Come le corde alla cetra

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Come le corde alla cetra (Ignazio di Antiochia)

La comunione nel presbiterio premessa alla sinodalità
ritiro al presbiterio di Pesaro – 7 novembre 2019

INTRODUZIONE
Anche nella Chiesa, come nella società civile, ci sono delle parole d’ordine che, in un determinato periodo storico, sembrano segnare il cammino.
Nella società civile spesso si tratta di “mode”.
Nella comunità ecclesiale si auspica sia la riscoperta di qualche elemento essenziale che, per vari motivi, era stato smarrito o accantonato.

La parola d’ordine di questo tempo è la parola sinodalità, parola antica e nobile, con un fondamento biblico molto solido e icone bibliche molto eloquenti che aiutano a dare contenuto spirituale ad un termine che rischia sempre lo svuotamento di significato quando viene abusato e ripetuto in modo ossessivo.

Come è noto a tutti, questo termine indica il camminare insieme.

Due icone bibliche mi stanno molto a cuore:

  • Mt 11,28-30: Venite a me, prendete il mio giogo sopra di voi, troverete ristoro.
  • Lc 24,13-35: Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro.

In ambedue i testi il camminare insieme è fortemente connesso alla comunione con Gesù. Il camminare insieme implica un camminare con lui, anche quando i nostri occhi non lo riconoscono, implica una comunione con lui che diviene premessa della comunione tra noi.

In questi ultimi giorni, provocato dalle letture dell’Ufficio delle letture e dai fatti inerenti alla nuova fase guerra in Siria, mi sono fatto guidare da Sant’Ignazio di Antiochia andando a rileggere tutte le sue lettere, trovando così uno spunto per pregare per la Chiesa di Siria e per tutte le persone che vivono là.
Mi sono ritrovato di fronte all’invito ricorrente, che Ignazio rivolge alla chiese destinatarie delle sue lettere, a vivere nella comunione; invito rivolto a tutti i credenti, ma in particolare ai presbiteri. Nella lettera agli Efesini riporta questa bella immagine che, credo, ci provochi tutti:

Conviene procedere d’accordo con la mente del vescovo, come già fate. Il vostro presbiterato ben reputato degno di Dio è molto unito al vescovo come le corde alla cetra. Per questo dalla vostra unità e dal vostro amore concorde si canti a Gesù Cristo. E ciascuno diventi un coro, affinché nell’armonia del vostro accordo prendendo nell’unità il tono di Dio, cantiate ad una sola voce per Gesù Cristo al Padre, perché vi ascolti e vi riconosca, per le buone opere, che siete le membra di Gesù Cristo. È necessario per voi trovarvi nella inseparabile unità per essere sempre partecipi di Dio. (Efesini, 4)

Poiché siamo nel contesto di un ritiro e l’obiettivo di questa mattinata è quello di mettersi insieme davanti al Signore, vi propongo un esame di coscienza condiviso, che per qualcuno potrebbe diventare anche premessa per la riconciliazione sacramentale, mentre per tutti è l’occasione per una revisione di vita.

Ripercorro il ben noto schema che il card. Carlo Maria Martini ha presentato in quel bellissimo testo intitolato “La via di Timoteo” (ed. Piemme); proponendo una traccia per il colloquio penitenziale, egli suggeriva un percorso in tre tappe: la confessio laudis, la confessio vitae, la confessio fidei.

Saranno le tre tappe della nostra meditazione.

1. CONFESSIO LAUDIS: ringraziamo il Signore perché ci ha costituito presbiteri in questo presbiterio e in questo tempo della storia.
La comunione, prima di essere un impegno è un dono che ci viene concesso dal Signore, è una grazia. La grazia e la benevolenza di Dio ci precedono sempre e ci rendono partecipi di un dono inaspettato e irrealizzabile con le sole forze umane.

Alcuni testi biblici ci possono essere utili in questo rendimento di grazie: Ef 1,3-23; Col 1,1-20

Per noi presbiteri, oltre ai doni di grazia che fondano la comunione ecclesiale, ci sono anche i doni legati al sacramento dell’ordine che abbiamo ricevuto grazie alla chiamata al ministero confermata dalla Chiesa.
Nell’imposizione delle mani compiuta dal Vescovo e da tutti presbiteri presenti, nella preghiera di ordinazione pronunciata dal Vescovo e nell’abbraccio di pace con i membri del presbiterio, ci è stato comunicato il sacramento che ci costituisce presbiteri nella Chiesa di Dio.

Proviamo a riascoltare quelle parole che sono state pronunciate su di noi:

Signore, Padre Santo, Dio onnipotente ed eterno,
artefice della dignità umana, dispensatore di ogni grazia,
che fai vivere e sostieni tutte le creature,
e le guidi in una continua crescita: assistici con il tuo aiuto.
Per formare il popolo sacerdotale tu hai disposto in esso diversi ordini,
con la potenza dello Spirito Santo, i ministri del Cristo tuo Figlio.
Nell’antica alleanza presero forma e figura i vari uffici istituiti per il servizio liturgico.
A Mosé ed Aronne, da te prescelti per reggere e santificare il tuo popolo,
associasti collaboratori che li seguivano nel grado e nella dignità.

Nel cammino dell’esodo comunicasti
a settanta uomini saggi e prudenti lo spirito di Mosé tuo servo,
perché egli potesse guidare più agevolmente con il tuo aiuto il tuo popolo.
Tu rendesti partecipi i figli di Aronne della pienezza del loro padre,
perché non mancasse mai nella tua tenda il servizio sacerdotale
previsto dalla legge per l’offerta dei sacrifici, che erano ombra delle realtà future.

Nella pienezza dei tempi, Padre santo,
hai mandato nel mondo il tuo Figlio, Gesù,
Apostolo e pontefice della fede che noi professiamo.
Per opera dello Spirito Santo egli si offrì a te, vittima senza macchia,
e rese partecipi della sua missione i suoi apostoli consacrandoli nella verità.
Tu aggregasti ad essi dei collaboratori nel ministero
per annunziare e attuare l’opera della salvezza.
Ora, o Signore, vieni in aiuto alla nostra debolezza
e donaci questi collaboratori di cui abbiamo bisogno per l’esercizio del sacerdozio apostolico.

DONA, PADRE ONNIPOTENTE, A QUESTO TUO FIGLIO LA DIGNITÀ DEL PRESBITERATO. RINNOVA IN LUI L’EFFUSIONE DEL TUO SPIRITO DI SANTITÀ; ADEMPIA FEDELMENTE, O SIGNORE, IL MINISTERO DEL SECONDO GRADO SACERDOTALE DA TE RICEVUTO E CON IL SUO ESEMPIO GUIDI TUTTI A UN’INTEGRA CONDOTTA DI VITA.

Sia degno cooperatore dell’ordine episcopale,
perché la parola del vangelo mediante la sua predicazione,
con la grazia dello Spirito Santo, fruttifichi nel cuore degli uomini,
e raggiunga i confini della terra.

Sia insieme con noi fedele dispensatore dei tuoi misteri,
perché il tuo popolo sia rinnovato con il lavacro di rigenerazione
e nutrito alla mensa del tuo altare;
siano riconciliati i peccatori e i malati ricevano sollievo.

Sia unito a noi, o Signore,
nell’implorare la tua misericordia per il popolo a lui affidato e per il mondo intero.
Così la moltitudine delle genti, riunita a Cristo,
diventi il tuo unico popolo, che avrà il compimento nel tuo regno.
Per il nostro Signore Gesù Cristo tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli del secoli. Amen.

Se questo testo della liturgia costituisce la “forma del sacramento” che abbiamo ricevuto, esso ci richiama essenzialmente ad una dimensione comunionale espressa nel termine “collaborazione”.
Possiamo rendere grazie al Signore perché ci ha chiamati al ministero apostolico come collaboratori del ministero episcopale nella prospettiva della comunione.
Possiamo rendere grazie al Signore per coloro che storicamente hanno imposto le mani su di noi, per il Vescovo che ci ordinato, per i presbiteri che erano presenti, per quelli che concretamente formavano il presbiterio quando vi siamo entrati. La comunione si fonda e cresce su una memoria grata.
Noi non siamo diventati preti in una chiesa generica e senza volto, ma in una chiesa che aveva ed ha dei volti ed una storia precisa. Per questa comunione ecclesiale che ci ha accolto e nella quale abbiamo scelto di spendere la nostra vita possiamo rendere grazie al Signore.

La gratitudine è sempre un’“arma potente”. Solo se siamo in grado di contemplare e ringraziare concretamente per tutti i gesti di amore, generosità, solidarietà e fiducia, così come di perdono, pazienza, sopportazione e compassione con cui siamo stati trattati, lasceremo che lo Spirito ci doni quell’aria fresca in grado di rinnovare (e non rattoppare) la nostra vita e missione. Lasciamo che, come Pietro la mattina della “pesca miracolosa”, il nostro constatare tutto il bene ricevuto risvegli in noi la capacità di stupirci e di ringraziare così da portarci a dire: «Signore, allontanati da me, perché sono un peccatore» (Lc 5,8) e, ancora una volta, ascoltiamo dalle labbra del Signore la sua chiamata: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini” (Lc 5,10); perché «eterna è la sua misericordia» (cfr Sal 135).

(Lettera di papa Francesco ai sacerdoti – 4 agosto 2019)

2. CONFESSIO VITAE: L’ideale e l’impegno nella comunione presbiterale
Partiamo da due testi che hanno segnato la storia della teologia del ministero ordinato nel dopo-Concilio e che disegnano l’ideale del nostro vivere il ministero. L’ideale è un punto di riferimento importante per noi credenti perché non indica un’idea astratta – opponendosi alla realtà concreta -, ma la méta verso cui siamo chiamati a tendere, la forma del nostro vivere il discepolato e il ministero.

I sacerdoti, saggi collaboratori dell’ordine Episcopale e suo aiuto e strumento, chiamati a servire il popolo di Dio, costituiscono col loro vescovo un solo presbiterio sebbene destinato a uffici diversi. Nelle singole comunità locali di fedeli rendono in certo modo presente il vescovo, cui sono uniti con cuore confidente e generoso, ne assumono secondo il loro grado, gli uffici e la sollecitudine e li esercitano con dedizione quotidiana. Essi, sotto l’autorità del vescovo, santificano e governano la porzione di gregge del Signore loro affidata, nella loro sede rendono visibile la Chiesa universale e portano un grande contributo all’edificazione di tutto il corpo mistico di Cristo (cfr. Ef 4,12). Sempre intenti al bene dei figli di Dio, devono mettere il loro zelo nel contribuire al lavoro pastorale di tutta la diocesi, anzi di tutta la Chiesa. In ragione di questa loro partecipazione nel sacerdozio e nel lavoro apostolico del vescovo, i sacerdoti riconoscano in lui il loro padre e gli obbediscano con rispettoso amore. Il vescovo, poi, consideri i sacerdoti, i suoi cooperatori, come figli e amici così come il Cristo chiama i suoi discepoli non servi, ma amici (cfr. Gv 15,15). Per ragione quindi dell’ordine e del ministero, tutti i sacerdoti sia diocesani che religiosi, sono associati al corpo episcopale e, secondo la loro vocazione e grazia, servono al bene di tutta la Chiesa.
In virtù della comunità di ordinazione e missione tutti i sacerdoti sono fra loro legati da un’intima fraternità, che deve spontaneamente e volentieri manifestarsi nel mutuo aiuto, spirituale e materiale, pastorale e personale, nelle riunioni e nella comunione di vita, di lavoro e di carità.
Abbiano poi cura, come padri in Cristo, dei fedeli che hanno spiritualmente generato col battesimo e l’insegnamento (cfr. 1 Cor 4,15; 1 Pt 1,23). Divenuti spontaneamente modelli del gregge (cfr. 1 Pt 5,3) presiedano e servano la loro comunità locale, in modo che questa possa degnamente esser chiamata col nome di cui è insignito l’unico popolo di Dio nella sua totalità, cioè Chiesa di Dio (cfr. 1 Cor 1,2; 2 Cor 1,1). Si ricordino che devono, con la loro quotidiana condotta e con la loro sollecitudine, presentare ai fedeli e infedeli, cattolici e non cattolici, l’immagine di un ministero veramente sacerdotale e pastorale, e rendere a tutti la testimonianza della verità e della vita; e come buoni pastori ricercare anche quelli (cfr. Lc 15,4-7) che, sebbene battezzati nella Chiesa cattolica, hanno abbandonato la pratica dei sacramenti o persino la fede. Siccome oggigiorno l’umanità va sempre più organizzandosi in una unità civile, economica e sociale, tanto più bisogna che i sacerdoti, consociando il loro zelo e il loro lavoro sotto la guida dei vescovi e del sommo Pontefice, eliminino ogni causa di dispersione, affinché tutto il genere umano sia ricondotto all’unità della famiglia di Dio. (LG 28)

Il ministero ordinato, in forza della sua stessa natura, può essere adempiuto solo in quanto il presbitero è unito con Cristo mediante l’inserimento sacramentale nell’ordine presbiterale e quindi in quanto è nella comunione gerarchica con il proprio Vescovo. Il ministero ordinato ha una radicale «forma comunitaria» e può essere assolto solo come «un’opera collettiva». Su questa natura comunionale del sacerdozio si è soffermato a lungo il Concilio, esaminando distintamente il rapporto del presbitero con il proprio Vescovo, con gli altri presbiteri e con i fedeli laici.
Il ministero dei presbiteri è innanzi tutto comunione e collaborazione responsabile e necessaria al ministero del Vescovo, nella sollecitudine per la Chiesa universale e per le singole Chiese particolari, a servizio delle quali essi costituiscono con il Vescovo un unico presbiterio.
Ciascun sacerdote, sia diocesano che religioso, è unito agli altri membri di questo presbiterio, sulla base del sacramento dell’Ordine, da particolari vincoli di carità apostolica, di ministero e di fraternità. Tutti i presbiteri infatti, sia diocesani sia religiosi, partecipano all’unico sacerdozio di Cristo Capo e Pastore, «lavorano per la stessa causa, cioè per l’edificazione del corpo di Cristo, la quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti, soprattutto in questi tempi», e si arricchisce nel corso dei secoli di sempre nuovi carismi. (PdV 17)

In questa seconda tappa possiamo confrontare tale ideale con la realtà che ci troviamo a vivere, segnata inevitabilmente da fragilità e incoerenze, alcune dovute al nostro peccato personale, altre alle condizioni storiche ed ecclesiali che ci condizionano.
È importante non sottovalutare questa analisi spirituale perché, se da una parte sappiamo che storicamente l’ideale non potrà mai essere realizzato nella sua pienezza, dall’altra siamo responsabili che si ponga in atto quel processo di continua conversione che ci orienta a vivere l’ideale senza rassegnarci alla mediocrità.

Mi permetto di suggerirvi alcuni elementi di riflessione per aiutarvi nella confessio vitae che oggi siamo chiamati a compiere.

a. La tentazione dell’individualismo e del narcisismo
Il narcisismo e l’individualismo sono caratteri propri di questo tempo che stiamo vivendo. Non sono atteggiamenti tipici del mondo ecclesiale, ma sarebbe ingenuo pensare che la comunità cristiana e, in essa, il presbiterio, ne sia immune. Anzi!
Dobbiamo ammettere che proprio noi siamo molto esposti a questa tentazione che costituisce una vera minaccia alla comunione.

La storia che ci precede ha per molto tempo pensato al presbitero come ad una figura individuale, inviato in una comunità per periodi di tempo molto lunghi, una comunità che, spesso, veniva plasmata a sua immagine e si identificava con lui (nel bene e nel male). Questa storia ci ha consegnato molte testimonianze di santità eroica, ma anche molte situazioni di degrado spirituale ed umano.

Sulla formazione dell’individuo ha molto insistito la formazione iniziale nei seminari, considerandolo un presidio importante per far fronte alle inevitabili tensioni.

Anche il narcisismo è un demone molto presente nella nostra realtà di presbiteri e si presenta in molte forme più o meno gravi sul piano del peccato personale, ma tutte molto gravi in merito alla comunione. Se di fronte a me stesso ci sono solo io, non c’è spazio per nessun altro e ogni altra persona diviene un disturbo e una minaccia come pensava la strega sempre di fronte allo specchio che rifletteva la sua immagine perfetta nella fiaba di Biancaneve.

Sono elementi da non sottovalutare perché sono abbastanza tollerati dalla cultura odierna, ma ci allontanano molto dall’ideale della comunione evangelica.

La terapia della fraternità
A tali tentazioni (individualismo e narcisismo) si risponde con la terapia della fraternità, una fraternità non ideale, ma pienamente evangelica. La fraternità, per definizione, non è mai elettiva, ma sempre data. La fraternità scelta come via per vivere l’ideale del ministero è una fucina di purificazione perché mi mette a contatto con i miei limiti e mi chiede di lavorarci, magari anche chiedendo l’aiuto dei fratelli.

La fraternità è una via che presenta delle scomodità. Molti sono i proverbi popolari che vorrebbero scoraggiarci, ma nella fraternità è scritto molto della sapienza del Vangelo che noi siamo chiamati a vivere e ad annunciare.

b. La rassegnazione e lo spirito di sopravvivenza
Il tempo che viviamo non è il più difficile della storia, eppure lo avvertiamo come un tempo molto sfavorevole. Il confronto con il recente passato ci porta a vedere soprattutto ciò che manca, ciò che non c’è più, ciò che abbiamo perso.

Le nostre comunità ci appaiono sempre più anziane e sempre più ridotte numericamente. Le nostre parole sembrano scivolare via come acqua sul vetro, nell’indifferenza generale; i valori che testimoniamo sembra siano considerati reperti del passato, il confronto con la modernità ci raffigura come dei superstiti di un’epoca che non esiste più e che ci accaniamo a mantenere presente nonostante tutti ci consiglino di staccare la spina.
La mancanza di vocazioni nelle nostre diocesi aumenta il lavoro di ognuno; ogni prete oggi svolge il lavoro che fino a trent’anni fa’ svolgevano tre preti. Siamo stanchi. Ci sembra di non arrivare da nessuna parte.
Lottiamo con i debiti per la gestione ordinaria e la preoccupazione di mantenere edifici antichi per i quali non riusciamo più ad ottenere fondi sufficienti. La burocrazia occupa molto del nostro tempo. Non abbiamo collaboratori pastorali; il volontariato oggi si rivolge altrove, verso servizi più gratificanti … potremmo andare avanti a lungo e scrivere un nuovo libro delle lamentazioni; e sarebbero tutte vere e motivate, ma lontane dallo spirito del Vangelo.

La tentazione di fronte a tutte queste difficoltà è la rassegnazione, il tentare di sopravvivere, di salvarsi l’anima, di non perdersi.
Ci si rifugia nel privato, nel devozionalismo, nel settarismo ecclesiale fatto di piccoli gruppi di devoti che pendono dalle nostre labbra … piccole oasi di sicurezza in un mondo che appare tempestoso.
A volte si vivono compensazioni che ci pongono in posizione ambigue, doppie, immorali; ci esponiamo alla vita mondana e alle dipendenze; diveniamo preoccupati per il nostro tempo libero, per le nostre vacanze, per i nostri hobbies, per gli spazi di libertà e sollievo autistico che ci inventiamo sempre nuovi.

Anche in questo caso, oltre a tutte queste problematiche, chi ci rimette è la comunione.
Il troppo lavoro ci fa disertare gli appuntamenti diocesani e gli incontri con i confratelli: non abbiamo tempo da perdere – ci diciamo-. Non chiediamo aiuto, non ci confrontiamo. Non cerchiamo modalità per cambiare le cose, per semplificarle, per condividerle. Ognuno per sé… Cerchiamo di arrivare in fondo con meno ferite possibili e poi ci penseranno gli altri. Non abbiamo voglia di pensare ad un possibile futuro in cui si possa vivere una presenza ecclesiale rinnovata.

La terapia dell’impegno missionario (aria nuova)
La terapia a questa logica di rassegnazione è la missione, l’aprire le porte, il confrontarsi con il compito missionario della Chiesa che ancora oggi, come in tutti i tempi, è portatrice di una buona notizia che l’uomo può ascoltare per trovare quella vita piena che cerca affannosamente riempiendosi di cose.
La missione non la facciamo da soli seguendo questa o quella ricetta.
L’impegno per l’evangelizzazione ci porta a guardare gli altri come compagni e soci in un impegno che nessuno può assolvere da solo. Nella missione riscopriamo tutte le vocazioni: gli sposi, le religiose e i religiosi, i giovani, gli anziani, gli ammalati. Nella missione c’è posto per tutti e solo insieme possiamo essere volto di quella vita buona che il Vangelo fa nascere in coloro che vivono la fede.
La missione ci porta anche a comprendere cosa sia essenziale, ci porta ad abbandonare ciò che è solo zavorra, ci porta a confrontarci per comprendere quale sia la direzione verso cui dobbiamo orientare le nostre energie. La missione, oltre che alla comunione, ci porta alla vera sinodalità che non è un confrontarsi accademico, ma il camminare insieme compiendo le scelte necessarie per annunciare il Vangelo ad ogni uomo.
La missione ci stanca, ma non ci esaurisce. I segni del Regno di cui noi per primi possiamo essere testimoni, ci riempiono di gioia e ci rilanciano nell’impegno giorno dopo giorno.

c. Le ideologie ecclesiali e politiche
C’è un terzo virus che uccide la nostra comunione presbiterale e sono le ideologie, quelle ecclesiali e – oggi -quelle politiche.
Di quelle ecclesiali facciamo esperienza da più di quarant’anni. Alcune le abbiamo chiamate carismi per accreditarle; sicuramente carismi erano le esperienze di vita cristiana che hanno fatto nascere modi nuovi di impegnarsi nel mondo, ma le ideologie che ci hanno contrapposto non avevano nulla di spirituale: eppure ci hanno affaticato tanto in discussioni e confronti infiniti, cercando patrocini di quel papa o quel cardinale o quel teologo che sostenessero la nostra posizione contro quella degli altri…

Oggi abbiamo anche le ideologie politiche che in modo nuovo spaccano la nostra comunità e, ovviamente, anche i nostri presbitèri. I leaders politici sono i nostri nuovi maestri di pensiero, coloro che ci dettano l’agenda, coloro che ci dicono cosa sia giusto e cosa non lo sia. Nei dibattiti politici si cita il Vangelo, il Papa, si sbandierano simboli delle fede per attrarre l’elettorato cattolico da una parte o dall’altra. E anche noi non siamo immuni dal fascino di certe modalità. Anche noi ci schieriamo, ci dividiamo in tifoserie, cerchiamo il patrocinio di un personaggio ecclesiale significativo che eleggiamo a nostro porta bandiera; non ci facciamo scrupoli di parlare pubblicamente contro il Papa, contro i vescovi, contro alcuni confratelli che abbiamo posizionato sullo schieramento opposto al nostro. I social network anche per noi sono un’agorà in cui esprimiamo liberamente (e ingenuamente) il nostro pensiero senza preoccuparci di spaccare la comunione, di destare scandalo, senza sentire il bisogno di confrontarci seriamente anche con chi non pensa come noi.

La terapia del discernimento evangelico e della testimonianza
La terapia a questo virus è il discernimento evangelico, il ritornare a confrontarsi con la Parola e con la grande tradizione della Chiesa, per comprendere insieme quale sia la direzione per orientare il nostro impegno, quale siano i gesti e le parole che – insieme – possiamo dire per fare chiarezza e aiutare chi è confuso e smarrito in mezzo a tante parole gridate. Il processo del discernimento mi aiuta a riconoscere che ho bisogno degli altri per comprendere quale sia il bene possibile da far crescere in una determinata situazione, mi aiuta a stare con serenità e semplicità di fronte alla complessità delle questioni che la modernità ci pone innanzi.

La comunione ci porta a valorizzare la testimonianza più dei proclami; a raccontare storie di vita, più che a pontificare sui valori; a cercare soluzioni sostenibili alle situazioni che la provvidenza ci porta ad incontrare, più che ad elaborare progetti che non potranno mai essere realizzati.
Il discernimento evangelico ed ecclesiale presuppone la comunione e la rafforza.

3. CONFESSIO FIDEI: Il coraggio di ripartire da ciò che conta
Voi tutti siete maestri di vita spirituale, e sapete bene che, come accade per la medicina, non è sufficiente fare la diagnosi, ma occorre dare una terapia che aiuti a superare le criticità, che sostenga l’organismo nella lotta contro il male che lo aggredisce. Alcune le abbiamo già indicate come risposte immediate ad alcune patologie della comunione, ma possiamo vedere se c’è una pista che ci aiuta a crescere insieme e a custodire e far crescere la comunione ecclesiale e presbiterale.
Essa, oltre che un dono, è anche il frutto di un impegno generoso di chi sceglie di percorrere la via del Vangelo e, in particolare, della carità. La comunione è frutto di un sacrificio, come avviene per l’eucaristia.

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo lo Spirito sul pane e sul vino perché diventino il sacramento del corpo donato e del sangue versato del Signore. Ma quando Gesù ci dice: “fate questo in memoria di me”, ci invita a rinnovare in noi stessi quello che lui ha fatto. Valgono le parole che troviamo nel cap. 13 di Giovanni: “come ho fatto io, così fate anche voi!

Nella preghiera eucaristica noi invochiamo una seconda volta lo Spirito perché coloro che si nutrono del corpo e sangue di Cristo divengano un solo corpo e un solo spirito; ma ciò non sarà possibile senza il nostro sacrificio, senza il dono di noi stessi.

Vi propongo tre testi, di diverso valore, che ci aiutano a comprendere come possiamo percorrere la via della comunione ecclesiale.

– Il primo è tratto dal Nuovo testamento ed è il cap. 12 della lettera ai Romani. Cito solo i primi due versetti perché spero sia un testo che conoscete quasi a memoria, a causa del suo frequente utilizzo nella liturgia e nella catechesi: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto.(Rom 12,1-2)

– Il secondo è tratto dalla lettera che il Papa ci ha scritto nell’agosto scorso, in occasione della festa del santo Curato d’Ars: Per mantenere il cuore coraggioso è necessario non trascurare questi due legami costitutivi della nostra identità: il primo, con Gesù. Ogni volta che ci sleghiamo da Gesù o trascuriamo la nostra relazione con Lui, a poco a poco il nostro impegno si inaridisce e le nostre lampade rimangono senza l’olio in grado di illuminare la vita (cfr Mt 25,1-13): «Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me…perché senza di me non potete far nulla» (Gv 15,4-5). In questo senso, vorrei incoraggiarvi a non trascurare l’accompagnamento spirituale, avendo un fratello con cui parlare, confrontarsi, discutere e discernere in piena fiducia e trasparenza il proprio cammino; un fratello sapiente con cui fare l’esperienza di sapersi discepoli. Cercatelo, trovatelo e godete la gioia di lasciarvi curare, accompagnare e consigliare. È un aiuto insostituibile per poter vivere il ministero facendo la volontà del Padre (cfr Eb 10,9) e lasciare il cuore battere con «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5). Quanto bene ci fanno le parole del Qoèlet: «Meglio essere in due che uno solo … Infatti, se cadono, l’uno rialza l’altro. Guai invece a chi è solo: se cade, non ha nessuno che lo rialzi» (4,9-10).
L’altro legame costitutivo: aumentate e nutrite il vincolo con il vostro popolo. Non isolatevi dalla vostra gente e dai presbiteri o dalle comunità. Ancora meno non rinchiudetevi in gruppi chiusi ed elitari. Questo, alla fine, soffoca e avvelena lo spirito. Un ministro coraggioso è un ministro sempre in uscita; ed “essere in uscita” ci porta a camminare «a volte davanti, a volte in mezzo e a volte dietro: davanti, per guidare la comunità; in mezzo, per incoraggiarla e sostenerla; dietro, per tenerla unita perché nessuno rimanga troppo, troppo indietro, per tenerla unita, e anche per un’altra ragione: perché il popolo ha “fiuto”! Ha fiuto nel trovare nuove vie per il cammino, ha il “sensus fidei” [cfr Lumen Gentium, 12]. Che cosa c’è di più bello?». Gesù stesso è il modello di questa scelta evangelizzatrice che ci introduce nel cuore del popolo. Quanto bene ci fa vederlo vicino a tutti! Il donarsi di Gesù sulla croce non è altro che il culmine di questo stile evangelizzatore che ha contrassegnato tutta la sua esistenza.

– Il terzo è un testo famoso che vorrei recitare insieme con voi, facendolo diventare il rinnovo del nostro impegno a vivere in modo pieno il nostro sacerdozio ministeriale. È un testo di don Primo Mazzolari, prete controverso, ma – senza dubbio – un testimone autentico del Vangelo. È un testo che spesso usiamo con i giovani, ma che fa bene anche a noi. Lo recitiamo a più voci, con dei solisti e con parti corali.
Diciamo con semplicità al Signore che vogliamo ripartire insieme, grati della vocazione che abbiamo ricevuto e che ci costituisce in questa Chiesa collaboratori del Vescovo per l’annuncio del Vangelo, la guida del popolo di Dio e l’offerta del sacrificio che fa sperimentare l’azione salvifica di Dio nella vita dei credenti; riconosciamo le nostre debolezze e tentazioni, ma non vogliamo farci travolgere.
Rinnoviamo oggi il nostro ‘sì’, perché il Signore porti a compimento l’opera che ha iniziato in ognuno di noi e in noi insieme.

Ci impegniamo noi e non gli altri
unicamente noi e non gli altri,
né chi sta in alto né chi sta in basso,
né chi crede né chi non crede.
Ci impegniamo senza pretendere che altri si impegnino,
con noi o per suo conto, come noi o in altro modo.

Ci impegniamo senza giudicare chi non si impegna,
senza accusare chi non si impegna,
senza condannare chi non si impegna,
senza disimpegnarci perché altri non s’impegna.

Ci impegniamo perché non potremmo non impegnarci.
C’è qualcuno o qualche cosa in noi,
un istinto, una ragione, una vocazione, una grazia,
più forte di noi stessi.

Ci impegniamo per trovare un senso alla vita,
a questa vita, alla nostra vita,
una ragione che non sia una delle tante ragioni,
che ben conosciamo e che non ci prendono il cuore.
Si vive una sola volta e non vogliamo essere “giocati”
in nome di nessun piccolo interesse.

Non ci interessa la carriera,
non ci interessa il denaro,
non ci interessa il successo
né di noi né della nostre idee,
non ci interessa passare alla storia.

Ci interessa di perderci per qualche cosa o per qualcuno
che rimarrà anche dopo che noi saremo passati
e che costituisce la ragione del nostro ritrovarci.

Ci impegniamo a portare un destino eterno nel tempo,
a sentirci responsabili di tutto e di tutti,
ad avviarci, sia pure attraverso un lungo errare, verso l’amore.

Ci impegniamo non per riordinare il mondo,
non per rifarlo su misura, ma per amarlo;
per amare anche quello che non possiamo accettare,
anche quello che non è amabile,
anche quello che pare rifiutarsi all’amore,
poiché dietro ogni volto e sotto ogni cuore
c’è, insieme a una grande sete d’amore,
il volto e il cuore dell’amore.

Ci impegniamo, perché noi crediamo all’amore,
la sola certezza che non teme confronti,
la sola che basta per impegnarci perpetuamente. (don Primo Mazzolari)

andreaturchini@gmail.com

Una Risposta

  1. E’ evidente che ti rivolgi ad un pubblico di preti, ma ti ringrazio di averlo pubblicato: vi prego, cercate di essere davvero Pastori come quelli che descrivi tu…con l’aiuto del Signore!

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