Archivi Mensili: novembre 2016

#ognunovale

mpg

Per contrastare la tentazione dell’indifferenza, scendiamo in strada, in un luogo scomodo, e camminiamo insieme, in silenzio, per ricordare che #ognunovale, che non è accettabile che qualcuno muoia nell’anonimato e tanto meno nell’indifferenza.

In una cultura in cui la morte è diventata solo uno spettacolo emozionante, noi vogliamo dire che #ognunovale, che non c’è una vita che possa essere scartata, che non c’è nessuno di cui si può dire che se muore è lo stesso o che se l’è meritato.
Maria Pia ha vissuto il suo ultimo tempo qui a #Santarcangelo, rifugiata in una struttura della stazione della nostra città. Le circostanze della sua morte sono ancora oscure, ma quali che siano, noi non vogliamo pensare che la cosa non ci riguardi.

Ora non possiamo fare più nulla per Maria Pia, ma perché la sua morte non resti inutile, oltre che insensata, vogliamo uscire per strada per dire – con il nostro silenzio – che, come uomini e donne, non possiamo pensare che possa essere normale un mondo in cui una persona muore e nessuno se ne accorge; e vogliamo dire a noi stessi per prima cosa, che possiamo – da domani – alzare un po’ di più lo sguardo per incrociare gli occhi di coloro che provano a domandarci aiuto, di coloro che chiedono di essere riconosciuti semplicemente come essere umani, portatori di una dignità che viene prima di ogni status giuridico, di ogni stato di salute, di ogni età e di ogni condizione, perché #ognunovale.

Non abbiamo la presunzione di essere persone buone – tanto meno più buone di altri -, come non abbiamo la pretesa di risolvere tutti i problemi … abbiamo però l’esigenza di commuoverci, per dire a noi stessi e agli altri che siamo vivi, che siamo uomini e che sappiamo riconoscere con semplicità gli altri uomini e la loro sostanziale dignità.
Riporto il memorabile testo pronunciato dal Papa a Lampedusa nella sua prima uscita…

Ma io vorrei che ci ponessimo una terza domanda: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?», chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle?
Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca?
Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?
Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie?
Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”:
la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! (…)

Questo il comunicato della città di Santarcangelo:

Una camminata civica per le vittime dell’indifferenza
Venerdì 2 dicembre la città di Santarcangelo
ricorda la 19enne di Misano trovata morta alla stazione.
Partenza alle ore 18 da piazza Ganganelli

Sarà un corteo silenzioso quello che venerdì prossimo, 2 dicembre, cercherà di stimolare l’attenzione sulle vittime dell’indifferenza. E che ricorderà Maria Pia Galanti, la 19enne di Misano, il cui corpo èstato ritrovato senza vita il 24 ottobre scorso in un container della stazione di Santarcangelo. La camminata civica partirà alle ore 18 da piazza Ganganelli e percorrerà viale Mazzini fino alla stazione, dove è previsto un momento di raccoglimento alla presenza dei rappresentanti delle istituzioni civiche e religiose.

Per il sindaco Alice Parma e don Andrea Turchini della Chiesa Collegiata, la città di Santarcangelo non vuole e non può dimenticare questo tragico avvenimento a prescindere dalle cause della morte della ragazza, e vuole quindi riportare al centro dell’attenzione la vicenda di Maria Pia con una camminata civica aperta a tutti che partirà dalla piazza principale alle ore 18.

Santarcangelo, 28 novembre 2016

L’Ufficio stampa

Un’attenzione alle piccole cose

159737118002900534_7mdagmkj_f

E’ proprio vero che si cambia nella vita e che le attenzioni, così come le priorità, mutano con il passare del tempo e dell’età (forse, perché non credo sia automatico).
Da un po’ di tempo mi accorgo di essere più attento alle piccole cose, quelle che sono importanti per le altre persone.

Tempo addietro mi ponevo di fronte a certe esigenze in modo più sommario, pensando che fossero altre le cose sostanziali e importanti (ed è vero, in teoria); molte cose le tralasciavo e non vi prestavo alcuna attenzione. Pensavo di non aver tempo da perdere, o almeno che non valesse la pena perderlo per quel motivo.
Oggi mi scopro più disponibile a dedicare il tempo e l’attenzione per ciò che per gli altri è rilevante anche se – oggettivamente – non lo è.

Sento che questa attenzione, che si trasforma in una cura, mi fa essere maggiormente a contatto con la realtà, mi aiuta ad essere meno teorico e più empatico anche nelle altre situazioni; mi aiuta ad essere meno aggrappato e preoccupato dei miei programmi e a lasciarmi andare negli incontri “perdendo del tempo” con le persone…

In fondo, come si è potuto notare, tale attenzione si declina soprattutto in un dedicare tempo, in un fare spazio (accogliere) dentro di sé a ciò che non è prioritario per me, ma lo è per un altro.

Riflettevo come questo abbia molto a che fare con l’avvento, se l’avvento è una questione che riguarda il tempo e l’accoglienza.

Noi che ci poniamo nell’attesa gioiosa del Signore, come lo attendiamo?

Quando il Signore nel Vangelo di questi ultimi giorni dell’anno (parrocchiasantarcangelo.wordpress.com ), mentre ci presentava i cataclismi che precederanno la venuta del giorno del Signore ci diceva, non preoccupatevi, non vi spaventate, … non ci diceva in fondo che il Regno di Dio non si manifesterà con effetti speciali, in un grande evento, ma crescerà piano piano nelle piccole cose di ogni giorno, quelle a cui non prestiamo attenzione?

Ripensando poi alle parabole del Regno, Gesù ha preso come segno evocativo sempre cose e situazioni quotidiane: una donna che impasta la farina con il lievito; una donna che spazza la casa perché ha perso una moneta; un seme gettato nel campo; una festa di nozze …
Poi ci diceva: non andate qua e là quando vi diranno eccolo qui o eccolo là; il regno di Dio è in mezzo a voi!

Vivere l’avvento per me significa allargare lo spazio e l’attenzione a queste piccole cose quotidiane, considerandole rilevanti.
Spero che il Signore, oltre ad un maggiore contatto con il quotidiano, mi aiuti a scorgere anche la presenza del Regno che è in mezzo a noi, secondo la sua Parola.

Buon avvento 2016!!!!

don Andrea

Chiesa litigiosa…

consiglio

A scanso di equivoci mi sembra giusto dire che la foto non c’entra nulla con il titolo, perché non vorrei che gli interessati si sentissero giudicati. La foto è presa liberamente da internet e non riguarda affatto un contesto litigioso.

Anche nella Chiesa si litiga e si discute e si discute animatamente.

Se mai c’è stata l’immagine di una realtà monolitica e uniforme, le vicende legate ai due sinodi sulla famiglia e alla successiva esortazione apostolica Amoris Laetitia, ci aiutano a capire che anche nella comunità dei discepoli di Gesù non manca la disponibilità al confronto acceso.
La storia della Chiesa ci racconta di epoche in cui addirittura se le davano di santa ragione. Oggi i tempi e i modi – per fortuna- sono cambiati e, anche se non si viene alle mani, non mancano i contrasti e i conflitti.

Papa Francesco, con la sua tenerezza e disponibilità al dialogo non fa nulla per evitare questo confronto acceso che lui, e tanti altri, reputano benefico per la Chiesa. Famoso il suo intervento al sinodo dove ha richiamato i vescovi presenti a parlare con chiarezza e sincerità, senza il timore di cosa il Papa si sarebbe aspettato di sentire.
Solo in una comunità in cui il dialogo è vero si può crescere e camminare verso una conoscenza più profonda della volontà di Dio per questo tempo.

In questi giorni tiene banco sui giornali la lettera scritta al Papa da quattro cardinali; in essa pongono essi pongono dei dubbi su alcune questioni riguardanti la prassi ecclesiale che ha sempre reputato alcuni comportamenti e situazioni sbagliate. A loro avviso, le indicazioni contenute nella Amoris laetitia lasciano spazio alla confusione e all’errore.

Al di là delle questioni di merito che non sono banali, e fatta salva la possibilità di discutere anche in modo acceso nella comunità ecclesiale anche ad alti livelli, mi sembra che i modi scelti per affrontare la questione non siano proprio ecclesiali e che, nonostante le intenzioni dichiarate, ci sia un po’ la voglia di creare un caso.

Perché dare alla stampa quella lettera? Se avete scritto e il Papa non vi ha risposto, nella mia ingenuità mi viene da pensare che, se sei un cardinale e hai bisogno seriamente di parlare con il Papa, lui un buco te lo trova…

Ma al di là della questione in oggetto, mi sembra che un richiamo ci sia anche per noi e per le nostre comunità ecclesiali.
Chiediamoci: se abbiamo bisogno di parlare e di confrontarci su questioni che ci stanno a cuore, siamo capaci di avviare un confronto onesto? Oppure utilizziamo lo stile dei social media dove ci si infama gratuitamente e, al di là della questione in gioco, si tende a personalizzare il conflitto? Siamo ancora capaci di parlare in modo adulto tra noi? Ma soprattutto, siamo capaci di arrivare ad un momento in cui sulla questione si riesce a mettere un punto per ripartire da lì? O ci piace portare avanti il conflitto ad oltranza senza più preoccuparci della questione in gioco?

Mi sembra che su questo aspetto abbiamo tutti molto da camminare.

Da tempo le nostre comunità cristiane non sono più luogo di dialogo sincero su questioni che coinvolgono la nostra vita di adulti e il nostro vivere in questo Paese.

Se ci rifugiamo spesso dietro l’invito dei presunti esperti, che – per par condicio – devono essere sempre rappresentanti delle posizioni in gioco; se nel dialogo ci schieriamo sempre in gruppi tipici da tifoserie, piuttosto che cercare insieme di individuare il bene presente in ogni posizione per arrivare ad una sintesi possibile (non assoluta); se, ancora più semplicemente, evitiamo il confronto per non “trovare da dire” e ci limitiamo (noi preti per primi) alla ripetizione delle questioni di principio, senza assumerci l’onere difficile e precario di una traduzione storica e politica di quei principi; insomma se non re-impariamo a litigare in modo evangelico, noi rischiamo di vivere da separati in casa e di non riuscire a dire nulla di interessante a questo mondo.

Mi sembra che le occasioni non manchino. A noi la responsabilità di assumerle come una opportunità.
Ogni momento è buono per cominciare… o ricominciare.

Imparare a litigare

litigare-fa-bene-ai-bimbi_471x250

Sembra assurdo spendere delle energie per imparare a litigare, eppure è ormai risaputo che litigare bene può essere molto proficuo sia per una coppia che per una comunità.

Noi cristiani siamo in genere abbastanza restii ad aprire e a gestire dei conflitti.
Una visione un po’ irenica della realtà e delle relazioni interpersonali ci portano ad evitare i conflitti e le tensioni, tentando di risolvere il problema facendo appello alla nostra capacità di resistere, di far finta di nulla o di sublimare la situazione.
In realtà, evitando quel conflitto, noi rinunciamo a far crescere la realtà in cui viviamo, e non affrontando i motivi di tensione, noi rischiamo di seppellirli e comprimerli rendendoli più pericolosi.

 

Domenica scorsa, nel contesto del convegno/assemblea dei capi scout della zona di Rimini, abbiamo cercato di prendere sul serio la realtà dei conflitti che caratterizzano le nostre comunità capi. Essere dei bravi ragazzi/e non ci esime dal vivere tensioni anche all’interno delle nostre realtà.

scout

Attraverso la guida di Manuela, una pedagogista che opera con le dinamiche del Teatro dell’Oppresso, abbiamo cercato di dar voce a questi conflitti e, teatralmente, di affrontarli, riconoscendoli e facendoli diventare occasioni di crescita della comunità.

L’assemblea di domenica costituisce l’inizio di un percorso di riflessione che ci condurrà, alla fine di aprile, a vivere la route dei capi (evento che viene proposto ogni tre/quatto anni), momento straordinario di confronto e di esperienza sulla strada.

Ricordando i caduti di tutte le guerre

Per la prima volta da quando sono a Santarcangelo ho partecipato alla “Festa dell’Unità nazionale e al ricordo dei caduti di tutte le guerre“. Ho voluto parteciparvi perché ritengo significativo ricuperare il valore di questi appuntamenti civili in un tempo di grande fatica sul senso delle istituzioni e sul senso di responsabilità riguardo un bene comune come la democrazia.
Secondo la tradizione locale, la cerimonia civile è stata preceduta da una celebrazione eucaristica nella Chiesa del Pio Suffragio che contiene al suo interno un altare con i nomi dei caduti santarcangiolesi nei due conflitti mondiali.
Mi sono sentito di condividere due pensieri maturati grazie alla lettura di un libro che, già dal titolo, è molto provocatorio “Possa il mio sangue servire” (Aldo Cazzullo, Ed. Rizzoli 2015), un testo che raccoglie le lettere di addio di alcuni uomini e donne che hanno combattuto il nazi-fascismo e che, imprigionati, torturati e condannati a morte, hanno avuto la possibilità di scrivere ai loro famigliari o amici nelle ore prima di essere giustiziati.

Da queste lettere emergono due pensieri che costituiscono una provocazione forte per noi:
– la consapevolezza che il sacrificio della loro vita non rappresentasse uno spreco, ma il necessario prezzo da pagare per costruire una realtà nuova, un Paese nuovo, libero, democratico e giusto, rispettoso delle leggi e dei diritti delle persone.
Molto bella la lettera del capitano Franco Balbis (che da anche il titolo al libro): “Possa il mio sangue servire per ricostruire l’unità italiana e per riportare la nostra terra a essere onorata e stimata nel mondo intero… Con la coscienza sicura d’aver sempre voluto servire il mio Paese con lealtà e con onore, mi presento davanti al plotone di esecuzione col cuore assolutamente tranquillo e a testa alta. Possa il mio grido di «Viva l’Italia libera» sovrastare il crepitio dei moschetti che mi daranno la morte; per il bene e per l’avvenire della nostra Patria e della nostra Bandiera, per le quali muoio felice.

Ci chiediamo: per cosa noi oggi siamo disponibili a sacrificare noi stessi, il nostro tempo, il nostro denaro, i nostri legami più vari? Qual è la causa che ci muove o ci potrebbe muovere?
Spesso ci lamentiamo che le cose non vanno, che si dovrebbe fare diversamente… ma cosa sono disponibile a fare io?
Questi uomini e donne (ultima Tina Anselmi, staffetta partigiana, deputato e primo ministro donna della Repubblica) avevano chiaro che per una Patria diversa valeva la pena sacrificare la propria vita; e noi?
Sarebbe davvero ipocrita fare memoria dei caduti delle guerre e non esser disposti a fare noi pure la nostra parte per un mondo migliore, più giusto e fraterno, libero dalle nuove dittature del denaro e della finanza e dal’indifferenza che uccide.

– questi uomini e donne vivevano in tempi difficilissimi; non era facile pensare che le cose sarebbe potute cambiare; eppure per loro era chiara la visione di una realtà nuova oltre la realtà presente; era forte la speranza che, con il contributo di tutti, il nostro Paese avrebbe potuto diventare nuovo e migliore.
Anche qui ci appoggiamo ad un testo scritto da Paolo Braccini, nome di battaglia “Verdi”, alla moglie e alla figlia: “Tu sai perché io muoio. Tienilo sempre presente e fallo sempre presente a tutti, specialmente alla nostra bambina… Non devi piangere per la mia fine: io non ho avuto un attimo di rammarico: vanne a fronte alta. Non ho perso la vita inconsciamente: ho cercato di salvarmela per te, per la mia bambina, per la mia fede. Per quest’ultima occorreva la mia vita. L’ho data con gioia… Il mondo migliorerà, siatene certe: e se per questo è stata necessaria la mia vita, sarete benedette… La mia fede mi fa andare sorridendo. Tenetemi nel vostro cuore per tutta la vita, come io per l’eternità.” 

Ci chiediamo: dove è finita la nostra speranza di saper vedere la possibilità di un futuro migliore oltre le circostanze attuali? Noi giovani degli anni ’80-’90 eravamo persuasi che il mondo sarebbe cresciuto incessantemente verso un progresso positivo. Quale sorpresa vivere la caduta del muro di Berlino, segno della rinascita del mondo dopo le violenze della seconda guerra mondiale… eppure oggi si respira dovunque rassegnazione e mancanza di speranza. Ancora ci si lamenta perché le cose non vanno, ma manca la capacità di saperne vedere altre oltre le circostanze presenti.

Se manca la speranza cresce l’individualismo egoista. In un mondo che si interpreta in perenne emergenza, senza futuro e sotto attacco vale solo la legge: “Ognuno per sé e Dio per tutti!” Fare memoria dei nostri caduti significa fare nostro il loro desiderio e il loro impegno per un mondo nuovo e diverso.
Possiamo ripetere anche noi: “il mondo migliorerà, siatene certi!”, ma solo se abbiamo visto oltre il presente la realtà che sta nascendo e se contribuiamo a farla nascere, facendo la nostra parte.

Is 21,11-1211Oracolo su Duma. Mi gridano da Seir: «Sentinella, quanto resta della notte?
Sentinella, quanto resta della notte?». 12La sentinella risponde: «Viene il mattino, poi anche la notte; se volete domandare,  domandate, convertitevi, venite!».

Credo nella risurrezione

giotto_di_bondone_-_no-_25_scenes_from_the_life_of_christ_-_9-_raising_of_lazarus_-_wga09204

Ho trovato quattro motivi che sostengono la mia fede nella risurrezione. Alcuni di questi sono fondati sulla Scrittura, altri trovano una corrispondenza ragionevole al mio sentire e percepire una verità misteriosa, ma reale.

  1. Senza la risurrezione Dio non sarebbe Dio! Ai Sadducei che negano la risurrezione Gesù risponde: “voi vi ingannate fortemente perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio” (Mt 22,29). Di un dio che non sa vincere la morte non so che farmene. Un dio che si lascia limitare e ostacolare dalla morte, non è un dio, ma un sistema di valori e pensieri devoti, ma non è Dio.Per necessità intrinseca Dio deve vincere la morte per far trionfare il suo progetto di amore e di bene sul mondo.
  2. Senza la risurrezione non ha senso il mio spendermi e il mio sacrificarmi quotidiano. Sono giunto a cinquantun’anni ed è molto tempo che cerco di vivere una vita donata. Senza la prospettiva della risurrezione rivendicherei il desiderio e il diritto di pensare un po’ a me, alla mia vita, al mio bene. Non potrei pensare di privarmi della mia vita a tal punto da rimanere privo di giorni. La risurrezione, invece, mi apre alla promessa di una vita custodita da Dio e di una pienezza di giorni in cui non ha alcuna importanza se ora “sperpero” il mio tempo donandomi e sacrificandomi. E’ questa la prospettiva che sostiene il dono dei martiri cristiani che arrivano al sacrificio supremo confidando nella promessa di vita che Dio ci ha fatto.
  3. Senza la risurrezione tutte le relazioni che vivo sarebbero a “tempo determinato” ed invece voglio che, proprio quelle che sono più importanti, durino per sempre purificate e trasfigurate dalla risurrezione. Non mi sento un illuso mentre esprimo questo desiderio. Sento che esso si fonda su una esigenza intrinseca delle relazioni che porta addirittura un ateo professo come Jacopo Fo a pensare al ricongiungimento dei suoi genitori oltre la morte. La risurrezione è la risposta di Dio al nostro desiderio di relazioni forti che non disperdono con la morte, ma che in Dio vengono custodite e risanate.
  4. La risurrezione mi aiuta a comprendere cosa sia la mia vita di oggi: un tempo di gestazione in attesa della nascita definitiva. Come il tempo trascorso nel grembo della madre è determinante per la qualità e la salute della vita successiva, così anche il tempo della nostra vita è determinante per la nuova nascita che vivremo attraversando la morte. Vivere questo tempo con responsabilità, fino in fondo, senza rassegnazione e senza abbandonarsi alla tristezza per la fragilità o i problemi, risulta decisamente più facile nella prospettiva della risurrezione.

So che non si tratta di un trattato sui Novissimi e che, forse, qualche elemento del mio discorso è un po’ fragile e andrebbe approfondito meglio, ma, di fronte a questo bel vangelo domenicale, mi sono sentito chiamato a mettere “nero su bianco” la mia fede nella risurrezione con semplicità e immediatezza.

Credo la risurrezione dai morti e la vita del mondo che verrà. Amen.

Giovani sposi

sposarsi-da-giovani

Questa settimana ho incontrato tre giovani (due ragazze e un ragazzo) che hanno deciso di sposarsi prima dei venticinque anni.  Non c’era nessuna necessità di farlo, solo una libera scelta della coppia. Non avevano una situazione economica definita (si è definita meglio successivamente); non avevano tutte le sicurezze e garanzie che normalmente vengono ritenute essenziali, … eppure hanno deciso di sposarsi: e sono contenti di averlo fatto.

La cosa mi ha piacevolmente colpito perché mi conferma in una convinzione che ha delle conseguenze importanti sul piano educativo: in un’epoca di grande precarietà sul piano economico e lavorativo, l’unica stabilità di vita la si può avere nelle scelte personali che coinvolgono l’identità della persona; per questo noi educatori dovremmo riconoscere e lavorare maggiormente su questa priorità.
La stabilità della persona, infatti, non si appoggia su circostanze esterne e non può essere ricercata nella professione, nello status economico o nella posizione sociale, ma solamente nelle scelte che strutturano l’identità, che identificano la persona nel suo essere e nel suo posizionarsi liberamente rispetto alla realtà.

Questo elemento educativo lo trovo piuttosto assente nella mentalità comune, anche all’interno della comunità cristiana. Spesso anche noi acconsentiamo ad altri modelli di riferimento che rischiano di schiacciare le persone nell’attesa di circostanze che, forse, non si realizzeranno mai, alimentando il livello della frustrazione di molti giovani.
Perché -invece- non aiutare a riconoscere un altro fondamento? Perché, non aiutiamo a riconoscere che la roccia su cui fondare la propria vita (e la propria casa) non è un contratto a tempo indeterminato (che peraltro sarebbe un atto di giustizia), ma sono le scelte che ci identificano e su cui ognuno è chiamato a fondare la propria vita affrontando le circostanze proprio a partire da esse?

La parabola della casa costruita sulla roccia (Mt 7,24-27) è molto interessante da questo punto di vista. Mi ha sempre colpito che nelle due situazioni diverse citate dalla parabola, non cambiano le circostanze esterne, ma diverso è solamente il fondamento. Per ognuno ci sono pioggia, vento e inondazioni, ma resiste solo chi è fondato sulla roccia.
Cosa rappresenta questa roccia? Non credo che Gesù pensasse ad un conto in banca o a una buona assicurazione, ma a chi ascolta le sue parole e le mette in pratica, a chi sceglie di fondare la propria vita sulla sequela di Lui o – comunque – su scelte forti e identificanti.

Mi chiedo se stiamo lavorando in questa direzione che Gesù ci indica. Se diamo una vera speranza ai giovani che ci chiedono un accompagnamento.
I., S. e F. probabilmente hanno incontrato qualcuno che li ha liberati dall’aspettativa delle circostanze favorevoli e ha fatto loro vedere che era possibile dare un orientamento alla propria vita mettendo in salvo quello che a loro stava più a cuore. Forse anche le circostanze successive sono state vissute con un altro spirito, sia quelle favorevoli che quelle più difficili, perché quando abbiamo messo al sicuro quello che conta di più, tutto il resto diventa davvero relativo.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: