Archivi Mensili: febbraio 2019

“Pedagogia costituzionale” per l’unità

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Il secondo incontro del percorso “Bene comune e pace sociale secondo Evangelii gaudium” è stato guidato da Cecilia Calandra, magistrato e per lungo tempo educatore AGESCI della zona di Cesena, che ci ha guidato in una rilettura della Costituzione della Repubblica Italiana come punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. Anche questa volta riporto una mia personale sintesi, rielaborata da quanto ho ascoltato nell’incontro.

Già il fatto che la Costituzione sia stata scritta dopo una situazione di grande conflitto  (la prima e la seconda guerra mondiale) e come risultato del contributo fattivo di persone che avevano riferimenti culturali e ideologici molto diversi (liberali, socialisti, cattolici, repubblicani, monarchici, …), e – nonostante tutto questo – sia stata approvata ad amplissima maggioranza, ci aiuta a riconoscere che essa rappresenti in sé un punto di riferimento essenziale per far prevalere l’unità sul conflitto. La Costituzione è nata come frutto di un “compromesso” che non ha salvato solo il minimo comune denominatore dei soggetti che si sono confrontati per la sua composizione, ma ha consentito ad ognuno e ad ogni parte di portare e riconoscere nel testo comune il meglio della propria esperienza culturale e politica: per questo la Carta Costituzionale è risultata e risulta tutt’oggi un punto di riferimento essenziale per garantire l’unità oltre le legittime differenze.
Inoltre è importante ricordare che, se tutte le leggi che regolano la convivenza e l’aggregazione sono mutevoli e possono giustamente essere adattate e modificate secondo il cambiamento della cultura, della realtà di riferimento, dei riferimenti etici, i principi costituzionali, contenuti nella prima parte della nostra Costituzione, rimangono inviolabili e inderogabili.

Partendo dall’art. 2 che recita: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale” , possiamo riconoscere che un principio essenziale per garantire l’unità si pone proprio nel corretto bilanciamento dei diritti e dei doveri dei singoli e delle formazioni sociali, bilanciamento che deve essere riconosciuto e garantito dalla Repubblica, chiamata anche a rimuovere gli ostacoli che impedissero l’esercizio dei diritti e dei doveri (Cfr. art. 3).

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Dove nascono i conflitti? Essi insorgono quando questo bilanciamento viene negato; quanto il singolo o le formazioni sociali pretendono una garanzia sui diritti senza che siano riconosciuti i corrispettivi doveri o quando lo Stato o qualche altra autorità richiama ed impone il rispetto dei doveri senza riconoscere i diritti dei singoli e delle formazioni sociali.

Perché i principi della Costituzione non reggono la pace sociale e la nostra percezione è quella di vivere in uno stato di conflitto permanente? Perché nel dibattito pubblico la dimensione solidale – definita dalla Costituzione come dovere inderogabile – viene sempre più contestata e misconosciuta anche a livello ideologico?
I motivi sono diversi e di natura diversa.
– nella cultura attuale prevale un approccio individualistico alla realtà e la dimensione sociale è riconosciuta come relativa e secondaria all'”io”. Inoltre, anche a causa del benessere goduto dalle ultime generazioni, è aumentata la rosa dei diritti fondamentali della persona in riferimento ad aspetti della vita che, al tempo della redazione della Costituzione, non erano pensabili: così i diritti sono sempre molti di più dei doveri.
– è cresciuta la diffidenza degli italiani verso lo Stato e la “cosa pubblica” (soprattutto in seguito a Tangentopoli); lo Stato è un’entità nella quale molti fanno fatica a riconoscersi e dalla quale tendono piuttosto a difendersi; i due fenomeni – in drammatica crescita – dell’astensionismo elettorale e dell’evasione fiscale, dicono evidentemente di un rapporto conflittuale nei confronti dello Stato che non è riconosciuto degno di essere destinatario della solidarietà dei singoli;
– è aumentata molto la forbice economica tra coloro che sono ricchi e coloro che sono poveri, favorendo la rappresentazione di un sistema tendenzialmente classista, l’ingiustizia sociale e il senso di frustrazione; è molto più difficile di un tempo per i giovani e le famiglie la crescita di stato sociale attraverso la formazione e lo studio; questa forbice tende a far pensare che siano sempre altri a dover provvedere alle necessità dello Stato (il concetto di casta);
– la crescita positiva del terzo settore e del volontariato, che vede l’impegno e la contribuzione volontaria di tanti, tende a far pensare che tale impegno sostituisca ed esoneri dall’impegno di solidarietà nei confronti dello Stato (espresso per esempio nella contribuzione fiscale);
– la crescita del fenomeno dell’immigrazione tende a favorire il concetto e l’impegno di solidarietà verso coloro che sono più prossimi, tracciando confini sempre più ristretti (prima gli italiani…) che non hanno fondamento sul piano costituzionale, ma che – a volte – trovano giustificazione e sostegno nell’ordinamento giuridico ordinario (problema della incostituzionalità di alcune leggi);
– le tendenze populiste, diffuse su scala locale e mondiale, che tendono – per motivi propagandistici – ad alimentare la rivendicazione dei diritti (giustamente), senza però controbilanciare la proposta e il progetto politico con un richiamo ai doveri e al principio di solidarietà inderogabile per uno Stato democratico;
– molto significativa e indicativa per la cultura del nostro tempo è la fallimentare esperienza del tentativo di sottoscrivere una Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea da parte degli stati membri; una Carta che ponesse le basi dei principi democratici, che ponesse la persona al centro, che richiamasse ai diritti/doveri di solidarietà, sicurezza, giustizia, … sull’esempio della Costituzione della Repubblica Italiana. Non si è riusciti a sottoscriverla e ci si è limitati alla redazione di singoli trattati che regolano – secondo criteri di negoziazione per lo più economica – ora un aspetto ora un altro, senza però avere dei punti di riferimento condivisi e inderogabili. Il risultato è evidente: ciò che prevale è l’interesse del singolo stato e, alla fine, il conflitto, più o meno deflagrante. I ricorrenti richiami all’unità, non appoggiandosi su un quadro costituzionale condiviso, risultano essere per lo più moralistici.

Occorre ricuperare una pedagogia costituzionale che riconosca la solidarietà come stile di costruzione della storia in alternativa a tante pedagogie autoritarie e populiste che oggi rischiano di alimentare il conflitto e la disgregazione sociale. La nostra Costituzione, in questo senso, rappresenta non solo un punto di riferimento testuale, ma anche il metodo per arrivare a favorire l’unità sociale.
Dobbiamo educare ad una pluriforme unità, perché l’unità (tipica dei sistemi democratici) non coincide con la uniformità (tipica dei regimi totalitari); l’unità di un Paese e di ogni sistema sociale è il frutto della messa in comune del meglio di ognuno, anche delle minoranze, perché in quell’unità condivisa ognuno possa riconoscersi presente e portatore di un bene (così come è stato per la redazione della Costituzione).
La politica, per definizione, è la capacità di mettere insieme i molti; è quell’attività umana capace di gestire una comunità in modo che ognuno si possa sentire cittadino e mai estraneo; la politica è quell’attività umana chiamata a compiere il bene per la vita comune dei molti (bene comune).

Cecilia Calandra, in conclusione, ci ha consegnato tre citazioni, che mi sembra bello custodire nella loro sapienza. La prima è di Gandhi: “Chi dice che la religione non abbia nulla a che fare con la politica, non ha capito nulla ne’ della religione, ne’ della politica“. La seconda è di Alcide De’ Gasperi, il quale affermava: “Politica vuol dire realizzare“; ed infine Robert Baden-Powell che insegnava agli scouts: “Sii preparato. Il cattivo cittadino è colui che cerca soltanto il suo benessere personale. Il buon cittadino è colui che è pronto a dare una mano alla comunità in qualunque momento. Dico pronto e non soltanto desideroso. Tante persone sono piene di buone intenzioni, ma al momento di realizzarle capita molto spesso che non hanno mai imparato come fare, quindi riescono inutili“.

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Nel vivace dibattito che è seguito, sono stati fatti molti interventi riguardanti il tema del conflitto tra diritti individuali e doveri solidali; l’esigenza di un percorso educativo nel solco della pedagogia costituzionale; la possibilità di considerare il conflitto come elemento positivo a partire dal riconoscimento dell’unità; l’opportunità di attuare in modo più concreto il principio di alternanza nel governo come elemento di garanzia per l’unità; l’esigenza di ridare forza ai sistemi dei partiti senza limitare la rappresentanza ad alcuni individui forti; il principio di uguaglianza che ci considera tutti diversi in circostanze diverse; la necessità di aggregazione sancita dalla Costituzione; l’esigenza di rieducare alla responsabilità personale degli individui in vista di una responsabilità comune.

Anche io ho concluso con un intervento che si rifaceva ad un interessante articolo editoriale apparso su “Avvenire” del 13 febbraio a firma di don Mauro Leonardi (cliccando sul link lo si può leggere integralmente).
Un’esigenza che dalla mia personale esperienza emerge, per far prevalere l’unità sul conflitto, è quella di ricuperare e rieducare al rispetto delle istituzioni e dei ruoli istituzionali. Le istituzioni tutte e le persone che rivestono ruoli istituzionali devono essere riconosciute ed aiutate nel loro servizio di garanti dell’unità, perché se indulgiamo in una delegittimazione continua e indiscriminata, rischiamo di rimanere senza i punti di riferimento per ricuperare la necessaria unità oltre i naturali conflitti.

Appuntamento per il prossimo incontro sarà mercoledì 27 febbraio con il prof. Marco Cangiotti.

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Siria: dal sogno al progetto

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Ieri (8 febbraio 2019) ho partecipato all’assemblea sulla proposta di pace per la Siria organizzata dall’Operazione Colomba. Erano presenti alcuni Siriani che vivono in Italia, oltre diverse associazioni e soggetti istituzionali che hanno aderito alla proposta di pace. La presenza di Sheikh Abdo con il racconto dettagliato della sua vicenda è stata il piatto forte del pomeriggio, accompagnato dai racconti dei recenti viaggi compiuti dai volontari della Colomba in varie realtà in cui i profughi siriani sono presenti.

Come ormai sono abituato a fare, fisso alcuni miei pensieri che desidero condividere con le persone che mi sono vicine; fissarli mi aiuta a non disperderli e condividerli mi aiuta a vedere se c’è qualcuno che mi fornisce qualche altra luce su questioni oggettivamente più grandi di me.

La situazione attuale: La proposta di pace per la Siria, scritta ormai da più di tre anni, vede una possibilità di concretizzazione nel ventilato progetto sostenuto da Russia, Turchia, USA e Iran di realizzare una zona sicura nel nord della Siria, per consentire ai profughi di rientrare in sicurezza e in dignità. Il rientro ipotizzato precedentemente dagli estensori della proposta di pace nella zona di Homs, per le scelte compiute in quel territorio, non appare possibile. Questa nuova ipotesi, a cui per ora si è solo accennato, ha riacceso le speranze di coloro che attendono di ritornare in Siria.
A questo punto anche l’impegno di coloro che hanno aderito alla Proposta di pace deve vedere una progressione. Se finora si trattava semplicemente di condividere un sogno, ora è importante provare a pensare ad un percorso progettuale che possa tradurre questa idea in una possibilità reale.

I miei pensieri: Personalmente condivido quanto è stato detto ieri da alcuni presenti, e individuo quattro passaggi che dovrebbero caratterizzare il nostro impegno attuale e futuro:
riaccendere le luci dell’attenzione sulla situazione della Siria; per la gente conta solo ciò di cui si parla: il resto non esiste! La rinnovata adesione e impegno al sostegno della proposta di pace, la ripresa constante della preghiera per la Siria nelle nostre comunità, la condivisione dell’informazione sulla situazione reale del Paese e dei profughi; …. riaccendere le luci e tenere desta l’attenzione: perché non ridare un po’ di forza a “Rimini for Syria“?
– il lavoro per l’accoglienza delle famiglie attraverso i corridoi umanitari: conoscere le persone, accoglierle presso di noi, crea un movimento popolare diffuso e contagioso che genera spontaneamente attenzione e coinvolgimento a più livelli. Condividere i progetti di accoglienza con testimonianze concrete per aiutare altre comunità parrocchiali della nostra Diocesi a fare questo passo che ci provoca a crescere nello spirito evangelico.
– promuovere un “movimento” (mi dispiace, ma un’altra parola non mi viene) di pressione politica dal basso presso gli enti locali e i governi nazionali che coinvolga vari soggetti della società civile e del sistema democratico, perché il nostro Paese si faccia sostenitore negli ambiti internazionali della proposta di pace scritta dai profughi siriani. E’ importante l’adesione dei singoli e delle associazioni, ma occorre arrivare ad interpellare anche i livelli istituzionali che sono gli ordinari interlocutori di coloro che prendono le decisioni.
– cominciare a progettare il futuro e considerare la necessità di un impegno diffuso e popolare per la ricostruzione quando avverrà il rientro nella zona sicura. Fin da ora possiamo prevedere di sollecitare un impegno futuro in quella direzione.

La domanda che sta sotto a queste riflessioni e pensieri è: cosa posso fare io? su cosa io posso impegnarmi personalmente? Non tutti dobbiamo fare tutto, ma la forza di una comunità è proprio nella possibilità data ad ognuno di fare qualcosa di suo, all’interno di un progetto ampio e condiviso… anche quando si costruivano le cattedrali colui che tagliava le pietre nella cava o colui che le trasportava su un carro non si sentiva da meno di chi scolpiva le immagini del grande portale: tutti contribuivano alla costruzione della cattedrale e alla gloria di Dio. Anche noi possiamo farlo e realizzare insieme questa impresa che pure può essere a gloria di Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. (Mt 5,9)

Tempo, bene comune, città

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Tempo e città: due pilastri fondamentali di un ponte il cui arco è il bene comune.
Con questa immagine il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, ci ha introdotto nella prima riflessione del percorso su “Bene comune e pace sociale nell’Evangelii Gaudium” organizzato dalla nostra parrocchia di Santarcangelo.
Condivido alcuni pensieri rielaborati e alcune suggestioni dall’incontro di ieri sera, senza la pretesa di proporre una sintesi o un verbale.

Tempo: Ci sono due luci nella Scrittura che ci aiutano a comprendere questo primato del tempo sullo spazio. Nella Bibbia Dio si rivela come colui che abita più nel tempo che nel tempio (inteso come spazio sacro). E’ nella storia che il popolo d’Israele è chiamato a riconoscerlo. Nel Nuovo Testamento, poi, si pone una distinzione essenziale tra il tempo inteso nella sua dimensione quantitativa (chronos) e nella sua dimensione esperienziale e salvifica (kairos).
Il tempo è il dono che Dio fa allo spazio, consentendoci di abitare quello spazio condividendo una storia (Cfr. A. Heshel).
Nel Concilio si è evocata la categoria dei segni dei tempi, che Giovanni XXIII nel 1962 individuava nell’aspirazione diffusa alla pace e nella emancipazione della donna. Quali sono i segni di questo tempo? Senz’altro la globalizzazione della comunicazione; il fenomeno macroscopico delle migrazioni; la cura dell’ambiente e l’emergenza ecologica.
Riconoscere e valorizzare il primato del tempo sullo spazio significa valorizzare i processi imparando a lavorare a lunga scadenza; a sopportare le situazioni difficili e i cambi di programma; ad assumere e abitare la tensione tra la pienezza e il limite; a privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi (Cfr. Evangelii Gaudium n. 223).
Il criterio sovrano per la verifica del processo è quello che ci consente di valutare la crescita in pienezza di umanità.

Bene comune: rappresenta la stella polare della pace sociale. Citando il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (al n. 164) si è ricordato che “per bene comune s’intende «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».
Occorre difendere la nozione di bene comune da due equivoci: il bene comune non è la somma degli interessi individuali; esso non si limita ad essere una cornice formale e non si basa sulla semplice coordinazione, ma richiede piuttosto la cooperazione di tutti per un fine condiviso.
Il vescovo ha citato ampiamente l’intervento che papa Francesco ha proposto nella sua visita pastorale a Cesena il 1 ottobre 2017; in questo discorso, assumendo il simbolo della piazza, come luogo fisico che rappresenta il bene comune, il Papa ha detto: 

in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.
La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.
Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.
Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività

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Città: Occorre ricuperare la consapevolezza e la responsabilità di educare alla cittadinanza attiva; tre sono gli ambiti privilegiati di tale azione educativa: la famiglia, la scuola e la comunità ecclesiale.
Nella famiglia ognuno impara a vivere la reciprocità nella relazione; in una famiglia ogni individuo impara ad essere persona (essere in relazione) riconoscendo che alcune persone mi sono date come fratelli. Nella famiglia si impara la legge della gratuità, dell’impegno reciproco, quella legge che nessuna norma dello Stato può insegnare.
Nella scuola occorre ricuperare il valore di una educazione civica e di uno sguardo ampio sul mondo. L’educazione civica, anche quando si svolge, non può limitarsi ad essere una materia tra le altre, ma dovrebbe essere il progetto educativo fondamentale della scuola (Cfr. don Milani).
Nella comunità ecclesiale non possiamo esimerci della responsabilità di educare dei buoni cittadini vivendo al nostro interno la società del gratuito ispirata alle relazioni trinitarie. Nella Trinità ogni persona è con gli altri, negli altri e per gli altri.
Nella comunità ecclesiale siamo chiamati a ricuperare la rivoluzione nonviolenta che Gesù è venuto a portare, quella rivoluzione che ha una incidenza nella società perché, come è accaduto nella storia passata, ha il potere di trasformarla; ma occorre uscire dalla riduzione devozionalista che addormenta le coscienze e ci porta a ripiegarci su noi stessi (Cfr don Oreste Benzi).

Il primato del tempo sullo spazio ci riconduce al valore del sogno e della visione.
Si diventa vecchi quando i rimpianti superano i sogni.
Il profeta Gioele, citato da Pietro nel discorso del giorno di Pentecoste, dice: “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni” (At 2,17). Sarà su un sogno condiviso che potremo coinvolgere anche i nostri giovani in una assunzione di responsabilità sociale e politica.

Appuntamento a mercoledì prossimo.

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Sguardo disabile

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Lunedì 4 febbraio abbiamo avuto la gioia di accogliere a Santarcangelo Christian Di Domenico con lo spettacolo “Mio fratello rincorre i dinosauri” tratto dall’omonimo romanzo di Giacomo Mazzariol, testo molto conosciuto.
Questo spettacolo, come raccontavo in un altro post, si inserisce in un percorso che la parrocchia sta vivendo sull’accoglienza delle persone con disabilità.
Dopo aver goduto con tanti del bellissimo spettacolo, mi sembra opportuno portare a casa un messaggio che ci aiuti a continuare il nostro percorso: tale messaggio lo ricavo dalle parole che Christian Di Domenico ha detto in coda alla sua performance, quando ci ha parlato dello sguardo disabile.

La storia narrata da Giacomo Mazzariol e riproposta da Christian Di Domenico, ruota tutta sul problema dello sguardo, incapace di vedere Giovanni come Giovanni e capace di vedere solo i limiti di Giovanni: uno sguardo disabile, appunto!

Ci sono tante accessibilità che dobbiamo migliorare, tante barriere architettoniche che dobbiamo abbattere, ma se non guarisce lo sguardo, se i nostri occhi, la nostra mente e il nostro cuore non divengono abili nel riconoscere il valore di ogni persona per quello che è, non avremo risolto nulla e ci condanneremo noi alla esclusione e alla discriminazione, divenendo noi responsabili di tali azioni che, normalmente, consideriamo esecrabili.

Ma se prendiamo in carico la disabilità del nostro sguardo, impareremo ad accogliere non solo le persone con disabilità, ma ogni altra persona portatrice di una diversità. Proprio Lunedì 4 febbraio, ad Abu Dhabi, molto lontani da Santarcangelo, due uomini religiosi e sapienti hanno sottoscritto queste parole: “Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi“.
Preghiamo e auspichiamo che tutti siamo capaci di riconoscere questa Sapienza divina che crea gli uomini diversi, ma tutti portatori di dignità, di diritti e di ricchezza personale.

Fratellanza: appello e impegno

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Lo so che stasera inizia il Festival di Sanremo e che non è possibile distrarsi da questa e altre cose molto importanti, ma vorrei richiamare l’attenzione su un evento e un testo di carattere epocale che è accaduto ieri ad Abu Dhabi nella quasi totale indifferenza dell’occidente (il TG1 non vi ha dedicato neppure un cenno tra le notizie di apertura).

Ieri, papa Francesco – a nome di tutti i cattolici – e il grande Iman di Al Azhar – a nome di tutti i mussulmani sunniti – hanno firmato un documento di appello e di impegno sulla fratellanza umana che, a mio modesto avviso, ha un valore epocale e può davvero cambiare il corso di una storia che è stata caratterizzata prevalentemente dai conflitti.

Riporto solo alcuni passaggi, ma invito caldamente tutti a leggere integralmente questo testo perché ognuno di noi deve sentirsi responsabile della sua concretizzazione nelle relazioni e nelle scelte ordinarie. Che questo documento si trasformi in scelte concrete dipende da tutti noi!

DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA UMANA
PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE

(cliccando sul testo si può leggere il documento integrale sul sito del Vaticano)

“Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive. […]

Questa Dichiarazione, partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea, apprezzando i suoi successi e vivendo i suoi dolori, le sue sciagure e calamità, crede fermamente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti. […]

Il primo e più importante obiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarLo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento, anzi, tutti devono preservare tale dono della vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale. Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo.
Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente. […]

Questo Documento, in accordo con i precedenti Documenti Internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, attesta quanto segue:

– La forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune; […]

La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano. […]

Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano. […]

Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; […]

Il concetto di cittadinanza si basa sulleguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare alluso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.

Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture […]

È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. […]

A tal fine, la Chiesa Cattolica e al-Azhar, attraverso la comune cooperazione, annunciano e promettono […] di impegnarsi nel diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali, sollecitando a tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione.

Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi. […]

Questo è ciò che speriamo e cerchiamo di realizzare, al fine di raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita.

Sua Santità
Papa Francesco
Grande Imam di Al-Azhar
Ahmad Al-Tayyeb

Così sia!

A proprio agio nella storia

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Riporto due passaggi della bellissima lettera che l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha scritto per introdurre il documento degli orientamenti e norme del sinodo minore di Milano. Un testo profondo e bello che mi sembra utile condividere. I grassetti sono i miei per facilitare la lettura. La lettera integrale si può leggere lui sito della Chiesa di Milano.

A proprio agio nella storia
«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,1-2).
«Gesù scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52).
La nostra tradizione cristiana vive con una pacificata naturalezza la storia: non ne soffre come di una prigione, non l’idealizza come un paradiso, non vi si perde come in una confusione inestricabile. Vive i momenti di euforia con un certo scetticismo, vive i momenti di depressione senza rassegnarsi. Le nostre terre hanno conosciuto tempi di prosperità e di miseria: i nostri padri hanno fatto fronte a tutto, si sono dati da fare di fronte alle sfide più drammatiche, hanno percorso strade inedite, talora geniali, talora discutibili. Hanno sempre confidato nella provvidenza di Dio. Le nostre terre hanno visto giorni in cui si andava altrove per guadagnarsi il pane e hanno visto giorni in cui gente da ogni parte del mondo è venuta qui a guadagnarsi il pane: i nostri padri ci hanno insegnato a non negare il pane all’affamato e, nello stesso tempo, a non fare sconti agli sfaticati.
Insomma si può definire il nostro modo di vivere da cristiani, dai tempi di Ambrogio ai giorni no-stri, come un trovarci a nostro agio nella storia.
Si è sperimentato che l’intraprendenza e la creatività, se vissute con costanza e saggezza, permettono di affrontare i problemi, di risolverne molti e di convivere con quelli che non si possono risolvere. Ci ha sempre accompagnato quel senso di responsabilità per i talenti ricevuti che impedisce di restare inoperosi e di pensare solo a se stessi.
Si è sperimentato pure che l’avidità e la prepotenza, la grettezza e la presunzione assicurano solo successi precari e la casa costruita sulla sabbia, per quanto grandiosa e appariscente, prima o poi va in rovina.
Noi i problemi li chiamiamo sfide, le difficoltà le chiamiamo prove, le emergenze le chiamiamo appelli, le situazioni le chiamiamo occasioni. Siamo accompagnati da una fiducia radicale, che viene dall’esperienza e dalla fede, dagli esempi del passato e dalla compiacenza per quello che i nostri giovani riescono a fare, anche perché sono sostenuti dagli adulti.
Ci rendiamo conto di aspetti inediti che turbano la nostra società e la comunità cristiana, non siamo ingenui né superficiali: preferiamo però l’impegno al lamento, la riflessione pratica e propositiva al ripiegamento sui sensi di colpa e alle accuse e recriminazioni.
Si intuisce che la Chiesa sta cambiando perché cambia il mondo, perché cambiano i cristiani, perché la missione di sempre si confronta con scenari nuovi, con interlocutori diversi, con insidie per le quali siamo impreparati. Continuiamo a fidarci di Dio e ad essere attivi nel cambiamento. Alcuni corrono con impazienza ed entusiasmo, altri resistono con esitazioni e prudenza, alcuni dichiarano superata la tradizione, altri segnalano gli aspetti problematici delle innovazioni. Tutti, se sono onesti, si sentono insoddisfatti delle loro posizioni, per quanto ne siano convinti. Infatti nessuno presume di avere una formula risolutiva.
Perciò cercheremo insieme, ascolteremo tutti, convocheremo gli esperti e ci doteremo di organismi per propiziare il confronto e il discernimento comunitario. Andremo dove lo Spirito ci conduce: facciamo il proposito di essere docili.
E continueremo a trovarci a nostro agio nella storia.
L’icona dell’uomo timorato di Dio, elogiato nel salmo 128, e i trent’anni di Gesù a Nàzaret continueranno a ispirarci nel nostro vivere le grandi scelte e la cronaca ordinaria, con fiducia, vigilanza e operosità.
Preghiamo i misteri della luce del Santo Rosario per lasciarci ispirare da Maria nel contemplare il modo con cui il Figlio di Dio ha imparato a diventare figlio dell’uomo, negli anni di Nàzaret e negli anni del suo cammino verso Gerusalemme e il compimento della sua missione.

Il forte grido
L’incarnazione del Verbo di Dio non è stata un adattarsi alla storia: la rassegnazione non è una parola cristiana. Di fronte alla morte, Gesù ha gridato la sua protesta, di fronte al soffrire innocente Gesù ha espresso la sua compassione e ha steso la mano per toccare il male ripugnante e liberare il malato, di fronte alla religione pervertita a mercato Gesù ha reagito con rabbia e parola profetica.
La partecipazione al dramma della storia, alle sue insopportabili asprezze, non è stata per Gesù soltanto un grido di protesta, piuttosto si è fatto carico del soffrire e del morire celebrando proprio in questo il sacrificio della nuova alleanza, l’alleanza tra Dio e gli uomini, squarciando il velo che nascondeva nel tempio il Santo dei Santi e l’alleanza tra gli uomini, distruggendo in se stesso l’inimicizia. I rapporti tra i popoli sono stati definitivamente trasformati da Gesù in vocazione alla comunione e alla pace: «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
I discepoli di Gesù continuano lo stile di Gesù e protestano contro il male, reagiscono all’ingiustizia, si accostano con solidale compassione al dolore innocente, lottano per estirpare la povertà, la fame, le malattie, denunciano i comportamenti irresponsabili che creano emarginazione, sfruttamento, inquinamento. I discepoli di Gesù, riuniti nella santa Chiesa di Dio, sono il popolo della pace, offrono al mondo la speranza che popoli diversi possano vivere relazioni fraterne, con-dividendo lo stesso pane diventano un solo corpo e un solo spirito.
La vocazione a dare forma alla Chiesa di domani, vissuta nella docilità allo Spirito di Dio, impegna a percorsi di sobrietà, a forme pratiche di solidarietà, a una sensibilità cattolica che non tollera discriminazioni. Siamo chiamati a una lettura più critica della storia che non nasconde le responsabilità dei “Paesi ricchi” nei confronti dei “Paesi poveri”, che non chiude gli occhi di fronte alla corruzione, ai guadagni illeciti accumulati con la prevaricazione e con le forme illegali di produzione e di commercio. Continuiamo a domandarci: “perché i poveri sono poveri?” e sentiamo di dover dar voce a tutte le Chiese del mondo, testimoni spesso perseguitate e crocifisse di storie drammatiche e di ingiustizie croniche.
La meditazione e la preghiera dei misteri dolorosi del Santo Rosario tiene viva la compassione per il Giusto ingiustamente condannato e incoraggia a continuare la testimonianza e la parola profetica, che non può mancare nella Chiesa di oggi e di domani…

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