Meglio secondi a Roma che primi in Gallia; ovvero la bella spiritualità dei numeri due.

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Tutti conoscono il celebre detto attribuito a Giulio Cesare così diffuso nel nostro mondo clericale. Esso recita: “Meglio essere primi in Gallia che secondi a Roma”.  

La maledizione dell’essere secondi o “dipendenti” di e da qualcuno, sembra essere il peggiore dei mali da scongiurare. Meglio una soluzione di ripiego, che però mi garantisca la primazia, l’indipendenza, che una soluzione in cui mi devo trovare secondo a qualcuno.

Qualche giorno fa’ il nostro vescovo Francesco, durante il funerale di don Sisto Ceccarini – prete ottantacinquenne della Diocesi di Rimini, chiamato dal Padre dei cieli dopo un lungo travaglio nella malattia -, ha ricordato che per don Sisto non è stato mai un problema vivere “all’ombra di don Oreste Benzi”; anzi si è beato di questa bella relazione, nata fin dalla preadolescenza in seminario e continuata per tutta la vita. Don Sisto ha saputo riconoscere con semplicità il valore di una provvidenza che lo ha messo a fianco di uno come don Oreste ed ha vissuto quella che mi piacerebbe chiamare la spiritualità del numero due.

Mi sembra che riscoprire questa spiritualità sia particolarmente importante soprattutto per noi preti chiamati – per vocazione ministeriale – ad essere collaboratori del ministero episcopale.

La preghiera di ordinazione che il vescovo pronuncia sugli eletti al ministero sacerdotale si esprime così: “Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico. Dona, Padre onnipotente, a questi tuoi figli la dignità del presbiterato. Rinnova in loro l’effusione del tuo spirito di santità; adempiano fedelmente, o Signore, il ministero del secondo grado sacerdotale da te ricevuto …. Siano degni cooperatori dell’ordine episcopale, perché la parola del vangelo mediante la loro predicazione, con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini, e raggiunga i confini della terra“.

La nostra vocazione e il nostro ministero di preti si colloca essenzialmente in questa prospettiva della collaborazione e ci chiede di riscoprire la bella spiritualità dell’essere accanto a coloro che il Signore ha chiamato a presiedere la comunità. Necessariamente questa figura si identifica con il Vescovo, ma, provvidenzialmente, si potrebbe identificare anche con qualcuno (prete, diacono, laico, …) con cui io sono chiamato a collaborare in un ruolo paritario o subordinato.

Penso -per esempio- alle nuove situazioni che si verranno a creare con le zone pastorali e come avvertiamo, anche se non sempre siamo capaci di dirlo, che questo senso del perdere la primazia e l’indipendenza, dato dall’esigenza di una collaborazione tra parrocchie o dal dover fare i conti con la figura di un moderatore, lavora dentro di noi e ci impedisce di procedere con velocità verso quella direzione che la Chiesa ci ha indicato con chiarezza.

Sappiamo che la tentazione di pensare come Giulio Cesare non è lontana da noi.

La testimonianza di preti come don Sisto ci aiuti a vivere con semplicità il nostro compito ecclesiale.

Il Signore ci renda numeri due felici e sereni, liberi e gioiosi, efficaci anche in questa testimonianza evangelica che va davvero contro corrente.

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