Archivi Mensili: luglio 2016

La necessaria fatica di scegliere

 

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Un tempo vigeva il principio (non scritto) che per crescere, una persona dovesse fare molte esperienze: erano quelle a forgiarlo indipendentemente dal loro valore. Ogni esperienza, in quell’immaginario educativo,  costituiva come un colpo di martello sul metallo incandescente: comunque fosse dato lasciava la sua traccia ed eventualmente poteva essere corretto con uno dei colpi successivi.
Poi accadeva che uno diventava adulto e metteva a frutto le sue esperienze, rientrando in un contesto che quasi naturalmente costringeva a fare delle scelte: se non si facevano si rischiava di vivere da disadattati, perché, comunque, il mondo procedeva e nessuno (forse) ti aspettava. Così si distingueva l’età giovanile dall’età adulta, caratterizzando la prima come il tempo delle possibilità (pochi vincoli, molte possibilità) e la seconda come il tempo delle necessità (intese come elementi che diventavano strutturali ed ineludibili). Il sistema risultava tutt’altro che ideale, ma esistevano dei fattori esterni di tutela che, in qualche modo, conducevano la maggior parte alla vita adulta.

Oggi, come drammaticamente ben si sa, questo tempo delle necessità è sfumato perché nessuno vuole diventare adulto e perché il contesto vitale e sociale non aiuta più a porsi di fronte a delle scelte.
L’assenza di prospettive lavorative; la precarietà delle relazioni affettive; l’ideologia giovanilista che porta a credere di potersi sempre reinventare, in ogni tempo della vita, perché non c’è nulla di necessario, di responsabilizzante e di obbligatorio… Tutto questo ha accentuato la fatica delle scelte che spaventano molto coloro che si pongono nella possibilità di farlo.

Ma non c’è percorso educativo senza scelte e non si diventa grandi (ammesso che uno lo voglia) senza scegliere!
Allora, come aiutare a diventare grandi? Ovviamente la domanda è enorme e io la risposta non ce l’ho. In questi giorni mi sono trovato a confrontarmi più volte con questa questione. Mi sono venute in mente alcune considerazioni che riguardano noi educatori; provo semplicemente  a condividerle come spunti di riflessione:
– per prima cosa dobbiamo liberarci dalla paura “di perdere” i nostri ragazzi e le nostre ragazze. La paura che le loro scelte li allontanino da noi, non ci dovrebbe portare ad abbassare il tiro o ad indulgere nella logica dei compromessi (che non corrispondono alle necessarie mediazioni e personalizzazioni). Molte volte invece questa paura ci blocca e ci impedisce di proporre ciò che è bene per quel/la giovane.
– tenendo presente il criterio della gradualità, con la logica dei piccoli passi, non possiamo rinunciare ai grandi orizzonti. Se sottraiamo ai ragazzi la possibilità di pensare in grande, di vivere incontri, esperienze e situazioni significative, solo perché è difficile e faticoso, rischiamo anche noi di condannarli alla mediocrità.
– se è vero che è la storia che provoca nelle scelte, dobbiamo accompagnare i ragazzi dentro i grandi processi della storia in corso. Soprattutto in quest’epoca in cui per i ragazzi prevale la dimensione virtuale, è molto importante essere calati dentro le realtà di cui si parla, entrare in contatto fisico e personale con quanto accade, accogliendo la difficoltà della cosa. Non si educa alle scelte rimanendo alla finestra della storia, ma vivendola come un’opportunità e una circostanza concreta in cui Dio ci parla.
– tra le varie scelte difficili, in particolare si vive la difficoltà di scegliere la fede cristiana e la vita della Chiesa. Secondo i dati di diverse ricerche, presso i giovani, la scelta della fede e di ispirare la propria vita alla proposta evangelica è in calo vertiginoso, anche tra i giovani che partecipano ai nostri itinerari educativi. Se da un parte rimane sempre vero che la fede si propone e non si impone, dall’altra, come educatori, dobbiamo essere persuasi della bontà della nostra proposta e non annacquare i nostri cammini con riferimenti generici ai valori. Se la fede rappresenta una sfida, accompagnando ogni giovane, possiamo aiutarlo a lasciarsi provocare dall’esperienza e dalla testimonianza della fede, per compiere, anche su questo piano delle scelte consapevoli e non dettate dall’andazzo o dalla prospettiva più facile.

Scegliere è sempre stato difficile! Oggi lo è ancora di più in una cultura in cui siamo abituati a tenere insieme vari scenari, anche contrapposti e incoerenti tra loro… ma è un obiettivo educativo a cui non possiamo derogare.
Scegliere è l’unica possibilità che ci è data per esercitare la nostra libertà e la nostra responsabilità nel mondo e nel tempo in cui viviamo. Noi educatori siamo chiamati a sollecitare la libertà e la responsabilità di ogni persona che ci è affidata, perché possa divenire un uomo e una donna capace di vivere con consapevolezza il suo tempo. L’alternativa è purtroppo molto triste e noi non possiamo esserne complici.

don Andrea

 

Parole maestre… per vincere l’indifferenza e la paura.

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Assolutamente inattesa la partecipazione di tanta gente all’incontro proposto ieri sera nel teatrino della Collegiata. Circa 130 persone hanno accolto l’invito lanciato durante le messe di domenica e attraverso i contatti social

La domanda che ha guidato il nostro incontro è stata “semplice”: cosa ci chiede il Signore in questo tempo della storia? Su cosa ci sta provocando? Non era stato invitato nessun “esperto”; non volevamo fare una conferenza…
Ci siamo dati un metodo: abbiamo escluso il dibattito (soprattutto il ribattere alle affermazioni di altri come si vede fare nei talk show televisivi), preferendo una comunicazione positiva che valorizzasse il positivo detto dagli altri e favorisse la prosecuzione della riflessione. Abbiamo ascoltato molto e con attenzione quanto gli altri dicevano, i sentimenti che portavano, i desideri e le angosce, … i buoni propositi e il richiamo ai valori. Tanti sono intervenuti, uomini e donne, giovani e adulti; non per convincere altri o per far mostra di sé, ma aiutare una riflessione comune.
E’ molto difficile e forse anche ingiusto proporre una sintesi. Dico solo le cose che mi sono portato via dall’incontro a mo’ di “parole maestre” che guidano il mio percorso e fanno crescere la mia riflessione.

La violenza genera violenza: quello a cui stiamo assistendo è una spirale di violenza generata da altra violenza e dall’ingiustizia. La violenza è capace di generare solamente altra violenza e non c’è un modo di usare la violenza per il bene. Sento che devo guarire la violenza che c’è dentro me, ogni violenza.
La diversità genera paura e la paura genera la violenza: la paura è dentro di noi e cresce con l’aumentare del senso di insicurezza. Molti hanno paura e si sentono insicuri. La diversità che ci investe non viene quasi mai colta come un elemento positivo, ma piuttosto come una minaccia. Conoscere l’altro, sebbene diverso, guarisce la paura ed esclude la violenza.
L’accoglienza è la caratteristica del cristiano, è la parola evangelica che illumina questo tempo. E’ stata citata da diverse persone la parabola del buon samaritano, letta in chiesa due domeniche fa. La parabola ci insegna l’alterità e la possibilità di cambiare il corso degli eventi, di fare quel passo che cambia il corso della storia, grazie alla compassione e ad una presa in carico intelligente e progettata.
Queste cose mi riguardano. Superare l’indifferenza con lo stupore e la compassione. Infrangere quell’atteggiamento difensivo di impermeabilità che poniamo di fronte all’ennesima notizia di morte e di violenza. Concedersi la commozione, il pianto, lo stupore per ritornare ad essere “uomini umani”. Riconoscere la dignità dell’altro che è un uomo, una donna, con un nome e un cognome, con un famiglia con una rete di relazioni, …non un problema, non un numero, non un rifugiato, un clandestino …
Abbiamo un problema di conoscenza e di informazione. Non siamo ne’ informati, ne’ consapevoli di quanto sta accadendo, delle cause dei conflitti. Ci accontentiamo di giudizi superficiali e delle generalizzazioni. Non siamo informati sulla nostra fede e sulla vita e la fede degli altri. Abbiamo un problema di identità personale che ci rende deboli e timidi nell’incontro con l’altro che ci sembra più consapevole della propria identità. Occorre investire molto sull’educazione alla conoscenza della fede cristiana, all’accoglienza, alla compassione, al riconoscimento della dignità di ogni persona. Questo problema si traduce anche in una scarsa incisività dei cristiani sul piano sociale e politico.
– Questo tempo che viviamo ci fornisce grandi opportunità di incontro, di testimonianza, di confronto nella verità; possiamo cercare i punti di contatto con le persone, superando le ideologie. Cercare insieme la verità come realtà che ci precede e ci supera. Non dobbiamo costruirla, ma scoprila insieme.

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Rimane la domanda: e adesso cosa facciamo? Come diamo seguito a questo confronto e condivisione? Cosa posso fare io per cambiare il corso delle cose?

A me sembra che ci siano delle cose che possiamo fare fin d subito:
Cambiamo noi per cambiare il mondo. Era lo slogan del Campo lavoro di qualche anno fa’. Il cambiamento della cose parte da me, dalla mia vita e dal mio stile di vita. Parte dalla mia fede, dal mio stare di fronte alla vita, alla morte, al male, alla sofferenza. Parte dal mio vincere l’indifferenza, il giudizio e il pregiudizio, l’ideologia e la violenza che sono dentro di me e mi dominano in certe circostanze. La realtà cambia se cambio io, se sono capace di stupore, di compassione, di commozione… se mi prendo carico, se sento che quanto accade mi riguarda.
Un impegno di preghiera e di sacrificio perché tutto questo mi riguarda! Noi preghiamo per quello che ci sta a cuore. Portare nel nostro cuore queste sofferenze, le conseguenze della violenza e della guerra. La preghiera ci aiuta a non abituarci al male, riconoscendolo sempre come tale.
Il rispetto per la dignità di ogni persona, l’accoglienza di ogni diversità. Imparare e reimparare il rispetto per la dignità di ogni persona, fosse pure un nemico, un avversario. Essere umani, what else?
– Crescere nella conoscenza e nella consapevolezza delle cause della violenza e dell’ingiustizia. Collaborare a rimuovere le cause attraverso un impegno sociale e politico che parte dal ricupero del senso di responsabilità sulle cose e sulla realtà. Partecipazione invece di indifferenza e superficialità.

La lettura condivisa dell’omelia del papa a Redipuglia è stata la conclusione del nostro incontro.

Siamo usciti dall’incontro contenti di esserci riuniti; contenti dello stile del confronto,  consapevoli di dover fare qualcosa per superare la paura ed essere testimoni del Vangelo. Le proposte e le riflessioni sono state diverse, alcune molto diverse, ma tutte tese ad aiutarci a riconoscere cosa desidera il Signore da noi in questo tempo. E’ una domanda che dovremmo condividere più spesso e con maggiore semplicità. Ci abbiamo provato.

Per adesso grazie di esserci stati anche a coloro che avrebbe voluto esserci.

don Andrea

Prendiamo la p(P)arola…

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AGLI AMICI DI SANTARCANGELO

Di fronte ai gravi fatti di cui abbiamo avuto notizia in questi giorni, come cristiani, non possiamo accontentarci di rimanere in silenzio, ne’ di ascoltare acriticamente quanto viene detto alla Tv, sui social media o sui giornali.

In occasione dell’anniversario della morte del prof. Rino Molari, cristiano impegnato a promuovere un pensiero alternativo a quello dominante durante il periodo della seconda guerra mondiale attraverso momenti di confronto e di formazione, arrestato e ucciso nel campo di concentramento di Fossoli, prendendo esempio dal suo modo di agire e di stare nella situazione, lunedì sera 18 luglio alle ore 21 ci ritroviamo nel teatrino della Collegiata di Santarcangelo per confrontarci su quanto sta accadendo nel mondo e lasciarci ammaestrare dal Vangelo. Non sarà una veglia di preghiera, ma un momento di dialogo e di confronto tra battezzati per crescere nella comprensione evangelica di quanto stiamo vivendo.

E’ un incontro inusuale perché purtroppo, come cristiani, non siamo più abituati a riunirci per fare discernimento e per confrontarci, da cristiani, su quanto accade. Ci vogliamo provare. Vogliamo uscire dal nostro silenzio basito e provare a fare discernimento comunitario, per aiutarci a formare un pensiero ispirato al Vangelo.

L’incontro è aperto a tutti.

don Andrea

Allora, come ti trovi a Santarcangelo?

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E’ la domanda che mi rivolgono tutti quelli che mi incontrano e non è facile dare una risposta semplice.

E’ passato quasi un mese dal mio ingresso in parrocchia e in queste prime settimane ho fatto davvero molti incontri. Ho incontrato le persone per la strada, nei negozi, nella piazza, in Comune, … ho incontrato molte persone e molti dei tantissimi gruppi della parrocchia.

Santarcangelo è una realtà vivace e molto articolata, con un miriade di iniziative e associazioni a tutti i livelli. E’ un luogo bello e vivibile, una realtà stimolante … sì, ma come ti trovi a Santarcangelo? Provo a dire alcune impressioni a caldo di queste prime settimane attraverso qualche spunto sintetico e simpatico su cui abbiamo già riso con qualcuno.

Non sarai mai di Santarcangelo se non sei nato e vissuto qui fin da piccolo! Nessuno te lo dice in faccia, perché questa è una città molto accogliente e capace di mettere a proprio agio chiunque, … ma essere santarcangiolese non è per tutti. Non lo è neppure per le mogli e mariti dei santarcangiolesi che vivono qui da decenni e continuano a “non essere di Santarcangelo”. E’ il segno di un’identità forte che non è campanilismo, ma è storia condivisa, luoghi di riferimento, passione per il proprio territorio e per la propria città.

Impossibile che tu non sia mai venuto a Santarcangelo prima, dai! Santarcangelo è come una donna che sa di essere molto bella e trova scontato che tutti l’ammirino, che tentino di sedurla o vivere un po’ alla sua ombra. Ma io, negli anni passati, non ero mai venuto a Santarcangelo a mangiare, a fare un giro, alle fiere… Non so perché, ma non ci avevo mai pensato… per molti santarcangiolesi la cosa ha dell’incredibile.

Non chiedere indicazioni stradali ad un santarcangiolese perché qui nessuno sa i nomi delle vie, ma si usano dei toponimi che puoi conoscere solo se sei di Santarcangelo. Qui tutti hanno dei punti di riferimento che sono difficilmente decodificabili per “gli stranieri”. La curva di Babbi, Cuciarol, il passeggio, i portici, la macina, la Rustica… quando poi non ti dicono “dove una volta c’era …”. E’ molto  simpatico questo modo di fare perché dice di un modo di vivere il territorio che richiede necessariamente di entrare in una storia.

– In parrocchia, poi, ci sono una miriade di gruppi e sono quasi tutti molto numerosi, perché a Santarcangelo è tutto grande, dalla chiesa Collegiata alla comunità delle persone… e tutti te lo ricordano: è grande Santarcangelo! La parrocchia è una realtà presente nella vita delle persone e della città; quasi tutti se ne sentono parte, grazie anche a dei preti (parroci e cappellani) che hanno agito in modo intelligente e capace. La parrocchia è nella storia di tutti (presente e passata) e tutti hanno dei ricordi positivi da portare.

Allora, come ti trovi a Santarcangelo? Mi trovo bene a Santarcangelo! Grazie.

E’ una realtà bella che mi incuriosisce, che si offre per lasciarsi scoprire, che mi coinvolge e mi impegna in una rete di relazioni intense. Ancora non ho il polso della situazione e, proprio nei prossimi giorni, con i preti, proveremo a lavorare in modo più sistematico per mettere in fila le priorità. In questo mese ho scelto di vivere molto esposto, dicendo sì a tutti, accogliendo tutte le richieste e le proposte che mi venivano rivolte, ed è stato molto bello. Procedendo, credo di dover dare un po’ di ordine  al mio impegno sia perché si deve coordinare con quello degli altri preti, sia perché occorre definire delle priorità, per non disperdere stupidamente le energie.

Per adesso grazie a tutti per l’accoglienza calorosa e cordiale; spero di poter entrate sempre di più in questa storia e in questo spazio così bello e seducente.

don Andrea

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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ilbiancospino

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