Giovani: Riconciliazione e accompagnamento spirituale

Due giorni (17 e 18 novembre 2020) di riflessione condivisa a distanza con i preti della Diocesi di Faenza-Modigliana sul tema del sacramento della riconciliazione e sull’accompagnamento spirituale dei giovani.

Ricuperare la radice battesimale del sacramento della riconciliazione e valorizzare maggiormente il percorso di fede piuttosto che la dimensione morale; portare l’esperienza della riconciliazione dentro la prospettiva vocazionale, è stato il motivo dominante della riflessione condivisa nel primo giorno (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del primo giorno).

Faenza 17112020 I giovani e la «Penitenza»

All’accompagnamento abbiamo dedicato la seconda giornata, mettendoci in ascolto di alcuni “modelli biblici” che ci indicano gli atteggiamenti, le attenzioni e le méte di un accompagnamento che non sfugga all’attenzione di uno sguardo globale sulla persona, e che possa orientare i giovani in un cammino di libertà autentica, che trova nella fede una risposta ai desideri profondi (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del secondo giorno).

Faenza 18112020 Accompagnamento

Grazie di cuore per lo scambio fecondo che è avvenuto. Forse presto saranno diffuse le registrazioni dei due incontri.

1000 piccoli semi

Questa mattina mi sono svegliato un po’ più tardi ed ho pubblicato un po’ in ritardo il commento alle letture… poi sono corso alla celebrazione delle Lodi mattutine con la comunità del seminario.
Ritornando nella mia stanza e recuperando il telefono, trovo un messaggio che non mi aspettavo: congratulazioni per aver scritto 1000 articoli su “Una (P)arola condivisa”.
Bello! Grazie!

Ho pensato non ad un record (chissene), ma a come giorno per giorno si può seminare un piccolo seme della Parola di Dio affidandolo a questo grande campo che è la “rete internet”, senza sapere dove andrà a finire o come porterà il suo frutto.
A noi è chiesto di seminare.
Mille piccoli semi attraverso questo piccolo-grande strumento sono stati sparsi.
Altri e molti di più -spero- in altri contesti.
Purché il Vangelo venga annunciato” (Fil 1,18).

(P)arolacondivisa.blog

Buona domenica!

San Martino 2020

Questo scritto è dedicato alle amiche e agli amici di Santarcangelo che domani festeggiano San Martino.

Lo so che quest’anno è diverso; lo so che vi mancheranno molte cose del “San Martino” che conoscete: non ci sarà la fiera, le giostre, il ritrovarsi tra amici; mancherà quell’orgia di profumi che piacevolmente invade la città. Non ci sarà la folla che invade le vie del nostro (posso ancora dirlo?) bellissimo paese, attratta da un luogo che spesso, durante tutto l’anno è sinonimo di festa. Non ci sarà quell’ebbrezza che fa “San Martino” … ma, per favore, amici Santarcangiolesi, non fatevi travolgere dalla nostalgia per ciò che non c’è; perché molto ancora c’è e si può festeggiare!

Potrei enumerare molte cose, ma ci tengo a dirvi che ci sarete soprattutto voi Santarcangiolesi, chiamati a vivere con il vostro stile questo tempo difficile e capaci di trasformarlo in un’opportunità, attraverso un modo di condividere che – come ha scritto Giulia D’Intino nel suo romanzo – è capace di non lasciare indietro nessuno.

Sapete bene che san Martino è ricordato dalla tradizione cristiana per un eccezionale gesto di carità. Non era obbligato, ma ha saputo muoversi a compassione e condividere quello che aveva con un povero incontrato lungo la strada. E’ stato un gesto maturato da un cuore capace di commuoversi e di muoversi verso l’altro.
Questa creatività nella carità (o solidarietà se preferite un termine più laico), questa capacità di commuoversi e di vincere l’indifferenza, è ciò che noi festeggiamo nella festa di San Martino.
Mi chiedo amiche e amici: c’è un tempo più propizio di questo per vivere il vero spirito della festa del nostro patrono? E proprio perché tutto il resto vi è stato tolto, non è forse questo il tempo per vivere l’essenziale della festa?
Nella città di Santarcangelo, che in fatto di creatività non ha nulla da invidiare a nessuno, proprio in nome di San Martino, saprete “strolgare” qualcosa che vi faccia ricordare questo San Martino 2020 non per quello che vi è stato negato, ma per quello che voi, proprio in queste circostanze speciali e drammatiche, avete inventato di bello e gioioso? Non lasciatevi togliere l’essenziale della festa!

Da Bologna vi auguro con grande affetto: buon san Martino, cari Santarcangiolesi!

Una sintesi creativa è possibile!

Pieve Romena – Pratovecchio (AR)

La pandemia ci ha condotto a vivere un conflitto di priorità, con una grave carenza di sintesi creativa.
Nel tentativo di difendere la salute, e il sistema sanitario che potrebbe garantirla, coloro che governano si sono posti di fronte a delle alternative molto dolorose (salute o economia? scuola o salute?), mettendo in tensione i due poli della scelta che sono apparsi alternativi.

Mi trovo a disagio con questo approccio perché mi sembra che non si ponga la possibilità di una sintesi creativa ed inedita. A me sembra che gli uomini si distinguano dalle macchine proprio per questa capacità creativa di sintesi tra gli opposti, una sintesi che non è solo un compromesso, ma l’abilità creativa – appunto – di pensare e realizzare una situazione nuova capace di superare l’apparente necessità di opposizione tra elementi di valore diversi.

Qualcuno potrebbe sostenere che, in periodo di crisi, è necessario agire con determinazione e senza scrupoli (e senza fantasia); che non è questo il tempo delle sperimentazioni di fronte a persone che stanno male e muoiono a decine.
In realtà la storia ci racconta di grandi progressi avvenuti proprio in circostanze difficili, a volte addirittura estreme. Si dice, inoltre, che nel momento del bisogno l’uomo e i gruppi sociali tirino fuori il meglio di loro stessi. Ebbene: perché non dare spazio a questa creatività? Perché non cercare una sintesi invece che accontentarsi di subire alternative dolorose?

Faccio un esempio solo per spiegarmi. Forse qualcuno è stato a Pieve Romena a Pratovecchio (AR). Questa splendida pieve romanica è stata costruita in un tempo di carestia. Il signorotto locale si rese conto che i contadini delle sue terre non avevano raccolto nulla e potevano soffrire la fame. Aveva alcune alternative: rimanere indifferente, elargire sussidi minimali per la sopravvivenza … Decise di costruire una chiesa, impiegando la manodopera disponibile e pagando i contadini per il lavoro che svolgevano. Non era un progetto previsto, ma è stata la sintesi creativa di un uomo che si è messo in gioco ed ha pensato di valorizzare una situazione di crisi inventandosi qualcosa di nuovo. La testimonianza della sua creatività la si può ammirare ancora oggi.

E noi come saremo capaci di dare una risposta a questo tempo? Come ne saremo responsabili? Saremo solo in grado di scegliere cosa sacrificare, perché non siamo in grado di difendere ciò che è necessario al bene delle persone (scuola, cultura, socialità), oppure metteremo insieme coraggio, intelligenza e creatività provando ad intraprendere vie nuove?

Ci limiteremo a dividerci litigando tra garantiti e penalizzati, oppure troveremo una strada perché si possa affrontare insieme la situazione senza lasciare indietro nessuno?
Ci limiteremo a distribuire sussidi consolatori a pioggia, oppure impiegheremo risorse umane ed economiche per aprire nuove strade e, magari, sanare ingiustizie che erano già presenti anche prima della pandemia (vedi la piaga del lavoro nero)?
Ci limiteremo a tracciare una linea che divide chi ha speranza di essere salvato e chi, invece può essere sacrificato sia sul piano della cura che su quello delle prospettive sociali, oppure potremo mettere in atto un percorso che, riconoscendo che “siamo tutti sulla stessa barca” si propone di valorizzare ognuno per la ricchezza di cui è portatore?

Nel libro degli Atti degli apostoli, che testimonia i primi passi della comunità cristiana a Gerusalemme e la prima missione, vengono narrate alcune crisi gravi che la comunità si trova ad affrontare. Nel capitolo 6 si dice che scoppia un “malumore” tra due gruppi della comunità, perché uno dei due si sente discriminato. Gli apostoli riconoscono il loro limite e, riunendo l’assemblea, propongono di istituire delle nuove figure (i diaconi) che accompagneranno la comunità nelle sue esigenze concrete. Quella crisi poteva portare ad una spaccatura gravissima; invece è stata l’occasione per trovare una via nuova che non solo ha portato la pace, ma ha aiutato la comunità a crescere.

Questa creatività viene dal riconoscere ciò che è buono (e non sacrificabile) e dal desiderio di valorizzarlo; tale processo conduce a sintesi sempre nuove e ad uno stupore che lascia a bocca aperta… come accade davanti a Pieve Romena.

Il negazionista

Un tempo erano considerati negazionisti coloro che rifiutavano le ricostruzioni accreditate dalla storiografia, sostenendo altre versioni dei fatti, normalmente opposte a quelle “ufficiali”. Cosi era per il dramma della Shoah, per il Fascismo, per i Gulag staliniani, per le atrocità commesse nella guerra in Vietnam o per quelle commesse dalle potenze coloniali nei vari paesi dell’Africa o dell’America Latina. Il negazionismo un tempo riguardava prevalentemente la storia.

Oggi, con l’avvento dei social e della post-verità, il negazionista abita il presente, la cronaca quotidiana, formandosi una sua idea su fonti di informazione a cui lui concede grande credito e opponendosi a quella che considera un’informazione di regime, che vorrebbe distogliere l’attenzione delle persone dalla “verità vera” (questa tautologia si rende necessaria in un mondo in cui esistono molte verità).
La pubblica opinione rappresenta spesso il negazionista come una macchietta, come un personaggio tanto isterico quanto ingenuo, un fanatico aggrappato ad una visione del mondo che non ha supporto nelle evidenze scientifiche e documentarie.
In effetti alcune persone definite “negazioniste” appaiono proprio così.

Ma io mi sono chiesto: non potrei finire anche io ad essere considerato “un negazionista”, solamente perché su alcune questioni mi trovo dissenziente rispetto alle opinioni prevalenti nel dibattito pubblico? E le fonti su cui io formo ed elaboro il mio pensiero (la Bibbia per esempio o il magistero della Chiesa) potrebbero essere considerate semplicemente a-scientifiche ed io considerato un fanatico o una macchietta, perché come “scientifiche” sono accreditate solo le scienze economiche, sociali o quelle che riguardano la fisiologia della persona?

Se un Paese come l’Olanda, il Belgio o la Nuova Zelanda (ultima della serie) sostenesse sensato e conveniente promuovere l’eutanasia, o addirittura l’eutanasia infantile, considerando non degna di essere vissuta la vita di alcuni esseri umani; o la Danimarca, piuttosto che qualche altro Paese dell’area scandinava, promuovesse un’eugenetica di fatto, attraverso una campagna di aborti selettivi su feti considerati a rischio di sindrome di Down o di malformazioni; o se l’Italia sostenesse una politica di chiusura all’accoglienza di persone in difficoltà e di respingimenti di persone che chiedono asilo perché in fuga da guerre e carestie; … insomma se in tutti questi casi io avessi un’idea diversa, formata su fonti che io considero affidabili ancorché bollate come non scientifiche, un’idea e una posizione che si colloca in contrasto con la mentalità comune o della maggioranza, potrei essere considerato semplicemente un negazionista e così relegato nella schiera dei fanatici il cui pensiero non è degno di essere considerato, piuttosto compatito?

Non difendo e non sostengo affatto le posizioni che oggi infervorano il dibattito riguardo l’esigenza di una prevenzione al diffondersi del virus Covid-19 o della necessità dei vaccini.
Ravviso solamente il pericolo di un abuso del termine “negazionista” attribuito a chiunque abbia un’opinione fortemente discordante con quella della maggioranza, perché potremmo trovarci tutti relegati in questa categoria che, anche in una società che presume di essere democratica, rappresenta uno stigma di esclusione dalla possibilità di essere ascoltato. A me personalmente dispiacerebbe moltissimo e lo considererei un’ingiustizia.

Una società veramente democratica invece, attraverso un dialogo rispettoso, cerca di porsi in ascolto di tutte le posizioni, per individuare il maggior bene possibile da perseguire insieme, senza barricate, senza complottismi, valorizzando quanto di meglio ognuno esprime, ascoltando le preoccupazioni che guidano una persona ad assumere determinate posizioni, senza stigmatizzarlo pregiudizialmente.

Mentre la storia ci ha consegnato esempi eccellenti di persone che hanno lottato contro un pensiero comune diffuso, consentendo, tramite il loro operato, un progresso a tutta l’umanità (penso a Galileo Galilei, a Mohandas K. Ghandi, a Martin Luther King, a Francesco d’Assisi) nonostante le durissime opposizioni che hanno dovuto subire, oggi rischiamo lo stesso meccanismo di esclusione appoggiandoci ad altri dogmatismi, per lo più di carattere scientifico. La storia ci ha insegnato che alcuni oppositori dissenzienti, in realtà si sono rivelati dei profeti; coloro che li hanno ascoltati, nonostante la fatica richiesta nel cambio di prospettiva, ne hanno goduto; coloro che si sono loro opposti sono stati considerati dei persecutori ottusi (dei negazionisti?).

Il gelsomino

com’è esotico il gelsomino; in mezzo a quel grigio e a quello scuro color di melma è così radioso e così tenero: si può benissimo credere nei miracoli.” (Etty Hillesum)

Questa frase di Etty Hillesum, citata da Erika G. durante l’assemblea diocesana dell’altra sera, mi ritorna alla mente e “non mi lascia in pace” per dirla alla don Oreste.
Anche io non so nulla di gelsomini e di fiori in genere, ma sono attratto dalla bellezza, anche se devo riconoscere che non sempre mi concentro su di essa – lasciandomi semplicemente affascinare -, facendomi piuttosto distrarre (e rattristare) dal grigiore della melma.

Mi chiedo: è ingenuo fissare il gelsomino e perdersi nella contemplazione della sua bellezza? Non è più serio preoccuparsi della melma? E’ una “fuga dalla realtà”? Ma non è realtà anche il gelsomino?

Al centro del vangelo della messa di oggi (1 novembre) c’è una promessa di Gesù: “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Dov’è Dio? Dove posso contemplarlo? Nel grigiore della melma o nel gelsomino, nonostante la sua fragilità e incapacità di risolvere il grigiore della melma?

Il mio amico don Roberto B., durante la stessa assemblea, commentando l’intervento di Erika, ci ha invitato a rivolgere lo sguardo a ciò che è vivo e non a ciò che è già morto, per quanto imponente e storicamente importante.
In questo tempo di potatura, in cui siamo chiamati a valorizzare l’essenziale, questo potrebbe essere un criterio che ci aiuta molto, perché il Vivente, Colui che ha sconfitto la morte, dimora in ciò che è vivo e non solo in ciò che noi consideriamo importante; in ciò che ci rende vivi, non in ciò che ci affatica inutilmente (anche qui ci vorrebbe un bel discernimento).

Donaci, Signore un cuore puro,
capace di riconoscerti presente lì
dove la tua potenza di vita si manifesta.
Donaci, Signore un cuore puro,
fedele nel servizio a Te e ai fratelli
e ardente nella lode.
Donaci, Signore, un cuore puro,
capace di perdersi nella contemplazione
della bellezza del gelsomino
e libero dai sensi di colpa,
che ci vorrebbero far credere
che, fermandoci a guardare il gelsomino
abbiamo perso del tempo.
Amen.

Vinci il male con il bene

A qualcuno potrà sembrare un’ingenuità questa affermazione di san Paolo che chiude il capitolo 12 della lettera ai Romani. Eppure sono queste le parole che papa Francesco ha rivolto ai cattolici francesi, unendo la sua preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per tutta la comunità colpita da una violenza cieca e blasfema.

Questa parola, che ci è arrivata tramite san Paolo ed è riecheggiata dalla voce di papa Francesco, ci dice qual è il modo originale in cui i cristiani si pongono di fronte al male e alla violenza, soprattutto quando la subiscono.
Ma qual è il bene che vince il male, che lo disarma, che lo rende perdente? Qual è il volto concreto del bene che i cristiani portano nel mondo per vincere il male?

Prima di tutto vorrei ricordare a me stesso che il male va combattuto, mai tollerato. Il male e non le persone che agiscono male. Il male va denunciato perché deve essere riconosciuto come mortifero nei confronti dell’uomo e blasfemo verso Dio. E’ stato detto quasi due anni fa nel documento sulla Fratellanza Universale firmato ad Abu Dhabi, ed è bene riaffermarlo: nessuno può affermare di usare la violenza in nome di Dio!

Ma oltre la denuncia, il male va vinto. Come?
Il bene che vince il male è la giustizia che riconosce e rispetta e valorizza i diritti inalienabili di ogni uomo. Lì dove non c’è giustizia, il male cova ed esplode.
Il bene che vince il male è l’accoglienza e la condivisione. Quando mi faccio carico di un bisogno concreto, quando non rimango indifferente rispetto alle necessità di un fratello, di una sorella, di una famiglia, disinnesco la rabbia che nasce dal percepire di essere vittime dell’indifferenza.
Il bene che vince il male è la fraternità che nasce da uno sguardo che sa riconoscere nell’altro uno uomo come me, con gli stessi sogni, con le stesse paure, con gli stessi bisogni. La diffidenza e l’ostilità nascono sempre dallo sguardo e generano senso di rabbia e di ribellione.
Il bene che vince il male è il dialogo, la capacità di saper riconoscere il valore di quanto tu affermi e la disponibilità a spiegare e rendere comprensibile quanto è importante per me. Il dialogo disinnesca le ideologie che sono sempre matrici di violenza indipendentemente dal colore (se esistono ancora dei colori) o dalla matrice culturale e aiuta a riconoscersi reciprocamente cercatori della verità e del bene.
Il bene che vince il male è il perdono, quella straordinaria sovrabbondanza di amore che sa distinguere tra errore ed errante e, mentre condanna l’errore, diventa capace di abbracciare l’errante perché riconosce il male che quell’errore ha causato anche a chi l’ha commesso.

Ma noi siamo capaci di questo bene? Fa parte veramente della nostra vita illuminata dal Vangelo?
Qualcuno potrebbe affermare: che valore ha il bene che io compio nel mio piccolo di fronte al male del mondo? Si potrebbe rispondere che in una stanza completamente buia anche la luce di una singola candela fa la differenza. Ognuno di noi è chiamato a fare quello che gli è possibile fare. Insieme, poi, possiamo aiutarci e unire il nostro impegno per il bene, dandogli maggiore visibilità. Il bene, in ogni caso, non va mai perduto e, come diceva il Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero.

Mentre ci avviciniamo alla festa di tutti i Santi, giorno in cui riascolteremo dalla bocca del Signore il vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12), proviamo a chiederci se in questo tempo, con le sfide che ci troviamo ad affrontare e di fronte alle provocazioni che la storia ci offre, noi discepoli di Gesù saremo capace di pronunciare quella parola e compiere quel gesto che è capace di vincere il male con il bene. Avremo sufficiente fede e speranza per farlo? Saremo davvero testimoni di Gesù?
E se ci rammarichiamo perché, a causa delle misure dovute alle esigenze di contenimento del contagio, non potremo festeggiare queste feste come siamo abituati a fare, possiamo provare a pensare che forse è proprio questo che il Signore ci chiede in questo anno: vincere il male con il bene, come ha fatto Gesù, come hanno fatto i santi.

Per chi lo desiderasse propongo la lettura di due articoli che ho trovato molto interessanti:
Mattia Feltri; Attentato a Nizza, l’Europa non sa difendersi e perde se stessa
Andrea Riccardi; Il blasfemo omicida, i giusti credenti

Un millesimo

Ieri sera condividevo con i seminaristi un pensiero che mi ha fatto un po’ sorridere durante l’ultimo weekend; un pensiero che riguarda le dimensioni.
La comunità che mi è affidata in questo momento ha le dimensioni pari ad un millesimo rispetto a quella che presiedevo fino a sei mesi fa’.
Riconosco sia un pensiero apparentemente inutile, ma che è stato lo spunto per una riflessione su quanto ora mi è richiesto.
Per convenzione, si pensa che la comunità di Santarcangelo conti circa quindicimila persone (comprendendo anche molti che, pur risiedendo in altre zone, di fatto, gravitano su Santarcangelo per motivi diversi), mentre ora vivo stabilmente con quindici seminaristi (un’altra decina ruota intorno al seminario, ma non in modo stabile) e condivido questo servizio con altri due preti.
La sproporzione è talmente evidente che deve dire qualcosa di diverso dai rapporti numerici, qualcosa che va colto su un altro ordine di valutazioni. 

In questo servizio educativo ci è chiesto quello che in parrocchia, purtroppo, non riuscivamo sempre a garantire: l’attenzione alle piccole cose, per accompagnare il cammino di fede delle persone. In seminario ci viene chiesto di prendere in carico gli aspetti più particolari, i passaggi quotidiani che la persona vive, per accompagnarla a leggerli alla luce della fede e del Vangelo. In realtà sarebbe un diritto di tutti i battezzati avere un accompagnamento così particolare. Ai seminaristi, chiamati ad essere uomini completamente dedicati al servizio della comunità, la Chiesa lo garantisce.

Molti dei miei amici preti, conoscendomi come un iperattivo, sono preoccupati nel pensare che, date le dimensioni attuali della comunità del seminario, io mi senta disoccupato e nell’impossibilità di gestire il tempo in modo proficuo. In realtà anche io pensavo di poter godere di un tempo ampio per scrivere, studiare, fare cose… Ma non è così! Il mio tempo corre veloce tra incontri personali e impegni vari che questa piccola comunità richiede. Non mi sento affatto disoccupato!

Oggi poi, il vangelo del granello di senapa e del lievito ci chiede di valorizzare ciò che è piccolo, perché diventi capace di cambiare la realtà delle cose. Questa luce evangelica oggi guida il mio pensiero e la mia azione: io mi sento il granello di senapa gettato in un giardino, chiamato a diventare realtà accogliente che consenta ad altri di trovare spazio per nidificare e crescere. E questa comunità, pur piccola, spero davvero che divenga lievito capace di far diventare buona la pasta delle nostre chiese locali.
Se quanto è piccolo mantiene la forza per trasformare la realtà, deve essere riconosciuto e valorizzato. Il resto lo fa il Signore!

Fraternità indelebile

In questi giorni, anche a seguito della Enciclica del Papa, si parla molto di fraternità: è una parola con cui ci riempiamo facilmente la bocca; anche io.
La fraternità, però, esige di essere qualcosa di concreto: non un’idea, non un valore, ma una realtà riconosciuta, perché data, e custodita, perché scelta: non scegliamo di essere fratelli, ma possiamo scegliere di vivere da fratelli.

Oggi ho perso un fratello nel modo più tragico possibile.
M. ha deciso, per motivi a me sconosciuti, di non voler più vivere.
Non ci vedevamo da molti anni; le nostre strade si erano separate per scelte molto diverse; confesso, oggi con un po’ di vergogna, che da molto tempo non pensavo a lui; ma questa sera questa frase mi risuona nella testa: dov’è tuo fratello?
Non posso accampare giustificazioni di fronte a questa domanda. Non posso dire che non avevo responsabilità su di lui perché ha fatto le sue scelte. M. era mio fratello per il battesimo che ha ricevuto, per il sacramento dell’ordine che ci univa: questi due sacramenti non si possono cancellare, neanche se uno pensa che non contino più nulla. Sono indelebili, entrano a far parte di me e mi legano a tutti coloro che li hanno ricevuti, come il sangue lega due fratelli, anche se non vivono come tali.

La notizia della morte di M. è risuonata lungo tutta questa giornata e ora, mentre mi appresto ad andare a dormire, non sento utile chiedermi cosa avrei potuto fare, lacerandomi nei sensi di colpa, ma mi chiedo cosa posso fare adesso.
Mi sembra che ricordare M. come un fratello abbia un grande valore; sentirmi legato a lui, anche in un momento assurdo e tragico come questo, mi sembra che rimanga la cosa più importante da vivere, fuggendo alla tentazione di smarcarsi.

Allora questa sera prego per M., mio fratello, che ha scelto di non vivere più.

Nostro Padre ti accolga fratello e ti doni pace.
Possa tu trovare riposo nell’abbraccio misericordioso del Figlio, che ha voluto lui pure farsi nostro fratello.
Lo Spirito dell’amore possa ora riscaldare il tuo cuore e farti sentire amato da sempre e per sempre, dal Padre e, nonostante tutte le loro incoerenze, dai tuoi fratelli.
Ora, se puoi, prega per noi, fratello.

Non sarà gratis

Ci risiamo!
Ce lo potevamo aspettare, nonostante le rimozioni collettive e le illusioni estive.
Siamo dentro la cosiddetta seconda ondata e, mentre si tenta di trovare le soluzioni al problema del contenimento del contagio, sono partiti i litigi e le proteste da parte di chi si sente penalizzato per le scelte compiute o anche semplicemente ventilate.

Io non ho da proporre soluzioni semplici al problema che ci affligge, e non invidio coloro che sono al governo e sono chiamati a gestire questa vicenda drammatica, ma una cosa ormai l’ho compresa: uscire da questa situazione non sarà gratis; ci sarà un prezzo da pagare! La differenza sarà data da chi e da come lo pagheremo.

Lo ha già detto più volte il Papa e non dico nulla di originale: questa crisi può diventare una tragedia epocale se permangono gli egoismi e la cultura dello scarto che ha caratterizzato il nostro tempo, oppure può diventare una grande opportunità per ripartire con uno spirito rinnovato: dipende da noi, da tutti noi! Dipende anche da me!

Ascoltando la radio mentre ero in auto, ho sentito di una sentenza di tribunale che ha imposto al proprietario di un immobile di diminuire la rata d’affitto di un ristorante, secondo il principio che, davanti ad una crisi che coinvolge tutti, tutti devono pagare qualcosa e non solo chi ha il rischio dell’impresa. Mi è sembrata una sentenza giusta: ma siamo davvero disponibili a pagare tutti un pochino? E io cosa sono disponibile a pagare, cosa sono disponibile a mettere in gioco?

Credo che la tensione emergente di questi giorni, a fronte di annunci di possibili restrizioni, sia dovuta al fatto che alcune categorie si sentono particolarmente penalizzate, mentre altre sembrano maggiormente garantite.
Se siamo sulla stessa barca, come ha affermato papa Francesco in quel memorabile intervento in piazza san Pietro il 27 marzo scorso, occorre che questa vicenda divenga una straordinaria esperienza di solidarietà e condivisione. Come sarebbe bello se non ci fosse bisogno di un tribunale che impone certe scelte, ma nascessero dal riconoscimento di un’esigenza che deriva dal legame umano e sociale che condividiamo?

E noi cristiani cosa possiamo aggiungere a questa esigenza di condivisione? Quale testimonianza concreta possiamo portare per illuminare evangelicamente una situazione tenebrosa come quella che stiamo vivendo e che ci prepariamo a vivere?

In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

Cinema stories

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA - Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION - A missionary look on the life of the world and the church

Simone Modica

Photography, Travel, Viaggi, Fotografia, Trekking, Rurex, Borghi, Città, Urbex

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: