Nuovo viaggio a Sarajevo (settembre 2013)

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Sarajevo è una città che ho visitato molte volte.

La prima nel 1986 durante un viaggio in quella che allora era la Yugoslavia, fiero esempio di una socialismo reale moderato, in cui si credeva che il problema della religione fosse ormai risolto con l’avvento della scienza e del progresso economico-politico.

Sono tornato a Sarajevo nel 1996, era il giorno di santo Stefano, c’erano -32°; mi ricordo che ho impiegato 12 ore per percorrere la strada che separa Spalato da Sarajevo. Da un anno esatto i trattati di Dayton avevano detto basta allo scontro armato, ma i problemi che quello scontro avevano causato erano tutti ben presenti. La città era il fantasma della Sarajevo conosciuta al mondo; l’assedio più lungo della storia aveva lasciato il suo segno: i muri – con i loro inequivocabili segni di proiettili e granate – testimoniavano la violenza, ma ancora di più il racconto delle persone sopravvissute alla carneficina raccontava di quelle migliaia di persone morte assurdamente, colpite quasi per gioco e per atroce virtuosismo dai cecchini o dalla sofferenza che sempre la guerra causa.

Sono tornato molte volte a Sarajevo da quel lontano 1996 perché lì ho degli amici e delle amiche che erano giovani e che ora sono adulti, sposati con bambini, che testimoniano la fatica di questo piccolo paese ad andare avanti, lasciando al passato l’orrore e l’odio che ha causato la divisione.

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Le 11541 sedie vuote numero dei morti di Sarajevo durante la guerra del 1992-1995

La mia amica, manager in un’azienda di Sarajevo, mi racconto con rabbia la fatica di questo paese di pensare ad un futuro che lasci indietro la guerra. “Tutti parlano solo della guerra e della religione“. Qualcuno, ingenuamente potrebbe tirare un sospiro di sollievo, ma parlare di religione in BiH significa soprattutto marcare le differenze. Le chiese, come le moschee non vengono costruite per necessità (una ogni anno viene edificata con finanziamento pubblico), ma solamente per marcare il territorio.

Per noi è difficile comprendere questa situazione. Ormai però diventa difficile anche per chi vive a Sarajevo da sempre e vorrebbe andare avanti, pensare ad un futuro in cui si può tornare a vivere insieme anche se diversi.

Qualcuno un tempo ci aveva creduto e non solo Tito. Qualcuno negli anni del dopo guerra aveva investito su questa convivenza, ma ormai l’attenzione del mondo si è spostata altrove; e chi parla più della Bosnia e della situazione di Sarajevo?

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mons. Pero Sudar

Ricordo le parole profetiche pronunciate da mons. Pero Sudar, vescovo ausiliare di Sarajevo, proprio nella città di Rimini, quando -nel 1999- ci ammoniva a non abbandonare la Bosnia e a considerare la possibilità che lì si era creata, come un laboratorio decisivo sul futuro del mondo. Le tre grandi culture dell’era moderna: la cultura occidentale, la cultura slava e quella islamica, nei Balcani potevano trovare un terreno di dialogo proficuo perché, proprio lì, queste tre grandi culture, avevano alle spalle decenni di convivenza pacifica e il desiderio di un futuro possibile nella convivenza.

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Purtroppo quelle parole sono rimaste inascoltate e le tensioni si sono radicalizzate. L’Europa (soprattutto la grande Germania) era preoccupata di avere nei Balcani (a partire dalla Croazia) un terreno di espansione per il proprio mercato economico; la Russia ha avuto buon gioco nel difendere i “fratelli serbi” mantenendo la sua influenza in un’area dell’Europa in cui non aveva avuto tanto peso neppure ai tempi del socialismo di Tito, il quale, se non ricordo male, aveva preso le distanze dal radicalismo sovietico; e i bosniacchi (così si chiamano i bosniaci di tradizione islamica), abbandonati da tutti come danno collaterale di una politica europea miope ed egoista, hanno accolto ben volentieri l’aiuto dei paesi islamici della penisola arabica e dell’Asia, i quali, insieme agli aiuti, hanno portato in Europa un modello di Islam che non si era mai visto neppure ai tempi della dominazione Turca.

Ci sarà un futuro per la Bosnia? Ci sarà un futuro per Sarajevo?

Il cuore ce lo fa sperare; il fatto di conoscere tante persone che vivono lì ce lo fa credere. Le notizie che ci arrivano tramite gli organi di stampa specializzati però non ci confortano. Un paese che si regge sul compromesso e sugli equilibri di forza; che eredita dall’esterno le linee per governare una situazione unica; che anela all’Europa, ma che non riesce a realizzare le condizioni di governo che l’Europa richiederebbe …

Vedremo; lo speriamo; lo domandiamo nella preghiera.

Un pensiero affettuoso a questo paese nel quale ho speso un po’ del tempo della mia vita e che mi ha segnato nelle amicizie.

AT

Una Risposta

  1. Grazie per avermi fatto conoscere una realtà di cui non so nulla..
    Ho visto Sarajevo prima della guerra quando la ex Jugoslavia cominciava ad aprirsi all’occidente. Certo non sarà mai più la stessa. Mi auguro che riescano a ritornare ad essere un popolo in pace senza ulteriori tensioni .

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