Non sono un astensionista

Il 25 settembre 2022 non potrò esercitare il mio diritto/dovere di voto nelle elezioni politiche, ma non sono un astensionista. Da mesi era previsto che in quei giorni sarei stato in Terra Santa per un pellegrinaggio organizzato dal Seminario; purtroppo la caduta del Governo e la repentina convocazione delle consultazioni elettorali mi mettono nelle condizioni di non poter votare e me ne dispiace molto.
Questo breve post rappresenta un tentativo (vano probabilmente) di non essere computato tra coloro che in quel giorno si asterranno dal voto e, nel mio piccolo, un caldo invito a tutti coloro che possono farlo ad andare a votare.
Credo nella democrazia nonostante la sua evidente fragilità; essa ci chiama alla responsabilità di sentirci parte, anche con il voto, della costruzione del bene comune.

Sobrietà, democrazia e fraternità

Le conseguenze della guerra dilagano, accompagnate da quelle generate dalla crisi climatica. Con voce sommessa, per non rovinare la spensieratezza dell’estate e la voglia di divertirsi (e di spendere denaro), ci stanno dicendo che si sta preparando un autunno/inverno molto difficile sul piano economico e sociale.
Qualcuno si era illuso di poter rimanere telespettatore anche di questa guerra, come delle tante di cui negli anni abbiamo più o meno distrattamente avuto notizia; invece, poiché tutto è connesso, presto dovremo fare i conti con una situazione inedita, che richiederà delle scelte importanti non solamente ai governi dei vari paesi, ma anche ai singoli cittadini.
In questo testo mi limito a richiamare (ancora una volta) quale possa (debba) essere il modo in cui vivere la situazione difficile che ci si presenterà presto; riassumo tutto intorno a tre parole: sobrietà, democrazia e fraternità, anche queste strettamente connesse tra loro.

Sobrietà
Nelle prossime settimane (anche nei prossimi giorni) dovremo fare i conti con la mancanza di alcune risorse fondamentali; anche se in questa parte del mondo non siamo abituati neppure a pensarlo, dovremo essere consapevoli che non ci sarà una disponibilità incondizionata e illimitata di gas, acqua e cibo e che comunque, diminuendo la disponibilità, i prezzi di alcuni beni essenziali non saranno accessibili a tutti.
I governi dovranno fare delle scelte, privilegiando alcuni (le industrie, per esempio, al fine di conservare i posti di lavoro) a sfavore di altri (i privati e il riscaldamento domestico), richiamando al principio del bene comune.
A fronte di questa situazione potremo arrabbiarci, potremo subire quanto accade con spirito di rassegnazione, oppure potremo fare una scelta di sobrietà, diventando parte attiva di un processo che potrà essere più sostenibile se vedrà la partecipazione di tutti.
Ho sentito che in Germania, per il prossimo inverno, stanno pensando di organizzare luoghi comuni riscaldati in cui radunare le persone durante la giornata, per far fronte alla crisi del gas. Ogni crisi, se non subita, può stimolare una grande creatività in cui ognuno di noi può tirare fuori il meglio di sé e trasformare una crisi in un’opportunità. La sobrietà nell’uso delle risorse, forse sarà anche un modo per imparare a vivere secondo uno stile più sostenibile.
Tale prospettiva però non sarà perseguibile se le persone non si sentiranno corresponsabili di un processo in cui è importante che ognuno faccia la sua parte, soprattutto a fronte di pesanti sacrifici che saranno richiesti. Questo percorso non sarà perseguibile se non riscopriremo i fondamenti della nostra democrazia.

Democrazia
Molte delle guerre di questi ultimi 70 anni (e questa non fa differenza) sono state combattute in nome della democrazia (pensiamo a quella del Vietnam o a quella dell’Iraq, per non parlare della Siria). Abbiamo ormai compreso che la democrazia non si può esportare, ma non abbiamo ancora compreso che, per chi apprezza tale ordinamento, è un dovere testimoniarla e custodirla dalle sue degenerazioni.
A fronte di popoli che combattono per difendere un sistema democratico dall’aggressione di sistemi dittatoriali di vario tipo, viviamo in un tempo di grande crisi della democrazia e di grande difficoltà a governare Paesi retti da sistemi democratici (l’Italia ne è un chiaro esempio).
La democrazia non è un valore astratto, ma un modo corresponsabile di vivere insieme, perseguendo il bene comune. La democrazia non è un equilibrio artificiale e precario tra vari interessi corporativi, ma l’impegno di ognuno e di ogni articolazione della società per edificare una casa comune secondo i valori della giustizia e della solidarietà.
Senza questi fondamenti riconosciuti e condivisi, la democrazia si trasforma in una specie di Far West, in una guerra tra bande che, con modalità più o meno violente (sebbene legittime sul piano giuridico) si spartiscono la torta disponibile senza interessarsi di chi ne rimane privo e rimanendo indifferenti rispetto ai doveri di giustizia e solidarietà (ne è un esempio la grave piaga dell’evasione fiscale).
Paradossalmente ci troviamo nella triste congiuntura per cui, a fronte di persone che combattono per difendere la democrazia, ci sono tante altre persone che vivono in paesi retti da sistemi democratici che ne hanno perso il senso e il valore, perché non si sentono coinvolte e riconosciute nei loro bisogni e nelle loro aspirazioni (vedi per esempio l’altra grave piaga della disoccupazione giovanile e della faglia intergenerazionale), disertando gli appuntamenti elettorali.
Se vuole essere apprezzabile, la democrazia deve essere in grado di mostrare non solo la possibilità di vivere godendo di una libertà individuale, ma i suoi valori fondativi e la sua capacità di coinvolgere attivamente e corresponsabilmente tutti i cittadini e le cittadine nel perseguimento del bene comune. La democrazia dovrebbe essere una casa comune in cui le persone sono contente di abitare e, insieme, si impegnano per renderla sempre più bella e accogliente.
Se non è così, come purtroppo pare che accada in molti paesi occidentali che si definiscono democratici, se non emerge in modo evidente la differenza rispetto ai sistemi autoritari, allora tutta questa narrazione rischia di diventare una farsa e quello che rimane è la lotta tra vari potentati che, a livello globale, cercano di impadronirsi delle risorse del Pianeta al fine di arricchire pochi privilegiati (i famosi oligarchi presenti ovunque, non solo in Russia) sia nei paesi democratici, che nei paesi retti da governi autoritari.
Se non riscopriamo il valore e il gusto della democrazia, saremo deboli e non credibili (moralmente corrotti, come ci definisce il Patriarca Kirill di Mosca) di fronte a chi ci mostra la forza dell’autoritarismo, che non si fa scrupoli ad umiliare e uccidere le persone per perseguire e difendere i propri fini.

Fraternità
E’ l’unica vera risposta alla guerra!
Lo ha richiamato bene il Papa coniando un neologismo (il “cainismo” insito in noi) e rievocando il conflitto primordiale tra Caino e Abele che ha portato al primo fratricidio. Tutto il libro della Genesi – che narra le origini dell’umanità e di Israele – racconta di una storia che si sviluppa intorno ai successivi conflitti tra fratelli (Caino e Abele; i figli di Noé; Abramo e Lot; Isacco e Ismaele; Giacobbe e Esaù …). Questi conflitti saranno sanati e riconciliati da Giuseppe, figlio di Giacobbe, che, nonostante le ingiustizie subite per l’invidia dei fratelli, spezza la catena della vendetta e diventa fautore di riconciliazione e di pace (Gen 50, 15-21).
Anche per noi la fraternità rimane una sfida importante. Finché non ci riconosciamo come fratelli, con tutto ciò che questo termine comporta, non potremo mai costruire la pace. In particolare, noi cristiani abbiamo questa grande responsabilità nel mondo: vivere e testimoniare la parabola della fraternità nella differenza dei sessi, delle culture, delle sensibilità, delle idee politiche, degli stati sociali.
Trovo bellissimo il breve testo che san Paolo scrive a Filemone affinché accogliesse Onesimo, suo schiavo, come fratello in Cristo. Formalmente era il suo schiavo, ma poiché ne condivideva la fede e l’appartenenza ecclesiale, Paolo chiede a Filemone di stare di fronte ad Onesimo riconoscendolo come suo fratello. Ci sono voluti secoli perché la piaga della schiavitù fosse abolita (almeno legalmente) anche nei paesi cristiani. La chiave è stata quella data da Paolo molti secoli prima: la fraternità.
Non saranno i compromessi economici o i trattati internazionali che ci garantiranno la pace; forse potranno far cessare il rumore delle armi nel momento in cui tutti lo riconosceranno conveniente, ma la pace si costruirà solamente attraverso la fraternità, e noi cristiani ne siamo i primi responsabili.
Senza una fraternità testimoniata, il Vangelo rimane un’utopia irrealizzabile e frustrante. Se invece tale fraternità verrà testimoniata custodendo tutte le differenze, che non divengono motivo di conflitto, allora una speranza per il mondo è possibile.
Questa è la sfida che si rinnova per noi cristiani in questo tempo: essere costruttori di fraternità e di pace per testimoniare il Vangelo di Gesù.

Ci prepariamo a vivere tempi più difficili, anche se ci risulta difficile crederlo dopo più di due anni di Covid. A noi è data la possibilità di non subirli in modo rassegnato, ma di cogliere questo tempo come un’opportunità per fare emergere il meglio di noi stessi ereditato dalla nostra storia, vivendo in modo creativo, la sobrietà, la democrazia e la fraternità… Se accadesse, sicuramente diventeremmo più umani.


L’esempio degli Alpini

Alpini in Piazza Cavour a Rimini

E’ di ieri la notizia della richiesta di archiviazione del procedimento penale per le accuse di molestie subite da alcune giovani donne durante il raduno nazionale degli Alpini che si è svolto a Rimini la seconda domenica di maggio. E’ evidentemente ingiusto generalizzare per tutti i facenti parte di un’associazione un comportamento inaccettabile come la molestia sessuale agito solo da qualcuno: su questo non ci piove! Ma un po’ di amaro in bocca rimane, soprattutto pensando a quelle donne che non potranno avere giustizia per gli abusi subiti e denunciati.

Da quei giorni, però, mi è rimasto un pensiero su cui non ho sentito grandi riflessioni, né commenti, né prese di distanza: riguarda l’ampia tolleranza verso l’abuso di alcol che caratterizza questo tipo di adunata (compresa quella di Rimini), quasi come fosse un segno distintivo degli Alpini. Si raccontava in quei giorni che la birra e il vino scorressero a fiumi e che (titolavano i giornali) le scorte fossero esaurite già dopo alcune ore dall’arrivo delle penne nere in Riviera.
Conosco la fama degli alpini, che si fregiano di essere grandi bevitori, così come conosco la fama dei riminesi, che non sono abituati a farsi scrupoli morali di fronte a persone che, indipendentemente dalla ragione che li ha portati a Rimini, sono sempre e comunque dei clienti. Non è mia intenzione fare il moralista.

Da educatore però, mi sento di segnalare che in questi ultimi decenni la cultura e le sensibilità circa il rapporto con l’alcol sono molto cambiate, soprattutto a fronte del grave abuso di bevande alcoliche diffuso tra i giovani e giovanissimi, con le fatali conseguenze registrate dai pronto soccorso delle nostre città (coma etilici, soprusi, molestie e incidenti) in ogni weekend dell’anno.
In molte regioni del Nord – patria naturale anche se non esclusiva degli Alpini – le dipendenze da abuso di alcol, da tempo sono considerate una piaga sociale molto grave che mette in crisi persone e famiglie (perdita del lavoro, divisioni coniugali, violenze domestiche …).
Anche nei nostri territori sono molti i giovani e gli adulti (uomini e donne) vittime della dipendenza da alcolici, una dipendenza molto dura da sconfiggere perché deve fare i conti con una cultura ancora molto tollerante verso chi beve, anche verso chi beve troppo, ancora considerato una persona capace di divertirsi.
Ma c’è poco da ridere e da fare baldoria!

Non so dire se le molestie denunciate durante i giorni dell’adunata (che purtroppo rimarranno impunite) fossero la conseguenza dell’abuso di alcol, ma a me sembra che una realtà benemerita come l’Associazione Nazionale Alpini, che si distingue dovunque per generosità e spirito di solidarietà, mentre ha prontamente preso le distanze da coloro che avevano agito le molestie sessuali, affermando che tali comportamenti sono inammissibili per coloro che si onorano del nome di alpino, potrebbe (dovrebbe?) avviare una riflessione seria anche sul tema dell’abuso dell’alcol, che non solo viene tollerato, ma addirittura incentivato nei vari raduni.

Come ho già detto la cultura su questo tema è molto cambiata e da più parti certi comportamenti non sono più considerati goliardici, ma gravemente patologici.
Non sarebbe male se gli Alpini, anche su questo aspetto, si impegnassero a dare un buon esempio, con un giudizio diverso e l’invito a comportamenti diversi riguardo l’abuso delle bevande alcoliche.
Mi piace ricordare che solo cambiando rimaniamo fedeli a ciò che siamo: questo vale per tutti e anche per gli Alpini.

Esercizi di speranza

Sabino Chialà, monaco di Bose e nuovo priore della comunità, la settimana scorsa (27 giugno – 1 luglio 2022) ha guidato un corso di esercizi spirituali rivolti ai vescovi e ad alcuni presbiteri della nostra regione. Tra le sue riflessioni molto ricche, mi porto a casa quella sugli esercizi di speranza.
La speranza non è ottimismo o pensiero positivo; non è la propensione a vedere il bicchiere mezzo pieno. La speranza è una scelta: la scelta di vivere nel mondo lasciandosi guidare da una promessa di bene che viene da Dio.
Non appartenendo al carattere o alla sensibilità della persona, la speranza va allenata con degli esercizi che ci consentono di alimentarla senza lasciare che si affievolisca o venga travolta dalle vicende della storia con le quali è necessario confrontarsi per rimanere radicati.

1. Il primo esercizio di speranza riguarda la memoria. Se la speranza è la capacità di vivere il presente protesi verso il futuro, questo non è possibile senza un forte radicamento nel passato; un passato custodito senza nostalgia, ma come “luogo della memoria” di un’esperienza di bene e di una promessa che sostiene il mio cammino.
Senza questa memoria dell’esperienza di bene, la speranza diventa un’illusione, una chimera. Io posso sperare perché ho fatto esperienza della bontà e della fedeltà di Dio, perché faccio parte di un popolo che ha condiviso questa esperienza di bene. Se questo bene è scritto nel mio passato, posso sperare ragionevolmente che sia previsto anche nel mio futuro: perché Dio è fedele. La mia esperienza di credente, come quella di tanti uomini e donne credenti che mi hanno preceduto, è sostenuta anche da una promessa: il compimento del Regno di Dio. Anche questa la memoria di questa promessa sostiene la mia speranza: perché il Signore è fedele.

2. Il secondo esercizio di speranza coinvolge l’audacia. Non si alimenta la speranza se si rimane immobili nel “si è sempre fatto così“. L’audacia non è imprudenza, ma disponibilità a compiere dei passi (anche in direzioni nuove) per dare concretezza al Vangelo. Audacia è accogliere un figlio, condividere i propri beni con chi è nel bisogno, aprire la propria casa a chi chiede accoglienza, perdonare chi ci ha fatto del male, testimoniare la propria scelta di fede, rinnovare la prassi pastorale, creare occasioni di incontro con chi è più lontano … Niente che non ci venga già chiesto dal Vangelo, ma che, stranamente, noi abbiamo imparato a ritenere straordinario.

3. Il terzo esercizio di speranza richiede perseveranza. Chi vive nella speranza non ha la pretesa che le situazioni cambino immediatamente, ma sa permanere nell’impegno in attesa dei frutti che verranno a tempo opportuno. La perseveranza è la capacità di dare valore ai piccoli e lenti (piccolissimi e lentissimi) passi che segnano il progresso di un processo, vincendo l’impazienza dei risultati immediati.

Per alimentare la speranza occorre radicarsi nel passato esercitando la memoria grata, abitare il presente con audacia, proiettarsi nel futuro attraverso una perseveranza umile e fedele.

Una profezia difficile

Bello vivere in un Paese in cui ognuno può esprimere le proprie idee. Lo dico convintamente! E’ bello anche quando vengono espresse idee dissonanti dal sentire comune o della maggioranza.
E’ accaduto la settimana scorsa, per un intervento televisivo del prof. Galimberti, che ha attaccato (secondo alcuni giornali addirittura “massacrato”) papa Francesco per la scelta tanto discussa di far portare la croce nella Via Crucis del Colosseo a due donne, una ucraina e l’altra russa. A fronte delle dure reazioni della Chiesa ucraina, che ha scelto di non mandare in onda la Via Crucis ritenuta offensiva per il popolo ucraino, Galimberti, con un linguaggio molto netto, ha denunciato l’insensibilità del Papa (e degli organizzatori della Via Crucis), incapace/i di sentire il dolore degli Ucraini di fronte alla violenza di cui sono vittime da parte dei Russi.
Facendo sconto ad opportune e forse doverose distinzioni, Galimberti espone un ragionamento sensato sui tempi necessari per l’elaborazione di un trauma, arrivando a proporre esempi surreali (evocare i nazisti in questo momento storico è divenuto ricorrente), ma evocativi, per spiegare come tale gesto fosse assolutamente prematuro e, quindi, fuori luogo. Questa la sua tesi.
Complice la Pasqua, la polemica non si è diffusa più di tanto, ma merita di essere presa in considerazione non solo per l’importanza dell’interlocutore, ma anche per cogliere l’occasione per ampliare la riflessione.

Ciò che molti fanno fatica a comprendere in alcune posizioni della Chiesa, compresa questa che è stata oggetto di tensione, è che, in molti casi, le parole dette o i gesti compiuti possono essere letti secondo una prospettiva profetica, quella che ci consente di vedere le cose non dal punto di vista puramente umano, ma da quello di Dio.
Il compito della profezia, che la Chiesa sente la responsabilità di vivere nel mondo, è quello di portare uno sguardo divergente rispetto al giudizio comune, uno sguardo che, anche senza voler offendere nessuno, può urtare qualcuno, mentre invita a guardare la realtà secondo la prospettiva del Vangelo, lo stesso che chiede ai discepoli di Gesù di pregare per i propri nemici, di porgere l’altra guancia quando si viene percossi sul volto, di lasciare il mantello a chi vuole sottrarci la tunica (Cfr. Mt 5).
La logica del Vangelo non segue la logica dell’opportunità, della compiacenza o della convenienza! E’ e rimane sempre una pietra d’inciampo, una lama a doppio taglio che incide profondamente e non ci lascia tranquilli.
Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione.” (Lc 12,51).

Questo effetto stridente non è ricercato per forza; non sempre è necessario andare contro pelo e soprattutto, come afferma san Pietro nella sua prima lettera, scritta a comunità dell’Asia minore che subivano la persecuzione, occorre sempre avere rispetto, dolcezza e con retta coscienza (Cfr. 1Pt 3,16). Il rispetto però non ci esime di proclamare la verità del Vangelo sia quando sembra opportuna che quando pare inopportuna – come afferma san Paolo – (Cfr. 2Tim 4,2).

La scelta compiuta dal Papa (o da chi con lui e per lui) nella Via Crucis del Venerdì Santo, non può essere letta secondo una logica politica, ma semplicemente secondo la logica del Vangelo e tantissimi lo hanno compreso, riconoscendo in quelle immagini accompagnate da un silenzio profondo, la traduzione plastica della parola di Gesù, una parola che è difficile vivere, ma non per questo non deve essere annunciata e proclamata se, come cristiani, crediamo sia una parola di salvezza.

Il cristianesimo non è “l’oppio dei popoli” che annebbia le persone rispetto alle domande importanti che la storia pone all’uomo di ogni tempo.
Il Vangelo non è una parola consolante che anestetizza il dolore del vivere.
La parola di Gesù è un continuo e costante invito alla conversione, perché chiunque intraprenda il cammino della fede riconosce ogni giorno la distanza che lo separa dal vivere con semplicità ed immediatezza la Parola di Dio, quella Parola capace di liberare e trasformare la vita, come è accaduto a molti santi e sante nella nostra storia.
Ci sono dei momenti della vita (e della storia) in cui vivere la parola del Vangelo è lancinante, soprattutto quando chiede di perdonare chi mi ha fatto del male, perché questa richiesta sembra essere davvero contro natura e contro la logica che invocherebbe tutt’altro tipo di giustizia.
Solo la fede (= fiducia) mi consente di scegliere di seguire Gesù anche su quella strada così difficile. Solo riconoscendo il suo amore per me posso accettare di vivere quello che a me (e a molti) potrebbe sembrare illogico e addirittura ingiusto. Solo nella consapevolezza che Gesù mi rivela il volto più umano dell’uomo io posso scegliere di voler essere pienamente umano e di vivere la sua Parola anche quando mi chiede di “rinnegare me stesso” (altra parole di Gesù – Cfr. Mt 16,24).

E’ facile che chi non condivide la prospettiva della fede faccia fatica a comprendere il valore di alcune parole e alcune azioni che vengono dette e compiute secondo una prospettiva profetica: da qui la facilità di incomprensione e di giudizio che possono nascere. Certe tensioni ci aiutano a riconoscere che la parola del Vangelo è sempre una parola diversa, una parola che interpella alla sequela, che chiede di fidarsi, che chiede di convertirsi e che non da tutti può essere accolta, perché, pur avendo una destinazione universale, per essere compresa ha bisogno di un percorso nella fede.
Chi ha orecchi per ascoltare, ascolti!” (Lc 8,8)

Una pace diversa

“Pace a voi!”
Buona Pasqua di Risurrezione

La prima parola che Gesù risorto rivolge ai suoi discepoli è: “Pace a voi” (Gv 20,19) e ci sembra una parola di cui davvero abbiamo bisogno in questo tempo. La pace, infatti, è uno dei frutti più preziosi della Pasqua di Gesù, della sua vittoria sulla morte, della sua risurrezione.

Ma ascoltando bene il Vangelo, ci accorgiamo che sul modo di intendere la pace, noi e Gesù abbiamo idee un po’ diverse: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore.” (Gv 14,27). Gesù ci tiene a marcare questa differenza: se per il mondo la pace coincide con l’assenza di conflitto, o più in generale con condizioni esterne che ci permettano di vivere abbastanza serenamente, per Gesù la pace risiede in una totale confidenza in Dio, è l’assenza di turbamento e di timore, è la consapevolezza di essere amati e custoditi in ogni circostanza dall’amore di Dio Padre.

C’è un salmo molto bello (il Salmo 131) che ci aiuta a comprendere come Gesù intenda la pace:

Signore, non si esalta il mio cuore né i miei occhi guardano in alto;
non vado cercando cose grandi né meraviglie più alte di me.
2 Io invece resto quieto e sereno:
come un bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è in me l’anima mia.
3 Israele attenda il Signore, da ora e per sempre
.

L’immagine di questo bambino totalmente abbandonato nell’abbraccio della madre è quella che più si avvicina alla pace che Gesù ci viene a portare con la Pasqua.

Questa parola di Gesù non rappresenta un invito al disimpegno rispetto alla necessità urgente di creare le condizioni affinché le armi possano tacere e si possa creare un clima più favorevole al dialogo e al confronto. Tutt’altro! Gesù ci aiuta a non cadere nell’illusione che la vera pace possa realizzarsi solo attraverso dei compromessi.

Fino a quando ogni uomo non riposerà grato nell’abbraccio di Dio Padre, non riconoscerà tutto il bene che viene da Lui e accetterà di spegnere nel suo cuore ogni cupidigia da cui spera di ottenere la felicità, cupidigia che – come ci ha ricordato anche recentemente il Papa – è la causa di ogni guerra, noi non sperimenteremo la pace che Gesù è venuto a portarci.

Il “miracolo della Pasqua” è che questa pace si realizza in chiunque accoglie l’annuncio della risurrezione come sorgente di pace, come un fiore che sboccia in un campo.
Se Dio ha vinto la morte, possiamo stare davvero tranquilli e in pace!

Solo donne e uomini pacificati, che non hanno timore della morte perché possono confidare nell’abbraccio di Dio, possono essere donne e uomini capaci di portare la pace anche agli altri.

È questo l’annuncio del Vangelo che i discepoli di Gesù sono stati chiamati a portare nel mondo: non un’idea; non una filosofia, tantomeno un’etica; ma un messaggio e una testimonianza di pace capace di cambiare la vita delle persone.

Buona Pasqua nella pace di Cristo!

Lo scandalo del nazionalismo

Eccolo che deflagra, insinuoso e letale, ammorba la comunità cristiana dove tutti dovrebbero chiamarsi fratelli e sorelle e traccia delle linee di confine, pone un discrimine ideologicamente insormontabile: è il nazionalismo, una bestia dalle molte teste che non riesce ad essere sconfitta.
Era accaduto a Gerusalemme, nella primissima comunità cristiana, quando i greci sono insorti contro gli ebrei denunciando una discriminazione nei confronti delle “loro vedove” (Cfr. At 6), ma il senso della fraternità prevalse e, insieme, hanno trovato una “super soluzione” che ha rappresentato non un compromesso, ma un vantaggio per tutti.
E’ accaduto in Bosnia-Erzegovina, durante la guerra dei Balcani, quando anche i preti e i frati cattolici affermavano: “prima sono croato, poi sono prete” e prendevano le armi per andare a combattere contro “i nemici”, quelli che fino a qualche mese prima erano i loro vicini di casa.
E’ accaduto in Ruanda, una delle nazioni più cattoliche dell’Africa, dove il tribalismo ha prevalso sulla fraternità, scatenando un genocidio tra i più cruenti che la storia recente ricordi, realizzato a colpi di machete.

Ora accade anche con la guerra in Ucraina!
E’ accaduto alla Chiesa sorella ortodossa, dove quattrocento preti hanno denunciato il Patriarca Kirill come eretico, perché l’ideologia legata al “Mondo Russo” sembra prevalere sul suo impegno di annuncio del Vangelo e di difesa della comunione ecclesiale giustificando l’aggressione dell’esercito russo all’Ucraina.
E’ accaduto ieri alla Chiesa cattolica, con una dura presa di distanza della Chiesa Ucraina, sia quella di rito romano che quella di rito bizantino, per la scelta di far portare la croce nella Via Crucis del Venerdì Santo al Colosseo ad una coppia di donne, una ucraina e l’altra russa, amiche e colleghe, per testimoniare il desiderio di pace e di riconciliazione (messaggio centrale della Pasqua).
Questa mattina i giornali affermano che in Ucraina non è stata trasmessa la Via Crucis come segno di protesta, con il sostegno dei vescovi.

Ancora una volta il nazionalismo sembra prevalere sulla comunione e sulla fraternità tra cristiani. Accade ai fratelli ortodossi della Chiesa russa e accade anche a noi cattolici, perché il nemico di Dio, il divisore (il diavolo), non fa caso alla confessione cristiana, ma ci colpisce e ci ammorba allo stesso modo, mostrandoci la nostra debolezza scandalosa.

Ma se qualcuno tra noi pensasse che si tratta di un problema della Chiesa dell’Est Europa, provi a riascoltare la testimonianza proposta ieri nell’ultima stazione della Via Crucis del Colosseo, dove una famiglia di cattolici provenienti dall’Africa ha condiviso (e denunciato) la fatica a farsi riconoscere come tali, essendo considerati solamente come immigrati, categoria generica che definisce “i non italiani”: anche questo è nazionalismo ed è autenticamente nostrano.

Preghiamo perché la Pasqua ci aiuti a riconoscere e sconfiggere questo nemico infido che striscia tra di noi e ci contagia con il virus della divisione. Questo, direbbe Gesù, è un genere di demonio che si sconfigge con il digiuno, la preghiera e l’impegno per la fraternità. Se qualcuno si sentisse a posto, sbaglia grandemente!

Scelte per la pace

Riflessioni divergenti (e forse utopiche)
rispetto al pensiero dell’ineluttabilità della guerra

In questi giorni, seguendo l’evolversi quotidiano della vicenda della guerra in Ucraina, sono molto colpito dall’inefficacia di ogni incontro a livello internazionale, almeno di quelli di cui la stampa rende conto. In qualche momento sembra si possano aprire degli spiragli per un confronto che vada verso la fine del conflitto, ma poi risultano solo mosse strategiche per ottenere vantaggi sul campo.
Man mano che i giorni passano, come afferma il Papa, sembra che la logica del conflitto diventi ineluttabile, che l’unica via per “costringere” il presidente Putin al dialogo sia caratterizzata da più sanzioni economiche alla Russia e più armi all’Ucraina. Questo, d’altra parte, chiedono gli Ucraini per bocca del loro Presidente: “armi, armi, armi“, parole che, pur non mettendo in discussione il diritto all’autodifesa del popolo ucraino, non ci possono lasciare indifferenti.
Ovviamente ci sono molte cose che non vengono portate alla conoscenza del pubblico: è logico ed è giusto; ma l’impressione è quella di essere entrati in un loop da cui sarà molto difficile uscire.

I vari capi di governo dell’Unione Europea, ancora una volta, anche in una situazione di emergenza come questa, non riescono a trovare una via comune, individuare un percorso condiviso: ognuno prova a difendere i propri interessi nazionali per uscire più indenne possibile dalla crisi, anche a scapito di altri. Ancora una volta l’Unione sembra fallire il suo ideale e la possibilità di diventare interlocutore credibile in una situazione di crisi mondiale.

Le voci dei pacifisti e dei movimenti nonviolenti, vengono tacitate come ingenue e irrealistiche. Gli obiettori di coscienza in Ucraina vengono denunciati come traditori della Patria, così come in Russia i dissidenti vengono arrestati.

Un’altra cosa che mi colpisce molto, in questo gli USA stanno davvero alzando i toni, è la delegittimazione personale del presidente Putin, atteggiamento irragionevole sia sul piano strategico che su quello politico se si desidera aprire tavoli di dialogo. La tradizione cristiana, pur non negando la gravità delle responsabilità personali e la necessità di una giusta sanzione, distingue sempre tra “peccato e peccatore”: mi sembrerebbe una modalità intelligente per affrontare questa situazione.

Viene da chiedersi se ci sia davvero qualcuno che desidera aprire una via di dialogo per raggiungere una soluzione di questo conflitto o se si attenda la capitolazione del nemico, secondo la logica perseguita nella Seconda Guerra Mondiale (dopo i bombardamenti a tappeto sulle città tedesche e l’atomica sulle due città del Giappone).

Credo che, per aprire questa via, ci siano tre scelte importanti che gli stati europei debbano compiere in modo urgente per avviare un processo di pace:
– Avere il coraggio di dire ai propri cittadini che la guerra in Ucraina (e quindi in Europa) coinvolge anche noi, non solamente nelle conseguenze passive del conflitto (aumento dei prezzi delle materie prime e dell’energia), ma anche per scelte politiche attive che vadano nella direzione di sottrarre le risorse che alimentano la guerra. La pace ha un prezzo che occorre essere disponibili a pagare se la si desidera, così come si è scelto di pagare per tutte le misure di contrasto al Covid. Non si può chiedere la pace pensando che il prezzo lo debbano pagare altri. Tale situazione dovrebbe portare, come è accaduto in parte nella situazione del Covid, a vivere una solidarietà totale tra le nazioni dell’Unione e – all’interno dei singoli stati – tra i cittadini, per testimoniare una risposta efficace alla logica della guerra e “fare desiderare” a tutti di far parte di una Unione di stati che ripudia la guerra e risponde ad essa con la logica della fraternità e della solidarietà.
Questa posizione darebbe credibilità alle affermazioni dei capi di governo e dei rappresentanti dell’Unione e ci libererebbe dal ricatto di chi è convinto (a ragione per adesso) che le nostre economie nazionali debbano essere difese anche a costo di migliaia di morti, e che, oltre le affermazioni di principio, non ci sia la reale disponibilità di compiere scelte concrete.
– Di fronte a chi rappresenta regimi totalitari occorre testimoniare coerentemente e concretamente cosa significhi fare parte di sistemi democratici che difendono la dignità delle singole persone e la giustizia. Come ricorda sempre il Papa, la guerra è generata dall’ingiustizia e alimentata dalla reazione delle vittime dell’ingiustizia. Come hanno osservato molti analisti, l’aggressione del presidente Putin all’Ucraina, sostenuto discretamente dalla Cina e da altri paesi con regimi totalitari, è in ultima analisi l’aggressione ad un sistema liberaldemocratico ritenuto pericoloso, degradato e sostanzialmente ingiusto. Non si può non considerare questo giudizio, espresso anche dal patriarca Kirill, che vorrebbe legittimare questo conflitto come una guerra contro l’abiezione dell’Occidente.
Lasciando perdere il dibattito ideologico che supporta tali posizioni, mi chiedo quale testimonianza di democrazia riusciamo a dare nelle nostre nazioni a fronte di problematiche endemiche alle quali non c’è volontà di dare risposta (se penso all’Italia penso ancora all’evasione fiscale, al lavoro nero, alla corruzione, alla malasanità, allo scarso investimento nell’istruzione, alla reale parità di diritti tra uomini e donne, tutti fenomeni sui cui prospera la malavita e le varie organizzazioni mafiose …). Quei valori che affermiamo di difendere (libertà, uguaglianza nei diritti e nei doveri, rispetto della dignità di ogni persona, partecipazione) trovano una concretizzazione nei nostri stati democratici? Come testimoniamo la giustizia, e i valori connessi, che le nostre costituzioni proclamano? Come ci impegniamo per combattere l’ingiustizia, la corruzione, l’illegalità, l’ineguaglianza pratica? Anche questa provocazione, sul fronte interno, significherebbe impegnarsi per scelte che rafforzano la nostra credibilità nel desiderio di pace.
– La terza scelta si prospetta più a lungo termine e dovrebbe riguardare un cambio radicale dei paesi europei rispetto alla politica neocoloniale verso i paesi fornitori di materie prime, soprattutto quelli dell’Africa. Finché i nostri sistemi economici saranno basati sullo sfruttamento dei paesi produttori e sul finanziamento delle guerre in loco per conservare i diritti di sfruttamento delle risorse a solo vantaggio delle compagnie europee, americane, russe, e cinesi, sarà molto difficile sedere ad un tavolo per fare la morale a qualcun altro perché ha scelto la via della guerra per ottenere ciò che ritiene necessario per il proprio Paese o un diritto. Certamente usa metodi molto più violenti ed è molto più spregiudicato di noi nell’ottenere quello che vuole, risultando inaccettabile e ingiustificabile sia nel merito che nel metodo, ma la sostanza non cambia molto.

Qualcuno potrebbe pensare che tali questioni, di fronte alle notizie che ogni giorno ci arrivano dal terreno di guerra, non siano affatto attuali e neppure prioritarie. Ma poiché abbiamo imparato che tutto è connesso, questa terribile crisi, insieme a tutte le altre di cui difficilmente riusciamo a prendere seriamente coscienza riguardo all’urgenza (crisi climatica, migratoria, demografica, economica, …), ci dovrebbe spingere a compiere dei cambiamenti importanti e a rinunciare alla logica che mira solamente a difendere un sistema che è gravemente ammalato (“pensavamo di essere sani in un mondo ammalato“, Francesco, piazza san Pietro, 27 marzo 2020).
La terza guerra mondiale che, seppure in modo frammentato, si combatte da anni in varie regioni del pianeta, ora è venuta a bussare alle nostre porte e giustamente siamo spaventati e desiderosi di pace.
Questa pace ci sarà solamente quando la penseremo per tutti, quando di fronte a qualcuno che decide di combattere si alzeranno altri che, poiché credibili e non ricattabili, potranno dire con autorevolezza che non è quella la via per affrontare le questioni che sono alla base del conflitto o per giudicare immorali e ingiuste le azioni che nascono dalla scelta di combattere.

Se si cerca con sincerità la via del dialogo, occorre spiazzare l’avversario, non con una manifestazione di forza superiore, ma con la testimonianza di una giustizia desiderabile da chiunque afferma di desiderare la pace.

Nel frattempo è molto significativo che i popoli dei paesi europei si aprano all’accoglienza dei profughi di questa guerra; ma dovrebbero sentire un grande imbarazzo e confessare al propria vergogna perché spesso nel passato (e ancora oggi) hanno chiuso le porte in faccia a chi fuggiva da altre guerre: questa vergogna e questo imbarazzo farebbero molto bene per recuperare i valori democratici che vengono proclamati dalle nostre costituzioni.
Ogni gesto di accoglienza, di solidarietà, di giustizia, di conversione al bene rappresenta un passo verso la pace; combattendo su questo fronte, essendo disponibili a pagare di persona tanto quanto i soldati che combattono con le armi, noi potremo favorire quel processo di pace che stenta a crescere negli incontri diplomatici dei capi di governo.

Una pace che nasce dal basso e che viene alimentata da scelte coerenti alla nostra Costituzione.

Simone di Cirene

Apocrifo evangelico – Pasqua 2022

Mi chiamo Simone. Il mio nome ebreo dice che la mia famiglia è originaria della Giudea, ma sono nato a Cirene, una città della Libia molto importante al tempo dell’Impero Romano. I miei genitori, che erano originari di Gerusalemme, si erano trasferiti in Libia per commerciare e là io sono nato e cresciuto; a Cirene mi sono sposato e ho visto nascere i miei figli, Alessandro e Rufo, che portano un nome romano, la nazionalità di mia moglie che tanto ho amato.
Purtroppo lei è morta per una malattia ed io, in un momento di grande tristezza, ho deciso di abbandonare la mia città natale per tornare nella terra dei miei padri, a Gerusalemme, dove la mia famiglia ancora possedeva un campo. Non avevo mai fatto il contadino, ma avevo voglia di cominciare una nuova vita, di ritrovare le mie radici.

Mi ricordo che quel giorno avevo deciso di tornare a casa per riposarmi un po’ e stare con i miei figli. Le giornate erano già molto calde e si cominciava molto presto a lavorare nei campi. Dopo l’ora terza il sole già picchiava forte e non era facile resistere a lavorare nel campo.
Appena entrato dalla porta della città ho visto il subbuglio: probabilmente un’altra delle esecuzioni che tanto piacevano a Pilato, il governatore romano che usava spesso il pugno di ferro per sopprimere le rivolte.
Io, a dire il vero, non mi interessavo di politica: pensavo alla mia famiglia, ai miei figli Alessandro e Rufo e alla fatica che facevano ad ambientarsi in questa città per loro molto diversa da quella dove erano nati; ma qui avevo deciso che sarebbero cresciuti, nella riscoperta delle loro radici ebraiche.  

Cercavo di tenermi in disparte, con gli occhi bassi, di non mischiarmi alla folla rumorosa, ma proprio mentre passava davanti a me il corteo dei condannati, uno di loro cadde, sbattendo la faccia sulle pietre della strada cittadina. Alzai gli occhi e lo vidi bene: era stato flagellato, sul capo aveva un groviglio di spine, alcune gli si erano conficcate nel volto, … era sfinito. Il patibulum – la parte orizzontale della croce – che era appoggiato sulle sue spalle e sul collo, legato ad ambedue le sue braccia, gli impediva di ripararsi il volto nelle cadute e di rialzarsi.

Non lo conoscevo, ma non potevo rimanere indifferente di fronte alla sofferenza di quell’uomo.

Le guardie, vedendo che non si riusciva a procedere, lo slegarono, lo liberarono dal pesante fardello e si guardarono intorno. Mi videro che guardavo con compassione quell’uomo, e con cinismo, con prepotenza, mi ordinarono di prendere su di me il patibulum e di portarlo fino al luogo del supplizio. Cercai di evitarlo, di dire che mi aspettavano a casa, che non volevo essere coinvolto, ma mi obbligarono con la forza.

Così mi trovai a far parte di quel corteo e a camminare dietro quell’uomo verso cui tutti gridavano e inveivano. Dalle parole che venivano urlate, capii che era il profeta galileo di cui tanto si era parlato anche a Gerusalemme; i suoi discepoli, solo qualche giorno prima, lo avevano accolto esultanti al suo ingresso in città; ora si trovava solo e in balia di un mucchio di gente che gli urlava contro.

Arrivammo al Golgota, il luogo delle esecuzioni appena fuori dalla città. Depositai il patibulum a terra e rimasi ancora un po’ in quel luogo, per riprendere fiato e per cercare di capire meglio. Fu allora che sentii quelle parole, appena sussurrate, che, come una litania, uscivano dalla bocca del profeta galileo: “Padre perdonali, non sanno quello che fanno”.
Quelle parole furono come una spada a doppio taglio che mi penetrava nel cuore.
Quell’uomo ingiuriato, percosso, maltrattato, destinato alla morte più orrenda che si poteva pensare, invocava Dio – che chiamava Abbà, come anche i miei figli chiamavano me – e gli domandava di perdonare i suoi uccisori.
I suoi occhi si voltarono per un attimo verso di me: esprimevano riconoscenza, ma anche tenerezza per me, per il mio dolore nel ricordo della morte di mia moglie.
Lui vedeva il mio dolore, lo sentiva come fosse il suo.
Mai un uomo mi ha guardato come quell’uomo mi guardò quel giorno!

Me ne tornai a casa. In seguito, seppi che era morto dopo poche ore.
Qualche giorno dopo sentii alcuni dire che il suo corpo era stato trafugato da sepolcro, ma sembrava una delle tante chiacchiere messe in giro appositamente per confondere le acque: con la sua morte, infatti, le tensioni non si erano ancora placate.
Un paio di mesi dopo questi fatti, nella festa di Pentecoste, che ricordava il dono della Legge fatto ai padri sul monte Sinai, i suoi discepoli cominciarono a predicare sulla piazza. Mi trovavo anche io tra quella gente di lingue diverse che ascoltava la parola di quel pescatore della Galilea che tutti chiamavano Pietro.
Anche io sentii il mio cuore trafitto dalle parole di Pietro che raccontava di Gesù, il profeta che aveva compiuto segni e prodigi, che dopo la morte in croce era risorto. I suoi discepoli affermavano di averlo visto vivo dopo la morte e di aver mangiato con lui. Non so perché, ma quella parola mi sembrava credibile, mi sembrava una sorgente di speranza per me e per i miei figli Alessandro e Rufo ancora feriti dalla morte di mia moglie.
Per questo, quel giorno stesso ci facemmo battezzare nel nome di Gesù ed entrammo – tra i primi – a far parte della comunità dei discepoli di Gesù, impegnandoci noi pure ad annunciare il Vangelo.
Potevo raccontare che anche io avevo conosciuto Gesù, lo avevo incontrato negli ultimi momenti della sua vita, avevo ascoltato con le mie orecchie una parola che aveva trafitto il mio cuore; i nostri occhi si erano incrociati e avevo visto in quegli occhi la profondità dell’amore di Dio per tutti gli uomini.
Quando Pietro partì per la missione, lo abbiamo seguito, insieme a Giovanni Marco fino a Roma, la capitale dell’Impero, dove venne fondata una piccola comunità tra gli Ebrei lì residenti.

Preghiera di/a Simone il Cireneo

Ho sempre amato la libertà e ho sempre vissuto da uomo libero,
ma quel giorno sono stato costretto dai soldati a portare quella croce.
Tornavo dal mio lavoro, non volevo farmi coinvolgere,
ma i soldati, con la forza, mi hanno costretto a portare la croce.
Mi sono trovato ad accompagnarti, Signore, negli ultimi passi
di un cammino che – in seguito ho saputo – era iniziato da molto lontano.
Mi sono trovato, non per mia scelta,
ad obbedire a parole che tu avevi detto,
ma che io non avevo ascoltato:
Chi vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce e mi segua”.

Quel giorno la mia vita è cambiata, ma l’ho compreso solamente dopo.
Quel giorno ero ignaro di stare accanto al Figlio di Dio,
ma l’ho compreso dopo: il Signore che pensavo lontano da me,
offuscato per il dolore a causa della morte di mia moglie,
mi ha voluto accanto a sé nel momento più importante della sua vita.
Signore, grazie per quella croce che mi hai concesso di portare per te e accanto a te.

Da quel giorno ho compreso cosa significa amare: l’ho imparato da te.
Amare è donare. Amare è perdonare. Amare è morire per vivere.
Oggi non ho paura della croce e scelgo di portarla ogni giorno,
scegliendo ogni giorno di amare.
Quella croce, segno di morte e di violenza, è divenuto l’albero della vita,
la testimonianza di amore dei tuoi discepoli, chiamati a vivere nel mondo
come testimoni dell’amore che hanno ricevuto
e che possono condividere attraverso il servizio ai più piccoli e ai più poveri.

Anche voi, fratelli e sorelle che vi preparate a celebrare la Pasqua,
prendete su di noi la croce del Signore:
non per esibirla,
non per brandirla come un’arma contro qualcuno,
ma per fare memoria in voi stessi,
che siete stati generati dall’amore
e siete chiamati a generare nell’amore i piccoli e i poveri
che la Provvidenza vi pone accanto.

Simone di Cirene, sii nostro maestro e nostro amico,
aiutaci a prendere la croce del Signore
nelle circostanze della vita che si presentano davanti a noi.
Aiutaci a vivere ogni situazione della nostra vita,
anche quelle in cui ci sentiamo costretti e poco liberi,
come un’opportunità per amare,
e sarà proprio lì che vivremo totalmente la nostra libertà,
quella che nessuno può toglierci.

Simone di Cirene, compagno di strada del Signore
negli ultimi passi del suo cammino,
prega per noi.

Bologna, 12 aprile 2022
Comunità Capi Gruppo Agesci Bologna 10
Don Andrea: aereg@emiro.agesci.it

Piccole luci nell’ora delle tenebre

Questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre

Questa frase pronunciata da Gesù nel momento dell’arresto nell’orto del Getsemani mi sembra possa costituire la chiave di lettura per tutto il racconto della passione che segue, fino alla sepoltura di Gesù.
Nel vangelo secondo Luca molte volte viene messa in rilievo l’innocenza di Gesù di fronte alle accuse che gli vengono rivolte. Tutto sembra orchestrato da un potere più grande, indifferente alla proclamazione della sua innocenza. Nel racconto, Gesù risulta è vittima innocente del complotto del Sinedrio, dell’ignavia di Pilato e della superficialità di Erode… sono i mezzi concreti di cui “il potere delle tenebre” si serve per ottenere la morte di Gesù.

Eppure in questo racconto, dominato da un potere perverso che sembra spazzare via tutto – compresa la fedeltà dei discepoli più vicini a Gesù -, ci sono delle piccole luci che, pur non riuscendo a contrastare in modo risolutivo il potere del male, segnano dei punti di riferimento per noi che – pure – viviamo in tempi particolarmente tenebrosi.

La prima piccola luce è il pianto di Pietro. Il suo non è un pianto di disperazione, ma il pianto di un uomo che, pur avendo fatto esperienza della sua fragilità di fronte alla minaccia della morte, ha incontrato lo sguardo di Gesù che era fisso su di lui. Ha fatto l’esperienza di quello sguardo di Dio che non ci abbandona, che ci viene a cercare, che rimane fisso su di noi soprattutto quando siamo nel pericolo (Cfr. Sal 23; Sal 139; Sal 91). Il pianto di Pietro è una luce perché ci rivela il “potere” dell’amore fedele di Dio che è più grande delle tenebre in cui l’uomo rischia di perdersi, rendendolo saldo quando si trova ad essere debole (come aveva sperimentato quando aveva tentato di camminare sull’acqua Cfr. Mt 14,30-31).

La seconda luce è il pianto delle donne che accompagnano il cammino di Gesù verso il Calvario. In mezzo a tanta gente che urla e strepita con violenza, qualcuno si commuove di fronte all’ingiustizia, qualcuno non rimane indifferente. Fino a quando le lacrime sgorgano dagli occhi di un uomo di fronte al male, abbiamo una speranza. Vengono in mente le parole di papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa: “domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?“.

La terza piccola luce è Simone di Cirene, un uomo qualunque di cui però il Vangelo ci riporta il nome (l’evangelista Marco ci dice anche che era padre di Alessandro e Rufo, probabilmente due persone conosciute dalla comunità destinataria del vangelo). Simone tornava dal lavoro e viene costretto a portare la croce seguendo Gesù. Simone non si ribella a quel comando e vive concretamente la parola che Gesù aveva rivolto a tutti i suoi discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9,23). La vita ci mette davanti a delle situazioni che non sempre abbiamo scelto, ma rispetto alle quali possiamo scegliere di metterci in gioco senza subirle.
(Consiglio la visione di questo breve brano di musical, realizzato dalla Chiesa evangelica, che elabora una bella narrazione sulla figura di Simone di Cirene: Il segreto del Cireneo).

La quarta luce è la parola di Gesù che, giunto al Calvario ripete come una litania (notare l’uso dell’imperfetto) l’invocazione del perdono per coloro che stanno per ucciderlo. Di fronte a tutta quella ingiustizia e a quella violenza Gesù ci rivela il suo cuore. Il nome che gli è stato attribuito fin da prima della sua nascita ci ricorda la sua missione “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21); quella profezia ora si compie, e Gesù è totalmente concentrato sulla sua missione.

La quinta luce è l’invocazione di Disma, “il buon ladrone”, che invoca il ricordo di Dio di fronte alla morte. E’ la preghiera di chi professa la fede nella risurrezione perché – come ricordano i Salmi 16 e 130 – confida che il Signore sappia andare oltre le colpe e non abbandonare negli inferi la vita di chi spera in lui. Disma sa riconoscere in Gesù colui che ha la possibilità di aprirgli le porte della misericordia di Dio… e Gesù conferma la sua preghiera.

La sesta luce viene dalle parole del centurione che, essendo testimone di quanto è accaduto, dà gloria a Dio proclamando la giustizia di Gesù. Chi non è cieco, anche nelle tenebre, riconosce ciò che è giusto e non si lascia confondere.

L’ultima luce ci è data da Giuseppe d’Arimatea, un membro del Sinedrio che si era opposto alla condanna di Gesù, ma non era riuscito ad evitare la sua morte. Giuseppe, uomo buono e giusto, si espone per custodire il corpo di Gesù. Forse Giuseppe era riunito a tavola con gli altri discepoli quando Gesù ha pronunciato quelle parole misteriose spezzando il pane e distribuendo il calice. Giuseppe sente di dover fare qualcosa per “mettere al sicuro” il corpo del Signore. Quando ogni speranza sembra ormai svanita, Giuseppe si mette in gioco guidato dalla bontà, dalla giustizia, dalla pietà per dare sepoltura a Gesù. Sappiamo quanto questo gesto sarà decisivo per la testimonianza della risurrezione.

Tenebre e luce.
Anche a noi sembra di vivere un tempo tenebroso che ci spaventa e annichilisce con il suo potere terrificante.
Le luci artificiali, da cui il nostro mondo è gravemente inquinato, non riescono ad illuminare il nostro cammino. Abbiamo bisogno di altre luci che, sebbene piccole, facciano davvero la differenza nelle tenebre del mondo; sono luci che splendono sul volto di persone luminose, persone che non hanno rinunciato alla loro umanità, che non hanno smesso di sperare nella “potenza” diversa dell’amore che non contrasta la violenza delle tenebre attraverso l’opposizione, ma penetra e si diffonde tenuamente impedendo alle tenebre il dominio totale sulla realtà; sono persone che vivono la fede e la speranza. Queste piccole luci, che non vengono meno neanche quando il sole si eclissa, rappresentano il riflesso dell’azione di Dio che agisce in modo misterioso e diverso rispetto alla violenza del mondo, e testimonia la sua presenza fedele anche nei momenti più bui della vicenda umana.
Quelle piccole luci risplenderanno ancora di più nel fulgore della Pasqua, luce che vince le tenebre, vita che vince la morte, pace e giustizia che vince ogni violenza.

Noi che siamo i testimoni della Pasqua, siamo chiamati a camminare nelle tenebre delle vicende umane diventando luce, secondo l’invito di Gesù.
Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita“. (Gv 8,12) Voi siete la luce del mondo; … risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,14.16)

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