Archivio autore: tecnodon

Tra cielo e terra

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Sabato 1 giugno Francesco e Laura hanno celebrato le loro nozze alla Colonnella. Mi hanno chiesto di presiedere il loro matrimonio. Come ho fatto qualche altra volta, scrivo l’omelia che ho proposto nella celebrazione. Un caldo abbraccio amici e buona strada.

Carissimi Francesco e Laura, avete scelto di sposarvi nel giorno della festa dell’Ascensione di Gesù al cielo e avete scelto di non cambiare neppure una lettura di questa celebrazione. La festa dell’Ascensione è una festa un po’ strana e – dobbiamo confessarlo – poco sentita. E’ la festa che dice di un compimento, ma rimanda ad un’attesa. E’ come un film che, dopo un crescendo, sembra essere giunto al lieto fine, ma appena dopo qualche istante, subito rilancia verso un sequel che ci lascia in sospeso.
A noi piacciono i “lieto fine”; allora ci è più facile fare festa!
Ma questa festa è il contesto liturgico in cui voi celebrate le vostre nozze: noi lo riconosciamo come una provvidenza che Dio ci ha fatto e la accogliamo come portatrice di bene.

Ci sono alcune parole chiave nelle letture che abbiamo ascoltato che ci aprono alla comprensione del messaggio che il Signore ci vuole rivolgere oggi. Le parole che mi si sono accese sono: attesa, promessa dello spirito, testimoni e cielo.

Inizio proprio dall’ultima parola, quella che ci dà il contesto della festa dell’Ascensione. Nei testi che abbiamo ascoltato si dice chiaramente che Gesù è asceso al cielo. Il cielo nella tradizione biblica, non è solamente l’atmosfera che circonda il globo terreste, ma è il “luogo” in cui abita Dio. Il cielo è lo spazio che sovrasta la terra e che esprime la trascendenza di Dio.
Fin dall’origine della storia dell’uomo, il cielo è stato oggetto di stupore, sia di giorno che di notte. Molti dicono che il nostro tempo è dominato dalle passioni tristi perché abbiamo smesso di guardare il cielo: la cultura tecnologica ci porta a ripiegarci su noi stessi e la civiltà urbana ci ha privato del cielo nel nostro orizzonte ordinario. Ma l’uomo non può vivere senza vedere il cielo. Il cielo è il l’orizzonte dei desideri ( de – sidera/ dalle stelle) è ciò che anima e orienta il nostro cammino perché ne rappresenta la meta.
D’altra parte nel testo di Atti, gli angeli dicono con fermezza che non possiamo rimanere a fissare il cielo. C’è una tensione da comporre. Il cielo è un orizzonte necessario, ma non ci si può perdere in esso.

Siamo chiamati a vivere un’attesa che è il modo concreto in cui il desiderio e il cielo si traduce nella quotidianità. A noi non piace l’attesa. Ormai è divenuta sinonimo di tempo sprecato. Ma l’attesa a cui siamo invitati dalla Scrittura, non è un tempo vuoto. E’ un richiamo forte e ricuperare il ritmo della quotidianità, del passo che manifesta un avvicinarci progressivo. L’attesa è la “carne dei desideri”, è ciò che ci consente di renderli concreti nel nostro vivere quotidiano.

L’attesa, poi, secondo le letture che abbiamo ascoltato è ripiena di due elementi che la caratterizzano. Essa è portatrice di una promessa di compimento e, contemporaneamente, richiama alla responsabilità di una testimonianza, la testimonianza di Gesù, non semplicemente di valori o ideali.

Cosa significa per voi, che oggi celebrate le nozze, accogliere nella vostra esperienza queste quattro parole chiave?

Prima di tutto vi chiede di essere persone di orizzonti vasti, capaci di desiderare, capaci di pensare in grande. Il cielo è la meta del nostro cammino, è ciò che da senso al nostro vivere quotidiano. Non annichilitevi nella quotidianità delle cose, non rassegnatevi all’andazzo. Soprattutto quando il passo si fa più pesante e, naturalmente, saremmo portati a ripiegarci su noi stessi, sappiate, insieme, alzare gli occhi al cielo per ritrovare su questo vasto orizzonte, il senso del vostro camminare.

Siate anche fedeli alla quotidianità, vivendo quell’attesa del compimento che ci consente di gustare ogni giorno come portatore di bene. Voi, che siete due camminatori, conoscete il gusto e il senso del procedere lenti verso la meta. Questo procedere lento vi conceda di gustare ogni giorno come un dono importante per voi.

Questo procedere quotidiano, non si svolge con le nostre sole forze. Siamo destinatari della promessa di un dono che, secondo le parole di Gesù, è sorgente di forza e di bene.
Oggi questo dono vi viene dato interamente nel sacramento del matrimonio, ma siete, comunque, solamente alla partenza. Questo dono che vi viene dato integralmente, chiede di maturare nella vostra esperienza di vita, trasformando la vostra esistenza in un dono d’amore. Questo dono che ricevete, dunque, rimane una promessa che giustifica l’attesa.

L’ultimo elemento è quello della testimonianza. Voi che siete due educatori, avete imparato che la testimonianza riguarda ciò che viviamo, non ciò che predichiamo. Siate testimoni di Gesù voi che avete scelto di donare la vostra vita per amore. Siate voi stessi quel sacramento che oggi celebrate, sacramento che, senza questo impegno di testimonianza, rischia di ridursi ad una commedia. Siate testimoni di ciò che avete scelto di vivere e, vi possiamo promettere, che nella condivisione con altri il vostro dono si dilaterà oltre le vostre aspettative e i vostri progetti.

A mo’ di mandato, questa perla preziosa della Gaudete et exultate di papa Francesco..
Voglia il Cielo che voi possiate riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la vostra vita. Lasciatevi trasformare, lasciatevi rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la vostra preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai vostri errori e ai vostri momenti negativi, purché voi non abbandoniate la via dell’amore e rimaniate sempre aperti alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina. (Cfr. GE 24)

Guardiamo avanti

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Le elezioni sono passate. La città ha espresso le sue preferenze.
Ognuno di noi ha diritto di compiere la sua analisi, le sue valutazioni, anche le sue dietrologie. Ognuno ha diritto, in modo rispettoso, di manifestare la propria delusione o la propria soddisfazione per i risultati emersi: è giusto dopo tanto impegno!
Qualcuno si consente illazioni e processi alle intenzioni; fa un po’ parte del gioco e del clima che caratterizza gli appuntamenti elettorali e la vita politica del nostro Paese… non ci facciamo spaventare e proviamo a non arrabbiarci: non servirebbe a nulla.
Passata quasi una settimana dalle consultazioni è piuttosto importante guardare avanti! 

Mentre alcuni dei giochi sono ancora aperti, mentre si misurano le forze e le competenze, e si assegnano incarichi (spero non poltrone), desidero proporre qualche spunto di riflessione a tutti coloro che sono stati eletti, sia nella maggioranza che nella minoranza del Consiglio, e anche a coloro che non sono stati eletti, ma hanno espresso molta passione per il bene comune della nostra città in occasione della campagna elettorale.
Mi sembra di registrare nel nostro Paese (Italia) un diffuso deficit di stile democratico e, sperando di compiere un servizio a tutti, senza alcun paternalismo e tanto meno moralismo, condivido alcuni pensieri che, auspico, aiutino a guardare avanti.

– Prima di tutto una considerazione semplice sui numeri. Se è vero che una parte ha vinto nettamente, ottenendo la maggioranza, è pure vero che un’altra parte ha ottenuto una quota di consensi molto importante. Coloro che “non hanno vinto” non possono essere considerati dei nemici sconfitti, ma dei concittadini le cui istanze e i cui modi di vedere, purificati dalle venature polemiche utili solo in campagna elettorale, hanno diritto di essere ascoltati e valorizzati, tanto più perché sono numerosi: questo è l’esercizio della democrazia. Tutti coloro che siedono in Consiglio, infatti, sono stati eletti per il governo della città, di tutta la città, non solo di quella parte che li ha votati. Solo tutti insieme rappresentano tutti.

– In democrazia, poi, l’arte della dialettica ha una sua importanza fondamentale. Essa ci insegna che una sintesi efficace si ottiene solamente nel confronto serio tra tesi e antitesi.
A tutti coloro che siederanno tra i banchi della maggioranza, desidero ricordare che una vera democrazia e la costruzione di un bene comune si realizza quando tutte le parti rappresentate vedono riconosciuto il diritto di portare il proprio contributo per il miglior governo della città. Coloro che “hanno vinto”, pur forti della maggioranza dei consensi, non possono presumere di non aver bisogno di un confronto. Sarà saggio da parte loro ascoltare le opinioni che vengono anche da altre parti, per valutare con sincerità se esista un contributo utile ad una sintesi migliore.
Una maggioranza che non si mette in ascolto, rischia di rinunciare alla democrazia per instaurare – nei fatti – una dittatura che è solo mascherata di democrazia e, invece della dialettica, si accontenterà della retorica.  

– La stessa responsabilità, sebbene in modo diverso, pesa su coloro che siedono tra i banchi della minoranza. Non si potranno accontentare di tentare di cogliere in fallo le proposte “degli avversari politici”, ma cercheranno di essere propositivi, assumendosi l’onere di elaborare proposte che possono giovare al bene di tutti; inoltre potranno riconoscere il bene che emerge dalle proposte di chi governa, sostenendolo, e correggere responsabilmente quello che può essere migliorato. Se è vero – come è stato detto più volte – che molti punti dei programmi elettorali erano simili, non dovrebbe risultare un’impresa impossibile, e sarà più bella se emergerà dal contributo di tutti. Non credo sia un’utopia.

– Queste elezioni amministrative, inoltre, hanno visto la discesa in campo di ben cinque liste civiche, che si sono affiancate ai partiti per portare nel dibattito politico il contributo dell’esperienza diretta, della competenza sul campo, di una sensibilità che non si riduce agli slogan. Chiedendo perdono per la semplificazione, mi sembra di poter affermare che ciò che ha caratterizzato le liste civiche, sia che esse hanno raccolto da “vari mondi” delle testimoni e dei testimoni di impegno civico, professionale e culturale (anche se non in modo esclusivo ovviamente). Questo bel contributo non deve essere disperso!
Anche a Santarcangelo c’è un fortissimo bisogno di riflessione culturale sui grandi temi del nostro tempo, di esperienze vissute e raccontate, di competenza spesa per il bene comune. Non possiamo pensare di ridurre il confronto politico al puro e semplice pragmatismo amministrativo!
Abbiamo bisogno di luoghi “politici” in cui ci confrontiamo ampiamente sui valori che ci guidano – a partire da quelli che ispirano la Costituzione -, in cui continuiamo a raccontare esperienze e ad offrire la nostra competenza. In questi luoghi ci sarà davvero spazio per tutti (spero).
Lì si potrà collocare anche il contributo che la Parrocchia può portare con la sua sensibilità pluriforme, la pluralità delle testimonianze che la caratterizza e la gratuità di presenza che abbiamo sempre cercato di custodire.

Spero che questo mio contributo non sia interpretato come una predica, perché – per esperienza – so che le prediche portano solo degli sbadigli. Voleva essere semplicemente un sogno condiviso con tutti, oltre le polemiche e le illazioni. Spero, piuttosto, che venga colto come un invito a guardare avanti e ad iniziare questo nuovo cammino che ci attende con il passo giusto.
Il proverbio dice che “chi ben comincia è già a metà dell’opera” … Proviamo ad iniziare bene.

Buon lavoro a tutti.

L’unione fa la forza

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L’argomento che, insieme alle elezioni europee, domina le prime pagine dei giornali è la possibile fusione di due giganti del mercato dell’automobile: FCA e Renault.
In questa vicenda, per un cittadino comune come me, non competente sulle questioni di carattere finanziario o inerenti al mercato globale, ci sono degli elementi degni di riflessione.
– Stiamo parlando di due gruppi industriali con una storia importante e con una identità nazionale molto marcata; quasi che potremmo definirli due “compagnie di bandiera” perché, nel corso della loro storia, hanno visto importanti interventi a sostegno da parte dei rispettivi stati (lo stato francese è proprietario di Renault per il 15%).
– La Francia e l’Italia, pur dicendosi cugini, non hanno goduto di buonissime relazioni sul piano economico e industriale; dalle competizioni sulla produzione vinicola, ai conflitti sulle rispettive grandi acquisizioni (Parmalat o Fincantieri) … diciamo che non ci sono state grandi simpatie o affetti.

Insomma, se si rimanesse a considerare gli elementi di divisione che sono tanti, si direbbe che nulla ci favorirebbe a procedere verso una fusione, ma i nostri super pragmatici capitani d’industria, di fronte alla sfida della globalizzazione, non hanno molti dubbi sulla convenienza di tale fusione. Non rinnegano la storia e neppure le rispettive identità, ma nel proporre questa unione, vedono solamente dei grandi guadagni, conservando l’occupazione (dicono), condividendo le ricerche di sviluppo innovativo e allargando i mercati. Solo pragmatismo.

Questa mattina, ascoltando queste notizie, mi veniva in mente quel brano di Vangelo in cui Gesù richiama i suoi discepoli invitandoli alla scaltrezza.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.” (Lc 16,8)
Nel testo si parla di un amministratore disonesto che – scaltramente – sceglie una via conveniente per cavarsi d’impaccio in una situazione difficile.

Perché noi nella Chiesa facciamo così fatica a comprendere che nell’unione c’è una convenienza? Perché tanta lentezza? Perché tante resistenze a difendere le nostre strutture moribonde? Perché non riconosciamo le convenienze o le sminuiamo?
Forse perché, a differenza di chi deve far quadrare i bilanci ed è responsabile dell’occupazione di migliaia di persone, non comprendiamo la complessità del tempo presente e le sfide che ci stanno di fronte, cullandoci nella illusione di poter conservare indenne quello che il passato ci ha consegnato.
So benissimo che la questione è complessa e che ci sono molte sensibilità, storie, persone, … ma mi pare che la nostra lentezza rischi di auto condannarci sempre di più all’insignificanza.

Donaci Signore un po’ di scaltrezza e di responsabilità sul futuro della nostra Chiesa. Aiutaci a vedere la convenienza dell’unione e non solamente ciò che ci verrebbe a mancare. Donaci un po’ di coraggio insieme alla necessaria prudenza.

Daniele e Greta: i giovani alzano la voce

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Una delle storie più avvincenti della Bibbia è quella che racconta dell’intervento profetico del giovane Daniele quando Susanna, moglie bellissima e fedele di Ioakìm, fu accusata ingiustamente di adulterio da due uomini che – ricattandola – volevano approfittarsi di lei.
Le cose si mettevano male! Susanna era stata condannata ingiustamente alla lapidazione; gli Ebrei della città di Babilonia erano costernati di fronte a quella condanna; conoscendo Susanna, sentivano che era stata commessa una ingiustizia, ma nessuno sembrava avere elementi per poterla scagionare: il suo destino sembrava segnato ineluttabilmente.
Inaspettatamente interviene Daniele, un giovane che sarebbe divenuto un grande profeta, ma che, in quel momento, è solamente un ragazzo. Daniele ha avuto il coraggio di alzare la voce dichiarando l’innocenza di Susanna; gli adulti della città – forse – non vedevano l’ora che qualcuno intervenisse, e chiesero a Daniele di sedersi in tribunale per il giudizio. Daniele svelò l’inganno degli uomini che avevano accusato Susanna e i giudici della città, accogliendo il giudizio emerso dal procedimento proposto da Daniele, procedettero alla condanna dei calunniatori (Daniele, cap. 13 se vuoi leggere il racconto, clicca sulla citazione del testo).

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Sono diversi giorni che intravedo una somiglianza tra questa bella storia biblica e i ripetuti interventi di Greta Thumberg, la giovane studentessa svedese che da diversi mesi ha dato il via a manifestazioni che hanno coinvolto milioni di giovani, lanciando l’allarme sul problema del riscaldamento globale. Qual è la somiglianza?
Mi sembra che Greta e i nostri giovani con le loro manifestazioni, come già Daniele a suo tempo, facciano quello che è nelle loro possibilità per richiamare gli adulti alle loro responsabilità e alla giustizia: alzano la voce
Sono molti anni che gli scienziati ci parlano dei cambiamenti climatici. Nel succedersi delle stagioni ci rendiamo conto che qualcosa sta cambiando, … eppure rimaniamo basiti, incapaci di reagire di fronte ad una realtà che ci sembra tristemente ineluttabile.
Greta e i nostri giovani, che il prossimo venerdì 24 maggio (nell’anniversario dell’Enciclica Laudato sì. Per la cura della casa comune, scritta da papa Francesco nel 2015) scenderanno nuovamente in piazza per il secondo sciopero globale per il clima, alzano la voce con la loro forza di giovani, per dirci che occorre mettere mano a delle azioni concrete perché il nostro pianeta possa essere una casa accogliente e salubre per tutti.
Nelle interviste che le vengono fatte, Greta, con grande schiettezza, dice di non comprendere il motivo di tutti i complimenti che le vengono rivolti, perché, di fatto, dopo mesi di manifestazioni, ancora non è cambiato nulla, e gli stessi governanti che amano farsi fotografare con lei, non hanno avuto il coraggio di compiere nessuna di quelle azioni necessarie al cambiamento delle cose.
Come Daniele, anche Greta e tutti gli altri giovani hanno bisogno che ci siano degli adulti che prendono sul serio il loro grido di allarme, che diano gambe, con azioni coraggiose di governo, alle esigenze legate al cambiamento delle condizioni climatiche in corso.
Se non c’è questo coraggio e questa determinazione, se gli adulti non fanno qualcosa di concreto per cambiare le cose, ogni apprezzamento e lusinga nei confronti di questi giovani risulterà una spregevole ipocrisia.

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Ai giovani che saranno in piazza desidero dire che hanno tutto il mio apprezzamento e il mio appoggio (spero di riuscire ad essere con loro). E mentre li sostengo nella loro protesta pacifica, mi permetto di ricordare che la storia ci ha insegnato che il mondo non cambia per via di rivoluzioni, ma solo per contagio positivo.
Se ognuno di noi, insieme alla giusta protesta, inizia a cambiare il suo stile di vita, confrontandosi con il problema della sostenibilità e della giustizia del nostro modo di vivere, allora le cose cambieranno.
Richiamiamo con forza tutti i responsabili a porre mano a delle politiche ambientali più rispettose delle esigenze del pianeta, ma non illudiamoci che le cose cambino “per decreto legge”: cambieranno se cambiamo noi, se cambierà quella piccola parte di mondo di cui ognuno di noi è responsabile.

A Dio piacendo, ci vediamo venerdì 24 maggio in piazza.

Non è un film

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Ha già venticinque anni la canzone di Gerardina Trovato, scritta durante gli anni della guerra in Bosnia, quando quelle immagini di guerra entravano nelle nostre case attraverso la TV. Non eravamo più abituati alla guerra; era necessario ricordarci che non era un film quello che vedevamo, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Questa canzone mi è tornata alla mente più volte mentre – in questi giorni – sentivo le notizie dei fatti terribili di Monterotondo, notizie che ci parlano di violenza e di degrado. Non è un film, mi dovevo ripetere.
Penso soprattutto a Deborah e al dramma che si trova ora ad affrontare per essersi trovata nella condizione di aver ucciso involontariamente il proprio padre, un uomo con molti problemi, un uomo che si era lasciato sprofondare in una spirale di solitudine e degrado, incapace di vedere che le persone intorno a lui gli volevano bene e che volevano aiutarlo; un uomo che, soprattutto quando era ubriaco, aveva degli atteggiamenti molto violenti … un uomo molto problematico, ma sempre un uomo a cui lei, nonostante tutto, voleva bene.

E’ proprio lei, Deborah, che, nonostante il gesto compiuto nell’esasperazione del momento, vorrebbe aiutarci a vederlo così, facendoci sentire il suo dolore tramite quelle lacrime disperate che le sono sgorgate quando ha compreso cosa fosse accaduto.
Non è un film questa storia drammatica che ci è stata raccontata.
Non è un film in cui la principessa si è salvata da un mostro cattivo che meritava di essere eliminato.
Non è un film dove i buoni hanno vinto e i cattivi sono stati sconfitti.
Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

In questa storia drammatica non ha vinto nessuno! Non mi sento di provare nessun sollievo! Sento che è bene ricordarlo di fronte alle narrazioni che la stampa, la TV e i social media ci propongono a tamburo battente.
Tutto quanto è accaduto ci parla soprattutto di ingiustizia.

Ingiusta la situazione di vita di quelle donne che, impaurite, hanno dovuto fuggire dalla loro casa. Ingiusto che nessuno abbia potuto fare nulla per aiutare loro e quell’uomo che le intimoriva ripetutamente. Ingiusto che quella ragazza, così giovane, sia dovuta arrivare a questo limite per difendere sé, la madre e la nonna dalla violenza di quell’uomo che, quando beveva, diventava irriconoscibile nel suo essere padre e compagno…

Non posso non pensare a Deborah e al peso che si porta dentro; al fatto che – ora – è doppiamente vittima della violenza, e che ci vorrà molto tempo per accettare quanto è accaduto. Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Altro che sollievo! Mi sento del tutto impotente e angosciato quando sento questa storia.
Mi piacerebbe che fosse solo un film.
Spero che ci sia qualcuno che ora aiuti queste donne, e Deborah in particolare, a ricuperare la pace…

Dio vi aiuti come solo lui sa fare. Io posso solo pregare.

Europa: la via dell’esperienza

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Ieri sera, invitato da Lorenza e Luca, ho partecipato all’incontro organizzato dalla CdO di Rimini; il centro Tarkovskij era gremito di persone, segno del bisogno di parlare di Europa.
La serata si è aperta con la sintesi di alcuni incontri che la CdO nazionale ha organizzato a Milano. Dalla sintesi è apparso chiaro che la prospettiva europea sia ineludibile e che le soluzioni nazionaliste o indipendentiste ventilate da alcuni partiti, aprirebbero scenari piuttosto problematici, soprattutto sul piano della difesa dei diritti fondamentali e della sostenibilità del welfare (Cfr. Vittadini).

Sono seguite le tre testimonianze molto intense e limpide di David, Dodi e Sandro, che  hanno condiviso la loro esperienza di impegno personale e comunitario nell’ambito dell’imprenditoria, dell’accoglienza dei rifugiati e nell’accompagnamento di persone con difficoltà lavorative; tre testimonianze molto belle di persone che non si sono fermate di fronte alle difficoltà emerse, non hanno atteso che qualche istituzione risolvesse le situazioni di bisogno che le persone incontrate presentavano, ma hanno messo in moto processi generativi di amicizia, di confronto e di solidarietà di evidente valore sul piano politico, per la capacità concreta di cambiare la realtà.

Ha concluso la serata l’intervento del prof. Andrea Simoncini, docente di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze. Di questo intervento mi porto a casa due elementi che mi hanno particolarmente interessato e una serie di domande.

Il primo elemento è emerso dal richiamo sulla questione centrale della identità, nella tensione (sempre più conflittuale) tra identità nazionali ed identità comune dell’Europa. E’ un tema che occorrerà approfondire perché, a differenza degli USA in cui il concetto di unità nazionale (We the people) precede ogni altra appartenenza, la composizione dell’Unione Europea è fondata storicamente ed essenzialmente su una pluralità di stati  diversi per storia, cultura e lingua (l’Europa dei popoli). Tale pluralità costitutiva non può essere eliminata, e l’unità dell’Europa va ricercata nella integrazione (non omogenizzazione) di tale pluralità; rimane il problema del come. Occorre riconoscere il ruolo necessario della politica, come ambito di dialogo e di confronto tra posizioni diverse per la ricerca della migliore soluzione per l’unità. Mi sembra che ci possa aiutare l’immagine del poliedro, molto utilizzata da papa Francesco nella Evangelii Gaudium, soprattutto in quella parte in cui richiama che, nel percorso di ricerca del bene comune, occorre ricordare che “il tutto è superiore alla parte“. Come formare a questa identità poliedrica?

Il secondo elemento è emerso in un confronto con le testimonianze ascoltate e con la scelta che ha dato origine all’Europa di oggi, individuabile nel discorso di Shuman del 9 maggio 1950 (data che oggi è celebrata come festa dell’Europa).
Simoncini ha ricordato che, in quel discorso, Robert Shuman si proponeva la creazione di un percorso che rendesse impensabile una nuova guerra in Europa. Per raggiungere l’obiettivo di preservare la pace, ha pensato che fosse conveniente mettere insieme le produzioni di carbone e acciaio, condividendo interessi economici ed elevando le condizioni di vita di tutti i paesi dell’Unione. “L’Europa non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme; essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto“. Questo pensiero si è dimostrato molto efficace, lasciando l’Europa libera da guerre per più di settant’anni.
Questo passaggio iniziale, che poi si è sviluppato dando forma alle varie istituzioni dell’UE, ci da un’indicazione di metodo su come si può far crescere l’unione tra gli stati. Deve essere evidente a tutti il valore di convenienza concreta dell’UE, non solo per difendersi dalle aggressioni economiche dei giganti del mondo globalizzato (USA, Cina, Russia, … e vari soggetti privati), ma anche per garantire a tutti quelle condizioni di vita che preservano la pace e la difesa dei diritti di tutti i cittadini. Tale obiettivo è più conveniente raggiungerlo insieme.

Mi rimane una domanda importante: durante la serata, più volte, è emersa la contrapposizione netta e marcata tra “progetto” ed “esperienza concreta” a favore della seconda. Nel contesto concreto della serata, comprendo sia il perché che la radice storica e culturale di questa polarizzazione, ma mi chiedo: visto che alle elezioni europee dovremo dare il nostro sostegno non ad una esperienza concreta, ma a questo o a quell’altro progetto politico presentato dai vari partiti che scendono in campo, come attuare questo passaggio? Come passare dal valore evidente dell’esperienza sul campo all’adesione ad un progetto politico che non deriva direttamente dalla mia esperienza? E’ la domanda che mette molti di noi in difficoltà in occasione di una scelta elettorale.
E ancora.
Quanto messo in campo da Shuman, De Gasperi, Adenauer e altri nella creazione della CECA, non aveva già in nuce il progetto di una unione tra stati europei che favorisse la crescita economica e preservasse gli stessi stati da un nuovo conflitto? Se, come è stato detto dal prof. Simoncini, questi tre statisti straordinari erano consapevoli che non avrebbero visto l’esito di ciò a cui davano inizio, non possiamo pensare che lo abbiano sognato e anche un po’ progettato? (A me sembra di coglierlo dallo stesso discorso citato).
In definitiva, è possibile una costruzione politica a qualsiasi livello che, pur dando la priorità all’esperienza concreta e alla persona, non arrivi alla definizione di un progetto su cui chiamare altri a collaborare?

Lacrime di commozione

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5 maggio 2019 – Messa di prima comunione di Luca (foto di Patrizia Tumbarello)

Silvio Baldelli è stato chiamato dal Signore nelle prime ore di ieri, 16 maggio.
Oggi, in una Collegiata gremita, lo abbiamo salutato e affidato al Signore insieme alla sua famiglia e a buona parte della comunità parrocchiale. Era presente con noi il Vescovo, che ha presieduto la celebrazione, e diversi preti della nostra diocesi che, in modo diverso, sono legati alla famiglia di Silvio e alla nostra parrocchia.
Alcuni parrocchiani mi hanno detto: quello di oggi è stato un bel momento!
Sì, lo penso anche io! Il clima che si è respirato è stato un clima sereno, intenso e commosso; un clima di  fede e di famiglia. Abbiamo accompagnato Silvio che davvero ha combattuto la buona battaglia, ha conservato la fede ed ha raggiunto la mèta.

Silvio, oltre che un marito, un padre e un nonno; oltre che un lavoratore e un cittadino; è stato un uomo di carità e di servizio. Le tante realtà associate che hanno voluto manifestare riconoscenza verso di lui e partecipare al dolore della famiglia, ci hanno presentato la storia di un uomo attivo e disponibile, sempre pronto a dare il proprio aiuto con attenzione, discrezione e tenerezza.

Diverse lacrime sono scese oggi sui nostri volti; sono state lacrime di commozione e di affetto, per la consapevolezza di essere davanti ad una testimonianza preziosa di vita cristiana, che si è dipanata ordinariamente, giorno per giorno sotto i nostri occhi, una testimonianza di cui ora possiamo contemplare la completezza. Una santità della porta accanto, l’ha definita il Vescovo, quella dei cristiani che vivono nella quotidianità il loro dovere, la loro testimonianza e il loro servizio.

Tra le tante lacrime, io mi sono commosso soprattutto di fronte alle lacrime di Maria, una signora Rom che ormai fa parte stabilmente della nostra parrocchia.
Incontro Maria ogni mattina; ci salutiamo cordialmente mentre entro in chiesa accolto da lei che vigila simpaticamente sulla porta. Questa mattina presto Maria mi è venuta incontro per dirmi: “Andrea, lo sai che è morto Silvio? Ieri ho pianto tutto il giorno. Era un uomo buono!”. Maria lo conosceva bene perché ogni domenica si incontravano alla Pieve, Silvio dentro a preparare e Maria fuori ad accogliere le persone.
Oggi anche Maria ha voluto partecipare alla messa; non è rimasta sulla porta come fa di solito; non ha fatto solo una puntata veloce come si accontenta di fare spesso, ma ha voluto esserci anche lei, con tutta la nostra comunità, per salutare Silvio… e il suo volto era bagnato dalle lacrime, lacrime di affetto sincero.
Quelle lacrime mi hanno commosso perché ho pensato che se c’è un povero che piange per te quando muori, allora sei benedetto da Dio e non c’è nulla che ti possa separare dall’abbraccio del Padre.

Con tua moglie Iride, anche io ti dico, va’ in pace Silvio, sei arrivato alla mèta. Con i tuoi figli Marco e Alessandro voglio, silenziosamente, custodire la tua testimonianza. Con le tue nuore Mariapia e Monica ti voglio dire il mio grazie per la tua tenerezza e per il bene che ci hai dato. Con Sara e tutti i tuoi nipoti ti chiedo: prega per noi il Signore.

13 maggio 1979 – 13 maggio 2019

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Il 13 maggio 1979 è stata una data molto importante per la mia vita.
Mi piace ricordarla come la data della mia vocazione.
Facevo la terza media. Non era un bel periodo della mia vita: il gruppo medie della parrocchia si era sfasciato a causa della partenza di don Giorgio per Taverna; senza entusiasmo avevo scelto una scuola superiore seguendo il pensiero dei più.
Nella settimana precedente don Pippo, il mio parroco, mi ha consegnato un invito dal seminario: domenica 13 maggio incontro riservato ai ragazzi della terza media.
Conoscevo quegli incontri; li frequentavo durante il tempo delle elementari e ne conservavo un ricordo bello, ma poi non ero più andato: mi ero totalmente coinvolto nel gruppo in parrocchia. Quella domenica non avevo nulla di meglio da fare e ho pensato di invitare i miei amici a venire con me. Da san Gaudenzo siamo andati in una decina.
Ci hanno accolto don Sanzio e don Vanni, due preti del seminario, che hanno trascorso la giornata con noi: non li conoscevo e loro non mi conoscevano. E’ stata una bella giornata: giochi ben organizzati, un momento di riflessione sulla figura del prete tramite un filmato, il pranzo con abbondanza di patatine fritte, la messa. E’ venuto anche Mauro Evangelisti, che la domenica successiva sarebbe stato ordinato diacono: ci ha invitato all’ordinazione. Tutto tranquillo. Apparentemente non era successo nulla.
Nel pomeriggio i miei genitori mi vengono a ricuperare. Eravamo in macchina, tra via Marecchiese e viale Valturio, e mia mamma mi chiede come fosse andata la giornata. Ho risposto: “Come sempre; le solite cose che si facevano anche ai tempi delle elementari; ci hanno parlato del prete“. Inaspettatamente mia mamma mi domanda: “Ma tu ci hai mai pensato di diventare prete?“. Io, in verità ci avevo pensato, ma mai molto seriamente. Era una cosa che aleggiava nella mia vita e non avevo mai avuto l’occasione di prenderla in mano con serietà: avevo avuto accanto due preti (don Pippo e don Giorgio) che stimavo molto, e che, pur essendo molto diversi tra loro, mi affascinavano con il loro modo di vivere. A mia mamma non ho risposto, credo, ma in quel momento ho cominciato a pensare che era ora di pensarci: ma come?

Il giorno dopo, il lunedì pomeriggio, ho preso la bicicletta e, senza dire nulla a nessuno, sono andato in seminario. La provvidenza ha voluto che, proprio in quel momento in cui io sono arrivato, don Sanzio stesse scendendo le scale, credo per andare a scuola. Mi ha riconosciuto e mi ha chiesto cosa facessi lì. Gli ho domandato:”Ma cosa si fa in seminario?” e lui è rimasto con me una mezz’ora a rispondere alle mie domande.
La sera sono andato in parrocchia e ho incontrato don Biagio che, in quel periodo, dopo la partenza di don Giorgio, seguiva i gruppi dei ragazzi delle superiori e aveva aggregato anche noi di terza media (quelli rimasti). Gli ho chiesto di parlare: gli ho raccontato dell’incontro fatto in seminario e che, quel pomeriggio, ero tornato per vedere. Lui mi ha ascoltato e incoraggiato a continuare a pensarci.

Il giorno successivo sono andato a trovare don Giorgio e ho parlato anche con lui. Anche don Giorgio mi ha aiutato a pensare, ponendomi delle obiezioni che mi hanno permesso di verificare ancora meglio quell’idea che stava crescendo dentro di me.
Ormai avevo deciso!
La sera – a cena – ho detto ai miei genitori che a settembre sarei entrato in seminario. Loro hanno accolto questa decisione con stupore e grande rispetto, chiedendomi di pensarci bene e di considerare l’importanza della scelta. Ho raccontato loro il breve percorso che avevo fatto in quei due giorni, con chi mi fossi confrontato e perché avessi preso quella decisione: pensavo che questa idea, che per tanto tempo aveva aleggiato dentro di me, dovesse essere verificata sul serio e che non ci fosse altro modo per farlo che entrando in seminario. Mi hanno ascoltato e accompagnato; non mi hanno detto la preoccupazione che c’era nel loro cuore per questa mia decisione; non mi hanno scaricato sulle spalle la loro angoscia di genitori di fronte alla partenza da casa di un ragazzo della mia età (me lo avrebbero raccontato solo diversi anni dopo). Mi hanno solo chiesto più volte di essere serio e mi hanno detto che avrei potuto tornare a casa in ogni momento, se avessi compreso che quella non era la mia strada.

In quella settimana mote altre cose sono cambiate: per esempio ho deciso di cambiare la scuola superiore in cui mi ero pre-iscritto e poi sono andato a parlare con don Pippo, il mio parroco, che, con poche parole, ma con grande tenerezza, mi ha detto semplicemente: “Bravo, sono contento! Ricordati che tutti gli anni che vivrai in seminario, saranno anni di purgatorio scontati“, e poi se n’è andato; per lui in quelle parole c’era già tutto: sostegno e ammonimento. Non era mai stato un uomo di tante parole, ma io, che lo conoscevo, avevo già capito che era contento e mi appoggiava.

La domenica ho partecipato all’ordinazione diaconale e presbiterale in Duomo: venivano ordinati preti Giuliano Renzi e Tarcisio Giungi (li avevo conosciuti in varie iniziative durante gli anni delle medie) e diaconi Mauro Evangelisti e Tarcisio Tamburini (che invece non conoscevo). Da ragazzo di 13 anni l’ho sentito come un momento importante, durante il quale ho confermato la mia decisione di entrare in seminario.

Oggi sono passati esattamente quarant’anni dal quel 13 maggio 1979 e sento di dover rendere grazie al Signore per quello che ha operato provvidenzialmente nella mia vita.
Tante persone mi hanno aiutato e accompagnato. Tante persone sono state il segno della presenza di Dio nella mia vita: i miei genitori, i preti che mi hanno accompagnato, gli amici che ho incontrato lungo il cammino … tutti hanno avuto un ruolo decisivo.
Devo riconoscere, con grande gratitudine, che la provvidenza di Dio mi ha aperto tante porte che ho avuto il coraggio di varcare con fiducia, ma anche grazie al sostegno di tanti. Come dice il Vangelo di oggi, dietro quelle porte ho trovato fin da subito vita in abbondanza.
Grazie al Signore e grazie a tutti coloro di cui il Signore si è servito per rivelarsi a me e per invitarmi a seguirlo.

Ora, Signore, porta a compimento l’opera che hai iniziato in me.

Un sogno per l’Europa

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Senza un’Europa unita il vero rischio è l’irrilevanza dei paesi nazionali: in un mondo globalizzato, per noi, non esiste alternativa! 
Sinteticamente è questo il messaggio che il prof. Romano Prodi ha lanciato ieri sera alla folta assemblea che lo ascoltava.
All’evento organizzato dal Progetto Culturale della Diocesi di Rimini hanno risposto in tanti. La sala del Centro Tarkovskij era gremita di persone di tutte le età. Per fortuna anche molti giovani.

Quella di Romano Prodi è stata soprattutto una testimonianza.
In un dialogo serrato con Giorgio Tonelli, ci ha raccontato dei tempi in cui è stato presidente delle Commissione Europea e dei tanti incontri che si sono tenuti a livello internazionale per costruire quell’Unione Europea che rappresentava il sogno di coloro che uscivano dalle macerie della seconda Guerra Mondiale. Certo non tutto è andato secondo i progetti. Molto di più si poteva fare.

Dalla sua lunga esperienza Romano Prodi non si è limitato a raccontare dei tempi passanti, ma ha voluto condividere un sogno sull’Unione Europea che sarà (o che dovrebbe essere).
Un’Unione Europea che sia capace di un reale governo unitario, con un presidente di Commissione eletto dai cittadini d’Europa, investito di un’autorità in grado portare avanti le decisioni a maggioranza assunte in sede di Consiglio Europeo. L’unanimità del consenso richiesto oggi, fa prevalere gli interessi nazionali su quelli comuni. Così non si gestisce neppure un condominio; figuriamoci una unione di stati.
Un’Unione Europea che concluda il processo di ammissione di tutti i paesi dell’Europa ,per consolidare e dare unità geografica all’Unione: non ha senso che alcuni paesi del Balcani siano ancora esclusi; non sono loro le realtà che possono aggravare le problematiche dell’Europa.
Un’Unione Europea che ci proponga un progetto di welfare condiviso su scuola, salute e diritto alla casa. L’Europa è portatrice nel mondo di una tradizione culturale di protezione della persona e dei suoi diritti; non c’è nessuna altra realtà al mondo che è erede di questa cultura. Occorre però una politica che traduca in pratica questi principi e li renda fruibili per tutti i cittadini dell’Unione. 
Un’Unione Europea che proponga una politica estera unitaria e che si superi la logica di interesse dei singoli stati nazionali nelle varie aree geografiche (vedi situazione della Libia). Tale politica estera deve essere sostenuta anche da un sistema di difesa unico, che intervenga per sostenere tale politica; non ci interessa fare dell’Europa una potenza militare, ma è necessario avere una forza che intervenga a nome dell’Europa unita lì dove è necessario difendere i diritti delle persone.

Le sfide non mancano oggi e non mancheranno nel futuro: dalla questione climatica agli scenari di conflitto in varie regioni del mondo (Nord Africa, Medio Oriente, Asia, America Latina), senza parlare del confronto con i grandi colossi economici rappresentati da USA, Cina, Russia. Solamente con una Unione Europea che pensi e agisca unitariamente si può pensare di avere voce in capitolo su queste grandi questioni. 
L’alternativa è solamente l’irrilevanza.

Callisto, Clemente, Francesco

roma 08052019

Siamo appena tornati da un pellegrinaggio a Roma. Clima molto bello sia nel meteo che nel gruppo che si è formato semplicemente sull’adesione ad una proposta.
Ho provato a pensare quale sia stata la nota dominante di questo viaggio ed ho pensato che è stata caratterizzata dall’incontro con tre papi, ognuno dei quali ci ha lasciato una parola importante per continuare il nostro cammino.

Papa Callisto. La prima tappa del nostro itinerario ha visto la visita delle catacombe di san Callisto, che fu vescovo di Roma per cinque anni a partire dal 218.
Di lui sappiamo veramente poco e, molte notizie ci sono state riportate da Ippolito di Roma, che gli si contrappose durissimamente considerandolo poco fedele alla tradizione e troppo misericordioso nella riammissione alla fede di coloro che, per debolezza, di fronte alla minaccia di morte, avevano bruciato incenso agli dèi pagani (i lapsi). Ovviamente Ippolito ci dice ogni male di Callisto, ma la Chiesa lo considera un santo. 
Questa è la sintesi riportata nel Messale romano: San Callisto I, papa, martire: da diacono, dopo un lungo esilio in Sardegna, si prese cura del cimitero sulla via Appia noto sotto il suo nome (le catacombe), dove raccolse le vestigia dei martiri a futura venerazione dei posteri; eletto poi papa promosse la retta dottrina e riconciliò con benevolenza i lapsi, coronando infine il suo operoso episcopato con un luminoso martirio.

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Di papa Callisto possiamo sicuramente ricordare questa cura per la testimonianza di coloro che hanno dato la vita per la fede e la sua capacità di essere un uomo di riconciliazione per coloro che si erano allontanati dalla fede.

Papa Clemente XIV. E’ il nostro illustre concittadino. Abbiamo visitato la sua tomba presso la basilica dei Santi XII Apostoli. L’incontro con fra Agnello, parroco della basilica, ci ha permesso di conoscere meglio la figura di Lorenzo Ganganelli (Clemente XIV) che fu frate minore conventuale e a lungo visse in quello stesso convento ove ora riposa il suo corpo. 

clemente XVI
Il monumento funebre, scolpito dal giovanissimo Canova, è un’opera d’arte di rara bellezza con un messaggio molto bello sulla figura di papa Clemente XVI, anche lui vescovo di Roma per cinque anni (1769-1774).
Del pontificato di Clemente XIV, molta storiografia mette in evidenza solo la decisione della soppressione dei Gesuiti, dimenticando la grande cultura di questo Papa, che ha avuto il merito di aver raccolto buona parte del patrimonio scultoreo ora conservato nei Musei Vaticani (Museo Pio – Clementino), e il suo desiderio di vivere al di fuori degli intrighi e delle questioni che affliggevano la politica del tempo. Su di lui molte calunnie sono state diffuse e il fatto che sia morto nel convento dei suoi frati, piuttosto che in Vaticano, e che lì il suo corpo venga custodito, ci dice molto delle difficoltà che ha dovuto affrontare.
Nel monumento funebre Canova pone ai piedi della statua del pontefice in trono le allegorie della temperanza e della mansuetudine, due virtù che ben si addicevano a questo uomo di grande cultura. I suoi contemporanei così lo hanno voluto tramandare ai posteri, come un uomo temperante e mansueto.

Papa Francesco. E’ il Papa che ci ha accolto in Vaticano e ci ha raccontato del suo ultimo viaggio apostolico vissuto in Bulgaria e Macedonia del Nord. Siamo stati fortunati ad avere l’opportunità di accogliere questa condivisione del Papa. Lui, il custode dell’unità della Chiesa, ci consente di allargare il cuore per conoscere cosa accade nelle periferie del mondo e della Chiesa, nelle piccole comunità cristiane che non sono sotto i riflettori mediatici, ma che, evidentemente, sono al centro del suo interesse.
Papa Francesco ci ha raccontato dell’incontro che ha vissuto a Skopje con le suore di Madre Teresa di Calcutta e ci ha testimoniato la sua commozione nel vedere come queste donne fanno la carità con tenerezza e mai con acidità. Questa è la parola che ha ripetuto più volte: la carità fatta con tenerezza.

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Tre papi e tre parole da custodire per vivere il Vangelo:
Callisto, la riconciliazione e la misericordia verso i peccatori;
Clemente XIV, la temperanza e la mansuetudine;
Francesco, la carità vissuta con tenerezza.

Il pellegrinaggio, così, può continuare!

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La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

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