Noi non abbiamo paura! E voi?

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Solidarietà e affetto per i nostri fratelli e le nostre sorelle siciliane che hanno subito questi vigliacchi atti di vandalismo. 

#piùbellediprima

La fatica di decidere insieme

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Nella Chiesa si parla molto di processi sinodali, di partecipazione e di corresponsabilità, ma, nel nostro ritrovarci, rimane la fatica di arrivare a decisioni condivise.
Parliamo, ci confrontiamo liberamente, ma non riusciamo ad arrivare a concludere il processo con una scelta condivisa.
So bene che la Chiesa non è una democrazia e che in essa c’è qualcuno che svolge il servizio dell’autorità; ma perché, anche solo a livello orientativo, non riusciamo e non ci interessa giungere a deliberare o anche solo prendere posizione su un tema? Di tutto il nostro parlare cosa rimane? Chi lo raccoglie per edificare? Chi lo custodisce come qualcosa di utile?

Onestamente mi sento di dire che il problema non è di chi presiede che, nelle intenzioni, si apre con disponibilità al confronto; il problema sta piuttosto in noi, che rappresentiamo la base. Prendere decisioni condivise ci vincolerebbe, non potremmo più fare come individualmente riteniamo meglio; ci sentiremmo – almeno formalmente – tenuti a fare i conti con una scelta comune, su cui ci è stato chiesto di prendere posizione. Se questo non accade, liberi tutti!

Facciamo fatica ad esporci, a prendere decisioni. Forse pensiamo che questo stile ci garantisca individualmente.
Ma dove e quando emergerà il NOI della comunità ecclesiale (e del presbiterio)?
Quando ci sentiremo solidali, appassionati e impegnati in un lavoro comune e in uno stile condiviso?

Per vivere la sinodalità (syn-odos) infatti, che – come tutti ormai sanno – significa fare strada insieme, occorre prima vivere un esodo (ex-odos) da sé stessi, rinunciando alla propria autoreferenzialità, e condividere un metodo (met- odos), che definisca il percorso su cui si desidera camminare insieme.
Senza gli altri due elementi, anche se camminiamo insieme e assumiamo lo stile sinodale, rischiamo di non arrivare da nessuna parte; il fallimento dell’obiettivo crea solamente frustrazione e rafforza la voglia di andare ognuno per la propria strada… E questo sarebbe veramente un problema molto grave.

Apollo 13


Houston, abbiamo un problema!

Questa mattina, durante l’assemblea del presbiterio, don Nico Dal Molin ci ha ricordato la storia della missione spaziale Apollo 13. È stata una missione particolarmente difficile, soprattutto per l’incidente che ha messo a rischio la vita degli astronauti.
La vicenda è ricordata però, per l’intraprendenza, la fantasia e la capacità di soluzione di problemi molto importanti che gli astronauti, aiutati dagli ingegneri della base di Houston, sono riusciti a risolvere grazie alle poche cose che avevano a disposizione.

La storia dell’Apollo 13 è stata portata come esempio della situazione ecclesiale che stiamo vivendo. Si tratta evidentemente di una metafora che presenta degli aspetti molto provocatori: anche noi ci troviamo in una situazione difficile, inedita; siamo chiamati a trovare soluzioni nuove con pochi mezzi a disposizione.

Mi chiedo – però – se dobbiamo ridurci ad attendere che la situazione degeneri fino a diventare una situazione di emergenza: sarà solo questa la circostanza che ci spinge a metterci in moto?

Mi chiedo, invece, se non potremmo usare quella intraprendenza, quella inventiva, che hanno dimostrato gli ingegneri e gli astronauti, per prevenire le situazioni di difficoltà, per trovare soluzioni nuove ai problemi che abbiamo già ben presenti, senza attendere che la situazione degeneri fino a diventare una situazione di emergenza.

Mi chiedo cosa ci impedisca di ritenere sensato investire delle energie, delle risorse economiche, degli spazi per la formazione, per preparare un futuro ecclesiale che, ormai, evidentemente ci attende.

Houston, abbiamo un problema!

L’impressione, invece, è che noi tendiamo a preferire l’inazione, come se pensassimo che le cose si risolvano da sole… Ma ci troviamo sempre più stanchi, con sempre meno ossigeno, sempre più incapaci di trovare soluzioni intelligenti per i problemi che abbiamo di fronte.

Questi tre giorni che trascorriamo insieme con il presbiterio, potrebbero rappresentare una buona occasione per guardare avanti e per fare dei piccoli passi verso quelle soluzioni intelligenti che la nostra Chiesa ha bisogno di trovare per affrontare il futuro che la attende. Dipende anche da noi.

Houston, abbiamo un problema!

Gesto interrotto

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Gesto interrotto“: fino a venerdì scorso non avevo mai sentito questa espressione che, invece, ho imparato essere comune in ambito pedagogico. Mentre ascoltavo Letizia, venuta a parlare alla nostra comunità capi di autoeducazione per i bambini di fascia 8-11 anni (lupetti e coccinelle), ad un certo punto è emerso nella sua esposizione questo concetto che, subito mi ha affascinato, introducendomi in una modalità relazionale che mi interpella. Nel (poco) tempo libero di questi giorni, ho navigato per capirne di più.

Per gli altri due viventi in Italia, che, come me, non sanno di cosa si tratti, riporto questa definizione: «Il prof. Andrea Canevaro parla di gesto interrotto per connotare il rapporto che, partendo dalla dipendenza, lascia spazio all’autonomia. “Il nostro gesto interrotto implica l’attesa di un completamento originale da parte dell’altro, implica una scelta.. che può essere assai diversa da quella che avevamo in mente…è l’accettazione dei limiti della propria azione. E’ il contrario del “fare al posto dell’altro per piccolo che sia”»

(http://www.istruzioneinfanzia.ra.it/content/download/128988/1565385/file/progetto ).

Proprio come nell’immagine che apre questa riflessione: una mano aperta che si lascia afferrare lasciando al piccolo la libertà di decidere come afferrare quella mano grande.

Pensando, mi è ritornato alla mente uno dei tanti “gesti interrotti” che sono raccontati nel Vangelo, quello che narra l’incontro e la guarigione di Bartimeo, il cieco di Gerico:

E giunsero a Gerico. Mentre partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”. Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”. Gesù si fermò e disse: “Chiamatelo!“. Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!”. Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che io faccia per te?”. E il cieco gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”. E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada” (Mc 10,46-52).

Mi ha sempre colpito che Gesù non vada da Bartiméo, nonostante questo sia cieco, ma lo chiama perché sia lui ad andare da Gesù, balzando in piedi, lasciando il suo mantello (atto di totale fiducia in Gesù) e venendo incontro al Signore. E’ straordinario lo spazio di libertà e di creatività che Gesù lascia a Bartiméo, consentendogli di esprimere in modo ancora più concreto la sua fede e la gioia di quella chiamata.

don Giovanni Montali – Invito alla mostra

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Sul sito della parrocchia si può trovare la trascrizione dell’intervento di don Davide Arcangeli.

http://www.parrocchiasantarcangelo.it/don-giovanni-montali-invito-alla-mostra/

Qui di seguito la registrazione dell’incontro:

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Te Deum 2019

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E’ molto antica e diffusa la tradizione che conclude l’anno con il canto del “Te Deum“, un inno solenne con il quale la Chiesa innalza a Dio il suo ringraziamento per i benefici ricevuti.
L’inno del Te Deum è molto bello: esso mette in evidenza le grandi gesta del Signore per la salvezza del mondo.
Tuttavia, sento il desiderio e anche il dovere di ringraziare Dio per quanto ha compiuto in modo specifico per me (e per le realtà ove svolgo il mio ministero) in questo anno che è trascorso.

Non sia tratta di una atto di cortesia nei confronti del Signore, ma, come affermiamo a gran voce nella liturgia, oltre che essere nostro dovere, è anche fonte di salvezza rendere grazie sempre e in ogni luogo a Dio.

Ripercorro l’anno che oggi si conclude andando a memoria, sperando di non perdermi qualcosa di importante.

– L’arrivo della famiglia Hsyan e la nascita di Luna lo scorso 9 gennaio è stato ciò che ha caratterizzato in modo forte questo anno. Collegato all’accoglienza di Abdo e famiglia, ho compiuto un viaggio in Libano, presso il campo profughi di Tel Abbas dove ho condiviso qualche giorno con i volontari della Operazione Colomba, giovani meravigliosi. Da quel viaggio è emersa l’esigenza di sostenere un progetto di accoglienza per un’altra famiglia che ha visto lo splendido coinvolgimento della comunità di san Vito. Una benedizione e un grande impegno. Grazie, Signore.

– Nel mese di febbraio abbiamo proposto il bellissimo spettacolo di Christian di Domenico, culmine di un anno pastorale dedicato all’accoglienza della disabilità; frutto di questo anno è stata la consapevolezza di avere ancora molto da fare per abbattere le barriere che rendono accessibile a tutti la parrocchia (non solo e non soprattutto le barriere architettoniche). Per questa consapevolezza, grazie, Signore.

– Dal mese di febbraio la parrocchia ha organizzato un percorso sul “Bene comune e la pace sociale nella Evangelii gaudium“, per accompagnare il confronto elettorale in vista delle elezioni europee e amministrative. E’ stata un’occasione feconda che ha visto riunirsi tante persone; da questo percorso presto ne nascerà un altro meno occasionale e più partecipato. Per ciò che è stato e per ciò che da lì nascerà, grazie, Signore.

– Il campo lavoro missionario, anche quest’anno si è confermato appuntamento straordinariamente inclusivo, capace di valorizzare l’impegno di tanti e di portare buoni frutti per i progetti proposti dai nostri missionari. Per questo straordinario movimento e per tutte le persone che si coinvolgono, grazie, Signore.

– Alla fine di Maggio abbiamo vissuto un’assemblea con la parrocchia di san Vito alla presenza del Vescovo, per procedere nel cammino di comunione e di collaborazione tra le due parrocchie e per affidarci gli uni agli altri nel percorso che ci attende. Per questo desiderio di collaborazione, per la comunione che ci aiuti a desiderare, perché ci consenti di trasformare le difficoltà in opportunità, grazie Signore.

– In questo anno abbiamo celebrato molti matrimoni di coppie della nostra comunità e molte altre coppie le abbiamo incontrate in occasione della preparazione dei matrimoni, nei percorsi organizzati e nelle celebrazioni, segno di una vivacità e di una fecondità che sorprende e stupisce. Per tutti questi giovani sposi, per il loro desiderio di amare accogliendo il tuo comandamento, grazie Signore.

– In questo anno ho vissuto con l’AGESCI ben 5 campi di formazione per i capi; sono stati un’ occasione per incontrare tanti giovani che si mettono in gioco per il servizio educativo, e i capi formatori, che non si sottraggono alla responsabilità di far crescere altri nella competenza e nella vocazione al servizio. Per tutti i capi incontrati, per le loro testimonianze di impegno, per il loro desiderio di lasciare il mondo migliore attraverso l’impegno educativo e per coloro con i quali mi hai chiamato a collaborare nella formazione, grazie Signore.

– A marzo abbiamo vissuto una bellissima assemblea dei capi dell’AGESCI della zona di Rimini, con la presenza di Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”; è stata un’occasione di incontro e di scambio fecondissimo sulla realtà della Chiesa e del nostro Paese, un momento che avevo molto desiderato. Grazie, Signore.

– Questa estate ho vissuto due bellissime routes con i due clan di Santarcangelo; sono stati momenti forti di coesione nella comunità e di esperienze straordinarie, capaci di portarci fuori dalle nostre routines per farci sperimentare il gusto dell’incontro con l’altro e con Dio. Per questi ragazzi e ragazze, per tutte le persone incontrate, grazie, Signore.

– Nel mese di settembre abbiamo vissuto molte feste nella parrocchia e nella zona pastorale; un mese di incontri e di momenti gioiosi per ripartire con il piede giusto nel nostro anno pastorale. Perché siamo ancora capaci di festeggiare, perché non ci appiattiamo sul fare, grazie Signore.

– Ad ottobre il MASCI e la parrocchia hanno organizzato due bellissimi incontri presso l’Istituto Molari sul documento di Abu Dhabi, con la presenza di Asmae Dachan e di Rosanna Virgili. E’ stata l’occasione per ritornare a quell’evento storico, profezia di un mondo diverso, di un mondo desiderato. Perché ci dai il gusto della fraternità e perché ci poni innanzi uomini e donne che non si rassegnano alla logica della violenza e della contrapposizione, ma che hanno il coraggio di desiderare e di attuare vie di pace e di fraternità, grazie, Signore.

– Per gli incontri vissuti nelle scuole dell’infanzia e nelle scuole elementari, grazie alla disponibilità delle insegnanti di religione: è stata un’occasione straordinaria per incontrare i bambini in un luogo molto importante della loro quotidianità. Grazie per la fantasia che ci doni per inventare nuove vie per l’incontro; grazie per l’accoglienza sperimentata dagli insegnanti, per l’ascolto attento dei bambini, per i frutti di amicizia. Grazie, Signore.

Oltre a tutto questo, non è mancato il bello dell’ordinario, degli incontri vissuti nella quotidianità e in quelli organizzati per la formazione; gli incontri con i genitori; le celebrazioni con i bambini e i ragazzi; … tutto l’ordinario che è risultato straordinariamente fecondo, perché il Signore è grande e la sua misericordia non ha confini.

Grazie Signore perché non ti sei stancato di noi e continui ad agire in mezzo a noi facendoci sperimentare la fecondità del Vangelo e la ricchezza della testimonianza della vita cristiana. Grazie perché ci poni gli uni accanto agli altri per sostenerci e donarci la forza per continuare a sperare.
Certo, non sono mancate le difficoltà, le fatiche, le tensioni, le incomprensioni, le incoerenze, il peccato, … ma più grande è il tuo amore e la tua grazia.
Per questo, alla fine di questo anno, voglio dirti con semplicità il mio grazie.

Posso iniziare con fiducia il nuovo anno perché tu sei un Dio fedele e, come ci hai accompagnato in questo tempo appena trascorso, non farai mancare la tua presenza accanto a noi nel tempo che ci prepariamo a vivere, tu che hai promesso di essere con noi tutti i giorni, fino alla fine del mondo.
Concedici Signore di poter riconoscere la tua presenza, di benedirti e ringraziarti sempre e in ogni luogo, perché è davvero cosa buona e giusta!

Te Deum laudamus…

Oggi è Natale!

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…oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. (Lc 2,11)

Il Dio che ho conosciuto e nel quale ho creduto non si crogiola nella celebrazione degli anniversari. Poco gli interessa andare con la memoria ai fatti passati.
Ci chiede di ricordare, ma solo perché il nostro oggi sia diverso; ci chiede di fare memoria perché non ci sentiamo in balia delle circostanze mutevoli, ma comprendiamo che c’è una trama sulla quale la storia, anche quella che stiamo vivendo, è ordinata e connessa.

Non mi interessa ricordare un fatto accaduto duemila anni addietro se questo avvenimento non dice qualcosa di importante al mio oggi. Ho bisogno che il Signore si incarni oggi, che venga dentro il mio tempo, che permei della sua presenza la storia che io sto vivendo. Solo allora sarà Natale. E allora lo riconoscerò come il Salvatore, come il Dio con noi!

Posso festeggiare il Natale perché Egli, che è l’Eterno, il presente ad ogni tempo, sceglie di nascere nel mio oggi. Anche per me diventano vere quelle parole che gli angeli hanno detto ai pastori: “oggi è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”, perché il Verbo si fa carne oggi.

Come lo ha chiesto a Maria di Nazareth, egli chiede a me, alla comunità dei credenti che vive in questo tempo, di farsi grembo che lo partorisce al mondo. Chiede a noi di accogliere e dare carne a quella parola eterna e sempre nuova che Egli vuole dire al mondo: Dio salva, Egli è con noi!

Allora sarà Natale! Allora sarà festa! Perché il mistero si compie oggi.

Buon Natale a tutte e a tutti!

 

Profeti in patria

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Da quando sono a Santarcangelo, c’è un appuntamento annuale che cerco di non perdermi: sono gli auguri di Natale in Comune con l’assegnazione delle benemerenze. E’ un momento bellissimo per la nostra città, perché vengono riconosciuti i meriti di chi ha fatto del proprio meglio nella professione, nel volontariato, nell’arte, nella vita della città.
Filippo Gullotta, premiato per l’ideazione dell’app “TOC TOC”, ha detto che forse Santarcangelo è l’unico paese in cui si è profeti in patria, in cui ciò che di bello ognuno fa è riconosciuto e valorizzato anche dalla città dove vive e dai suoi concittadini.

In un’epoca depressa, in cui ci si lamenta sempre per ciò che non va, è bello condividere uno spaccato bello del volto della nostra città, che mette in evidenza coloro che si sono impegnati. E’ una bella iniezione di energia e di speranza!

Grande commozione per i bambini e bambine della classe IV della scuola elementare Marino Della Pasqua, premiati come gruppo-classe insieme alle loro maestre per la realizzazione del libro illustrato delle storie di Pinocchio; il loro giuramento di amicizia (testo di B. Tognolini) ci ha fatto bene ed è un bell’auspicio per iniziare il nuovo anno:

Tutti per uno, uno per tutti!
È questo il patto che noi giuriamo
nei giorni belli, negli anni brutti.
Tutte le foglie da un unico ramo
e tutti i fiumi in un solo mare,
tutte le forze in un solo braccio
e questo braccio ce la può fare.
Voi ce la fate se io ce la faccio.
Perché non resti più indietro nessuno:
uno per tutti, tutti per uno.

Un piacere particolare per l’assegnazione dell’Arcangelo d’Oro alla famiglia Marchi, dell’antica stamperia Marchi. Tante congratulazioni ad Alfonso e a tutta la sua famiglia per la passione e l’accoglienza che vivono nel loro bellissimo e prezioso lavoro.

Oggi ripartiamo tutti più positivi; contenti per il bene che ci è stato raccontato e perché abbiamo visto che è possibile viverlo.

Vogliamo vivere …

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Signore, vogliamo vivere la nostra speranza, certi della tua presenza in mezzo a noi, anche quando il dolore, l’amarezza, l’incomprensione pesano su di noi e ci sembra di essere soli.
Vogliamo vivere nella riconoscenza, ringraziandoti del tuo amore che ha superato ogni ostacolo e ti ha portato a farti uomo per trasformare noi e renderci simili a te.
Vogliamo vivere nella carità, che viene da te, e diventa aiuto a chi ne ha più bisogno, perché anche oggi i ciechi vedano, gli zoppi camminino, i malati vengano guariti, e tutti possano godere la loro dignità di figli tuoi.
Vogliamo vivere nella giustizia, eliminando ogni oppressione, ogni sfruttamento, ogni inganno, usando dei beni che noi possediamo in modo che tutti possano usufruirne.
Vogliamo vivere nella gioia che tu porti al mondo e offrirla a tutti, perché tutti possano capire e sentire che la tua venuta è una grande gioia per tutta l’umanità.

don Giorgio Basadonna, Apritevi cieli dall’alto. Verso il Natale

Ingenuo ottimismo

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Quasi ogni giorno riesco a leggere i giornali dove trovo, per lo più, cronache di diversi fronti di crisi: la crisi climatica e ambientale, la crisi finanziaria, la crisi migratoria, le crisi ricorrenti su scenari internazionali (Yemen, Venezuela, Libia, Siria, …), senza considerare le crisi specifiche del nostro modo ecclesiale riguardanti le vocazioni, lo stato dell’evangelizzazione, gli scandali causati da comportamenti criminali di preti, religiosi e rappresentanti del mondo ecclesiale. 
Immediatamente c’è un senso di angoscia che mi prende, un senso di smarrimento, … come se il mondo che conosco e nel quale sono cresciuto stesse collassando.
Poi da lontano, dentro di me, quasi in automatico, scatta come un senso di sollievo, generato dal pensiero che le cose alla fine andranno bene, che salterà fuori qualcuno che le risolverà e che ristabilirà la pace, il bene, la giustizia, …

Da dove nasce questo pensiero? Da chi è generato?
Penso che più che dalla mia fede sia generato dalla mia storia.
Appartengo ad una generazione fortunata: quella nata durante il boom economico degli anni ’60 del secolo scorso. Siamo nati e cresciuti senza subire gli effetti terribili del dopo – guerra, in un tempo di grande ottimismo economico e scientifico. La narrazione della storia che ci è stata presentata è stata, per lo più, una narrazione positiva: grandi e terribili crisi che si sono felicemente risolte grazie all’impegno di molti: potevamo crescere tranquilli e fiduciosi.

Sento che questa narrazione mi condiziona, che dentro di me c’è l’ingenua convinzione che sia normale che le cose vadano a finire così. Come se la realtà possedesse intrinsecamente dei meccanismi di salvaguardia per cui, raggiunto un apice della crisi, quasi automaticamente si mette in moto un processo che ristabilisce l’ordine e il bene.
Ma è un pensiero molto ingenuo. Non c’è nessuna garanzia che questo accada.

Come non era scontato che le grandi e terribili crisi del passato venissero superate, così non è affatto scontato che tutto quello che stiamo vivendo in questo nostro tempo di crisi complesse e articolate, abbia un esito positivo semplicemente perché è così che ci aspettiamo che vadano le cose.
Come è accaduto nel passato è necessario che ognuno si assuma la responsabilità e l’impegno attivo perché le cose cambino, perché l’ingiustizia venga sanata, perché ciò che è male si trasformi in un bene.

Non mi voglio accodare ai profeti di sventura, non voglio indulgere in uno sguardo pessimista e cinico, … ma guardandomi intorno rimango scandalizzato dall’inazione, dall’attendismo, dalla tendenza a considerare solo interessi immediati e a breve scadenza. 

L’elenco dei campi di impegno sarebbe lungo e riguarda tutti a vari livelli: riguarda la Chiesa e il suo impegno di testimonianza ed evangelizzazione in questo tempo; riguarda il governo del nostro Paese, che da molto tempo si arrabatta nel tentativo di tappare le falle senza alcuna strategia e medio-lungo termine; riguarda l’Europa sempre più insignificante sul piano della politica internazionale e sempre più incerta nelle strategie di lungo periodo; riguarda l’ONU e tutte le agenzie collegate sempre più inefficaci nelle missioni internazionali; riguarda ognuno di noi se ci limitiamo a pensare a noi stessi, al nostro oggi, se non ci sentiamo responsabili del bene comune e di questo mondo in cui viviamo.

Non è detto che le cose vadano bene.
Non esiste un meccanismo automatico di salvaguardia.
Il mondo, in tutte le sue componenti sia naturali che sociali, è un organismo delicato che richiede il nostro impegno e la nostra responsabilità.

Non possiamo permetterci di essere degli ingenui ottimisti, perché, in certe circostanze, l’ingenuità si trasforma in irresponsabilità e diviene un peccato gravissimo.

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

–– Sito di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA –– Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa A missionary look on the life of the world and the church –– VIDA y MISIÓN – VIE et MISSION – VIDA e MISSÃO ––

Simone Modica

Photography

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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