Una luce per la Siria /2

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Un momento semplice e non strutturato.
Il segno semplice di una candela accesa.
Lo stare insieme dando ad ognuno la possibilità di esprimere e condividere ciò che vive di fronte al dramma della guerra che ancora una volta insanguina il mondo in modo evidente; e poi il desiderio di pace; il non cedere alla rassegnazione di fronte all’apparente ineluttabilità degli eventi, alla logica bieca degli interessi di qualcuno più forte che soverchia il piccolo e il debole…

Diverse persone sono intervenute: persone impegnate nelle istituzioni e nelle associazioni o semplici cittadini: ad ognuno è stata data la possibilità di esprimersi.
Chi è intervenuto si è preso il tempo di cui aveva bisogno per dire il suo pensiero.

Moltissime delle cose dette sono state molto interessanti.
Io ne ho portate a casa tre:

– di fronte alla grandezza dei problemi, non possiamo dimenticare il valore dei gesti semplici, quelli che ci rendono uomini e donne, quelli che ci riportano a ciò che è essenziale e importante; molti mi hanno detto grazie per questa proposta; anche io ho detto grazie perché è stata accolta da molti… eppure era semplice.
Forse è sempre semplice… me lo devo ricordare!

– non possiamo pensare che un gesto sia sufficiente; esso ha valore se innesca un processo che ci porta, da domani, a parlare delle cose che sentiamo vere lì dove viviamo e lavoriamo; infatti non è sufficiente confrontarsi tra persone che la pensano nello stesso modo; occorre darsi la possibilità (oggi ritenuta molto coraggiosa, quasi incosciente) di parlare e confrontarsi con semplicità anche con chi non la pensa come me/noi: solo allora qualcosa può cambiare.
– la cose che accadono, quelle di cui sentiamo notizia nei telegiornali o sui social media non accadono per caso o per la follia di qualcuno; sono il risultato della strategia disumana di chi considera alcuni obiettivi economici, politici, ideologici più importanti della dignità delle persone. Quando le persone vengono uccise impunemente, usate come scudi umani, usate come strumento di minaccia verso altre  persone o addirittura stati, tutto questo non accade per caso o per la follia di qualcuno. Questa logica perversa e omicida, che porta qualcuno ad arrivare ad uccidere altri uomini e donne, è una logica presente anche dentro di me/noi, perché ognuno rischia di esserne infettato.
E’ necessario aiutarsi per custodire sana la nostra coscienza, nel rispetto dell’altro come persona, nel rispetto dei suoi diritti, nel rispetto della legalità, senza indulgere in deroghe dettate dalla necessità o dall’interesse personale. Anche così si costruisce la pace e si contrasta la logica della guerra.

Quello che tu puoi fare è solo una goccia nell’oceano, ma è ciò che da significato alla tua vita! (Madre Teresa di Calcutta). Vale sempre!

Una luce per la Siria

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Lo scorso anno ci siamo riuniti in piazza Ganganelli per accendere una luce in occasione del bombardamento degli USA sulla Siria, per dire semplicemente, ma con chiarezza che la guerra genera solamente guerra e non risolve i conflitti.
In questa settimana, dopo una serie di ambigue dichiarazioni, la Turchia ha deciso di bombardare città e villaggi in territorio siriano. La situazione politica in quell’area è complessa ed intricata, ma, per noi uomini e donne semplici, la questione è semplice: la guerra è e rimane un’opzione inaccettabile, soprattutto perché, come sempre, le vittime sono persone innocenti, civili inermi, soprattutto donne e bambini.
Mi sembra di non poter fare nulla, ma non voglio rimanere indifferente.
Non voglio che la mia vita proceda come se nulla fosse, come se ciò che accade in questi giorni non mi riguardasse.

Domani, venerdì 11 ottobre 2019, dalle ore 19.30 alle ore 20.30 io sarò in Piazza Ganganelli a Santarcangelo con una candela accesa, per digiunare e dire a me stesso e a coloro che mi sono intorno che la mia mia vita non può procedere secondo l’agenda, come se nulla stesse accadendo.
Tutti coloro che lo desiderano possono unirsi a me, semplicemente, senza pretese, senza slogan urlati, ma solo per accendere una luce che illumini il buio di quella parte del mondo che è vittima della guerra.
La luce di una candela è piccola, ma è capace di accendere altre candele.
Se volete spargete la voce.

Poveri

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I poveri li avrete sempre con voi! (Cfr. Mc 14,7)
E’ un’eredità che Gesù ci ha lasciato, come una responsabilità da custodire.

Parliamo molto dei poveri; anche troppo!
Ci riempiamo la bocca di parole importanti (solidarietà, eguaglianza, …), elaboriamo progetti complessi e coraggiosi, ma spesso, anche nella comunità cristiana, parliamo dei poveri in modo romantico e astratto. Difficilmente entriamo in contatto con loro, anche se sono i nostri vicini di casa, anche se li incontriamo per la strada, sull’autobus o nei luoghi che attraversiamo velocemente nel nostro andare frenetico. Parliamo dei poveri, ma li evitiamo; avvertiamo come fastidioso il loro domandare; preferiamo non incontrarli sul nostro cammino: non ne abbiamo voglia, abbiamo altre priorità.
I poveri: categoria elastica e inclusiva. Poveri di denaro? Poveri di cultura? Poveri di relazioni? Poveri di salute? Poveri…

Ci sono stati tre testi che, negli ultimi mesi, mi hanno sollecitato ad una riflessione riguardo ai poveri:
– il primo testo è “Silence” un romanzo scritto da Shusako Endo nel 1965, ma tornato alla ribalta per l’omonimo film di M. Scorsese. Il testo pone moltissimi interrogativi sulla fede e sulla testimonianza, ma c’è un passaggio in cui il missionario portoghese protagonista della storia, mentre si trova in carcere insieme ad altri cristiani giapponesi arrestati dalle autorità e minacciati di morte per la loro fede, si pone una domanda e da voce ad un suo turbamento: perché solo i poveri hanno accolto la parola del Vangelo? Perché solo i più miserabili tra il popolo sembrano aver accolto la parola di Gesù e le rimangono fedeli? Perché gli uomini di cultura o quelli che  vivono “normalmente” non sembrano interessati al Vangelo? Questa domanda lo turba  moltissimo perché, effettivamente, tra i suoi compagni di prigionia e tra i cristiani che ha incontrato dal suo arrivo clandestino in Giappone ci sono solamente le persone più povere e disprezzate tra il popolo, persone che anche lui fa fatica ad amare e ad apprezzare, nonostante la loro grande perseveranza nella fede fino alla morte. 

– il secondo testo è uno scritto di san Vincenzo De Paoli, di cui ieri abbiamo celebrato la memoria, che dice letteralmente: “Tutti quelli che ameranno i poveri in vita non avranno alcun timore della morte. Serviamo dunque con rinnovato amore i poveri e cerchiamo i più abbandonati. Essi sono i nostri signori e padroni“. Si tratta di una grossa provocazione. Non solo, secondo san Vincenzo, sono chiamato ad aiutare i poveri (io che posso disporre di beni sufficienti per me e sovrabbondanti da condividere), ma li devo considerare i miei signori e padroni, devo considerarmi al loro servizio, devo addirittura andarli a cercare.

– il terzo testo l’ho letto in un’omelia che il Vescovo Francesco ha proposto la scorsa domenica a Villa Verucchio, coinvolgendo in quel testo tutte le parrocchie che celebravano qualche festa, quindi anche noi. L’omelia si intitola “La parrocchia che sogno” e, verso la conclusione, il Vescovo afferma: “Sogno una parrocchia che non sia un club di cristiani arrivati né un’accademia di sedicenti perfetti, ma faccia da scialuppa di salvataggio per ‘scartati’, depressi e disperati…“!!!

Questi tre testi, letti insieme o in successione, mi hanno messo molto in discussione.
Dentro di me sento che accolgo i poveri, ma non li reputo i miei signori e i miei padroni; li tollero come una presenza inevitabile, come “un problema” da gestire nel modo più umano e gentile possibile.
Dentro di me sento che la parrocchia dovrebbe essere sì la comunità che raduna tutti, ma soprattutto la comunità dove trovo persone interessanti, persone riuscite, persone vincenti; persone che mi possano convincere che accogliere il Vangelo vale la pena: dei testimonials e non solo dei testimoni.
La presenza degli scartati, dei depressi e dei disperati la considero anche in questo caso come un elemento inevitabile, una presenza da sostenere con attenzione e con affetto, ma non come una necessità, non come una componente essenziale e fondamentale della comunità.
Pensare che il mio impegno nell’annuncio, le mie energie di pastore, la mia cura debba essere accolta solo o prevalentemente da persone miserabili, dagli scartati della società e della storia, non mi lascia sereno… pensare che la comunità sia composta soprattutto da persone scartate, depresse e disperate, che trovano una risposta salvifica nel Vangelo di Gesù, non mi rende entusiasta… Lo confesso e me ne vergogno.

Eppure nelle parole del Vescovo e di san Vincenzo De Paoli, così come nella riflessione turbata di quel missionario del romanzo, riconosco una verità evangelica che ancora non mi ha penetrato; mi trovo ancora tristemente dalla parte dei farisei e dei dottori della legge che guardavano con disprezzo le folle che seguivano Gesù, riconoscendo tra loro gli am-haretz, gli uomini della terra, i senza cultura e senza legge del popolo di Israele, gli esclusi dalle scuole rabbiniche…”Ma questa gente, che non conosce la Legge, è maledetta!” (Gv 7,49) diranno in un momento di scontro molto duro. Io mi sento un po’ parte della loro combriccola.

C’è modo e modo di pensare ai poveri.
Io mi accorgo che ancora non li vedo come li vede Gesù; non mi penso verso di loro come si pensava san Vincenzo De Paoli; non penso alla parrocchia come la sogna il Vescovo. Molta strada devo ancora fare, ma in me, nonostante la fatica nella conversione e lo scandalo che mi provoca questa distanza dal Vangelo, c’è il desiderio di mettermi in cammino. La direzione è segnata e la partenza sarà il primo passo nella mia conversione, in un processo che può effettivamente iniziare accogliendo quelle parole che mi hanno provocato come vere; passando dallo scandalo che hanno suscitato in me, all’assunzione di una nuova prospettiva, che non parta dal mio modo di pensare e di giudicare, ma dal modo di pensare di Gesù e dei santi.

Nel nome di Dio … fratelli e sorelle

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da Abu Dhabi a Santarcangelo lunedì 7 ottobre 2019

Il 4 febbraio di questo anno sarà ricordato come un giorno che ha cambiato la storia: in meglio.
Nell’ottavo centenario del famoso incontro tra san Francesco di Assisi e il Sultano Al-Malik al-Kāmil, papa Francesco, in occasione di un viaggio negli Emirati Arabi, ha firmato insieme al Grande Iman di Al Azhar, un importantissimo documento intitolato: “La fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune”.

Mentre in varie parti del mondo e su diversi canali si sostiene e si alimenta un’idea di inimicizia tra cristiani e mussulmani, due grandi uomini di fede, rappresentanti autorevoli di due grandi realtà religiose, dicono con parole chiare e semplici che Dio vuole che gli uomini e le donne vivano da fratelli e sorelle sulla terra e che nessuno, in nome di Dio, può essere giustificato a compiere atti di violenza e di guerra.

Il documento è molto importante per ciò che afferma, ma soprattutto perché queste affermazioni vengono fatte in nome di una fede diversa, ma capace di riconoscere che tale diversità non può essere la causa del conflitto. Se un uomo è un uomo di fede, sia che sia cristiano o mussulmano, deve essere, in nome della fede, un uomo di pace e di fraternità.

Questo documento è molto importante perché da più parti si ritiene che la religione sia la causa di molti conflitti, e che un mondo senza religioni sarebbe un mondo più tranquillo e pacifico, perché la religione – si dice – genera i fanatismi e i fanatismi generano i conflitti.

In questo documento, invece, si afferma che i fanatismi non hanno nulla a che fare con la religione, ma che sono delle ideologie estranee alla vera fede, tanto più quando generano violenza e morte.

Queste tematiche non sono lontane da noi.

Grazie al gruppo del Masci di Santarcangelo, avremo l’occasione di vivere un importante momento di conoscenza e di approfondimento di questo documento lunedì 7 ottobre 2019 alle ore 21 presso l’aula magna dell’Istituto “Rino Molari”, gentilmente resa disponibile.

Sono state invitate per l’occasione la prof. Rosanna Virgili, docente di Sacra Scrittura presso l’Istituto Teologico Marchigiano e la dott.ssa Asmae Dachan, giornalista e scrittrice italo-siriana, ambasciatrice di pace e, dal 2 giugno scorso, cavaliere al merito della Repubblica Italiana. Grazie a queste due voci autorevoli e preparate avremo l’occasione di conoscere meglio questa via di pace tracciata dal 4 febbraio di questo anno.

L’iniziativa, promossa a Santarcangelo, è stata ritenuta così importante, che ha avuto l’appoggio e il sostegno di varie realtà locali e di organismi della Diocesi di Rimini. Sentiamoci tutti invitati.

La scaltrezza del cristiano

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Domenica 22 settembre 2019. Omelia nella festa parrocchiale di inizio d’anno.

Il vangelo oggi ci invita alla scaltrezza e ci pone innanzi l’esempio osceno di una persona disonesta che si comporta con scaltrezza e sa cavarsela in una situazione difficile.
Gesù non loda la disonestà, ma la determinazione ad andare fino in fondo per ottenere ciò di cui ha bisogno, senza indugi.
Potremmo dire che la scaltrezza è proprio l’atteggiamento tipico di chi non si perde, di chi non fa la figura “dell’invornito”; di chi sa cosa fare anche nei momenti difficili.
Ci chiediamo: noi siamo persone scaltre? mentre tutti affermano che ci troviamo in un periodo di crisi, usiamo la scaltrezza per tenere ciò che più conta e non rischiare di perdere tutto?

Questo non è l’unico periodo difficile della storia. Ogni generazione vive i suoi momenti di difficoltà. La storia della Chiesa, la grande tradizione, ci permette di attingere ad una sapienza provata che ha portato frutto in circostanze diverse, ma altrettanto difficili.

Ci sono cinque elementi che, secondo me, dobbiamo salvare in questo tempo per dimostrarci scaltri .

1. Il primato di Dio. La nostra fede ci insegna che Dio è il creatore ed è colui che provvede alla nostra vita, ci accompagna con la sua presenza, ci guida nelle scelte con il dono del suo Spirito. Stiamo salvando questa priorità? Come? In un mondo in cui attraverso la tecnologia si pensa di avere il potere su tutto e di poter fare tutto con un clic, cosa significa affermare il primato di Dio? Se non lo viviamo noi credenti chi potrà viverlo? Il primato di Dio significa dare un ordine alla propria vita nell’utilizzo del tempo; dare un ordine nelle proprie scelte; vivere le situazioni, anche le più difficili, con un punto di riferimento che parte dalla fede. Se non affermiamo il primato di Dio noi che ci diciamo credenti, non siamo per nulla scaltri.

A questo proposito due proposte saranno rivolte agli adulti in questo anno:
– una catechesi sui dieci comandamenti per ricuperare questo antico percorso di libertà e di obbedienza alla volontà di Dio (iniziamo il 10 ottobre al pomeriggio alle 15.30 e alla sera alle 21 al Suffragio);
– un incontro breve tra adulti ogni giovedì sera (dal 3 ottobre ore 20.30 al Suffragio) sul vangelo della domenica precedente, per capire come si incarna nella nostra vita.
Abbiamo bisogno di aiutarci per affermare il primato di Dio nella realtà in cui viviamo.

2. La dignità dell’uomo. Se non mettiamo in salvo la dignità della persona umana in ogni circostanza della vita, non siamo persone scaltre. Se non affermiamo e non compiamo scelte che affermino che ogni uomo è prezioso agli occhi di Dio, dal momento del concepimento, fino alla morte; indipendentemente dalla sua nazionalità, razza e religione; indipendentemente dalla sua condizione di salute e dalla sua età, rischiamo di essere degli invorniti! Non si tratta di adesione ad un pensiero politico piuttosto che ad un altro, ma di affermare una verità irrinunciabile: ogni persona è preziosa agli occhi di Dio.

Per questo è importante confermare il nostro impegno per l’accoglienza delle due famiglie siriane (insieme alla parrocchia di san Vito); non bastano le parole, occorre mettere in atto dei gesti, magari piccoli, ma importanti per dire che non rimaniamo indifferenti. Chi volesse coinvolgersi può contattare la parrocchia.
Anche un rinnovato sostegno alla Caritas parrocchiale è importante, perché anche in mezzo a noi ci sono persone che hanno bisogno di essere guardate con affetto e abbracciate nelle loro necessità. La Caritas non è una associazione, ma esprime l’impegno caritativo di tutta la comunità e tutti possono coinvolgersi in modo diverso.

3. Il valore della famiglia. La famiglia è e rimane il punto di riferimento principale, soprattutto nell’educazione dei figli. La famiglia non può delegare a nessuno questo impegno educativo, anche quando è difficile. L’imprinting fondamentale dell’educazione viene dato nella famiglia e tutte le altre realtà educative (scuola, parrocchia, sport, …) devono collaborare con i genitori per aiutarli a svolgere il loro compito. Noi, come parrocchia, vogliamo stare accanto ai genitori, riconoscendo il loro compito importante.

A tal fine inviteremo le famiglie a momenti di condivisione, per metterci accanto a loro e condividere il loro impegno educativo.

4. Un impegno nell’animazione della cultura. E’ un percorso che abbiamo intrapreso da tempo, ma che vogliamo confermare. La realtà in cui viviamo ci presenta della grandi sfide di fronte alle quali, come comunità cristiana, non vogliamo e non possiamo rimanere muti. Parliamo non perché siamo più intelligenti degli altri o perché vogliamo imporre il nostro modo di vedere, ma perché attingendo dalla sapienza del Vangelo e dalla grande tradizione della Chiesa, desideriamo portare un contributo per rendere il mondo un po’ più bello.

Una bella occasione sarà data dall’incontro organizzato dal MASCI il prossimo 7 ottobre (ore 21.00 – Aula Magna Istituto Molari) in cui due intellettuali – una cristiana e una mussulmana – si confronteranno sul documento firmato lo scorso 4 febbraio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande Iman di Al Azar sul tema della fratellanza: è un contributo di riflessione importante per la nostra città di Santarcangelo.

5. Infine la sfida dell’unità. La nostra comunità non può disperdersi in tanti frammenti. La giusta differenza tra associazioni, vocazioni, sensibilità, non può farci perdere la consapevolezza di essere un unico corpo. La distinzioni non possono mai prevalere sull’unità e sulla comunione. Dobbiamo imparare a guardarci con occhi diversi per riconoscere ciò che ci unisce prima di ciò che ci distingue.

La partecipazione alla messa domenicale; il riunirsi insieme intorno all’altare del Signore per ascoltare la sua Parola e spezzare il pane dell’eucaristia, è il richiamo e la rigenerazione necessaria per riaffermare la nostra unità; un’unità che richiede l’impegno e il contributo di tutti perché non è costruita su un minimo comune multiplo, ma su un massimo di condivisione di tutto il bello di cui ognuno di noi – e ogni realtà – è portatore.

Siamo in un tempo di crisi; siamo in un tempo di sfide.
Dobbiamo agire con scaltrezza per riconoscere come è importante attraversare questo tempo, salvando ciò che conta di più e non rischiando di fare la figura degli “invorniti”.

Buon anno pastorale.

don Andrea

Scuola

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L’estate è finita!
Non lo dice il calendario astronomico, ma lo dice il calendario scolastico!
Questa mattina, finalmente, la piazza della nostra città si è rianimata dei volti gioiosi dei bambini e delle bambine che attendevano di entrare a scuola per iniziare il nuovo anno.
Contenti loro di ritrovarsi, contenti i genitori che vedono crescere i loro figli e le loro figlie, contenti tutti di ritornare a quel ritmo più “normale” oltre che intenso, che l’impegno scolastico consente alle nostre famiglie.

Un pensiero particolare a tutti gli insegnanti e le insegnanti, nelle cui mani oggi rimettiamo buona parte della formazione dei nostri piccoli, dei nostri ragazzi e dei nostri giovani. Prima di tutto un ringraziamento per tutto l’impegno, la passione e la cura che avete nello svolgere il vostro lavoro. Poi una esplicita dichiarazione di sostegno perché sempre più spesso venite sminuiti e ignorati nel vostro importante ruolo sociale, quando non addirittura aggrediti. Infine un auspicio: che possiate dedicare la maggior parte delle vostre preziose energie a stare accanto ai bambini, ai ragazzi e ai giovani dei quali siete maestri e insegnanti, più che alle scartoffie che la bulimia burocratica vi chiede di compilare.

Un pensiero grato oggi lo rivolgo a tutti i miei insegnanti per quello che mi hanno dato, perché mi hanno insegnato a studiare, a cercare il significato delle cose, a stare nella realtà con intelligenza. Penso che tutti abbiano fatto del loro meglio per contribuire alla mia formazione: grazie a tutti voi – nessuno escluso – sono diventato un adulto consapevole e riconoscente di ciò che mi è dato di vivere in questo tempo della storia, e responsabile per ciò che mi è chiesto di dare per lasciare il mondo un po’ migliore di come l’ho trovato.

Buon anno scolastico a tutti. Si riparte!

Non basta l’organizzazione!

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Anche questa domenica il Vangelo ci ha lasciato una provocazione molto forte. In quello scambio di sguardi tra Gesù e la gente presente nella casa del capo dei farisei, che aveva invitato Gesù, il Messia concede di vedere quale sia il cuore di Dio e come organizzerebbe lui un pranzo.

«Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici né i tuoi fratelli né i tuoi parenti né i ricchi vicini, perché a loro volta non ti invitino anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, storpi, zoppi, ciechi; e sarai beato perché non hanno da ricambiarti. Riceverai infatti la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti». (Lc 14)

Ieri, durante la messa, mi veniva un po’ da sorridere pensando che abbiamo risolto parecchi problemi grazie all’organizzazione.
Come per la prima parabola, abbiamo risolto il problema dell’accaparramento dei posti alla festa di nozze con la rigida e attenta composizione dei tavoli (questione che affatica non poco gli sposi), così abbiamo risolto il secondo invito di Gesù con l’organizzazione delle mense dei poveri (frati, caritas, …): l’organizzazione ci difende dal vivere il Vangelo!?

Mi ricordo bene, perché ero presente, quando don Oreste Benzi, in una riunione dei preti di Rimini, ci disse che la mensa della Caritas era la nostra vergogna, perché quei poveri che trovavano lì una risposta alle loro esigenze avrebbero avuto il diritto – secondo il Vangelo – di bussare alle nostre porte e di sedere a tavola nelle nostre case. 

Ma perché Gesù ci chiede una cosa così difficile? Non va bene la mensa? Non basta dare le offerte alla Caritas per vivere il Vangelo? Gesù ci direbbe di no!
Perché quanto ci propone non è la risposta ad un problema che dobbiamo risolvere, ma l’invito a mettere in atto un’accoglienza che diviene, qui sulla terra, segno del modo di agire di Dio. Dio non risolve dei problemi, ma in ogni circostanza, prima di tutto ci dice che ci vuole bene, che siamo amati: ci accoglie come suoi figli.
La Chiesa, comunità dei discepoli di Gesù, è chiamata ad essere sulla terra sacramento di Gesù Cristo, suo corpo. Per questo dovrebbe agire in tutto e per tutto come agisce lui, per testimoniare nella realtà quotidiana che il regno di Dio è presente qui in mezzo a noi.

Una mensa la può organizzare qualsiasi associazione di volontariato.
Accogliere qualcuno alla propria tavola lo può fare soprattutto chi ha compreso di essere un figlio amato da Dio e di essere chiamato a portare nel mondo “il modo d’agire di Dio“, perché ogni uomo, soprattutto chi è più ferito dalla vita, possa sentirsi altrettanto amato.

L’organizzazione gestisce o risolve dei problemi, ma non basta per vivere il Vangelo.

Morte romantica?

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La coppia di questa foto, Jack e Phyllis Potter, invece è testimone di una grande cura reciproca. 

Questa mattina ho letto questo articolo che mi ha molto impressionato.
Racconta di una tragedia avvenuta nella nostra regione (a Carpi); una coppia persone  “anziane”, entrambe gravemente ammalate, si sono tolti la vita insieme.
Oltre la gravità del gesto, che fa pensare ad una situazione drammatica vissuta in solitudine (per circostanze o per scelta della coppia), c’è la gravità di una narrazione che vorrebbe trasformare in un gesto romantico estremo quello di una coppia di persone che si amavano e che hanno deciso insieme (!?) di suicidarsi. 

Cosa c’è di romantico in questa situazione di disperazione?
Quando una persona, e ancora di più una coppia, pensa di poter scegliere solo come morire, cosa c’è di emozionante?
Ma davvero l’unica risposta che noi sappiamo dare in una situazione di dolore estremo è quella di “una morte vissuta con dignità”? Davvero non ci potrebbe essere un’alternativa di vita vissuta dignitosamente nella malattia?

Conosco molte situazioni di coppie anziane in cui la cura reciproca, anche in situazioni di malattia grave, è la testimonianza di un amore vero, che è capace di rinnovarsi per compiere con fedeltà quella promessa nuziale che prevedeva momenti difficili, accanto a molti momenti belli (nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia).
Non conosco la storia di queste due persone e non mi permetto di giudicare loro.
Il loro gesto però mi sembra molto triste e non mi provoca nessuna emozione positiva.
La narrazione che ne viene fatta, volta a spacciare l’idea che ognuno singolarmente e – al limite – in coppia abbia il sacrosanto diritto di morire quando e come gli pare meglio, questa narrazione mistificante mi fa molto arrabbiare.

L’unico vero amore che conosco è quello che dona la vita per gli altri, che ama fino a morire per il prossimo come atto supremo d’amore. Questo mi commuove sempre. 
Altre narrazioni mi provocano solo una grande tristezza.

Democristiani o solo cristiani?

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Alcuni democristiani famosi – Dalla mostra del #Meeting19 su Giulio Andreotti

Quando ti danno del “democristiano” – oggi – non vogliono farti un complimento. Di solito – con questo appellativo – si vuole indicare un modo di fare che tende al compromesso, che cerca di tenere insieme aspetti che appaiono o sono opposti.

In questi giorni di dibattiti televisivi infiniti riguardanti la crisi di governo, ho sentito un giornalista che proponeva un’articolata analisi della situazione politica italiana, attribuendo la volontà di comporre un nuovo governo alla componente più “democristiana” del Partito democratico (Renzi e Franceschini), guidata da colui che deve essere considerato il capofila dei “democristiani“: il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Lasciando da parte sia un giudizio su questa analisi politica, sia le valutazioni circa l’opportunità della composizione di un governo – argomento che non è oggetto di questa riflessione-, mi ha molto colpito l’utilizzo dell’appellativo “democristiano” per persone che cercavano di comporre una soluzione nello scenario che tutti ben conosciamo: questo era l’oggetto dell’analisi. 
Mi sono chiesto: questo approccio, questo modo di stare nella realtà, è “democristiano” – nel senso che oggi si attribuisce a questo appellativo –  oppure è semplicemente cristiano?

Se a molti sembra saggio e inevitabile vivere nella realtà secondo una logica esclusiva, riassumibile nella formula “aut-aut“, tipico del cristianesimo, invece, è la composizione paradossale di dimensioni che, apparentemente, sarebbero opposte.
La nostra fede ci insegna ad accogliere la Rivelazione secondo cui Dio è Uno e Trino; Gesù, che noi riconosciamo come il Figlio di Dio incarnato, è vero Dio e vero uomo; così come la Chiesa è realtà umana e divina, santa, ma bisognosa di purificazione; il discepolo di Gesù è chiamato a vivere nel mondo, pur non appartenendo al mondo… Realtà e dimensioni apparentemente inconciliabili sono unite in modo inseparabile, non risolvendo affatto la tensione che ne emerge, ma piuttosto esaltandola come esperienza portatrice di una novità in cui Dio si rivela.
Nella storia della Chiesa – è bene ricordarlo -, ogni forma di pensiero che ha tentato di ridurre e semplificare questa tensione tra elementi apparentemente inconciliabili, è stata riconosciuta come un’eresia ed è stata condannata! 

Potremmo allora dire che tentare di comporre realtà opposte, individuando una sintesi possibile e inedita, non è una caratteristica dei “democristiani“, ma semplicemente il modo di stare nel mondo dei cristiani che, invece dell’ “aut-aut“, prediligono la modalità dell’ “et-et“.
Certamente questa prospettiva non è priva di pericoli, perché la logica del compromesso, a volte è politicamente inevitabile per cercare un bene possibile; altre volte, invece, risulta inaccettabile, quando il tentativo di  composizione di realtà molto diverse pregiudica la ricerca e la difesa del bene, della giustizia e della pace. E’ una situazione molto delicata che richiede un attento discernimento, possibilmente svolto in modo comunitario.

Mi ritorna in mente un aneddoto della mia vita.
Alla fine degli anni ’70, io, pur essendo molto giovane (14 anni), ero un fiero sostenitore dell’opportunità di una scelta unilaterale della Chiesa a favore dell’obiezione di coscienza al servizio militare, opzione che giudicavo più corrispondente alla scelta cristiana e all’esigenza di essere coerenti con il Vangelo.
Con altri giovani più grandi di me, organizzammo un’assemblea in parrocchia per confrontarci su questo tema. A questa assemblea invitammo anche gli adulti della parrocchia; tra di essi partecipò mio padre, sottufficiale dell’Aeronautica Militare e cristiano molto impegnato fin da giovanissimo.
Fu proprio un intervento di mio padre, che in quell’assemblea portò la sua testimonianza di adulto cristiano impegnato a testimoniare la fede anche all’interno delle Forze Armate, che mi convinse dell’opportunità di mantenere un impegno di presenza in ognuno degli ambiti, senza alcuna scelta unilaterale. Io sono rimasto un sostenitore dell’obiezione di coscienza, ma ho sempre avuto molto rispetto e stima per tutti quei cristiani adulti (e ne ho conosciuti molti) che portavano la loro testimonianza di fede nelle Forze Armate e nelle Forze dell’Ordine.
Quell’assemblea fu molto importante per me: mi insegnò a vedere le cose in modo più ampio. Penso che in quell’occasione non imparai ad essere “democristiano”, ma, semplicemente, un po’ più cristiano.

La tentazione del Reset

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Da quando esistono i computer, abbiamo imparato ad utilizzare un tasto che, in situazione di emergenza, risulta di fondamentale importanza.
Se il sistema operativo si impalla, per ragioni che ai comuni utilizzatori degli apparati rimangono sconosciute, si ha la possibilità di spingere il tasto di reset, presente in tutti i dispositivi; il sistema si riavvia e si può ripartire a lavorare tranquillamente. Forse qualche parte del lavoro è stata perduta, forse la memoria digitale non ha conservato proprio tutto il lavoro svolto prima del blocco, ma, per lo meno, è possibile ricominciare.

Il tasto di reset, oltre che un dispositivo di emergenza per i nostri apparati elettronici, a me sembra sia divenuto un paradigma antropologico sempre più condiviso: quando qualche “sistema” si impalla, sia a livello personale, che a livello famigliare o a livello sociale, invece che affrontare con responsabilità i problemi, a partire dalla realtà che si ha di fronte, considerando i suoi limiti e le sue potenzialità, molti vanno alla ricerca del tasto di reset, per riavviare il sistema e ripartire con una situazione nuova, magari avendo perso qualche pezzo (danni collaterali), ma con infinite nuove possibilità.

Questo approccio lo riconosco nella vita di tante persone – soprattutto adulte – che, di fronte a situazioni problematiche inerenti il lavoro, le relazioni di coppia o famigliari, le relazioni amicali, … hanno la presunzione (illusione?) di poter sempre ripartire da capo, senza essere influenzate da quanto era accaduto prima, o minimizzando gli elementi di responsabilità derivanti dalla loro storia.

Anche a livello sociale mi sembra che questa illusione sia piuttosto diffusa. Ogni tanto invochiamo un evento rinnovatore (un nuovo leader, delle nuove elezioni…) che ci faccia sperimentare un reset della situazione problematica e ci metta nelle condizioni per ricominciare da capo, senza il peso delle problematicità precedenti. Al netto delle strategie politiche che coinvolgono i partiti in questi ultimi giorni (tutte lecite e degne di attenzione), di cui non mi voglio assolutamente occupare in questa riflessione, mi sembra di riconoscere che la tentazione del reset, sul piano culturale e spirituale, sia una tentazione da cui guardarsi.
La realtà che ci sta di fronte, anche quando non corrisponde alle nostre idee, chiede sempre di essere accolta e riconosciuta con i suoi limiti e le sue potenzialità; chiede di essere analizzata e – attraverso un attento processo di discernimento, che aiuti a riconoscere le priorità e il maggior bene possibile in una determinata situazione – provoca a delle scelte che interpellano la responsabilità dei singoli e dei corpi sociali (Chiesa compresa).

La realtà, in tutte le sue dimensioni, non è un apparato elettronico che possiede un tasto  di reset, ma un sistema che chiede di essere accolto, compreso e orientato, mettendo in gioco la nostra intelligenza, il nostro amore (sinonimo di responsabilità) e la nostra volontà, per comprendere quale bene possiamo costruire a breve, medio e lungo termine.

Se esiste un cambiamento efficace e un rinnovamento significativo, questo lo possiamo compiere dentro di noi, attraverso un percorso di conversione che è nel segno di una sempre maggiore adesione al bene. Un tasto di reset non è previsto.

Due testi mi hanno aiutato in questa riflessione:
Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza,
nell’abbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto,
anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
Ebbene, fuggite! 
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. (Is 30,15-16)

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza“. (Evangelii gaudium, n. 231)

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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