Come fare diversamente?

Il fatto
Ieri sera sono stato chiamato a celebrare la messa che precedeva la cerimonia dei passaggi del gruppo AGESCI Rimini 3 (tre branchi, tre reparti, noviziato, due clan e comunità capi), con la partecipazione di circa trecento persone. Intelligentemente i capi hanno pensato di utilizzare lo stadio del baseball di Rimini per garantire il distanziamento di un numero consistente di ragazzi e ragazze.
Tutto è stato predisposto al meglio delle possibilità: canti, impianto audio, preghiere, lettori … il posto era bello; veramente nulla da dire sulla organizzazione.
Eppure la messa non ha funzionato.

Ciò che ho visto
Tutti i ragazzi e le ragazze hanno fatto una grande fatica a vivere la messa.
Probabilmente perché non sono più abituati a farlo, dopo mesi che ne sono assenti.
Probabilmente perché la loro attenzione era concentrata su altro (l’emozione di salutare i grandi che partivano e di accogliere i piccoli che “salivano” nelle varie unità).
Probabilmente perché il luogo e la distanza necessaria dalle norme non hanno facilitato la celebrazione.

Mi sono chiesto:
Mentre quando sono stato chiamato dai capi ho pensato anche io che fosse “normale” proporre la celebrazione della messa (domenicale) in un momento importante come quello della cerimonia dei passaggi, mentre ero lì e osservavo quei ragazzi e quei bambini mi sono chiesto: ma veramente non potevamo fare diversamente?
Non potevamo insieme pensare ad un “momento domenicale” più integrato con la cerimonia dei passaggi, vero polo di attrazione di quella serata per i ragazzi e le ragazze che erano presenti? Davvero abbiamo solo la messa da proporre anche a costo di imporla e – nonostante tutto il nostro impegno – renderla un elemento pressoché estraneo alla serata? Davvero la messa va bene sempre e comunque?

Sono domande difficili che propongo e condivido perché mi sta a cuore il cammino di fede dei nostri ragazzi e e ragazze e perché credo molto nel valore della messa. Credo che dobbiamo avere il coraggio di pensare che, in alcuni momenti (alcuni ben programmati nel corso dell’anno), valga la pena proporre un segno bello, che aiuti a ricuperare il valore della domenica (elemento imperdibile), che aiuti i ragazzi a compiere un passo nella fede (anche piccolo) a partire da quanto stanno vivendo in quella circostanza.
Nel tempo della chiusura delle chiese e della sospensione dell’eucaristia abbiamo sperimentato modalità diverse che, forse, chiedono di essere ricuperate e valorizzate anche quando la messa è possibile, ma non conveniente.

Credo che anche su questo aspetto, dovremmo metterci in ascolto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze e comprendere di cosa loro abbiamo effettivamente bisogno per compiere il cammino della fede che noi desideriamo condividere e proporre loro.

Grazie ai capi del Rimini 3 che mi hanno invitato e che si sono impegnati a mille per far vivere questo momento ai loro ragazzi e ragazze. Grazie anche perché mi hanno dato l’occasione per riprendere alcune riflessioni che non voglio rimangano relegate ai tempi della quarantena e della zona rossa.
All’inizio di questo anno, nei vari contesti educativi e pastorali, credo che questa riflessione sia utile per tutti, a cominciare da noi preti. Buon lavoro.

W la scuola

Domani finalmente inizia la scuola!
Non si può non essere contenti per questa ripartenza!
Al netto delle polemiche politiche e delle ansie gestionali che hanno caratterizzato le ultime settimane, la ripresa delle attività scolastiche è un motivo di gioia e un grande segnale di speranza, che stimola tutti a reagire dallo stato di prostrazione che ha caratterizzato gli ultimi mesi.
La ripresa della scuola è molto attesa perché segna – finalmente – un passo importante verso il ricupero della “normalità”. E’ difficile per tutti definire cosa sia normale: certamente possiamo trovarci d’accordo nel dire che non sia normale che ai nostri bambini, ragazzi, giovani sia impedito di andare a scuola.
La ripresa della scuola è anche temuta, perché comporta un grande movimento di persone e, potenzialmente, un aumento notevole del rischio di contagio. Ma di questo si è già parlato abbastanza.

Io oggi vorrei rivolgere un pensiero particolare agli insegnanti e alle insegnanti che da domani incontreranno nuovamente i loro studenti e le loro studentesse.
Mi sento di dichiarare grande simpatia per coloro a cui è affidata la gestione educativa di questa ripartenza. Mi sento di voler dichiarare che faccio il tifo per loro; che mi sta a cuore più degli altri anni il servizio che rendono ai nostri ragazzi e giovani.
Il loro impegno infatti, quest’anno più che in altri anni, non sarà limitato allo svolgimento dei programmi scolastici, ma saranno chiamati ad essere quegli adulti che, proprio in un ambito prezioso come la scuola dove si impara a conoscere con metodo e in profondità, dovranno raccogliere le domande dei nostri studenti, anche quelle maturate in questi mesi di paura condivisa, per farle diventare percorsi di ricerca, di approfondimento, di conoscenza più profonda della realtà in cui siamo immersi.
Questo è il compito prezioso di tutti gli insegnanti e per questo facciamo il tifo per loro.

Proprio in questi mesi di chiusura delle scuole, nonostante le varie modalità per supplire alla mancanza delle lezioni in presenza, abbiamo compreso ancora di più il valore del servizio che le maestre e tutti i docenti e le docenti svolgono per i nostri giovani e ragazzi: esse/i non devono trasmettere delle informazioni, ma introdurre e accompagnare nella conoscenza della realtà: questo non si può imparare dai motori di ricerca di internet.

Dunque un grande in bocca al lupo a tutte le insegnanti e a tutti i docenti!
Non sarà una ripartenza facile: lo sapete già; ma non vi lascerete spaventare dalle difficoltà se terrete lo sguardo fisso sugli occhi dei ragazzi e delle ragazze che da domani siederanno di fronte a voi, finalmente in presenza. E’ per loro che siete lì e noi tutti ve ne siamo grati.

Buona ripartenza, dunque e … W la scuola!

A Bologna

Panorama di Bologna dal Seminario Regionale

Dopo un’estate vissuta come un lungo passaggio, dal 1 settembre sono finalmente arrivato a Bologna, per iniziare il mio servizio in Seminario.
Il luogo mi è famigliare perché ho vissuto qui gli anni della mia formazione, ma tornarci come formatore mi ha suscitato qualche emozione, oltre che qualche sana preoccupazione.

In questi giorni “il clima” è molto tranquillo; ancora non sono iniziate le attività scolastiche e non sono ancora arrivati i seminaristi. Sono con un piccolo gruppo di preti che vivono qui, impegnati in varie attività che convivono in questa grande struttura.

Avere un tempo per sistemarmi con calma, per organizzare l’arrivo dei seminaristi, per ambientarmi in un nuovo contesto lo sento come un dono per il quale ringraziare.
L’accoglienza che ho ricevuto da coloro che qui già vivevano è stato un altro bel dono: in questi giorni abbiamo la possibilità di conoscerci meglio, o di riconoscerci, dopo tanti anni vissuti a distanza.

La facciata principale del Seminario

In questi primi giorni vivo forte la curiosità di conoscere la realtà in cui sono chiamato a vivere nei prossimi anni. Pur avendo vissuto a Bologna per cinque anni durante la mia formazione teologica, il ritmo intenso degli studi e lo stile che ci veniva richiesto dal seminario di allora (forse anche la mia pigrizia) non mi hanno consentito di conoscere questa bella città e questa Chiesa (oltre il suo volto più clericale).
Ora sento di avere l’opportunità e la responsabilità di lasciarmi coinvolgere e incontrare, per conoscere e ricevere il bello che qui c’è, come una grazia che mi viene posta innanzi.

Vivo anche il desiderio forte di incontrare i seminaristi e di cominciare con loro l’esperienza della vita comune: durante l’estate alcuni li ho incontrati, di loro abbiamo parlato con i rispettivi vescovi e rettori diocesani, ma ora sento che è giunto il momento di iniziare il cammino insieme. La data prevista è il 17 settembre.

La mia postazione di lavoro nel nuovo ufficio

Come accadeva anche quando ero a Rimini, la prima domanda che molti mi rivolgono è: quanti sono i seminaristi? Nella nostra mentalità abbiamo sempre bisogno di misurare e di pesare per decidere il valore di una realtà.
La comunità, nel suo complesso, sarà composta da ventisette persone in formazione (in situazioni molto diverse e con una presenza molto diversa in seminario) e tre formatori, provenienti da nove diocesi.
Desidererei però che, più che il numero, fosse messo in evidenza il cammino che queste persone stanno facendo, il valore della proposta che in seminario si cerca di condividere, la qualità evangelica di un’esperienza che, per essere formativa, chiede di essere vera, aderente alla vita, capace di provocare continuamente alla conversione.

Alcuni seminaristi all’ordinazione presbiterale di don Marco Donati a Faenza

Sul seminario, sulla sua proposta formativa, sull’equilibrio tra gli elementi che la compongono, si è molto discusso in ambito ecclesiale negli ultimi cinquanta anni, proponendo idee interessanti e valutazioni stimolanti.
Al netto di tutte le riflessioni, che penso debbano continuare ed essere sempre più costruttive, credo che a noi oggi sia chiesto di impegnarci in questa realtà, valorizzando questo tempo che ci è dato come un’opportunità per far vivere ai seminaristi (quelli che ci sono) un’esperienza di Chiesa vera e bella, un’esperienza dalla quale possano uscire contenti di donare la propria vita per il Signore e per i fratelli: questa è la sfida che ci è posta nelle mani.

Grazie a Dio non siamo da soli a viverla. Accanto a noi ci sono i nostri vescovi, che accompagnano il nostro cammino, le nostre diocesi e tanta gente che “fa il tifo per noi”.

Al seminario, sia quello delle singole diocesi che quello regionale, è chiesto di accompagnare nel discernimento della vocazione, formare al ministero presbiterale, ma anche di essere un “luogo segno”, un luogo significativo che provochi tutta la Chiesa ad un impegno per l’annuncio del vangelo e la testimonianza della fede.
Accogliamo questa responsabilità e ci prepariamo per iniziare questo tempo che il Signore pone dinanzi a noi.

Lo stemma di papa Benedetto XV a cui è dedicato il Pontificio Seminario Regionale Flaminio

Sognati da Dio

La festa della Natività di Maria ci pone di fronte al tema della predestinazione, un tema delicato perché impatta sulla libertà dell’uomo. Sappiamo quanto l’uomo moderno sia sensibile alla custodia della sua libertà!
Ma Dio interviene e prepara una storia, pone le condizioni perché quella libertà possa diventare adesione alla sua proposta; egli non obbliga nessuno, ma, ragionando in prospettiva, concede al chiamato gli strumenti necessari per poter aderire liberamente alla chiamata che Lui si prepara a rivolgergli al tempo opportuno.

In questa festa della Natività di Maria, che non è isolata dalle altre feste mariane, noi abbiamo la possibilità di contemplare le cose nel loro esito (l’assunzione al cielo di Maria) e di poter valutare e tutto il processo nei suoi vari passaggi: possiamo così averne un giudizio completo.
Se guardiamo la vicenda umana e vocazionale di Maria dal punto di vista della sua glorificazione in cielo, possiamo dire che in Lei si è compiuto il sogno di Dio. Lei è l’immagine dell’umanità sognata da Dio, capace di vivere la propria libertà come adesione totale alla proposta che Dio rivolge all’uomo.
Dal punto di vista della sua glorificazione, noi non abbiamo dubbi su come l’opera che Dio ha compiuto in Lei fin dal suo concepimento sia stata un vero capolavoro, che in nulla ha leso la sua libertà, esaltando pienamente le sue potenzialità.

Sarebbe bello anche per noi pensarci sognati da Dio, rappacificati in ciò che Dio compie precedendo la nostra libertà per consentirci di viverla in pienezza.
Sarebbe bello che anche noi pensassimo alla nostra vita come al sogno di Dio che si realizza grazie anche alla nostra adesione alla sua chiamata.
Mi piace pensare che questo sia il modo che ci è dato per amare Dio: compiere il suo sogno su di noi, corrispondere alla sua chiamata per giungere alla glorificazione.

C’è un testo di san Paolo, nella lettera ai Romani, in cui in poche frasi si descrive tutto questo processo che ci coinvolge:
Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.  Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati. (Rom 8,28-30)

Se noi pensassimo e credessimo che davvero tutto concorre al bene di coloro che amano e sono amati da Dio, non avremmo alcun timore per la nostra libertà e potremmo realizzare gioiosamente in noi il sogno di Dio.

La prima pietra di un grande progetto

Matrimonio di Alessio e Elena
Collegiata di Santarcangelo – 29 agosto 2020

Is 55,6-11; Rom 12,1-2.9-21; Mt 7,21-27

Oggi siamo qui perché Alessio ed Elena hanno deciso di costruire una casa, la loro casa.
Ci hanno invitato per condividere con loro la gioia di questa decisione.
Oggi condividiamo con loro la posa della prima pietra, un momento solenne che chiede di essere celebrato come l’inizio di qualcosa di nuovo che prima non c’era e che oggi prende l’avvio.

Conoscendo bene Alessio ed Elena nessuno di noi può pensare che questa decisione sia stata improvvisata; se oggi posiamo la prima pietra, siamo curiosi di sapere come sarà questa casa, come l’avete pensata, qual è il progetto che guida la vostra costruzione?

Riprendendo le letture che sono state scelte da Elena ed Alessio per questa celebrazione, mi rendo interprete del progetto che hanno condiviso e, prendendo sul serio la metafora della casa, mi propongo come una guida che accompagna a visitare i vari ambienti di questa casa che loro hanno deciso di abitare.

1. Le fondamenta
Capite subito che questa visita è un po’ strana, perché nessuno visita le fondamenta di un edificio. Eppure Gesù è molto chiaro; ci dice: fate attenzione alle fondamenta, costruite la vostra casa sulla roccia. Questa è la decisione che Alessio ed Elena hanno preso: dare un fondamento solido all’edificio che abiteranno.
Sembra una cosa scontata, mentre invece è rivoluzionaria!

In questo tempo in cui si esalta la fluidità, la duttilità, la liquidità, voi avete scelto di fondare la vostra casa su qualcosa di rigido e di inamovibile.

La caratteristica della roccia, a differenza delle fondamenta di cemento armato, è che essa rappresenta un elemento già esistente, un elemento che vi precede e sul quale decidete di fondare la vostra casa.
Così, dice il Vangelo, è per la Parola di Dio. La sua caratteristica fondamentale è che ci precede e ci trascende sempre, ci fa fare fatica perché non si adatta alle nostre esigenze, ma chiede a noi di essere accolta e di modificare noi stessi per conformarci ad essa. Sembra del tutto sconveniente! Eppure, dice Gesù, è l’unica garanzia per non vivere in balia delle circostanze.

Accade, come abbiamo visto negli ultimi mesi, che eventi tempestosi si abbattano su di noi; la capacità di resistere a tali eventi dipende soprattutto dal fondamento. La promessa che Gesù vi rivolge oggi è che questo fondamento reggerà se voi siete disposti a considerarlo il punto di riferimento su cui la vostra casa è edificata.

A differenza delle altre fondamenta che rimangono sepolte sotto terra, questo fondamento rimane evidente e chiede di essere considerato quotidianamente.

2. La camera da letto: il luogo della vostra intimità di coppia
Oggi ci permettiamo di entrare anche nel luogo della vostra intimità. Siete voi che ci avete invitati.

Questo luogo è importante perché è lo spazio in cui voi vi donate l’uno all’altra e in cui il vostro amore si manifesta in tutti i suoi aspetti. È qui che comprendiamo come il vostro amore divenga un sacramento dell’amore di Dio.
San Paolo, nella seconda lettura che abbiamo ascoltato (che sarà anche il testo che leggeremo nella messa di domani) dice queste parole straordinarie: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rom 12,1).

Il vostro amore, che si manifesta nel dono reciproco di voi stessi anche nella sua dimensione corporale, diviene un culto spirituale, una lode a Dio, un sacrificio a lui gradito. Ecco il mistero dell’amore cristiano che si esprime nella relazione coniugale e che voi avete scelto di vivere accogliendo questa parola del Signore. L’amore è dono di sé stessi a imitazione del dono che Gesù ha fatto di sé stesso.

Questa è una dimensione delicata; è facile dirla a parole, fare un’omelia, scriverci un libro o una canzone; ma viverla nella quotidianità è una bella sfida; per questo essa va custodita e va curata con attenzione.

Per aiutarci, san Paolo, nello stesso testo, dice anche: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”. L’amore è vero quando io stimo l’altro degno del dono che faccio di me stessa o di me stesso. Tale stima è espressa proprio nel luogo in cui vi esponete maggiormente l’uno all’altro, in cui vi spogliate di ogni ruolo, di ogni titolo, di ogni sovrastruttura, in cui vi mostrate anche nella vostra fragilità e imperfezione. Lì la stima è autentica e alimenta l’amore e il dono reciproco.Se non c’è questa stima tutto diviene ripetitivo e sterile.

Vi auguriamo quindi che il luogo della vostra intimità, nel quale oggi ci avete invitato, sia vissuto come il luogo in cui insieme, nel vostro amore, rendete lode a Dio e vi riconoscete sempre più degni di stima.

3. La stanza del pensiero: un luogo per il discernimento e per le scelte
È davvero particolare questa casa che avete pensato di costruire. Questa non è una stanza che si trova in molte case, eppure è un luogo importante. Voi avete compreso da tempo che non si può vivere seguendo la mentalità comune, ma che, di fronte alla realtà, occorre darsi un tempo e avere uno spazio per compiere un discernimento che ci consenta delle scelte opportune, consapevoli e coerenti con quanto noi crediamo vero e giusto.

Nelle letture che ci avete proposto, il Signore insiste su questo aspetto; il profeta Isaia, parlando a nome di Dio, ci ha ricordato con forza: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9).

A noi, che ci diciamo credenti, i pensieri di Dio interessano; li reputiamo intelligenti a prescindere, capaci di aiutarci a comprendere meglio la realtà nella quale viviamo e a compiere le scelte necessarie.

Anche san Paolo, nella seconda lettura, ci diceva con chiarezza: Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rom 12,2)

Anche se voi siete due bravi ragazzi, bene educati dalle vostre famiglie e dalla comunità cristiana, addirittura due capi scout, avete compreso da tempo che questo discernimento è un processo complesso, che richiede tempo e spazio.

In questa stanza del pensiero allora troveremo una Bibbia per ascoltare la Parola del Signore, troveremo una TV, un computer connesso alla rete, dei giornali e dei libri e tutto ciò che ci consente di metterci in ascolto della realtà nella quale siamo immersi e viviamo, consapevoli che prima di ogni giudizio è importante la conoscenza e la condivisione; troveremo anche alcuni documenti della Chiesa che, nel suo servizio di accompagnamento ci aiuta a decodificare quanto accade intorno a noi… per poter compiere le scelte opportune e vivere da credenti e testimoni in questo mondo.

In questa stanza – sono sicuro – ci saranno alcune sedie poste in cerchio, perché questo impegno di discernimento possa essere condiviso con gli amici e con coloro che la provvidenza di Dio pone sul nostro cammino.

4. Le stanze dell’ospitalità e della condivisione della vita
Una casa cristiana non è fatta per essere un museo, ma un luogo di accoglienza, di ospitalità e di condivisione.

La prima ospitalità che sarete chiamati a vivere è quella nei confronti dei figli che Dio vorrà donarvi e affidarvi. Essi nasceranno dal vostro amore di coppia e voi sarete chiamati a vivere al loro servizio fino a quando diventeranno adulti. Oppure saranno rigenerati nell’amore grazie alla vostra generosa accoglienza; presso di voi potranno curare le ferite di un abbandono subito o di situazioni difficili vissute nella famiglia di provenienza e potranno ricuperare la fiducia necessaria per affrontare con coraggio e speranza la loro vita.

C’è poi l’ospitalità degli amici con i quali si condivide il cammino; l’amicizia chiede di essere alimentata nella reciproca ospitalità che, di volta in volta, saprà condividere momenti di gioia e momenti più difficili.

C’è infine l’ospitalità di coloro che il Signore pone sul nostro cammino: è quella verso i vostri vicini di casa, verso le persone che provvidenzialmente incontrerete e scoprirete che hanno bisogno di trovare presso di voi un po’ di ristoro, verso le persone in difficoltà con le quali vi troverete a condividere semplicemente quanto la provvidenza di Dio ha messo a vostra disposizione.

Tutte queste ospitalità saranno un po’ faticose, renderanno la vostra casa un po’ disordinata, ma saranno la garanzia di custodirla come un luogo ossigenato con aria buona, un luogo in cui la vita circola e in cui vi troverete a fare i conti con una provvidenza che sempre ci dona più di quanto ci domanda.

Carissimi Alessio ed Elena, per oggi la visita del progetto della vostra casa si ferma qui.

Sarete voi, nel tempo che verrà, a mostrarci come questa casa ha preso corpo, come avrete dato seguito a quanto ora è un progetto, come avrete modificato alcune cose perché avete compreso meglio come volete abitare la vostra casa, …

Molte delle persone che oggi sono qui a festeggiare con voi le troverete disponibili per aiutarvi a costruire, a traslocare cose, a modificare quanto scoprirete importante per voi e per la vostra famiglia: non pensate di dover fare tutto da soli.

Un po’ provocatoriamente, vi auguriamo che questo non sia il giorno più bello della vostra vita. Se fosse così, sarebbe davvero triste e per molto tempo vi attenderebbe solamente qualcosa di meno.

In questo giorno bello, invece, vi auguriamo nel nome del Signore che ogni giorno possa essere più bello del precedente, perché la promessa di Dio, la roccia sulla quale oggi voi posate la prima pietra della vostra casa, possa realizzarsi in voi e nella famiglia a cui oggi date inizio; perché possiate abitare questa casa sicuri dalle intemperie e pronti a diffondere intorno a voi la gioia che riempie la vostra casa.

Carissimi Alessio ed Elena, il Signore vi benedica in tutti i giorni della vostra vita e la pace del Signore regni nella vostra casa.

Amen!

Scuola: parliamo dei ragazzi?

Forse io sono la persona più distratta d’Italia, ma a pochi giorni dall’inizio della scuola, mentre ogni giorno fioccano articoli e interventi sulla distanza tra i banchi, sulla capienza degli autobus, sui tempi in cui sarà opportuno o obbligatorio portare la mascherina, … non ho ancora sentito nessuno parlare di come aiutare il reinserimento a scuola dei nostri bambini/e, ragazze/i e giovani dopo sei mesi di lockdown scolastico.

E’ facile per tutti farsi prendere dalle questione tecniche e logistiche, ma la scuola e tutti coloro che vi operano, più che alle questioni tecniche, ora dovrebbero dedicarsi alle questioni educative che, in questo anno più che in altri anni, saranno da prendere sul serio.

La ripartenza della scuola, infatti, non pone solo interrogativi di tipo sanitario.
Mi chiedo, per esempio, se siano state investite energie e risorse per aiutare le/i docenti ad affrontare questa particolare ripartenza, accogliendo i ragazzi con il vissuto di questi mesi, reinserendoli in un contesto che appartiene a loro, ma che è stato loro precluso per un tempo lunghissimo.
Mi chiedo se siano stati pensati percorsi ad hoc per quelle bambine e bambini, ragazzi e ragazze che, nonostante l’impegno per la D.a.d. sono di fatto rimasti esclusi per mancanza di infrastrutture o per la fragilità educativa del contesto famigliare.
Mi chiedo anche se la scuola, che insieme alla famiglia è la principale agenzia educativa del nostro Paese, si sia preparata per aiutare i nostri bambini/e, ragazze/i e giovani a comprendere cosa stia accadendo intorno a noi in questo singolare tempo della storia, come questo ci proietti in un orizzonte globale, come ci provochi in una responsabilità intergenerazionale, come ci obblighi ad una solidarietà internazionale… insomma se la scuola nel suo insieme aiuterà i nostri studenti e le nostre studentesse a formulare un giudizio su quanto sta accadendo, un giudizio che inviti alla responsabilità personale e collettiva, senza limitarsi a continuare a colorare arcobaleni.

Mi chiedo molte altre cose che, sinceramente, senza banalizzare o relativizzare troppo, mi preoccupano un po’ di più della distanza dei banchi e della capienza degli scuolabus… ma di questo non sento nessuno parlare.

Allora propongo: non sarà ora di cominciare a parlarne?

Religione o fede?

Ovvero la questione dell’essenziale

Voi chi dite che io sia?
Domenica il Vangelo ci riporta alla domanda centrale della nostra esperienza di fede: chi è Gesù? Cosa dico di lui?
Questo testo lo abbiamo sentito tante volte, ma in questo anno particolare, segnato dall’esperienza della pandemia che ha fortemente inciso sulla vita della comunità cristiana in genere e sulla vita di fede di tanti credenti, credo possa avere una risonanza tutta particolare.
Nella ripartenza che ci prepariamo a vivere nei prossimi giorni, dopo la pausa estiva, saremo capaci di andare all’essenziale della questione o rischieremo di disperdere le nostre energie su ciò che non vale la pena ricuperare?

Questa domanda è risuonata tante volte negli ultimi mesi, man mano che si passava dall’emergenza alle fasi successive, ma non sempre siamo stati capaci di definire in modo chiaro cosa sia l’essenziale.
Provocato dal testo del Vangelo che ci presenta la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, provo a dire prima cosa non è essenziale, poi a individuare cosa ci avvicina all’essenziale.

La prendo un po’ larga sperando di non disperdermi.
Nel 1992 il sociologo torinese Franco Garelli pubblicò un’indagine sulla cristianità in Italia intitolata “Forza della religione. Debolezza della fede“; la tesi del prof. Garelli, molto sinteticamente, era che in Italia la dimensione religiosa intesa come pratica, come senso di appartenenza, come tradizioni religiose, poteva essere considerata ancora forte, ma debole era la fede di coloro che si definivano credenti; debole perché non fondata su una formazione significativa e non incisiva nell’esperienza della vita quotidiana.
A quasi trent’anni di distanza, potremmo dire che, indipendentemente dalla pandemia, anche la dimensione religiosa si è molto indebolita e non si è rafforzata la dimensione della fede.

Se questo è vero ci possiamo chiedere: la pandemia, con le sue conseguenze, ha influito sulla religione o sulla fede dei credenti? E nel tempo che abbiamo davanti (quello della ripartenza) siamo chiamati a ricuperare la dimensione religiosa oppure a far crescere la dimensione della fede? E come?

Provo allora a dire cosa ci potrebbe aiutare a far crescere la dimensione della fede, anche a partire dall’esperienza già vissuta da tanti uomini e donne credenti e dalla purificazione vissuta durante il tempo del distanziamento.

1. Una diffusione popolare e ampia della Parola di Dio come grammatica essenziale dell’esperienza della fede. Nel 2020 possiamo dirci credenti senza un riferimento significativo alla Parola di Dio? Grazie a Dio abbiamo molte esperienze differenti e testate. Occorre diffonderle come esperienze ordinarie nella comunità dei credenti, nei gruppi, nelle famiglie, tra i giovani. E’ la Parola che ci aiuta a crescere nella conoscenza di Dio e nella professione della nostra fede.

2. Il ricupero della centralità della domenica come dono di Dio, giorno sempre nuovo, tempo che illumina la vita dei credenti e che ci aiuta a vivere la differenza della vita cristiana. Occorre ricuperare il valore della domenica in sé (anche indipendentemente dalla celebrazione eucaristica), con proposte differenziate che valorizzino quel giorno in modo diverso a seconda della maturità di fede di ognuno. L’eccessiva insistenza sulla messa ad ogni costo, anche in condizioni di difficile celebrabilità, non ha fatto crescere tra i cristiani la coscienza del valore della domenica come memoriale della risurrezione di Gesù.

3. Un’esperienza di condivisione in piccole comunità di adulti e/o di giovani in cui si confronta la vita con l’esperienza della fede e in cui si impara a fare discernimento per comprendere cosa ci chiede il Signore e dove ci guida. Senza la mediazione fraterna ed ecclesiale è molto difficile per il singolo riuscire a compiere questo discernimento. Rimettere in contatto la fede con quelle che vengono definite le soglie dell’evangelizzazione (lavoro, fragilità, affettività e famiglia, sfida educativa, impegno nella cittadinanza attiva, testimonianza della carità), è essenziale per comprendere cosa c’entri Gesù con la mia vita e con la vita delle persone che vivono intorno a me.

4. L’educazione alla preghiera cristiana come ambito in cui, a partire dall’ascolto profondo della Parola di Dio che si rivela nella Scrittura e in ciò che il Signore mi rivela nella mia vita, vivo la risposta e l’invocazione a Dio perché compia in me ciò che mi ha fatto conoscere come promessa. La preghiera cristiana è essenziale perché è la prima e fondamentale espressione della mia fede in Dio e nel compimento della sua promessa (io sarò con te, io avrò cura di te, io custodirò la tua vita anche oltre la morte, tu sei prezioso ai miei occhi, …). Nella preghiera, abbiamo scoperto durante i giorni del distanziamento, un posto privilegiato deve essere restituito alla liturgia delle ore, come celebrazione del mistero pasquale affidata da ogni battezzato.

5. Una “presenza amica” dei cristiani nel mondo del lavoro, della cura, della solidarietà e in tutti gli ambiti in cui tante altre persone, anche non cristiane, sono impegnate.
Il tempo del distanziamento ci ha fatto vedere tanto bene agito dalle persone, proprio quando il male sembrava travolgerci: tanti che si sono impegnati non partivano da motivazioni di fede, eppure hanno saputo portare luce, consolazione e pace.
Di tutti questi uomini e donne noi non possiamo che essere e sentirci amici. I cristiani sono chiamati a riconoscere tutto questo bene e a collaborare con semplicità, a valorizzarlo e a farlo divenire contesto di condivisione.

Questi cinque punti li considero le vie privilegiate per valorizzare l’essenziale nella ripartenza che ci attende. A molti sembreranno troppi o troppo pochi. Ecco perché è opportuno un discernimento comunitario che ci aiuti ad individuare insieme le piste su cui focalizzare il nostro impegno.
Molte cose non saranno come prima; ma questo non dipenderà solamente dal fatto che siamo meno, più anziani o più stanchi, ma perché – finalmente – dopo innumerevoli appelli dei nostri vescovi, abbiamo compreso che dobbiamo abbandonare ciò che non ci aiuta a crescere nella fede e concentrarci su ciò che, invece, è essenziale.
Tale percorso di discernimento con le scelte collegate, ci farà riconoscere che il risultato sarà per un “di più” e non per un “di meno”: allora avremo la conferma che stiamo camminando nella volontà di Dio, che ci chiede ancora di essere suoi discepoli in questo tempo.

Una fraternità concreta

Vescovo-rn-2

Spesso noi preti ci riempiamo la bocca di parole e pensieri alti, ma, come per tutti, non sempre è facile o scontato tradurli in vita vissuta. Una di queste parole è “fraternità“.
Desidero dare testimonianza di quello che sto vivendo in questa estate un po’ strana per me, a causa del passaggio dalla parrocchia al servizio in seminario regionale.

Con grande sapienza e generosità, il Vescovo mi ha “regalato” questa estate per potermi preparare al nuovo servizio in seminario, rendendomi libero dalle esigenze del servizio in parrocchia. Da questo punto di vista questo tempo si sta rivelando molto proficuo. La disponibilità di tempo per gli incontri nelle varie diocesi, la possibilità di potermi concentrare sulle questioni che riguardano il mio nuovo servizio, … sono davvero una bella possibilità di cui sono grato.
Ma la vita non è fatta solo di lavoro e, conoscendomi, ho intravisto il pericolo di vivere questo tempo in una solitudine pericolosa: per questo ho deciso di vivere in una comunità di preti e sto sperimentando una fraternità commovente e generosa.

Nel mese di luglio sono stato accolto dalla comunità dei preti di san Giuliano, con i quali ho condiviso i giorni in cui ero a Rimini nella preghiera, nella vita fraterna, nel confronto quotidiano.
Da ieri mi trovo a Morciano, inviato dal Vescovo, per dare una mano ai preti di questa unità pastorale nei fine settimana e nei tempi che sarò libero da impegni “bolognesi”. Ho chiesto al Vescovo di avere un luogo di riferimento, una comunità di preti con cui condividere in tempi in cui mi trovo in Diocesi… e si è deciso per Morciano.

Sono molto grato e commosso dalla cura e dall’attenzione con cui sono stato accolto a San Giuliano e a Morciano, dalla gratuità di questa accoglienza per la mia persona prima che per quello che potrò fare di utile.
Voglio dare testimonianza di quanto sto sperimentando perché credo che ci faccia bene sapere le cose buone che accadono e darci la possibilità di farle diventare sempre di più uno stile condiviso.

Grazie davvero cari fratelli e amici.
Io ne avevo bisogno ed è stato un bel dono.

Cammino di san Benedetto/ sintesi e frutti

Sono sul treno ed ho tempo per riflettere su quanto ho vissuto in questi giorni, per fare un po’ di verifica, per rendere “vero” ciò che ho sperimentato e toccato. Cerco i frutti di questo percorso, fatto in questo momento della mia vita. Alcuni di questi frutti li scoprirò più avanti, altri li posso cogliere e gustare fin da subito.

1. Imparare ancora ad essere discepolo.Ascolta figlio i precetti del maestro“. Così si apre la regola di Benedetto. L’ascolto è la dimensione fondamentale e prioritaria di ogni credente e deve essere ancora di più la mia. Devo aprire l’orecchio all’ascolto per custodire la verità del mio essere discepolo. “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.

2. Imparare ad essere “Abba”. Benedetto dedica un intero e lungo capitolo della Regola per descrivere come debba essere l’abate. Egli non è solo il capo della comunità, ma, come dice il termine da lui scelto, è soprattutto un padre, che accudisce, che richiama, che sostiene, che vive la responsabilità del cammino delle persone che gli sono affidate. Anche in questa dimensione sento di dover essere sostenuto dalla grazia di Dio, l’unico che è veramente Padre e l’unico che è veramente buono (cfr. Mc 10). Chiedo al Signore che mi custodisca da ogni paternalismo e da ogni autoritarismo, e che mi insegni a vivere quell’autorità paterna che è capace di generare e di introdurre alla responsabilità sulla realtà. Tale paternità sarà da condividere fraternamente con coloro che, con me, sono chiamati al servizio della realtà del seminario regionale.

3. Ora et labora (et lege): la sfida dell’equilibrio. Se la Regola di san Benedetto ha attraversato i secoli e si è “imposta” come regola monastica per antonomasia, è proprio grazie al suo grande equilibrio tra le varie dimensioni della persona: spirituale, umana e culturale. Tale equilibrio è una sfida sempre attuale, che ci coinvolge in prima persona e, ovviamente, ci rende responsabili verso le persone che ci vengono affidate. A fronte del rischio – sempre attuale – delle assolutizzazioni, Benedetto mi richiama a considerare la persona nella sua globalità e ad avere attenzione per tutte le sue esigenze.

4. Il valore del silenzio e il valore della parola. Ho già scritto che in questi giorni sono riuscito ad apprezzare il cammino solitario, ma anche la compagnia provvidenziale di coloro che ho incontrato. È stato importante il silenzio del cammino da solo, come le parole scambiate nel cammino in compagnia. Anche qui è importante trovare un equilibrio che, ho compreso, si fonda sulla capacità di riconoscere le opportunità, senza ideologie o schematizzazioni troppo astratte. Per ogni passo del cammino c’è una condizione propria da riconoscere.

5. Essenzialità e contesto. Ho percorso cammini molto più essenziali (penso ai Goum o alle routes con i clan che ho accompagnato). In questo cammino ho ricompreso l’essenzialità come la capacità di stare serenamente in un contesto, accogliendolo così come si offre, rinunciando alla pretesa che sia adeguato a me. Ho cercato di accogliere e apprezzare quanto mi veniva offerto dalla strada, nell’accoglienza, dalle situazioni,… con uno spirito pacificato e con gratitudine, senza attendermi altro. Ho avuto molto di più che in altre situazioni: ho provato a riconoscere tutto come un dono.

6. Umiltà. Uno dei testi evangelici che sono ritornati più volte nelle ultime settimane, è quello in cui Gesù ci invita ad imparare da lui che è “mite ed umile di cuore” (cfr Mt 11). Benedetto dedica tutto il capitolo sette della sua Regola al percorso dell’umiltà che il monaco dovrebbe percorrere, definendo 12 gradini che manifestano la progressione nell’umiltà. Per san Benedetto, mi sembra di capire, tale percorso coincide con la vita monastica. Non per divenire uomini perfetti moralmente impeccabili, ma per assomigliare sempre di più al Cristo. Questo percorso dell’umiltà mi propongo di approfondirlo, per poterlo attualizzare alle circostanze dell mia vita, rispetto alla proposta di Benedetto.

7. Grazie. Ringrazio Dio per questo cammino che mi ha concesso di portare a compimento. Ringrazio per le persone che mi hanno accolto, per le belle persone con cui ho condiviso il cammino, per tutti coloro che mi hanno guardato o salutato con simpatia mentre passavo per paesi e stradine deserte. Ringrazio perché ogni giorno ho avuto acqua per dissetarmi, cibo per nutrirmi, forza sufficiente per compiere il cammino di quel giorno. Ringrazio perché ogni mattina mi è stata data la forza per affrontare il nuovo cammino. Ringrazio perché, nei momenti di fatica, non sono stato travolto dallo scoraggiamento, ma ho sempre trovato un aiuto esteriore o interiore. Ringrazio per la grande bellezza di cui ho potuto riempire occhi e cuore, perché i paesaggi, le situazioni, i volti delle persone sono state tante icone viventi che mi hanno richiamato all’autore della bellezza (cfr. Sap 13). Grazie per il tempo del riposo goduto, per la rigenerazione che si è realizzata in me. Grazie per la preghiera semplice, ma nutriente di questi giorni di pellegrinaggio.

Questi alcuni frutti che ora riesco a verificare. Come sempre, torno con lo zaino più pieno di quando sono partito, e torno per immergermi totalmente nella vita ordinaria, quella in cui si gioca la vera sfida. Il cammino è una parabola (o.una metafora) che ci deve aiutare a vivere la vita vera.

Cammino di san Benedetto/8

Montecassino

Oggi ho vissuto l’ultima tappa del cammino di San Benedetto. Sono partito abbastanza presto da Roccasecca, dopo aver fatto colazione dalla signora Patrizia, molto gentile. Il cammino è iniziato molto veloce: la strada era asfaltata, con pendenze molto lievi. I primi 10 km sono praticamente volati e anche i tre successivi sono stati molto semplici.

Poi è iniziata la salita vera e propria verso Montecassino, in un bel bosco, in un contesto molto ricco di vegetazione. In quest’ultima parte la fatica si è fatta sentire, ma è emersa anche la fatica di pensare che il cammino si stava concludendo. Mi sono un po’ innervosito per la difficoltà a trovare i segni del Cammino lungo l’ultima parte della strada.

L’ arrivo a Montecassino è stato abbastanza tranquillo. Ero molto stanco, soprattutto a causa del caldo, ma ho trovato il tempo per riposarmi prima di visitare l’abbazia e di dedicare un ampio spazio di tempo alla meditazione sulla regola di San Benedetto, aiutato da un libretto dell’abate di Montecassino. Alle 17 ho preso l’autobus che mi ha portato a Cassino, dove ho raggiunto il luogo in cui passerò la notte. Domani rientro con il treno.

Tomba di San Benedetto e Santa Scolastica a Montecassino
In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

Cinema stories

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA - Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION - A missionary look on the life of the world and the church

Simone Modica

Photography

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: