Diamoci del “lei”

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Venerdì 14 giugno 2019 è stato convocato il primo Consiglio comunale a Santarcangelo.
Per la prima volta i consiglieri eletti si ritroveranno, si guarderanno in volto (non sono certo che si conoscano tutti) e si parleranno faccia a faccia senza il filtro dei social media. Sembrerebbe un’osservazione banale, ma è bene ricordare che sarà soprattutto lì, in quelle riunioni, guardandosi in volto, che dovranno ascoltarsi e confrontarsi per compiere le scelte che orienteranno l’amministrazione della nostra città.
In quella sala del Consiglio, “piccolo tempio della democrazia” della nostra città, saranno chiamati a custodire un clima salubre e temperato, non bollente o avvelenato, in modo che le scelte possano essere compiute con intelligenza e sapienza.

Visto che confrontarsi di persona è diventato inusuale, mi permetto di dare a tutti un consiglio un po’ “retrò”: iniziate fin dalla prima riunione con il darvi del “lei” tra di voi.
Mi sembra opportuno, infatti, stabilire – almeno inizialmente – una distanza di rispetto perché ognuna/o possa sentirsi “riconosciuta/o” nel ruolo che è stata/o chiamata/o a compiere dai cittadini di Santarcangelo: ad ognuna/o delle consigliere e dei consiglieri questo rispetto è dovuto!
Anche coloro che sono state/i chiamate/i a compiere ruoli di governo (sindaco e assessori) hanno diritto di essere riconosciuti nel loro ruolo istituzionale e, pur essendo espressione di una parte, ora sono a servizio di tutti: anche a loro che fino a ieri erano  solamente avversari politici, ora è dovuto il riconoscimento del ruolo.

Questo invito a molti può far sorridere; qualcun altro lo interpreterà come un insopportabile moralismo. Non so, forse hanno ragione e chiedo scusa.
Ma visto che in questo tempo abbiamo smarrito l’arte del confronto rispettoso e da molto tempo non abbiamo grandi esempi sulla scena nazionale, forse non ci fa male ripartire dall’ “ABC” per iniziare con il piede giusto. Si tratta solo di una norma di sicurezza per diminuire il pericolo di farsi male reciprocamente; è come avere le cinture di sicurezza in auto, il casco in moto o il salvagente in barca: di solito non servono, ma è meglio averle ben allacciate.
Si è più sicuri di arrivare felicemente alla meta e di uscire indenni dal viaggio.

A tutti e tutte buon lavoro e grazie per il vostro impegno.

PS:
Ieri sera la nostra nazionale di calcio è uscita sconfitta dalla semifinale dei Mondiali Under 20 con l’Ucraina. Nei minuti di recupero ci siamo illusi per qualche istante di aver pareggiato, ma l’arbitro ha annullato il goal. Alla fine della partita, nell’intervista di rito, un giornalista ha domandato a Paolo Nicolato, allenatore della nostra nazionale under 20, se considerasse un’ingiustizia la decisione arbitrale che ha annullato il nostro goal. Con grande stile Nicolato ha detto che, per scelta, lui rispetta tutte le decisioni arbitrali e che gli arbitri possono commettere degli errori, non delle ingiustizie.
Mi è sembrata una bella lezione di stile
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Weekend of weddings

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Il weekend che è appena trascorso, è stato davvero un weekend particolare: ben quattro coppie hanno deciso di celebrare il loro matrimonio in chiesa e, come ci hanno detto dal Comune, altre quattro hanno celebrato il loro matrimonio con il rito civile.
Credo che sia una bella cosa di cui gioire; un segno di speranza e di fiducia.

Auguri a Ilaria e Mirko, Valentina e Davide, Elisa e Gianluca, Claudia e Fabio, che sabato scorso hanno celebrato le loro nozze nella nostra comunità, e alle altre quattro coppie che non conosciamo, ma alle quali desideriamo far giungere un pensiero di bene e di affetto.

A proposito di matrimoni, forse molti già sanno che, dalla scorsa estate, a Santarcangelo, non accogliamo più le celebrazioni nuziali di coppie che non hanno un legame con la nostra parrocchia.
Per la bellezza di Santarcangelo, e di alcune delle nostre chiese, sono molte le coppie chiedono di venirvi a celebrare le loro nozze.
Dopo attenta valutazione, abbiamo deciso di non accogliere più queste richieste perché ci sembrava che, nella maggior parte dei casi, prevalessero motivazioni esteriori e non ci fosse alcun interesse a mettersi in gioco in una relazione con la nostra comunità.

Crediamo che, come tutti i sacramenti, anche il matrimonio sia un gesto ecclesiale e non privato, e che richieda un legame (almeno oggettivo) con la comunità in cui si celebra. Non ci è sembrato opportuno continuare in questa prassi ambigua, in cui sembrava che noi “affittassimo” le nostre chiese per coppie che erano alla ricerca di locations suggestive (è l’espressione in voga).
Inoltre è accaduto che qualche coppia della parrocchia non potesse trovare le chiese disponibili per la celebrazione del matrimonio, perché già occupate preventivamente da altre coppie provenienti da vari luoghi della provincia o dell’Italia.
Non abbiamo intenzione di imboccare, anche per i matrimoni, la logica esclusiva dei vari “prima questi o gli altri“, ma solo di riportare alla verità e alla relazione ecclesiale una celebrazione che, spesso, più che il sacramento dell’amore nuziale, rischia di celebrare l’effimero e l’apparenza. 

Durante i prossimi mesi del 2019, avremo la gioia di accompagnare alle nozze altre ventidue coppie; molte di loro le abbiamo conosciute nei corsi in preparazione al matrimonio, che da tre anni viviamo in una modalità che valorizza soprattutto la relazione e che crea delle belle storie di amicizia e di condivisione: ne siamo molto contenti!
Ricordiamo tutti questi sposi e futuri sposi, li abbracciamo con grande affetto e ci impegniamo a sostenerli nel bellissimo e difficile cammino dell’amore vissuto secondo la misura di Gesù, quello che, arricchito della grazia dello Spirito Santo, diventa un sacramento dell’amore di Dio per l’umanità intera.

Accoglienza Siriani: è già una bella storia da raccontare … poi parte la “FASE 2”

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Sono passati “già” sei mesi da quella sera in cui abbiamo accolto a Santarcangelo Sheik Abdo e al sua famiglia; era il 30 novembre 2018.
Sono passati “solo” sei mesi dal quel 30 novembre, ma ci sembra molto più tempo perché, con Abdo, Samar, Najah, Hiba, Mohammad e Luna è già nata una bella storia che ci piacerebbe raccontare ad altri.
Potremmo fare un bilancio, mettere su due colonne elementi positivi e difficoltà di questi sei mesi; ma preferiamo narrare questa storia e, se vorrete, ve la racconteremo giovedì 27 giugno alle ore 21 sul piazzale della Collegiata: condivideremo storie e cocomero (ci stà!).

Qualche informazione però la possiamo dare.
– oggi tutti i membri di questa famiglia hanno ottenuto il permesso di soggiorno e proprio in questi giorni stanno prendendo la residenza a Santarcangelo;
– il 9 gennaio è nata Luna, segno vivente di una storia nuova che inizia in Italia;
– in questi mesi abbiamo provveduto alle cure sanitarie più urgenti per tutti i membri della famiglia;
– Hiba e Mohammad sono stati inseriti molto bene nella scuola materna “Sacra Famiglia”;
– il 28 marzo è arrivata a san Vito la famiglia della sorella di Sheik Abdo, accolta dalla comunità di san Vito; questa donna è rimasta vedova ed ha tre figli, che sono molto legati allo zio Abdo e alla sua famiglia; 
– la generosità e l’impegno di tanti non ci ha fatto mancare il necessario per provvedere questa famiglia di tutto ciò di cui aveva bisogno: grazie!
– diverse persone si sono avvicinate con simpatia alla famiglia Hsyan, rendendosi disponibili per qualche necessità e ricevendo a loro volta una calda e dolce accoglienza.

Ora abbiamo due esigenze importanti per procedere ad una “fase due” dell’accoglienza:
– trovare un lavoro per Sheik Abdo che gli consenta di iniziare a sostenere in autonomia la sua famiglia;
– trovare una casa da affittare con almeno tre stanze da letto perché, entro la fine di ottobre 2019, dobbiamo restituire la casa che molto generosamente ci è stata concessa in comodato gratuito per un anno intero. Sarà la parrocchia a stipulare il contratto di affitto e a garantire per ciò che è necessario.
Chi avesse qualche disponibilità per queste due esigenze, può contattare don Andrea.

Vi aspettiamo numerosi GIOVEDI’ 27 GIUGNO ALLE ORE 21,00 presso la Collegiata: ci saranno storie e cocomero!

I colori e i sapori di una festa

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Una bella festa quella che abbiamo vissuto ieri al parco Francolini: una festa di colori e di sapori.
Sui volti il sorriso.
Le braccia allargate negli abbracci.
Le mani aperte pronte a stringersi.
La voglia di incontrarsi e di raccontarsi…
Non so quanti fossimo, ma l’impressione è che fossimo tanti.
Molti santarcangiolesi, soprattutto giovani e donne.

Sì, una bella festa organizzata da donne che ha visto le donne come protagoniste assolute dell’evento.
Qualcuno ha voluto dare rilievo alla mia partecipazione: io ne sono contento se questo ha aiutato qualcuno ad accogliere l’invito e a fare questa bella esperienza di festa.
Mi ha fatto molto piacere vedere che alla festa erano presenti anche don Maurizio Fabbri, il nostro Vicario Generale, e don Jean Paul Bindia, un amico prete senegalese che vive e opera a Morciano.
Penso che da questa mattina Santarcangelo non sarà più la stessa.
Un seme di luce e di pace è stato gettato. Ora deve essere custodito e fatto crescere.

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Fine Ramadan – Eid Mubarak

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Perché ho deciso di partecipare a Eid Mubarak, alla festa della fine del Ramadan organizzata a Santarcangelo il prossimo 5 giugno?
Mi sembra giusto darne ragione in anticipo, perché a qualcuno potrebbe sembrare strano o per lo meno inconsueto. Mi sembra anche opportuno dire che questa scelta impegna me individualmente e non l’intera parrocchia.

La prima ragione è molto semplice: sono stato invitato da amici e amiche musulmani che festeggiano e hanno manifestato il desiderio che anche io partecipi. Mi sembra cortese accogliere un invito fatto da persone con cui, da qualche mese, sono legato da amicizia. La scelta di accogliere una famiglia Siriana fatta con la mia comunità, mi domanda di coinvolgermi con semplicità in un momento per loro così importante.

La seconda ragione è che sono convinto che una vera integrazione non avverrà se non condividiamo (senza confusione) la nostra esperienza religiosa. Per fortuna le nostre esperienze religiose, accanto ai riti vissuti nei luoghi della fede (chiesa, moschea, sinagoga, tempio…), hanno anche delle importanti appendici in cui possiamo tranquillamente condividere la festa. E’ una bella opportunità che anche noi dovremmo valorizzare per le nostre feste religiose.

La terza ragione deriva dall’esigenza di provare a mettere in pratica il documento di Abu Dhabi sulla “Fratellanza umana” firmato il 4 febbraio dal Papa e dal Grande Iman di Al-Azhar. Quelle parole devono trovare delle piste per concretizzarsi; occorre iniziare a muovere qualche passo gli uni incontro agli altri (anche a costo di commettere qualche errore), altrimenti l’invito alla fratellanza umana rimane un’aspirazione che non ha gambe.

La quarta ragione è fondata sulla mia esperienza. A coloro che mi richiamano sulle difficoltà vissute da tanti cristiani e cristiane in varie parti del mondo (Pakistan, Nigeria, Indonesia, Sudan, Medio Oriente …) per i comportamenti violenti di alcuni gruppi fondamentalisti, vorrei dire che sono stato testimone in Albania e in Senegal (paese con una grande cultura del dialogo interreligioso in cui i cattolici sono poco più del 7%) di gesti di reciproca ospitalità nelle feste. Mi sono sembrati esempi significativi da provare a replicare, per avere anche da noi nuove narrazioni nelle relazioni tra persone che appartengono a diverse esperienze religiose.

La quinta e ultima ragione è che questa iniziativa è promossa da due associazioni che stimo per il loro impegno per la pace, il dialogo e la cultura dell’incontro. Una (Operazione Colomba) mi vede come aderente convinto e (nel mio piccolo) attivo; l’altra (Fermenta) è appena nata nella mia città e mi sembra un’esperienza interessante e da conoscere e sostenere.

La pace, il dialogo e l’integrazione si costruiscono con piccoli passi che sono fondati sulle relazioni di amicizia, sulla fiducia, sulla capacità di valorizzare il positivo, sulla visione speranzosa di un mondo in cui possiamo serenamente riconoscerci e vivere da fratelli e sorelle, pur nel rispetto e nell’accoglienza delle nostre importanti diversità.
Senza aver la pretesa di dettare una linea comune, sento semplicemente che la mia fedeltà al Vangelo e la mia testimonianza di cristiano passano anche per questa strada, una strada fatta di incontri con persone mi sono prossime e che, pur essendo diverse da me per nazionalità, cultura e religione, mi sono fratelli e sorelle in umanità e condividono con me questo tempo della storia; sento che questa storia dobbiamo provare a costruirla insieme, iniziando a condividere ciò che abbiamo di prezioso, ciò che ci rende pienamente umani (cosa più di una festa?).
A qualcuno posso sembrare solo un ingenuo idealista; io dico che preferisco passare per ingenuo e provare a testimoniare la speranza di un mondo diverso da quello in cui dominano il sospetto, l’odio e l’esclusione reciproca: in un mondo così non vedrei molto di umano e assolutamente nulla di cristiano.

Se qualcuno fosse interessato, cliccando sul link, può leggere questo articolo che ho scritto due mesi fa’ sul confronto e il dialogo interreligioso con i nostri amici mussulmani: Ma Dio è uno solo?

Per chi fosse interessato alla festa, qui sotto le informazioni.

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Tra cielo e terra

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Sabato 1 giugno Francesco e Laura hanno celebrato le loro nozze alla Colonnella. Mi hanno chiesto di presiedere il loro matrimonio. Come ho fatto qualche altra volta, scrivo l’omelia che ho proposto nella celebrazione. Un caldo abbraccio amici e buona strada.

Carissimi Francesco e Laura, avete scelto di sposarvi nel giorno della festa dell’Ascensione di Gesù al cielo e avete scelto di non cambiare neppure una lettura di questa celebrazione. La festa dell’Ascensione è una festa un po’ strana e – dobbiamo confessarlo – poco sentita. E’ la festa che dice di un compimento, ma rimanda ad un’attesa. E’ come un film che, dopo un crescendo, sembra essere giunto al lieto fine, ma appena dopo qualche istante, subito rilancia verso un sequel che ci lascia in sospeso.
A noi piacciono i “lieto fine”; allora ci è più facile fare festa!
Ma questa festa è il contesto liturgico in cui voi celebrate le vostre nozze: noi lo riconosciamo come una provvidenza che Dio ci ha fatto e la accogliamo come portatrice di bene.

Ci sono alcune parole chiave nelle letture che abbiamo ascoltato che ci aprono alla comprensione del messaggio che il Signore ci vuole rivolgere oggi. Le parole che mi si sono accese sono: attesa, promessa dello spirito, testimoni e cielo.

Inizio proprio dall’ultima parola, quella che ci dà il contesto della festa dell’Ascensione. Nei testi che abbiamo ascoltato si dice chiaramente che Gesù è asceso al cielo. Il cielo nella tradizione biblica, non è solamente l’atmosfera che circonda il globo terreste, ma è il “luogo” in cui abita Dio. Il cielo è lo spazio che sovrasta la terra e che esprime la trascendenza di Dio.
Fin dall’origine della storia dell’uomo, il cielo è stato oggetto di stupore, sia di giorno che di notte. Molti dicono che il nostro tempo è dominato dalle passioni tristi perché abbiamo smesso di guardare il cielo: la cultura tecnologica ci porta a ripiegarci su noi stessi e la civiltà urbana ci ha privato del cielo nel nostro orizzonte ordinario. Ma l’uomo non può vivere senza vedere il cielo. Il cielo è il l’orizzonte dei desideri ( de – sidera/ dalle stelle) è ciò che anima e orienta il nostro cammino perché ne rappresenta la meta.
D’altra parte nel testo di Atti, gli angeli dicono con fermezza che non possiamo rimanere a fissare il cielo. C’è una tensione da comporre. Il cielo è un orizzonte necessario, ma non ci si può perdere in esso.

Siamo chiamati a vivere un’attesa che è il modo concreto in cui il desiderio e il cielo si traduce nella quotidianità. A noi non piace l’attesa. Ormai è divenuta sinonimo di tempo sprecato. Ma l’attesa a cui siamo invitati dalla Scrittura, non è un tempo vuoto. E’ un richiamo forte e ricuperare il ritmo della quotidianità, del passo che manifesta un avvicinarci progressivo. L’attesa è la “carne dei desideri”, è ciò che ci consente di renderli concreti nel nostro vivere quotidiano.

L’attesa, poi, secondo le letture che abbiamo ascoltato è ripiena di due elementi che la caratterizzano. Essa è portatrice di una promessa di compimento e, contemporaneamente, richiama alla responsabilità di una testimonianza, la testimonianza di Gesù, non semplicemente di valori o ideali.

Cosa significa per voi, che oggi celebrate le nozze, accogliere nella vostra esperienza queste quattro parole chiave?

Prima di tutto vi chiede di essere persone di orizzonti vasti, capaci di desiderare, capaci di pensare in grande. Il cielo è la meta del nostro cammino, è ciò che da senso al nostro vivere quotidiano. Non annichilitevi nella quotidianità delle cose, non rassegnatevi all’andazzo. Soprattutto quando il passo si fa più pesante e, naturalmente, saremmo portati a ripiegarci su noi stessi, sappiate, insieme, alzare gli occhi al cielo per ritrovare su questo vasto orizzonte, il senso del vostro camminare.

Siate anche fedeli alla quotidianità, vivendo quell’attesa del compimento che ci consente di gustare ogni giorno come portatore di bene. Voi, che siete due camminatori, conoscete il gusto e il senso del procedere lenti verso la meta. Questo procedere lento vi conceda di gustare ogni giorno come un dono importante per voi.

Questo procedere quotidiano, non si svolge con le nostre sole forze. Siamo destinatari della promessa di un dono che, secondo le parole di Gesù, è sorgente di forza e di bene.
Oggi questo dono vi viene dato interamente nel sacramento del matrimonio, ma siete, comunque, solamente alla partenza. Questo dono che vi viene dato integralmente, chiede di maturare nella vostra esperienza di vita, trasformando la vostra esistenza in un dono d’amore. Questo dono che ricevete, dunque, rimane una promessa che giustifica l’attesa.

L’ultimo elemento è quello della testimonianza. Voi che siete due educatori, avete imparato che la testimonianza riguarda ciò che viviamo, non ciò che predichiamo. Siate testimoni di Gesù voi che avete scelto di donare la vostra vita per amore. Siate voi stessi quel sacramento che oggi celebrate, sacramento che, senza questo impegno di testimonianza, rischia di ridursi ad una commedia. Siate testimoni di ciò che avete scelto di vivere e, vi possiamo promettere, che nella condivisione con altri il vostro dono si dilaterà oltre le vostre aspettative e i vostri progetti.

A mo’ di mandato, questa perla preziosa della Gaudete et exultate di papa Francesco..
Voglia il Cielo che voi possiate riconoscere qual è quella parola, quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la vostra vita. Lasciatevi trasformare, lasciatevi rinnovare dallo Spirito, affinché ciò sia possibile, e così la vostra preziosa missione non andrà perduta. Il Signore la porterà a compimento anche in mezzo ai vostri errori e ai vostri momenti negativi, purché voi non abbandoniate la via dell’amore e rimaniate sempre aperti alla sua azione soprannaturale che purifica e illumina. (Cfr. GE 24)

Guardiamo avanti

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Le elezioni sono passate. La città ha espresso le sue preferenze.
Ognuno di noi ha diritto di compiere la sua analisi, le sue valutazioni, anche le sue dietrologie. Ognuno ha diritto, in modo rispettoso, di manifestare la propria delusione o la propria soddisfazione per i risultati emersi: è giusto dopo tanto impegno!
Qualcuno si consente illazioni e processi alle intenzioni; fa un po’ parte del gioco e del clima che caratterizza gli appuntamenti elettorali e la vita politica del nostro Paese… non ci facciamo spaventare e proviamo a non arrabbiarci: non servirebbe a nulla.
Passata quasi una settimana dalle consultazioni è piuttosto importante guardare avanti! 

Mentre alcuni dei giochi sono ancora aperti, mentre si misurano le forze e le competenze, e si assegnano incarichi (spero non poltrone), desidero proporre qualche spunto di riflessione a tutti coloro che sono stati eletti, sia nella maggioranza che nella minoranza del Consiglio, e anche a coloro che non sono stati eletti, ma hanno espresso molta passione per il bene comune della nostra città in occasione della campagna elettorale.
Mi sembra di registrare nel nostro Paese (Italia) un diffuso deficit di stile democratico e, sperando di compiere un servizio a tutti, senza alcun paternalismo e tanto meno moralismo, condivido alcuni pensieri che, auspico, aiutino a guardare avanti.

– Prima di tutto una considerazione semplice sui numeri. Se è vero che una parte ha vinto nettamente, ottenendo la maggioranza, è pure vero che un’altra parte ha ottenuto una quota di consensi molto importante. Coloro che “non hanno vinto” non possono essere considerati dei nemici sconfitti, ma dei concittadini le cui istanze e i cui modi di vedere, purificati dalle venature polemiche utili solo in campagna elettorale, hanno diritto di essere ascoltati e valorizzati, tanto più perché sono numerosi: questo è l’esercizio della democrazia. Tutti coloro che siedono in Consiglio, infatti, sono stati eletti per il governo della città, di tutta la città, non solo di quella parte che li ha votati. Solo tutti insieme rappresentano tutti.

– In democrazia, poi, l’arte della dialettica ha una sua importanza fondamentale. Essa ci insegna che una sintesi efficace si ottiene solamente nel confronto serio tra tesi e antitesi.
A tutti coloro che siederanno tra i banchi della maggioranza, desidero ricordare che una vera democrazia e la costruzione di un bene comune si realizza quando tutte le parti rappresentate vedono riconosciuto il diritto di portare il proprio contributo per il miglior governo della città. Coloro che “hanno vinto”, pur forti della maggioranza dei consensi, non possono presumere di non aver bisogno di un confronto. Sarà saggio da parte loro ascoltare le opinioni che vengono anche da altre parti, per valutare con sincerità se esista un contributo utile ad una sintesi migliore.
Una maggioranza che non si mette in ascolto, rischia di rinunciare alla democrazia per instaurare – nei fatti – una dittatura che è solo mascherata di democrazia e, invece della dialettica, si accontenterà della retorica.  

– La stessa responsabilità, sebbene in modo diverso, pesa su coloro che siedono tra i banchi della minoranza. Non si potranno accontentare di tentare di cogliere in fallo le proposte “degli avversari politici”, ma cercheranno di essere propositivi, assumendosi l’onere di elaborare proposte che possono giovare al bene di tutti; inoltre potranno riconoscere il bene che emerge dalle proposte di chi governa, sostenendolo, e correggere responsabilmente quello che può essere migliorato. Se è vero – come è stato detto più volte – che molti punti dei programmi elettorali erano simili, non dovrebbe risultare un’impresa impossibile, e sarà più bella se emergerà dal contributo di tutti. Non credo sia un’utopia.

– Queste elezioni amministrative, inoltre, hanno visto la discesa in campo di ben cinque liste civiche, che si sono affiancate ai partiti per portare nel dibattito politico il contributo dell’esperienza diretta, della competenza sul campo, di una sensibilità che non si riduce agli slogan. Chiedendo perdono per la semplificazione, mi sembra di poter affermare che ciò che ha caratterizzato le liste civiche, sia che esse hanno raccolto da “vari mondi” delle testimoni e dei testimoni di impegno civico, professionale e culturale (anche se non in modo esclusivo ovviamente). Questo bel contributo non deve essere disperso!
Anche a Santarcangelo c’è un fortissimo bisogno di riflessione culturale sui grandi temi del nostro tempo, di esperienze vissute e raccontate, di competenza spesa per il bene comune. Non possiamo pensare di ridurre il confronto politico al puro e semplice pragmatismo amministrativo!
Abbiamo bisogno di luoghi “politici” in cui ci confrontiamo ampiamente sui valori che ci guidano – a partire da quelli che ispirano la Costituzione -, in cui continuiamo a raccontare esperienze e ad offrire la nostra competenza. In questi luoghi ci sarà davvero spazio per tutti (spero).
Lì si potrà collocare anche il contributo che la Parrocchia può portare con la sua sensibilità pluriforme, la pluralità delle testimonianze che la caratterizza e la gratuità di presenza che abbiamo sempre cercato di custodire.

Spero che questo mio contributo non sia interpretato come una predica, perché – per esperienza – so che le prediche portano solo degli sbadigli. Voleva essere semplicemente un sogno condiviso con tutti, oltre le polemiche e le illazioni. Spero, piuttosto, che venga colto come un invito a guardare avanti e ad iniziare questo nuovo cammino che ci attende con il passo giusto.
Il proverbio dice che “chi ben comincia è già a metà dell’opera” … Proviamo ad iniziare bene.

Buon lavoro a tutti.

L’unione fa la forza

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L’argomento che, insieme alle elezioni europee, domina le prime pagine dei giornali è la possibile fusione di due giganti del mercato dell’automobile: FCA e Renault.
In questa vicenda, per un cittadino comune come me, non competente sulle questioni di carattere finanziario o inerenti al mercato globale, ci sono degli elementi degni di riflessione.
– Stiamo parlando di due gruppi industriali con una storia importante e con una identità nazionale molto marcata; quasi che potremmo definirli due “compagnie di bandiera” perché, nel corso della loro storia, hanno visto importanti interventi a sostegno da parte dei rispettivi stati (lo stato francese è proprietario di Renault per il 15%).
– La Francia e l’Italia, pur dicendosi cugini, non hanno goduto di buonissime relazioni sul piano economico e industriale; dalle competizioni sulla produzione vinicola, ai conflitti sulle rispettive grandi acquisizioni (Parmalat o Fincantieri) … diciamo che non ci sono state grandi simpatie o affetti.

Insomma, se si rimanesse a considerare gli elementi di divisione che sono tanti, si direbbe che nulla ci favorirebbe a procedere verso una fusione, ma i nostri super pragmatici capitani d’industria, di fronte alla sfida della globalizzazione, non hanno molti dubbi sulla convenienza di tale fusione. Non rinnegano la storia e neppure le rispettive identità, ma nel proporre questa unione, vedono solamente dei grandi guadagni, conservando l’occupazione (dicono), condividendo le ricerche di sviluppo innovativo e allargando i mercati. Solo pragmatismo.

Questa mattina, ascoltando queste notizie, mi veniva in mente quel brano di Vangelo in cui Gesù richiama i suoi discepoli invitandoli alla scaltrezza.
Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.” (Lc 16,8)
Nel testo si parla di un amministratore disonesto che – scaltramente – sceglie una via conveniente per cavarsi d’impaccio in una situazione difficile.

Perché noi nella Chiesa facciamo così fatica a comprendere che nell’unione c’è una convenienza? Perché tanta lentezza? Perché tante resistenze a difendere le nostre strutture moribonde? Perché non riconosciamo le convenienze o le sminuiamo?
Forse perché, a differenza di chi deve far quadrare i bilanci ed è responsabile dell’occupazione di migliaia di persone, non comprendiamo la complessità del tempo presente e le sfide che ci stanno di fronte, cullandoci nella illusione di poter conservare indenne quello che il passato ci ha consegnato.
So benissimo che la questione è complessa e che ci sono molte sensibilità, storie, persone, … ma mi pare che la nostra lentezza rischi di auto condannarci sempre di più all’insignificanza.

Donaci Signore un po’ di scaltrezza e di responsabilità sul futuro della nostra Chiesa. Aiutaci a vedere la convenienza dell’unione e non solamente ciò che ci verrebbe a mancare. Donaci un po’ di coraggio insieme alla necessaria prudenza.

Daniele e Greta: i giovani alzano la voce

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Una delle storie più avvincenti della Bibbia è quella che racconta dell’intervento profetico del giovane Daniele quando Susanna, moglie bellissima e fedele di Ioakìm, fu accusata ingiustamente di adulterio da due uomini che – ricattandola – volevano approfittarsi di lei.
Le cose si mettevano male! Susanna era stata condannata ingiustamente alla lapidazione; gli Ebrei della città di Babilonia erano costernati di fronte a quella condanna; conoscendo Susanna, sentivano che era stata commessa una ingiustizia, ma nessuno sembrava avere elementi per poterla scagionare: il suo destino sembrava segnato ineluttabilmente.
Inaspettatamente interviene Daniele, un giovane che sarebbe divenuto un grande profeta, ma che, in quel momento, è solamente un ragazzo. Daniele ha avuto il coraggio di alzare la voce dichiarando l’innocenza di Susanna; gli adulti della città – forse – non vedevano l’ora che qualcuno intervenisse, e chiesero a Daniele di sedersi in tribunale per il giudizio. Daniele svelò l’inganno degli uomini che avevano accusato Susanna e i giudici della città, accogliendo il giudizio emerso dal procedimento proposto da Daniele, procedettero alla condanna dei calunniatori (Daniele, cap. 13 se vuoi leggere il racconto, clicca sulla citazione del testo).

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Sono diversi giorni che intravedo una somiglianza tra questa bella storia biblica e i ripetuti interventi di Greta Thumberg, la giovane studentessa svedese che da diversi mesi ha dato il via a manifestazioni che hanno coinvolto milioni di giovani, lanciando l’allarme sul problema del riscaldamento globale. Qual è la somiglianza?
Mi sembra che Greta e i nostri giovani con le loro manifestazioni, come già Daniele a suo tempo, facciano quello che è nelle loro possibilità per richiamare gli adulti alle loro responsabilità e alla giustizia: alzano la voce
Sono molti anni che gli scienziati ci parlano dei cambiamenti climatici. Nel succedersi delle stagioni ci rendiamo conto che qualcosa sta cambiando, … eppure rimaniamo basiti, incapaci di reagire di fronte ad una realtà che ci sembra tristemente ineluttabile.
Greta e i nostri giovani, che il prossimo venerdì 24 maggio (nell’anniversario dell’Enciclica Laudato sì. Per la cura della casa comune, scritta da papa Francesco nel 2015) scenderanno nuovamente in piazza per il secondo sciopero globale per il clima, alzano la voce con la loro forza di giovani, per dirci che occorre mettere mano a delle azioni concrete perché il nostro pianeta possa essere una casa accogliente e salubre per tutti.
Nelle interviste che le vengono fatte, Greta, con grande schiettezza, dice di non comprendere il motivo di tutti i complimenti che le vengono rivolti, perché, di fatto, dopo mesi di manifestazioni, ancora non è cambiato nulla, e gli stessi governanti che amano farsi fotografare con lei, non hanno avuto il coraggio di compiere nessuna di quelle azioni necessarie al cambiamento delle cose.
Come Daniele, anche Greta e tutti gli altri giovani hanno bisogno che ci siano degli adulti che prendono sul serio il loro grido di allarme, che diano gambe, con azioni coraggiose di governo, alle esigenze legate al cambiamento delle condizioni climatiche in corso.
Se non c’è questo coraggio e questa determinazione, se gli adulti non fanno qualcosa di concreto per cambiare le cose, ogni apprezzamento e lusinga nei confronti di questi giovani risulterà una spregevole ipocrisia.

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Ai giovani che saranno in piazza desidero dire che hanno tutto il mio apprezzamento e il mio appoggio (spero di riuscire ad essere con loro). E mentre li sostengo nella loro protesta pacifica, mi permetto di ricordare che la storia ci ha insegnato che il mondo non cambia per via di rivoluzioni, ma solo per contagio positivo.
Se ognuno di noi, insieme alla giusta protesta, inizia a cambiare il suo stile di vita, confrontandosi con il problema della sostenibilità e della giustizia del nostro modo di vivere, allora le cose cambieranno.
Richiamiamo con forza tutti i responsabili a porre mano a delle politiche ambientali più rispettose delle esigenze del pianeta, ma non illudiamoci che le cose cambino “per decreto legge”: cambieranno se cambiamo noi, se cambierà quella piccola parte di mondo di cui ognuno di noi è responsabile.

A Dio piacendo, ci vediamo venerdì 24 maggio in piazza.

Non è un film

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Ha già venticinque anni la canzone di Gerardina Trovato, scritta durante gli anni della guerra in Bosnia, quando quelle immagini di guerra entravano nelle nostre case attraverso la TV. Non eravamo più abituati alla guerra; era necessario ricordarci che non era un film quello che vedevamo, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Questa canzone mi è tornata alla mente più volte mentre – in questi giorni – sentivo le notizie dei fatti terribili di Monterotondo, notizie che ci parlano di violenza e di degrado. Non è un film, mi dovevo ripetere.
Penso soprattutto a Deborah e al dramma che si trova ora ad affrontare per essersi trovata nella condizione di aver ucciso involontariamente il proprio padre, un uomo con molti problemi, un uomo che si era lasciato sprofondare in una spirale di solitudine e degrado, incapace di vedere che le persone intorno a lui gli volevano bene e che volevano aiutarlo; un uomo che, soprattutto quando era ubriaco, aveva degli atteggiamenti molto violenti … un uomo molto problematico, ma sempre un uomo a cui lei, nonostante tutto, voleva bene.

E’ proprio lei, Deborah, che, nonostante il gesto compiuto nell’esasperazione del momento, vorrebbe aiutarci a vederlo così, facendoci sentire il suo dolore tramite quelle lacrime disperate che le sono sgorgate quando ha compreso cosa fosse accaduto.
Non è un film questa storia drammatica che ci è stata raccontata.
Non è un film in cui la principessa si è salvata da un mostro cattivo che meritava di essere eliminato.
Non è un film dove i buoni hanno vinto e i cattivi sono stati sconfitti.
Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

In questa storia drammatica non ha vinto nessuno! Non mi sento di provare nessun sollievo! Sento che è bene ricordarlo di fronte alle narrazioni che la stampa, la TV e i social media ci propongono a tamburo battente.
Tutto quanto è accaduto ci parla soprattutto di ingiustizia.

Ingiusta la situazione di vita di quelle donne che, impaurite, hanno dovuto fuggire dalla loro casa. Ingiusto che nessuno abbia potuto fare nulla per aiutare loro e quell’uomo che le intimoriva ripetutamente. Ingiusto che quella ragazza, così giovane, sia dovuta arrivare a questo limite per difendere sé, la madre e la nonna dalla violenza di quell’uomo che, quando beveva, diventava irriconoscibile nel suo essere padre e compagno…

Non posso non pensare a Deborah e al peso che si porta dentro; al fatto che – ora – è doppiamente vittima della violenza, e che ci vorrà molto tempo per accettare quanto è accaduto. Non è un film, ma una storia vera di violenza e di ingiustizia.

Altro che sollievo! Mi sento del tutto impotente e angosciato quando sento questa storia.
Mi piacerebbe che fosse solo un film.
Spero che ci sia qualcuno che ora aiuti queste donne, e Deborah in particolare, a ricuperare la pace…

Dio vi aiuti come solo lui sa fare. Io posso solo pregare.

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