Senza compassione: l’esperienza di Giona

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In questi giorni di ritiro a Montecasale, presso Sansepolcro, mi sono dedicato alla preghiera e allo studio del libro di Giona.
Tempo fa mi avevano consigliato un testo che mi aveva incuriosito, ma che non avevo ancora avuto il tempo di leggere (R. Vignolo, Un profeta tra umido e secco. Sindrome e terapia del risentimento nel libro di Giona, Ed. Glossa 2013) e ci ho dedicato un po’ di tempo.
Accanto a questo un altro bel libro di Rosalba Manes e Marzia Rogante (Giona e lo scandalo della tenerezza di Dio, Cittadella 2017), nel suo duplice approccio biblico e psicologico, mi ha nutrito in questi giorni.

Devo ammettere che ho sempre considerato la storia di Giona una storia semplice: chi non la conosce? La sua somiglianza a storie molto conosciute, le numerose raffigurazioni antiche e moderne, rende questo libro di appena 48 versetti un testo familiare a tutti coloro che anche solo minimamente si sono approcciati alla Bibbia.
Invece questo brevissimo libro, al di là dei suoi elementi fantastici, ci consegna una riflessione molto profonda e importante anche per noi uomini e donne del XXI secolo. Faccio seguire alcune note che servono a me e che desidero condividere con gli amici. Parto dalla fine.

La missione a Ninive serve a Giona e non a Ninive.
Dio, che è capace di suscitare dal nulla una tempesta e di placarla; che è capace di chiamare un grosso pesce per salvare Giona; che fa nascere e morire nel giro di poche ore una pianta di ricino… non aveva bisogno di Giona per convertire Ninive.
Dio non ha mai bisogno (in senso assoluto) di noi per compiere la sua missione, ma il nostro coinvolgimento serve a noi ed è una grazia che Dio ci fa perché è utile alla nostra conversione e alla nostra crescita. Il destino di Giona è strettamente legato a Ninive e il fatto che Giona fugga via è un dramma per Giona, non per Ninive.
Dio, dopo la reazione di Giona, avrebbe potuto rinunciare, mandare un altro, ma insiste con Giona perché è necessario che lui passi di lì per poter crescere e superare i suoi pregiudizi e le sue rigidità.

La reazione di Giona è isterica e dice qualcosa della nostra fede.
Giona si ritiene un credente, uno che ha fede in Dio, nel Dio vero; sa professare con schiettezza la verità di fede di fronte ai marinai che lo interrogano… eppure qual è l’idea che ha di Dio nel momento in cui Dio lo interpella? Che Dio ti frega, ti usa, che non ha cura della tua vita; che per lui sei carne da macello, che lui pensa solo per se e che gioca con te.
La reazione isterica di Giona, che arriva addirittura a preferire la morte (per tre volte nel libro), dice di una frattura tra ciò che Giona dice di credere e ciò che sente. La sua fede funziona finché è garanzia di comodità, di belle liturgie nel tempio, di corrispondenza ai propri progetti, … ma quando ti chiede di alzarti e andare, di abbandonare quello che stai vivendo e di compiere l’opera a cui Dio ti chiama, ecco che si preferisce la fuga… cosa significa allora credere in Dio e servire il Signore?

La compassione come chiave della missione.
Tutta la seconda parte del libro, soprattutto il quarto capitolo, gioca intorno al tema della compassione. Di fronte alla scelta di Dio di perdonare Ninive, che si è ravveduta dal male ed ha compiuto velocemente gesti concreti di conversione, Giona rimane convinto della ingiustizia di questa scelta divina: l’unica cosa che Ninive si merita è la distruzione, quella che lui aveva annunciato.
La missione di Giona si è svolta senza alcuna compassione. Neanche per un secondo Giona ha parteggiato per i Niniviti, ma si è fatto portatore di un messaggio senza interessarsi minimamente della reazione e della sorte dei destinatari. Nonostante l’invito di Dio, gli abitanti di Ninive sono rimasti per lui i nemici giurati del suo popolo, la sintesi di tutti i mali per Israele che, nella sua storia, aveva dovuto sopportare dagli Assiri violenze e rapine.
E’ proprio qui, attraverso la pedagogia dei segni, che Dio educa il suo profeta alla compassione, ed il libro si conclude con una domanda che rimane aperta e che rimbalza su di noi. Qual è lo sguardo di Dio sulla realtà delle cose e sulle persone? Dio, che fa piovere e splendere il sole sui giusti e sugli ingiusti, come vede quella realtà che per me è solo indice di inimicizia? Qual è la nostra compassione? Come viviamo e condividiamo la compassione che Dio ha per Ninive?

Una preghiera bugiarda.
E’ il titolo di un capitolo del libro di Vignolo che mi ha molto provocato. Nel ventre del pesce, resosi conto che Dio è intervenuto per lui, per salvare la sua vita, Giona innalza una preghiera a Dio, una preghiera che è una collezione di frasi prese dai salmi, ma in questa preghiera Giona distorce in modo molteplice la realtà e, tale preghiera, non rappresenta la sua situazione reale. Attribuisce a Dio la causa della sua sofferenza e non riconosce il suo peccato di fuga; sogna il tempio di Gerusalemme e non ricorda che Dio lo desidera a Ninive. La preghiera, anche quando è solenne e fatta con parole giuste, può essere ugualmente bugiarda, perché distorce la realtà e non riconosce la volontà di Dio per noi.

– “Annuncia quello che ti dico”.
Questo è l’invito che Dio rivolge a Giona nella sua seconda chiamata, ma noi non sappiamo cosa Dio abbia detto a Giona. Lo vediamo andare a Ninive, obbediente, e annunciare la distruzione (inappellabile) di Ninive. Ma è questo quello che Dio gli ha detto di annunciare?
Certo è che i Niniviti capiscono di avere una possibilità e se la giocano con la penitenza pubblica e manifesta a testimonianza della loro conversione. Ed è certo che anche Dio, che accoglie tale conversione, non intendeva forse che Giona dicesse proprio quelle parole. Cosa doveva dire?
Mi sembra che una parola di misericordia Giona l’avesse ascoltata proprio nella sua vicenda. Lui che, come gli abitanti di Ninive, era fuggito lontano dal volto del Signore (il peccato non è altro che questo) e aveva sperimentato la capacità del Signore di compiere cose prodigiose pur di salvare coloro che ama, avrebbe potuto dire proprio questo, avrebbe potuto parlare di quello che il Signore aveva fatto a lui, se solo si fosse sentito minimamente solidale con Ninive. C’è un legame forte tra profezia e testimonianza, tra annuncio e testimonianza vissuta: è la forza della prima comunità cristiana che annuncia la risurrezione perché l’ha sperimentata nella propria vita. Qual annuncio per noi oggi?

La gratitudine scuola di compassione e solidarietà.
Ma Giona non riconosce i benefici che Dio gli ha concesso, non c’è nessuna preghiera di ringraziamento dopo il salvataggio del pesce. Lo aveva promesso nella sua preghiera nel ventre del pesce, ma poi passa oltre. Solo la gratitudine, il riconoscimento dei doni ricevuti ci toglie dalla presunzione di merito e ci libera da quell’atteggiamento altezzoso che ci impedisce di incontrare gli altri nella verità di noi stessi.
Se Giona si fosse reso conto veramente dei doni ricevuti, da quello della elezione come parte del popolo di Israele, a quello del salvataggio in mare nonostante la sua opposizione isterica alla proposta di Dio, Giona avrebbe guardato in modo diverso i cittadini di Ninive e avrebbe annunciato una possibilità di salvezza di quel Dio che, grazie alla sua misericordia, è capace di compiere prodigi e di riscrivere la storia. Questa è la forza del perdono! Lì dove ci potrebbe essere solo morte come conseguenza del peccato, il perdono è capace di aprire una via inedita per la vita. Questo è il vero potere di Dio, non la distruzione di una città!

Il segno di Giona come unico segno di Dio.
Gesù, nel Vangelo, a coloro che chiedono un segno, dice che non sarà dato altro segno che quello di Giona. Gesù indica i tre giorni nel ventre del pesce come profezia della Pasqua che precede la risurrezione dal sepolcro. Senz’altro quel segno è molto eloquente. Ma a ben pensare, Giona è segno per molto altro, proprio nella sua fatica a fare i conti con la misericordia di Dio. Da sempre si ritiene che questo libro sia una lunga parabola che Dio ci ha donato per comprendere che:
– la salvezza è per tutti e che deve essere condivisa senza confini;
– che Dio ci rende partecipi della sua azione salvifica perché possiamo collaborare con lui ed essere testimoni di quanto egli ha realizzato già nella nostra vita;
– che Dio non chiama uomini perfetti, ma chiama coloro che hanno bisogno di fare esperienza della sua misericordia e compassione per educarli proprio attraverso la missione;
– che la nostra fede in Dio sarà messa alla prova della chiamata…

Di tante cose Giona è segno. Perché noi possiamo credere.

Una Risposta

  1. Sei proprio speciale! I tuoi articoli mi sollecitano…. mi stuzzicano, mi provocano….mi fai venire la voglia di leggere, studiare, di acquistare questi testi …. mentre leggevo con mente sono andata ad un corso tenuto da te …. Giona che ricordi…. Grazie Don , sei sempre nella mia preghiera e nel mio ricordo. Ancora grazie!

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