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Libertà e responsabilità; oltre le leggi e le sanzioni.

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Siamo alla vigilia di nuove restrizioni e del prolungamento di quelle precedenti.
Da più parti si invoca la responsabilità personale per il bene comune che si sintetizza nell’invito a rimanere a casa.

D’altra parte ci arrivano continuamente notizie di persone che trasgrediscono le normative per motivi che a noi paiono futili, ma che li hanno portati a considerare che le loro esigenze non potessero essere limitate.

Certo potremmo fare una bella predica sull’individualismo, sulla inciviltà degli italiani, sul menefreghismo… ma non sono convinto che le invettive servano a molto.
La questione che affrontiamo, oltre che tematiche di educazione civica, evoca anche un atteggiamento spirituale: se io, infatti, rimango convinto che il mio bene valga più di tutto e che la mia libertà non possa essere limitata in alcun modo, cercherò in tutti i modi di aggirare le prescrizioni ed evitare le sanzioni, perché quello che io riconosco come il mio bene, risulterà irrinunciabile per me.

C’è un passaggio molto forte della Prima lettera ai Corinzi (capp. 8-9), dove san Paolo affronta questo tema della libertà individuale e del bene comune.
La questione affrontata da Paolo è molto lontana per noi e per la nostra cultura, e riguarda la possibilità, per i cristiani, di cibarsi delle carni che erano state immolate agli idoli nei templi pagani. Poiché questa prassi, di per sé lecita, era di scandalo per qualcuno dei cristiani di Corinto, Paolo invita ad usare la propria libertà per garantire il bene dei fratelli, non come un obbligo da imporre dall’esterno, ma come un atto d’amore che ogni credente ha la possibilità di compiere per il bene del fratello più debole

Credo che ci siano molte somiglianze nella circostanza attuale.
Bene fa lo Stato a definire delle regole e anche a stabilire sanzioni per chi le trasgredisce. Ma noi sappiamo che la norma ha principalmente un valore educativo. Lo Stato non avrebbe la forza di far rispettare la norma se, paradossalmente, tutti trasgredissero. La norma funziona solo se la maggioranza dei cittadini la riconosce come un riferimento che difende un valore e un bene comune.
La questione ci interpella dunque, anche sul piano morale e spirituale.
Perché io posso limitare la mia libertà? Chi mi può obbligare, se non la mia coscienza e la mia volontà di compiere un bene, che non sia solo il mio bene?
Come la mia libertà si trasforma in responsabilità che mi assumo nel compiere un bene più grande, per il quale la mia libertà viene sacrificata del tutto o in parte?
Queste sono domande molto importanti che, coloro che hanno l’autorità di governo a tutti i livelli, dovrebbero allegare alle norme promulgate, perché chi ha la responsabilità e l’autorità del governo svolge anche una funzione educativa nei confronti del popolo, funzione che non si esercita attraverso la demagogia – come purtroppo siamo stati abituati-, ma attraverso l’autorevolezza e la capacità di indicare il bene comune, affinché ognuno possa mettere in atto le modalità che possiede per perseguirlo.  

Mi ha molto colpito (e stupito) la scelta rapida che la Chiesa Italiana ha compiuto, tramite i suoi vescovi, nell’assumere le normative di prevenzione della diffusione del virus. Non è stata una scelta scontata e neppure condivisa universalmente. Tanti esponenti autorevoli si sono ribellati ed hanno fortemente criticato questa scelta, considerandola una resa acritica e improvvida.
Io, personalmente, l’ho condivisa e la condivido, come un grande atto d’amore al nostro popolo, anche nella consapevolezza piena di ciò a cui liberamente rinunciavamo: la messa, i sacramenti, la possibilità di vivere la nostra dimensione ecclesiale. Un atto d’amore: questo ci viene chiesto, e solo per questo possiamo accettare di limitare la nostra libertà personale ed ecclesiale.

Noi cristiani italiani, come tutti invitati a restare a casa, sapremo esprimere e testimoniare questo atto d’amore, che ci chiede di limitare la nostra libertà?
Saremo esemplari in questa generosità come lo siamo e lo siamo stati in altri atti di generosità?

Sapremo testimoniare che non abbiamo bisogno che qualcuno intervenga a sanzionarci, perché da soli abbiamo compreso il valore di questo gesto e lo assumiamo come una scelta che testimonia la nostra responsabilità?

Ama e fai ciò che vuoi“, diceva Agostino. Questa è la nostra vera libertà: l’amore.
Saremo capaci di testimoniarlo?

1990-2020: Trent’anni da diaconi

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Era il 17 marzo 1990. Il vescovo Mariano era arrivato a Rimini da qualche mese. La nostra ordinazione, in realtà, era prevista per l’anno precedente, ma tutte le traversie del cambio del Vescovo hanno fatto decidere di rimandarla, e si è deciso per il 17 marzo, terza domenica di quaresima.
Guido era già stato ordinato ad ottobre a Roma, insieme ai suoi compagni di seminario. L’ordinazione riguardava Antonio, Luca e me (quelli vestiti di bianco nonostante la quaresima).

Forse non tutti sanno che, se è vero che l’ordinazione sacerdotale è la tappa finale del cammino di formazione, l’ordinazione diaconale rappresenta il primo sì definitivo che un seminarista offre al Signore e alla Chiesa: per la persona è un passaggio davvero fondamentale. Così lo è stato per me; si è trattata di una vera consacrazione a Dio.

Anche se ho esercitato il ministero diaconale solo per nove mesi, ho sempre sentito il diaconato fondamentale e caratterizzante anche il mio essere prete. Non è un sacramento che ci viene dato in prestito: siamo e rimaniamo diaconi per sempre, anche quando diventiamo presbiteri.

Sono passati trent’anni da quel giorno e il mio cuore è colmo di gratitudine al Signore per il dono del diaconato. 
Soprattutto in questi giorni, in cui ogni attività sembra congelata, l’annuncio del Vangelo attraverso i mezzi che abbiamo a disposizione, e che non avevamo trent’anni fa’, mi aiuta a sentire il mio diaconato come attivo e prezioso. E’ il Signore che, attraverso il nostro ministero, ci aiuta a portare la sua parola di fiducia e di speranza.

Ringrazio Dio per aver condiviso questo percorso con degli amici che non mi hanno mai fatto mancare il sostegno e la stima (spero di aver fatto anche io lo stesso con loro).
Oggi prego soprattutto per loro, perché il Signore benedica il loro impegno di annuncio del Vangelo e di servizio alle comunità che sono state loro affidate.

Grazie Signore che ci consenti di condividere il servizio al tuo popolo e ci rendi partecipi della gioia che questo servizio porta a coloro che lo vivono.
Grazie Signore perché mi hai concesso la gioia di essere servo.

Crisi di sistema

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Questa crisi sanitaria ha rappresentato e rappresenta uno stress test che ha evidenziato crisi di sistema su molti fronti. Alcuni sono molto evidenti: è andato in crisi il sistema economico e finanziario; è andato molto in crisi il sistema politico sia nazionale che europeo; è in forte crisi il sistema sanitario nonostante tutta la retorica sull’eroismo dei medici e del personale sanitario; è in forte crisi il sistema di aiuto alle persone più fragili che, come non dovrebbe accadere, sono lasciate a loro stesse, alle loro famiglie o all’attenzione di volontari; … ma è andato in crisi anche il nostro sistema pastorale ed ecclesiale. E’ così!
Tutti affermano che questa crisi deve portarci a riflettere sulle fragilità, per uscirne migliori… ebbene, credo che anche sul piano ecclesiale dovremmo approfittare per una bella riflessione che colga le fragilità di sistema che questa emergenza ha messo in evidenza. Io ne individuo alcune, altri ne individueranno altre.
– Senza voler mettere in discussione la centralità dell’eucaristia per la vita cristiana e per la vita ecclesiale, mi sembra però evidente che in questa situazione emerga che la nostra struttura ecclesiale sia troppo clericale e troppo centralizzata. Per tanti anni abbiamo parlato di “Chiesa famiglia di famiglie”, ma quando, come in questo tempo, il centro della vita ecclesiale deve essere forzatamente la famiglia, noi siamo andati in crisi, le nostre parrocchie sono andate in crisi. Ci chiediamo come fare con la catechesi, come fare per le celebrazioni, come fare per gli ammalati, … perché il nostro sistema è saltato e non riusciamo a provvedere, non abbiamo alternative, abbiamo chiuso bottega. Quando poi, come nel nostro caso, tutti i preti sono in quarantena, l’impressione che circola è che la comunità cristiana sia chiusa. Così non va bene, c’è qualcosa che deve cambiare! Le piste di riflessione teologica e pastorale erano e sono già tutte disponibili, ma chiedono di essere prese sul serio. 

-Bene la tecnologia, per carità! Mi immagino cosa sarebbe questa situazione se non avessimo questo prezioso supporto. Ma per la nostra comunità ecclesiale è necessario riconoscere che è tutto un po’ surrogato. Non voglio mettere in discussione la generosità encomiabile e la creatività di tanti che si sono adoperati per creare delle opportunità di collegamento con le proprie comunità (vescovo compreso). Qui parlo da liturgista (ogni tanto mi ricordo di esserlo) e chiedo ai miei fratelli: è più “vera” una messa seguita in streaming o la celebrazione della liturgia delle ore? Consente di partecipare effettivamente al mistero pasquale una messa partecipata alla TV oppure la celebrazione delle lodi o dei vespri vissuti nella propria famiglia? Dal punto di vista teologico non c’è alcun dubbio; la prima è un surrogato, mentre la seconda è autentica e piena. Ma noi non abbiamo educato alla liturgia delle ore, che, dopo più di cinquanta anni dalla riforma liturgica, è ancora per pochi eletti. Certo, nelle nostre parrocchie celebravamo messe a profusione anche per poche persone, ma come abbiamo abilitato i nostri fedeli a vivere il loro sacerdozio battesimale? Come possono vivere quel culto in spirito e verità che il Padre ricerca, quello che, come dice Paolo nella lettera ai Romani (cap. 12), si fonda sull’offrire sé stessi in sacrificio spirituale gradito a Dio? Perché ci accontentiamo di fornire surrogati invece di orientare chi ha la possibilità, sulla via dell’autentica partecipazione al mistero pasquale?

– E il grande tesoro della Parola di Dio? In questo momento in cui abbiamo bisogno di essere sostenuti nella fede e nella speranza, come stiamo aiutando le nostre comunità e i nostri fedeli a prendere in mano il Vangelo per riscoprire il volto di quel Dio buono che in Gesù si è rivelato come l’amore che si dona, e per smascherare l’immagine idolatrica e demoniaca di un dio che vorrebbe il nostro male e ci manda le malattie perché noi soffriamo meritatamente? Ci sono tanti presunti maestri di pensiero, alcuni molto ascoltati nelle nostre famiglie, che parlano in modo indecente di quanto sta accadendo; come sterilizziamo questo modo malato di parlare di Dio se non con un ritorno autentico alla sorgente della Parola di Dio? Come abbiamo “vaccinato” la nostra gente contro certe eresie? Come le sosteniamo?

Stiamo vivendo una grande prova e una grande purificazione. 
Queste domande sarebbero state vere anche in circostanze normali, ma per pigrizia o per ideologia, abbiamo preferito non porcele; o se ce le ponevamo, il calcolo “economico” costi/benefici richiesto da una conversione ci è sembrato non conveniente.
Ora il piatto è saltato. Ora tocchiamo con mano la fragilità del sistema che abbiamo costruito e difeso. Questa consapevolezza non ci può lasciare indifferenti, ma deve portarci a cambiare modo d’agire senza pensare che, passato tutto, tutto ritorni semplicemente come prima: saremmo doppiamente colpevoli!
Per fortuna, come accennavo, non dobbiamo inventare nulla, ma solamente prendere sul serio quanto la Chiesa stessa ci sta dicendo da decenni e farlo diventare una pista di lavoro per il prossimo futuro. A me sembra che questa conversione possa essere il frutto che ci viene donato da questa emergenza.

“Andrà tutto bene”, ma non tutto andava bene.
Possiamo essere protagonisti di questo cambiamento in meglio. Dipende da noi! Da tutti noi!

Cosa ci rimane

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La situazione che stiamo vivendo ha dell’incredibile e dell’inedito.
Non è mai successo nella nostra storia che abbiamo dovuto sospendere la vita ecclesiale in modo così radicale e doloroso. Eppure eccoci qua: la realtà precede ogni idea!

La tecnologia ci aiuta molto: chat, piattaforme per video-conferenze, chiamate telefoniche, … un gran bella risorsa per rompere l’isolamento. Addirittura messe e momenti di preghiera in streaming: possibilità straordinarie per rimanere in contatto, per animare la preghiera e con essa la fede.
Eppure tutto questo non basta e non basterà se ci concentriamo solo su ciò che ci è stato sottratto. Tutto rimarrà solo un surrogato di ciò che non è disponibile e non ci nutrirà, non ci soddisferà; anzi rischierà di aumentare la nostra frustrazione, come quando si beve un pessimo vino.

E’ molto importante che ci domandiamo cosa ci rimane di vero e di tangibile che possiamo vivere in questo tempo; il Signore cosa ci chiede di vivere?
C’è un testo che è riportato dal profeta Daniele, un testo che preghiamo nella Liturgia delle ore e che ascolteremo nella liturgia della prossima settimana; è un testo che mi è tornato in mente più volte in questi giorni:
“Ora non abbiamo più né principe né profeta né capo né olocausto né sacrificio né oblazione né incenso né luogo per presentarti le primizie e trovare misericordia.
Potessimo essere accolti con il cuore contrito e con lo spirito umiliato, come olocausti di montoni e di tori, come migliaia di grassi agnelli.
Tale sia oggi il nostro sacrificio davanti a te e ti sia gradito, perché non c’è delusione per coloro che confidano in te.
Ora ti seguiamo con tutto il cuore, ti temiamo e cerchiamo il tuo volto…” (Dn 3,38ss)
La situazione è quella dell’esilio in Babilonia, dopo la distruzione della città di Gerusalemme, un esilio che durerà settant’anni. Cosa rimane al popolo di Dio privato di tutto ciò che lo definiva come popolo?
– la confidenza in Dio, quella che non si lascia travolgere dalle circostanze tristi e difficili, perché fondata sulla roccia di un’esperienza amorevole di Dio; cosa significa confidare, avere fiducia in Dio in questi tempi difficili?
– il cuore contrito, un cuore capace di riconoscere il bisogno di conversione, perché “tutto andrà bene” alla fine, ma non tutto andava bene prima, occorre riconoscerlo con sincerità;
– il timore di Dio e l’obbedienza alla sua volontà come la via per rendere vera la nostra religiosità e farla maturare in fede; qui non bastano le “tradizioni”, siamo chiamati ad andare al nocciolo della nostra esperienza di Dio e riscoprire Lui come il Dio che ci ama e che si spende per noi, un Dio che possiamo seguire perché ci conduce per la via buona;
– oserei aggiungere a quanto afferma il profeta Daniele, facendomi aiutare da san Paolo, che ci rimane sempre l’amore per i fratelli, il comandamento che più di ogni altra cosa, esprime la verità della presenza di Dio in noi.

E’ molto quello che ci manca. Senza l’eucaristia celebrata in comunità sembra che ci manchi il fiato. Ma è tanto quello che ci rimane e su cui possiamo vivere l’essenziale della nostra relazione con Dio e con i fratelli, rendendo significativi tutti i contatti telematici che abbiamo a disposizione.

Imprevisto

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Non ci piacciono gli imprevisti: ci mettono in difficoltà.
Ci piace avere la situazione sotto controllo, con i nostri programmi, le nostre priorità, le nostre scelte…
Eppure la vita è piena di imprevisti, perché, nonostante la nostra presunzione, non abbiamo il controllo su tutto, anzi, lo abbiamo solo su alcuni aspetti e non in modo definitivo.
Alcuni imprevisti sono spiacevoli: un licenziamento, la malattia, alcune circostanze sfavorevoli… Altri invece sono provocatori: la nascita inattesa di un bambino, la visita di un amico, un incontro provvidenziale.

Se ci pensiamo, molto della nostra vita – soprattutto in alcune cose molto importanti – è dipeso dagli imprevisti. Anche l’altra sera ero a cena con una coppia di sposi che mi hanno raccontato il loro incontro … ed è stato tutto un imprevisto … nessuno dei due quella sera si doveva trovare lì, ma alla fine, per una serie di imprevisti, si sono incontrati … e sposati.

Anche la mia vocazione è nata con una serie di imprevisti, di cose non programmate, così come gli incontri più importanti della mia vita.

Penso che tutti noi abbiamo fatto almeno una volta questa esperienza: un imprevisto provvidenziale, magari accolto con dispetto, ma poi rivelatosi portatore di un dono.

Ora ci troviamo dentro una marea di imprevisti: tutto quanto stiamo vivendo non era affatto programmato. Anche nelle scorse settimane, guardando le immagini dalla Cina, non pensavamo che la cosa ci avrebbe coinvolto in questo modo.
Non è facile trovare il positivo in questa vicenda che ci sta mettendo tutti in difficoltà, della quale patiamo soprattutto le limitazioni. Ma perché non concedersi la possibilità di pensare che questo grande imprevisto, insieme a sofferenza e confusione, non possa essere anche portatore di un dono?

Dio, di solito, fa molta fatica ad infilarsi nei nostri programmi; non gli concediamo molto spazio. Egli viene nell’imprevisto per rinnovare la nostra vita.
Concediamogli questa possibilità.

Diventare bambini per sopravvivere in questo mondo

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L’invito di Gesù è chiaro e famoso: «se non diventerete (non “ritornerete” mi raccomando!) come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3); anche se sembra un po’ naif.
Poi arriva un nuovo virus che, mentre paralizza il mondo, ci rende evidente (parola di medici) che, in questa emergenza globale, coloro che corrono meno rischi sono i bambini, perché il loro sistema immunitario è più pronto a rispondere alle “provocazioni” di questo nuovo agente patogeno.

Non voglio farne un teoria, ma la cosa mi ha incuriosito.
Che sia la “conferma scientifica” delle parole di Gesù?
Rimane il fatto che qualcosa dai bambini possiamo imparare, e possiamo provare a diventare come loro. Non si tratta ovviamente di una regressione allo stato infantile, ma di osservare come possiamo essere più capaci di vivere nel contesto in cui abitiamo.

Cosa caratterizza un bambino, oltre alla reattività del suo sistema immunitario?
La sua capacità di stupore e, evangelicamente parlando, la sua accettazione serena e pacificante della dipendenza dagli adulti, senza la preoccupazione di affermare la propria autonomia e indipendenza.
Forse anche questo ci può aiutare a sopravvivere meglio in questo mondo ai vari virus che minacciano la nostra sopravvivenza e la nostra umanità.
Se pensiamo che sia ingenuo e fuori luogo, possiamo fare un’analisi del nostro stato di vita e di salute, delle patologie che ci affliggono, dell’ansia che ci opprime, … molto di questo dipende dal nostro bisogno di affermare la nostra autonomia e indipendenza.

Riporto un testo del Vangelo che ogni tanto ci fa bene andare a ricuperare:
«Perciò vi dico: per la vostra vita non affannatevi di quello che mangerete o berrete, e neanche per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita forse non vale più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non seminano, né mietono, né ammassano nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non contate voi forse più di loro? E chi di voi, per quanto si dia da fare, può aggiungere un’ora sola alla sua vita? E perché vi affannate per il vestito? Osservate come crescono i gigli del campo: non lavorano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora se Dio veste così l’erba del campo, che oggi c’è e domani verrà gettata nel forno, non farà assai più per voi, gente di poca fede? Non affannatevi dunque dicendo: Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo? Di tutte queste cose si preoccupano i pagani; il Padre vostro celeste infatti sa che ne avete bisogno. Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini. A ciascun giorno basta la sua pena». (Mt 6,25-34)

Gesù ci insegna a vivere da figli di Dio, godendo della provvidenza del Padre e liberi dagli affanni della nostra auto affermazione e autonomia.
In alcune lingue (non l’italiano) la parola “bambini” e la parola “figli” si equivalgono; viene utilizzato lo stesso termine. Gesù probabilmente ci invita a vivere da figli (se non diventerete figli), per vivere al riparo dai virus di questo mondo, anche quelli che ci inoculiamo da soli, nella nostra ansia di affermazione e di indipendenza e per entrare nel regno dei cieli, condizione che, a quanto pare, assomiglia più ad una famiglia che ad una corte.

Mi piace concludere questa riflessione un po’ disordinata con un Salmo che amo molto, che, nella sua brevità, mi sembra una bella scuola di vita:

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi,
superiori alle mie forze.
Io sono tranquillo e sereno
come bimbo svezzato in braccio a sua madre,
come un bimbo svezzato è l’anima mia.
Speri Israele nel Signore, ora e sempre. (Sal 131)

Un “bimbo svezzato” (si ripete due volte) è un bimbo che non ha bisogno di essere allattato, ma si gode gratuitamente l’abbraccio della madre; è “indipendente” nella sua alimentazione, ma non rinnega la bellezza di quell’abbraccio che lo custodisce in braccio alla mamma. Mi sembra un bell’affresco e un bell’invito. 

Pensieri più o meno sparsi; collegati tra loro da una suggestione.

Desiderio di normalità

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E’ bastata una settimana di restrizioni per l’emergenza sanitaria che tutti invocano a gran voce il ritorno alla normalità.
Lo invocano gli industriali e gli imprenditori dei vari settori, giustamente preoccupati delle conseguenze economiche di questa situazione.
Lo invocano i genitori (e i nonni) che, a causa della chiusura dell scuole, sono obbligati a giostrarsi in acrobazie ed incastri, per organizzare la custodia dei bambini, dovendo provvedere alle esigenze del lavoro.
Lo invocano i nostri politici, che si devono barcamenare in decisioni impopolari per sostenere quanto affermano prudenzialmente i medici…
Tutti desiderano tornare alla normalità.

Ma c’è qualcuno che, approfittando di questa pausa forzata, si domanda se quella “normalità” in cui ci siamo abituati a vivere, sia veramente desiderabile?
Perché non approfittare di questa pausa per riflettere su cosa, della nostra “normalità” potremmo cambiare, per renderla più umana? Perché non potremmo pensare di uscire da questa situazione, guadagnando una consapevolezza nuova, proprio a partire dall’esperienza collettiva di fragilità che abbiamo condiviso?

Il mio timore è che, il giusto desiderio di superamento di questa crisi, ci porti a non considerare che, qualcosa di utile, potremmo averlo imparato.
Non so che cosa possano aver  imparato gli altri, ma io, in questi giorni, sto studiando di più, sono più disponibile ad incontrare le persone singolarmente, sono meno affannato e mi godo di più i momenti semplici della nostra piccola comunità di preti.
Mi sento forzatamente un po’ più umano: e lo sento come un piccolo dono inaspettato.
Mentre anche io spero, con tutti, che l’emergenza venga presto superata, contestualmente mi domando se non ci sia qualche frutto che posso portare con me in quel tempo nuovo che mi attende quando tutto ripartirà.

Penso che lo stile della ripartenza dipenda un po’ anche da me e da quello che, in questi giorni, ho maturato. Penso che quello che potremo vivere potrebbe essere diverso e non semplicemente “normale”.

Con lo spirito dei cercatori d’oro

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Ho sempre pensato che i cercatori d’oro fossero quelli rappresentati nei film western; con una pala e un setaccio, i piedi immersi nell’acqua gelida di un fiume dell’Alaska o dello Yukon canadese. 
Questo fino a quando, su un noto canale di documentari, ho visto una serie sui moderni cercatori d’oro. Essi operano con enormi macchine scavatrici, e movimentano tonnellate di terra e materiale roccioso, per setacciare con grandi attrezzature professionali, piccolissime scaglie di metallo prezioso. E’ incredibile la quantità di lavoro necessario per ricuperare quei minuscoli pezzettini d’oro che, riuniti insieme, formeranno “il salario” di mesi di lavoro.

Mi sembra che questa sproporzione abbia qualcosa da insegnare, soprattutto a noi adulti; qualcosa che possiamo far fruttare in questo tempo quaresimale.
Quando eravamo più giovani, animati da grandi ideali, pensavamo che a noi sarebbe stato concesso fare un colpaccio con la nostra vita: trovare una mega pepita che ci avrebbe riempito di gioia e realizzato pienamente. Da giovani è normale e bello pensare così. E’ quell’entusiasmo che conduce le persone a compiere scelte coraggiose.

Con la vita adulta, quello che prevale è invece il lavoro quotidiano, che non sempre mette a contatto con l’oro; un lavoro in cui emerge soprattutto la sproporzione tra il tanto materiale inerte e insignificante, che con fatica dobbiamo movimentare, e il pochissimo metallo prezioso che possiamo recuperare. Ci chiediamo: ma ne vale la pena? E spesso rischiamo di andare in crisi.

La vita adulta è un po’ così: la perseveranza di un lavoro assiduo e la capacità di saper raccogliere e valorizzare una serie di piccoli frammenti preziosi che, messi insieme, con la sapienza di una verifica a lungo termine, consentono di arricchirsi e di scoprire il senso del proprio lavoro.

In una parabola Gesù ci parla di un uomo che trova un tesoro in un campo; ma nel Vangelo ci parla anche di agricoltori che vivono la pazienza del lavoro assiduo e quotidiano, in attesa che il seme piantato nel terreno, germogli, fiorisca e porti il frutto sperato.

Donaci, Signore, lo spirito dei cercatori d’oro, che non si spaventano della mole del lavoro apparentemente inutile, perché vivono nella speranza di ricuperare quei piccoli frammenti preziosi che possono dare senso e valore al loro impegno quotidiano.

Apocalisse da virus? No grazie!

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Era inevitabile che qualcuno proponesse una lettura apocalittica di quanto sta accadendo. Fin dai tempi di san Paolo, abbiamo sempre dei “super cristiani” che, sostenuti da rivelazioni molto particolari ed esclusive, oltre che da interpretazioni molto discutibili della Scrittura, ci annunciano, in modo roboante, che i flagelli presenti sono l’anticamera della fine del mondo, per inesorabile volontà di un Dio che si è stancato di noi e del nostro peccato (sic!); neanche la nostra era tecnologica e iper-scientifica è stata risparmiata da questo fenomeno che ha caratterizzato ogni epoca della storia, anzi, come ben sappiamo, certe affermazioni trovano grande risonanza sui social.
Anche se sono fortemente tentato, non farò il processo alle intenzioni di chi propaga certe interpretazioni. Scelgo di credere nella loro buona fede (ancora sic!), ma devo dire che non sono assolutamente d’accordo con queste interpretazioni, che reputo gravemente fuorvianti. Per questo, invece di ignorarle, ho pensato di confutarle.

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Biglietto lasciato nella cassetta postale di una santarcangiolese

Il primo motivo di dissenso lo esprimo perché riconosco in queste interpretazioni una pessima lettura del libro dell’Apocalisse. Questo libro biblico rappresenta la buona notizia della vittoria finale di Dio sulle potenze del male e del mondo, e tale vittoria coinvolge l’umanità. Non condivido l’interpretazione superficiale e cinematografica, che pretende di rappresentare Dio come un essere che compie il male e agisce con violenza contro gli uomini.
Dio è Padre e vuole il nostro bene.
La Vergine Madre di Dio (più volte citata sui social in questi giorni) è madre di misericordia.
Dio non ci manda le sventure, ma, in mezzo alle sventure che accadono, ci testimonia il suo amore e la sua vicinanza, perché ci vuole bene. Questa è la vera rivelazione (apocalisse in greco) che Dio ci vuole far conoscere. Il tema della presenza del male nel mondo e delle conseguenze di questa presenza sugli innocenti, è un tema complesso che non può essere risolto in poche righe. Sicuramente Dio non è origine e fonte del male e chi sostiene il contrario, si sbaglia in modo grave sul contenuto della nostra fede.

Il secondo motivo di dissenso lo esprimo perché ravviso, in certe interpretazioni, l’intenzione di condurre alla fede suscitando la paura. Ma potrà la fiducia in Dio essere suscitata dalla paura? Quel Dio che ci chiama amici, perché ci fa conoscere tutto di sé (Cfr. Gv 15), come potrà convincerci a fidarci di lui suscitando in noi il terrore attraverso la malattia o la violenza?
Il Nuovo Testamento ci narra e ci testimonia di una scelta di amore fatta da Dio per noi; un Dio che ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio (cfr. Gv 6). Chi, come Paolo, ha fatto questa esperienza, può dire soltanto: se Dio è per noi, chi sarà contro di noi? Cosa dobbiamo temere se Dio ci ha amato così? (Cfr. Rom 8).

Con quale spirito e quale intenzione qualcuno pensa di suscitare la fede in altri infondendo paura e insicurezza, quando la frase che nella Bibbia ricorre più di frequente (secondo alcuni rabbini ben 366 volte solo nell’Antico Testamento – una per ogni giorno dell’anno) è: “Non temere perché io sono con te“? Qual è il volto di Dio che essi annunciano? Anche se usano la Scrittura per sostenere i loro discorsi, non mi riconosco in questo volto del Signore, perché non corrisponde a quanto ci ha annunciato Gesù.

Il terzo motivo di dissenso lo esprimo perché, in certe posizioni, vedo sempre qualcuno preoccupato che il mondo intorno a noi cambi; mentre io, leggendo il Vangelo, ho capito che devo cambiare io, che mi devo convertire io; che solo convertendo me stesso alla volontà di Dio posso cambiare quel pezzo di mondo che io vivo e, così, consentire a Dio di “regnare” in esso. Non mi convince molto chi fa la predica agli altri e dice agli altri come dovrebbero essere e cosa dovrebbero fare. Mi piace di più chi lavora su sé stesso e, attraverso ciò che vive aderendo alla parola del Vangelo, contagia altri condividendo il bene di cui è divenuto partecipe. La logica delle invettive, tipiche di certe impostazioni, porta sempre a denunciare il male negli altri, senza essere preoccupati di condividere quanto di bello viviamo.

Infine, guardando i santi e le sante che la grazia di Dio ha generato nella storia della Chiesa, mi sembra di vedere che la pienezza della vita cristiana si riconosca, soprattutto, in una vita che esprime la gioia del Vangelo, piuttosto che in una voce che semplicemente denuncia e intimorisce il prossimo. Francesco d’Assisi è divenuto santo, non perché ha denunciato i molti mali del suo tempo ed annunciato punizioni divine, ma perché ha vissuto la perfetta letizia, la gioia del Vangelo, ed ha contagiato con la sua testimonianza migliaia di altri uomini e donne che hanno scelto di seguirlo, cambiando il volto e la storia della Chiesa, del nostro Paese e del mondo.

Le cose che accadono intorno a noi, soprattutto quelle da cui ci sentiamo travolti e che non possiamo controllare, sono un’occasione per fare i conti con la nostra fragilità e crescere nella fiducia in Dio a partire dalla esperienza del suo amore.
La paura, sia quella che nasce spontaneamente in noi, sia quella che può venire indotta da chi, irresponsabilmente, ha diversi interessi (anche religiosi) per alimentarla, non è mai una cosa buona, non è mai qualcosa che dovremmo auspicare.
Come credenti e discepoli di Gesù, non siamo inviati ad annunciare la punizione di un Dio che è arrabbiato e vuole punire l’uomo disobbediente, ma la buona notizia di un Dio che, di fronte alla disobbedienza dell’uomo, si spoglia della sua divinità e si fa nostro servo, perché noi, di fronte a questo amore disarmato, ci commuoviamo e ci lasciamo coinvolgere in quella relazione che Dio desidera vivere con noi fin dalla creazione del mondo, nell’abbraccio di un Padre che attende di riaccogliere il proprio figlio, anche dopo che ha sbagliato gravemente.
Non c’è spazio per minacce e invettive, neanche per un presunto buon fine.

La santità della vita incompiuta

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Sandra Sabattini che sarà beatificata il prossimo 14 giugno 2020

La santità giovanile è materia strana. Talvolta possiamo riconoscerne i tratti nelle biografie dei santi divenuti poi adulti, ma resta sempre in ombra rispetto alle opere compiute nella maturità. Se ad un certo punto un’esistenza umana risplende luminosa, siamo portati a lasciare all’oscuro ciò che era accaduto prima.
Perché possa emergere una santità giovanile occorre, purtroppo, uno strappo precoce e un brutale addio alla vita quando questa è ancora nel fiore degli anni. La santità dei giovani – a partire da quella del trentenne Gesù di Nazareth – è contrassegnata da questa frattura radicale. È la negazione del compimento dell’esistenza nel suo lento dispiegarsi, nel suo costruirsi giorno per giorno alla ricerca di una identità propria. È l’interruzione dei progetti, lo sbarramento di un cammino, l’annientamento
di una costruzione appena abbozzata.
La vita dei santi giovani è un’opera incompiuta, monca, che non vedrà la pienezza. Certo, possiamo riconoscerle il fascino degli slanci primaverili, l’ardore delle passioni adolescenziali, la leggerezza spensierata e la candida innocenza che lo scorrere del tempo spazzeranno via. Ma non possiamo soppesarla con l’ammirazione per le opere realizzate, con il computo dei seguaci conquistati o per l’impatto che ha lasciato sui libri di storia. Se la vita dei grandi santi ci affascina come una cattedrale gotica, quella dei santi giovani ci lascia intravedere a fatica qualche pietra. Non hanno realizzato nulla di grande, questi fratelli troppo presto salpati per l’altra riva. La cesta dei loro frutti è vuota e dobbiamo accontentarci del profumo dei primi fiori. La storia li ha colti ancora acerbi, relegandoli nelle fila dei periferici, e consegnandoli al novero dei perdenti.
Proprio per questo testimoniano con maggior forza che
la santità è opera di Dio e non si misura con il peso degli accadimenti. Che il nostro maestro è un Messia sconfitto, venuto a cercare chi è perduto, lasciandosi annientare fino alla morte di croce. I santi giovani ci ricordano che la santità non è la professione di chi lascia una grande impronta nella storia, ma il dono di chi si abbandona alla fiducia filiale nel Padre di Gesù. La loro vita rimasta incompiuta, brutalmente interrotta da una sorte misteriosa e ostile, ci obbliga a convertire il nostro sguardo, facendoci scorgere nelle loro sconfitte la vittoria di Cristo. «Cari giovani, sarò felice nel vedervi correre più velocemente di chi è lento e timoroso – scrive papa Francesco a conclusione della Christus vivit – e quando arriverete dove noi non siamo ancora giunti, abbiate la pazienza di aspettarci » ( Cv 299).

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