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La scaltrezza di Paolo … e la sua sottomissione a Dio

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La lettura degli Atti degli Apostoli proposto oggi dal lezionario feriale (At 22,30.23,6-11)  ci presenta uno dei testi più interessanti sulla fisionomia di Paolo. Arrestato dalle autorità di Gerusalemme viene portato davanti al Sinedrio per essere giudicato. Il Sinedrio non è un luogo estraneo a Paolo: il “vecchio Saulo” era di casa in questo consesso e conosceva bene le sue dinamiche interne.

Paolo non resiste e, con scaltrezza e furbizia, propone un bel trabocchetto che chiama i presenti a schierarsi non in merito a lui, ma alla fede nella risurrezione, professata dai farisei e negata dai sadducei. Ovviamente l’esito che Paolo ottiene è quello di scatenare un dibattito così acceso che rischi addirittura di degenerare in una rissa con omicidio.

Il testo ci mostra un Paolo che mette in atto una strategia umana molto efficace che gli consente di uscire indenne dal quel pasticcio. Noi potremmo ammirare Paolo per la sua scaltrezza e la sua capacità di cavarsela, ma il testo di Atti ci mette in guardia da questa ammirazione che non corrisponde alla logica del Vangelo.

Gesù aveva detto ai suoi: “sarete condotti davanti a governatori e re per causa mia, per dare testimonianza a loro e ai pagani. Ma, quando vi consegneranno, non preoccupatevi di come o di che cosa direte, perché vi sarà dato in quell’ora ciò che dovrete dire: infatti non siete voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi“. (Mt 10,18-20) Paolo non sembra ispirato dalla Spirito nel pronunciare le sue parole davanti al Sinedrio; per questo il Signore Gesù, che gli appare in sogno, gli indica che un’altra è la strada che è chiamato a percorrere, quella che già aveva intravisto e che lo Spirito gli aveva suggerito, come aveva detto drammaticamente agli anziani della chiesa di Efeso (At 20,23-24).

Paolo è caduto nella tentazione di difendersi con le sue capacità, ma altrettanto prontamente aderisce alla volontà del Signore riconosciuta e, di fronte al governatore si dichiarerà cittadino romano appellandosi al giudizio dell’imperatore, per poter essere condotto a Roma dove arriverà in catene e rimarrà prigioniero per lungo tempo, probabilmente fino al martirio.

La via del Vangelo è una via che non ci domanda di essere passivi e di rinunciare all’esercizio della nostra intelligenza, ma ci potrebbe essere una scaltrezza che, pur ottenendo apparentemente uno buon risultato, non ci conduce per la strada che Dio ha pensato per noi.

Integrare non è solo stare accanto

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Una delle parole che negli ultimi tempi ricorrono più spesso nel linguaggio civile ed ecclesiale è la parola integrazione. Se ne parla a proposito del fenomeno migratorio che l’Italia finalmente sta imparando a cogliere come un qualcosa di non episodico con cui fare i conti; se ne parla nella Chiesa a proposito di prospettive di impegno pastorale …

Nei testi che la Diocesi di Rimini ha pubblicato sulla pastorale integrata si afferma con chiarezza che l’integrazione è molto di più che la semplice aggregazione, perché l’obbiettivo non è puramente funzionale, ma è puntare alla comunione.

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Questo pensiero, che per tanti versi potrebbe essere considerato scontato, mi porta a pensare che integrare non sia solo stare accanto, ma cogliere tutto il positivo che c’è nell’altro e farlo diventare mio e viceversa condividere tutto il bello di cui io sono portatore e consentire all’altro di sentirlo come suo patrimonio.

Nella esperienza ecclesiale questa integrazione dovrebbe essere più facile, in virtù del tanto che si condivide già in partenza, ma ci accorgiamo che non è esattamente così, perché molto dipende dal punto di vista. L’integrazione viene spesso considerato un processo asimmetrico, della serie: io sarei già a posto così come sono, ma poiché non posso ignorare la tua presenza decido di accogliere qualcosa di tuo che rappresenta un di più, non necessario.

Quando l’accoglienza dell’altro viene considerata un “di più non necessario” il processo di integrazione parte già inceppato. Non sei essenziale per me; sto bene anche senza di te; devi essermi grato perché considero la tua presenza accanto a me e ti riconosco come portatore di qualcosa di buono.

La sfida dell’integrazione, sia a livello sociale e civile che a livello ecclesiale, è un impegno che ci coinvolgerà molto nei prossimi anni e ci chiederà la capacità e la disponibilità di cambiare i nostri punti di vista. Sento importante tenere ben fisso davanti agli occhi che la comunione è il vero obiettivo verso cui dobbiamo convergere e che l’integrazione è “solamente” una via che ci consente di costruire e vivere questa comunione.

Venga il tuo Regno: … dove Dio regna veramente

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Oggi ho letto un testo dell’Apocalisse che afferma: “Ha preso possesso del suo regno il Signore, il nostro Dio, l’Onnipotente. Rallegriamoci ed esultiamo …” (Ap 19)

Questa espressione è consueta nel Nuovo Testamento, soprattutto nei vangeli sinottici ed ormai è entrata nel nostro orecchio, non ci scompone più… la ripetiamo, senza scossoni, ogni volta che recitiamo il “Padre nostro”, ma non avvertimo nessun disagio e nessun brivido lungo la schiena.

Ho chiesto a coloro che partecipavano alla celebrazione con me: Ma voi vi sentite tranquilli di fronte alla prospettiva che Dio regni veramente sulla nostra vita? Ci sentiamo di rallegrarci ed esultare perché Dio ha preso possesso del suo Regno? La domanda ha suscitato un certo imbarazzo finché qualcuno, prendendo coraggio, ha detto: io vorrei avere la possibilità di dire il mio parere in questo regno!.

Vivere in una prospettiva in cui sia Dio a regnare veramente non mi rende tranquillo perché non mi fido di lasciare a lui il timone della mia vita; per quanto io sia consapevole del mio limite e della mia inconsistenza, preferisco sbagliare con le mie mani piuttosto che affidarmi ciecamente ala guida di  Dio. In me – riguardo a Dio – non prevalgono le immagini rassicuranti e amorevoli del Vangelo e del Nuovo Testamento, piuttosto sono presenti immagini false e grottesche di Dio che gli attribuiscono la possibilità di cambiare umore, qualche possibile capriccio, la strumentalizzazione della mia vita … immagini demoniache di Dio che mi fanno stare ad una distanza timorosa da lui. Quante volte abbiamo pensato o detto “faccio questa cosa perché Dio non mi punisca” oppure, di fronte ad una situazione dolorosa e difficile “cosa avrò fatto di male per meritarmi questa cosa (da Dio)?” …

Il Regno di Dio, per me, è un luogo (una situazione) in cui avrei la pretesa di negoziare la sua volontà, di dire la mia sulle scelte opportune, … insomma un regno in cui anche io pretendo di avere un mio ruolo attivo.

In fondo, come ha detto chiaramente Gesù fin dall’inizio del suo Vangelo: “Il Regno di Dio è vicino: convertitevi!” (Cf. Mc 1,14), la questione che entra in gioco è la mia fede e l’esigenza della conversione e della purificazione da tutte le immagini false di Dio che trovo scritte e ben raffigurate nel mio cuore. Sono immagini arcaiche che anche i grandi personaggi della Bibbia come Abramo, Giacobbe e Mosé si portavano dentro; sono immagini che ci rendono schiavi e ci impediscono di vivere una relazione libera e fiduciosa con il Signore. E’ sempre l’immagine che il nemico di Dio proietta di fronte ai nostri occhi facendoci intendere che Dio ci vuole opprimere e la sua signoria non è altro che prepotenza e prevaricazione (Cf. Gen 3).

Questa gioia di cui parla il libro dell’Apocalisse, questo rallegrarsi ed esultare può essere solo di chi riconosce in Dio il Padre, l’Amore, la misericordia e la tenerezza … Di fronte a queste immagini non c’è nulla da temere, perché Dio non è che benevolenza e perdono.

Consegnare a Dio il timone della mia vita è un atto di fede e di vera conversione.

Meglio secondi a Roma che primi in Gallia; ovvero la bella spiritualità dei numeri due.

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Tutti conoscono il celebre detto attribuito a Giulio Cesare così diffuso nel nostro mondo clericale. Esso recita: “Meglio essere primi in Gallia che secondi a Roma”.  

La maledizione dell’essere secondi o “dipendenti” di e da qualcuno, sembra essere il peggiore dei mali da scongiurare. Meglio una soluzione di ripiego, che però mi garantisca la primazia, l’indipendenza, che una soluzione in cui mi devo trovare secondo a qualcuno.

Qualche giorno fa’ il nostro vescovo Francesco, durante il funerale di don Sisto Ceccarini – prete ottantacinquenne della Diocesi di Rimini, chiamato dal Padre dei cieli dopo un lungo travaglio nella malattia -, ha ricordato che per don Sisto non è stato mai un problema vivere “all’ombra di don Oreste Benzi”; anzi si è beato di questa bella relazione, nata fin dalla preadolescenza in seminario e continuata per tutta la vita. Don Sisto ha saputo riconoscere con semplicità il valore di una provvidenza che lo ha messo a fianco di uno come don Oreste ed ha vissuto quella che mi piacerebbe chiamare la spiritualità del numero due.

Mi sembra che riscoprire questa spiritualità sia particolarmente importante soprattutto per noi preti chiamati – per vocazione ministeriale – ad essere collaboratori del ministero episcopale.

La preghiera di ordinazione che il vescovo pronuncia sugli eletti al ministero sacerdotale si esprime così: “Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico. Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto …. Siano degni cooperatori dell’ordine episcopale, perché la parola del vangelo mediante la loro predicazione, con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini, e raggiunga i confini della terra“.

La nostra vocazione e il nostro ministero di preti si colloca essenzialmente in questa prospettiva della collaborazione e ci chiede di riscoprire la bella spiritualità dell’essere accanto a coloro che il Signore ha chiamato a presiedere la comunità. Necessariamente questa figura si identifica con il Vescovo, ma, provvidenzialmente, si potrebbe identificare anche con qualcuno (prete, diacono, laico, …) con cui io sono chiamato a collaborare in un ruolo paritario o subordinato.

Penso -per esempio- alle nuove situazioni che si verranno a creare con le zone pastorali e come avvertiamo, anche se non sempre siamo capaci di dirlo, che questo senso del perdere la primazia e l’indipendenza, dato dall’esigenza di una collaborazione tra parrocchie o dal dover fare i conti con la figura di un moderatore, lavora dentro di noi e ci impedisce di procedere con velocità verso quella direzione che la Chiesa ci ha indicato con chiarezza.

Sappiamo che la tentazione di pensare come Giulio Cesare non è lontana da noi.

La testimonianza di preti come don Sisto ci aiuti a vivere con semplicità il nostro compito ecclesiale.

Il Signore ci renda numeri due felici e sereni, liberi e gioiosi, efficaci anche in questa testimonianza evangelica che va davvero contro corrente.

La compassione di Dio

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Spesso la critica più radicale che viene rivolta a Dio è quella della sua indifferenza rispetto al male del mondo, alla sofferenza dell’uomo, all’ingiustizia subita dall’innocente.

Forse è questo il motivo per cui il vangelo insiste nel rivelarci un volto di Dio che si muove a compassione di fronte alla sofferenza e, cosa ben più importante, che si fa carico di questa stessa sofferenza.

Per noi la compassione si risolve spesso in un sentimento ed in un’emozione forte, ma non sempre la nostra emozione si converte in un’azione compassionevole. Altre volte la nostra azione è prevalentemente auto-consolatoria: non diventa una vera presa in carico, ma si risolve in una piccola cosa che risolve il nostro senso di colpa e ci fa sentire un po’ più buoni (è il caso degli sms solidali; una bontà certificata a buon mercato).

Non è questa la compassione di Dio che Gesù ci rivela. La sua compassione diventa condivisione e dono totale di sé stesso. L’icona più evidente della condivisione è quella del battesimo al Giordano in cui Gesù scende nell’acqua con i peccatori per testimoniare la scelta di immersione nella situazione di sofferenza dell’umanità. Quella del dono di sé lo abbiamo nella moltiplicazione dei pani. In quel gesto profetico Gesù rivela la via scelta da Dio per farsi carico della sofferenza dell’uomo; Gesù non interviene erogando un pane (magico) dal cielo, ma Gesù chiede ai suoi discepoli di donare tutto quello che hanno – in definitiva sé stessi – per testimoniare la loro compassione.

Ho trovato questo testo del card. Martini che credo possa ben concludere questa piccola riflessione.

Insegnaci, o Dio nostro Padre, una grande compassione, la compassione che tuo Figlio Gesù ha mostrato nella vita e nella croce. Insegnaci come la compassione, la bontà, l’amore siano vitali per il futuro dell’umanità. Insegnaci a capire noi stessi, a superare le differenze di lingue, di culture, di tradizioni così da saper cogliere la verità presente in ogni persona umana, perché tutti siamo amati da te, o Padre, tutti siamo stati creati da te quali figli nel tuo Figlio, tutti siamo ricolmi dello Spirito santo che ci muove alla confessione e alla riconciliazione. Amen.

Card. Carlo Maria Martini, Vedere il mondo con gli occhi di Dio, In dialogo

Integrare verbo prezioso

Quando io ero giovane esisteva l’anno e l’esame integrativo cui si dovevano sottoporre gli studenti degli Istituti Magistrali se volevano accedere all’università: il loro percorso era infatti di soli quattro anni.

Poi abbiamo cominciato a conoscere gli integratori alimentari che servivano per sostenere un’alimentazione carente di alcuni elementi necessari al soggetto.

Il termine integrazione ha sempre posseduto anche una forte componente sociale per indicare il processo di inserimento in un determinato contesto socio-culturale di persone che provenivano da altri contesti culturali: l’integrazione sembrava un obiettivo ideale da raggiungere, molto meglio dell’aggregazione, dell’assimilazione o dell’omologazione.

Da qualche anno questo termine è entrato anche nel linguaggio ecclesiale associato, spesso ad un altro termine che, a partire dal Concilio Vaticano II ha assunto un valore nobile; il termine pastorale.

Pastorale integrata è un’espressione à la page che si trova spesso sulla bocca degli addetti ai lavori e -ahimé- anche sulla mia. Attualmente questa espressione viene utilizzata con due valenze principali che – a volte – tendono a confondersi. Due parole sommarie per orientarsi.

La prima valenza è quella assegnata all’espressione dal Convegno ecclesiale di Verona del 2006 durante il quale, a seguito di un’analisi preoccupata riguardo alla tendenza verso una frammentazione specialistica del’azione pastorale ecclesiale, si è proposta una nuova visione della pastorale che ponga al centro la persona con i dinamismi fondamentali della sua esistenza come ambiti e occasioni di evangelizzazione e di crescita nel’esperienza della fede. Non più quindi una pastorale che si strutturi secondo settori di competenza e di governo (catechesi, liturgia, carità, sociale, famiglia, scuola …), ma un’azione pastorale che tenga presenta la persona nella sua unitarietà e colga gli ambiti della sua vita in cui è più urgente un’azione evangelizzatrice (fragilità, affetti, tradizione, cittadinanza, lavoro e festa).

Una seconda valenza che si sta imponendo riguardo a questa espressione è quella che interpreta il processo di riorganizzazione territoriale in atto in diverse diocesi che, per far fronte alle esigenze di una nuova evangelizzazione e al calo numerico dei preti diocesani, cerca di rinnovare la presenza territoriale della comunità ecclesiale in modo più conforme alle esigenze del nostro tempo.

Perché si è assunto il termine integrazione? Perché esso ci permette di accostarci alla realtà non solo riconoscendo cosa manca, ma partendo da ciò che c’è e valorizzando al massimo quello che la realtà oggi ci presenta. Ogni prospettiva di crescita andrà pensata a partire da ciò che è presente e integrandolo in modo il più possibile armonico con ciò che ancora è carente.

E’ bello pensare anche a livello educativo ad una educazione integrativa e non omologante. Riconoscere ciò che c’è, partire dalle risorse della persona, dai doni di cui è portatore, per farli giungere alla pienezza dell’esperienza di vita. Ognuno di noi allora si può porre in un bel percorso di formazione permanente perché nessuno è così ricco e completo da non aver bisogno di integrazioni e nessuno è così povero da non aver un punto di partenza significativo da cui iniziare.

Integrare è verbo davvero prezioso

Famiglia e vocazioni

Ieri pomeriggio abbiamo cominciato la settimana vocazionale presso la parrocchia di san Martino a Riccione e siamo partiti con l’incontro del gruppo famiglie. Già da tempo quando siamo invitati nelle parrocchie cerchiamo di aiutare quelle comunità a comprendere che parlare di vocazioni significa porsi in una prospettiva di verifica sul nostro modo di vivere la Chiesa: non si tratta di fare qualcosa in più, ma di chiedersi se ciò che facciamo e viviamo ci aiuta a costruire quel terreno favorevole che consente alla vita cristiana di essere vocazionalmente feconda.

Vocazione è prima di tutto una questione di prospettiva! Vocazione è la vita vissuta nella relazione con il Signore, una relazione significativa e fondante.

Normalmente, quando pensiamo alla nostra vita, ci pensiamo e progettiamo per obiettivi. I nostri ragazzi e le nostre ragazze hanno degli obiettivi impegnativi da realizzare. A loro sono proposti percorsi mirati ad acquisire competenze per affrontare le situazioni della vita. Pensiamo: più competenze acquisiscono più risultano adeguati per affrontare il cammino della vita che risulta essere molto difficile e impegnativo.

Analizzando qualche racconto di vocazione, emerge spesso che alcune persone avevano costruito itinerari invidiabili: buoni percorsi di studio, ottime competenze nelle lingue, nello sport, nelle arti, … eppure ad un certo punto questo progetto si rompe; c’è una insoddisfazione oppure un senso di disagio anche quando tutte le cose oggettivamente vanno bene …

Un evento straordinario interviene a fa cambiare la prospettiva della mia vita. A quel punto tutto ciò che era assolutamente importante e frutto di grande impegno e sacrifici, perde la sua importanza perché la vita assume un altro significato. Spesso questi eventi risultano traumatici e dolorosi, anche se sono portatori di una grazia benefica nella vita delle persone. Ma questi eventi traumatici, seppur provvidenziali sono necessari? Occorre per forza arrivare fino a questo punto? Ci chiediamo: è possibile educare secondo un’altra prospettiva? E’ possibile puntare su un modo diverso di pensare la propria vita tanto che essa non risulti semplicemente il frutto di un progetto pensato a tavolino pur con intenzioni amorevoli? Qual è il contributo che una prospettiva vocazionale può dare ad un cammino educativo?

La prospettiva vocazionale parte dalla scoperta e dalla consapevolezza che la mia vita è un dono prezioso e vale non a partire da ciò che faccio, o dalle competenze che posso mostrare nel mio curriculm formativo, ma semplicemente perché è il frutto di uno sguardo d’amore di Dio. Non devo accreditarmi in questo mondo per sapere che la mia vita vale; non devo dimostrare a nessuno che la mia vita è preziosa; non devo apparire adeguato per pensare di valere qualcosa … “Il Signore non guarda le apparenze, ma guarda il cuore” (1Sam 16). Questo sguardo d’amore cambia tutte le cose e mi permette di pensare a me stesso/a come portatore di un dono prezioso da condividere. Questa mia vita è il dono che il Signore mi ha fatto e che io posso condividere con i fratelli, sapendo che più la condivido più la rendo preziosa.

A qualcuno può sembrare una prospettiva utopica e irreale! Ma perché allora le persone che si sentono chiamate e che impostano la propria vita su altre priorità che non sono quelle “del mondo”, riflettono su loro volto una gioia incomparabile?

La domanda a questo punto è: come le nostre famiglie e le nostre comunità ecclesiali sanno testimoniare ed educare ad un’esperienza di vita che parta dalla prospettiva vocazionale? Questa è la grande domanda che ci provoca ad una conversione della pastorale e dell’educazione.

Le promesse di bene

Ecco verranno giorni – oracolo del Signore – nei quali io realizzerò le promesse di bene che ho fatto alla casa di Israele e alla casa di Giuda. Ger 33,14

Il tempo dell’avvento che oggi comincia è un tempo in cui fare memoria delle promesse di bene del Signore. In questi giorni, in cui si fa mediaticamente più pressante l’attesa di un giorno catastrofico per la fine del mondo, noi cristiani, ancora una volta, incominciamo ad attendere il compimento delle promesse di Dio che non saranno di catastrofe, ma promesse di bene.

E’ questa consapevolezza che ci porta a pregare: “Maranathà, vieni Signore Gesù” e a levare il capo per attendere la nostra liberazione.

Non crediamo che questo mondo si un inferno, perché il Signore si è reso presente in questo mondo e ci ha ha insegnato ad amarlo; in questo mondo ogni giorno ci impegniamo a porre segni di novità, semi di speranza, condividere il pane della carità, che ci consente di vivere nel tempo e di essere pienamente uomini, non naufraghi aggrappati ad un relitto che difendono il poco che possiedono da ogni potenziale aggressore. Pur tuttavia attendiamo i nuovi cieli e la nuova terra perché sappiamo che le promesse di bene del Signore ancora si devono compiere nella pienezza.

Il tempo dell’avvento è il tempo della memoria di un’attesa. L’attesa può essere memoria solo se ha intuito e intravisto ciò che attende. L’attesa può essere memoria solo se si fonda sulla certezza del bene che proviene da colui che è il protagonista di ciò che si attende.

Tempo di avvento. Tempo di attesa vigilante. Maranathà. Vieni, Signore.

Due grandi e belle chiamate… un solo abbraccio

Accade che nella vita la provvidenza divina ci ponga di fronte a situazioni che agli occhi degli uomini possono sembrare di assoluto contrasto, … quasi inconciliabili. In una comunità religiosa di amiche, le Apostoline di Castelgandolfo oggi è un giorno di festa perché suor Francesca, suor Letizia e suor Debora presentano la loro professione perpetua. Sono ormai diversi anni che hanno intrapreso il loro camino vocazionale e oggi, 1 dicembre 2012, pronunciano il loro sì definitivo al Signore. Penso alle emozioni che sono nel loro cuore, a questo giorno atteso e preparato… penso alla gioia del loro sì, alla consapevolezza del dono totale della loro vita … tutto nel segno della bellezza.

Ieri sera, mi è stato comunicato da don Cristian che suor Annalisa, un’apostolina della medesima comunità, dopo un tempo di grave malattia e un breve momentaneo miglioramento, è stata chiamata dal Signore in quella che mi piace pensare sia la nostra chiamata definitiva, quella che passa attraverso la porta di sorella morte e che ci chiede di abbandonarci fiduciosi tra le braccia del Padre per accogliere il suo abbraccio eterno e infinito. Penso anche qui ai sentimenti di queste sorelle che per tanti anni hanno condiviso la vita e l’impegno apostolico, momenti di gioia e di fatica… e ora la fatica di fare i conti con la morte con un saluto.

Gioia e dolore, vita e morte, accoglienza e distacco … come fare unità? Come presentarsi oggi di fronte al Signore, con quale cuore e quali sentimenti?

Quello che agli occhi del mondo è solo contrasto, nel Signore e nella luce della risurrezione trova una meravigliosa sintesi. Il dono della nostra vita unita all’offerta della sua vita, la risposta alla sua chiamata scegliendo liberamente di essere tutti suoi, il portare in noi stessi il riflesso del suo volto che anche da risorto continua a custodire gelosamente i segni della passione, … questa è la sintesi e l’unità che il Signore ci invita a vivere.

Un abbraccio speciale a Debora, Francesca e Letizia per il dono che oggi fanno di sé stesse. Un abbraccio grato e un “a Dio” a suor Annalisa che ha risposto alla grande chiamata. Un abbraccio a tutte le apostoline che oggi vivono questa intensità di sentimenti pieni di commozione e di speranza.

A te, Signore che hai risposto sì alla chiamata dell’uomo, noi vogliamo ripetere oggi e fino al nostro ultimo giorno il nostro sì. Immagine

Un popolo che canta la sua fede

Siamo nell’anno della fede. La prima cosa che ci viene in mente è che la fede sia da professare, poi da testimoniare, poi da studiare ed approfondire…

Ieri ho incontrato dei giovani che cantavano la fede. Eravamo in pulmino durante la gita e invece di cantare quel Mazzolin di fiori…. Abbiamo cantato alcuni bei canti in francese che professavano la nostra fede di cristiani in Gesù Salvatore e Signore. Noi in Italia pensiamo raramente che la fede possa essere prima di tutto cantata! Eppure sant’Ambrogio in un’epoca molto difficile e di grandi tensioni intra-ecclesiali ha aiutato il popolo di Milano a formarsi nella fede attraverso Inni e il canto dei salmi. Ambrogio ha dedicato parte del suo ministero episcopale nel comporre alcuni inni che insegnava alla comunità di Milano.

Forse in questo anno siamo chiamati ad imparare a cantare la nostra fede.

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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