Corpo

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Corpo. Nel cristianesimo al centro c’è il corpo.
Il Figlio di Dio si è fatto carne, ha preso un corpo per rivelarsi, per incontrarci, per donarsi. E’ morto ed è risorto con il suo corpo, quello che più volte i discepoli hanno voluto toccare per confermare la verità della risurrezione.
Mi rendo conto che, nonostante più di duemila anni di cristianesimo, questa cosa non sia affatto scontata. Non lo è per me; non lo è per molti.

Il corpo non è solo l’idealizzazione scolpita nelle statue dei grandi artisti dell’epoca classica, né quella rappresentata dalle immagini della pubblicità che suscita in noi desiderio di emulazione. Il corpo – per noi – è anche limite e scandalo.
E’ limite perché molto più del pensiero e dello spirito ci vincola ad un qui ed ora. E’ limite perché fisiologicamente segnato dalla fragilità. E’ limite perché ci riporta inesorabilmente a delle necessità a cui dobbiamo provvedere, nonostante tutte le nostre presunzioni di onnipotenza. In quanto limite, il corpo diviene causa e motivo di scandalo o semplicemente di imbarazzo e per questo motivo, sempre più spesso, viene negato.
Sentiamo di essere più del nostro corpo; ma siamo anche e soprattutto il nostro corpo.
Nonostante tutto questo, o forse proprio per salvarci da questo limite, il Signore ha assunto un corpo ed ha messo questo corpo al centro della rivelazione del volto di Dio.

Corpo. Nel giovedì santo al centro c’è il corpo.
La benedizione degli olii nella messa crismale del mattino mette l’attenzione sul corpo. Un corpo da curare (olio degli infermi), un corpo da rafforzare e abilitare alla lotta (olio dei catecumeni), un corpo da inabitare con la presenza dello Spirito (olio del crisma).
Anche nella liturgia vespertina dell’ultima cena il protagonista della liturgia è il corpo: un corpo accudito e curato da Gesù nel gesto della lavanda dei piedi; un corpo dato da Gesù nel segno del pane spezzato dell’eucaristia.

A questi due gesti sono legati due dei mandati più importanti che Gesù ha lasciato ai suoi discepoli: come ho fatto io, fate anche voi: da questo sapranno che siete miei discepoli; fate questo in memoria di me. Gesù oggi ci lascia il suo testamento e questo testamento ha molto a che fare con il corpo (non solo il suo, ma anche il nostro).
Ci chiede di prenderci cura dei fratelli e delle sorelle che ci pone accanto, chinandoci per lavare i loro piedi, facendolo noi, senza delegare altri. Ci chiede di donare noi stessi, non solo i nostri affetti, i nostri pensieri, le nostre intenzioni, ma, come ha fatto lui, di donare il nostro corpo. Il “fate questo in memoria di me“, non si riduce all’invito a rinnovare i gesti rituali della liturgia, ma richiede che ognuno di noi divenga un corpo, una vita donata, per rendere vivo e presente il dono che lui ha compiuto sulla croce.
Non ci sono parole più belle di quelle che san Paolo ha scritto ai Romani: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. (Rom 12,1)

Solo il contatto con il corpo vivente del Cristo e con quello dei fratelli e delle sorelle che la provvidenza di Dio ci fa incontrare, ci consente di rimanere nella verità della nostra fede. Se perdiamo questa dimensione del corpo rendiamo il cristianesimo evanescente, lo riduciamo ad una bella idea e ad un’etica, ma non è quello che il Signore ci ha lasciato e non è quello che celebriamo nella Pasqua.

Ciò che rimane

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Mentre usciva dal tempio, uno dei suoi discepoli gli disse: «Maestro, guarda che pietre e che costruzioni!». Gesù gli rispose: «Vedi queste grandi costruzioni? Non sarà lasciata qui pietra su pietra che non venga distrutta». (Mc 13,1-2)
Ieri sera, guardando le immagini dell’incendio della cattedrale di Notre-Dame di Parigi, mi è tornato alla mente questo brano di Vangelo.
Certamente questo incendio è una grande tragedia per la Chiesa di Parigi, per la Francia e per tutta l’Europa. Il valore di quell’edificio sia sul piano artistico, culturale, simbolico che sul piano ecclesiale è enorme. Ciononostante, proprio in questi giorni di Pasqua, anche di fronte a un fatto come questo, siamo richiamati a riflettere su ciò che è essenziale e su ciò che alla fine rimane della nostra fede e della nostra storia.
Mentre giustamente ci affliggiamo per l’incendio della cattedrale di Parigi, dobbiamo molto di più preoccuparci per la situazione della comunità cristiana che dovrebbe abitare quelle chiese senza ridurle ad un museo o ad un monumento del tempo passato.

Una delle frasi più scandalose dette da Gesù, che secondo il vangelo di Matteo (Cfr 26,59-62) hanno rappresentato il pretesto della sua condanna di fronte al Sinedrio, riguarda proprio la distruzione del tempio: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù. (Gv 2,19-21).
Non mi sembra un caso che Gesù abbiamo voluto usare questo simbolo per parlare della sua risurrezione e della sua Pasqua. Gesù sapeva di toccare profondamente la sensibilità dei Giudei, molto affezionati al Tempio, segno dell’unità e della gloria di Israele, testimonianza della presenza di Dio in mezzo al suo popolo.
Ma Dio non abita un tempio costruito dagli uomini. Salomone stesso, costruttore del primo e ineguagliato Tempio di Gerusalemme, proprio nel giorno della dedicazione ha pronunciato questa bellissima professione di fede: Ma è proprio vero che Dio abita sulla terra? Ecco, i cieli e i cieli dei cieli non possono contenerti, tanto meno questa casa che io ho costruito! (1Re 8,27).
Anche il profeta Ezechiele, testimone della distruzione della città di Gerusalemme e del Tempio ad opera dei Babilonesi, contempla la gloria del Signore che abbandona il Tempio e si trasferisce là dov’è il suo popolo, in Caldea, tra i deportati. Sarà per mezzo della parola del profeta che la gloria del Signore si manifesterà in mezzo al suo popolo dopo che il Tempio è stato distrutto.

La Chiesa che nasce dalla Pasqua, testimoniata dagli Atti degli apostoli, quella che rappresenta ancora un modello a cui ogni comunità cristiana si deve riferire, per molti decenni vivrà senza avere luoghi dedicati al culto; ma era una comunità viva, una comunità di credenti impegnati nella missione e pronti a dare la vita nelle persecuzioni. Una Chiesa viva e senza chiese, ma capace di edificare, di testimoniare e di affascinare con una vita evangelica vissuta.
Ciò che è essenziale della nostra fede, ciò che dovrebbe rimanere e che dovremmo salvaguardare, è soprattutto la testimonianza dei cristiani che formano la Chiesa delle pietre vive, quella di cui le grandi cattedrali sono la testimonianza scolpita sulla pietra.

E’ giusto dispiacersi e provare commozione e dolore per quanto è accaduto ieri sera a Parigi, ma se ci fermassimo lì non avremmo compreso l’essenziale. Questa circostanza rappresenta per tutti noi, in qualsiasi parte del mondo, un monito e un richiamo a curare ciò che è essenziale.

Preghiamo per la Chiesa di Parigi che sperimenta questa ferita dolorosa. Preghiamo perché possa riavere presto la sua Cattedrale. Ma preghiamo soprattutto perché l’impegno che tanti, credenti e non credenti, metteranno in atto per la ricostruzione  di quel luogo importante, possa rappresentare l’occasione per ricostruire e rinforzare una comunità cristiana che, molto di più di un monumento, possa essere il segno di una presenza viva di Dio in quella grande e bellissima città.

Diventare la Parola

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Alzi la mano chi sa qualcosa del Sud Sudan. Alzi la mano chi sa dove si trova, quali siano gli stati con cui confina… alzi la mano chi conosce la sanguinosa guerra che da molti anni ha causato migliaia di vittime e milioni di profughi. Alzai la mano chi sa che è un paese africano a maggioranza cristiana…
Nessuno di noi sa nulla di tutto questo, ma negli ultimi giorni un video ha spopolato sul web: esso riprendeva papa Francesco che, al termine di due giorni di ritiro spirituale vissuti a Roma, si inginocchiava di fronte ai membri del prossimo governo del Sud Sudan e baciava i loro piedi, implorandoli di essere uomini di pace per il loro Paese.
Molti commenti sono circolati su questo gesto; molti hanno sottolineato l’anticipazione del giovedì santo, quando nella liturgia si compie il gesto evangelico della lavanda dei piedi. (Leggi il bellissimo editoriale di Rosanna Virgili su Avvenire di domenica 14 aprile).
Il gesto di papa Francesco ci ricorda – proprio in questi giorni della settimana santa – che se il Vangelo non si concretizza nella nostra vita, se i nostri gesti non escono dal rito liturgico, noi non abbiamo molto da dire al mondo.
Il gesto di papa Francesco è stato improvvisato e totalmente gratuito: aveva già detto quello che doveva dire con passione e forza; ma ha voluto mettere la sua firma a quelle parole e lo ha fatto con quel gesto unico, scandaloso ed eloquente che Gesù ha consegnato ai suoi discepoli, un gesto che ha commosso e interrogato. Guardando il video, colpisce sentire l’affanno di questo uomo anziano che si china e si rialza aiutato da chi gli sta intorno, ma non rinuncia a compiere quel gesto che è la concretizzazione più chiara del Vangelo che aveva annunciato.
E a noi, cosa impedisce di diventare la Parola che annunciamo e celebriamo?

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Ma Dio è uno solo!?!

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Viviamo tempi straordinari e difficilmente prevedibili fino a pochi anni fa’!
I gesti di avvicinamento tra Chiesa e Islam sono davvero un segno bello, che ci consente di pensare che qualcosa di nuovo sta accadendo sotto i nostri occhi, una novità che non è il frutto di strategie o di marchingegni, ma del lavoro dello Spirito che opera nel cuore e nella coscienza delle persone e le spinge sulla via della fraternità, della pace e del bene.

Proprio mentre – negli ultimi trent’anni – siamo stati testimoni di tanto male e di tanta violenza messa in atto in nome della fede e di Dio, proprio questi atti assurdi e blasfemi hanno portato uomini e donne sinceramente religiosi a prendere le distanze da una così grave strumentalizzazione di Dio, e ad avvicinarsi tra loro per testimoniare che nessuno può uccidere in nome di Dio, e che molto differente è il nome e il volto di Dio, da quello che i terroristi di ogni specie vogliono affermare con la loro violenza.
Se qualcosa si può compiere davvero in nome di Dio e ispirati da una fede sincera, è percorrere la via della fraternità – fatta di solidarietà e di accoglienza reciproca – e della pace.

In questo anno, che ricorda l’ottavo centenario dell’incontro tra san Francesco d’Assisi e il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil, gli appuntamenti vissuti da papa Francesco ad Abu Dhabi e in Marocco hanno segnato dei passi in avanti notevolissimi verso questa accoglienza fraterna.

Passando dalla prospettiva globale a ciò che viviamo nel nostro piccolo, possiamo riconoscere che la presenza di due famiglie siriane di tradizione sunnita a Santarcangelo e a san Vito, ci ha portato ad entrare in contatto quotidiano con chi vive un’esperienza religiosa diversa dalla nostra; a cercare di capire, a guardare con affetto e rispetto chi abbiamo voluto accogliere come fratelli e sorelle.
La presenza di Sheikh Abdo, della sua famiglia e della famiglia di sua sorella, per tutta una serie di motivi anche pratici, ci ha portato ad incontrare frequentemente altre persone che vivevano da tempo nel nostro territorio (per lo più di origine marocchina), ma rispetto alle quali avevamo sempre tenuto una certa distanza; anche alcune di queste persone, che avevano sempre sentito la comunità parrocchiale come estranea (o al massimo coincidente con la Caritas), hanno scoperto un volto diverso delle nostre due parrocchie: gli incontri frequenti ci portano ora a riconoscerci e a salutarci con calore e amicizia, scambiando informazioni e trovandoci uniti su diverse iniziative. E’ una grande grazia e una provvidenza che accogliamo con gioia.

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C’è però una questione importante che non abbiamo avuto il coraggio o l’occasione di affrontare: non abbiamo ancora parlato di Dio; non abbiamo ancora condiviso ciò che ci rende veramente uomini e donne di fede, ciò che fonda e sostiene i valori su cui ci ritroviamo e incontriamo. Non ne abbiamo parlato per diversi motivi.

1- Nella nostra cultura europea abbiamo emarginato il discorso su Dio ritenendolo una questione assolutamente privata. Abbiamo anche il timore che, a livello sociale, divenga un elemento divisivo: quindi meglio che ognuno se lo tenga per sé. Ci riesce più normale tacere che parlarne.

2- La difficoltà della lingua non è una difficoltà irrisoria quando si deve parlare di cose in cui le parole hanno un peso importante e non ci si può comprendere a gesti o con termini generici. Questo è un buon alibi, ma rimanda e accantona solamente la questione.

3- Infine prevale un pensiero, diffuso oramai sia tra i cristiani che tra i mussulmani che incontriamo in Italia, che in fondo Dio sia uno solo, e che sia poco importante se ci rivolgiamo a lui con espressioni differenti. La frase che più ricorre nei nostri incontri è questa: “Ma tanto Dio è uno solo!”; come a dire: “E’ inutile sprecare della fatica a parlarne! Meglio non correre rischi di fraintendimenti; perché cercare grane? Non stiamo bene insieme anche (e soprattutto) se non ne parliamo?”.

Personalmente vivo un certo disagio per questa situazione. Sento che mi manca qualcosa di importante. Sento che la nostra accoglienza non sarà vera e completa finché non avremo parlato e condiviso anche questo aspetto, scoprendoci serenamente diversi e accogliendoci con stima e rispetto nella nostra diversità.

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Affermare che “tanto Dio è uno solo” dice qualcosa di vero, ma non dice tutta la verità (quella che secondo il Vangelo ci rende liberi – cfr. Gv 8: è proprio il Vangelo di oggi).
Certo, noi cristiani professiamo la nostra fede in un solo Dio Padre, creatore del cielo e della terra; ma diciamo anche che Dio è comunione di amore con il Figlio e con lo Spirito Santo. Affermiamo che Dio, per amore, si è fatto carne nel grembo di una donna che lo ha accolto liberamente, per mostrare il suo volto all’umanità, un’umanità che nel corso di tutta la storia, nonostante tutta la sua buona volontà e il suo impegno, non lo ha conosciuto. Affermiamo che il Figlio di Dio, Gesù Cristo, è stato messo a morte e, risorgendo, ha vinto la morte per portare a compimento la grande opera della creazione di Dio Padre, liberandoci dalla morte. Affermiamo che lo Spirito Santo, uno con il Padre e il Figlio, è stato donato ai credenti mediante il battesimo; che vive in loro, e che si manifesta in particolare quando i discepoli di Gesù vivono concordi, per continuare, attraverso la Chiesa, l’opera che Gesù ha iniziato nei giorni della sua vita terrena. Crediamo che questo volto amorevole e benevolente di Dio, che Gesù Cristo ci ha manifestato e fatto conoscere, sia l’unico che ci rivela tutto di Dio, ed è per questo che, con umiltà e spirito di servizio, siamo chiamati testimoniare e ad annunciare al mondo il Vangelo. Tale annuncio viene vissuto anche attraverso un dialogo onesto e sincero con quanti vivono esperienze religiose diverse, ed è in questa disponibilità all’incontro, vissuto in uno stile umile e sinceramente accogliente, che si gioca la nostra testimonianza di discepoli di Gesù.
La nostra umiltà è data soprattutto dalla consapevolezza che, molto di quanto siamo chiamati ad annunciare, non riusciamo a testimoniarlo a causa della nostra incoerenza; e molto di quanto è detto e scritto di Dio nel Vangelo, non si trova rispecchiato nelle nostre parole e nelle nostre azioni. Per questo il nostro dialogo non è né capzioso né malizioso, perché siamo consapevoli che solamente impegnandoci a mostrare agli altri ciò che il Vangelo afferma, potremo viverlo sempre di più anche noi.

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Dio è uno! Non ci sono dèi diversi! Ma ciò che – come cristiani – affermiamo e crediamo di Lui non è uguale a ciò che affermano e credono i fratelli e le sorelle che appartengono all’Islam o ad altre fedi.
Non è rinnegando o ignorando tale diversità che diventeremo più fratelli e sorelle, ma solo condividendo in profondità il tesoro prezioso della fede che ognuno professa, stimandoci vicendevolmente come uomini e donne che cercano sinceramente la verità, riconoscendo con libertà e gioia il bene dovunque si manifesti e camminando con speranza e perseveranza verso quella meta in cui Dio ci attende per farci uno con Lui.

Credo che questo sia stato lo stile di san Francesco di Assisi nel suo incontro con il sultano d’Egitto al-Malik al-Kamil; so che questo è lo spirito che guida gli incontri di papa Francesco e dei tanti cristiani e cristiane che vivono a stretto contatto con uomini e donne che appartengono all’Islam; credo che questo sia lo spirito che, senza paura, dobbiamo vivere anche noi, se vogliamo che la nostra accoglienza sia piena.

Ci mettono la faccia

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I tempi si stringono. I motori si stanno scaldando. La città è in fermento.
Mentre nelle settimane passate sono già stati resi noti i nomi dei candidati e delle candidate al ruolo di Sindaco, nei prossimi giorni saranno presentate le liste dei candidati  e delle candidate al Consiglio Comunale. Le strategie elettorali chiedono un certo riserbo e solo alla fine saranno scoperti i nomi (e i giochi).

In questi ultimi giorni ho incontrato diverse persone che mi hanno confidato di essere state interpellate da rappresentanti delle liste dei diversi schieramenti, perché si mettessero a disposizione per candidarsi per il Consiglio Comunale. Alcune di loro mi hanno rivelato di aver accolto questa sfida con trepidazione ed entusiasmo. Prima di tutto ringrazio tutte queste persone perché hanno accettato di metterci la faccia, consapevoli della responsabilità che si assumono e delle difficoltà connesse; non mi sembra ne’ semplice ne’ scontato.

Ho pensato di condividere alcune riflessioni su quanto sta accadendo un po’ per sostenerle, un po’ per condividere una mia lettura.

1. Cristiani nel mondo
Mi fa piacere che, come è accaduto nel passato, ancora oggi i membri della nostra comunità cristiana si mettano a servizio della città non solo nell’ambito del volontariato, ma anche in quello della amministrazione della cosa pubblica. E’ il segno di una vita cristiana che non si ritira sul monte lontano dalla città, o in recinti di confort autogestiti, o che si limita ad operare sui sintomi senza intaccare le cause; ma desidera contribuire a creare le condizioni perché la città, nel suo insieme, possa consentire ad ognuno di vivere bene. E’ davvero un bel segno.

2. Uno stile da testimoniare
L’essere cristiani nel mondo e, in particolare, nella politica, non può limitarsi alla declamazione dei valori, ma chiede di tradursi nella testimonianza in uno stile di moderazione e di rispetto per ogni persona, stile che oggi concretamente potrebbe significare: saper stare davanti ad un avversario politico senza considerarlo mai un nemico (la differenza non è sottile); saper riconoscere il bene (anche parziale) di una proposta, qualunque sia la parte politica che la promuove; saper costruire ampie collaborazioni per il bene dei cittadini, superando le logiche settarie. Oltre ai valori è importante lo stile, uno stile propriamente cattolico (= il contrario di settario).

3. Discernimento, mediazione, processi
La virtù che maggiormente caratterizza il politico è la capacità di mediazione, perché raramente un’idea può incarnarsi nella realtà senza qualche compromesso. La realtà, come ci ricorda il Papa, precede sempre l’idea ed è più importante dell’idea, semplicemente perché è. La politica è l’arte di saper mediare un’idea rispetto alle condizioni concrete, le circostanze, le persone chiamate in causa, i vincoli legislativi e di bilancio, cercando di realizzare il maggior bene possibile (che è molto diverso e non coincide con il male minore). In questa mediazione è molto importante allenarsi alla capacità di discernimento, per coniugare i valori nella realtà senza tradirli, e cercare di far crescere la realtà secondo percorsi che valorizzano il bene che c’è. A tal fine è molto importante individuare dei processi che, potrebbero avere tempi lunghi (più lunghi delle verifiche elettorali), ma che occorre aver il coraggio di avviare pensando alla costruzione di un domani che sarà per coloro che ci succederanno (lo spirito dei costruttori di cattedrali).

4. Imparare a vivere le istituzioni
Viviamo in un tempo di grande crisi delle istituzioni. Tutte (Chiesa compresa) hanno perso la loro autorevolezza pregiudiziale. I motivi sono molti e non è questo il luogo delle dissertazioni. Impegnarsi nelle istituzioni locali, regionali, nazionali o europee significa assumersi la responsabilità di rinnovare la fiducia dei cittadini nelle stesse: anche per le istituzioni in cui ci si impegna occorre metterci la faccia. Una democrazia senza istituzioni diventa un regime demagogico, dove decide chi urla più forte o chi è più potente.
Le istituzioni, anche con le loro complessità e le loro lentezze, ci aiutano a custodire un’attenzione al bene comune, alla legalità, alla solidarietà. 
Le istituzioni sono un mondo in cui è bene imparare a vivere, comprendendone i funzionamenti, per garantire a tutti la possibilità di essere rispettati nei propri diritti e sostenuti nell’adempimento dei propri doveri. Ciò non significa che le nostre istituzioni non possano essere migliorate; ma sempre e solo attraverso processi di partecipazione democratica che richiedono impegno, studio e pazienza. Le istituzioni, nonostante la loro mole, sono realtà delicate, in cui occorre entrare con attenzione e non con il piccone. Le scorciatoie raramente portano ad una meta interessante.

5. Un impegno duraturo su due fronti
Impegnarsi in una lista elettorale non può limitarsi a fare “il portatore d’acqua”, cercando di canalizzare per la lista/coalizione qualche voto di amici e conoscenti.
Impegnarsi in una lista, sia che si venga eletti, sia che non si venga eletti, penso significhi assumersi la responsabilità di partecipare in modo nuovo alla vita della città, mettendo il proprio tempo, la propria intelligenza, la propria sensibilità, le proprie capacità e competenze a servizio del bene di tutti. Per questo impegno – al limite – vale la pena lasciare anche qualche servizio in parrocchia (difficilmente si può fare tutto).
Tale impegno, almeno per coloro che appartengono in modo esplicito alla comunità cristiana, credo possa giocarsi almeno su due fronti: da una parte portare nella società civile quelle attenzioni e quello stile di accoglienza, condivisione e rispetto che si dovrebbe vivere  (speriamo che avvenga) nella comunità ecclesiale; dall’altra portare nella comunità ecclesiale le preoccupazioni e le istanze che nascono dall’incontro con tante altre persone e con tutti quegli uomini e donne di buona volontà che si sono assunti l’onere di fare del proprio meglio per il bene comune. Questo impegno duraturo non potrà che portare del bene a tutti e fare crescere la comunità cristiana.

Auguro a tutte e a tutti che questo tempo che ci separa dalle consultazioni elettorali possa essere un tempo bello, segnato dal dialogo, dal confronto, da una competizione  vera, rispettosa e onesta. Le parole sono pietre che possono costruire o ferire… e le ferite lasciano segni che difficilmente faranno crescere una realtà e una città: ognuno si senta responsabile. 

Eliminare il male

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Come si elimina il male? E’ una domanda importante a cui molti hanno cercato una risposta. Nella Legge di Israele, consegnata da Dio a Mosè, questa preoccupazione è ricorrente. Nel libro del Deuteronomio si presenta un caso che spero non si sia mai verificato nella realtà:
Se un uomo avrà un figlio testardo e ribelle che non obbedisce alla voce né di suo padre né di sua madre e, benché l’abbiano castigato, non dà loro retta, suo padre e sua madre lo prenderanno e lo condurranno dagli anziani della città, alla porta del luogo dove abita,e diranno agli anziani della città: «Questo nostro figlio è testardo e ribelle; non vuole obbedire alla nostra voce, è un ingordo e un ubriacone». Allora tutti gli uomini della sua città lo lapideranno ed egli morirà. Così estirperai da te il male, e tutto Israele lo saprà e avrà timore. (Dt 21,18-21).

Tale soluzione drastica, proprio con la preoccupazione di estirpare il male di mezzo al popolo, si attua in molte situazioni: omicidio, adulterio, spergiuro, calunnia gravemente lesiva … Tutto ciò che è male ha un’unica cura: la morte del colpevole per salvaguardare la giustizia del popolo e insegnare a tutti la retta via. La logica è quella del deterrente: se uno si accorge delle conseguenze del male, sarà accorto e camminerà sulla via del bene. Dobbiamo ammettere che raramente questa “pegagogia” ha funzionato.

Nel Vangelo di questa domenica (Gv 8,1-11) si presenta il caso di una donna sorpresa in flagrante adulterio: non ci sono dubbi sulla sua colpevolezza.
Il Deuteronomio prescriveva:  
Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele. (Dt 22,22). Riguardo al testo del Vangelo per prima cosa ci sorge una domanda: dov’è l’uomo che giaceva con lei? Perché c’è solo la donna? E’ una domanda che non trova risposta e un po’ ci dice della parzialità delle persone che hanno condotto quella donna davanti a Gesù, facendo la scelta di accanirsi su colei che è più debole.

Ma la domanda più importante che sta sotto questo brano del Vangelo, quella che in modo malizioso gli uomini che interpellano Gesù pongono, è: come fai tu ad eliminare il male? Lo giustifichi o lo elimini?
Sembra che non ci possa essere altra possibilità; Gesù sembra messo all’angolo, senza scappatoia, ma è proprio da lì che Gesù apre una nuova strada che ha almeno tre passaggi:
– Gesù non agisce istintivamente, ma si prende del tempo per pensare e valutare la cosa; ogni situazione è diversa e richiede un discernimento; il male non è tutto uguale, le situazioni non sono tutte uguali… occorre fermarsi per capire.
– Gesù interviene rispetto alle sollecitazioni riportando alla verità della Legge con la famosa frase: chi è senza peccato… Come dire: tu che vuoi agire per estirpare il male che è fuori di te, cosa hai fatto per il male che è dentro di te? Come affronti quel male di cui tu sei responsabile? Mentre ti accanisci con intransigenza verso questa donna che ha peccato, cosa hai fatto per il male che è dentro di te? Come lo estirpi quel male lì?
Le persone si rendono conto che non è uccidendo quella donna che elimineranno il male e compiranno ciò che Dio chiede nella Legge. Per questo se ne vanno.
– La donna rimane accanto a Gesù che le apre una nuova possibilità generata dalla misericordia. Nessuna condiscendenza con il male, ma, attraverso la misericordia di Dio che Gesù rivela, la possibilità di una scelta diversa per estirpare il male con il bene.

Gesù è venuto per vincere il male; per farlo non sceglie la via della morte, ma della vita. Gesù assume il male su di sé per consentirci di essere rigenerati dal bene. Il perdono e la misericordia sono davvero una vittoria della vita sulla morte. Il perdono è l’unico modo di estirpare il male attraverso una rigenerazione a nuova vita.

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all’ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,17-21)

Abitiamo con amore il tempo presente

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Riflessioni e proposte per un nuovo impegno dei cristiani nella società attuale (dall’Ufficio diocesano per la pastorale sociale).

In ogni epoca della storia noi cristiani siamo invitati dal vangelo a guardare con fede e con amore la vita degli uomini per discernere con saggezza i segni dei tempi e per farci carico delle gioie, delle fatiche e delle speranze di ciascuno. È la missione che Dio ci chiama a vivere anche oggi.
Nel mondo di oggi che cosa ci interpella e ci interroga di più?
Tutti siamo consapevoli di quanto la società attorno a noi sia cambiata profondamente. Gli effetti della crisi economica che ha travolto il mondo non sono ancora passati: si sono persi posti di lavoro e risparmi; ma soprattutto la crisi ha lasciato nelle persone lacerazioni, insicurezze e paure sul futuro. L’economia, sempre più complessa, sembra ingovernabile ed ha diffuso frustrazione, impotenza e rabbia. In questo clima sorgono tentativi di cercare scorciatoie facili, oppure dei capri espiatori. A rischio sono le prospettive per il futuro e la coesione sociale delle nostre comunità. Abbiamo paura: del futuro, degli altri, ma soprattutto (e per diversi motivi) degli stranieri e dei migranti.
In questo contesto, riconosciamo con chiarezza che la difficile situazione economica attuale non è causata dalla presenza e dall’accoglienza dei migranti; e non la risolveremo con la chiusura e con l’odio. Citiamo dal recente documento “Restiamo umani”, delle Chiese cattoliche ed evangeliche in Italia: “Per noi aiutare chi ha bisogno non è un gesto buonista, di ingenuo altruismo o, peggio ancora, di convenienza: è l’essenza stessa della nostra fede. Ci addolora e ci sconcerta la superficiale e ripetitiva retorica con la quale ormai da mesi si affronta il tema delle migrazioni globali, perdendo di vista che dietro i flussi, gli sbarchi e le statistiche ci sono uomini, donne e bambini ai quali sono negati fondamentali diritti umani: nei paesi da cui scappano, così come nei Paesi in cui  transitano, come in Libia, finiscono nei campi di detenzione dove si fatica a sopravvivere. Additarli come una minaccia al nostro benessere, definirli come potenziali criminali o approfittatori della nostra accoglienza tradisce la storia degli immigrati – anche italiani – che invece hanno contribuito alla crescita economica, sociale e culturale di tanti paesi”.
Qual è dunque il nostro compito di cristiani, in questo momento e in questa società?
Anzitutto, non possiamo rassegnarci a questa situazione subendola con passività e impotenza, tantomeno possiamo accarezzare nostalgie venate di rammarico per un passato che non c’è più. “Lo Spirito del Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, a rimettere in libertà gli oppressi”. Anche oggi, nella storia del nostro mondo, opera Gesù, il crocifisso risorto: ha dato la vita per tutti gli uomini e per tutti i popoli; è risorto per dare inizio al regno del Padre, regno di amore, di giustizia e di pace. Animati dal suo Spirito, siamo chiamati ad essere cristiani autentici, a risvegliare la nostra fede, a testimoniare l’amore nei gesti concreti della vita. Il profondo e vivo legame con Gesù ci porta a servire e donare la vita nel mondo. Amati, per amare; consolati, per consolare; salvati, per salvare. Non temiamo di essere minoranza; temiamo piuttosto di essere senza identità, senza qualità: “Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente”.
Evitiamo il devozionalismo, non chiudiamoci in sacrestia e nel solo servizio dentro la chiesa. Se comprendiamo e viviamo il nostro impegno sociale come parte della nuova evangelizzazione, allora si aprono davanti a noi tante strade, tante possibilità concrete e feconde.
Cosa possiamo fare, come comunità cristiane, per essere segno di speranza nella società?
Parliamoci, ascoltiamoci, discutiamo, magari animatamente, ma sempre nel rispetto di tutti; affrontiamo questi argomenti nei Consigli pastorali, negli incontri dei giovani e degli adulti. Smettere di discutere, per paura di dividerci, ci ha portato a mura di silenzi nelle parrocchie. Reagiamo al clima di solitudine e di chiusura dando valore alle relazioni dirette, agli incontri tra persone e tra gruppi. Favoriamo ogni possibilità di festa e di vita fraterna; a partire dalla eucarestia domenicale promuoviamo esperienze autentiche di incontro, di accoglienza e di vicinanza non formale, esperienze capaci di riattivare un buon tessuto di vita sociale. Questa attenzione a percorsi di vita sociale può, a sua volta, risvegliare la vita pastorale delle comunità. Non acconsentiamo a logiche di scontro, di esclusione, di emarginazione: l’obiettivo del nostro impegno è di costruire una società migliore per tutti, nessuno escluso. Quando un povero bussa alla nostra porta, italiano o straniero, non possiamo chiudere gli occhi e il cuore. Non possiamo escludere gli stranieri e i profughi; certo, vanno promosse a tutti i livelli politiche capaci di gestire nella legalità un fenomeno tanto complesso, ma non sposiamo logiche e comportamenti che non rispettano la dignità dell’uomo.
Poniamo in atto gesti concreti, iniziative anche piccole ma praticabili, secondo le indicazioni del Papa: accogliere, proteggere, promuovere, integrare. Nella nostra Diocesi ci sono tante esperienze valide, a cui possiamo attingere per metterci in rete e per aiutarci a vicenda. Riscopriamo una positiva collaborazione tra le associazioni, i gruppi e i movimenti (ecclesiali, culturali e civili) e le nostre comunità locali, sia parrocchiali sia zonali; è il momento di unirci e di collaborare.
In queste iniziative verso i più poveri, stiamo attenti a non dipendere dai fondi e dal sostegno degli enti pubblici; molto meglio quando le nostre iniziative e le opere che promuoviamo sono il frutto del dono e dell’impegno generoso della comunità sul territorio.
Riguardo al “Decreto Sicurezza”, ecco un passo della recente lettera delle Caritas dell’Emilia- Romagna: “Confermiamo il parere negativo riguardo a questa legge, perché concretizza un atteggiamento vessatorio nei confronti di persone a cui si imputa il torto di essere straniere e povere, le quali saranno condannate a maggiore precarietà e marginalità, a danno di tutta la cittadinanza”.

Intendiamo favorire la formazione, la partecipazione e l’impegno di tanti nella vita pubblica ed anche nel mondo della politica. Aiutiamo queste persone perché il loro sia un vero servizio al bene comune; la politica è una forma alta di carità e di servizio agli altri. Abbiamo un tesoro tanto prezioso quanto ancora sottovalutato: la Dottrina Sociale della Chiesa. È tempo di riscoprirne il grande valore di guida e di direzione, favorendone la conoscenza e l’approfondimento, anche su argomenti specifici.
In conclusione, ascoltiamo il monito del Concilio Ecumenico Vaticano II: “Il cristiano che trascura i suoi impegni temporali trascura i suoi doveri verso il prossimo, anzi verso Dio stesso, e mette in pericolo la propria salvezza eterna”! Ecco l’invito, ecco la chiamata che oggi interpella tutti noi.
Rimettiamoci in cammino, guidati dal vangelo, per costruire nella società opere di pace, di amore e di giustizia, facendoci carico di ogni fragilità, a fianco di ogni uomo di buona volontà.

Ufficio diocesano per la pastorale sociale

Quando il cuore si apre e accoglie

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Oggi è un altro giorno molto bello!
Una seconda famiglia siriana arriverà a san Vito grazie alla pronta accoglienza della comunità parrocchiale che, in soli due mesi, si è aperta e preparata testimoniando una straordinaria disponibilità e coinvolgimento.
Tutto è partito dal 22 gennaio quando mi trovato in Libano ed ero a cena dalla famiglia di Sheik Abdo. I ragazzi dell’Operazione Colomba mi hanno parlato di questa famiglia con una storia molto dolorosa, aggravata dalla morte del capo famiglia per un tumore. Questa famiglia avrebbe avuto particolare bisogno di essere messa in sicurezza; essendo la sorella di Sheik Abdo, occorreva trovare una sistemazione non troppo lontano dal fratello che era stato accolto a Santarcangelo.
Decido lì per lì, durante la cena, di far partire un messaggio ai preti e ai diaconi della diocesi con i quali abbiamo un gruppo su WA. Il primo a rispondermi è don Giuseppe che mi chiede un incontro con le famiglie della sua parrocchia appena sarò rientrato.

Il primo incontro lo facciamo domenica 27 gennaio; un altro domenica 10 febbraio con la presenza di Sheik Abdo e di Matteo Chiani. Poi la macchina dell’accoglienza parte!
Oggi la famiglia di Umm Ktejba arriverà a san Vito in una comunità pronta ad accoglierla, ma – soprattutto – in una comunità che in questi due mesi ha riscoperto che l’accoglienza è generatrice di gioia e di vita.
All’inizio prevalevano le preoccupazioni: ce la faremo? Chi se ne occupa? Avremo abbastanza denaro? … tutte preoccupazioni giuste e naturali. Ma in questi giorni le preoccupazioni sono state superate dalla gioia che in questi due mesi è cresciuta nel cuore delle persone che hanno detto il loro sì. Era un piacere vedere i volti delle persone che preparavano la casa dove la famiglia sarà accolta, l’entusiasmo e il desiderio dell’incontro. Come è accaduto quattro mesi fa’ a Santarcangelo, oggi, a san Vito, tutti quelli che si sono coinvolti in questa accoglienza, sono già a pronti a riconoscere che questa possibilità che è stata loro offerta sia un grande dono.

Il primo a riconoscere tale dono è don Giuseppe, il parroco di san Vito, che proprio oggi compie 78 anni; da giorni ringrazia per questa coincidenza e per questo straordinario regalo di compleanno che la Provvidenza gli ha voluto recapitare.
Auguri a don Giuseppe (che questa mattina era a santa Marta a celebrare con papa Francesco); auguri agli amici di san Vito che oggi iniziano questa bellissima avventura; auguri a tutti noi se sappiamo aprire il cuore all’accoglienza e sperimentare la gioia che il Signore è capace di generare in noi quando vinciamo la paura e l’indifferenza.

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Il gruppo in partenza da Beirut ieri notte. Ci sono anche i nostri amici di Op. Colomba (sulla dx)

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Sheik Abdo abbraccia i nipoti in aeroporto

Bene comune e pace sociale: verifica di un percorso e prospettive di lavoro

 

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Abbiamo concluso un itinerario di quattro incontri ed è saggio fare una breve verifica del percorso per continuare il cammino con consapevolezza.
Alcuni pensieri che abbiamo condiviso anche con il Consiglio Pastorale:

1. E’ stato un percorso opportuno e interessante. La comunità cristiana deve confrontarsi su queste tematiche che hanno a che fare con la realtà che viviamo nel contesto sociale in cui siamo inseriti. L’ampia partecipazione al percorso, dato anche dalla curiosità e dal periodo pre-elettorale che la nostra città si prepara a vivere, hanno favorito l’adesione alla proposta. Il percorso è sembrato utile e intelligente. Non tutti gli interventi proposti sono risultati semplici, ma è stato bello tenere un profilo alto della riflessione.

2. Il percorso sul Bene Comune ha portato “in parrocchia” persone che venivano da fuori Santarcangelo e che si sono aggregate intorno a questa iniziativa, santarcangiolesi che normalmente non partecipano alla vita ecclesiale, persone assidue alla vita comunitaria. L’incontrarsi è stato proficuo; il livello degli interventi significativo e rispettoso.

3. Anche il metodo di lavoro proposto, a partire dal magistero del Papa, è sembrato utile per ricuperare e fare sempre più nostri i riferimenti del magistero ecclesiale. I relatori che sono intervenuti, pur partendo dal testo, si sono sentiti liberi di approfondire la tematica secondo la loro personale sensibilità e competenza, aiutandoci a cogliere le implicanze di una riflessione che partiva dal testo del Papa.

4. C’è il desiderio di continuare il percorso dopo l’estate. E’ necessario formare un gruppo di lavoro che pensi e organizzi una proposta da svolgere in modo più disteso nel corso dell’anno. Le piste su cui probabilmente lavoreremo, comprenderanno l’approfondimento della Costituzione della Repubblica Italiana, soprattutto nella parte dei principi fondativi, e l’enciclica di papa Francesco “Laudato si’. Sulla cura della casa comune”, per fare nostro l’appello che è stato lanciato fin dal 2015 e che ora sembra sempre più urgente, come ci mostrano le manifestazioni di questi giorni.

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Penso che possiamo fare nostro l’intervento di Ernesto Preziosi apparso su “Il Ponte” del 10 marzo u.s. (pag. 21) che cito in parte:
Senza smarrire la prospettiva storica, a noi compete misurarci con il presente e col fatto che «se non si trova una forma per esprimersi insieme, si rischia di essere inefficaci» o “irrilevanti”. Non è cosa facile e richiede un percorso – già avviato – di medio, lungo periodo. Segnalo tre livelli su cui spendersi. Tre livelli diversi, ma intrecciati tra loro nel vissuto delle persone.
– Il primo è quello di una formazione di base all’interno della comunità cristiana.  Dietro il disorientamento anche elettorale vi è una formazione debole, disincarnata, a talvolta spiritualistica, avulsa dalla storia. Vi è un compito primario da svolgere nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti, perché la fede illumini i criteri di giudizio, i modelli di comportamento.
– Un secondo percorso riguarda la dimensione culturale: la fede vissuta anche nella sua valenza culturale e sociale, nel proiettarsi della società, necessita di una progettualità, di una mediazione culturale.  L’impegno dei credenti in proposito può essere diretto ad alcune priorità e, tra queste, il tema dell’Europa, prospettiva non rinunciabile e, anzi, da sostenere evidenziandone gli aspetti positivi e i correttivi necessari.
– Il terzo percorso riguarda le forme della partecipazione politica e chiede di ripensare gli strumenti, i partiti in primis…
Dobbiamo tornare a parlare di politica. I vescovi ci sollecitano e la realtà che abbiamo intorno interpella la nostra responsabilità. Per farlo dobbiamo essere capaci di dialogare tra credenti senza scandalizzarci delle posizioni diverse che possiamo avere, ma coltivando il confronto nella stima e nel rispetto reciproco…. (
I credenti e l’impegno politico oggi).

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Il paradigma del poliedro

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L’immagine ce la consegna direttamente papa Francesco nella Evangelii gaudium.
Il tutto è più della parte, ed è anche più della loro semplice somma. Dunque, non si dev’essere troppo ossessionati da questioni limitate e particolari. Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi. Però occorre farlo senza evadere, senza sradicamenti… Il modello non è la sfera, che non è superiore alle parti, dove ogni punto è equidistante dal centro e non vi sono differenze tra un punto e l’altro. Il modello è il poliedro, che riflette la confluenza di tutte le parzialità che in esso mantengono la loro originalità. Sia l’azione pastorale sia l’azione politica cercano di raccogliere in tale poliedro il meglio di ciascuno. Lì sono inseriti i poveri, con la loro cultura, i loro progetti e le loro proprie potenzialità. Persino le persone che possono essere criticate per i loro errori, hanno qualcosa da apportare che non deve andare perduto. È l’unione dei popoli, che, nell’ordine universale, conservano la loro peculiarità; è la totalità delle persone in una società che cerca un bene comune che veramente incorpora tutti. (nn. 235-236)

Elisabetta Fraracci, proprio a partire da questa immagine consegnataci dal Papa, ci ha accompagnato nell’ultima serata di riflessione su “Bene comune e pace sociale in Evangelii gaudium” con una ricca ed intensa riflessione sul tema della complessità e sulla fatica di stare di fronte a questa complessità. Essendo lei prima di tutto un’insegnante ed un’educatrice, l’approccio della riflessione proposta è stato prevalentemente educativo, consapevoli che ogni azione educativa è sempre sommamente politica. Anche questa volta chiedo scusa per le semplificazioni della sintesi che propongo (per la parte che si riferisce al pensiero di E. Morin, mi sono rifatto anche ad un’altra sintesi che ho ritrovato molto vicina a quanto ci è stato presentato da Elisabetta Fraracci).

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Il tutto è superiore alla parte” nella prospettiva educativa significa prima di tutto aiutare i nostri giovani ad uscire dall’isteria del particolare, del “tutto intorno a me“, per andare incontro ad un “noi” in cui ognuno è riconosciuto come irrinunciabile.
Questo percorso educativo può essere proposto solamente all’interno di una comunità educante in cui gli adulti, insieme e con ruoli diversi, si prendono la responsabilità di dare prospettive di futuro, ma con un forte radicamento nella realtà e nella concretezza.
L’immagine del poliedro, evocata da papa Francesco, rimanda proprio a questa concretezza, a questa realtà da accogliere, e si propone alternativa all’immagine ideale e astratta della sfera ove i punti sono perfettamente equidistanti dal centro. Il poliedro è quella figura geometrica che riesce ad integrare le varie particolarità in un tutto che dona un senso nuovo alle singole parti, e rispetto al quale le singole parti non si sentono annullate, ma valorizzate nel meglio che possono offrire.

Viviamo in un’epoca di passioni tristi dove sono sempre più evidenti i sintomi di una crisi educativa (già denunciata da Benedetto XVI all’inizio di questo decennio):
– emerge una crisi di autorevolezza sostituita dall’autoritarismo;
– viviamo una crisi del pensiero sostituita dal ricorso indiscriminato agli slogans;
– emerge una grande fragilità della genitorialità che si manifesta in particolare nella incapacità di dire e sostenere dei “no” educativi;
– emerge pure la grande fatica di creare un contesto educativo ampio che possa sostenere i vari attori dell’educazione; si nota sempre più una frammentazione delle figure educative che non si riconoscono reciprocamente nel loro ruolo di educatori.
C’è una forte tentazione di limitarsi a stare di fronte all’altro con delle etichette, con degli stereotipi che esonerano dalla fatica di guardare il suo volto, di riconoscere la sua originalità. Ogni azione educativa non può che essere un’azione collettiva (villaggio) e deve aiutare ad andare oltre le etichette e gli stereotipi, oltre le semplificazioni che esaltano la particolarità e perdono di vista il tutto.
L’azione educativa, in particolare quella della scuola, deve educare le coscienze alla conoscenza del reale (non del virtuale) per superare il deficit di pensiero che caratterizza questa epoca.

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Un aiuto importante per affrontare questa sfida educativa ce lo fornisce Edgar Morin quando ci elenca I sette saperi necessari all’educazione del futuro:
– Andare oltre le cecità della conoscenza: l’errore e l’illusione
È sorprendente che l’educazione, che mira a comunicare conoscenze, sia cieca su ciò che è la conoscenza umana, su ciò che sono i suoi dispositivi, le sue menomazioni, le sue difficoltà, le sue propensioni all’errore e all’illusione, e che non si preoccupi affatto di far conoscere che cosa è conoscere.

– I principi di una conoscenza pertinente
È necessario promuovere una conoscenza capace di cogliere i problemi globali e fondamentali per inscrivere in essi le conoscenze parziali e locali.
La supremazia di una conoscenza frammentata nelle diverse discipline rende spesso incapaci di effettuare il legame tra le parti e le totalità, e deve far posto a un modo di conoscere capace di cogliere gli oggetti nei loro contesti, nei loro complessi, nei loro insiemi. 
È necessario insegnare i metodi che permettano di cogliere le mutue relazioni e le influenze reciproche tra le parti e il tutto in un mondo complesso.
– Insegnare la condizione umana
L’essere umano è nel contempo fisico, biologico, psichico, culturale, sociale, storico. Questa unità complessa della natura umana è completamente disintegrata nell’insegnamento, attraverso le discipline. Ciascuno dovrebbe prendere conoscenza e coscienza sia del carattere complesso della propria identità sia dell’identità che ha in comune con tutti gli altri umani. La condizione umana dovrebbe, così, essere oggetto essenziale di ogni insegnamento. 

– Insegnare l’identità terrestre
Il destino planetario del genere umano è un’altra realtà fondamentale ignorata dall’insegnamento. La conoscenza degli sviluppi dell’era planetaria e il riconoscimento dell’identità terrestre devono divenire uno dei principali oggetti dell’insegnamento. 

Si dovrà indicare il complesso di crisi planetaria che segna il XX secolo, mostrando come tutti gli esseri umani, ormai messi a confronto con gli stessi problemi di vita e di morte, vivano una stessa comunità di destino.
– Affrontare le incertezze
Le scienze ci hanno fatto acquisire molte certezze, ma nel corso del XX secolo ci hanno anche rivelato innumerevoli campi d’incertezza. L’insegnamento dovrebbe comprendere un insegnamento delle incertezze che sono apparse nelle scienze fisiche, nelle scienze dell’evoluzione biologica e nelle scienze storiche. Bisogna apprendere a navigare in un oceano d’incertezze attraverso arcipelaghi di certezza.
– Insegnare la comprensione
La comprensione è nel contempo il mezzo e il fine della comunicazione umana. Data l’importanza dell’educazione alla comprensione, a tutti i livelli educativi e a tutte le età, lo sviluppo della comprensione richiede una riforma delle mentalità. Questo deve essere il compito per l’educazione del futuro.
Di qui la necessità di studiare l’incomprensione, nelle sue radici, nelle sue modalità e nei suoi effetti. Tale studio sarebbe tanto più importante in quanto verterebbe non sui sintomi, ma sulle radici dei razzismi, delle xenofobie, delle forme di disprezzo. Costituirebbe nello stesso tempo una delle basi più sicure dell’educazione alla pace.
– L’etica del genere umano
L’insegnamento deve produrre una “antropo-etica” capace di riconoscere il carattere ternario della condizione umana, che consiste nell’essere contemporaneamente individuo, specie e società.
In questo senso, l’etica individuo – specie richiede un reciproco controllo della società da parte dell’individuo e dell’individuo da parte della società, ossia la democrazia e la solidarietà terrestre.
L’etica deve formarsi nelle menti a partire dalla coscienza che l’umano è allo stesso tempo individuo, parte di una società, parte di una specie. Portiamo in ciascuno di noi questa triplice realtà. Così, ogni sviluppo veramente umano deve comportare il potenziamento congiunto delle autonomie individuali, delle partecipazioni comunitarie e della coscienza di appartenere alla specie umana.

Conclusioni
Chi propone questo itinerario? Chi ha voglia di mettersi in gioco per promuovere un percorso educativo che aiuti ad uscire dalla prospettiva dell’immediato e ad andare alla ricerca della verità oltre gli abbagli.
Ritorna il ruolo di una comunità educante che promuova processi virtuosi di crescita.
Oggi, invece, anche a livello educativo, viviamo molto il rischio della delega che ci porta a vivere alcuni rischi importanti: il rischio di vivere nel parcellizzato; una difficoltà a scegliere; la mancanza di prospettive per il futuro e per un bene comune che è sempre più difficile da pensare e da individuare; la chiusura conseguente nel particolarismo che impedisce di pensare ad un futuro e di vedere gli altri oltre a me stesso.

Una comunità educante, invece, dovrebbe aiutare ognuno a porsi con serietà e serenità di fronte a quello che Renzo Piano chiamava il giudizio del futuro sull’opera che compio oggi. Non siamo chiamati ad essere degli eroi, ma persone consapevoli di lasciare un’eredità a coloro che verranno dopo di noi e, possibilmente e responsabilmente, di lasciare un’eredità buona.
La comunità educante può ricuperare anche il significato e valore educativo dei luoghi. In un contesto in cui il virtuale prende sempre più spazio, si può aiutare a riconoscere il messaggio e il valore che alcuni luoghi ci consegnano. In questo senso la comunità educante investe nella creazione di spazi e luoghi che siamo portatori di valori e messaggi positivi.

Si comprende ancora di più, quello che è stato enunciato fin dal principio:  come ogni impegno educativo è un impegno politico perché richiama ad una responsabilità condivisa ed incide decisamente sul nostro futuro.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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