QUESTI DURI MURI D’EUROPA CHE NON SCANDALIZZANO PIÙ

Retorica buona e scelte cattive,
al confine greco come verso la Libia

Riporto questo articolo di M. Ambrosini apparso su Avvenire di oggi perché mi sembra un richiamo molto opportuno contro la realpolitik del nostro governo e di tutta la UE

MAURIZIO AMBROSINI (tratto da Avvenire del 17 luglio 2021)

Spiace dirlo: il Governo italiano e il Parlamento hanno perso un’occasione per voltare davvero pagina sulla sciagurata collaborazione con le autorità libiche nella gestione degli arrivi dal mare di profughi e migranti. L’auspicato passaggio di consegne alla Ue con l’operazione Irini-Eunavfor Med, o l’evocazione di una risoluzione dell’Onu, o le promesse di discutere prossimamente dello smantellamento dei campi di detenzione in Libia non cambiano l’approccio di fondo. Oggi si continua a foraggiare la delega ai libici del lavoro sporco di blocco dei transiti delle persone in fuga, domani si discuterà (forse) della tutela dei loro diritti nell’instabile ex-colonia italiana: un tema peraltro su cui la maggioranza governativa è tutt’altro che unanime.

Né c’è da aspettarsi molto dall’eventuale passaggio di responsabilità alla Ue. L’operazione Irini, infatti, non ha per oggetto il salvataggio di chi rischia la vita attraversando il mare, ma la retorica della lotta al traffico di armi e di esseri umani attraverso il Mediterraneo: è una missione di rafforzamento delle frontiere, non di protezione dei diritti umani. La posizione della Ue in materia di confini e diritti umani, del resto, è resa plasticamente evidente dalle notizie che giungono da un altro punto critico delle frontiere europee: il fiume Evros, che divide Turchia e Grecia. Lì è stata appena completata una recinzione metallica lunga 40 chilometri e alta cinque metri per impedire gli attraversamenti dei profughi, provenienti in larga parte dai conflitti mediorientali e afghani. Radar, telecamere e a quanto sembra anche cannoni sonori vengono impiegati dalle autorità greche per scovare e respingere

chi cerca di attraversare il confine. Nonostante qualche occasionale distinguo sui mezzi utilizzati, la Ue da anni appoggia la Grecia nelle più dure misure di contrasto degli ingressi ‘non autorizzati’, come sono quasi sempre quelli dei rifugiati. Buona parte dell’opinione pubblica europea e italiana si è indignata per l’aggressivo rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico, ma non si è lasciata commuovere da un muro analogo che ci riguarda più da vicino. Né i mass-media se ne sono granché occupati. La solidarietà verso chi cerca asilo è più intensa quando altri sono chiamati ad accoglierli, mentre i muri fanno più ribrezzo quando sono lontani di quando ci riguardano da vicino. L’idea sottostante della necessità di scongiurare flussi, come si dice, incontrollati, è ancora una volta sconfessata dai dati. Lasciando da parte il banale dettaglio per cui chi fugge da una guerra, in Siria o in Afghanistan, non ha molte possibilità di ottenere un visto e di viaggiare con mezzi legali, secondo Eurostat nel 2020 le persone respinte ai confini di un paese della Ue sono state 137.800, contro 670.800 nel 2019: più di un quarto in Ungheria (36.500), un quinto in Polonia (28.100), seguite da Croazia e Romania. Non si vede nessun assalto alle frontiere, ma solo una crescente ostilità verso migranti e rifugiati, inalberata da alcuni governi nazionali come un simbolo di sovranità nazionale a fini di consenso interno. È triste constatare che la Ue di fatto segua questo modello, sebbene con toni felpati e retoricamente ineccepibili, rafforzando una politica di esternalizzazione delle frontiere e di contrasto degli ingressi ammantato da lotta al traffico di esseri umani. Ancora più triste che l’Italia, sul fronte libico, si confermi portabandiera di questa stessa strategia.

Il valore missionario del canto

C’è una frase pronunciata dal vescovo Francesco Lambiasi durante la tre giorni dei preti che continua a frullarmi nella testa e che ha aperto una serie di riflessioni: “i canti nella messa valgono più dell’omelia!“. Istintivamente ho aderito immediatamente a questa affermazione, ma ho avuto bisogno di tempo per rifletterci per darle valore.

Prima di tutto dobbiamo serenamente e drammaticamente ammettere che nella coscienza delle nostre comunità non è affatto così: se non è difficile sentire lamentele sull’omelia (troppo lunga, troppo ripetitiva, troppo banale, troppo politica, …), non ho mai sentito lamentele della gente sui canti: eppure di motivi ce ne sarebbero molti!
Non è difficile partecipare a celebrazioni in cui il canto è totalmente assente, oppure fatto in maniera improvvisata, con stonature evidenti ed imbarazzanti, con parole inventate come se si stesse cantando da soli sotto la doccia, o totalmente banalizzato con canti che non c’entrano nulla con la celebrazione… Non serve dilungarsi negli esempi negativi perché ognuno ha avuto i suoi traumi; ma nessuno lo ritiene un problema serio.

Passiamo agli esempi positivi. Li propongo in modo disordinato e senza una logica e una priorità.

Nella seconda metà degli anni ’80 e nella prima metà degli anni ’90 il Seminario di Rimini è stati punto di riferimento per molti giovani della Diocesi che partecipavano alla messa settimanale perché, su impulso di don Pier Giorgio e grazie alla presenza di seminaristi talentuosi, l’animazione canora della liturgia era veramente molto bella: non credo che quei giovani venissero per l’omelia proposta dai presbiteri, quanto per lo stile della celebrazione, di cui il canto era una parte fondamentale. Quel modo di vivere la liturgia era divenuto contagioso.

Da diversi anni il Punto Giovane di Riccione e altre realtà ispirate da quell’esperienza ecclesiale, nata nel 1998 come missionaria tra i giovani, organizzano una “Messa Rock”, dove al centro della proposta di celebrazione, come è evidente dal nome, c’è il canto e la musica. L’espressione può non piacere, ma è una fatto che l’esperienza celebrativa piaccia ai giovani e attragga molti che sono per lo più estranei alla celebrazione domenicale.

Qualche anno fa con due amici preti abbiamo partecipato ad una celebrazione nella grande basilica di Mont Saint Michel in Francia, animata dalla Fraternità Monastica di Gerusalemme: una celebrazione bellissima, curata e coinvolgente. Mi ha colpito osservare come diversi turisti (anche giapponesi e quindi estranei all’esperienza cristiana) si siano fermati alla celebrazione anche non comprendendo il francese, ma essendo attratti dalla bellezza straordinaria dei canti che venivano proposti.

Tutti coloro che sono stati a Taizé o hanno sentito parlare di questa esperienza si portano nel cuore i canti semplici e coinvolgenti che lì vengono usati nelle celebrazioni o nei momenti di preghiera, capaci di coinvolgere e far pregare insieme persone – per lo più giovani – provenienti da decine di paesi diversi. Pochissimi conoscono gli scritti di Roger Schutz – fondatore di Taizé -, ma moltissimi nel mondo conoscono i canti di quella comunità, che vede ogni anno decine di migliaia di giovani venire dalle più diverse parti del mondo.

Ambrogio di Milano, che pure di omelie e di catechesi ce ne ha lasciate un bel po’, mentre con la sua gente si trovava nella Cattedrale di Milano, assediata dagli Ariani, non pronunciò l’ennesima omelia, ma decise di comporre degli inni che sono stati tramandati fino ai nostri giorni, attraverso i quali sostenere i suoi fedeli nella professione della vera fede.

In una realtà ecclesiale come il Rinnovamento nello Spirito, molto diffusa anche in Italia, capace di coinvolgere in una rinascita della fede molte persone, anche le più semplici, mentre si dà ampio spazio ad insegnamenti e catechesi, viene curato molto il canto, con uno stile che riesce ad essere riproposto anche nei gruppi più piccoli e diventare espressione della fede e della preghiera di un popolo.

Chi visita la città di New York, tra le diverse proposte disponibili, si trova quella di partecipare (pagando) ad una celebrazione di preghiera della Chiesa Battista nel quartiere del Bronx, che prevede l’animazione di un coro Gospel (il motivo per cui si paga); molti vogliono vivere questa esperienza, anche chi non conosce bene l’inglese o chi è estraneo al percorso della fede, tanto che per partecipare è necessario prenotarsi.

Potrei continuare con gli esempi positivi, ma, dopo l’intervento del Vescovo, sono sempre più convinto che uno dei passaggi essenziali per la rinascita delle nostre comunità dopo il tempo del Covid, passi attraverso una maggiore dignità data alla celebrazione domenicale, e uno degli elementi necessari per ridare dignità alle nostre celebrazioni è quello di sostenerle con un’animazione canora competente, coinvolgente e curata.
Se non sarà possibile farlo sempre e dovunque fin nelle più piccole comunità, proviamo a farlo almeno in alcune realtà più significative, perché chi è alla ricerca di un’esperienza celebrativa significativa possa trovare quello che desidera almeno in alcuni centri più importanti del territorio diocesano.
Molti hanno abbandonato la liturgia domenicale e non sentono grande attrazione nel ritornare ad una realtà che riconoscono oggettivamente importante, ma esistenzialmente poco significativa e poco coinvolgente; essi potranno essere aiutati da uno stile rinnovato delle nostre celebrazioni, preoccupato non solo di curare i contenuti da comunicare nell’omelia (alla quale occorre continuare a dare grande valore), ma anche nel canto e nei gesti che riacquistano il loro pieno significato.

Credo che questo impegno, insieme all’impegno caritativo e alla testimonianza di accoglienza di tutti coloro che sono scartati, abbia un grande significato missionario e divenga capace di attrarre al Signore le persone che sono alla ricerca di un contesto in cui vivere una esperienza significativa della fede, capace di valorizzare anche le emozioni e non solo di comunicare contenuti.

Lo Spirito dice alle chiese…

Percorso di sostegno alla fede
dei membri del Consiglio regionale AGESCI

dell’Emilia-Romagna

Insieme a Daniela Dallari e Francesco Santini, i responsabili regionali AGESCI dell’Emilia-Romagna, abbiamo pensato di accompagnare il percorso degli incontri del Consiglio regionale dell’anno 2020-2021 con un cammino di catechesi che sostenesse i partecipanti (membri del Comitato regionale, responsabili di zona e consiglieri generali) nella vita di fede.

Abbiamo osservato infatti che molti dei capi e delle capo che rivestono il ruolo di quadri non hanno la possibilità di partecipare assiduamente alla vita di una Comunità capi, venendo così privati dei contributi che in quel contesto vengono condivisi, non ultimi quelli inerenti al cammino di fede.

La situazione che abbiamo condiviso in questo secondo anno di restrizioni, le continue chiamate al servizio che ci venivano dai territori in cui siamo inseriti, nonché l’esigenza di rimanere in un atteggiamento permanente di discernimento, per comprendere come mediare l’esigenza di un rispetto delle normative sanitarie con il coraggio richiesto a chi non vuole venire meno alla propria vocazione educativa – anche in situazione difficile e limitante -, mi ha fatto optare per la scelta di questi testi come una luce che potesse guidare e sostenere il nostro cammino di questo anno.

Nel pensare a questo itinerario di catechesi per i consiglieri, ho scelto i capitoli 2-3 del libro dell’Apocalisse, che riportano sette lettere indirizzate dallo Spirito a sette Chiese dell’Asia minore. In queste sette lettere, destinate a comunità di credenti abitanti un mondo che ancora non ha accolto la proposta del Vangelo e che, d’altra parte, è già dilaniato dalle divisioni interne alla comunità, si proclama una particolare manifestazione del Signore che viene indicata con titoli gloriosi presi dall’Antico e dal Nuovo testamento; si aiuta la comunità cristiana a leggere la situazione che quella Chiesa sta vivendo nel contesto storico in cui è inserita, proponendo un breve discernimento ed un giudizio soprattutto in riferimento al suo impegno di testimonianza nel mondo; infine si annuncia una promessa che il Signore rivolge a quella Chiesa e attraverso di lei a tutte le chiese.

Lampada per i miei passi è la tua Parola, luce sul mio cammino” (Sal 119).

Il metodo seguito è semplice, nient’altro che un adattamento e una semplificazione della lectio divina, con i passaggi classici che vengono previsti: dopo la lettura del testo, qualche spunto di meditazione per arrivare alla preghiera nella quale, secondo la struttura antica della tradizione ebraica, che ritroviamo in molti salmi e nelle preghiere liturgiche della Chiesa (comprese le preghiere eucaristiche della messa), rinnovare la nostra professione di fede riconoscendo il volto particolare del Signore che ci viene rivelato in quel testo; ringraziare il Signore per i doni che ci concede, secondo quanto è indicato in quel testo; domandare ciò che il Signore promette in quel testo come frutto della nostra preghiera e del nostro incontro con il Signore.

La maggior parte di questi momenti di catechesi si sono svolti durante incontri realizzati a distanza; la modalità ha un po’ sacrificato i momenti di silenzio, di risonanza personale e di condivisione fraterna che, in circostanze diverse, dovrebbero essere maggiormente valorizzati.

Abbiamo pensato di mettere a disposizione la traccia di questo itinerario con i testi proposti perché possano essere utilizzati anche nelle comunità capi.

È evidente che queste schede non sono nate per essere raccolte in un unico testo, ma sono state prodotte per essere utilizzate nel contesto degli incontri mensili del Consiglio regionale e corrispondono alle attenzioni che in quel determinato periodo vivevamo, sollecitati da ciò che accadeva intorno a noi o al tempo dell’anno liturgico che stavamo vivendo.

Come sempre usiamo ricordare, più che testi da replicare, da riprodurre o utilizzare acriticamente, è importante cogliere in queste tracce il metodo che viene utilizzato perché possa essere adattato al contesto in cui viene riproposto.

Buona strada

don Andrea Turchini A.E. regionale EmiRo

Poveri e Preghiera

Le due priorità per la Chiesa che riparte

Durante la Tre giorni dei preti di Rimini, l’intervento di Chiara Giaccardi (docente ordinario di Sociologia della Comunicazione all’Università Cattolica di Milano e con molti altri ruoli all’interno del mondo ecclesiale) ci ha aperto alcune prospettive importanti. Negli ultimi tre anni insieme al marito Mauro Magatti, la prof.ssa Giaccardi ha pubblicato un paio di testi molto importanti (in particolare La scommessa cattolica e Nella fine è l’inizio) per aiutare la comunità cristiana a comprendere il suo compito specifico – la sua missione – in questo contesto di crisi globale: c’è un contributo specifico che la Chiesa può portare al mondo immerso in questa situazione di crisi?

Il primo contributo riguarda l’accoglienza e la cura dei più poveri, di coloro che dalla società tecnocratica ed efficientista sono scartati e considerati invisibili.
C’è una “parola” da annunciare fatta di gesti e di azioni concrete, di scelte prioritarie che coinvolgono la comunità ecclesiale nel segno della gratuità, una parola decisiva da dire al mondo alla luce della nostra fede. Uno sguardo sulla persona che ricupera e afferma la sua dignità oggettiva e soggettiva. In questo senso la comunità cristiana è chiamata ad essere creativa e generativa di vita nuova.
Non si tratta di un richiamo moralistico ad essere più buoni o generosi, ma di riconoscere in questo contesto l’emergenza che chiede a noi di affermare di fronte a tutti ed a nome di tutti che non è umana una società in cui ci sono delle persone che vengono sistematicamente scartate o considerate invisibili. Come in altri tempi della storia, la comunità cristiana, proprio a partire dal Vangelo che ci chiede di riconoscerci tutti fratelli e figli dello stesso Padre che è nei cieli, deve avere il coraggio di “proclamare questa parola”.
Come afferma la Evangelii gaudium, la Chiesa stessa scoprirà, a seguito di questa opzione evangelica, che proprio lì, nei volti e nelle storie di questi fratelli e sorelle, si aprirà una conoscenza nuova del Signore che, ancora, si rivelerà come il Vivente.

L’altro contributo che la comunità cristiana può dare al mondo è la preghiera, intesa soprattutto come scuola per imparare a pregare, per aprire all’uomo la porta dell’incontro con Dio.
Da molti anni le indagini leggono una diffusa sete di trascendenza, tanto più in crescita quanto più si afferma la pretesa tecnocratica di dare ad ogni domanda una risposta funzionale. Ma ci sono tante domande che non trovano una risposta e – paradossalmente – proprio il tempo della pandemia ce lo ha messo in evidenza. L’uomo non è fatto solo di bisogni da soddisfare, ma porta in sé un desiderio di infinito che nel dialogo con Dio può trovare un pista per ascoltare questo desiderio, per riconoscerlo nella sua valenza esistenziale e per provare a dare una risposta. La Chiesa ha la possibilità di mettersi al servizio di coloro che vogliono imparare a pregare in modo adulto, attingendo alla grande tradizione biblica, riprendendo in mano i Salmi o ripercorrendo le strade dei grandi maestri della preghiera che la storia ci ha consegnato.
Non si tratta di proporre questa o quell’altra spiritualità, come se fossimo ad un supermercato, ma riscoprire le fondamenta della preghiera cristiana che aiuta ogni uomo e donna e riconoscersi come figli amati.

Due proposte:
– la prima l’ha già concretizzata don Pier Giorgio Farina. una casa per i poveri in ogni parrocchia o in ogni zona pastorale, per testimoniare una disponibilità all’accoglienza dignitosa. Altre scelte possono essere fatte in questa prospettiva che pone al centro l’annuncio del valore di ogni persona vista con lo sguardo di Dio e non con criteri economici; nell’incontro con il fratello e la sorella che domanda aiuto nel bisogno, possiamo scoprire quel volto del Cristo vivente che si rivela a noi, ci manifesta la sua presenza viva e chiede di essere seguito e servito nella persona dei poveri.

– la seconda non è emersa, ma sarebbe significativo che in diverse zone della diocesi si costituissero delle scuole di preghiera adulta nel rispetto della semplice tradizione della Chiesa, che consenta ad ogni persona che lo desidera di aprire con verità il dialogo con il Signore che ancora parla al cuore dei suoi discepoli per guidarli nella via della vita.

Sono solamente due idee emerse dall’incontro con la prof.ssa Giaccardi che mi sono segnato per non disperderle e che potrebbero abbastanza facilmente trovare una via di concretezza, mettendo in gioco le persone che su questo si sentono di potersi impegnare.

“Ricordatevi della moglie di Lot”

Siamo nel cap. 17 del vangelo secondo Luca. Gesù sta rispondendo alla domanda dei discepoli riguardo la venuta del regno di Dio e li ammonisce rispetto ad uno stile di vita spensierato e indifferente ai segni dei tempi che annunciano il suo avvento. Gesù prende come esempio la famosa vicenda di Lot e della sua famiglia, scampati alla distruzione di Sodoma per la misericordia di Dio (Cfr. Gen 19).
La città dove abitavano e, nonostante le molte contraddizioni, si erano ambientati, quel contesto che ormai riconoscevano come loro viene distrutto da un fuoco che cade dal cielo. Lot con la sua famiglia ha la possibilità di fuggire lontano, ma, mentre stanno lasciandosi alle spalle Sodoma e tutto i male che quella città rappresentava, la moglie di Lot si volge indietro, rimanendo affettivamente legata ad un luogo su cui Dio aveva già pronunciato un giudizio e trasformandosi in una statua di sale.

Ricordatevi della moglie di Lot“, dice Gesù ai suoi discepoli e lo dice anche a noi oggi.
In questi mesi abbiamo ascoltato una molteplicità di analisi sulla situazione che la pandemia ha fatto emergere, accelerando dei processi che erano in corso già da tempo. Anche a livello ecclesiale, come anche io ho scritto più volte, siamo stati catapultati in avanti di venti anni, trovandoci impreparati a gestire una situazione sulla quale da molto tempo stavamo riflettendo e che in molti modi era stata annunciata.

Ora molti segnali ci parlano di una “ripartenza”, di una rinascita.
Anche per le nostre comunità ecclesiali si apre un tempo di ripartenza delle attività, proprio a cominciare da questa estate. Il bello però verrà a settembre, quando ci sarà la possibilità di ripartire con una proposta ordinaria.
Il rischio di comportarsi come la moglie di Lot è molto forte e l’ammonimento di Gesù risuona potente anche per noi: non voltatevi indietro se volete salvare la vostra vita; dietro a voi c’è solo la morte! Le cose non saranno come prima perché quanto è accaduto ha causato un cambiamento che va accolto e letto nella prospettiva della missione che ci è stata affidata.

Lot fugge da Sodoma con poche cose, avendo salvato solo la sua famiglia, ma con la possibilità, che gli è concessa dalla misericordia di Dio, di poter ricominciare in un altro contesto e con un altro passo. Forse anche noi dovremmo avere questo coraggio.

Già alla fine della scorsa estate, in un articolo scritto su questo blog, tratteggiavo cinque punti che potevano segnare il cammino per le nostre comunità per una ripartenza che valorizzasse l’essenziale: la Parola di Dio, la domenica, le piccole comunità di adulti, l’educazione alla preghiera, una simpatia verso chi fa il bene.
La seconda e la terza ondata pandemica non ci hanno consentito di fare gradi passi in avanti, ma, in prospettiva, occorrerà pensare a come ritornare ad una ordinarietà significativa e sostenibile, integrando tutto quanto abbiamo imparato durante questi mesi di vita distanziata.

Quello che è sicuro è che non dobbiamo guardare indietro e dobbiamo liberarci di tutto ciò che ci ostacola nel cammino: un bagaglio semplice ed essenziale come quello di un pellegrino, come quello di un missionario, per far fruttare la misericordia di Dio che ci consente di iniziare nuovamente un nuovo capitolo della nostra storia che sarà bello perché accompagnato dalla presenza del Signore che ci precede e ci accompagna nel cammino.

L’uomo non è il suo errore


La frase contenuta nel titolo di questo post è di don Oreste Benzi.
Questa affermazione ci trova tutti d’accordo – penso – quando la poniamo in termini assoluti. Se infatti pensassimo che l’uomo fosse il suo errore, che sia lo sbaglio, il peccato, il reato a definirlo, saremmo tutti travolti da un senso di disperazione, ben consapevoli dei nostri errori e dei nostri peccati (anche gravi), forse anche dei nostri reati, benché da noi stessi considerati lievi e giustificabili.
L’uomo non è il suo errore. Questa frase ci porta un senso di sollievo e di speranza quando pensiamo a noi stessi, ai nostri figli (che di errori anche gravi ne commettono e rischiano di commetterne), alle persone che amiamo.
Ma vale per tutti o solo per qualcuno?
La domanda sorge spontanea a fronte delle reazioni più o meno scomposte apparse sui media dopo la scarcerazione di Giovanni Brusca, famoso killer di Cosa Nostra, che ha confessato 150 omicidi, alcuni dei quali veramente molto efferati: per lui vale l’espressione di don Oreste oppure lui è e rimarrà sempre il suo errore senza possibilità di riscatto e di perdono?

Non è possibile trattare con superficialità questo tema perché da esso dipende sia la percezione della giustizia, sia il rispetto della dignità della persona (che rimane tale anche se si è macchiata di orrendi delitti), sia la credibilità dello Stato e delle sue leggi.
Nessuno nega (neppure lui stesso) che le azioni commesse da Giovanni Brusca siano orribili e che non possano essere giustificate in alcun modo, ma ci fa bene ricordare – in linea generale – che lo Stato è il primo che deve rispettare le leggi promulgate dal Parlamento e che la pena carceraria – secondo quando previsto dall’art. 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) – ha sempre come orizzonte di valore quello della rieducazione della persona che ha commesso reato, perché testimonia la speranza di un cambiamento rispetto all’errore commesso.

Non so nulla di Giovanni Brusca se non quanto è stato raccontato in questi venticinque anni dai media. So che ha commesso e confessato cose atroci; so che ha collaborato con gli inquirenti e che – per questo motivo – ha ottenuto dallo Stato uno sconto di pena; so che ha pubblicamente chiesto perdono per i delitti commessi.
Non so se in questi venticinque anni sia cambiato, se l’esperienza in carcere abbia rappresentato una nuova opportunità per lui che, fin da giovanissimo, non ha conosciuto altro che la realtà di Cosa Nostra con “la sua cultura e le sue leggi”. Non so nulla di cosa sia avvenuto nella sua vita; non conosco il suo cuore e non posso permettermi di giudicarlo.

So – come affermava don Oreste – che un uomo non è il suo errore e credo che questo principio valga anche per Giovanni Brusca, nonostante tutto il male che ha commesso. Spero che lui, che in Cosa Nostra era chiamato “u verru” (il porco); che si è autodefinito “una bestia” per tutto il male che ha commesso, e che ancora da qualcuno viene pubblicamente definito come tale, possa aver incontrato o possa incontrare qualcuno che lo guardi come una persona, gli dica semplicemente che un uomo non è il suo errore e che ha la possibilità di vivere diversamente gli anni che gli rimangono.
Non so se se lo meriti (non spetta a me giudicarlo), ma so che qualcuno, nel rispetto della Legge, glielo ha concesso; spero che possa sfruttare questa possibilità aiutandoci a confermare l’affermazione di don Oreste. Sarebbe una grande vittoria per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, una vittoria che io mi consento di desiderare senza sentirmi ingenuo.

Testimoni non testimonials

Oggi 28 maggio, il Seminario Regionale di Bologna celebra la memoria del beato Rolando Rivi, seminarista martire, ucciso nel 1945 da un gruppo di partigiani, vittima dell’odio ideologico che si è accanito contro un ragazzo di quattordici anni che, in modo semplice, voleva testimoniare la sua appartenenza a Cristo.

Rolando Rivi, come anche Rosario Livatino – beatificato lo scorso 9 maggio – e don Giovanni Fornasini, che sarà beatificato il prossimo 26 settembre a Bologna, non sono martiri solo perché sono stati uccisi ingiustamente da uomini violenti e senza scrupoli, ma per la loro testimonianza di fede vissuta in modo totale e gratuito (cioè senza altri fini). La Chiesa non li ha indicati come martiri della fede (della giustizia o della carità) per il fatto che hanno subito una morte violenta e ingiusta, ma perché la loro vita era testimonianza trasparente del Vangelo, tanto da risultare insopportabile a persone che, invece, erano dominate da ideologie anti-umane e anti- cristiane; tanto insopportabile da decidere di ucciderli.

I fatti che hanno determinato la morte di Rolando Rivi oramai sono stati accertati, così come i responsabili; i tempi in cui il suo omicidio è stato commesso erano tempi molto difficili, tempi su cui il nostro Paese, dopo più di settant’anni, non ha ancora portato a compimento un processo di riconciliazione (se vuoi puoi leggere questo articolo Liberi per …) e questa mancanza determina il rischio di un’interpretazione “di parte” della testimonianza dei martiri, in particolare di quella di Rolando Rivi.

Il rischio, anche per noi credenti, si traduce concretamente nel trasformare un testimone in un testimonial.

Il martire non ci testimonia un valore o un’idea, ma il suo legame con Cristo, il suo desiderio di vivere semplicemente il Vangelo.
Se noi lo riduciamo ad essere il testimonial di un valore (per quanto importante) e lo utilizziamo come stendardo da sventolare contro coloro che ci sembra neghino quel determinato valore, noi rischiamo di deturpare la sua testimonianza e strumentalizzarla a favore di una nostra ideologia.

Come don Pino Puglisi, ucciso a Palermo nel 1993 dalla mafia, non era affatto un prete anti-mafia, ma – come affermava lui stesso – “semplicemente” un prete; come don Giovanni Fornasini, ucciso dai nazisti a Monte Sole, non era un prete antinazista o un antifascista (nel senso ideologico del termine), ma “semplicemente” un parroco dedito totalmente alla sua gente; così Rolando Rivi, ucciso da partigiani comunisti non era un anti-comunista, ma “semplicemente” e veramente un seminarista.

La parola che sigla la sua testimonianza è tanto semplice quanto trasparente e, proprio per questo, commovente: “Io sono di Gesù!“.

Questa appartenenza totale, questa sincera consacrazione interiore gli aveva fatto scegliere di indossare la veste talare anche nel tempo in cui si trovava costretto a casa (perché il seminario di Marola era stato occupato e i seminaristi rimandati in famiglia) come segno di questa sua appartenenza, come la cosa più normale per lui, come qualcosa che non poteva essere celato per quanto potesse essere considerato inopportuno, sconveniente o addirittura pericoloso.
Se noi non ricuperiamo il senso profondo e semplice del suo legame con il Signore e ci fermiamo all’elemento simbolico, rischiamo molto, rimanendo incapaci di commuoverci nel leggere sul suo volto e nella sua storia quel legame vitale con Cristo a cui Rolando Rivi aveva già deciso fin da piccolo di dedicare la sua vita nel servizio ai fratelli come presbitero della Chiesa di Reggio Emilia.

Trasformare Rolando Rivi in un testimonial della veste talare o dell’idea di un cristianesimo intransigente (e quindi veramente fedele?!?) è il peggior servizio che possiamo rendergli e una strumentalizzazione del tutto inopportuna.
Se invece saremo capaci di cogliere l’essenziale della sua testimonianza, quella parola evangelica che attraverso la sua giovane vita il Signore ha voluto dire al mondo (Cfr. Gaudete et exultate, n. 24), allora potremo benedire il Signore per la sua testimonianza e chiedere per noi, per tutti i presbiteri delle nostre chiese e per i nostri seminaristi, che lo Spirito di Dio generi quello stesso legame e lo faccia fruttificare in una testimonianza altrettanto semplice e sincera nelle circostanze in cui ognuno è chiamato a vivere.

Beato Rolando Rivi prega per noi.

Cittadini

Questa mattina ho ricevuto la prima dose di vaccino. L’ho ricevuto a Morciano perché mi era comodo farlo lì. Mi sono recato alla fiera pensando di fare in fretta – così mi avevano assicurato – e invece, tra tutti i passaggi necessari, ho impiegato due ore, tempo che mi sono goduto osservando la gente che era intorno a me, che come me otteneva gratuitamente questo presidio contro una malattia che ha mietuto nel mondo quasi otto milioni di vittime e causato tanti danni dal punto di vista sociale ed economico.
Alcuni pensieri da questa esperienza.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la gratuità: nessun cittadino è chiamato a pagare nulla per ricevere questo vaccino. So che in Italia questo lo diamo per scontato e sono convinto che sia giusto che sia così, ma non credo affatto che sia scontato, conoscendo quanto i governi del mondo stanno sborsando per acquistare questi vaccini e quanto le case farmaceutiche stanno guadagnando dalla loro vendita.
A me e a tutti coloro che erano con me questa mattina, è stato dato gratuitamente. Vorrei dire semplicemente grazie. E’ bella la nostra democrazia che riconosce la salute delle persone un valore e non un elemento su cui speculare.

La seconda cosa che mi ha colpito è che questa vaccinazione di massa, oltre che un grande valore sanitario e sociale, ritengo abbia anche un valore simbolico.
Molte persone convergono insieme per compiere un gesto importante per la loro salute e per la salute degli altri. Quella fila vissuta per tappe insieme a quelle persone, per me è stata l’occasione per riconoscerci uniti da uno stesso destino e desiderosi di compiere un gesto collettivo che segnasse la fine di una sofferenza. Mi sono tornate alla mente le immagini del presidente Mattarella e del presidente Draghi che si sono recati, come comuni cittadini, al centro vaccinale di Roma nella loro fascia di età. Lì per lì avevo pensato che fosse una sciocchezza; che fosse più giusto che loro avessero una corsia preferenziale; ma oggi ho compreso meglio il valore della condivisione di un gesto collettivo e di quanto sia stato importante per i rappresentati del popolo condividere la fila con tutti, perché in quella fila c’è il senso del procedere insieme, di un lottare insieme, di un condividere insieme una speranza.

La terza e l’ultima cosa che mi ha colpito è stata quella delle fasce di età.
Tutti quelli che dovevano fare la prima dose (come me) più o meno avevano la medesima età e sono stati molti coloro che si sono riconosciuti e, in quel lungo tempo in cui erano “costretti” ad attendere, si sono scambiati ricordi e notizie sul presente della loro vita. Mi ha molto divertito vedere e ascoltare queste/i cinquantenni ritrovarsi gioiosamente, trasformando un adempimento in un’occasione di ritrovo, ancora più bella dopo tanti mesi di distanziamento sociale.

Mi è piaciuto oggi sentirmi un cittadino insieme ad altri cittadini, condividere con tutti un impegno e una speranza. Io non ho perso la pazienza in quell’attesa, ma l’ho trasformata in un’occasione per riconoscere che qualcosa di prezioso stava accadendo proprio sotto i miei occhi. Sono molto grato per questa particolare esperienza vissuta che tra circa un mese si ripeterà per la seconda dose.

PS: una gradita sorpresa è stata scoprire che il medico che mi ha fatto il triage era un bimbo che ho accompagnato per la prima comunione alla Colonnella; è lui che mi ha riconosciuto e che ha voluto conoscere i passaggi che avevo vissuto in questi anni. E’ stato un altro elemento simpatico di questa giornata, anche se ha certificato ufficialmente il fatto che sono anziano 🙂 Deo gratias!

Anziani e leaders

Uomini e donne che preparano il futuro

Accadono felicissime coincidenze che portano a cogliere come provvidenziali alcuni spunti di riflessione.

Martedì 4 maggio, su Avvenire, viene pubblicato un bellissimo editoriale di Mauro Magatti che, prendendo spunto dall’intervento del presidente J. Biden al Congresso USA, allarga la prospettiva coinvolgendo il presidente Draghi e il Papa in una riflessione sugli anziani leaders del nostro tempo, sottolineando come “Giunti all’ultima stagione della vita, questi leader anziani non si stancano di dirci che si tratta di guardare avanti, di immaginare un futuro di cui, pure, loro non saranno protagonisti. Una condizione di ‘leggerezza’ che permette di prendere decisioni coraggiose, senza dipendere dal calcolo del successo o dall’andamento dei sondaggi... può capitare che il passare degli anni insegni una saggezza nuova: quella di saper lavorare per preparare un futuro che va al di là di noi. Forse è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per cercare di attraversare il cambio d’epoca che ci capita di vivere.

Lo stesso giorno presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna prende il via il convegno annuale che ha come tema la leadership nella Chiesa, nella prospettiva del cammino sinodale che la Chiesa italiana, come sottolineano sia don Valentino Bulgarelli che il cardinale Zuppi nelle loro introduzioni.

E’ pensiero comune che gli anziani prediligano un atteggiamento conservativo rispetto alla realtà delle cose e tendano a conservare lo status quo dichiarandosi piuttosto allergici ai cambiamenti e alle novità.
Ma accade che ci siano anziani che, superata la tentazione del “si salvi chi può“, abbiano acquisito una così grande libertà da sé stessi da dedicarsi completamente a costruire un futuro migliore per le nuove generazioni, mettendo a servizio la loro grande esperienza e l’autorità che la situazione concede loro.
E’ stato il caso di Giovanni XXIII, per esempio, che, pur essendo anziano, è stato capace di convocare il Concilio Vaticano II, riconoscendo le istanze che salivano da varie parti della comunità ecclesiale e mettendosi al servizio di questo processo.
Senza dubbio è il caso di papa Francesco (84 anni), che non finisce di stupirci con un magistero fatto di parole e di gesti che aprono scenari di futuro per la Chiesa e per il mondo.

Spesso ci lamentiamo, sia nella società, che nella Chiesa, di essere una realtà caratterizzata fortemente dalla presenza degli anziani. Mi chiedo se questo non passa essere considerato anche una risorsa.
Abbiamo bisogno di adulti e anziani che, liberi dalla preoccupazione per sé stessi, possano mettersi al servizio dell’edificazione di un futuro in cui loro non abiteranno.

Nel Sinodo uno degli uditori, un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo. (Christus vivit n. 201)

Come sarebbe bello pensare ad una realtà in cui le diverse generazioni, libere dalla preoccupazione per loro stesse, dall’ansia di salvare sé stessi, possano mettere le loro migliori energie e competenze al servizio di un bene comune, per costruire insieme un mondo che sarà migliore di quello in cui hanno vissuto loro.

A me sembra che coloro che mi hanno preceduto, nelle diverse generazioni passate, abbiano adempiuto a questo compito, anche se con qualche errore (vedi la crisi climatica o la sperequazione sulla distribuzione delle ricchezze nel mondo) che, grazie alle nuove conoscenze, chiede di essere corretto nella prospettiva futura.

Ora sta a me! Ora sta a noi!
Faccio parte della generazione del boom demografico degli anni ’60, della generazione che, in diversi modi, sta ricoprendo i ruoli di responsabilità (e di potere) nel mondo e nella società.
Sta a noi – che siamo adulti e cominciamo ad essere anziani – metterci al servizio, mettere a disposizione le nostre competenze e le nostre esperienze per lasciare il mondo migliore di come lo hanno lasciato a noi i nostri padri.
I nostri figli sono già grandi, stanno entrando nella vita adulta. Possiamo lamentarci delle situazioni svantaggiose che caratterizzano il loro cammino, oppure possiamo decidere di metterci al servizio, smettendo di pensare a noi stessi, di voler garantire a tutti i costi la nostra permanenza in una giovinezza illusoria, e lavorando per loro e con loro per un mondo che noi non abiteremo.
Sapremo testimoniare questa libertà? Oppure lasceremo alle generazioni future un mondo in macerie, conseguenza della nostra arroganza e del nostro egoismo narcisistico?

Ci sono alcuni grandi anziani che ci stanno dando l’esempio, che ci stanno chiedendo di lavorare insieme con loro, di impegnarci pensando al futuro.

Per quanto mi riguarda questo tema mi coinvolge in particolare sul futuro della Chiesa.
La pandemia ci ha proiettati in una realtà di Chiesa che, probabilmente, avremmo visto solo tra quindici o venti anni. La pandemia ha accelerato alcuni processi che erano già in corso, ma rispetto ai quali preferivamo non fare nulla.
Da anni i papi, i vescovi, i teologi, la gente, ci chiedeva di mettere in moto un processo di cambiamento, ma noi abbiamo preferito conservare l’esistente pur riconoscendo che il sistema si stava sgretolando man mano. Ora “il re è nudo”! Lo sapevamo già, ma – come i quella storia – facevamo finta di non accorgercene.
La cosa strabiliante è che abbiamo già la pista per camminare, frutto di analisi e riflessioni che ci sono state fornite da diversi decenni: nuova evangelizzazione, relazioni comunitarie meno formali, dialogo con il mondo ed impegno condiviso sui grandi temi che coinvolgono l’uomo (la famosa sfida antropologica), valorizzazione di tutte le vocazioni della comunità cristiana, rinunciando al clericalismo, valorizzazione dell’impegno educativo …

Qualcuno di noi è stanco; non ha voglia di cambiare le cose che ha sempre fatto; non ha voglia di mettersi a pensare a scenari diversi, a modalità diverse per vivere l’annuncio, per edificare una comunità cristiana fondata su punti di riferimento differenti. Qualcuno è tentato di pensare che “verrà chi vuole venire”; che a molti andrà bene così come si è sempre fatto; che “la gente” (chi poi?) non capirà i cambiamenti; che facendo così rischiamo di perdere anche quei pochi che verrebbero comunque …

I nostri vescovi tra qualche giorno si riuniranno in assemblea generale per raccogliere la sfida, che il Papa ha loro rilanciato a gennaio 2021, sul cammino sinodale della Chiesa italiana a partire dalla Evangelii gaudium. Non credo che tutti loro saranno entusiasti di questa prospettiva. Credo che dovranno essere aiutati e sostenuti nell’avviare un processo che sarà vitale per il futuro della nostra Chiesa in Italia, quella che noi non abiteremo, ma che abbiamo la responsabilità di lasciare a coloro che verranno.
Ciò che sarà domani dipende dalle scelte che noi oggi avremo il coraggio di compiere.
Credo che sia nostra responsabilità metterci al servizio di questo processo che, solo con il contributo attivo di tutti, senza “meline”, senza muri di gomma, potrà aiutarci a cambiare le cose per renderle adeguate al futuro che ci attende.

Il Signore ci conceda la libertà necessaria e la disponibilità di cuore per vivere questo servizio.

Risonanze

Nel pomeriggio del 27 aprile, sono stato invitato a moderare un incontro presso la Biblioteca Baldini di Santarcangelo sulla relazione di amicizia tra da don Giovanni Montali e Rino Molari (qui il video integrale dell’incontro).
Vorrei semplicemente lasciare sul mio taccuino digitale alcune risonanze e riflessioni scaturite dall’incontro di ieri in cui Piergiorgio Grassi, Maurizio Casadei e don Gabriele Gozzi ci hanno dato moltissimi spunti.

L’impegno dei cattolici nella Resistenza non armata, nasce dall’esigenza di difendere la dignità dell’uomo. E’ un’affermazione che avevo già letto in diverse pubblicazioni, ma che ieri è ritornata con forza, pochi giorni dopo che nel Mare Mediterraneo sono affogate 130 persone nell’indifferenza di molti.
Pur vivendo in un sistema democratico da molti anni, non sono pochi gli ambiti in cui la dignità dell’uomo oggi è minacciata; le crisi che sono esplose in modo fragoroso negli ultimi mesi (sanitaria, economica, sociale, demografica, climatica, migratoria, politica, …) portano come denominatore comune, o come effetto collaterale, un atteggiamento di difesa di interessi di alcuni a scapito di molti e, sostanzialmente, di indifferenza di fronte alla dignità dell’uomo. Qual è la Resistenza a cui noi siamo chiamati oggi?

Nei racconti che ieri sono stati sviluppati, sono state citate una serie di persone che io ho conosciuto, ma che mai avevo pensato potessero avere avuto un ruolo così importante nella storia del nostro territorio: don Carlo Savoretti, don Antonio Bartolucci, don Michele Bertozzi … solo per citarne alcuni. Li ho conosciuti che erano già anziani, dei nonni, ma non ho mai pensato che valesse la pena spendere del tempo per ascoltare le loro storie di vita e di impegno pastorale e sociale. Mi sono un po’ rattristato al pensiero di aver perso un’occasione importante.
In particolare mi sono ricordato di don Antonio Bartolucci che ho incontrato un’unica volta, quando ero diacono, presso la parrocchia Saludecio; ho suonato al campanello, mi ha aperto la porta; abbiamo parlato forse per due minuti: ero andato a portare del materiale per il seminario. Lui non era tanto interessato a quello che dovevo dire io e a me ha colpito solo che era un po’ trasandato. Se avessi avuto voglia di chiedergli di raccontarmi di sé! Se non avessi avuto gli occhi velati dall’apparenza! Che incontro straordinario sarebbe stato! Un’occasione mancata!
Quando siamo di fronte agli anziani li vediamo nella loro fragilità attuale, ma non sempre ricordiamo che qualcuno di loro potrebbe avere storie significative da condividere con noi, storie personali che hanno fatto la storia. Basterebbe un po’ di tempo e di pazienza per mettersi in ascolto e lasciarsi istruire.

Democrazia, cultura e perdono: le tre armi di don Giovanni Montali per contrastare la cultura totalitaria. Che strano pensare a dei preti come maestri di democrazia! Ma dobbiamo riconoscere che quella generazione la democrazia l’aveva imparata fuori dalla Chiesa e l’aveva riconosciuta come buona.
La cultura, condivisa con il prof. Molari, come arma potente per contrastare il pensiero unico, per riconoscere il bene, il vero e il bello dovunque si manifesti. Una cultura – quella di don Montali – fondata sulla Scrittura e sulla Dottrina sociale della Chiesa.
E poi il perdono, come sigillo della sua testimonianza evangelica, come quella parola che alla fine fa davvero la differenza, che dice che pasta di uomo sei.
Che uomo straordinario è stato don Giovanni Montali!
Contemporaneamente radicato in modo assoluto al suo territorio e legato alla sua gente e capace di agire in dialogo con il Papa per riportare alla comunione ecclesiale Romolo Murri. Attento ai problemi di ogni famiglia della sua parrocchia e pronto a dialogare con i grandi autori europei di cui traduceva le opere. “Pensare globalmente e agire localmente“. E’ uno slogan diffuso che in don Montali ha visto la sua incarnazione.

Il valore dell’amicizia come sentimento generativo di vita e di bene. L’amicizia vissuta da Molari e Montali non è stata solo la condivisione di un bene; ma una relazione che è stata capace di generare del bene oltre a loro stessi. Non abbiamo tante notizie di come questa amicizia sia stata vissuta (i tempi chiedevano grande discrezione). Ma possiamo pensare che questi due uomini straordinari, totalmente dediti al bene della famiglia, della comunità ecclesiale e della Patria, si siano aiutati vicendevolmente e che, da quei colloqui, da quei confronti, sia nata e sia stata sostenuta con determinazione la volontà di rendere il mondo migliore e più rispettoso della dignità della persona.

Mi piace concludere con questa frase riportata da una testimonianza di don Carlo Savoretti che fu il cappellano di don Giovanni Montali; “Montali non aveva nessuno nemico, ma solo amici di idee contrarie. Lui era prete, e ha fatto del bene a tutti. Non guardava in faccia alle idee. Don Montali era l’amico ideale. Per lui l’amicizia era una cosa sacra“.

Un modo di vivere l’amicizia che gli ha permesso di incontrare Rino Molari, ma che gli ha anche permesso di fuggire all’arresto grazie ad uno di quegli “amici di idee contrarie” che, pur essendo fascista, lo avvisò che quella notte sarebbero venuti ad arrestarlo e gli permise di salvare la sua vita, anche se, per rappresaglia, furono uccisi suo fratello e sua sorella.

Consiglio a chi non lo avesse fatto di leggere il testo curato da don Gabriele Gozzi e pubblicato da Pazzini, Don Giovanni Montali. La forza della carità per una rinascita civile. Il testo, che vede l’introduzione di Piergiorgio Grassi, riporta un bellissimo saggio di don Gabriele e altri contributi di Davide Arcangeli, Anna Lucciola e Roberto Cesarini, oltre che ad una breve selezione degli scritti di don Montali e, in appendice, la riproduzione dei pannelli della mostra organizzata nel 2019 dalla Parrocchia di san Lorenzo e dal Comune di Riccione.

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