Archivi Mensili: giugno 2019

Premio in memoria del diacono Paolo Querzé

paolo querzé

Un dovere di memoria
Il diacono Paolo Querzé è morto improvvisamente il 9 marzo 2011, vittima di un incidente stradale, lasciando alla nostra comunità una testimonianza molto bella di servizio e carità vissuta con tenerezza .
Così lo ricordava un articolo di giornale, pubblicato dopo il suo funerale: “generoso, semplice e spontaneo e sempre pronto a fare qualcosa per gli altri. Paolo, diacono permanente dal 2003 e professore di religione all’istituto Molari, è morto mentre stava portando la comunione a due anziani ammalati”.
E su “Il Ponte“, Cesare Giorgetti tracciava questo bel profilo (chi ha tempo, cliccando sul link, lo legga tutto perché ne vale la pena):
“Chi incontrava Paolo per la prima volta, aveva l’impressione di una persona fragile e bisognosa: era affetto da ipoacusia bilaterale che gli rendeva difficoltoso ascoltare le persone soprattutto in ambienti affollati e una lieve difficoltà di linguaggio e di deambulazione. Ma frequentandolo ed entrando un relazione con lui, emergeva subito un grande spessore, umano e spirituale. I suoi limiti fisici non gli hanno mai impedito di spendersi per gli altri, a partire dai suoi amati studenti che tante volte lo irridevano ma che gli volevano bene, perché si sentivano sempre e comunque amati. Educava i giovani con passione, bontà e professionalità, facendosi apprezzare da tutti per la sua sensibilità, la dolcezza e la sua profonda umanità. Amava la scuola e l’insegnamento, tanto che spesso passava il tempo libero a sistemare gratuitamente la biblioteca della scuola media “Franchini”, dove insegnava. Anche a distanza di tempo, quando incontrava un genitore chiedeva sempre notizie dei “suoi ragazzi”. E amava le persone, sole, anziane, in difficoltà con le quali sentiva una vicinanza fisica e spirituale”.

Una scelta condivisa
Molto opportunamente, nel Consiglio pastorale parrocchiale, è stata richiamata l’esigenza di non disperdere la sua testimonianza e il ricordo grato della sua persona; insieme abbiamo deciso di istituire un premio o una borsa di studio alla sua memoria: così all’inizio dell’anno scolastico ho scritto una lettera alla Dirigente dell’Istituto “Rino Molari”, la dott.ssa Maria Rosa Pasini, in le dicevo:

[Come parrocchia] Ci siamo interrogati su come mantenere viva la memoria di Paolo e, come Consiglio Pastorale, abbiamo pensato che il modo più coerente a quello che lui è stato, fosse di istituire una Borsa di studio alla sua memoria nell’Istituto dove aveva lavorato.
Vorremmo che tale contributo fosse assegnato in base ad una valutazione dei docenti dell’Istituto, non in base ai meriti scolastici, ma valorizzando la testimonianza di una studentessa o uno studente del IV anno che si fosse distinta/o per la sensibilità umana, la capacità di accoglienza della fragilità o di integrazione della diversità nel contesto della scuola.
Insomma, vorremo valorizzare chi si presenta come esempio di umanità per onorare la memoria di un uomo vero, servo del Vangelo, che, nella sua umiltà e superando la sua fragilità, si è fatto capace di accoglienza e portatore di vita.
Abbiamo molto bisogno, in questo tempo, di uomini e donne che, con semplicità, sappiano farsi responsabili di rendere il mondo un luogo migliore e si facciano carico dei bisogni dei loro pari nel loro contesto di vita ordinaria.

Ultimo giorno di scuola al “Molari”
La mattina dell’ultimo giorno di scuola, il 7 giugno, abbiamo vissuto un momento semplice e intenso presso l’aula magna dell’Istituto Molari. Erano stati convocati dalla Dirigente tutti i rappresentanti di classe; qualche docente, che desiderava essere presente, ha portato la sua intera classe.

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Ho raccontato ai ragazzi presenti chi fosse il diacono Paolo Querzé. Nessuno di loro lo aveva conosciuto: sono troppo giovani. Ho detto loro della scelta della parrocchia di istituire un premio alla sua memoria e che mi trovavo lì con loro quella mattina, perché i loro docenti mi avevano indicato uno studente della scuola che si era distinto per la sua sensibilità e la sua generosità. Nessuno sapeva chi fosse la persona scelta, neppure colui che era stato selezionato.
Per arricchire la mattinata, alcuni studenti avevano proposto l’ascolto di una bella canzone di Jovanotti e la visione di un video molto intenso, in cui si racconta la storia di un padre che accoglie il desiderio del figlio con grave disabilità di partecipare ad una gara di Triathlon, correndo a piedi e in bicicletta insieme con lui e trascinandolo a nuoto (su una canoa gonfiabile) per tutto il percorso previsto dalla gara.
Come ha commentato Maria Rosa Pasini alla fine della proiezione del video, ognuno può volare se c’è qualcuno che gli presta le ali.
A questo punto ha chiamato tra i presenti Matteo Capanni della classe 4A, indicato dai docenti del suo Consiglio di Classe perché nel corso dell’anno si è “distinto nell’accudire, includere nel gruppo classe” il suo compagno Enzo, “nel corso delle attività scolastiche ed extrascolastiche“.

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A nome della nostra Parrocchia, ho consegnato a Matteo un assegno di € 300,00, ringraziandolo perché ha accolto la sfida di vincere l’indifferenza e ha vissuto la scuola come un luogo per crescere come uomo e non solo per acquisire delle competenze.

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Grande la sorpresa di Matteo per questo riconoscimento. I suoi genitori, presenti a sua insaputa perché invitati dai docenti, molto sorpresi oltre che commossi.
Mi ritorna in mente quanto ci diceva il vescovo Francesco, parlando della santità della porta accanto che è semplicemente l’impegno dei cristiani che vivono nella quotidianità il loro dovere, la loro testimonianza e il loro servizio. E’ bello riconoscere il bene e premiarlo.

Mi piace concludere con le parole che Cesare Giorgetti ci ha consegnato, come fosse un testamento spirituale del diacono Paolo:
Caro Paolo, ci hai lasciato una bella eredità: sorridete sempre e a tutti, non importa se vi stanno trattando bene o male. Amate e servite tutti e ciascuno, in particolare i piccoli, gli anziani e gli ammalati, senza anteporre mai i vostri piccoli o grandi problemi. A tutti portate il Signore e per quanto sta in voi portate tutti al Signore.

Caro Paolo, ci stiamo provando.
Grazie Matteo che ci hai creduto e ci provi.

Diamoci del “lei”

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Venerdì 14 giugno 2019 è stato convocato il primo Consiglio comunale a Santarcangelo.
Per la prima volta i consiglieri eletti si ritroveranno, si guarderanno in volto (non sono certo che si conoscano tutti) e si parleranno faccia a faccia senza il filtro dei social media. Sembrerebbe un’osservazione banale, ma è bene ricordare che sarà soprattutto lì, in quelle riunioni, guardandosi in volto, che dovranno ascoltarsi e confrontarsi per compiere le scelte che orienteranno l’amministrazione della nostra città.
In quella sala del Consiglio, “piccolo tempio della democrazia” della nostra città, saranno chiamati a custodire un clima salubre e temperato, non bollente o avvelenato, in modo che le scelte possano essere compiute con intelligenza e sapienza.

Visto che confrontarsi di persona è diventato inusuale, mi permetto di dare a tutti un consiglio un po’ “retrò”: iniziate fin dalla prima riunione con il darvi del “lei” tra di voi.
Mi sembra opportuno, infatti, stabilire – almeno inizialmente – una distanza di rispetto perché ognuna/o possa sentirsi “riconosciuta/o” nel ruolo che è stata/o chiamata/o a compiere dai cittadini di Santarcangelo: ad ognuna/o delle consigliere e dei consiglieri questo rispetto è dovuto!
Anche coloro che sono state/i chiamate/i a compiere ruoli di governo (sindaco e assessori) hanno diritto di essere riconosciuti nel loro ruolo istituzionale e, pur essendo espressione di una parte, ora sono a servizio di tutti: anche a loro che fino a ieri erano  solamente avversari politici, ora è dovuto il riconoscimento del ruolo.

Questo invito a molti può far sorridere; qualcun altro lo interpreterà come un insopportabile moralismo. Non so, forse hanno ragione e chiedo scusa.
Ma visto che in questo tempo abbiamo smarrito l’arte del confronto rispettoso e da molto tempo non abbiamo grandi esempi sulla scena nazionale, forse non ci fa male ripartire dall’ “ABC” per iniziare con il piede giusto. Si tratta solo di una norma di sicurezza per diminuire il pericolo di farsi male reciprocamente; è come avere le cinture di sicurezza in auto, il casco in moto o il salvagente in barca: di solito non servono, ma è meglio averle ben allacciate.
Si è più sicuri di arrivare felicemente alla meta e di uscire indenni dal viaggio.

A tutti e tutte buon lavoro e grazie per il vostro impegno.

PS:
Ieri sera la nostra nazionale di calcio è uscita sconfitta dalla semifinale dei Mondiali Under 20 con l’Ucraina. Nei minuti di recupero ci siamo illusi per qualche istante di aver pareggiato, ma l’arbitro ha annullato il goal. Alla fine della partita, nell’intervista di rito, un giornalista ha domandato a Paolo Nicolato, allenatore della nostra nazionale under 20, se considerasse un’ingiustizia la decisione arbitrale che ha annullato il nostro goal. Con grande stile Nicolato ha detto che, per scelta, lui rispetta tutte le decisioni arbitrali e che gli arbitri possono commettere degli errori, non delle ingiustizie.
Mi è sembrata una bella lezione di stile
.

Weekend of weddings

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Il weekend che è appena trascorso, è stato davvero un weekend particolare: ben quattro coppie hanno deciso di celebrare il loro matrimonio in chiesa e, come ci hanno detto dal Comune, altre quattro hanno celebrato il loro matrimonio con il rito civile.
Credo che sia una bella cosa di cui gioire; un segno di speranza e di fiducia.

Auguri a Ilaria e Mirko, Valentina e Davide, Elisa e Gianluca, Claudia e Fabio, che sabato scorso hanno celebrato le loro nozze nella nostra comunità, e alle altre quattro coppie che non conosciamo, ma alle quali desideriamo far giungere un pensiero di bene e di affetto.

A proposito di matrimoni, forse molti già sanno che, dalla scorsa estate, a Santarcangelo, non accogliamo più le celebrazioni nuziali di coppie che non hanno un legame con la nostra parrocchia.
Per la bellezza di Santarcangelo, e di alcune delle nostre chiese, sono molte le coppie chiedono di venirvi a celebrare le loro nozze.
Dopo attenta valutazione, abbiamo deciso di non accogliere più queste richieste perché ci sembrava che, nella maggior parte dei casi, prevalessero motivazioni esteriori e non ci fosse alcun interesse a mettersi in gioco in una relazione con la nostra comunità.

Crediamo che, come tutti i sacramenti, anche il matrimonio sia un gesto ecclesiale e non privato, e che richieda un legame (almeno oggettivo) con la comunità in cui si celebra. Non ci è sembrato opportuno continuare in questa prassi ambigua, in cui sembrava che noi “affittassimo” le nostre chiese per coppie che erano alla ricerca di locations suggestive (è l’espressione in voga).
Inoltre è accaduto che qualche coppia della parrocchia non potesse trovare le chiese disponibili per la celebrazione del matrimonio, perché già occupate preventivamente da altre coppie provenienti da vari luoghi della provincia o dell’Italia.
Non abbiamo intenzione di imboccare, anche per i matrimoni, la logica esclusiva dei vari “prima questi o gli altri“, ma solo di riportare alla verità e alla relazione ecclesiale una celebrazione che, spesso, più che il sacramento dell’amore nuziale, rischia di celebrare l’effimero e l’apparenza. 

Durante i prossimi mesi del 2019, avremo la gioia di accompagnare alle nozze altre ventidue coppie; molte di loro le abbiamo conosciute nei corsi in preparazione al matrimonio, che da tre anni viviamo in una modalità che valorizza soprattutto la relazione e che crea delle belle storie di amicizia e di condivisione: ne siamo molto contenti!
Ricordiamo tutti questi sposi e futuri sposi, li abbracciamo con grande affetto e ci impegniamo a sostenerli nel bellissimo e difficile cammino dell’amore vissuto secondo la misura di Gesù, quello che, arricchito della grazia dello Spirito Santo, diventa un sacramento dell’amore di Dio per l’umanità intera.

Accoglienza Siriani: è già una bella storia da raccontare … poi parte la “FASE 2”

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Sono passati “già” sei mesi da quella sera in cui abbiamo accolto a Santarcangelo Sheik Abdo e al sua famiglia; era il 30 novembre 2018.
Sono passati “solo” sei mesi dal quel 30 novembre, ma ci sembra molto più tempo perché, con Abdo, Samar, Najah, Hiba, Mohammad e Luna è già nata una bella storia che ci piacerebbe raccontare ad altri.
Potremmo fare un bilancio, mettere su due colonne elementi positivi e difficoltà di questi sei mesi; ma preferiamo narrare questa storia e, se vorrete, ve la racconteremo giovedì 27 giugno alle ore 21 sul piazzale della Collegiata: condivideremo storie e cocomero (ci stà!).

Qualche informazione però la possiamo dare.
– oggi tutti i membri di questa famiglia hanno ottenuto il permesso di soggiorno e proprio in questi giorni stanno prendendo la residenza a Santarcangelo;
– il 9 gennaio è nata Luna, segno vivente di una storia nuova che inizia in Italia;
– in questi mesi abbiamo provveduto alle cure sanitarie più urgenti per tutti i membri della famiglia;
– Hiba e Mohammad sono stati inseriti molto bene nella scuola materna “Sacra Famiglia”;
– il 28 marzo è arrivata a san Vito la famiglia della sorella di Sheik Abdo, accolta dalla comunità di san Vito; questa donna è rimasta vedova ed ha tre figli, che sono molto legati allo zio Abdo e alla sua famiglia; 
– la generosità e l’impegno di tanti non ci ha fatto mancare il necessario per provvedere questa famiglia di tutto ciò di cui aveva bisogno: grazie!
– diverse persone si sono avvicinate con simpatia alla famiglia Hsyan, rendendosi disponibili per qualche necessità e ricevendo a loro volta una calda e dolce accoglienza.

Ora abbiamo due esigenze importanti per procedere ad una “fase due” dell’accoglienza:
– trovare un lavoro per Sheik Abdo che gli consenta di iniziare a sostenere in autonomia la sua famiglia;
– trovare una casa da affittare con almeno tre stanze da letto perché, entro la fine di ottobre 2019, dobbiamo restituire la casa che molto generosamente ci è stata concessa in comodato gratuito per un anno intero. Sarà la parrocchia a stipulare il contratto di affitto e a garantire per ciò che è necessario.
Chi avesse qualche disponibilità per queste due esigenze, può contattare don Andrea.

Vi aspettiamo numerosi GIOVEDI’ 27 GIUGNO ALLE ORE 21,00 presso la Collegiata: ci saranno storie e cocomero!

I colori e i sapori di una festa

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Una bella festa quella che abbiamo vissuto ieri al parco Francolini: una festa di colori e di sapori.
Sui volti il sorriso.
Le braccia allargate negli abbracci.
Le mani aperte pronte a stringersi.
La voglia di incontrarsi e di raccontarsi…
Non so quanti fossimo, ma l’impressione è che fossimo tanti.
Molti santarcangiolesi, soprattutto giovani e donne.

Sì, una bella festa organizzata da donne che ha visto le donne come protagoniste assolute dell’evento.
Qualcuno ha voluto dare rilievo alla mia partecipazione: io ne sono contento se questo ha aiutato qualcuno ad accogliere l’invito e a fare questa bella esperienza di festa.
Mi ha fatto molto piacere vedere che alla festa erano presenti anche don Maurizio Fabbri, il nostro Vicario Generale, e don Jean Paul Bindia, un amico prete senegalese che vive e opera a Morciano.
Penso che da questa mattina Santarcangelo non sarà più la stessa.
Un seme di luce e di pace è stato gettato. Ora deve essere custodito e fatto crescere.

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Fine Ramadan – Eid Mubarak

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Perché ho deciso di partecipare a Eid Mubarak, alla festa della fine del Ramadan organizzata a Santarcangelo il prossimo 5 giugno?
Mi sembra giusto darne ragione in anticipo, perché a qualcuno potrebbe sembrare strano o per lo meno inconsueto. Mi sembra anche opportuno dire che questa scelta impegna me individualmente e non l’intera parrocchia.

La prima ragione è molto semplice: sono stato invitato da amici e amiche musulmani che festeggiano e hanno manifestato il desiderio che anche io partecipi. Mi sembra cortese accogliere un invito fatto da persone con cui, da qualche mese, sono legato da amicizia. La scelta di accogliere una famiglia Siriana fatta con la mia comunità, mi domanda di coinvolgermi con semplicità in un momento per loro così importante.

La seconda ragione è che sono convinto che una vera integrazione non avverrà se non condividiamo (senza confusione) la nostra esperienza religiosa. Per fortuna le nostre esperienze religiose, accanto ai riti vissuti nei luoghi della fede (chiesa, moschea, sinagoga, tempio…), hanno anche delle importanti appendici in cui possiamo tranquillamente condividere la festa. E’ una bella opportunità che anche noi dovremmo valorizzare per le nostre feste religiose.

La terza ragione deriva dall’esigenza di provare a mettere in pratica il documento di Abu Dhabi sulla “Fratellanza umana” firmato il 4 febbraio dal Papa e dal Grande Iman di Al-Azhar. Quelle parole devono trovare delle piste per concretizzarsi; occorre iniziare a muovere qualche passo gli uni incontro agli altri (anche a costo di commettere qualche errore), altrimenti l’invito alla fratellanza umana rimane un’aspirazione che non ha gambe.

La quarta ragione è fondata sulla mia esperienza. A coloro che mi richiamano sulle difficoltà vissute da tanti cristiani e cristiane in varie parti del mondo (Pakistan, Nigeria, Indonesia, Sudan, Medio Oriente …) per i comportamenti violenti di alcuni gruppi fondamentalisti, vorrei dire che sono stato testimone in Albania e in Senegal (paese con una grande cultura del dialogo interreligioso in cui i cattolici sono poco più del 7%) di gesti di reciproca ospitalità nelle feste. Mi sono sembrati esempi significativi da provare a replicare, per avere anche da noi nuove narrazioni nelle relazioni tra persone che appartengono a diverse esperienze religiose.

La quinta e ultima ragione è che questa iniziativa è promossa da due associazioni che stimo per il loro impegno per la pace, il dialogo e la cultura dell’incontro. Una (Operazione Colomba) mi vede come aderente convinto e (nel mio piccolo) attivo; l’altra (Fermenta) è appena nata nella mia città e mi sembra un’esperienza interessante e da conoscere e sostenere.

La pace, il dialogo e l’integrazione si costruiscono con piccoli passi che sono fondati sulle relazioni di amicizia, sulla fiducia, sulla capacità di valorizzare il positivo, sulla visione speranzosa di un mondo in cui possiamo serenamente riconoscerci e vivere da fratelli e sorelle, pur nel rispetto e nell’accoglienza delle nostre importanti diversità.
Senza aver la pretesa di dettare una linea comune, sento semplicemente che la mia fedeltà al Vangelo e la mia testimonianza di cristiano passano anche per questa strada, una strada fatta di incontri con persone mi sono prossime e che, pur essendo diverse da me per nazionalità, cultura e religione, mi sono fratelli e sorelle in umanità e condividono con me questo tempo della storia; sento che questa storia dobbiamo provare a costruirla insieme, iniziando a condividere ciò che abbiamo di prezioso, ciò che ci rende pienamente umani (cosa più di una festa?).
A qualcuno posso sembrare solo un ingenuo idealista; io dico che preferisco passare per ingenuo e provare a testimoniare la speranza di un mondo diverso da quello in cui dominano il sospetto, l’odio e l’esclusione reciproca: in un mondo così non vedrei molto di umano e assolutamente nulla di cristiano.

Se qualcuno fosse interessato, cliccando sul link, può leggere questo articolo che ho scritto due mesi fa’ sul confronto e il dialogo interreligioso con i nostri amici mussulmani: Ma Dio è uno solo?

Per chi fosse interessato alla festa, qui sotto le informazioni.

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Tra cielo e terra

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Sabato 1 giugno Francesco e Laura hanno celebrato le loro nozze alla Colonnella. Mi hanno chiesto di presiedere il loro matrimonio. Come ho fatto qualche altra volta, scrivo l’omelia che ho proposto nella celebrazione. Un caldo abbraccio amici e buona strada.

Carissimi Francesco e Laura, avete scelto di sposarvi nel giorno della festa dell’Ascensione di Gesù al cielo e avete scelto di non cambiare neppure una lettura di questa celebrazione. La festa dell’Ascensione è una festa un po’ strana e – dobbiamo confessarlo – poco sentita. E’ la festa che dice di un compimento, ma rimanda ad un’attesa. E’ come un film che, dopo un crescendo, sembra essere giunto al lieto fine, ma appena dopo qualche istante, subito rilancia verso un sequel che ci lascia in sospeso.
A noi piacciono i “lieto fine”; allora ci è più facile fare festa!
Ma questa festa è il contesto liturgico in cui voi celebrate le vostre nozze: noi lo riconosciamo come una provvidenza che Dio ci ha fatto e la accogliamo come portatrice di bene.

Ci sono alcune parole chiave nelle letture che abbiamo ascoltato che ci aprono alla comprensione del messaggio che il Signore ci vuole rivolgere oggi. Le parole che mi si sono accese sono: attesa, promessa dello spirito, testimoni e cielo.

Inizio proprio dall’ultima parola, quella che ci dà il contesto della festa dell’Ascensione. Nei testi che abbiamo ascoltato si dice chiaramente che Gesù è asceso al cielo. Il cielo nella tradizione biblica, non è solamente l’atmosfera che circonda il globo terreste, ma è il “luogo” in cui abita Dio. Il cielo è lo spazio che sovrasta la terra e che esprime la trascendenza di Dio.
Fin dall’origine della storia dell’uomo, il cielo è stato oggetto di stupore, sia di giorno che di notte. Molti dicono che il nostro tempo è dominato dalle passioni tristi perché abbiamo smesso di guardare il cielo: la cultura tecnologica ci porta a ripiegarci su noi stessi e la civiltà urbana ci ha privato del cielo nel nostro orizzonte ordinario. Ma l’uomo non può vivere senza vedere il cielo. Il cielo è il l’orizzonte dei desideri ( de – sidera/ dalle stelle) è ciò che anima e orienta il nostro cammino perché ne rappresenta la meta.
D’altra parte nel testo di Atti, gli angeli dicono con fermezza che non possiamo rimanere a fissare il cielo. C’è una tensione da comporre. Il cielo è un orizzonte necessario, ma non ci si può perdere in esso.

Siamo chiamati a vivere un’attesa che è il modo concreto in cui il desiderio e il cielo si traduce nella quotidianità. A noi non piace l’attesa. Ormai è divenuta sinonimo di tempo sprecato. Ma l’attesa a cui siamo invitati dalla Scrittura, non è un tempo vuoto. E’ un richiamo forte e ricuperare il ritmo della quotidianità, del passo che manifesta un avvicinarci progressivo. L’attesa è la “carne dei desideri”, è ciò che ci consente di renderli concreti nel nostro vivere quotidiano.

L’attesa, poi, secondo le letture che abbiamo ascoltato è ripiena di due elementi che la caratterizzano. Essa è portatrice di una promessa di compimento e, contemporaneamente, richiama alla responsabilità di una testimonianza, la testimonianza di Gesù, non semplicemente di valori o ideali.

Cosa significa per voi, che oggi celebrate le nozze, accogliere nella vostra esperienza queste quattro parole chiave?

Prima di tutto vi chiede di essere persone di orizzonti vasti, capaci di desiderare, capaci di pensare in grande. Il cielo è la meta del nostro cammino, è ciò che da senso al nostro vivere quotidiano. Non annichilitevi nella quotidianità delle cose, non rassegnatevi all’andazzo. Soprattutto quando il passo si fa più pesante e, naturalmente, saremmo portati a ripiegarci su noi stessi, sappiate, insieme, alzare gli occhi al cielo per ritrovare su questo vasto orizzonte, il senso del vostro camminare.

Siate anche fedeli alla quotidianità, vivendo quell’attesa del compimento che ci consente di gustare ogni giorno come portatore di bene. Voi, che siete due camminatori, conoscete il gusto e il senso del procedere lenti verso la meta. Questo procedere lento vi conceda di gustare ogni giorno come un dono importante per voi.

Questo procedere quotidiano, non si svolge con le nostre sole forze. Siamo destinatari della promessa di un dono che, secondo le parole di Gesù, è sorgente di forza e di bene.
Oggi questo dono vi viene dato interamente nel sacramento del matrimonio, ma siete, comunque, solamente alla partenza. Questo dono che vi viene dato integralmente, chiede di maturare nella vostra esperienza di vita, trasformando la vostra esistenza in un dono d’amore. Questo dono che ricevete, dunque, rimane una promessa che giustifica l’attesa.

L’ultimo elemento è quello della testimonianza. Voi che siete due educatori, avete imparato che la testimonianza riguarda ciò che viviamo, non ciò che predichiamo. Siate testimoni di Gesù voi che avete scelto di donare la vostra vita per amore. Siate voi stessi quel sacramento che oggi celebrate, sacramento che, senza questo impegno di testimonianza, rischia di ridursi ad una commedia. Siate testimoni di ciò che avete scelto di vivere e, vi possiamo promettere, che nella condivisione con altri il vostro dono si dilaterà oltre le vostre aspettative e i vostri progetti.

A mo’ di mandato, questa perla preziosa della Gaudete et exultate di papa Francesco..
Voglia il Cielo che voi possiate riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la vostra vita. Lasciatevi trasformare, lasciatevi rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la vostra preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai vostri errori e ai vostri momenti negativi, purché voi non abbandoniate la via dell’amore e rimaniate sempre aperti alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina. (Cfr. GE 24)

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

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