La temperanza (card. C.M. Martini)

Che cosa significa “temperanza”?

Quando ero bambino mi chiedevo spesso, sentendo usare la parola “temperanza”, che cosa volesse dire, e dal momento che per me (come per tutti i bambini, penso) era molto difficile temperare le matite senza rompere la punta, avevo finito col pensare quel sostantivo come la capacità di temperare bene le matite.

In questi giorni, sfogliando i vocabolari mi sono accorto che la mia idea di bambino non era tanto sciocca, perché in realtà “temperare” significa disporre bene qualcosa per il suo uso: temperare una matita è disporla in tutte le sue parti così da poterla usare bene. Più in generale, vuol dire combinare nel modo giusto le parti in un tutto che sia armonico e utile: per esempio, temperare i colori prima di mettersi a dipingere un quadro. “Tempera” o “tempra” è quel trattamento termico a cui si sottopongono le leghe metalliche o i cristalli, affinché abbiano una resistenza maggiore. “Temperamento” è la mescolanza delle doti di un individuo; si parla infatti di buono o di cattivo “temperamento”. Il clima “temperato” è proprio delle regioni nelle quali il freddo e il caldo si accordano tra loro. Da qui comprendiamo il senso tecnico, laico, generale del termine “temperanza” , che è appunto la capacità di soddisfare con equilibrio e moderazione i propri istinti e desideri. Alla temperanza sono allora collegate molte altre virtù più facili da capire: dominio di sé, ordine e misura, armonia, equilibrio, autocontrollo; tutti atteggiamenti assai importanti.

Qual è la fonte della temperanza?

Affrontare il tema della temperanza dal punto di vista della tradizione cristiana, significa che il nostro discorso sull’etica diventa un discorso ascetico, spirituale, cioè un discorso sul cammino dell’uomo che, vincendo se stesso, va verso l’imitazione di Gesù, verso la somiglianza con Dio. Ci sono anche dei passi biblici che, nel contesto del dominio delle proprie passioni, parlano dell’imitazione di Cristo, della necessità di seguire lo Spirito che è in Gesù.

* Per esempio, san Paolo raccomanda ai Galati: “Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la loro carne con le sue passioni e i suoi desideri. Se pertanto viviamo dello Spirito, camminiamo anche secondo lo Spirito” (Gai 5, 24-25).

* Oppure: “Gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno; non in mezzo a gozzoviglie e ubriachezze, non fra impurità e licenze, non in contese e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo e non seguite la carne nei suoi desideri” (Rm 13, 12-14).

Dunque la temperanza è imitazione di Cristo, perché Gesù è modello di equilibrio, di dominio di sé: tutta la sua vita è ben regolata, come pure la sua passione e la sua morte. Gesù è temperante nello slancio, nella vivacità, nell’entusiasmo, nella creatività, nell’amore a tutte le creature; Gesù ama le persone, parla con amore degli animali, dei fiori, del cielo. In lui c’è quell’armonia che tiene insieme i desideri, gli istinti, le emozioni per farne un organismo ben unificato.
Anche nella vita dei Santi contempliamo questo splendore della temperanza: basta pensare a Francesco d’Assisi e alla sua passionalità santa, sempre regolata, al suo amore per tutte le creature, alla sua capacità di gioire.

Gesù e i santi ci testimoniano che temperanza non è sinonimo di freddezza, di rigidità, di insensibilità – come talora si pensa -, bensì è sinonimo di armonia, di ordine e perciò di creatività e di gioia.

Dove si esercita la temperanza?

Dopo aver visto qual è il significato del vocabolo “temperanza” e aver capito che questa virtù ha la sua fonte anzitutto nell’imitazione di Gesù, cerchiamo di rispondere alla domanda: Dove si esercita la temperanza? “La temperanza è la virtù morale che modera l’attrattiva dei piaceri e rende capaci di equilibrio nell’uso dei beni creati. Essa assicura il dominio della volontà sugli istinti e mantiene i desideri entro i limiti dell’onestà”(Catechismo della Chiesa cattolica, n. 1809).

La temperanza si esercita quindi nelle realtà sopra menzionate: i beni creati, gli istinti, i piaceri, i desideri.

Mi sembra utile sottolineare cinque grandi aspetti o ambiti dell’esistenza in cui dobbiamo vivere la temperanza.

1. Temperanza come moderazione nel mangiare e nel bere. In questo caso, essa ha a che fare con l’astinenza, con il digiuno anche, con la cura della salute, con la dieta quando la si segue non per motivi di bellezza o di linea, bensì per mantenere sano il fisico. La temperanza si oppone evidentemente agli eccessi dell’alcool e della droga. Abbiamo visto che, nel brano della Lettera ai Romani, Paolo sottolinea la moderazione nel cibo e nelle bevande raccomandando di evitare gozzoviglie e ubriachezze.

2. Temperanza come controllo degli istinti sessuali. Sempre nella Lettera ai Romani, Paolo esorta a vivere “non tra impurità e licenze”. È il discorso della castità, della custodia dei sensi, degli occhi, della fantasia e dei gesti; del buon uso della televisione, dell’attenzione alle letture, ai giornali, ecc. All’opposto di tale temperanza stanno tutti i disordini sessuali, fino alle perversioni che causano poi i delitti.

3. Temperanza come equilibrio nell’uso dei beni materiali, in particolare del denaro. “Coloro che vogliono arricchire, cadono nella tentazione, nel laccio e in molte bramosie insensate e funeste, che fanno affogare gli uomini in rovina e perdizione. L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali” (1Tim 6, 9-10).
È tutto il tema dell’avarizia, della corruzione amministrativa e politica, che nasce dall’avidità personale o di gruppo. Ne abbiamo parlato a proposito della virtù della giustizia, ma ritorna adesso perché è la temperanza a stroncare le radici di quell’avidità che crea ingiustizia.

Sotto questo terzo aspetto, la temperanza riguarda anche il lusso, le spese sfrenate nel vestire, nella casa, nelle seconde e terze case, nei divertimenti; essa aiuta infatti a raggiungere la moderazione che conviene alla situazione di ciascuno e che non è eccedenza, ostentazione, sperpero.

4. La temperanza come giusto mezzo nella ricerca di onore e di successo. “Tutto quello che è nel mondo, la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, non viene dal Padre, ma dal mondo” (1Gv 2, 16). In questo senso, la temperanza è collegata con l’umiltà, la modestia, la semplicità del comportamento; ed è contraria all’arroganza, alla supponenza, al gusto sfrenato del potere.

5. L’ultimo aspetto è quello della temperanza come dominio dell’irascibilità. La temperanza ci aiuta (meglio: ci insegna) a dominare nervosismi, irritazioni, scatti d’ira, piccole e grandi vendette, magari anche nell’ambito della famiglia, dell’amicizia. Gestione della rabbia.

È la virtù che mantiene la persona in quell’equilibrio forte che è necessario per reagire bene al male, per rimproverare bene o ben punire quando occorre. Se invece manca il dominio dell’istinto dell’irascibilità, si rischia pure in famiglia di lasciarsi andare alle contese, alle impazienze gravi, ai dispetti o, al contrario, di lasciar fare tutto senza mai intervenire. La temperanza è la via di mezzo, è il saper contemperare giuste esigenze di serietà e di severità con atteggiamenti di comprensione e di perdono.

Perché è importante la temperanza?

I cinque atteggiamenti che ho sottolineato permettono di comprendere come la temperanza tocchi tutta la vita quotidiana, e la tocchi per renderla serena e capace di vero godimento. Ad esempio, il dominio di sé indotto e promosso dalla temperanza è sorgente di autentico godimento anche sensibile, di piccole gioie e soddisfazioni della vita. Mentre la sfrenatezza, l’intemperanza, il gusto di tutto vedere, di tutto sapere, è fonte di rigidità, di nervosismo e genera un’ottusità dei sensi che arriva poi alla noia togliendo la serenità e la pace.

Allora, la temperanza è importante perché rende la vita bella e armonica. Passando alla ragione contraria: la vigilanza su di sé è importante perché gli istinti, lasciati a se stessi, diventano distruttivi.

La Lettera di Paolo a Timoteo, sopra citata, parla di “rovina e perdizione” provocate dalle “bramosie insensate e funeste” e del fatto che ci si tormenta con molti dolori quando si cede il campo a tali bramosie. La ragione filosofica sta nel fatto che, a differenza degli animali che si autoregolano con precisione a motivo degli istinti, l’uomo deve imparare a regolare i suoi istinti con la ragione e la volontà. “Non seguire il tuo istinto e la tua forza, assecondando la passione del tuo cuore” (Sir 5, 2), non fidarti della forza travolgente del tuo istinto. Se parlassimo agli animali, potremmo dire tranquillamente: segui il tuo istinto. Ma l’uomo deve ricavare il suo comportamento dalla ragione, dalla riflessione, dalla ragione illuminata dalla fede.

L’impegno per agire così è chiamato anche ascesi, esercizio, allenamento: si tratta di un’autoeducazione della volontà, che parte dall’intelligenza e dalla ragionevolezza. E tutti sappiamo che è molto importante allenarci con sacrifici al dominio di sé, alle piccole rinunce. Là dove i ragazzi non vengono aiutati a rinunciare a qualche cosa, ma si concede loro tutto, non saranno mai allenati, educati al dominio di sé. Bisogna dunque imparare a compiere volentieri piccoli e spontanei sacrifici, perché questa è la grande lezione tradizionale della temperanza cristiana.

Comunicare la Parola

Vi suggerisco, infine, quattro domande per stimolarvi a riflettere ulteriormente sulla virtù della temperanza.

1. “Siate dunque moderati e sobri, per dedicarvi alla preghiera” (1Pt 4,7). Partendo dall’esortazione di Pietro potreste chiedervi: qual è il rapporto tra temperanza e preghiera? perché la temperanza aiuta la preghiera e l’intemperanza, la sfrenatezza, la golosità, la curiosità, la morbosità uccidono la preghiera? Spesso affermiamo di non saper pregare, ma dovremmo andare alle radici, cioè frenare anzitutto le passioni e gli istinti anche nelle piccole cose.

2. Come si pensa e si parla oggi della virtù della temperanza, sia in se stessa che nei cinque ambiti che ho indicato? che cosa pensa la gente, come la valuta, che ne dice? Il giudizio della gente ci condiziona e lo troviamo anche in noi;  per questo è molto importante conoscerlo e riconoscerlo.

3. Quali danni vengono – nella vita personale, nelle famiglie, nella società – dalla mancanza di dominio di sé nei cinque ambiti su cui ci siamo fermati?

4. Come educarci ed educare – in famiglia, in comunità,  in parrocchia al dominio di sé? come non dimenticare questa virtù così dimenticata?

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