Archivi Mensili: marzo 2018

Non abbiate paura!

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Non abbiate paura!
E’ l’invito, preludio della buona notizia, che si diffonde in questa notte.
E’ la parola rivolta alle donne che, dopo aver visto la pietra rotolata, entrano nel sepolcro attendendosi di trovare il cadavere del Maestro ed invece trovano un giovane che, avvolto in una veste bianca, annunzia loro che Gesù Nazareno, il crocifisso, è risorto.

Non abbiate paura!
E’ la parola che viene rivolta anche a noi che in questa Pasqua, diversa da tutte le altre pasque, siamo chiamati a vivere questa festa in un tempo gravido di morte e di violenza, un tempo terribile perché rischia di perdere ogni speranza. Questo – ovviamente – non è il periodo peggiore della storia dell’umanità, ma è un tempo caratterizzato proprio dal pericolo della rassegnazione e dell’indifferenza, come naturale reazione di difesa alla paura. In questo tempo viene rinnovato proprio per noi l’invito: non abbiate paura!

Non abbiate paura voi che ogni giorno assistete spaventati ai bombardamenti in Siria, ai massacri perpetrati in Turchia, al tiro al bersaglio compiuto al confine con la striscia di Gaza, agli eccidi nella Repubblica Democratica del Congo, agli esodi forzati della gente del Sud Sudan, alle stragi terroristiche che insanguinano l’Europa. Non abbiate paura!

Non abbiate paura voi che siete giustamente smarriti di fronte alla progressiva disumanizzazione del mondo, che assiste indifferente alla morte nel deserto o nel mare di centinaia di persone durante le loro migrazioni forzate, addossando la responsabilità di queste morti solo alla scelta di chi parte per sfuggire dalla fame, dalla guerra, dalla miseria, dall’assenza del lavoro, dai disastri climatici. Non abbiate paura!

Non abbiate paura voi che ancora ritenete orribile e ingiustificabile la violenza gratuita e razzista, il femminicidio e l’omicidio/suicidio di padri che non vedono altra alternativa al loro dolore che quello di sterminare la loro famiglia. Non abbiate paura!

Non abbiate paura voi che non capite come potremo salvare questo pianeta – dono prezioso di Dio creatore – ormai tragicamente inquinato e devastato per la nostra cupidigia e la nostra indifferenza. Non abbiate paura!

Non abbiate paura voi che assistete ai sempre più diffusi conflitti nelle famiglie e nella società civile, all’imbarbarimento di ogni dibattito politico, al linciaggio mediatico che viene condotto verso le persone e le istituzioni. Non abbiate paura!

L’elenco delle realtà di morte, di violenza e di peccato che ammorbano più o meno da vicino la nostra vita potrebbe essere ancora lungo, ma per ogni situazione di morte constatata ci verrebbe ripetuto ancora: non abbiate paura!

E non riducetevi a fare i necrofori.
Non accontentatevi, come quelle donne del Vangelo, di rispondere alla violenza ungendo amorevolmente un cadavere, perché il Signore è risorto, non è più nel sepolcro!

Questa buona notizia, che in questa notte viene diffusa in ogni latitudine della terra, è l’unico motivo autentico che ci è dato per non avere paura.
Gesù ha sconfitto la morte perché noi – da soli – non ce la potevamo fare.
Noi che, nonostante tutte le nostre buone intenzioni e il nostro sincero impegno, facciamo continuamente l’esperienza dei fallimenti causati dalle nostre incoerenze e dalle nostre fragilità, in questa notte abbiamo una speranza che ci toglie ogni paura: Gesù ha sconfitto il male e la morte per noi!
Gesù Cristo, il Nazareno crocifisso, è risorto e ha cambiato la morte in vita, le tenebre in luce. Lui lo ha fatto per noi, perché noi smettessimo di avere paura!

Mi colpisce che, nel Vangelo di Marco, questo annuncio sia dato da un giovane.
Le immagini dell’arte ci raffigurano un angelo, ma il Vangelo è chiaro: si tratta di un giovane avvolto in una veste bianca; forse lo stesso che  – per paura – era fuggito nudo, insieme a tutti gli altri, lasciando il lenzuolo in cui era avvolto nelle mani di coloro che erano venuti per arrestare Gesù. Lui ora ha vinto la sua paura ed è il primo a dire alle donne: non abbiate paura!

In questi anni che la Chiesa dedica ai giovani, ci attendiamo di sentire da voi giovani questo invito, perché noi adulti – lo dobbiamo ammettere – abbiamo più paura di voi.
I nostri cuori si sono appesantiti e rassegnati, rinunciando agli ideali della nostra giovinezza; i nostri interessi economici e le nostre preoccupazioni pratiche ci fanno vedere quello che abbiamo da perdere; la nostra storia ci ha condotto a vedere già molte cose tristi.
Nei vangeli della Pasqua i più giovani vanno veloci e arrivano a credere per primi.
Siate voi per la nostra comunità e per la nostra città gli annunciatori di una possibilità data al mondo e all’uomo, che non è condannato dai suoi fallimenti, ma, grazie alla misericordia di Dio, ha la possibilità di sperare ancora nel trionfo della vita sulla morte e della luce sulle tenebre.

Grazie a Dio questi giovani ci sono già tra noi; di alcuni di loro conosciamo i nomi; di alcuni di loro abbiamo sentito le testimonianze entusiaste che ci hanno fatto brillare gli occhi di commozione e il cuore di speranza. Di altri ancora dobbiamo scoprire il nome, il volto e la storia.
Per favore, ve ne preghiamo, alzate la vostra voce e ripetete per noi l’invito del Vangelo: non abbiate paura!

Buona Pasqua !

Per non disperdere il dono

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A qualche giorno dall’incontro con mons. Perego (19 febbraio 2018), mi sembra opportuno raccogliere e fissare alcuni pensieri che dal suo contributo sono stati proposti. Il rischio di disperdere il dono ricevuto e di passare ad altro, archiviando quanto è stato proposto, mi pare sempre molto pericoloso. Ci metto del mio, invitando altri a fare altrettanto.

1. La parola della Chiesa su immigrati e rifugiati non è una predica
Da un vescovo forse qualcuno si sarebbe aspettato una predica e sinceramente anche io, non avendo mai incontrato prima mons. Perego, non sapevo cosa avrebbe potuto dire. La prima cosa che mi sento di sottolineare è che non è venuto a farci una predica moralistica, ma a darci le coordinate storiche e culturali di quanto sta accadendo, proponendoci una lettura sapienziale del fenomeno migratorio.

Lo sguardo retrospettivo alla riflessione e all’impegno più che centenario della Chiesa, illumina e ispira il nostro porci di fonte alla realtà odierna.La testimonianza di coloro che ci hanno preceduto nei decenni passati di fronte ad altre situazioni simili, ci aiuta a riconoscere il punto focale della questione: il rispetto della dignità della persona riassumibile nella regola d’oro del Vangelo “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.

2. Non esiste la categorie dei migranti, ma esistono uomini e donne con una storia personale
Ogni categorizzazione è una semplificazione ed una ingiustizia. Solamente accogliendo ognuno con la sua storia e il suo progetto di viaggio potremo comprendere e vivere un’accoglienza significativa e giusta. E’ la logica efficientistica, quella che si propone di gestire un problema, che tende alle generalizzazioni, alle categorie e alle semplificazioni, e passa sopra le persone creando situazioni di ingiustizia.

3. Da un’accoglienza passiva ad un’accoglienza attiva
L’accoglienza passiva subisce la realtà e cerca di difendersi sbrogliando i problemi. L’accoglienza attiva si prodiga per tutelare per l’altro ciò che è un bene per me a livello di salute, di difesa della vita, di scuola, di lavoro, di unione della famiglia, … Non è sufficiente affidare l’accoglienza alla Polizia; occorre mettere in campo persone che accompagnino il percorso di accoglienza in tutti gli aspetti (educatori, operatori sanitari, esperti di diritto, mediatori culturali…).
In un’accoglienza attiva le persone accolte saranno anche invitate a dare il loro contributo al Paese che li ospita, secondo le loro capacità e competenze, mettendo a frutto il dono di cui sono portatori. Questo tipo di accoglienza può partire solo da uno sguardo contemplativo, quello che Papa Francesco richiamava nel suo Messaggio per la Giornata Mondiale di preghiera per la Pace del 2018: 

Osservando i migranti e i rifugiati, questo sguardo saprà scoprire che essi non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono. Saprà scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti.
Questo sguardo contemplativo, infine, saprà guidare il discernimento dei responsabili della cosa pubblica, così da spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei «limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso»considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi.
Chi è animato da questo sguardo sarà in grado di riconoscere i germogli di pace che già stanno spuntando e si prenderà cura della loro crescita. Trasformerà così in cantieri di pace le nostre città, spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati.

 

4. Una disponibilità all’incontro con le persone
E’ dall’incontro con le singole persone che può nascere una integrazione che è esperienza di arricchimento reciproco. Possiamo riscoprire l’incontro diretto come opportunità di arricchimento.
A questo proposito mi sento di rilanciare l’incontro che ci sarà giovedì prossimo 15 marzo in Biblioteca a Santarcangelo, per promuovere occasioni di conoscenza tra le famiglie e i ragazzi del progetto SPRAR.

quasi amici

5. Rimuovere le cause che costringono alla migrazione
L’accoglienza attiva, che si pone in ascolto delle persone e delle loro storie, diventa anche impegno a rimuovere le cause che costringono le persone alla migrazione, e lotta nonviolenta contro le guerre, il traffico e il commercio delle armi, contro la speculazione, contro il disinteresse per il degrado ambientale di tanti territori, contro la logica dell mafie di tutti i tipi… tutti fattori che costringono a partire e ad emigrare.
A tutte queste forme di ingiustizia che costringono alla migrazione si risponde con la cooperazione, la condivisione, la capacità e la fantasia per creare condizioni di vita buona nei paesi di origine di coloro che sono costretti a fuggire per difendere la loro vita.

Sono solo alcuni pensieri che ho ricuperato dalla memoria di quanto ascoltato.
Ora occorre mettersi all’opera e fare qualche primo passo verso un’accoglienza attiva e per poter lasciare anche noi un segno e una testimonianza positiva nella storia dell’impegno di accoglienza che la Chiesa da più di centro anni pone in essere.

Accoglienza attiva

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Intervista a mons. Gian Carlo Perego
– Da “Il Ponte” del 4 marzo 2018 –

Le parole della Chiesa su migranti e rifugiati

Questo il titolo e il tema di un incontro organizzato lunedì 19 febbraio dalla parrocchia di Santarcangelo. Un Teatro Supercinema colmo ha ascoltato con grande attenzione mons. Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara e per tanti anni Direttore generale della Fondazione Migrantes. Il suo linguaggio è diretto e chiaro.

Monsignor Perego, qualcuno critica la Chiesa, come se, con papa Francesco, avesse all’improvviso scoperto il dramma dei rifugiati e dei migranti…
“Quello letto qualche giorno fa, in occasione della giornata del rifugiato e del migrante era il 103° messaggio che i Papi inviano su questo tema. Quella giornata ha compiuto 103 anni.
Infatti, nel dicembre 1914, dopo lo scoppio della prima guerra mondiale, papa Benedetto XV indirizzava una lettera a tutti i vescovi italiani nella quale li invitava a celebrare in diocesi una Giornata per i migranti e i rifugiati. La guerra aveva creato molti profughi, lavoratori e famiglie emigrate espulse (un milione furono gli emigrati italiani cacciati dai paesi in guerra). Per loro il Papa chiedeva gesti di solidarietà e accoglienza. 1.200.000 italiani furono accolti in 200 città e fra queste Rimini. 103 anni dopo, sono 24 milioni nel mondo i rifugiati in fuga, non da una, ma da 37 guerre in atto. Inoltre il debole sviluppo e la mancanza di un’equa distribuzione dei beni della terra generano 232 milioni di migranti nel mondo. Papa Francesco indica nei migranti e i rifugiati i volti per la «speranza di un futuro migliore». Nel primo messaggio di Benedetto XV cent’anni fa, è presente lo stesso versetto della Bibbia che Francesco ha usato nel messaggio di Lampedusa: «Dovè tuo fratello?»’.’

Oggi la Chiesa è impegnata a sostenere un’accoglienza più personale e non “di massa”…
“Non da oggi. Di fronte allo Stato che favoriva la creazione di grandi centri profughi, già dai tempi del primo conflitto mondiale, la Chiesa ha sempre proposto realtà piccole, come parrocchie, conventi, dove fosse possibile un incontro diretto e personale con il bisogno. Anche per questa ragione abbiamo chiesto come Migrantes la chiusura di strumenti come i CIE (Centri di identificazione e di espulsione), figli di una stagione ideologica e costosissima di trattamento dei migranti.”

Passare dalla cultura dello scarto alla cultura dell’accoglienza, come dice il Papa, cosa significa concretamente?
Significa investire nelle relazioni; significa educare all’accoglienza e all’incontro, per superare paure e distanze nei confronti degli immigrati; significa investire in percorsi di lotta allo sfruttamento e alla discriminazione nei diversi luoghi della vita; significa, in una parola, riconoscere l’altro non come un nemico, ma come un fratello. Questa cultura della fraternità e della prossimità, che la figura del Buon Samaritano, più volte ricordata da papa Francesco sulla scia dell’insegnamento del Concilio Vaticano II, è quella a cui indirizzare le nostre comunità cristiane nei diversi itinerari educativi”

Molti insistono sulla paura di un’Italia invasa da orde di migranti, che avrebbero come primo scopo quello di cancellare la nostra cultura.
“È importante evidenziare, spiegare con i numeri e non le impressioni, che l’Italia non è stata affatto invasa. Infatti per molte persone è terra di passaggio per raggiungere famiglie e comunità in altri paesi europei dove, tra l’altro, esistono maggiori possibilità lavorative, ma anche strumenti e modalità di accoglienza più efficaci. Su 620.000 persone sbarcate in questi ultimi 4 anni solo 180.000 sono oggi presenti sul nostro territorio. E poi, noi, che siamo così poco attenti ai numeri reali, dovremo anche ricordare che dal 1876 al 1976 sono stati 70 milioni gli italiani immigrati nel mondo”

C’è chi si sta appellando all’identità cattolica del nostro Paese per invocare una frontiera più rigida e severa.
“Non si può tutelare il diritto all’emigrazione scegliendo i migranti, ognuno ha questo diritto innato e quindi ogni persona, di qualsiasi paese e di qualsiasi religione ha il diritto di mettersi in viaggio e creare una situazione di vita migliore per sé o per la sua famiglia. È un’assurdità sul piano giuridico e anche sul piano umano. Semmai come ha anche detto il card. Tauran (presidente del pontificio consiglio per il dialogo inter-religioso) la religione non è il problema, ma la soluzione del problema.
Quindi dialogo religioso e incontro religioso, già inaugurato da Giovanni Paolo II 25 anni fa ad Assisi, e poi continuato, sono la strada su cui costruire questa convivenza pacifica e ogni luogo religioso è un luogo importante per costruire incontro, sicurezza e dialogo”

La tentazione dei muri però è forte.
“È vero. Potrebbe venire la tentazione di alimentare il rafforzamento della frontiera, ma è invece giunto il momento di investire in relazione e integrazione, sapendo che noi invecchiamo e i Paesi dai quali provengono gli immigrati sono in maggioranza giovani. Come si può fermare il desiderio, la speranza, la fame di un popolo che guarda al futuro? Tutte le volte che ritornano le frontiere, inoltre, si penalizzano tutti, anche noi stessi”

Anche nell’uso del linguaggio non si scherza.
“Il modo di parlare, alimentare alcune interpretazioni ed esasperare alcuni fatti che capitano dentro la logica di una cultura di razza porta chiaramente a far emergere alcuni fenomeni che sono latenti come quelli razzisti, che fortunatamente fino ad oggi non si erano molto evidenziati sul piano culturale. Ma soprattutto c’è il rischio di alimentare una nuova forma di terrorismo fai da te nelle nostre città. Ideologia e ignoranza sono un frutto esplosivo. Utilizzare poi termini per comunicare l’immigrazione come ‘bomba sociale,’  disastro sociale’ significa non interpretare una sfida che invece è importante oggi. – lo hanno ripetuto più volte il Papa e i vescovi italiani – Si chiede un impegno per la sicurezza sociale, per progetti e percorsi di integrazione, mediazione sociale e culturale. Utilizzare ancora termini come ‘clandestinità,’ ‘irregolarità? ‘respingimenti’ significa non interpretare i fatti, dividendo le nostre comunità, mentre il territorio ha bisogno di relazioni e di  costruire nuovi legami. L’immigrazione sia governata a partire dall’accoglienza e non a partire da rifiuti e violenza. Questi fatti ci interpellano su una politica che sappia rispondere anche a questa esigenza”

Nella sua relazione ha parlato di “meticciato”, come di una realtà ineludibile.
“Siamo un Paese che sta invecchiando rapidamente, se ci chiudiamo moriamo… Come dice anche il cardinale Scola, se non siamo capaci di promuovere una cultura dell’incontro non abbiamo speranza. Non sono opinioni, ma dati certi. Lo ribadisco con i numeri: mezzo milione di famiglie miste in Italia, un milione che fa ricorso a badanti immigrati, uno studente straniero ogni dieci e altrettanti lavoratori…. Neppure l’immigrazione risolverà il problema demografico. Certo occorre cambiare la logica dell’accoglienza, perché coloro che sono accolti diventino ciò che sono, una risorsa. Non basta accoglierli sulle barche, metterli in un centro, dar loro da mangiare e due euro per le spese. Serve capire la loro storia, il loro cammino, costruire percorsi di tutela per quello che già sapevano fare, dare sostegno per quello che sono. La nostra logica dell’accoglienza è stata quella di garantire la nostra  sicurezza, non la loro. Così abbiamo pensato alla nostra salute e non a quella di chi arrivava. Non abbiamo pensato alle violenze che avevano subito… peri minori abbiamo riaperto gli istituti… La nostra accoglienza è passiva e questo ha creato disagio,  malcontento sociale.
Perché non valorizzarli, perché non impegnarli magari in un servizio civile utile? Costerebbero di meno e sarebbero più accolti. L’accoglienza è fatta di opportunità. Siamo il  paese più vecchio del mondo! Non c’è accoglienza senza tutela. La sfida vera è mettere insieme le risorse delle persone. È un’ingenuità respingere le persone senza valutarne appieno le potenzialità. L’integrazione è un processo bi-univoco, di meticciato”

Un ruolo fondamentale tocca alle nuove generazioni…
“Certo, grande importanza anche in questo ruolo, all’interno della nostra società, tocca alle nuove generazioni, che, figlie di immigrati, sono nate o comunque cresciute in Italia. Questi giovani sono un patrimonio immenso, poiché testimoni di un incontro: cresciuti in Italia, hanno avuto anche l’opportunità di entrare in contatto con la tradizione e gli usi dei loro genitori. È perciò importante interessarsi a questo nuovo tassello di mondo giovanile. Non bisogna lasciare i giovani senza una proposta. Occorre creare luoghi veri e propri in cui le culture si conoscano e s’incontrino”

(a cura di Giovanni Tonelli)

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Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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