Tracce di santità

In meno di un mese abbiamo avuto l’opportunità di partecipare a due “beatificazioni”: ieri quella di Sandra Sabattini e, alla fine di settembre, quella di don Giovanni Fornasini. Moltissimi gli elementi di comunanza, altrettanti quelli che li distinguono.

Ciò che li rende assolutamente “fratelli” è il desiderio espresso chiaramente di vivere la propria vita come un dono per gli altri, senza trattenere nulla per sé stessi. Nel Diario che Sandra ha lasciato e nelle pochissime parole scritte che si sono rimaste di don Giovanni viene dichiarato con semplicità e radicalità questo desiderio di spendersi totalmente nella carità, soprattutto verso coloro che sono i più abbandonati.

C’è un elemento che mi colpisce molto nel confronto tra questi due giovani testimoni, un elemento di distinzione che mi lascia una fortissima provocazione.
Di don Giovanni ci sono rimasti pochissimi scritti, redatti per lo più durante gli anni del seminario. Oltre alle testimonianze della gente che lo ha conosciuto e che ha toccato con mano la sua carità, la traccia determinante per riconoscere il suo martirio è stata data dall’analisi dei suoi resti mortali. Il suo corpo, nonostante sia stato “abbandonato” ed esposto per sei mesi dietro il cimitero di san Martino, ricuperato dal fratello e sepolto, a distanza di anni “ha raccontato” ciò che don Giovanni ha subito per mano dei suoi uccisori ed ha certificato che la sua morte è da considerare un vero martirio.
Di Sandra, al contrario, l’unica traccia “sensibile” che ci è rimasta, oltre alla testimonianza dei tantissimi che l’hanno conosciuta, è il suo Diario, diffuso da don Oreste Benzi negli anni immediatamente successivi alla morte avvenuta per un incidente stradale; sono quelle pagine che ci raccontano la santità da Sandra, il suo dialogo intimo con il Signore, il suo desiderio di dono totale di sé stessa ai poveri, le risonanze sulle esperienze vissute e le riflessioni elaborate nei momenti di ritiro con la Comunità Papa Giovanni XXIII. Del corpo di Sandra, invece, non è rimasto nulla, come se non fosse necessario per custodire la sua testimonianza.

Come mi ha fatto notare don Giampiero ieri sera, di ognuno dei due ci è stato lasciato e ci è rimasto solamente ciò che ci serviva per comprendere la testimonianza della loro vita. La crudezza dei dati dell’autopsia di don Giovanni e la radicalità delle parole di Sandra riportate nel Diario, sono come le tracce che dobbiamo seguire per camminare nella via della santità che loro ci hanno indicato: una via esigente e seria; una via che non lascia troppo spazio a devozionismi e “santini”; una via che, dopo le grandi emozioni condivise nei due eventi di “beatificazione”, ora abbiamo il dovere di seguire.

La tentazione del potere

per iniziare il cammino sinodale dal Vangelo

Ci sono delle coincidenze che vanno riconosciute semplicemente.
E’ importante coglierle perché l’incontro tra la Parola e l’evento sono spesso segno dell’intervento di Dio per noi; ma come afferma san Paolo, se non c’è chi interpreta le profezie, queste risultano inutili (Cfr. 1Cor).

Ieri nelle chiese diocesane di tutto il mondo si è aperto il Sinodo. Quasi ovunque questa “apertura” è avvenuta nel contesto di una celebrazione eucaristica. Il vangelo proclamato in tutte queste celebrazioni è stato preso dal Lezionario della XXIX domenica dell’anno liturgico “B”, che riportava un testo del vangelo di Marco in cui Gesù dialoga con i discepoli sul tema del potere (Mc 10,35-45).

Il potere, insieme al denaro, è uno degli argomenti “tabù” delle comunità cristiane (a tutti i livelli, non solo nei contesti clericali). Un certo moralismo diffuso ci impedisce di parlarne esplicitamente per coglierne l’ambiguità intrinseca, quella che invece Gesù nel Vangelo denuncia in modo molto chiaro ai suoi discepoli. Tale ambiguità autorizza molte persone – anche tra i/le credenti – a pensare che il potere possa essere una cosa buona se è ispirato da buone intenzioni o da obiettivi meritevoli.
Leggendo il Vangelo, però, non sembra che questo sia il parere di Gesù. Più volte, infatti, gli è stato offerto di assumere una posizione di potere; il popolo stesso più volte avrebbe voluto porlo in una posizione di dominio, ma Gesù si è sempre guardato da questa possibilità, l’ha rifuggita sempre come una tentazione. Chi, se non Lui, che era buono e agiva solo spinto dall’amore, avrebbe potuto usare bene il potere? Nelle mani di chi, se non nelle sue, il potere avrebbe potuto essere al sicuro ? Ma Gesù non lo ha scelto!

A Giacomo e Giovanni, che domandano una posizione di potere e di prestigio, Gesù richiama la differenza che dovrebbe caratterizzare chi si è posto alla sequela del Vangelo. Se tale logica è comune nel mondo tra coloro che sono ritenuti grandi e dominano, tra i discepoli non può essere così: chi vuole essere grande o il primo deve essere il servo di tutti, ad imitazione di Colui che si è spogliato della sua natura divina e si è fatto servo fino al dono della vita. Questo il Vangelo ascoltato ieri!

La coincidenza con l’apertura del Sinodo, rispetto al quale non sono poche le perplessità esternate da diversi membri della comunità cristiana, ci richiama ad una questione ineludibile: quella dell’esercizio dell’autorità all’interno della comunità. La scelta della forma sinodale nell’esercizio della missione della Chiesa, non può non fare i conti con il tema dell’autorità vissuta come servizio o come potere. Il fatto che il Vangelo, proprio ieri, ci abbia riportati lì non può essere una coincidenza fortuita!
La missione e l’annuncio del Vangelo partono dalla testimonianza di una differenza che deve emergere nel vissuto del cristiano; il Vangelo ci dice che una dimensione dell’umano su cui siamo chiamati a dare testimonianza in modo cristallino, è proprio del come viene vissuta l’autorità dentro la comunità: o viviamo nel modo che ci parla chiaramente di Gesù, oppure diviene evidente che abbiamo perduto il senso di quella differenza (non è così tra voi!) a cui il Signore ci richiama con forza.

Questo tema sembra investire primariamente chi, nella comunità, svolge un ruolo di autorità, ma, secondariamente, richiama tutti a verificare come ognuno/a di noi, nelle responsabilità che gli/le vengono affidate (famiglia, chiesa, professione, associazioni, reti sociali), vive il servizio dell’autorità. E’ una questione che coinvolge la Chiesa intera proprio mentre rinnova il suo impegno per la missione.

Rosanna Virgili, biblista italiana molto conosciuta, in un libretto di qualche anno fa, mentre commenta il testo del Vangelo che abbiamo ascoltato ieri nella celebrazione domenicale, indica cinque attenzioni che la Chiesa dovrebbe tenere presente per preservarsi dalla tentazione del potere e vivere il servizio (la diaconia) ad imitazione del Maestro:
– Gesù è servo perché ascolta. Tutto quello che lui fa nei vangeli è una risposta e non una proposta. La Chiesa diventa “di potere” quando non ascolta.
– Gesù è servo perché si mette su un piano orizzontale con le persone e con le folle; tale postura si esprime nella disponibilità a dialogare senza timore, anche in un confronto democratico.
– Gesù è servo perché prende su di sé il dolore e il peccato del mondo, non ha paura di farsi contaminare, di “perdere potere”. Anche la Chiesa è chiamata a vivere questa prossimità facendo propri i dolori delle persone e anche il loro peccato (pur senza complicità).
– Gesù è servo perché sa trasformare le parole in parabole. Sappiamo come il potere usi e manipoli la realtà e le persone attraverso le parole. C’è una grossa riflessione sul linguaggio, sulla comunicazione ecclesiale che si deve confrontare con la scelta di uno stile di servizio.
– Gesù è servo perché è tutto donato, perché la sua vita non è fine a sé stessa. La Chiesa è di potere quando è autoreferenziale, quando perde di vista per chi vive e perché è stata costituita da Cristo sacramento di salvezza per il genere umano.
(Cfr. R. Virgili, Il Figlio dell’uomo è venuto per servire (Mc 10,45). Permanenza ecclesiale del paradosso. in Servizio e potere nella Chiesa, (R. Fiorini ed.), Gabrielli Editori 2013, pp. 83-95).

Non credo che questi temi siano ancora entrati in nessun programma sinodale delle nostre comunità diocesane, ma la parola del Vangelo, ascoltata nella liturgia di ieri, me li ha fatti cogliere come un punto da cui partire e da cui potrebbe prendere vita quel percorso che a molti pare piuttosto incerto.

11 settembre 2021: il primo giorno della pace?

Gli anniversari non sono inutili per chi spesso si trova travolto dalle questioni quotidiane che rischiano di far perdere di vista l’orizzonte.
Ricordare oggi quello che accadde venti anni fa a New York, non può limitarsi a consumare un po’ di emozioni forti (rabbia, commozione, frustrazione), ma può essere una buona occasione per riportarci al punto centrale della questione che rischiamo di perdere di vista: siamo di fronte ad una sfida epocale che coinvolge l’umanità; se non percorriamo vie che garantiscano la pace, la giustizia, il necessario per vivere per tutti gli uomini e le donne che abitano su questo pianeta, noi saremo sempre in guerra.

La crisi climatica e ambientale, la pesantissima disparità delle condizioni di vita nelle varie parti del mondo, la crisi demografica dell’Occidente, la crisi migratoria … tutto è connesso e tutto questo è causa di guerra. Certo le ideologie e i fondamentalismi fanno la loro parte e rimangono ingiustificabili, soprattutto quando intraprendono la via radicale della violenza; ma esse non nascono dal nulla: trovano un ottimo terreno di coltura nella disperazione, nella frustrazione di tanti giovani, nell’impossibilità di poter provvedere ai bisogni essenziali della propria famiglia, dei propri figli… queste condizioni alimentano la rabbia che a sua volta è il combustibile di ogni guerra.

La domanda più interessante di oggi non mi sembra sia: “dove mi trovavo l’11 settembre 2001?“, quanto piuttosto: a venti anni da quei terribili eventi e dopo tutto quanto di terribile in questi venti anni è accaduto, cosa posso fare io, cosa possiamo fare noi, cosa può fare il nostro Paese, cosa può fare l’Europa per consentire alla pace di fare un passo in avanti e disinnescare le condizioni che portano alla guerra?
Poiché non ho responsabilità dirette riguardo l’Italia e tantomeno l’Europa, se non quelle che vengono concesse ad un elettore, mi limito a condividere alcune piste che riguardano me e noi (inteso come le varie comunità in cui sono coinvolto).

1. Possiamo pregare per la pace ogni giorno.
A molti può sembrare banale e ingenuo, ma la preghiera non è un’invocazione che deresponsabilizza e affida a Dio quello che noi non possiamo fare. Essa è come un fiume carsico che scava dentro la nostra vita e ci consente di guardare noi stessi, le persone che sono intorno a noi, le situazioni in cui ci troviamo a vivere e a compiere delle scelte in un modo che non è più soltanto “mio”, ma che via via assume lo sguardo di Dio. La preghiera ci converte e ci aiuta a divenire donne e uomini di pace, ci aiuta a trovare la forza per compiere quelle scelte che diventano opere di pace e di riconciliazione, fino ad arrivare ad amare il nostro nemico e a pregare per chi ci perseguita (come insegna chiaramente il Vangelo).

2. Alimentiamo la disponibilità all’accoglienza di chiunque si trova in difficoltà.
L’accoglienza, da sempre è il primo gesto di pace e la testimonianza di una capacità di guardare le persone a partire dalla loro dignità di uomini e donne, dando una risposta semplice ai loro bisogni nello stile della condivisione. L’ideale evangelico sarebbe quello di un’accoglienza incondizionata, ma, per essere realisti, riconosciamo che ci sono alcune condizioni che ci possono limitare. Allora il nostro impegno, oltre che all’accoglienza, sarà anche rivolto a creare le condizioni favorevoli (rimuovendo gli ostacoli sul piano politico, economico, sociale, culturale, religioso) perché questa non debba bloccarsi o limitarsi pregiudizialmente. L’accoglienza, per un cristiano, avrà sempre come riferimento il Vangelo che non dovrà né potrà essere offuscato da ideologie, speculazioni e pragmatismi oggettivamente ingiusti e disumani (ogni riferimento alle politiche europee di respingimento o di delega a paesi terzi nella gestione della “crisi migratoria” non è affatto casuale).

3. Consentiamo a tutti (soprattutto ai giovani) uno sguardo di speranza sul futuro.
Una delle cause più radicate della guerra e delle violenze è data dall’impossibilità, per molte persone nel mondo, di pensare ad un futuro di bene per loro stessi e per coloro che amano. Se non ho la possibilità reale di vedere un futuro buono per me, allora posso salire su un aereo e decidere di schiantarmi contro un grattacielo; oppure indossare un giubbotto esplosivo e farmi esplodere in mezzo ad altre persone. Se non riesco a vedere un futuro buono, se la mia vita non conta nulla, io posso diventare un arma, assumendo uno scopo perverso per la mia vita.
Possiamo riconoscere dignità alle persone, soprattutto ai giovani, se concediamo loro la possibilità di un futuro. Tale impegno coinvolge prima di tutto gli educatori e gli insegnanti, ma anche coloro che disegnano le politiche economiche e finanziarie: se non superiamo la logica assoluta del profitto e non ricuperiamo il primato del lavoro dell’uomo sul capitale (Cfr. Giovanni Paolo II, Laborem exercens, n. 13), noi non riusciremo ad aprire prospettive di futuro e di pace.
In questo sguardo sul futuro un ruolo fondamentale lo riveste l’impegno per la cura della casa comune che è il creato. I dati scientifici non lasciano spazio a dubbi: il futuro del nostro pianeta è in pericolo e alcune scelte sono urgenti; ognuno può fare qualcosa e insieme possiamo fare molto (padre Pino Puglisi).

4. Assumiamo la fraternità come criterio base per ogni relazione. La guerra si alimenta quando lo sguardo pregiudiziale su ciò che ci rende diversi impedisce la fraternità; molte ideologie si frappongono a questa prospettiva, ma in realtà molto dipende solo da noi. Se io scelgo di guardare come fratelli e sorelle tutti coloro che il Signore pone sulla mia strada, se scelgo di incontrarli in modo disarmato, riconoscendo la loro dignità di uomini e donne, mettendomi in ascolto dei loro sogni di vita; se mi lascio coinvolgere nella relazione con l’altro, accettando l’avventura del dialogo nonviolento, allora io ho una possibilità per vivere e far crescere la fraternità.
La fraternità, per definizione, non dipende da noi perché ci è data; però dipende solo da noi come viverla.

5. Dobbiamo essere preoccupati per la giustizia e le legalità.
L’ingiustizia e l’illegalità sono un altro terreno di coltura per la guerra. Noi tutti viviamo in una cultura molto tollerante verso l’illegalità; spesso riteniamo che essa sia legittima e che non rechi alcun danno al mondo. Oramai sappiamo bene che non è così!
Nel solo 2020, in Italia, l’ammontare dell’evasione fiscale corrisponde a circa 110 miliardi di euro, una somma che è più della metà del famoso Recovery found che – provvidenzialmente – abbiamo ottenuto dall’Europa. Certo posso pensare che tale cifra non dipenda da me; ma dipende anche da me e soprattutto dal mio (nostro) modo di pensare che giustifica coloro che si esonerano dalla contribuzione.
Qualcuno potrebbe affermare che ci troviamo di fronte a leggi ingiustamente vessatorie; se fosse questo il caso, l’unico percorso sarebbe quello del cambiamento della legge, attraverso il processo democratico e parlamentare che non ammette il ricorso all’evasione.
Il tema della giustizia è ancora più complesso perché, per noi cristiani, non coincide e non si risolve con il rispetto delle leggi, ma sicuramente da lì può partire. Nessuno di noi si può esonerare pregiudizialmente da tale osservanza e un’eventuale obiezione di coscienza sarà motivata solo da un rispetto più grande della giustizia. E’ una cultura che dobbiamo far crescere e a cui dobbiamo educare se vogliamo costruire la pace.

Nella nostra vita ci sono degli appuntamenti che possiamo cogliere o che possiamo lasciar perdere; opportunità che ci vengono concesse per dare una svolta alla nostra vita, per riprenderla in mano e assumerci la responsabilità del bene che ci è possibile compiere.
La commemorazione delle sofferenze e delle ingiustizie subite, se – come è accaduto spesso in questi venti anni – alimentano la rabbia e la vendetta, il senso di inimicizia e di contrapposizione, non portano al mondo che violenza, morte e distruzione. La storia ci ha insegnato che il motto “se vuoi la pace, prepara la guerra“, non ha mai portato pace, ma solo altra guerra.
Solo la pace porta la pace; solo la giustizia porta la pace; solo la fraternità porta la pace; solo l’accoglienza e la condivisione portano la pace; solo una preghiera fatta con umiltà porta la pace.
Oggi, per tutti coloro che decidono di cogliere l’occasione di questo appuntamento datoci dall’anniversario degli attentati realizzati a New York, può essere il primo giorno di impegno per un mondo di pace.
Dipende anche da me. Dipende anche da noi.

Signore facci strumenti della tua pace.

Turista (e straniero) nella mia città

Sono bastati 5 anni di residenza (o domicilio) altrove per trovarmi ad essere un turista nella mia città.
Ieri mattina, avendo un’oretta a disposizione, ho voluto andare a visitare la famosa piazza Malatesta che, con il suo ripensamento (più che restauro), tanto ha caratterizzato i dibattiti cittadini e politici di queste ultime settimane.
Non ho alcuna competenza di carattere architettonico o storico; sono solo un comune cittadino e devo dire che non mi dispiace che la Città abbia potuto riconquistare uno spazio ampio di incontro e di socialità. Sulla realizzazione preferisco attendere il completamento dei lavori perché, nella breve visita di ieri, ho compreso che la prospettiva è un fattore importante per comprendere il valore dell’opera realizzata.
Ho trovato Rimini molto cambiata. Mi sono sentito un po’ un turista in quella è da sempre la “mia” città.

Questa sensazione ambientale, si è aggiunta ad un’altra che ho sperimentato nei giorni passati a seguito della pubblicazione delle liste dei candidati al Consiglio comunale: a fronte dei più di seicento nomi di cittadini e cittadine che si candidano per ottenere un posto in Consiglio, posso affermare che ne conosco (anche solo indirettamente) al massimo una ventina. Certamente le liste per il Comune riguardano tutto il territorio comunale e non appena la città, e – per fortuna – coinvolgono anche persone che hanno eletto Rimini come luogo della loro residenza pur essendo nate e cresciute altrove, oltre che di fasce di età molto diverse dalla mia.
Ho sempre avuto la presunzione di conoscere abbastanza persone, ma il confronto con quelle liste mi fa pensare a due possibilità: o sono divenuto un estraneo nella mia città oppure la maggioranza delle persone che conosco io non sono persone che si presentano in una lista di candidati per il Consiglio comunale; nessuna di queste due prospettive mi consola.

Accoglienza e annuncio

Ho già scritto su questo tema, ma ci ritorno perché sento che è una questione che merita un approfondimento.
Mentre in un tempo non lontano l’annuncio del Vangelo richiedeva al/alla credente di partire per andare in altri paesi del mondo, nel nostro tempo, a causa dell’eccezionale movimento migratorio che vede migliaia di uomini, donne e bambini cercare rifugio in Europa, l’annuncio del Vangelo è strettamente legato alla disponibilità all’accoglienza di coloro che bussano alla nostra porta per domandare riparo da carestie, guerre, persecuzioni, condizioni di vita impossibili e disumane.

Per noi cristiani l’annuncio del Vangelo non è un processo di proselitismo o di colonizzazione; non è neppure il tentativo di convincere o imporre un modello di pensiero o di vita.
Per noi che abbiamo conosciuto l’esperienza del Regno di Dio e, come afferma la parabola (Mt 13,44-45), abbiamo trovato il tesoro nascosto nel campo per il quale vale la pena dare via ogni cosa, annunciare il Vangelo significa condividere ciò che abbiamo di più prezioso, ciò che abbiamo scoperto ci consente di essere uomini e donne che vivono la vita in pienezza, in libertà, in responsabilità, in fraternità … nonostante le fragilità che condividiamo con tutti gli esseri umani. Abbiamo scoperto che è vero quello che afferma il Concilio Vaticano II e che Giovanni Paolo II ripeteva continuamente: «Chiunque segue Gesù Cristo, uomo perfetto, diventa lui pure più uomo» (Gaudium et Spes 41).
Per noi accogliere non può significare soltanto condividere il cibo, la casa, le condizioni di salute o di libertà sociale e politica. Per noi cristiani, nel totale rispetto della liberà di ogni persona, accogliere significa anche condividere ciò che rappresenta la perla più preziosa della nostra vita, ciò che rende la nostra vita ancora più preziosa.

Annunciando il Vangelo noi non facciamo un torto a nessuno!
Tale annuncio privilegerà sempre la forma della testimonianza rispetto a quella dell’insegnamento, perché – come abbiamo imparato da tempo – “il mondo ascolta più volentieri i testimoni dei maestri” (Cfr. Paolo VI, Evangelii nuntiandi); ma non si sottrarrà alla responsabilità di rendere ragione della speranza e della fede che ci muove, perché la nostra testimonianza non si fonda su valori generici, ma sulla sequela di Colui che ci ha rivelato il vero volto dell’uomo e la sua altissima vocazione (Cfr. Gaudium et spes 22).

L’adesione personale a Cristo e al suo Vangelo, interpellerà la coscienza di ogni uomo e di ogni donna, la sua libertà, la sua responsabilità.
Tale adesione non è e non sarà mai la condizione previa per accogliere uomini e donne, bambine, bambini o giovani, che bussano alla porta delle nostre case e delle realtà educative (scuole associazioni, oratori, centri educativi) che rappresentano la comunità cristiana. Ma non sarebbe giusto, né rispettoso, censurarci sulla testimonianza della nostra fede in nome di una neutralità teorica che rende tutto astratto e asettico.

La nostra accoglienza, vissuta personalmente, nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità o associazioni, diviene la sfida più grande a mettere in atto gli auspici del documento sulla Fraternità Umana firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da papa Francesco e dal Grande Imam Ahamad al-Tayyib, una fraternità vissuta in nome di Dio, un Dio che per noi cristiani ha il volto concreto del Signore Gesù Cristo.
Sento questa difficile opportunità dell’accoglienza come una grande sfida su cui si gioca molto della nostra credibilità e della nostra missione di credenti in questo tempo, una missione che, come sempre è accaduto, deve fare i conti con opposizioni interne ed esterne alla comunità cristiana, e ci chiede di comprendere cosa significhi oggi “obbedire a Dio e non agli uomini” (Cfr. At 4,19).  

PS: ho scritto questo testo per motivare un mio intervento molto sintetico al Consiglio Generale 2021 dell’AGESCI, che ha provvidenzialmente approvato una mozione (05/2021) sull’accoglienza di ragazzi e ragazze di altre religioni nella nostra Associazione. Credo che non solo per i capi dell’AGESCI questa accoglienza rappresenti una sfida importante; per questo ho pensato di ampliare la mia riflessione anche al di fuori dell’Associazione.

Domande sull’Afghanistan

Il mondo intero si è ricordato dell’Afghanistan: tutti gli occhi del mondo, da quelli “rapaci” di Cina e Russia, a quelli un po’ ipocritamente contristati degli USA e dell’UE, sono puntanti su quel piccolo territorio, uno dei più poveri del pianeta, flagellato da quarant’anni di conflitti. Tutti noi in questi giorni leggiamo decine di articoli che ci raccontano la situazione disperata della gente a seguito della conquista della capitale e delle principali città del Paese da parte dei talebani.
Mentre l’Occidente si interroga su come gestire la frittata di cui almeno in parte è responsabile senza perdere troppo la faccia; mentre tutti sono preoccupati di difendersi dall’onere di sostenere un’eventuale ondata migratoria causata da un’evidente crisi umanitaria; mentre molti si domandano quale tipo di rapporto stabilire con il nuovo governo dell’Afghanistan; mentre molti si stracciano le vesti sul probabile destino dei più fragili (donne, bambini e giovani) in una situazione segnata dalla violenza e dall’intolleranza … io ho pensato di pormi tre domande semplici – forse anche un po’ ingenue – a cui non ho trovato risposta nella lettura dei vari testi che ho trovato in rete.

1. Chi ha armato i talebani?
Dopo venti anni di controllo del territorio da parte degli USA e della NATO, dopo venti anni in cui queste persone sono state ridotte in minoranza e – di fatto – esiliate in luoghi reconditi del loro stesso Paese o accolti in Pakistan, come hanno fatto nel giro di poco tempo a presentarsi armati fino ai denti? Da dove provengono i soldi che hanno permesso di acquistare una quantità così notevole di armi? E chi ha loro venduto queste armi? Chi aveva interesse che in Afghanistan si creasse questa situazione?

2. I talebani rappresentano la maggioranza in Afghanistan?
Abbiamo compreso da tempo che la realtà sociale dell’Afghanistan, come quella di altri paesi della medesima area, non si presenta unitaria, ma frammentata in diversi gruppi etnici e tribali. Se, come appare in questi giorni, ci sono moltissimi cittadini e cittadine molto preoccupati riguardo alla presa di potere dei talebani, perché non sono stati aiutati ad una mobilitazione popolare per respingere le truppe armate dei talebani? Perché l’esercito non è stato sostenuto dalla popolazione e si è dileguato o arreso? Perché non si è organizzata una resistenza popolare che manifestasse il volere della maggioranza dei cittadini? Si parla di una grande corruzione dei capi politici; si accusa il Presidente – fuggito negli Emirati Arabi – di aver trafugato milioni di dollari … ma dov’è l’Afghanistan reale alternativo ai talebani? Perché in questi venti anni, oltre che addestrare l’esercito e la polizia non si è lavorato per costruire una rete sociale di persone capaci di reagire ad una presa di potere violenta?

3. Perché in questi venti anni non si aiutato l’Afghanistan a valorizzare le materie prime che possiede nel suo sottosuolo?
Ho sentito oggi che la Cina ha già stipulato contratti per centinaia di milioni di euro per poter sfruttare le grandi risorse minerali presenti nelle miniere dell’Afghanistan: rame, litio, ferro, oro e pietre preziose. Sembra che la cosa fosse nota a tutti gli esperti.
Perché in questi venti anni, mentre si è cercato di aiutare quel Paese a costruire un sistema democratico, non lo si è aiutato a mettere in piedi le infrastrutture necessarie per valorizzare il patrimonio che possedeva? Perché non si è accompagnato il Paese verso un’autonomia economica?

Quando si avrà il coraggio di compiere una verifica seria su quanto è accaduto e sulle responsabilità di ognuno, credo che sia importante anche dare una risposta a queste domande, perché venti anni di impegno, migliaia di miliardi di dollari spesi, il sacrificio di centinaia di uomini e donne a cui è stato chiesto di impegnarsi in quello scenario fino a dare la vita … chiedono delle risposte a chi ha avuto la responsabilità di quanto è accaduto in questi anni.

Leggo questa mattina (20/08/2021) su Avvenire questo interessante articolo: Afghanistan. I patti di Doha e il giallo sul confine con l’Iran. Domande e dubbi

P.E.R.R.

l’occasione del percorso sinodale

Ci sono delle sigle che sono entrate nel linguaggio comune; alcuni acronimi fanno parte della nostra vita quotidiana. Ho pensato di crearne un altro: PERR, Piano ecclesiale di ripresa e resilienza, un percorso che aiuti le nostre comunità ecclesiali.
Conosciamo ormai tutti il PNRR che fa da sfondo ad alcune scelte di riforma proposte o messe in atto dal governo per ottenere lo stanziamento dei fondi previsti dalla UE per sostenere la ripresa delle varie nazioni dopo la crisi economica del 2008 e a seguito degli effetti devastanti della pandemia. Ciò che mi colpisce, in questo processo che è stato posto in atto, è che, a differenza di altri interventi, questo prevede ed esige alcune riforme strutturali su elementi giudicati non più adeguati e, per questo, ostacolo alla ripresa e alla rinascita (Cfr. la discussione sulla Giustizia e lo svolgimento dei processi).

Mi sono domandato se, proprio a seguito di quanto emerso dalla pandemia (emerso, non causato), non fosse opportuno anche per le comunità cristiane un PERR, che non si limiti ad interventi tampone o di lifting, ma che prenda sul serio le riforme strutturali di cui la vita ecclesiale ha molto bisogno (lo diciamo da anni).
In questa prospettiva ritengo che il cammino sinodale, che le nostre comunità intraprenderanno dal prossimo ottobre, rappresenti una grande opportunità per dare alla vita ecclesiale quella svolta di cui ha bisogno.

Non sono assolutamente in grado di indicare in modo esaustivo il percorso, ma mi sento di condividere alcune attenzioni riguardanti il metodo di lavoro, che nei luoghi opportuni andrà definito.

1. Ripresa e resilienza. Mentre il primo termine in questi anni siamo abituati a sentirlo collegato a tematiche economiche, il secondo, pur abusato, ha a che fare con il contesto di cura e accompagnamento delle persone che hanno vissuto situazioni drammatiche. Di resilienza ne abbiamo davvero bisogno anche noi a fronte di una situazione inedita e, per molti, inattesa: lo svuotamento delle nostre chiese, la fatica a ripartire, l’indebitamento economico, la carenza di operatori pastorali, la scarsa considerazione delle nostre opinioni nel dibattito politico e sociale, la prevalenza di un giudizio malizioso verso le persone che compongono la Chiesa e che collaborano nelle sue strutture pastorali … insomma una situazione che ci provoca e che ci ha lasciati tramortiti.
Sulla ripresa occorre intendersi: abbiamo udito che il tempo che abbiamo vissuto negli ultimi diciotto mesi non è stato una parentesi (Derio Olivero), che viviamo un cambiamento d’epoca segnato dalla fine della cristianità (papa Francesco) … ma cosa c’è nel nostro cuore? in che modo pensiamo ad una ripresa? Non sarà tempo sprecato fermarsi e confrontarsi su questo aspetto.

2. Non perdiamoci nelle analisi. Abbiamo a disposizione testi ecclesiali autorevoli (non solo il magistero del Papa e dei vescovi) che da almeno 20 anni ci hanno indicato con chiarezza quali siano i punti nodali per la conversione pastorale e missionaria della nostra Chiesa. Basterebbe andare a riprendere quei testi per avere chiari gli obiettivi. Non sprechiamo tempo nelle analisi e nelle indagini: partiamo da ciò che è già stato detto, da ciò che i nostri vescovi avevano già indicato come necessario a partire dai piani pastorali di questo nuovo millennio.

3. Piccoli passi e grandi orizzonti. Questa frase, che ho sentito moltissime volte sulle labbra di mons. Francesco Lambiasi, rappresenta un’indicazione di metodo importantissima. Mentre è davvero importante avere presente il grande orizzonte del nostro vivere e agire ecclesiale, è altrettanto importante procedere con piccoli, ma decisi passi nella direzione che abbiamo riconosciuto come valida. Se rimaniamo a contemplare l’orizzonte, sognando di abitarlo, ma non facciamo alcun passo concreto nella direzione riconosciuta come buona, crescerà in noi la frustrazione di chi comincia a considerare la mèta irraggiungibile. Il percorso sarà lungo e difficile; probabilmente molti di noi non vedranno la mèta, perché sarà dato “ai nostri figli o ai nostri nipoti” di raggiungerla; ma potranno farlo se noi oggi iniziamo a camminare nella giusta direzione.

4. Assumere la povertà e la fragilità. Siamo una Chiesa fragile e impoverita (non ancora povera evangelicamente); questa condizione ci scandalizza perché ancora prevale in noi la nostalgia di ciò che è stato. Tale condizione, invece, se assunta, dovrebbe aiutarci a comprendere che è importante abbandonare un’idea di Chiesa che ormai non corrisponde più alla realtà dei fatti e andare a cercare ciò che del nostro vivere ecclesiale rappresenta l’essenziale, quel tesoro che, “né tignola, né ruggine, né ladri ci possono sottrarre” (Cfr. Mt 6,20). Ricordiamo le parole di Pietro di fronte al paralitico che gli stendeva la mano: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!” (At 3,6). Abbiamo noi quello che aveva Pietro, pur consapevole della sua grande povertà?

5. Abbandonare il clerico-centrismo e partire dal soggetto delle comunità cristiane. Non credo che sia giusto definirci una chiesa clericale, ma ancora clerico-centrica. Molte delle scelte che, in Diocesi, hanno caratterizzato la riflessione degli ultimi dieci anni hanno patito del condizionamento (per lo più inconsapevolmente) del clerico-centrismo. Basti pensare a tutto il processo sulla Zone e Unità pastorali, ipotizzato come scelta missionaria per una maggiore capillarità dell’azione ecclesiale e ridotto a quello che non voleva essere (è una mia modesta opinione): un’aggregazione di parrocchie sotto la responsabilità di uno o più preti. Quanto è accaduto in questo processo è illuminante: nelle dichiarazioni e nei propositi erano stati espressi chiaramente degli orientamenti che, poi, sono stati smarriti nell’attuazione del piano. Lo stesso di potrebbe dire per altri “cantieri” avviati in questi ultimi quindici anni nella nostra Diocesi. Se non comprendiamo perché questo è accaduto, ogni percorso rischia di fare la stessa fine. Un percorso sinodale che comincia, credo debba tenere presente questa possibile deriva.

6. Poche priorità, ma incisive. Se devo pensare ad un percorso efficace, lo penso con poche (2 o 3) priorità capaci però di incidere fortemente sul vissuto delle comunità e di caratterizzarlo. Chiara Giaccardi, nel suo intervento proposto a giugno 2021 al presbiterio di Rimini, indicava due piste che mi sento di condividere: l’attenzione prioritaria ai poveri e agli esclusi e il ricupero della dimensione spirituale della vita ecclesiale. Dentro la dimensione spirituale sottolineerei l’esigenza di insegnare il metodo del discernimento a fronte di quanto accade nella vita personale e comunitaria. Queste poche ma essenziali priorità scelte insieme, sarebbero da richiedere e verificare in ogni comunità cristiana.

7. La pista delle Beatitudini e la Gaudete et exultate. Il Papa in persona ha indicato l’esortazione Evangelii gaudium come punto di riferimento principale per il cammino sinodale, così come aveva già detto al Convegno di Firenze del 2015. Mi sembra che, accanto al testo fondamentale del suo pontificato, potrebbe essere molto utile l’ esortazione apostolica Gaudete et exultate come traccia per comprendere le priorità della vita cristiana in questo tempo. Il cammino sinodale, infatti, non è solo e prima di tutto un percorso di riforma delle strutture della Chiesa in vista di una sua azione più efficace, ma è anche un cammino di conversione dei singoli credenti, perché possano comprendere meglio quali siano le pro-vocazioni che il Signore ci pone innanzi in questo tempo della storia. In quel testo il Papa riconsegna alla Chiesa la pagina delle Beatitudini come pista per vivere l’essenziale della vita cristiana anche in questo tempo della storia.

8. Incentivi. La motivazione principale che ha messo in movimento gli stati della UE per attuare le riforme necessarie alla ripartenza, viene da un enorme stanziamento economico erogato dalla UE e condizionato al raggiungimento degli obiettivi dichiarati.
E’ evidente che questa motivazione non ci può essere per il nostro PERR, ma una motivazione è sempre importante e non si potrà risolvere tutto in un appello morale. Sarà decisivo individuare quali saranno i benefici ottenibili a breve, medio e lungo termine, benefici che dovranno essere concreti e tangibili.
A me, per esempio, starebbe a cuore ricuperare una maggiore credibilità ecclesiale nel dialogo sociale e politico, non in vista dell’ottenimento di privilegi, ma totalmente gratuita e semplicemente coerente rispetto a ciò che proclamiamo come importante ed essenziale. Un altro incentivo concreto potrebbe essere quello di una maggiore fecondità vocazionale, di un aggancio rinnovato al mondo giovanile che riscopre il valore del Vangelo sul volto di testimoni adulti che lo vivono con semplicità. Altri, forse, potranno aiutarci a ritrovare anche altre motivazioni concrete che rappresentino il frutto del nostro impegno di conversione e di rinnovamento.

Attendo con gioia questo cammino sinodale perché lo vedo come una bella opportunità per me e per la Chiesa tutta, in particolare per la mia Diocesi.

Brutalità

Mentre il dibattito pubblico di questi giorni estivi si consuma intorno ad inutili discussioni sul “Green pass“, mi sconvolgono le notizie che provengono dall’Afghanistan, paese tormentato da più di quaranta anni di guerra e teatro di imponenti operazioni internazionali negli ultimi venti anni.
Come è noto, in questa primavera gli USA hanno ritirato le loro forze sul campo (presenti dalla fine del 2001, dopo l’attentato a di New York) e con loro tutti gli altri contingenti presenti, riconsegnando la gestione del territorio e dell’ordine pubblico all’esercito e alla polizia afgana.

Nell’arco di poche settimane, ci riportano i giornali, le forze armate dei gruppi talebani stanno prendendo il possesso del territorio afgano mettendo in atto una brutalità sconcertante, di fronte alla quale le popolazioni civili fuggono e le forze armate capitolano. Questa brutalità mi interroga molto e mi propone delle riflessioni che trascendono le questioni di cronaca e le valutazioni politiche che vedo riportate sui giornali.

A partire da ciò che abbiamo visto durante la guerra dei Balcani o l’eccidio del Rwanda (solo per fare due esempi molto celebri), penso che la brutalità non sia una normale espressione della violenza; anche nelle guerre (teatri di violenza giustificata) essa è l’espressione di una rabbia repressa – o alimentata – che viene indirizzata su persone alle quali viene negata ogni dignità e che vengono viste ostacolo da abbattere perché causa di una ingiustizia (vera o percepita come tale). Con grande semplicità (semplificazione?) si attribuisce questa rabbia dei talebani, e la conseguente brutalità, ad un processo di indottrinamento ideologico rispetto al quale – nel pensiero comune – si ritiene che non ci sia nulla da poter fare.
Ma è proprio così? Chi ha ascoltato seriamente questa rabbia? Chi, in questi venti anni di “occupazione” militare occidentale, ha messo in atto dei progetti di dialogo con i talebani per cercare di comprendere quale fosse il loro “desiderio” o rispetto a cosa si sentivano ingiustamente trattati?

Abbiamo finanziato per venti anni progetti di presenza dell’esercito per tutelare la popolazione, per formare le forze armate e i corpi di polizia, per portare avanti alcuni progetti umanitari a favore della popolazione (scuole, ospedali, ecc.). Ma accanto alla presenza di uomini e donne armati (necessari in quel contesto così conflittuale), sono stati inviati mediatori di pace che favorissero la ricostruzione di un tessuto sociale e politico in vista di un futuro basato sul dialogo e sul confronto? Io, sinceramente, non lo so, ma i fatti di questi giorni sembrano dire che, su questo piano, le varie missioni internazionali abbiano fallito.

Mi sembra di capire che, per lungo tempo, quegli uomini che definiamo “talebani” (da talibe = discepolo) siano stati relegati ad una vita di clandestinità o rinchiusi in riserve nelle quali si è alimentata una rabbia e una violenza che oggi si manifesta in una brutalità sconcertante. Alla loro violenza si è cercato di opporre una violenza esponenzialmente più grande, mostrando i muscoli delle varie super potenze occidentali, illudendosi che avrebbero imparato la lezione di chi sia il più forte, rinunciando alle loro pretese velleitarie.
Di quegli uomini, in questi anni, si è parlato per lo più con disprezzo, identificandoli con un’ideologia religiosa radicale rinnegata anche dall’Islam, negando anche a loro la dignità di persone. Non voglio affatto negare che essi siano stati responsabili di cose tremende e ingiustificabili, che abbiano commesso crimini terribili e osceni verso persone innocenti … ma la domanda rimane: la forza, la violenza e l’oppressione erano l’unica risposta che potevamo dare rispetto alla loro brutalità?
Accade sempre, anche nel nostro mondo: quando una persona è considerata da tutti “una bestia”, per essere guardata e ascoltata dagli altri, per essere riconosciuta nel suo esistere al mondo, non le resterà che comportarsi come tale, a meno che non ci sia qualcuno che comincia a guardarla ed ascoltarla in modo diverso.

Due piste di riflessione a latere sulla brutalità.

Walter Reder, comandante SS e responsabile di alcune delle stragi di Monte Sole e Marzabotto (settembre – ottobre 1944)

In questi giorni, per prepararmi alla prossima beatificazione di don Giovanni Fornasini (Bologna, 26 settembre 2021), sto leggendo il bellissimo libro di don Angelo Baldassarri (Risalire a Monte Sole. Memorie e prospettive ecclesiali, ed. Zikkaron) che, raccontando come la Chiesa di Bologna ha ricuperato e riletto nel tempo i tragici fatti dell’eccidio di Monte Sole e Marzabotto, ci presenta la relazione costruita con Walter Reder, comandante delle SS e responsabile di molti omicidi commessi con brutalità nel settembre-ottobre 1944, tra i quali anche quello di don Giovanni Fornasini. Walter Reder, durante il tempo del carcere, ha vissuto un percorso di conversione e di riconciliazione che gli ha consentito di ottenere il perdono di alcuni tra i famigliari delle vittime delle stragi. Tale percorso – probabilmente – non è stato un processo spontaneo, ma il frutto misterioso di un lavoro di ascolto e accompagnamento che qualcuno ha deciso di compiere verso una persona che si era comportata in modo brutale nei confronti di persone innocenti. La Chiesa di Bologna, fedele alla parola del Vangelo, ha lottato, anche tra molti contrasti interni ed esterni, perché tale processo di perdono e riconciliazione giungesse al suo compimento.

Il lupo di Gubbio e san Francesco

Mentre ragionavo su queste cose, mi è tornato alla mente il famosissimo racconto di san Francesco e del “Lupo di Gubbio“.
Tutte le strategie della città, volte per lo più a cercare di uccidere il lupo per neutralizzare la minaccia che quell’animale feroce rappresentava, erano risultate inutili; Francesco si reca dal lupo e – prima di tutto – lo chiama “frate lupo”, lo richiama per le violenze operate, ma riconosce anche la sua fame e il suo bisogno di nutrirsi; in nome di Cristo stabilisce una patto tra il lupo e gli abitanti di Gubbio perché cessino le violenze e al lupo venga riconosciuto il suo diritto.
Questa storia – riportata dai “Fioretti di san Francesco” – possiede degli elementi molto istruttivi per far fronte alla brutalità; Francesco afferma che essa non è naturale, non appartiene alla natura del lupo, ma è la reazione ad una rabbia profonda generata da un senso di ingiustizia.
Se non si ascolta la rabbia e non si sana il senso di ingiustizia sarà molto complicato far fronte a quella brutalità, anche rispondendo con una violenza giustificata.

Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,21)

QUESTI DURI MURI D’EUROPA CHE NON SCANDALIZZANO PIÙ

Retorica buona e scelte cattive,
al confine greco come verso la Libia

Riporto questo articolo di M. Ambrosini apparso su Avvenire di oggi perché mi sembra un richiamo molto opportuno contro la realpolitik del nostro governo e di tutta la UE

MAURIZIO AMBROSINI (tratto da Avvenire del 17 luglio 2021)

Spiace dirlo: il Governo italiano e il Parlamento hanno perso un’occasione per voltare davvero pagina sulla sciagurata collaborazione con le autorità libiche nella gestione degli arrivi dal mare di profughi e migranti. L’auspicato passaggio di consegne alla Ue con l’operazione Irini-Eunavfor Med, o l’evocazione di una risoluzione dell’Onu, o le promesse di discutere prossimamente dello smantellamento dei campi di detenzione in Libia non cambiano l’approccio di fondo. Oggi si continua a foraggiare la delega ai libici del lavoro sporco di blocco dei transiti delle persone in fuga, domani si discuterà (forse) della tutela dei loro diritti nell’instabile ex-colonia italiana: un tema peraltro su cui la maggioranza governativa è tutt’altro che unanime.

Né c’è da aspettarsi molto dall’eventuale passaggio di responsabilità alla Ue. L’operazione Irini, infatti, non ha per oggetto il salvataggio di chi rischia la vita attraversando il mare, ma la retorica della lotta al traffico di armi e di esseri umani attraverso il Mediterraneo: è una missione di rafforzamento delle frontiere, non di protezione dei diritti umani. La posizione della Ue in materia di confini e diritti umani, del resto, è resa plasticamente evidente dalle notizie che giungono da un altro punto critico delle frontiere europee: il fiume Evros, che divide Turchia e Grecia. Lì è stata appena completata una recinzione metallica lunga 40 chilometri e alta cinque metri per impedire gli attraversamenti dei profughi, provenienti in larga parte dai conflitti mediorientali e afghani. Radar, telecamere e a quanto sembra anche cannoni sonori vengono impiegati dalle autorità greche per scovare e respingere

chi cerca di attraversare il confine. Nonostante qualche occasionale distinguo sui mezzi utilizzati, la Ue da anni appoggia la Grecia nelle più dure misure di contrasto degli ingressi ‘non autorizzati’, come sono quasi sempre quelli dei rifugiati. Buona parte dell’opinione pubblica europea e italiana si è indignata per l’aggressivo rilancio di Trump del muro ai confini tra Usa e Messico, ma non si è lasciata commuovere da un muro analogo che ci riguarda più da vicino. Né i mass-media se ne sono granché occupati. La solidarietà verso chi cerca asilo è più intensa quando altri sono chiamati ad accoglierli, mentre i muri fanno più ribrezzo quando sono lontani di quando ci riguardano da vicino. L’idea sottostante della necessità di scongiurare flussi, come si dice, incontrollati, è ancora una volta sconfessata dai dati. Lasciando da parte il banale dettaglio per cui chi fugge da una guerra, in Siria o in Afghanistan, non ha molte possibilità di ottenere un visto e di viaggiare con mezzi legali, secondo Eurostat nel 2020 le persone respinte ai confini di un paese della Ue sono state 137.800, contro 670.800 nel 2019: più di un quarto in Ungheria (36.500), un quinto in Polonia (28.100), seguite da Croazia e Romania. Non si vede nessun assalto alle frontiere, ma solo una crescente ostilità verso migranti e rifugiati, inalberata da alcuni governi nazionali come un simbolo di sovranità nazionale a fini di consenso interno. È triste constatare che la Ue di fatto segua questo modello, sebbene con toni felpati e retoricamente ineccepibili, rafforzando una politica di esternalizzazione delle frontiere e di contrasto degli ingressi ammantato da lotta al traffico di esseri umani. Ancora più triste che l’Italia, sul fronte libico, si confermi portabandiera di questa stessa strategia.

Il valore missionario del canto

C’è una frase pronunciata dal vescovo Francesco Lambiasi durante la tre giorni dei preti che continua a frullarmi nella testa e che ha aperto una serie di riflessioni: “i canti nella messa valgono più dell’omelia!“. Istintivamente ho aderito immediatamente a questa affermazione, ma ho avuto bisogno di tempo per rifletterci per darle valore.

Prima di tutto dobbiamo serenamente e drammaticamente ammettere che nella coscienza delle nostre comunità non è affatto così: se non è difficile sentire lamentele sull’omelia (troppo lunga, troppo ripetitiva, troppo banale, troppo politica, …), non ho mai sentito lamentele della gente sui canti: eppure di motivi ce ne sarebbero molti!
Non è difficile partecipare a celebrazioni in cui il canto è totalmente assente, oppure fatto in maniera improvvisata, con stonature evidenti ed imbarazzanti, con parole inventate come se si stesse cantando da soli sotto la doccia, o totalmente banalizzato con canti che non c’entrano nulla con la celebrazione… Non serve dilungarsi negli esempi negativi perché ognuno ha avuto i suoi traumi; ma nessuno lo ritiene un problema serio.

Passiamo agli esempi positivi. Li propongo in modo disordinato e senza una logica e una priorità.

Nella seconda metà degli anni ’80 e nella prima metà degli anni ’90 il Seminario di Rimini è stati punto di riferimento per molti giovani della Diocesi che partecipavano alla messa settimanale perché, su impulso di don Pier Giorgio e grazie alla presenza di seminaristi talentuosi, l’animazione canora della liturgia era veramente molto bella: non credo che quei giovani venissero per l’omelia proposta dai presbiteri, quanto per lo stile della celebrazione, di cui il canto era una parte fondamentale. Quel modo di vivere la liturgia era divenuto contagioso.

Da diversi anni il Punto Giovane di Riccione e altre realtà ispirate da quell’esperienza ecclesiale, nata nel 1998 come missionaria tra i giovani, organizzano una “Messa Rock”, dove al centro della proposta di celebrazione, come è evidente dal nome, c’è il canto e la musica. L’espressione può non piacere, ma è una fatto che l’esperienza celebrativa piaccia ai giovani e attragga molti che sono per lo più estranei alla celebrazione domenicale.

Qualche anno fa con due amici preti abbiamo partecipato ad una celebrazione nella grande basilica di Mont Saint Michel in Francia, animata dalla Fraternità Monastica di Gerusalemme: una celebrazione bellissima, curata e coinvolgente. Mi ha colpito osservare come diversi turisti (anche giapponesi e quindi estranei all’esperienza cristiana) si siano fermati alla celebrazione anche non comprendendo il francese, ma essendo attratti dalla bellezza straordinaria dei canti che venivano proposti.

Tutti coloro che sono stati a Taizé o hanno sentito parlare di questa esperienza si portano nel cuore i canti semplici e coinvolgenti che lì vengono usati nelle celebrazioni o nei momenti di preghiera, capaci di coinvolgere e far pregare insieme persone – per lo più giovani – provenienti da decine di paesi diversi. Pochissimi conoscono gli scritti di Roger Schutz – fondatore di Taizé -, ma moltissimi nel mondo conoscono i canti di quella comunità, che vede ogni anno decine di migliaia di giovani venire dalle più diverse parti del mondo.

Ambrogio di Milano, che pure di omelie e di catechesi ce ne ha lasciate un bel po’, mentre con la sua gente si trovava nella Cattedrale di Milano, assediata dagli Ariani, non pronunciò l’ennesima omelia, ma decise di comporre degli inni che sono stati tramandati fino ai nostri giorni, attraverso i quali sostenere i suoi fedeli nella professione della vera fede.

In una realtà ecclesiale come il Rinnovamento nello Spirito, molto diffusa anche in Italia, capace di coinvolgere in una rinascita della fede molte persone, anche le più semplici, mentre si dà ampio spazio ad insegnamenti e catechesi, viene curato molto il canto, con uno stile che riesce ad essere riproposto anche nei gruppi più piccoli e diventare espressione della fede e della preghiera di un popolo.

Chi visita la città di New York, tra le diverse proposte disponibili, si trova quella di partecipare (pagando) ad una celebrazione di preghiera della Chiesa Battista nel quartiere del Bronx, che prevede l’animazione di un coro Gospel (il motivo per cui si paga); molti vogliono vivere questa esperienza, anche chi non conosce bene l’inglese o chi è estraneo al percorso della fede, tanto che per partecipare è necessario prenotarsi.

Potrei continuare con gli esempi positivi, ma, dopo l’intervento del Vescovo, sono sempre più convinto che uno dei passaggi essenziali per la rinascita delle nostre comunità dopo il tempo del Covid, passi attraverso una maggiore dignità data alla celebrazione domenicale, e uno degli elementi necessari per ridare dignità alle nostre celebrazioni è quello di sostenerle con un’animazione canora competente, coinvolgente e curata.
Se non sarà possibile farlo sempre e dovunque fin nelle più piccole comunità, proviamo a farlo almeno in alcune realtà più significative, perché chi è alla ricerca di un’esperienza celebrativa significativa possa trovare quello che desidera almeno in alcuni centri più importanti del territorio diocesano.
Molti hanno abbandonato la liturgia domenicale e non sentono grande attrazione nel ritornare ad una realtà che riconoscono oggettivamente importante, ma esistenzialmente poco significativa e poco coinvolgente; essi potranno essere aiutati da uno stile rinnovato delle nostre celebrazioni, preoccupato non solo di curare i contenuti da comunicare nell’omelia (alla quale occorre continuare a dare grande valore), ma anche nel canto e nei gesti che riacquistano il loro pieno significato.

Credo che questo impegno, insieme all’impegno caritativo e alla testimonianza di accoglienza di tutti coloro che sono scartati, abbia un grande significato missionario e divenga capace di attrarre al Signore le persone che sono alla ricerca di un contesto in cui vivere una esperienza significativa della fede, capace di valorizzare anche le emozioni e non solo di comunicare contenuti.

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

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