La pietra ribaltata

Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. (Mc 16,2-4) 

Quella pietra è una bella preoccupazione!
Quelle donne sono piene di buone intenzioni; si sono alzate prestissimo, quando ancora non era sorto il sole; hanno con loro tutto l’occorrente per cospargere di unguenti il corpo del Signore Gesù, rinchiuso in fretta nel sepolcro al termine di quel giorno terribile in cui era stato crocifisso ed ucciso; … ma come spostare quella pietra per poter entrare nel sepolcro?
Di questo parlano nel tragitto che compiono andando da Gerusalemme a quel giardino dove si trovava il corpo di Gesù.

In questa Pasqua le parole di quelle donne in cammino mi colpiscono molto: parlano della pietra che sigilla il sepolcro. Essa rappresenta un ostacolo oggettivo e al di là della loro portata, che impedisce loro di compiere quanto hanno nel cuore per dire il loro affetto al Signore. Eppure non sono rimaste a Gerusalemme. Si sono messe in cammino pronte a compiere ciò che sentivano irrinunciabile, sperando contro ogni speranza di poter realizzare quel gesto.

Quella pietra è il simbolo di tutti gli ostacoli che abbiamo di fronte a noi in questo tempo; di tutto ciò che ci impedisce di compiere le cose che abbiamo nel cuore, così come le avremmo nel cuore; di tutte le parole che riempiono in nostri discorsi un po’ tristi e depressi, pieni di frustrazione per ciò che ci manca e non ci è permesso di vivere.
Quella pietra è la madre di tutti gli ostacoli: chi potrà spostarla?

Nella Pasqua, ancora una volta, ci viene rivelato con sorpresa che il Signore, con la sua risurrezione, ribalta tutte le pietre che ci ostacolano e rende possibile la scoperta che la vita vince sulla morte, che non c’è pietra che possa impedire questo trionfo.
Le donne sono testimoni di questa vittoria perché non si sono lasciate bloccare, perché al mattino presto si sono messe in cammino per fare ciò che loro sentivano importante e vero.
Per questo, per la loro fiducia e per il loro amore, sono diventate le prime testimoni della risurrezione.

Auguro a tutti e a tutte, anche in questo tempo difficile, di non lasciarsi bloccare dagli ostacoli apparentemente inaggirabili che sono posti sul nostro cammino. La nostra fede pasquale nella vita che vince la morte ci possa trovare sempre sulla strada, pronti e pronte per compiere quello che, per la fedeltà alla nostra vocazione, sentiamo essere irrinunciabile e per accogliere con stupore quanto il Signore è capace di realizzare rimuovendo ogni ostacolo.
Così anche noi, come quelle donne, potremo essere testimoni della vittoria di Cristo sulla morte.

Buona Pasqua!

Paura

Negli incontri di questi giorni l’emozione che è stata maggiormente condivisa è quella della paura.
Le persone condividono e confessano che sono spaventate, che la situazione nella quale siamo immersi le fa sentire insicure e in pericolo.
Sono spaventati sia coloro che non si sono ammalati, che coloro che sono passati nel durissimo circuito del contagio da Covid-19, traumatizzati da ciò che hanno subito e ancora portando su loro stessi le conseguenze di quei giorni vissuti in ospedale aiutati dal respiratore.
La paura conduce ad assumere scelte di “autodifesa” molto radicali, atteggiamenti molto molto prudenti, che portano alcune persone ad isolarsi, a privarsi anche dei contatti con i famigliari oltre che con la comunità cristiana a cui sentono di appartenere.

Credo che questa paura debba essere accolta, ma anche riconosciuta (e denunciata) come una situazione molto grave e rischiosa per il bene delle persone. Se essa da una parte sostiene la prudenza (come sempre accade), dall’altra rischia di imprigionarci in situazioni di isolamento molto grave, in atteggiamenti in cui tendiamo a vedere tutti gli altri, anche coloro che sono più vicini a noi, come pericolosi per la nostra vita.

Oltre che accolta e denunciata, per le sue pesanti conseguenze, di fronte a questa paura diffusa possiamo anche annunciare il vangelo della fiducia e della speranza. Non si tratta di indurre in stupidi e insensati negazionismi o in atteggiamenti miracolistici, ma di illuminare questa situazione così fosca con una parola che aiuta a vedere oltre la nostra paura e trovare un punto di riferimento per non affondare.
La parola del Vangelo, infatti, è sempre un messaggio che ci libera dalla paura della solitudine, dell’insignificanza, della morte; alla base dell’annuncio c’è l’amore del Padre che ha cura di noi e la salvezza che il Signore Gesù è venuto a realizzare per noi oltre la morte (Dio ti ama, Cristo ti salva, egli è vivo e vuole che tu viva – Christus vivit).

La parola del Vangelo, poi, ci aiuta a comprendere che non è sufficiente essere sani per salvare la nostra vita, ma che è proprio nell’amore, quello che secondo Giovanni vince ogni timore (Cfr. 1Gv 4,18), che noi possiamo salvare la nostra vita anche se dovessimo perderla in un atto di amore, non vissuto per imprudenza o stupidità, ma come dono totale di noi stessi.

Gesù, che in questi giorni contempliamo nel mistero della sua Pasqua di passione, morte e risurrezione, proprio di fronte alla nostra paura ci invita a seguirlo, a guardare a lui che confida nel Padre e a donare noi stessi per illuminare il mondo e guarirlo da ogni paura.

Il mistero di Barabba

Nel racconto della Passione, ascoltato durante la celebrazione di ieri, abbiamo ancora una volta sentito parlare di Barabba, l’uomo liberato da Pilato -nonostante la sua evidente colpevolezza – al posto di Gesù di Nazareth, che anche agli occhi del governatore romano pareva del tutto innocente e “vittima dell’invidia dei Giudei”.

Non sappiamo praticamente nulla di Barabba, se non quello che ci dicono i vangeli; non abbiamo altre fonti storiche che attestino chi fosse e cosa abbia fatto.
Anche i vangeli non sono così precisi: per Giovanni era in brigante (Gv 18,40); per Matteo era un carcerato famoso (Mt 27,16); per Marco era stato arrestato insieme ai ribelli che in una sommossa avevano commesso un omicidio (Mc 15,7).
Più probabilmente può essere considerato uno zelota (un partigiano) che era stato arrestato durante un’azione compiuta contro i Romani.
Quello che il vangelo mette in evidenza è che era un uomo che aveva commesso un crimine, un uomo colpevole che viene liberato, mentre al suo posto viene condannato un innocente.

Scrive papa Benedetto XVI nel suo “Gesù di Nazaret” (pp.63-64) : “In altre parole Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianismo che si confrontano. Questo fatto diventa ancor più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa figlio del padre. È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. L’ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione. Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas – Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso. La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi …” (Testo tratto da Wikipedia).

A me sembra che, al di là delle opportune riflessioni storiche, la figura di Barabba, inserita da tutti gli evangelisti nel racconto della Passione, abbia da dirci qualcosa che ci riguarda da vicino, a tal punto da poterci identificare con questo misterioso personaggio.

Barabba è il primo salvato: pur inconsapevolmente e a causa di una serie di eventi indipendenti dalla sua scelta, Barabba si trova ad essere il primo ad aver salva la vita per merito di Gesù. Barabba è il primo che fa l’esperienza di essere salvato, di essere liberato proprio a causa della morte di Gesù. Non siamo anche noi così? Non siamo anche noi salvati inconsapevolmente? Non possiamo anche noi ritenerci liberati perché Gesù ha dato la vita al nostro posto e, come dice san Paolo, non perché fossimo meritevoli, ma proprio quando eravamo peccatori? (Cfr Rom 5,6-8).

Barabba è “figlio del Padre”: Barabba ha un nome bellissimo, ma vive come se questo nome non significasse nulla. Si chiama “figlio del padre” (Bar- Abbà), ma ciò che compie è la rappresentazione di un uomo che vuole ottenere a tutti i costi ciò che per lui è giusto, senza farsi scrupoli di usare la violenza e l’omicidio. Non siamo anche noi così? Non facciamo anche noi fatica a vivere la nostra vita di figli (dipendenti dal Padre) desiderando dimostrare al mondo di poter fare quello che noi riteniamo giusto? Non siamo anche noi privi di scrupoli per ottenere ciò che ci sembra un diritto? Forse non arriviamo all’omicidio, ma non siamo estranei alla violenza.

Barabba è colui che è scelto dalla folla: Nonostante la sua dubbia moralità, Barabba è scelto dalla folla; è preferito a Gesù. La gente e i capi dei sacerdoti ritengono più pericoloso Gesù di Barabba. Barabba è uno di noi, lo comprendiamo; lo gestiamo più tranquillamente. I suoi pensieri sono i nostri pensieri; le sue vie sono le vie che anche noi vorremmo percorrere (Cfr. Is 55). Ma Gesù non è così: mai nessuno ha parlato come lui parla; e la sua “pretesa” di essere Figlio di Dio risulta inaccettabile perché chiederebbe di mettere in discussione tutte le nostre strutture religiose, sociali e politiche. In fondo Barabba, pur con tutte le sue ambiguità, potrebbe essere anche un eroe, un patriota; meglio lui di Gesù.

Barabba è l’immagine vivente di ciò che anche noi siamo, di ciò che corrisponde maggiormente al nostro essere; il confronto con Gesù e il fatto che Gesù venga condannato non ci può lasciare tranquilli.
Possiamo però riconoscere che Gesù è morto anche per Barabba, anzi forse proprio per lui, indipendentemente dalla sua eventuale conversione (che qualcuno ipotizza) nata da un fugace scambio di sguardi con Gesù.
Per questo, senza timore, possiamo identificarci in lui e vivere la Pasqua nel suo significato più autentico.
Anche noi nella Pasqua siamo liberati e salvati; siamo riscattati dall morte e da una giusta condanna e tutto questo avviene perché il Signore ha donato la sua vita per noi, come è accaduto per Barabba.

Tappi

Ci sono dei tappi che ci stanno mettendo in crisi, che rischiano – non troppo banalmente – di mandare in crisi il nostro sistema di vita; essi oltre che un valore economico e sociale, hanno anche un valore simbolico.

Il primo tappo è la crisi nella fornitura dei vaccini che alimenta la frustrazione dei governi e dei cittadini della UE, che vedono traditi i patti contrattuali da parte di alcune aziende farmaceutiche (soprattutto una in realtà).
Nello svolgimento veloce ed efficace della campagna vaccinale è riposta la speranza di una veloce ripresa dei sistemi sociali ed economici dei vari paesi, ed è naturale che la frustrazione e la rabbia per gli ostacoli posti arbitrariamente e unilateralmente dall’azienda in cui si erano poste le maggiori speranze (anche per motivi economici) siano molto alte. Non aiuta il fatto che altri paesi (Israele, USA, Gran Bretagna, … il Cile addirittura, senza parlare di Russia o Cina), non legati da vincoli simili a quelli dell’UE, che ha ben deciso di condurre una contrattazione unitaria, abbiano potuto agire indiscriminatamente, raccogliendo vaccini un po’ dovunque e raggiungendo risultati molto migliori sulle percentuali di popolazione vaccinata, sembrino pronti a “ripartire”.
E’ assolutamente giusto che i responsabili della UE e i nostri governanti cerchino di far rispettare i contratti e che, come ha affermato il nostro Presidente del Consiglio, non ci facciamo ingannare da chi, ormai abbastanza chiaramente, sfrutta la sua posizione di dominio per imporre altre condizioni e vendere al miglior offerente; ma, mentre la UE cerca di farsi rispettare, mi chiedo cosa pensino molti altri paesi del mondo, che non possiedono la forza economica per negoziare con la case farmaceutiche e saranno costretti ad attendere l’elemosina dei paesi ricchi per poter iniziare a programmare una campagna vaccinale per le popolazioni più povere.
In un mondo in cui “tutto è connesso” – come ricorda papa Francesco nella Laudato sì – un problema globale come la pandemia da Sars-CoV-2 non può essere affrontata secondo uno schema che mette tutti contro tutti perché vige la regola del “si salvi chi può”! Per far saltare il tappo non sarà sufficiente che la UE ottenga ciò che le spetta; anzi, proprio questa circostanza potrebbe far sperimentare a noi ricchi europei, quale sia la situazione ordinaria di coloro che non hanno voce e, invece di litigare anche tra noi – come è successo al summit di ieri in cui i nostri amici austriaci hanno fatto i capricci -, potremmo mettere in campo le nostre energie per risolvere la causa principale di questa discriminazione che ci fa arrabbiare, e chiedere a gran voce che il sistema dei vaccini venga liberalizzato per tutti.

Il secondo tappo è rappresentato da due eventi che non sono connessi tra loro, ma che possono essere letti insieme: lo sciopero dei dipendenti “Amazon” di lunedì 22 marzo 2021 e il blocco del canale di Suez a causa dell’incagliamento di una mega nave da trasporto container.
Poiché non sono senza peccato, confesso di utilizzare spesso la piattaforma di e-commerce di “Amazon”, ma, come quegli anziani del Vangelo, non voglio limitarmi a lasciar cadere la pietra e a tornare in silenzio a casa mia (Cfr. Gv 8,1-11).
I due eventi ci parlano della organizzazione del commercio su scala globale, un organizzazione che ha costi umani e ambientali enormi e poco considerati dai fruitori finali come me, che badano prevalentemente al risparmio e alla velocità della consegna.
Questo tappo che si è creato, che porterà danni per miliardi di dollari alle economie dei vari paesi del mondo, che solamente in un giorno ha causato l’aumento del 5% del prezzo del petrolio e del gas naturale liquefatto – normalmente trasportati su questa mega navi -, ci rivela ancora una volta che il sistema su cui si basa la nostra vita è insostenibile: basta un “piccolo” intoppo perché tutto vada in tilt.
Per far saltare questo tappo è necessario cambiare il nostro sistema di vita e di acquisto, perché quegli apparenti vantaggi di cui gode il consumatore finale, come è stato detto più volte e in diversi modi, sono pagati da uomini e donne, che lavorano in condizioni disumane, e dall’ambiente, che sopporta consumi energetici enormi (quanta energia è necessaria per muovere una nave di 22 mila tonnellate dalla Cina fino all’Olanda?).

Tutti gli imprevisti della nostra vita, quelli che immediatamente ci fanno arrabbiare perché interferiscono con i nostri piani e programmi autoreferenziali, rappresentano anche un richiamo e una possibilità di conversione.
Se il sistema va in tilt possiamo trovare un colpevole e fargliela pagare, oppure possiamo riconoscere che il sistema non funziona e provare a cambiarlo per renderlo più umano e rispettoso del bene di tutti.

Maria di Nazareth vs Giuseppe Garibaldi

Questo articolo è stato pubblicato sul sito dell’AGESCI Emilia-Romagna

Quando andavo alla scuola elementare, con grande enfasi, la maestra ci raccontò di un celebre incontro avvenuto a Teano tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, re d’Italia: di fronte all’ordine dato dal Re, Giuseppe Garibaldi, con grande senso del dovere, avrebbe risposto semplicemente “obbedisco!”, nonostante, per la sua grande esperienza militare, fosse contrario alle posizioni esposte dal Re.

Mi è venuto in mente questo episodio quando sono andato a rileggere il testo del vangelo dell’Annunciazione (Lc 1,26-38), e mi sono chiesto: l’accoglienza di Maria all’invito dell’angelo e stata dello stesso tono di quella di Giuseppe Garibaldi? Il suo AMEN (la semplice parola ebraica che sintetizza la perifrasi riportata dal Vangelo: “Sia fatto di me secondo la tua parola”) ha lo stesso valore dell’”obbedisco” di Garibaldi?

Di Maria dovremmo ammirare il senso del dovere e di distacco da sé come faremmo nel caso di Garibaldi?

La cosa può far sorridere (e sarebbe anche bene farlo ogni tanto), ma il rischio di fraintendimento è molto grande. Perché Maria ha pronunciato il suo “Amen!”? E con quale atteggiamento?

Maria è una giovane donna credente, che riconosce e sa che il Signore è buono e il suo amore è per sempre (Sal 117). Maria, giovane donna di fede, sa che Dio non usa le persone per i suoi scopi, ma che, quando le chiama a collaborare con lui, riempie di benedizioni la loro vita. Maria è una giovane donna di speranza e, con tutto il suo popolo, attende il compimento delle promesse di Dio e comprende che Dio la chiama a diventare madre di colui che sarà il Messia promesso (Is 7).

Maria è una giovane donna che si fida di Dio e non teme di porre la sua vita nelle Sue mani, perché sa che il Signore la custodisce anche quando si passa per valli oscure (Sal 23).

Quello che celebriamo nella festa dell’Annunciazione è la totale libertà che Maria ci testimonia nel mettersi nelle mani di Dio. Il suo “Amen” libero e consapevole, non esprime primariamente la rinuncia a se stessa, ma la totale e fiduciosa adesione a una proposta che anche lei riconosce come buona e che le consentirà di diventare la “benedetta tra tutte le donne” (Lc 1).

Penso che tutti noi, quando pronunciamo i nostri “Amen”, sia nella preghiera che nella vita, vorremmo assomigliare più a Maria che a Garibaldi.

Penso ai nostri ragazzi e ragazze che pronunciano la loro Promessa e spero che siano consapevoli che quel gesto, vissuto con tanta emozione, corrisponde alla scelta di una vita piena e bella.

Penso ai nostri rover e alle nostre scolte, che vivono la Partenza dai loro clan e fuochi, e spero che quelle scelte che – come affermano in quel passaggio – caratterizzeranno il loro cammino, esprimano la fiducia di aver scelto un modo bello di spendere la loro vita, seguendo le orme di Gesù, al servizio dei fratelli e delle sorelle, per rendere il mondo un po’ migliore.

Penso ai capi e alle capo che, entrando in comunità capi, “firmano” il Patto Associativo e aderiscono alle scelte che l’AGESCI richiede a coloro che riconoscono e vivono la loro vocazione di educatori scout in questa associazione, e spero che il loro “Amen” di uomini e donne adulti esprima quella gioia, quella fiducia e quella speranza, che Maria, nostra Sorella e nostra Madre ci testimonia accogliendo la proposta che Dio le rivolge con le parole dell’angelo Gabriele.

La verifica sarà presto fatta e la si vedrà nella nostra vita. Se sapremo esprimere la gioia che Maria ha danzato nel Magnificat (Lc 1), non perché non avremo particolari problemi, ma perché, anche in mezzo alle difficoltà ci considereremo delle persone “benedette da Dio” per la chiamata che ha voluto rivolgerci, allora il nostro “sì” avrà lo stesso tono di quello di Maria.

Se invece in noi prevarrà un senso di fatica, il senso dell’essere stati espropriati della nostra vita per corrispondere alle esigenze del servizio; se per “senso del dovere” non ci sentiamo di poter dire “no” perché c’è bisogno, ma ci sentiamo dei costretti e dei forzati.

Allora è il tempo di fare una verifica perché, per quanto che ci riguarda, noi non verremo considerati degli eroi, non ci verranno date delle medaglie e la nostra camicia continuerà a essere azzurra e non diventerà mai rossa. Inoltre corriamo il rischio che ci cresca una lunga “barba” indesiderata, che non a tutti dona.

PS. A proposito, lo sapevate che noi ogni volta che andiamo a messa ripetiamo il nostro “amen” per ben 12 volte? Se vi interessa approfondire l’argomento, potete leggere questo bel libro della mia amica suor Laura Cenci: 12 amen per dire la fede.

Tra il dire e il fare

Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto». Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l’opera di beneficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. (Gregorio Nazianzeno)

Le cose belle prima si fanno e poi si pensano. (don Oreste Benzi)

Queste due frasi hanno caratterizzato la riflessione di questa mattina e sono venute ad illuminare una fatica che vivo spesso: in determinate circostanze mi nasce da dentro una bella idea, un gesto che mi sembra bello da porre in atto (una telefonata, la visita ad una persona, l’impegno economico a favore di una realtà di cui condivido il lavoro, …), ma poi accade che non procedo immediatamente a dare concretezza a quell’idea e, inevitabilmente, essa sfuma e finisce nel mio cumulo di “buone intenzioni” mai realizzate (il proverbio dice che lastricano la strada per l’inferno).

Cosa mi impedisce nel passaggio?
A volte la pigrizia, a volte gli adempimenti quotidiani, le cose da fare, altre volte – è la situazione peggiore – il perfezionismo, la ricerca della situazione ottimale per realizzarli esattamente come si sono rivelati nel mio pensiero.

Credo che dovrei dare più credito a quei pensieri buoni, che nascono dal mio cuore, che sgorgano dalla mia memoria affettiva; riconoscere loro più dignità, tanto da fermarmi e prendermi il tempo necessario per realizzarli.

Mi colpisce che uno degli impegni quaresimali sia l’elemosina.
E’ una pratica piuttosto denigrata tra “noi benpensanti”, tra i “perfezionisti strutturati” che, dopo anni di riflessioni condivise, hanno sentenziato che la carità deve essere progettata. Eppure il vangelo, nella sua semplicità, ci invita ad aprire il cuore alla persona che abbiamo davanti, senza la pretesa di risolvere tutti i suoi problemi, ma riconoscendola come un fratello o una sorella con cui possiamo condividere, quel giorno, quello che abbiamo in tasca.
E’ un gesto semplice, immediato. Una risposta semplice ad una domanda semplice. Sta a noi, al nostro cuore, alla nostra disponibilità all’incontro effettivo con quella persona, farlo diventare – almeno per noi – un gesto significativo.

Anche quei pensieri buoni che sgorgano spontaneamente dal mio intimo dovrebbero essere messi in atto con la medesima semplicità e immediatezza. Forse non saranno perfetti, ma almeno non finiranno nel cumulo delle buone intenzioni che sono state scartate semplicemente perché io non ho concesso loro di nascere come un gesto semplice e concreto.

In questa quaresima c’è ancora un po’ di tempo per la mia conversione. Ma non devo indugiare, altrimenti anche questa si ridurrà una buona intenzione mai realizzata.

Preghiera dei figli di Abramo

Dio Onnipotente, Creatore nostro che ami la famiglia umana e tutto ciò che le tue mani hanno compiuto, noi, figli e figlie di Abramo appartenenti all’ebraismo, al cristianesimo e all’islam, insieme agli altri credenti e a tutte le persone di buona volontà, ti ringraziamo per averci donato come padre comune nella fede Abramo, figlio insigne di questa nobile e cara terra.

Ti ringraziamo per il suo esempio di uomo di fede che ti ha obbedito fino in fondo, lasciando la sua famiglia, la sua tribù e la sua terra per andare verso una terra che non conosceva.

Ti ringraziamo anche per l’esempio di coraggio, di resilienza e di forza d’animo, di generosità e di ospitalità che il nostro comune padre nella fede ci ha donato.

Ti ringraziamo, in particolare, per la sua fede eroica, dimostrata dalla disponibilità a sacrificare suo figlio per obbedire al tuo comando. Sappiamo che era una prova difficilissima, dalla quale tuttavia è uscito vincitore, perché senza riserve si è fidato di Te, che sei misericordia e apri sempre possibilità nuove per ricominciare.

Ti ringraziamo perché, benedicendo il nostro padre Abramo, hai fatto di lui una benedizione per tutti i popoli.

Ti chiediamo, Dio del nostro padre Abramo e Dio nostro, di concederci una fede forte, operosa nel bene, una fede che apra i nostri cuori a Te e a tutti i nostri fratelli e sorelle; e una speranza insopprimibile, capace di scorgere ovunque la fedeltà delle tue promesse.

Fai di ognuno di noi un testimone della tua cura amorevole per tutti, in particolare per i rifugiati e gli sfollati, le vedove e gli orfani, i poveri e gli ammalati.

Apri i nostri cuori al perdono reciproco e rendici strumenti di riconciliazione e di pace, costruttori di una società più giusta e fraterna.

Accogli nella tua dimora di pace e di luce tutti i defunti, in particolare le vittime della violenza e delle guerre.

Assisti le autorità civili nel cercare e trovare le persone rapite, e nel proteggere in modo speciale le donne e i bambini.

Aiutaci a prenderci cura del pianeta, casa comune che, nella tua bontà e generosità, hai dato a tutti noi.

Sostieni le nostre mani nella ricostruzione di questo Paese, e dacci la forza necessaria per aiutare quanti hanno dovuto lasciare le loro case e loro terre a rientrare in sicurezza e con dignità, e a iniziare una vita nuova, serena e prospera. Amen.

La corresponsabilità nella Chiesa

Domenica 28 febbraio sono stato invitato a Cesena, presso la chiesa dell’Osservanza, per avviare un percorso che accompagni le parrocchie della nuova Unità pastorale del Centro di Cesena a camminare verso una maggiore unità nell’impegno pastorale.
Mi è stato chiesto di proporre una riflessione sugli organismi di corresponsabilità ecclesiale.
Potrebbe sembrare una questione formale e per addetti ai lavori, ma in verità chiama in causa la realtà della Chiesa, chiamata a vivere la comunione, e il modo in cui vive la sua missione.
Il tema della corresponsabilità riporta all’attenzione anche sui processi decisionali dentro alla Chiesa e su come riusciamo a portare avanti quello che si decide insieme.

Gli organismi di corresponsabilità sono una novità del Concilio vaticano II; essi manifestano lo stile della comunione e l’impegno condiviso per la missione e sono l’elemento che rivela lo stato di salute di una comunità ecclesiale.
In questo tempo di grande crisi nella partecipazione dobbiamo ammettere che gli organismi di corresponsabilità stanno patendo una grande fatica e non sono poche le comunità ecclesiali che hanno rinunciato e viverli e a proporli come ambiti in cui si esprime concretamente la comunione tra i credenti.

Io personalmente ci credo ancora molto e, con questa riflessione, ho provato a dare il mio contributo, sostenuto anche dall’esperienza di molti anni di partecipazione agli organismi diocesani e parrocchiali, per tentare di aiutare coloro che non hanno gettato la spugna e scelto la via delle delega deresponsabilizzante.

Un grazie ai preti di questa neonata Unità pastorale della diocesi di Cesena che hanno voluto coinvolgermi in questo percorso di formazione.

Il video dell’incontro su YouTube

Come sale nella terra

Tutti siamo rimasti molto scossi dalla notizia della morte dell’ambasciatore Luca Attanasio, del carabiniere Vittorio Iacovacci e del loro autista.
Ma ciò che maggiormente colpisce è che in queste ore, invece della tenebra che questo terribile atto di violenza potrebbe far scendere sui nostri cuori, nei racconti, nei reportages, nelle reazioni, prevale la testimonianza luminosa di un uomo e di un cristiano che, insieme alla moglie, si è speso in modo coraggioso e competente nel servizio diplomatico affidatogli dal nostro Paese nella Repubblica Democratica del Congo. Veniamo a conoscere la testimonianza di un uomo – Luca Attanasio – che non semplicemente è stato malauguratamente ucciso da dei banditi (le indagini, forse, ci potranno dire chi sia stato), ma che ha dato la vita per costruire la pace e la fratellanza umana, facendo al meglio il proprio lavoro, sostenuto dalla sua fede.

Forse è solo una mia impressione, ma in queste ultime settimane, in circostanze difficili, tra tanti uomini e donne che si impegnano fattivamente per la rinascita del nostro Paese, stanno emergendo chiaramente anche dei cristiani e delle cristiane che, senza sbandierare in modo ideologico la loro appartenenza religiosa, ma anche senza nasconderla, si mettono al servizio del bene comune come testimoni di eccellenza nel campo della loro professione e delle competenze maturate nel loro percorso di formazione.

A volte lamentiamo l’assenza dei cristiani nel servizio della politica; ma forse non siamo capaci di riconoscere coloro che, senza clamore sono già impegnati in tutti gli organi vitali del nostro Paese e, con la loro testimonianza, oltre che con la loro competenza, stanno dando un contributo prezioso al bene comune.

Grazie all’ambasciatore Attanasio perché non è sfuggito alla responsabilità di essere testimone autentico di ciò che credeva. Grazie a tutti coloro che quotidianamente, anche rispondendo alla loro vocazione battesimale, svolgono un servizio nei vari ambiti del servizio alla cosa pubblica. Mi piacerebbe fare una lista, ma mi limito a ringraziare colui che, in diverso modo, ci rappresenta tutti e tutte: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Governare

Governare è una questione difficile che richiede grande competenza, soprattutto in circostanze complicate.
Non è un caso che il termine abbia una radice nautica (vedi dizionario Treccani) e si riferisca primariamente alla capacità di manovrare un’imbarcazione per dirigerla secondo una rotta prestabilita e, solo per estensione, si possa utilizzare questo verbo per riferirsi ad altre realtà, come per esempio una nazione.
Il governo di una nave, come sanno tutti, è sempre una questione corale, e richiede un equipaggio che abbia fiducia in colui/colei che è posto/a a capo del governo, gli/le riconosca le competenze per ricoprire il ruolo che gli/le è stato assegnato e si senta rispettato/a nel ruolo di collaborazione necessaria che ognuno riveste. Nel caso di una nave non ci sono dubbi: è lapalissiano!

Poiché è quasi un anno che ci troviamo su una barca sbattuta dai marosi di diverse crisi congiunte (sanitaria, economica, sociale, climatica, migratoria, demografica, …), crisi peraltro condivise con altre “imbarcazioni” che fanno parte della medesima flotta, o che navigano nel medesimo mare, pare davvero importante sapere che chi deve prendere decisioni importanti per il bene di tutti coloro che sono sulla barca (ci siamo tutti, nessuno escluso), chi si è reso disponibile per governare l’imbarcazione e tutte/i coloro che, in vari ruoli, collaborano più strettamente con lui, lo facciano con competenza e dando il meglio di loro stessi/e. E’ la speranza che tutti nutriamo.

In altri momenti (e lo faremo sicuramente), potremo discutere sulle diverse quote che sono rappresentate tra coloro che sono stati/e chiamati/e a collaborare al governo della nave (uomini e donne, meridionali e settentrionali, appartenenti alle diverse correnti dei partiti, cattolici e laici, …), ma sinceramente ora ci interessa che il timone della nave sia in mani salde e che chi lo ha afferrato, oltre a conoscere le barche e il mare, conosca anche le regole della vita sulla barca (quella che, fuori di metafora chiamiamo la democrazia).

In antico si pensava che il governo fosse un’arte.
Chi si occupa di arte si sporca le mani, non ha paura di sudare, persegue una visione, affronta il sacrificio e sa entusiasmare altri condividendo visione e progressi successivi, motivando le scelte che vengono indicate e chiedendo a tutti di fare la propria parte, sapendo affrontare contestazioni e dissenso.
Nell’era tecnocratica le arti, anche se teoricamente si continua a riconoscerne il valore, sono state relegate ad uno spazio di nicchia: sono divenute antieconomiche, perché richiedono tempo e competenza che costa molto di più di quanto possiamo ottenere con l’utilizzo di una macchina, sia questa un pantografo o un software che, mediante algoritmi studiati appositamente, analizza il valore della popolarità e del consenso su determinate opzioni, determinando le scelte che è più opportuno (opportunistico) compiere.

Io non saprei governare. Sicuramente non una nave; certamente neanche una piccola amministrazione locale, figuriamoci il Paese.
In genere mi fido abbastanza di chi viene scelto, di chi è riconosciuto come competente per farlo. Mi riserverò di esprimere un giudizio sull’operato, sulla coerenza, sul metodo, sul coraggio dimostrati.
Per adesso direi semplicemente a chi ha le mani appoggiate sul timone: governa questa nave, valorizza il tuo equipaggio e portaci a casa perché non siamo fatti per vivere sempre in mezzo al mare.

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