Archivi Mensili: agosto 2019

La tentazione del Reset

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Da quando esistono i computer, abbiamo imparato ad utilizzare un tasto che, in situazione di emergenza, risulta di fondamentale importanza.
Se il sistema operativo si impalla, per ragioni che ai comuni utilizzatori degli apparati rimangono sconosciute, si ha la possibilità di spingere il tasto di reset, presente in tutti i dispositivi; il sistema si riavvia e si può ripartire a lavorare tranquillamente. Forse qualche parte del lavoro è stata perduta, forse la memoria digitale non ha conservato proprio tutto il lavoro svolto prima del blocco, ma, per lo meno, è possibile ricominciare.

Il tasto di reset, oltre che un dispositivo di emergenza per i nostri apparati elettronici, a me sembra sia divenuto un paradigma antropologico sempre più condiviso: quando qualche “sistema” si impalla, sia a livello personale, che a livello famigliare o a livello sociale, invece che affrontare con responsabilità i problemi, a partire dalla realtà che si ha di fronte, considerando i suoi limiti e le sue potenzialità, molti vanno alla ricerca del tasto di reset, per riavviare il sistema e ripartire con una situazione nuova, magari avendo perso qualche pezzo (danni collaterali), ma con infinite nuove possibilità.

Questo approccio lo riconosco nella vita di tante persone – soprattutto adulte – che, di fronte a situazioni problematiche inerenti il lavoro, le relazioni di coppia o famigliari, le relazioni amicali, … hanno la presunzione (illusione?) di poter sempre ripartire da capo, senza essere influenzate da quanto era accaduto prima, o minimizzando gli elementi di responsabilità derivanti dalla loro storia.

Anche a livello sociale mi sembra che questa illusione sia piuttosto diffusa. Ogni tanto invochiamo un evento rinnovatore (un nuovo leader, delle nuove elezioni…) che ci faccia sperimentare un reset della situazione problematica e ci metta nelle condizioni per ricominciare da capo, senza il peso delle problematicità precedenti. Al netto delle strategie politiche che coinvolgono i partiti in questi ultimi giorni (tutte lecite e degne di attenzione), di cui non mi voglio assolutamente occupare in questa riflessione, mi sembra di riconoscere che la tentazione del reset, sul piano culturale e spirituale, sia una tentazione da cui guardarsi.
La realtà che ci sta di fronte, anche quando non corrisponde alle nostre idee, chiede sempre di essere accolta e riconosciuta con i suoi limiti e le sue potenzialità; chiede di essere analizzata e – attraverso un attento processo di discernimento, che aiuti a riconoscere le priorità e il maggior bene possibile in una determinata situazione – provoca a delle scelte che interpellano la responsabilità dei singoli e dei corpi sociali (Chiesa compresa).

La realtà, in tutte le sue dimensioni, non è un apparato elettronico che possiede un tasto  di reset, ma un sistema che chiede di essere accolto, compreso e orientato, mettendo in gioco la nostra intelligenza, il nostro amore (sinonimo di responsabilità) e la nostra volontà, per comprendere quale bene possiamo costruire a breve, medio e lungo termine.

Se esiste un cambiamento efficace e un rinnovamento significativo, questo lo possiamo compiere dentro di noi, attraverso un percorso di conversione che è nel segno di una sempre maggiore adesione al bene. Un tasto di reset non è previsto.

Due testi mi hanno aiutato in questa riflessione:
Poiché così dice il Signore Dio, il Santo d’Israele:
«Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza,
nell’abbandono confidente sta la vostra forza».
Ma voi non avete voluto,
anzi avete detto: «No, noi fuggiremo su cavalli».
Ebbene, fuggite! 
«Cavalcheremo su destrieri veloci».
Ebbene, più veloci saranno i vostri inseguitori. (Is 30,15-16)

Esiste anche una tensione bipolare tra l’idea e la realtà. La realtà semplicemente è, l’idea si elabora. Tra le due si deve instaurare un dialogo costante, evitando che l’idea finisca per separarsi dalla realtà. È pericoloso vivere nel regno della sola parola, dell’immagine, del sofisma. Da qui si desume che occorre postulare un terzo principio: la realtà è superiore all’idea. Questo implica di evitare diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza“. (Evangelii gaudium, n. 231)

Nomadelfia, utopia o possibilità?

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Ieri sera tanti di noi si sono goduti lo spettacolo proposto a Santarcangelo dai ragazzi di Nomadelfia, ultimo appuntamento di un tour della durata di un mese, organizzato nella nostra zona. Uno spettacolo semplice, ma molto ben fatto, con un messaggio forte: costruire fraternità.
Nomadelfia è il frutto prezioso e maturo dell’intuizione di don Zeno Saltini, uno dei tanti “preti folli e determinati” che il nostro Paese ha saputo esprimere.
Per molti Nomadelfia era ed è un’utopia: vivere da fratelli, abbattendo i muri di separazione, vivendo un’accoglienza a 360°, senza proprietà privata, come insegna il Vangelo… è un’utopia? Ma perché non potrebbe essere una possibilità?

Ieri sera le parole di don Zeno sono risuonate taglienti e dure, politicamente scorrette come tutte le parole dei profeti; anche a Santarcangelo qualcuno ha storto il naso (mi hanno detto questa mattina). Le etichette politiche non sono una novità di questo tempo: anche ai suoi tempi molti lo avevano considerato un comunista, semplicemente perché voleva vivere secondo il Vangelo.
Ma la domanda vera che ci dovrebbe rimanere nel cuore, quella che anche domenica scorsa ci è stata sollecitata dall’ascolto del Vangelo sarebbe un’altra:
– è possibile vivere il Vangelo con radicalità?
– Chi prova a vivere il Vangelo, come fanno queste famiglie, lo dobbiamo considerare un ingenuo o lo dobbiamo guardare con interesse e lasciarci provocare?
– Se in noi stessi sorge una perplessità riguardo ai modi o alle forme di questa proposta, non sarà che nel nostro cuore tentiamo di difendere la nostra mediocrità, quella che ci consente di non metterci in discussione, difendendo la nostra vita reale da ogni contaminazione evangelica?

Certo, Nomadelfia è solo una delle tante esperienze di vita cristiana. Come tutte le esperienze particolari essa rappresenta la risposta ad una particolare vocazione o ad un incontro che alcune persone hanno vissuto. Non è necessario andare a Nomadelfia per vivere il Vangelo, ma per la sua particolarità, mi sembra di intuire che Nomadelfia sia una provocazione forte, che non dovremmo liquidare velocemente una volta smontato il palco dello spettacolo.

In questi mesi ho scoperto – e anche ieri sera è stato ricordato – che è esistito nel passato, e sopravvive ancora, un legame particolare tra Santarcangelo e Nomadelfia nella figura di mamma Norina, una delle mamme per vocazione che si sono “consacrate” all’accoglienza dei bambini di Nomadelfia, dando loro una vera famiglia.
Molte delle nostre famiglie – nel passato – hanno sostenuto e vissuto un legame con questa particolare realtà. Mi sembra un altro motivo per cui l’incontro e l’esperienza vissuta ieri sera non dovrebbe essere archiviata troppo velocemente.

Divisione

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Una frase del vangelo di oggi non mi lascia in pace.
Gesù dice: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12). Questa frase alle mie e nostre orecchie suona stonata! 
L’immagine di Gesù che domina nella nostra mente e nel nostro cuore è di colui che è “mite ed umile di cuore” (Cfr. Mt 11); è quella del buon pastore che va a cercare la pecora smarrita e se la pone sulle spalle (Cfr Lc 15); è quella di colui che tutto perdona, che mangia con i peccatori … e facciamo fatica ad incamerare l’evidenza: Gesù è stato e continua ad essere elemento di divisione.

Lo è stato per i Farisei; lo è stato per i suoi discepoli (alcuni se ne sono andati e un paio hanno tradito); lo è stato per tanti nella storia della Chiesa che, per rimanere fedeli a Gesù, hanno subito la persecuzione e la morte; lo è stato per tanti santi e sante che, per seguire Gesù, hanno portato scompiglio nelle loro famiglie (si pensi a Francesco d’Assisi e a Caterina da Siena), nelle loro città e anche nella Chiesa (si pensi a Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e – più vicino a noi – a Giovanni Bosco o Pio di Pietrelcina, censurati e addirittura incarcerati dalle autorità ecclesiastiche).

Gesù è elemento di divisione. Quando e perché?
Quando il Vangelo non rimane una cornice di maniera e di buoni sentimenti, ma lo si accoglie come capace di mettere in discussione la vita mia e della realtà in cui vivo. Quando diventa il criterio per giudicare la realtà, per orientare le mie scelte, per spendere le mie risorse.
Se questa divisione o questa tensione non la sperimentiamo nelle nostre comunità, potrebbe essere perché – come ci ricorda spesso il nostro Vescovo – “siamo poco cristiani“, perché il nostro essere cristiani si riduce ad una devozione, a dei buoni sentimenti e a qualche opera buona, ma non incide sulla nostra vita, le nostre scelte e i nostri giudizi. Rischiamo di essere il sale che ha perso sapore e non serve a più nulla (cfr. Mt 5).

Mentre parliamo di divisione, dobbiamo riconoscere che ci sono altri elementi di divisione nella nostra comunità, che poco hanno a che fare con il Vangelo. Alcuni li abbiamo ereditati dalla storia passata (le grandi scissioni ecclesiali con la chiesa di Oriente e il mondo evangelico – protestante), altri sono molto recenti.
Anche se non lo diciamo apertamente, stiamo vivendo in una Chiesa divisa, spaccata dall’adesione a ideologie che esprimono la nostra identità e appartenenza, più che la nostra adesione al Vangelo e alla Chiesa.
Il seguire questo o l’altro leader politico (poco importa se sia di destra o di sinistra), in questo tempo della storia, sta provocando una frattura profonda nelle nostre comunità, perché l’ideologia, gli slogan, sono diventati il nostro criterio di giudizio più che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa.
Senza pudore ci son cristiani che attaccano pubblicamente e in modo violento i vescovi e il Papa (e ovviamente anche i preti), accusandoli di essere di parte, accusandoli in nome di ideologie che nulla hanno a che fare con il Vangelo di Gesù.
Il problema – è bene dirlo –  non è il pluralismo delle idee politiche – assolutamente lecito e salutare in una società democratica – , ma l’ideologia che diventa criterio di giudizio.
Questa divisione, occorre affermarlo, è del tutto diabolica; non ha nulla a che fare con quanto ci indica Gesù nel Vangelo di oggi.

Nelle nostre comunità dovremmo riprendere un dialogo serio sulla realtà a partire dal confronto sul Vangelo, letto alla luce delle testimonianze di vita vissuta che ci rivelano una parola incarnata e non solo proclamata. Questo è il criterio di confronto e di giudizio per il nostro vivere da cristiani!
E se è “inevitabile che avvengano scandali e divisioni” (Cfr Mt 18 e Lc 17), questi avvengano non per l’adesione ad ideologie, ma per la ricerca di una adesione sempre più radicale al Vangelo di Gesù, condivisa e testimoniata nella comunità cristiana.

Facciamo nostro l’invito della lettera agli Ebrei (seconda lettura di oggi): “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12). 

La via della luce

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Molti di noi hanno l’impressione di vivere in tempi tenebrosi.
Alcuni attribuiscono alle circostanze o a scelte di altri l’effetto del buio da cui si sentono circondati. Altri, invece, sono consapevoli che buona parte del buio è dentro di noi e che occorre un cammino di rinnovata adesione al Vangelo per illuminare la nostra vita.
Barnaba è l’autore di un’antichissima lettera molto diffusa nella comunità cristiana antica, tanto che verso la fine del II secolo era già stata tradotta in latino, e, per qualcuno, poteva essere considerata parte degli scritti del Nuovo Testamento.
Questa mattina, nella preghiera, ho incontrato un brano di questa antichissima lettera che mi è stato utile per riflettere su di me, sulle mie scelte, sulla mia adesione al Vangelo.
Questo testo, molto concreto nella sue traduzioni esistenziali e morali, credo sia utile a tutti coloro che, aderendo al Vangelo, hanno scelto di percorrere la via della luce e non si accontentano di proclamare i valori in cui credono, ma sono impegnati ad incarnarli nelle scelte concrete della loro vita. Barnaba, con il suo linguaggio netto, ci aiuta a compiere un bell’esame di coscienza e a riconfermare il desiderio di camminare nella luce.

C’è una via che è quella della luce.
Se qualcuno desidera percorrerla e arrivare fino alla mèta lo faccia, operando attivamente. Le indicazioni per trovarla e seguire questa via sono le seguenti.
Amerai colui che ti ha creato e temerai colui che ti ha plasmato.
Glorificherai colui che ti ha redento dalla morte.
Sarai semplice di cuore, ma ricco nello spirito.
Non ti unirai a quelli che camminano nella via della morte.
Odierai qualunque cosa dispiaccia a Dio. Disprezzerai ogni ipocrisia.
Non abbandonerai i comandamenti del Signore.
Non esalterai te stesso, ma sarai umile in tutte le cose.
Non ti attribuirai gloria.
Non tramerai contro il tuo prossimo.
Non ammetterai sentimenti di orgoglio nel tuo cuore.
Amerai il tuo prossimo più della tua vita.
Non procurerai aborto e non ucciderai il bimbo dopo la sua nascita.
Non ti disinteresserai di tuo figlio e di tua figlia, ma insegnerai loro il timore di Dio fin dalla fanciullezza.
Non bramerai i beni del tuo prossimo, né sarai avaro.
Non ti unirai ai superbi, ma frequenterai le persone umili e giuste.
Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia.
Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte.
Metterai in comune con il tuo prossimo tutto quello che hai e nulla chiamerai tua proprietà; infatti se siete compartecipi dei beni incorruttibili, quanto più dovete esserlo in ciò che si corrompe?
Non sarai precipitoso nel parlare; la lingua infatti è un laccio di morte.
Usa il massimo impegno per mantenerti casto. Lo esige il bene della tua anima.
Non stendere la tua mano per prendere e non ritirarla invece nel dare.
Amerai come la pupilla dei tuoi occhi chiunque ti dirà la parola del Signore.
Giorno e notte richiamerai alla tua memoria il giudizio finale e ricercherai ogni giorno la compagnia dei santi, sia quando ti affanni a parlare e ti accingi a esortare e mediti come possa salvare un’anima per mezzo della parola, sia quando lavori con le tue mani per espiare i tuoi peccati.
Non esiterai nel dare, né darai il tuo dono in modo offensivo. Sai bene chi è che retribuisce la giusta mercede.
Custodirai intatto il deposito, che ti è stato affidato, senza sottrazioni o manipolazioni di sorta.
Odierai sempre il male.
Giudicherai con giustizia.
Non farai nascere dissidi, ma piuttosto ricondurrai la pace, mettendo d’accordo i contendenti.
Confesserai i tuoi peccati.
Non ti accingerai alla preghiera con una coscienza cattiva.
Ecco in che cosa consiste la via della luce.

Cap. 19, 1-3. 5-6. 8-12
Liturgia delle Ore, vol. IV, pp. 55-56

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