una via di luce per vivere il tempo del nuovo anno che stiamo per iniziare.

La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà da cielo

Verità e giustizia sono doni che Dio condivide con l’uomo, ma essi ci provengono per vie diverse.
La verità germoglia dalla terra: questo ci chiede di essere fedeli alla realtà che nasce dal basso, ci chiede di essere radicati nella storia, in quanto accade. Quella terra è la stessa che anche il Verbo di Dio ha assunto su di sé e che chiede di essere presa sul serio; non può essere ignorata né mistificata: è ciò che ci consente di essere veri.
La giustizia si affaccia dal cielo: perché Dio ci indica il modo di camminare su questa terra, di vivere bene la nostra vita, senza fuggire la realtà, ma sapendo riconoscere nella realtà che ci rende veri, una via di bene e di giustizia.

Buon anno dunque nella verità,
nella giustizia e nella pace.

Salmo 85
2 Signore, sei stato buono con la tua terra,
hai ricondotto i deportati di Giacobbe.
3 Hai perdonato l`iniquità del tuo popolo,
hai cancellato tutti i suoi peccati.
4 Hai deposto tutto il tuo sdegno
e messo fine alla tua grande ira.

5 Rialzaci, Dio nostra salvezza,
e placa il tuo sdegno verso di noi.
6 Forse per sempre sarai adirato con noi,
di età in età estenderai il tuo sdegno?
7 Non tornerai tu forse a darci vita,
perché in te gioisca il tuo popolo?

8 Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.

9 Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annunzia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli,
per chi ritorna a lui con tutto il cuore.
10  La sua salvezza è vicina a chi lo teme
e la sua gloria abiterà la nostra terra.
11 Misericordia e verità s`incontreranno,
giustizia e pace si baceranno
.
12  La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo
.

13 Quando il Signore elargirà il suo bene,
la nostra terra darà il suo frutto.
14 Davanti a lui camminerà la giustizia
e sulla via dei suoi passi la salvezza.

Camminare con la Bibbia in mano

Un’esperienza condivisa con la
Scuola di formazione teologica di Ravenna

Nel mese di dicembre 2021, il Servizio di Apostolato Biblico della Diocesi di Ravenna, in collaborazione con la Scuola di formazione teologica della stessa diocesi, mi hanno chiesto due incontri introduttivi sulla Scrittura da titolo suggestivo: “Camminare con la Bibbia in mano“.
In questo tempo dedicato al sinodo, il camminare è divenuto un elemento ricorrente del vissuto ecclesiale; farlo con la Bibbia in mano dice di uno stile preciso, e riconsegna alla comunità credente, in tutte le sue componenti, il punto di riferimento essenziale perché in quel procedere insieme si possa fare la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus che, sentendo parlare Gesù che spiegava loro le Scritture, si sentirono ardere il cuore.
Un mio piccolo contributo a questo percorso.
Nei link qui sotto le slides dei due incontri.

Martiri innocenti

Alan Kurdi

Nel ciclo delle celebrazioni natalizie, oggi la Chiesa ci propone la memoria dei martiri innocenti, ricordando quei bambini uccisi dalla follia di Erode che voleva impedire l’ascesa al trono di Giuda di un concorrente.
La Chiesa, fin dai tempi antichi (IV secolo), non ha visto in quei bambini semplicemente le vittime di una violenza arbitraria e ingiustificabile, ma dei veri martiri che sono morti a causa di Cristo e che godono della “palma del martirio”.
Questa scelta della Chiesa antica è particolarmente interessante e provocatoria, soprattutto se riportata al contesto odierno. Certo, le vittime innocenti non sono mai mancate nella storia dell’umanità, ma cosa significa “morire a causa di Cristo”? Cosa significa morire perché Cristo non regni, perché si ritiene necessario difendersi dal Regno di Dio?

Se il Regno di Dio stabilito nel mondo da Cristo è un regno di giustizia, di fraternità, di condivisione e di pace, cosa significa per noi che viviamo nel XXI secolo stare di fronte al martirio di innocenti che muoiono a causa di Cristo, che muoiono perché non si vuole accogliere il regno di Cristo, perché neppure i credenti vivono la logica del Regno di Dio? Sono domande che, credo, non possiamo glissare velocemente e che ci provocano pesantemente.
Dopo le beatificazioni di don Pino Puglisi e Rosario Livatino, la Chiesa ha affermato che si può morire martiri anche se la mano dell’uccisore è quella di un battezzato.
Tutti coloro che oggi sono vittime dell’indifferenza, della logica della difesa dei privilegi, dell’egoismo di chi pretende di mantenere i propri standard di ricchezza a scapito degli altri, di chi vende armi per alimentare guerre nei paesi ricchi di materie prime, di chi non si preoccupa dei diritti dei nascituri, di chi vorrebbe selezionare eugeneticamente le nascite … tutte queste vittime sono dei martiri? E chi è Erode oggi? Potrebbero essere tutti coloro che, pur richiamandosi a valori cristiani, in realtà adottano la logica di Erode?

Due parole della Scrittura che mi sono risuonate nel cuore:
Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!” (Mc 8,14). E’ un lievito sempre presente, che accanto a quello dei farisei (l’ipocrisia; cfr. Lc 12,1), rischia di confonderci, di portarci lontano dalla via di Dio e causare vittime innocenti.
Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità” (1Gv 1,6). Questo versetto è tratto dalla prima lettura della liturgia di oggi e ci richiama al fatto che nessuno può sentirsi garantito nel camminare nella verità e nella giustizia. La menzogna crea sempre vittime innocenti. 

Natale in cammino

Immagine tratta dal sito del Monastero di Bose

Una festa ricorrente come il Natale, deve per forza essere contestualizzata nella vita presente, deve accendere una luce significativa per illuminare quanto stiamo vivendo nel nostro presente.
Per le comunità ecclesiali di tutto il mondo è iniziato da qualche settimana il cammino sinodale, un percorso lungo che vuole aiutare la Chiesa tutta, con tutti i suoi membri, a comprendere quale sia la strada su cui il Signore la chiama ad annunciare il Vangelo e cosa purificare del vissuto ecclesiale perché sia sempre più fedele a ciò che deve essere.

Questo sarà dunque un Natale sinodale, un Natale in cammino.

L’icona evangelica del Natale che maggiormente ci aiuta a comprendere lo stile sinodale e senza dubbio il racconto dell’Epifania e dell’adorazione dei Magi.
Questi personaggi misteriosi, non appartenenti al popolo d’Israele, seppero riconoscere un segno nel cielo e compresero che dovevano mettersi in cammino insieme per andare là dove la stella indicava. Questo cammino avviene per diverse fasi.
Pensiamo che ci sia stata una fase di consultazione tra loro, un confronto aperto per decidere di partire seguendo quel segno nel cielo. Poi, lungo il cammino – come ci racconta il vangelo secondo Matteo -, si sono consultati con persone sapienti, esperti della Scrittura e delle antiche profezie di Israele, perché era loro chiaro che da soli non avrebbero potuto raggiungere la mèta. Giunti al luogo indicato nella città di Betlemme, provarono grande gioia e fecero dono delle cose più preziose che possedevano a Colui che riconobbero come il Re dei Giudei. Avendo conosciuto tramite un sogno un pericolo incombente, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada.

L’icona evangelica dei Magi, che rivivremo in questo Natale, può davvero rappresentare una pista importante per le nostre comunità in cammino sinodale.
Mi sembra che, prima di tutto, siamo chiamati ad alzare lo sguardo (ce lo richiamava anche don Osvaldo nell’assemblea dello scorso 5 dicembre a Rimini); non è rimanendo ripiegati su noi stessi nella considerazione malinconica delle nostre magagne personali e comunitarie che troveremo la motivazione e la forza per metterci in cammino. Gesù viene come astro che sorge dall’alto.
In secondo luogo occorre sostenersi vicendevolmente per decidere di mettersi in cammino, fidandosi dell’intuizione che qualcuno ha avuto (il Papa, i nostri vescovi, moltissimi cristiani), riconoscendo questo come un tempo opportuno per uscire dalle nostre staticità, portando gli elementi positivi e non enfatizzando le pigrizie e le problematicità.
Il nostro cammino, solo quando sarà iniziato come frutto di una prima scelta condivisa, sarà l’occasione per vivere un ascolto reciproco, per condividere il nostro vissuto, i nostri desideri, il bene di cui ognuno è portatore, così come le preoccupazioni che appesantiscono il nostro cuore. Lungo la strada incontreremo altre persone e ci parrà saggio chiedere loro un aiuto, soprattutto se sono persone sapienti e competenti sulle “cose di Dio”.
La méta del cammino sarà un nuovo incontro con il Signore, che – probabilmente – si rivelerà a noi non nel fulgore della sua onnipotenza, ma, semplicemente, nella novità di un bimbo che nasce e che si trova in braccio alla madre. Se sapremo riconoscerlo in quel segno (come ricordava don Franco a noi preti di Rimini nel ritiro di venerdì scorso) così contradditorio rispetto alle nostre aspettative, allora – come i Magi – proveremo grande gioia e saremo pronti ad offrire al Signore, con grande libertà, tutto quanto abbiamo di prezioso.
Finalmente liberi e rinnovati, potremo ripartire più leggeri per un’altra strada, riconosciuta come più opportuna, per raccontare a tutti che anche in questo mondo in cui sembra dominare il male e la violenza cieca (come è accaduto anche a Betlemme per l’ottusità e la malvagità di Erode), il Signore è presente come luce che dona gioia ai cuori.

Buon Natale in cammino. Buon Natale sinodale.

Il dogma di Babbo Natale

Chi pensa di vivere in una cultura che “finalmente” si è liberata da tutti i dogmi si sbaglia! Ce ne sono alcuni inattaccabili e inossidabili. Nei loro confronti non c’è secolarismo, né scienza che tenga!
Ovviamente non si tratta dei dogmi relativi alla Trinità o alla natura umana/divina di Cristo, temi che hanno occupato per secoli le menti più brillanti della cristianità, e neppure di quelli più cari al popolo cristiano, riguardanti i doni attribuiti dal Padre alla Madre di Dio. Qui si tratta addirittura di Babbo Natale!

Come novello eretico, qualche giorno fa un vescovo ha osato mettere in dubbio la sua esistenza, creando grave scandalo tra i bambini (si dice) e sdegno tra i genitori. Come si permette il vescovo Antonio di disilludere i nostri bambini dicendo loro simili corbellerie? Con quale coscienza questo vescovo cerca di minare la loro solida “fede” in una delle ultime verità degne di questo nome, insegnate e sostenute con grande impegno educativo sia dai genitori che dai maestri, senza timore che qualcuno li accusi di confessionalismo?
Al rogo! Al rogo! (mediatico ovviamente).

La notizia infatti ha trovato grande eco sui giornali, con reazioni scandalizzate di tanti opinion makers che hanno stigmatizzato come improvvido e inopportuno, addirittura offensivo, l’intervento del vescovo Antonio.
A fronte di tutto questo clamore mediatico, lo stesso vescovo, dalle pagine di Avvenire, oggi scrive una bellissima lettera a Gesù Bambino che consiglio di leggere (lettera nella quale – tra l’altro – riporta correttamente quanto avrebbe detto nella situazione incriminata).

Al di là della cronaca e del gossip, per tutti noi educatori cristiani (genitori, insegnanti ed educatori a vario titolo) si pone un problema serio, antico e sempre nuovo, un problema che richiede un accurato discernimento comunitario: mentre nel nostro stare “nel mondo” siamo chiamati a riconoscere e valorizzare tutto quanto di buono, di bello e di giusto il contesto ci offre, perché lo riconosciamo come una via che può condurre a Dio (il solo che è buono e giusto), dobbiamo forse tacere rispetto a ciò che crediamo non essere vero e giusto, in nome del politically correct, oppure possiamo responsabilmente e in modo nonviolento presentare le nostre posizioni, anche accettando che queste non vengano accolte? Fino a che punto vale l’opportunità di tacere o abbozzare, e fino a che punto siamo responsabili della verità e della giustizia?
Non si tratta di intraprendere nuove crociate (per carità!) e neppure di istruire nuovi processi di inquisizione, ma semplicemente di affermare con franchezza, per esempio, che per noi vivere il Natale significa celebrare l’incarnazione di Cristo; che vivere il Capodanno significa iniziare un tempo nuovo a partire dalla presenza di Dio accanto a noi; che vivere la Pasqua significa credere nella potenza della risurrezione e celebrare la vittoria della vita sulla morte… e che questo noi desideriamo insegnare ai nostri bambini, che pure vivono in un mondo in cui il personaggio principale del Natale è Babbo Natale, il Capodanno è la festa dello spumante e la Pasqua quella di primavera.

Non sempre sarà necessario porsi in contrapposizione frontale.
In una cultura che ha scelto la via della laicità, a me sembra corretto che i bambini e gli adulti sappiano quale sia il fondamento storico e religioso di alcune feste e ricorrenze, pur riconoscendo che oggi ci sono modi diversi di viverle.
Se così fosse, nessuno si scandalizzerebbe che un vescovo, successore degli apostoli di Gesù, proponga a dei bambini ciò che lui professa come vero e significativo per “crescere in sapienza”, o metta in guardia rispetto a modalità più effimere ed esclusive (come afferma bene nella sua lettera) di vivere una bella festa come il Natale.

La sfida del dialogo, che parte dall’ascolto, è una sfida sempre presente per la Chiesa che, proprio in questi mesi, ha scelto di porsi in ascolto e in cammino con tutti gli uomini, per riconoscere la strada su cui è chiamata a camminare per seguire il Signore e annunciare il Vangelo.
La sfida del dialogo riguarda anche coloro che non si riconoscono nella proposta ecclesiale, coloro che desiderano sinceramente essere tolleranti e accoglienti, ma che rischiano – come tutti – di arroccarsi in nuovi ed inutili dogmatismi.
Il dialogo, per la Chiesa, non rappresenta la rinuncia all’annuncio del Vangelo; ma diviene la via per un nuovo stile di annuncio, che valorizza l’incontro con l’altro e la condivisione della vita prima dell’asserzione e dell’insegnamento.
Si tratta di una via difficile, ma molto feconda.
Difficile perché sembra essere lenta a chi deve contabilizzare dei risultati.
Feconda perché, attraverso la relazione interpersonale, il Vangelo non si impone, ma permea ogni parola e ogni gesto diventando una testimonianza che aiuta il credente a crescere nella fedeltà alla sua fede. “La fede cresce condividendola”.

Percorriamo questa via con franchezza, umiltà e libertà per rendere il nostro servizio al mondo.

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