Archivi Mensili: novembre 2019

Una preghiera per l’Albania

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L’Albania è molto vicina a tutti noi!
Tutti conosciamo qualche persona che proviene da quella terra.
Molti di noi ci sono stati almeno una volta; io anche di recente.

Oggi ho contattato alcuni amici e amiche che vivono là, per chiedere loro come stavano e se avessero bisogno di aiuto. Mi hanno detto di essere molto spaventati, soprattutto per il susseguirsi delle scosse: quella della notte che li ha svegliati è stata terribile.
Mi ha colpito che mi abbiano chiesto solamente di pregare per loro.
Io lo avevo già fatto; ma che questa domanda sia emersa esplicitamente mi ha fatto pensare.

Come si prega per chi vive il terremoto?
Ho trovato una preghiera che mi fa piacere condividere:

O Dio creatore,
noi crediamo che tu sei nostro Padre e che ci vuoi bene anche se la terra trema
e le nostre famiglie sono state sconvolte dall’angoscia,
non lasciarci soli nel momento della sventura.
Apri il cuore di molti nostri fratelli alla generosità e all’aiuto.
A noi dona la forza e il coraggio necessari per la ricostruzione
e l’amore per non abbandonare chi è rimasto senza nessuno.
Così, liberati dal pericolo e iniziata una vita nuova, canteremo la tua lode. Amen.

Confrontarsi senza incartarsi

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Ci sono argomenti delicati su cui spesso rischiamo di incartarci. Questo accade perché non sempre distinguiamo i diversi piani della questione su cui ci stiamo confrontando.
Non si tratta di indulgere in bizantinismi, ma di riconoscere che alcune questioni ci pongono di fronte a situazioni complesse, che richiedono un’attenzione e una delicatezza nel non confondere le diverse dimensioni coinvolte. Ci sono argomenti riguardo ai quali è molto diverso parlare in teoria o avere a che fare con persone che, proprio su quei temi, vivono una personale sofferenza.
Tutti questi argomenti riguardano e impattano sulla vita delle persone e delle famiglie, evocano vissuti difficili e dolorosi; per questo richiedono rispetto e capacità di accostarsi con delicatezza. Parlo di questioni inerenti alla cura delle persone in situazioni di salute molto al limite, alle maternità difficili per le condizioni particolari delle madri o dei nascituri, alle persone con orientamento omosessuale, a persone che vivono situazioni coniugali dolorose o complicate, a persone che si sono coinvolte in azioni delittuose e cercano un percorso di recupero, alle persone che vivono delle dipendenze … in queste situazioni, lì dove l’umanità e la vita delle persone è ferita o semplicemente molto coinvolta, non bastano gli slogans, le affermazioni di principio o le prediche.

Solo per comodità e per opportunità esplicativa, ho pensato di distinguere quattro piani diversi, che ovviamente non sono sigillati ermeticamente o da considerare come separati, ma, fatte salve le necessarie connessioni, semplicemente distinti.
In tale distinzione che propongo, mi addentro in un piccolo e semplice esercizio di ermeneutica, per essere aiutato insieme ad altri due o tre amici che hanno la bontà di leggere i miei scritti, a fare chiarezza su questioni molto importanti e – ripeto – delicate.

a. Il piano culturale o antropologico
A questo livello è molto opportuno avere le idee chiare e conoscere bene “i valori” che sono implicati. La posta in gioco sul piano dell’idea di uomo che stiamo coltivando o sostenendo è sempre molto alta. Non possiamo rischiare di cadere nel relativismo, o pensare che alcune scelte e visioni su ciò che è umano siano indifferenti o innocue: l’invito a “restare umani” vale davvero per tutti. 
Per noi credenti il punto di riferimento essenziale è ciò che afferma la Scrittura letta alla luce della Tradizione e della dottrina della Chiesa, in un ascolto sempre nuovo e sempre più approfondito; il concetto stesso di Tradizione presuppone non un deposito statico, ma un passaggio, in cui ognuno è chiamato a portare il proprio contributo andando sempre più in profondità nella conoscenza del mistero che Dio ci ha rivelato, mistero che coinvolge anche l’uomo (la tradizione è molto diversa dal tradizionalismo e dal conservatorismo).
Per noi l’uomo è creato ad immagine di Dio e portatore di una dignità che è da riconoscere e difendere in ogni circostanza, anche quando quell’uomo si fosse macchiato di terribili colpe.
Per noi all’uomo creato da Dio è stata concessa la capacità di relazione e di comunione e la relazione più importante e feconda che è chiamato a vivere, è quella caratterizzata dalla differenza sessuale (uomo e donna).
Per noi l’uomo è chiamato ad essere responsabilmente custode del creato e in questa responsabilità, attraverso il suo lavoro, contribuisce al progresso dell’opera creata da Dio.
Per noi l’uomo è destinatario di una vita che va oltre la sua vita terrena, ma non per questo è lecito svalutare o strumentalizzare la vita che vive dalla sua nascita alla sua morte.
Per noi l’uomo ha la capacità di esprimere il meglio della sua umanità quando si pone liberamente alla sequela di Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, che è venuto per rivelare all’uomo il volto di Dio e per rivelare all’uomo il vero volto di sé stesso e la sua altissima vocazione.

Su questo piano ci troviamo a confrontarci e a dialogare con altre visioni dell’uomo presenti nel contesto in cui viviamo. Il dialogare non significa mai cercare un compromesso, ma confrontarsi per cercare insieme il modo di esprimere meglio la verità su ciò che ognuno di noi crede. Ci saranno dei punti su cui si troveranno delle convergenze, altri punti su cui, rispettosamente, si evidenzieranno delle distanze. Ciò non ci impedisce di continuare a dialogare, perché è proprio raccontando e motivando ad altri ciò che credo e ciò che per me è importante, che anche io sono aiutato a comprenderlo meglio.

b. Il piano politico
Il piano politico è, per definizione, un piano di mediazione, di ricerca condivisa degli strumenti e delle vie utili per concretizzare ciò che nei principi è affermato. E’ ingenuo pensare che sul piano politico si possa declinare specularmente ciò che i principi  etici, antropologici, filosofici e religiosi proclamano. Occorre una mediazione che proceda per approssimazione, cercando di realizzare il maggior bene possibile, senza scadere in derive demagogiche o superficiali. 
Occorre anche ricordare che la mediazione politica è molto condizionata dalle circostanze storiche e sociali, mentre i principi sono, per definizione, atemporali. Ci sono leggi che nascono in contesti e situazioni legate a fatti ed esperienze molto concrete, o dalla percezione che le persone hanno di un determinato problema. Si pensi al fenomeno della migrazione dai paesi del terzo mondo, che viene percepita come una “invasione” nonostante i numeri registrati siano sostanzialmente modesti: alcune leggi proposte, risultano essere la risposta alla percezione del problema, più che al problema in sé. Oppure si pensi ad una legge come quella riguardante le “Disposizioni anticipate di trattamento” (DAT), che da parti differenti è stata giudicata come una grande affermazione dei diritti civili o come l’anticamera ad una imminente legge sull’eutanasia.
Ci si può riferire parimenti alle leggi sul divorzio e sull’aborto, leggi che hanno inciso pesantemente sulla mentalità odierna riguardante la vita coniugale – considerata sempre più “naturalmente” soggetta a precarietà – e la disponibilità verso l’accoglienza di una nuova vita; l’aborto è considerato da molti semplicemente un diritto civile della madre, senza nessuna valutazione etica sul diritto fondamentale alla vita del nascituro. Le valutazioni di ordine morale, filosofico e perfino sociologico si sono sprecate in questi tanti anni. Molte di esse sono condivisibili sul piano culturale e antropologico.
Ma, come si chiede il prof. Luciano Eusebi (Università Cattolica di Brescia – nel link una conferenza di presentazione del libro) nel volume su Il problema delle leggi imperfette“, possiamo seriamente pensare ad uno stato civile in cui non ci siano leggi che regolamentano queste questioni fondamentali e dove tutto rischia di essere lasciato all’improvvisazione o alla clandestinità? Per quanto sia assolutamente vero che certe leggi hanno sdoganato mentalità pericolose e costruito situazioni eticamente molto gravi, davvero pensiamo che la soluzione a questi temi sia non avere leggi a riguardo? O che l’unica possibilità che ci è concessa, per difendere i nostri principi, sia l’obiezione di coscienza?
A livello politico, penso che occorra aver ben presenti i principi ispiratori sul piano antropologico e morale, ma che occorra anche essere capaci di utili mediazioni, sporcandosi le mani per ottenere il miglior bene possibile da un dibattito democratico che deve necessariamente conciliare visioni diverse, percezioni diverse del problema e soluzioni possibili.
Dobbiamo riconoscere che nella storia recente, in tante occasioni, noi cattolici abbiamo rinunciato ad un serio e costruttivo dibattito nel contesto democratico; ci siamo barricati dietro la difesa e l’affermazione dei principi “non negoziabili”, finendo per subire pesanti sconfitte sul piano politico-culturale e leggi mediocri, prive del nostro possibile contributo.

c. Il piano pastorale
L’approccio pastorale ad alcune questioni, deve tenere presente il bene dei singoli e quello della comunità cristiana.
Anche questo è un ambito di delicata mediazione, dove il solo appello ai principi, oltre che essere sgradevole per chi si sente escluso, diventa anche ingiusto, perché rischia di risolvere ogni questione in un approccio di tipo formale e legalistico, che non richiede alcun coinvolgimento della persona e sulla persona. Un esempio molto antico lo abbiamo nella Prima lettera di san Paolo ai Corinti, riguardo la possibilità di cibarsi delle carni di animali immolati agli idoli; Paolo afferma che non ci sarebbe alcun problema in questa prassi, a meno che questa scelta non rechi scandalo ad un fratello; il rispetto della coscienza del fratello più debole invita ad una scelta più rigorosa anche se, di per sé, non dovuta (Cfr. 1Cor 8).
Se la comunità ha un dovere di accoglienza nei confronti di tutti, tale accoglienza richiede un percorso di accompagnamento dei singoli e della comunità nel suo insieme. Non si può presumere che tutti siano consapevoli di cosa comporti accogliere una persona, di quali attenzioni siano necessarie o semplicemente opportune, quali limitazioni oggettive tale accoglienza richiede.
La comunità ha bisogno di essere formata per comprendere non solo i problemi, ma anche le singole persone. Quante esclusioni indebite dalla comunione eucaristica sono state compiute, solamente per disinformazione o ignoranza! Quanti giudizi affrettati ed escludenti sono stati pronunciati nelle nostre comunità verso persone che si trovavano in situazioni eticamente problematiche, ma che potevano essere accompagnate verso un chiarimento della loro situazione!
Il piano pastorale della questione riguarda soprattutto la responsabilità di una comunità nel formarsi in modo serio, per comprendere bene la realtà che si ha di fronte, conoscere il magistero autentico della Chiesa (non quello riportato dai giornali o dai social media) e le condizioni delle persone a cui ci si rivolge, cercando di proporre percorsi possibili e veri a chi vuole ripartire dopo esperienze di ferite o di scelte errate.

d. L’accompagnamento personale
«Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, ma chi sono io per giudicarla?» Era il 28 luglio 2013 quando, di ritorno dalla GMG di Rio de Janeiro, nel corso di una conferenza stampa, papa Francesco risponde con una domanda alla domanda di un giornalista. Ovviamente molta stampa ha censurato la parte centrale della domanda del Papa, alludendo ad un cambio della posizione della Chiesa sull’omosessualità.
Questa domanda del Papa, ci apre alla comprensione di un quarto piano delle questioni che ci interessano. Oltre il livello culturale, oltre il livello politico e pastorale, c’è un livello che riguarda l’accompagnamento personale; a tale livello si ha a che fare con una persona che è alla ricerca del Signore ed ha buona volontà, e che ha il diritto di essere accompagnata dalla Chiesa nella sua ricerca. 
Ovviamente tale accompagnamento deve essere fatto con misericordia e verità, come direbbe il Salmo 84: “Misericordia e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno. La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (vv. 10-11).
Mi piacciono le parole di questo Salmo: sono molto vere. E’ una questione di amore, misericordia e di verità; l’amore non può ingannare nessuno, non può mai essere demagogico. La verità germoglia dalla terra perché è la realtà che ci viene incontro nella concretezza della vita di una persona, non nell’astrazione di un caso o di una teoria; la giustizia si affaccia dal cielo perché è Dio che, aiutandoci con il suo Spirito, ci aiuta a costruire un percorso possibile per quella determinata persona, senza trucchi, senza scorciatoie o inganni.
L’accompagnamento è prima di tutto un’esperienza di condivisione, è la scelta di camminare insieme, fianco a fianco, umilmente, mettendosi in ascolto – insieme – di una Parola che viene dal cielo e che nessuno può pensare di possedere nella sua pienezza, una parola che deve diventare carne in quella situazione concreta, ancorché ferita, umiliata, peccatrice …
L’accompagnamento ecclesiale non è un generico “volemose bbene“; ma è la scelta di compromettersi con la storia dell’altro, senza giudicare la persona, perché la persona non è il suo problema, non è il suo errore, non è il suo orientamento sessuale, non è la sua povertà, … ma è colui/colei che desidera ascoltare l’invito di Dio alla vita buona e vera, riconoscere la possibilità di accogliere il Signore nella propria casa e, insieme con lui e con i fratelli, trovare la via per seguire Gesù e la forza per cambiare e convertire la propria vita.

Questa ampia descrizione dei vari piani su cui è necessario affrontare le questioni più delicate, è il tentativo di invitare tutti a comprendere meglio quale sia il piano su cui, di volta in volta, ci stiamo confrontando quando ne parliamo insieme, evitando di accusarci pregiudizialmente di relativismo o rigorismo semplicemente perché ci poniamo su un piano differente e quindi in un contesto differente del nostro dire (o agire).
Abbiamo molto bisogno di darci una mappa condivisa per affrontare alcune questioni che riguardano la vita di alcune persone, perché il rischio di incomprensione reciproca e di confusione nell’azione pastorale è molto alto.

Un annuncio che non teme la diversità

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Di questi giorni vissuti a Pesaro con i preti della mia diocesi, per riflettere insieme sulla realtà delle persone omosessuali, sulla loro accoglienza nella comunità cristiana e sulle tematiche inerenti al Gender, c’è un’immagine che mi ritorna alla mente e che mi da respiro: è il racconto dell’incontro tra il diacono Filippo e l’eunuco etiope, ministro della regina Candace. Si tratta del racconto del battesimo del primo non ebreo e di un uomo che viveva segnato dalla mutilazione e dalla infecondità. Ripropongo il testo.

Un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etìope, eunuco, funzionario di Candace, regina di Etiopia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaia. Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaia, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui. Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:
Come una pecora egli fu condotto al macello

e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa,
così egli non apre la sua bocca.
Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato,
la sua discendenza chi potrà descriverla?
Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita.
Rivolgendosi a Filippo, l’eunuco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù. Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunuco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». […] Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunuco, ed egli lo battezzò. Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa. (At 8,26-40)

Mi sembra che ripercorrere questo testo, cogliendo lo stile ispirato di Filippo nell’incontro e nell’annuncio, possa dirci alcune cose interessanti riguardo quello che noi siamo chiamati a vivere nell’incontro con le persone omosessuali o appartenenti alla galassia LGBT.

1. Un angelo invia Filippo
C’è un intervento divino alla radice dell’incontro narrato. Filippo non si reca in quel luogo per sua iniziativa personale, ma perché viene esplicitamente inviato. Il luogo, ad una prima vista, è tutt’altro che favorevole all’annuncio:  perché andare su una strada deserta? Tale strada è davvero una periferia umana. La strada va verso sud e sembra che nessuno la percorra. Ma proprio lì, in quella strada deserta, appare un viandante, un uomo che viene descritto in merito alla sua nazionalità, alla sua condizione, al suo ruolo e alla sua fede. Si dice che è un etiope, un eunuco, un importante funzionario della corte di Candace, regina di Etiopia. Si dice – inoltre – che è un proselito, appartenente a quegli uomini di fede ebraica, ma non di origine ebraica (forse proprio come Filippo: Cfr. At 6).

2. Correre, accostarsi, sedersi accanto
Lo Spirito in persona dice a Filippo di mettersi a correre e di accostarsi al carro dell’etiope. Questi due inviti hanno una valenza molto diversa, ma hanno ambedue a che fare con il tempo. Il correre è un’azione che richiede una certa determinazione nell’affrettarsi, quasi addirittura uno sforzo. L’accostarsi richiede delicatezza e rispetto, quasi un rallentare.
Prima Filippo deve correre, quasi rincorrere quel carro; è chiamato ad affrettare il passo per mettersi al passo del carro. C’è un adattamento che Filippo accetta; non è lui che impone il ritmo iniziale. Poi Filippo deve mettersi accanto, si deve registrare sul passo dell’altro se lo vuole incontrare.
Successivamente sarà lo stesso etiope che inviterà Filippo a sedersi accanto a lui.
Sono tutti movimenti che dicono di un protendersi verso l’altro che Filippo deve incontrare.

3. Un duplice ascolto
Nella dinamica dell’incontro, Filippo vive un duplice ascolto. L’ascolto dell’etiope, poi, insieme a lui, l’ascolto della Parola.

Prima viene l’ascolto dell’uomo, di ciò che gli fa battere il cuore, di ciò che coglie il suo interesse. Filippo è fortunato; quell’uomo sta leggendo la Scrittura e un passo molto importante della Scrittura: uno dei canti del Servo scritti da Isaia.
L’ascolto di quell’uomo viene dall’essersi accostato in modo discreto e gentile, non invadente o arrogante. L’ascolto è il primo atteggiamento di apertura dell’apostolo.
Quell’ascolto, poi, diviene attivo e si trasforma in una domanda: comprendi quello che leggi? La domanda manifesta un interesse per la persona che si rende disponibile a lasciarsi guidare, a lasciare che qualcuno gli apra la strada alla comprensione.
L’ascolto della persona, seguito dall’invito a sedersi accanto, conduce al comune ascolto della Parola di Dio. E’ molto bello questo movimento: Filippo non arriva con una proposta, ma si mette accanto a quell’uomo per ascoltare insieme a lui la Parola.
Filippo ha ben presente che la Parola di Dio è viva e si apre in modo diverso alla comprensione proprio a partire dai vissuti che incontra; e che ci sono dei vissuti che divengono la chiave per comprendere in modo più profondo quella Parola.
Filippo conosce bene quel testo; è uno dei testi che la comunità cristiana, fin dai suoi primi passi, ha riconosciuto come molto importante per comprendere e interpretare il mistero della morte e risurrezione di Gesù in chiave salvifica.
Quella parola di Isaia risuona nel cuore dell’eunuco etiope; quell’immagine di umiliazione, di vita recisa che non esclude una discendenza… ma di chi parla quel testo? Parla del profeta Isaia? Parla di qualcun altro? Parla di me?
E’ la domanda importante che quell’uomo rivolge a Filippo, e Filippo gli annuncia Gesù.

4. Annunciare Gesù
La formula usata da Luca è così sintetica che ci lascia senza fiato.
Che cosa gli avrà detto per suscitare la sua fede?
Gli avrà annunciato Gesù, che si è fatto lui pure maledizione; che ha volontariamente scelto di vivere da povero ed eunuco, per rivelare agli uomini la potenza del Regno di Dio che fa sorgere la vita dalla morte. Avrà annunciato Gesù che ha amato fino a dare la vita e gli avrà annunciato che Dio lo ha glorificato facendolo risorgere dai morti. Gli avrà annunciato dell’azione dello Spirito di Gesù nella comunità dei credenti, una comunità di uomini e donne che hanno aderito nella fede a Gesù e che hanno ricevuto il battesimo, principio di vita e fecondità nuova. Forse gli ha annunciato solamente quelle parole che papa Francesco, nella Christus vivit, dice essere il cuore del kerygma: “Dio ti ama. Cristo ti salva. Egli vive e vuole che tu viva.” Gli annunciò Gesù.

5. Cosa impedisce che io sia battezzato?
L’annuncio trova un cuore accogliente. L’annuncio di Filippo feconda il cuore di quest’uomo segnato dalla morte e subito nasce il desiderio di partecipare in modo pieno alla fede. Cosa impedisce che io sia battezzato?
Alcuni antichi codici riportano un dialogo tra Filippo e l’etiope che culmina nella professione di fede necessaria per ricevere il battesimo. La critica storica ha ritenuto questo versetto non originale, ma una glossa dei copisti per introdurre il gesto del battesimo, e per questo nelle nostre bibbie non lo si ritrova. Lo riporto perché ci aiuta a dare una risposta a quella domanda: cosa impedisce?
[v. 37: E Filippo disse: «Se credi con tutto il cuore è possibile». E quegli rispose: «Credo che Gesù Cristo è Figlio di Dio».]
In questo testo, come in altri del libro degli Atti degli Apostoli, la dimensione determinante per ricevere il battesimo, è la fede in Gesù, Figlio di Dio; tale fede è ciò che conduce alla conversione del cuore e consente di ricevere il battesimo; così come, durante il tempo della missione vissuta da Gesù in Galilea, Samaria e Giudea, l’accoglienza della sua Parola e la fede in Lui consentivano le guarigioni, le liberazioni e le risurrezioni.
Secondo il rito antico, Filippo e l’eunuco scendono insieme nell’acqua affinché quell’uomo potesse ricevere il battesimo.

6. Un congedo segnato dalla gioia
Usciti dall’acqua – dice il testo – lo Spirito rapisce Filippo e lo porta altrove sottraendolo alla vista dell’uomo eunuco. Ciò che rimane a quell’uomo è una gioia intensa che, possiamo ben supporre, abbia cambiato la sua esperienza di vita, vivificandola e liberandola dalla cappa della morte da cui si sentiva definito precedentemente.
Molte domande ci potremmo porre: ma non c’è una comunità che lo accompagna? ma come cresce in quell’uomo il dono del battesimo? chi lo aiuta a far sì che esso si dilati nella sua vita e lo conduca a scelte di vita coerenti?
Tutte queste domande (molto importanti per noi) non interessano il testo di Atti che è soprattutto preoccupato di testimoniare come la potenza della risurrezione di Gesù agisca nella vita di quell’uomo.

7. Alcune note per noi: cosa ci insegna Filippo?
Un testo biblico non dice tutto quello di cui noi abbiamo bisogno, non risolve tutti i nostri problemi pastorali. Da questo testo traggo solo alcuni spunti, riproposti in modo essenziale, senza alcuna pretesa di esaustività.
– E’ il Signore che invia Filippo, proprio lui tra tutti i missionari della prima Chiesa, su quella strada deserta. Non ci viene detto perché. Non ci viene rivelato il contesto. Solo un racconto  molto estemporaneo che ha come centro l’incontro con quella persona destinataria dell’annuncio. 
– Filippo è chiamato ad inseguire e a rallentare. Occorre registrare il nostro passo sul passo di coloro che vogliamo incontrare. Filippo è determinato nella corsa e discreto nell’accostarsi. Audacia e delicatezza: due atteggiamenti che vanno equilibrati con attenzione.
– In ascolto dell’altro. In ascolto dell’Altro. C’è il mistero di Dio da rivelare e condividere, ma prima ancora c’è un mistero del cuore dell’uomo – di ogni uomo – da scoprire. C’è una disposizione all’ascolto che deve essere re-imparata da una comunità cristiana molto più  preoccupata di parlare, di dire e proclamare, non sempre di ascoltare.
– Un annuncio essenziale che deve far incontrare con la persona di Gesù e suscitare la fede in Lui. E’ Gesù che cambia la nostra vita; è la fede che fa la differenza perché mi pone sotto uno sguardo amorevole di Dio. Penso che quell’uomo, segnato da una profonda ingiustizia e da una totale mancanza di speranza, in ascolto dell’annuncio proposto da Filippo, si sia sentito amato, abbia sentito che anche per lui c’era una proposta di vita che sorgeva dall’amore.
– Cosa mi impedisce? Lo sguardo del missionario sembra chiamato a posarsi più sul bene che c’è che su quello tutto quello che ancora manca. La sapienza secolare della Chiesa propone itinerari di crescita e di verifica dei cammini di adesione personale, ma è doveroso ricordare che il processo della fede è sostenuto dalla grazia sacramentale che opera anche dove umanamente noi non possiamo prevedere che avvenga un cambiamento. Nulla di magico, per carità. E’ il difficile e impegnativo discernimento personale da cui non ci possiamo sottrarre assumendo atteggiamenti rigoristi che vogliono difendere dei principi astratti. Lo stare seduti accanto; il toccare la carne della vita di quella persona, per poi arrivare a scendere insieme nell’acqua battesimale, è l’unico itinerario che racconta la dinamica dell’annuncio.
– Pieno di gioia. Il frutto del dono di Dio si manifesta immediatamente nella gioia di quell’uomo etiope chiamato a proseguire la sua strada. Non sappiamo più nulla di lui, ma la tradizione della chiesa ortodossa etiope lo vede come colui che ha portato il primo seme del Vangelo nella grande e ricca terra di Etiopia, culla di una feconda testimonianza evangelica.

8. Un incontro evangelico con la diversità
Quello tra Filippo e l’eunuco etiope, testimonia l’esito felice di un incontro tra due uomini molto diversi tra loro. Diversa era la nazionalità e la lingua, diversa le fede, diversa la condizione sociale e la condizione umana, … ma tutte queste diversità molto importanti non hanno impedito l’incontro nel nome di Gesù.
Lo Spirito di Gesù ha inviato Filippo in quel luogo e lo ha condotto a vivere quell’incontro. Filippo, per parte sua, ha messo ogni impegno per far sì che quell’incontro, avvenuto lungo la strada, potesse diventare un’occasione di annuncio; ha messo in campo sia l’audacia che la discrezione, è stato capace di ascolto, si è lasciato  lui stesso condurre dall’ascolto della Parola ed – infine – ha annunciato Gesù.
E’ Lui, come dice Paolo nella lettera agli Efesini e nella lettera ai Galati, che abbatte ogni muro e ci consente l’incontro anche con colui che è diverso. “Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne” (Ef 2,14); “Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù.” (Gal 3,28).
Se ci lasciamo guidare dallo Spirito di Dio possiamo vivere in pienezza quegli incontri che lui ha pensato prima di noi, e possiamo dire come Pietro, dopo il battesimo dei primi pagani nella casa di Cornelio: “Se dunque Dio ha dato a loro lo stesso dono che ha dato a noi, per aver creduto nel Signore Gesù Cristo, chi ero io per porre impedimento a Dio?” (At 11,17).
Ciò che umanamente può apparire un impedimento e un muro, guidati dallo Spirito di Dio – come Filippo -, può divenire l’occasione per costruire un ponte da percorrere insieme nella direzione che Dio ha pensato per noi.

Religione dei valori

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Sono giorni che mi ritorna alla mente il testo del Vangelo di domenica scorsa: il dibattito grottesco che i Sadducei propongono a Gesù, mi sembra proprio l’esempio di quello che accade quando la nostra esperienza religiosa è fondata su dei valori e non si fonda sulla fede.
Gli studi dicono che i Sadducei facevano parte della aristocrazia / borghesia del tempo; collaboravano con i Romani per senso pratico e – probabilmente – per interesse personale; ricoprivano alte cariche nella gerarchia del tempio di Gerusalemme; non professavano la fede nella risurrezione dei morti, cosa che invece sostenevano e predicavano i Farisei.
Ma cosa credevano? Credevano nell’unità del popolo d’Israele e nella necessità di difenderlo anche a costo di compromessi. Probabilmente difendevano alcuni valori tipici della tradizione ebraica, ma senza radicarli in un’esperienza di fede personale. Il brano di domenica, nella versione di Matteo e di Marco, è molto più aspro nella risposta di Gesù: “Vi ingannate, perché non conoscete le Scritture e neppure la potenza di Dio” (Mt 22,29).

Una religiosità che non si aggancia alle scritture e alla fede rischia di trasformarsi in ideologia anche quando sostiene e difende valori importanti.
Che differenza c’è tra fede e religione? La religione è un sistema di tradizioni, riti, credenze; la fede è una relazione con Dio al quale sei disponibile ad affidare la tua vita.

La religione è rigida e tende a porsi sulla difensiva; la fede è dinamica perché – come ogni relazione – provoca ad un continuo cambiamento (conversione).
La tentazione di trasformare la religione in un sistema autonomo, che funziona anche senza Dio o dove Dio serve solo per accreditare ciò che noi abbiamo deciso essere importante e degno di essere difeso, è una tentazione sempre presente. L’eccessivo richiamo ai valori che non si concretizzano in un’esperienza vissuta, che vengono proclamati ed enunciati, dichiarati non negoziabili, ma rimangono sempre astratti, non conduce necessariamente alla fede. I valori li possiamo condividere con tanti – ed è una cosa buona, un terreno fecondo di incontro e di dialogo -, ma la fede è un’altra cosa!

La fede è una relazione che si confronta continuamente con le scritture considerate come tradizione vivente; la fede è una relazione che non conferma, ma che provoca e chiama a conversione; rispetto alla fede non mi sento mai arrivato, ma sempre in cammino; la fede è un’esperienza che condivido e annuncio, non che difendo anche violentemente.

Anche oggi abbiamo tante persone importanti che si richiamano ai valori cristiani senza professare la fede: ci può far piacere, ma ne riconosciamo anche il pericolo.
La testimonianza e il riferimento all’esperienza concreta ci preserva dal pericolo di trasformare la religione in un’ideologia, che come molte ideologie religiose sarà caratterizzata dall’intransigenza e vedrà il dialogo e il confronto come una debolezza o una cessione al relativismo.

Gesù non si tira indietro rispetto alla provocazione dei Sadducei, ma si colloca in modo corretto, richiamando ciò che è essenziale e che, poiché si trova nella potenza di Dio, non ha alcun bisogno di essere difeso da noi.
Gesù rimanda alle scritture e alla vera identità di Dio.
Gesù riporta l’esperienza di Abramo, Isacco e Giacobbe come testimonianza vissuta della relazione con Dio.

Anche noi corriamo il rischio con un eccessivo richiamo ai valori, di ergerci a difensori di sistemi che sono ispirati al cristianesimo, ne richiamano elementi importanti, ma non hanno nulla a che fare con la testimonianza della fede: è il pericolo dell’ideologia da cui il discernimento evangelico fatto in comunità, sotto la guida di coloro che hanno la responsabilità della conduzione della comunità. può preservarci. 

Come le corde alla cetra

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Come le corde alla cetra (Ignazio di Antiochia)

La comunione nel presbiterio premessa alla sinodalità
ritiro al presbiterio di Pesaro – 7 novembre 2019

INTRODUZIONE
Anche nella Chiesa, come nella società civile, ci sono delle parole d’ordine che, in un determinato periodo storico, sembrano segnare il cammino.
Nella società civile spesso si tratta di “mode”.
Nella comunità ecclesiale si auspica sia la riscoperta di qualche elemento essenziale che, per vari motivi, era stato smarrito o accantonato.

La parola d’ordine di questo tempo è la parola sinodalità, parola antica e nobile, con un fondamento biblico molto solido e icone bibliche molto eloquenti che aiutano a dare contenuto spirituale ad un termine che rischia sempre lo svuotamento di significato quando viene abusato e ripetuto in modo ossessivo.

Come è noto a tutti, questo termine indica il camminare insieme.

Due icone bibliche mi stanno molto a cuore:

  • Mt 11,28-30: Venite a me, prendete il mio giogo sopra di voi, troverete ristoro.
  • Lc 24,13-35: Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.

In ambedue i testi il camminare insieme è fortemente connesso alla comunione con Gesù. Il camminare insieme implica un camminare con lui, anche quando i nostri occhi non lo riconoscono, implica una comunione con lui che diviene premessa della comunione tra noi.

In questi ultimi giorni, provocato dalle letture dell’Ufficio delle letture e dai fatti inerenti alla nuova fase guerra in Siria, mi sono fatto guidare da Sant’Ignazio di Antiochia andando a rileggere tutte le sue lettere, trovando così uno spunto per pregare per la Chiesa di Siria e per tutte le persone che vivono là.
Mi sono ritrovato di fronte all’invito ricorrente, che Ignazio rivolge alla chiese destinatarie delle sue lettere, a vivere nella comunione; invito rivolto a tutti i credenti, ma in particolare ai presbiteri. Nella lettera agli Efesini riporta questa bella immagine che, credo, ci provochi tutti:

Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio. (Efesini, 4)

Poiché siamo nel contesto di un ritiro e l’obiettivo di questa mattinata è quello di mettersi insieme davanti al Signore, vi propongo un esame di coscienza condiviso, che per qualcuno potrebbe diventare anche premessa per la riconciliazione sacramentale, mentre per tutti è l’occasione per una revisione di vita.

Ripercorro il ben noto schema che il card. Carlo Maria Martini ha presentato in quel bellissimo testo intitolato “La via di Timoteo” (ed. Piemme); proponendo una traccia per il colloquio penitenziale, egli suggeriva un percorso in tre tappe: la confessio laudis, la confessio vitae, la confessio fidei.

Saranno le tre tappe della nostra meditazione.

1. CONFESSIO LAUDIS: ringraziamo il Signore perché ci ha costituito presbiteri in questo presbiterio e in questo tempo della storia.
La comunione, prima di essere un impegno è un dono che ci viene concesso dal Signore, è una grazia. La grazia e la benevolenza di Dio ci precedono sempre e ci rendono partecipi di un dono inaspettato e irrealizzabile con le sole forze umane.

Alcuni testi biblici ci possono essere utili in questo rendimento di grazie: Ef 1,3-23; Col 1,1-20

Per noi presbiteri, oltre ai doni di grazia che fondano la comunione ecclesiale, ci sono anche i doni legati al sacramento dell’ordine che abbiamo ricevuto grazie alla chiamata al ministero confermata dalla Chiesa.
Nell’imposizione delle mani compiuta dal Vescovo e da tutti presbiteri presenti, nella preghiera di ordinazione pronunciata dal Vescovo e nell’abbraccio di pace con i membri del presbiterio, ci è stato comunicato il sacramento che ci costituisce presbiteri nella Chiesa di Dio.

Proviamo a riascoltare quelle parole che sono state pronunciate su di noi:

Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,
artefice della dignità umana, dispensatore di ogni grazia,
che fai vivere e sostieni tutte le creature,
e le guidi in una continua crescita: assistici con il tuo aiuto.
Per formare il popolo sacerdotale tu hai disposto in esso diversi ordini,
con la potenza dello Spirito Santo, i ministri del Cristo tuo Figlio.
Nell’antica alleanza presero forma e figura i vari uffici istituiti per il servizio liturgico.
A Mosé ed Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo,
associasti collaboratori che li seguivano nel grado e nella dignità.

Nel cammino dell’esodo comunicasti
a settanta uomini saggi e prudenti lo spirito di Mosé tuo servo,
perché egli potesse guidare più agevolmente con il tuo aiuto il tuo popolo.
Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre,
perché non mancasse mai nella tua tenda il servizio sacerdotale
previsto dalla legge per l’offerta dei sacrifici, che erano ombra delle realtà future.

Nella pienezza dei tempi, Padre santo,
hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Gesù,
Apostolo e pontefice della fede che noi professiamo.
Per opera dello Spirito Santo egli si offrì a te, vittima senza macchia,
e rese partecipi della sua missione i suoi apostoli consacrandoli nella verità.
Tu aggregasti ad essi dei collaboratori nel ministero
per annunziare e attuare l’opera della salvezza.
Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza
e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico.

DONA, PADRE ONNIPOTENTE, A QUESTO TUO FIGLIO LA DIGNITÀ DEL PRESBITERATO. RINNOVA IN LUI L’EFFUSIONE DEL TUO SPIRITO DI SANTITÀ; ADEMPIA FEDELMENTE, O SIGNORE, IL MINISTERO DEL SECONDO GRADO SACERDOTALE DA TE RICEVUTO E CON IL SUO ESEMPIO GUIDI TUTTI A UN’INTEGRA CONDOTTA DI VITA.

Sia degno cooperatore dell’ordine episcopale,
perché la parola del vangelo mediante la sua predicazione,
con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini,
e raggiunga i confini della terra.

Sia insieme con noi fedele dispensatore dei tuoi misteri,
perché il tuo popolo sia rinnovato con il lavacro di rigenerazione
e nutrito alla mensa del tuo altare;
siano riconciliati i peccatori e i malati ricevano sollievo.

Sia unito a noi, o Signore,
nell’implorare la tua misericordia per il popolo a lui affidato e per il mondo intero.
Così la moltitudine delle genti, riunita a Cristo,
diventi il tuo unico popolo, che avrà il compimento nel tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli del secoli. Amen.

Se questo testo della liturgia costituisce la “forma del sacramento” che abbiamo ricevuto, esso ci richiama essenzialmente ad una dimensione comunionale espressa nel termine “collaborazione”.
Possiamo rendere grazie al Signore perché ci ha chiamati al ministero apostolico come collaboratori del ministero episcopale nella prospettiva della comunione.
Possiamo rendere grazie al Signore per coloro che storicamente hanno imposto le mani su di noi, per il Vescovo che ci ordinato, per i presbiteri che erano presenti, per quelli che concretamente formavano il presbiterio quando vi siamo entrati. La comunione si fonda e cresce su una memoria grata.
Noi non siamo diventati preti in una chiesa generica e senza volto, ma in una chiesa che aveva ed ha dei volti ed una storia precisa. Per questa comunione ecclesiale che ci ha accolto e nella quale abbiamo scelto di spendere la nostra vita possiamo rendere grazie al Signore.

La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione. Lasciamo che, come Pietro la mattina della “pesca miracolosa”, il nostro constatare tutto il bene ricevuto risvegli in noi la capacità di stupirci e di ringraziare così da portarci a dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8) e, ancora una volta, ascoltiamo dalle labbra del Signore la sua chiamata: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10); perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

(Lettera di papa Francesco ai sacerdoti – 4 agosto 2019)

2. CONFESSIO VITAE: L’ideale e l’impegno nella comunione presbiterale
Partiamo da due testi che hanno segnato la storia della teologia del ministero ordinato nel dopo-Concilio e che disegnano l’ideale del nostro vivere il ministero. L’ideale è un punto di riferimento importante per noi credenti perché non indica un’idea astratta – opponendosi alla realtà concreta -, ma la méta verso cui siamo chiamati a tendere, la forma del nostro vivere il discepolato e il ministero.

I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine Episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio sebbene destinato a uffici diversi. Nelle singole comunità locali di fedeli rendono in certo modo presente il vescovo, cui sono uniti con cuore confidente e generoso, ne assumono secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi, sotto l’autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all’edificazione di tutto il corpo mistico di Cristo (cfr. Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, devono mettere il loro zelo nel contribuire al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi di tutta la Chiesa. In ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico del vescovo, i sacerdoti riconoscano in lui il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi, consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e amici così come il Cristo chiama i suoi discepoli non servi, ma amici (cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi dell’ordine e del ministero, tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa.
In virtù della comunità di ordinazione e missione tutti i sacerdoti sono fra loro legati da un’intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l’insegnamento (cfr. 1 Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt 5,3) presiedano e servano la loro comunità locale, in modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui è insignito l’unico popolo di Dio nella sua totalità, cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino che devono, con la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine, presentare ai fedeli e infedeli, cattolici e non cattolici, l’immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita; e come buoni pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che, sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti o persino la fede. Siccome oggigiorno l’umanità va sempre più organizzandosi in una unità civile, economica e sociale, tanto più bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto all’unità della famiglia di Dio. (LG 28)

Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l’inserimento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale «forma comunitaria» e può essere assolto solo come «un’opera collettiva». Su questa natura comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio, esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento dell’Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità. Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, «lavorano per la stessa causa, cioè per l’edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi», e si arricchisce nel corso dei secoli di sempre nuovi carismi. (PdV 17)

In questa seconda tappa possiamo confrontare tale ideale con la realtà che ci troviamo a vivere, segnata inevitabilmente da fragilità e incoerenze, alcune dovute al nostro peccato personale, altre alle condizioni storiche ed ecclesiali che ci condizionano.
È importante non sottovalutare questa analisi spirituale perché, se da una parte sappiamo che storicamente l’ideale non potrà mai essere realizzato nella sua pienezza, dall’altra siamo responsabili che si ponga in atto quel processo di continua conversione che ci orienta a vivere l’ideale senza rassegnarci alla mediocrità.

Mi permetto di suggerirvi alcuni elementi di riflessione per aiutarvi nella confessio vitae che oggi siamo chiamati a compiere.

a. La tentazione dell’individualismo e del narcisismo
Il narcisismo e l’individualismo sono caratteri propri di questo tempo che stiamo vivendo. Non sono atteggiamenti tipici del mondo ecclesiale, ma sarebbe ingenuo pensare che la comunità cristiana e, in essa, il presbiterio, ne sia immune. Anzi!
Dobbiamo ammettere che proprio noi siamo molto esposti a questa tentazione che costituisce una vera minaccia alla comunione.

La storia che ci precede ha per molto tempo pensato al presbitero come ad una figura individuale, inviato in una comunità per periodi di tempo molto lunghi, una comunità che, spesso, veniva plasmata a sua immagine e si identificava con lui (nel bene e nel male). Questa storia ci ha consegnato molte testimonianze di santità eroica, ma anche molte situazioni di degrado spirituale ed umano.

Sulla formazione dell’individuo ha molto insistito la formazione iniziale nei seminari, considerandolo un presidio importante per far fronte alle inevitabili tensioni.

Anche il narcisismo è un demone molto presente nella nostra realtà di presbiteri e si presenta in molte forme più o meno gravi sul piano del peccato personale, ma tutte molto gravi in merito alla comunione. Se di fronte a me stesso ci sono solo io, non c’è spazio per nessun altro e ogni altra persona diviene un disturbo e una minaccia come pensava la strega sempre di fronte allo specchio che rifletteva la sua immagine perfetta nella fiaba di Biancaneve.

Sono elementi da non sottovalutare perché sono abbastanza tollerati dalla cultura odierna, ma ci allontanano molto dall’ideale della comunione evangelica.

La terapia della fraternità
A tali tentazioni (individualismo e narcisismo) si risponde con la terapia della fraternità, una fraternità non ideale, ma pienamente evangelica. La fraternità, per definizione, non è mai elettiva, ma sempre data. La fraternità scelta come via per vivere l’ideale del ministero è una fucina di purificazione perché mi mette a contatto con i miei limiti e mi chiede di lavorarci, magari anche chiedendo l’aiuto dei fratelli.

La fraternità è una via che presenta delle scomodità. Molti sono i proverbi popolari che vorrebbero scoraggiarci, ma nella fraternità è scritto molto della sapienza del Vangelo che noi siamo chiamati a vivere e ad annunciare.

b. La rassegnazione e lo spirito di sopravvivenza
Il tempo che viviamo non è il più difficile della storia, eppure lo avvertiamo come un tempo molto sfavorevole. Il confronto con il recente passato ci porta a vedere soprattutto ciò che manca, ciò che non c’è più, ciò che abbiamo perso.

Le nostre comunità ci appaiono sempre più anziane e sempre più ridotte numericamente. Le nostre parole sembrano scivolare via come acqua sul vetro, nell’indifferenza generale; i valori che testimoniamo sembra siano considerati reperti del passato, il confronto con la modernità ci raffigura come dei superstiti di un’epoca che non esiste più e che ci accaniamo a mantenere presente nonostante tutti ci consiglino di staccare la spina.
La mancanza di vocazioni nelle nostre diocesi aumenta il lavoro di ognuno; ogni prete oggi svolge il lavoro che fino a trent’anni fa’ svolgevano tre preti. Siamo stanchi. Ci sembra di non arrivare da nessuna parte.
Lottiamo con i debiti per la gestione ordinaria e la preoccupazione di mantenere edifici antichi per i quali non riusciamo più ad ottenere fondi sufficienti. La burocrazia occupa molto del nostro tempo. Non abbiamo collaboratori pastorali; il volontariato oggi si rivolge altrove, verso servizi più gratificanti … potremmo andare avanti a lungo e scrivere un nuovo libro delle lamentazioni; e sarebbero tutte vere e motivate, ma lontane dallo spirito del Vangelo.

La tentazione di fronte a tutte queste difficoltà è la rassegnazione, il tentare di sopravvivere, di salvarsi l’anima, di non perdersi.
Ci si rifugia nel privato, nel devozionalismo, nel settarismo ecclesiale fatto di piccoli gruppi di devoti che pendono dalle nostre labbra … piccole oasi di sicurezza in un mondo che appare tempestoso.
A volte si vivono compensazioni che ci pongono in posizione ambigue, doppie, immorali; ci esponiamo alla vita mondana e alle dipendenze; diveniamo preoccupati per il nostro tempo libero, per le nostre vacanze, per i nostri hobbies, per gli spazi di libertà e sollievo autistico che ci inventiamo sempre nuovi.

Anche in questo caso, oltre a tutte queste problematiche, chi ci rimette è la comunione.
Il troppo lavoro ci fa disertare gli appuntamenti diocesani e gli incontri con i confratelli: non abbiamo tempo da perdere – ci diciamo-. Non chiediamo aiuto, non ci confrontiamo. Non cerchiamo modalità per cambiare le cose, per semplificarle, per condividerle. Ognuno per sé… Cerchiamo di arrivare in fondo con meno ferite possibili e poi ci penseranno gli altri. Non abbiamo voglia di pensare ad un possibile futuro in cui si possa vivere una presenza ecclesiale rinnovata.

La terapia dell’impegno missionario (aria nuova)
La terapia a questa logica di rassegnazione è la missione, l’aprire le porte, il confrontarsi con il compito missionario della Chiesa che ancora oggi, come in tutti i tempi, è portatrice di una buona notizia che l’uomo può ascoltare per trovare quella vita piena che cerca affannosamente riempiendosi di cose.
La missione non la facciamo da soli seguendo questa o quella ricetta.
L’impegno per l’evangelizzazione ci porta a guardare gli altri come compagni e soci in un impegno che nessuno può assolvere da solo. Nella missione riscopriamo tutte le vocazioni: gli sposi, le religiose e i religiosi, i giovani, gli anziani, gli ammalati. Nella missione c’è posto per tutti e solo insieme possiamo essere volto di quella vita buona che il Vangelo fa nascere in coloro che vivono la fede.
La missione ci porta anche a comprendere cosa sia essenziale, ci porta ad abbandonare ciò che è solo zavorra, ci porta a confrontarci per comprendere quale sia la direzione verso cui dobbiamo orientare le nostre energie. La missione, oltre che alla comunione, ci porta alla vera sinodalità che non è un confrontarsi accademico, ma il camminare insieme compiendo le scelte necessarie per annunciare il Vangelo ad ogni uomo.
La missione ci stanca, ma non ci esaurisce. I segni del Regno di cui noi per primi possiamo essere testimoni, ci riempiono di gioia e ci rilanciano nell’impegno giorno dopo giorno.

c. Le ideologie ecclesiali e politiche
C’è un terzo virus che uccide la nostra comunione presbiterale e sono le ideologie, quelle ecclesiali e – oggi -quelle politiche.
Di quelle ecclesiali facciamo esperienza da più di quarant’anni. Alcune le abbiamo chiamate carismi per accreditarle; sicuramente carismi erano le esperienze di vita cristiana che hanno fatto nascere modi nuovi di impegnarsi nel mondo, ma le ideologie che ci hanno contrapposto non avevano nulla di spirituale: eppure ci hanno affaticato tanto in discussioni e confronti infiniti, cercando patrocini di quel papa o quel cardinale o quel teologo che sostenessero la nostra posizione contro quella degli altri…

Oggi abbiamo anche le ideologie politiche che in modo nuovo spaccano la nostra comunità e, ovviamente, anche i nostri presbitèri. I leaders politici sono i nostri nuovi maestri di pensiero, coloro che ci dettano l’agenda, coloro che ci dicono cosa sia giusto e cosa non lo sia. Nei dibattiti politici si cita il Vangelo, il Papa, si sbandierano simboli delle fede per attrarre l’elettorato cattolico da una parte o dall’altra. E anche noi non siamo immuni dal fascino di certe modalità. Anche noi ci schieriamo, ci dividiamo in tifoserie, cerchiamo il patrocinio di un personaggio ecclesiale significativo che eleggiamo a nostro porta bandiera; non ci facciamo scrupoli di parlare pubblicamente contro il Papa, contro i vescovi, contro alcuni confratelli che abbiamo posizionato sullo schieramento opposto al nostro. I social network anche per noi sono un’agorà in cui esprimiamo liberamente (e ingenuamente) il nostro pensiero senza preoccuparci di spaccare la comunione, di destare scandalo, senza sentire il bisogno di confrontarci seriamente anche con chi non pensa come noi.

La terapia del discernimento evangelico e della testimonianza
La terapia a questo virus è il discernimento evangelico, il ritornare a confrontarsi con la Parola e con la grande tradizione della Chiesa, per comprendere insieme quale sia la direzione per orientare il nostro impegno, quale siano i gesti e le parole che – insieme – possiamo dire per fare chiarezza e aiutare chi è confuso e smarrito in mezzo a tante parole gridate. Il processo del discernimento mi aiuta a riconoscere che ho bisogno degli altri per comprendere quale sia il bene possibile da far crescere in una determinata situazione, mi aiuta a stare con serenità e semplicità di fronte alla complessità delle questioni che la modernità ci pone innanzi.

La comunione ci porta a valorizzare la testimonianza più dei proclami; a raccontare storie di vita, più che a pontificare sui valori; a cercare soluzioni sostenibili alle situazioni che la provvidenza ci porta ad incontrare, più che ad elaborare progetti che non potranno mai essere realizzati.
Il discernimento evangelico ed ecclesiale presuppone la comunione e la rafforza.

3. CONFESSIO FIDEI: Il coraggio di ripartire da ciò che conta
Voi tutti siete maestri di vita spirituale, e sapete bene che, come accade per la medicina, non è sufficiente fare la diagnosi, ma occorre dare una terapia che aiuti a superare le criticità, che sostenga l’organismo nella lotta contro il male che lo aggredisce. Alcune le abbiamo già indicate come risposte immediate ad alcune patologie della comunione, ma possiamo vedere se c’è una pista che ci aiuta a crescere insieme e a custodire e far crescere la comunione ecclesiale e presbiterale.
Essa, oltre che un dono, è anche il frutto di un impegno generoso di chi sceglie di percorrere la via del Vangelo e, in particolare, della carità. La comunione è frutto di un sacrificio, come avviene per l’eucaristia.

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo lo Spirito sul pane e sul vino perché diventino il sacramento del corpo donato e del sangue versato del Signore. Ma quando Gesù ci dice: “fate questo in memoria di me”, ci invita a rinnovare in noi stessi quello che lui ha fatto. Valgono le parole che troviamo nel cap. 13 di Giovanni: “come ho fatto io, così fate anche voi!

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo una seconda volta lo Spirito perché coloro che si nutrono del corpo e sangue di Cristo divengano un solo corpo e un solo spirito; ma ciò non sarà possibile senza il nostro sacrificio, senza il dono di noi stessi.

Vi propongo tre testi, di diverso valore, che ci aiutano a comprendere come possiamo percorrere la via della comunione ecclesiale.

– Il primo è tratto dal Nuovo testamento ed è il cap. 12 della lettera ai Romani. Cito solo i primi due versetti perché spero sia un testo che conoscete quasi a memoria, a causa del suo frequente utilizzo nella liturgia e nella catechesi: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.(Rom 12,1-2)

– Il secondo è tratto dalla lettera che il Papa ci ha scritto nell’agosto scorso, in occasione della festa del santo Curato d’Ars: Per mantenere il cuore coraggioso è necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù. Ogni volta che ci sleghiamo da Gesù o trascuriamo la nostra relazione con Lui, a poco a poco il nostro impegno si inaridisce e le nostre lampade rimangono senza l’olio in grado di illuminare la vita (cfr Mt 25,1-13): «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me…perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5). In questo senso, vorrei incoraggiarvi a non trascurare l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere in piena fiducia e trasparenza il proprio cammino; un fratello sapiente con cui fare l’esperienza di sapersi discepoli. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Quanto bene ci fanno le parole del Qoèlet: «Meglio essere in due che uno solo … Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10).
L’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo. Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito. Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ci porta a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo, troppo indietro, per tenerla unita, e anche per un’altra ragione: perché il popolo ha “fiuto”! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il “sensus fidei” [cfr Lumen Gentium, 12]. Che cosa c’è di più bello?». Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile evangelizzatore che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

– Il terzo è un testo famoso che vorrei recitare insieme con voi, facendolo diventare il rinnovo del nostro impegno a vivere in modo pieno il nostro sacerdozio ministeriale. È un testo di don Primo Mazzolari, prete controverso, ma – senza dubbio – un testimone autentico del Vangelo. È un testo che spesso usiamo con i giovani, ma che fa bene anche a noi. Lo recitiamo a più voci, con dei solisti e con parti corali.
Diciamo con semplicità al Signore che vogliamo ripartire insieme, grati della vocazione che abbiamo ricevuto e che ci costituisce in questa Chiesa collaboratori del Vescovo per l’annuncio del Vangelo, la guida del popolo di Dio e l’offerta del sacrificio che fa sperimentare l’azione salvifica di Dio nella vita dei credenti; riconosciamo le nostre debolezze e tentazioni, ma non vogliamo farci travolgere.
Rinnoviamo oggi il nostro ‘sì’, perché il Signore porti a compimento l’opera che ha iniziato in ognuno di noi e in noi insieme.

Ci impegniamo noi e non gli altri
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto né chi sta in basso,
né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo senza pretendere che altri si impegnino,
con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

Ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.
C’è qualcuno o qualche cosa in noi,
un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia,
più forte di noi stessi.

Ci impegniamo per trovare un senso alla vita,
a questa vita, alla nostra vita,
una ragione che non sia una delle tante ragioni,
che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore.
Si vive una sola volta e non vogliamo essere “giocati”
in nome di nessun piccolo interesse.

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa il successo
né di noi né della nostre idee,
non ci interessa passare alla storia.

Ci interessa di perderci per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

Ci impegniamo a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti,
ad avviarci, sia pure attraverso un lungo errare, verso l’amore.

Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo su misura, ma per amarlo;
per amare anche quello che non possiamo accettare,
anche quello che non è amabile,
anche quello che pare rifiutarsi all’amore,
poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore
c’è, insieme a una grande sete d’amore,
il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo, perché noi crediamo all’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente. (don Primo Mazzolari)

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