Integrare non è solo stare accanto

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Una delle parole che negli ultimi tempi ricorrono più spesso nel linguaggio civile ed ecclesiale è la parola integrazione. Se ne parla a proposito del fenomeno migratorio che l’Italia finalmente sta imparando a cogliere come un qualcosa di non episodico con cui fare i conti; se ne parla nella Chiesa a proposito di prospettive di impegno pastorale …

Nei testi che la Diocesi di Rimini ha pubblicato sulla pastorale integrata si afferma con chiarezza che l’integrazione è molto di più che la semplice aggregazione, perché l’obbiettivo non è puramente funzionale, ma è puntare alla comunione.

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Questo pensiero, che per tanti versi potrebbe essere considerato scontato, mi porta a pensare che integrare non sia solo stare accanto, ma cogliere tutto il positivo che c’è nell’altro e farlo diventare mio e viceversa condividere tutto il bello di cui io sono portatore e consentire all’altro di sentirlo come suo patrimonio.

Nella esperienza ecclesiale questa integrazione dovrebbe essere più facile, in virtù del tanto che si condivide già in partenza, ma ci accorgiamo che non è esattamente così, perché molto dipende dal punto di vista. L’integrazione viene spesso considerato un processo asimmetrico, della serie: io sarei già a posto così come sono, ma poiché non posso ignorare la tua presenza decido di accogliere qualcosa di tuo che rappresenta un di più, non necessario.

Quando l’accoglienza dell’altro viene considerata un “di più non necessario” il processo di integrazione parte già inceppato. Non sei essenziale per me; sto bene anche senza di te; devi essermi grato perché considero la tua presenza accanto a me e ti riconosco come portatore di qualcosa di buono.

La sfida dell’integrazione, sia a livello sociale e civile che a livello ecclesiale, è un impegno che ci coinvolgerà molto nei prossimi anni e ci chiederà la capacità e la disponibilità di cambiare i nostri punti di vista. Sento importante tenere ben fisso davanti agli occhi che la comunione è il vero obiettivo verso cui dobbiamo convergere e che l’integrazione è “solamente” una via che ci consente di costruire e vivere questa comunione.

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