Cammino di san Benedetto/ sintesi e frutti

Sono sul treno ed ho tempo per riflettere su quanto ho vissuto in questi giorni, per fare un po’ di verifica, per rendere “vero” ciò che ho sperimentato e toccato. Cerco i frutti di questo percorso, fatto in questo momento della mia vita. Alcuni di questi frutti li scoprirò più avanti, altri li posso cogliere e gustare fin da subito.

1. Imparare ancora ad essere discepolo.Ascolta figlio i precetti del maestro“. Così si apre la regola di Benedetto. L’ascolto è la dimensione fondamentale e prioritaria di ogni credente e deve essere ancora di più la mia. Devo aprire l’orecchio all’ascolto per custodire la verità del mio essere discepolo. “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.

2. Imparare ad essere “Abba”. Benedetto dedica un intero e lungo capitolo della Regola per descrivere come debba essere l’abate. Egli non è solo il capo della comunità, ma, come dice il termine da lui scelto, è soprattutto un padre, che accudisce, che richiama, che sostiene, che vive la responsabilità del cammino delle persone che gli sono affidate. Anche in questa dimensione sento di dover essere sostenuto dalla grazia di Dio, l’unico che è veramente Padre e l’unico che è veramente buono (cfr. Mc 10). Chiedo al Signore che mi custodisca da ogni paternalismo e da ogni autoritarismo, e che mi insegni a vivere quell’autorità paterna che è capace di generare e di introdurre alla responsabilità sulla realtà. Tale paternità sarà da condividere fraternamente con coloro che, con me, sono chiamati al servizio della realtà del seminario regionale.

3. Ora et labora (et lege): la sfida dell’equilibrio. Se la Regola di san Benedetto ha attraversato i secoli e si è “imposta” come regola monastica per antonomasia, è proprio grazie al suo grande equilibrio tra le varie dimensioni della persona: spirituale, umana e culturale. Tale equilibrio è una sfida sempre attuale, che ci coinvolge in prima persona e, ovviamente, ci rende responsabili verso le persone che ci vengono affidate. A fronte del rischio – sempre attuale – delle assolutizzazioni, Benedetto mi richiama a considerare la persona nella sua globalità e ad avere attenzione per tutte le sue esigenze.

4. Il valore del silenzio e il valore della parola. Ho già scritto che in questi giorni sono riuscito ad apprezzare il cammino solitario, ma anche la compagnia provvidenziale di coloro che ho incontrato. È stato importante il silenzio del cammino da solo, come le parole scambiate nel cammino in compagnia. Anche qui è importante trovare un equilibrio che, ho compreso, si fonda sulla capacità di riconoscere le opportunità, senza ideologie o schematizzazioni troppo astratte. Per ogni passo del cammino c’è una condizione propria da riconoscere.

5. Essenzialità e contesto. Ho percorso cammini molto più essenziali (penso ai Goum o alle routes con i clan che ho accompagnato). In questo cammino ho ricompreso l’essenzialità come la capacità di stare serenamente in un contesto, accogliendolo così come si offre, rinunciando alla pretesa che sia adeguato a me. Ho cercato di accogliere e apprezzare quanto mi veniva offerto dalla strada, nell’accoglienza, dalle situazioni,… con uno spirito pacificato e con gratitudine, senza attendermi altro. Ho avuto molto di più che in altre situazioni: ho provato a riconoscere tutto come un dono.

6. Umiltà. Uno dei testi evangelici che sono ritornati più volte nelle ultime settimane, è quello in cui Gesù ci invita ad imparare da lui che è “mite ed umile di cuore” (cfr Mt 11). Benedetto dedica tutto il capitolo sette della sua Regola al percorso dell’umiltà che il monaco dovrebbe percorrere, definendo 12 gradini che manifestano la progressione nell’umiltà. Per san Benedetto, mi sembra di capire, tale percorso coincide con la vita monastica. Non per divenire uomini perfetti moralmente impeccabili, ma per assomigliare sempre di più al Cristo. Questo percorso dell’umiltà mi propongo di approfondirlo, per poterlo attualizzare alle circostanze dell mia vita, rispetto alla proposta di Benedetto.

7. Grazie. Ringrazio Dio per questo cammino che mi ha concesso di portare a compimento. Ringrazio per le persone che mi hanno accolto, per le belle persone con cui ho condiviso il cammino, per tutti coloro che mi hanno guardato o salutato con simpatia mentre passavo per paesi e stradine deserte. Ringrazio perché ogni giorno ho avuto acqua per dissetarmi, cibo per nutrirmi, forza sufficiente per compiere il cammino di quel giorno. Ringrazio perché ogni mattina mi è stata data la forza per affrontare il nuovo cammino. Ringrazio perché, nei momenti di fatica, non sono stato travolto dallo scoraggiamento, ma ho sempre trovato un aiuto esteriore o interiore. Ringrazio per la grande bellezza di cui ho potuto riempire occhi e cuore, perché i paesaggi, le situazioni, i volti delle persone sono state tante icone viventi che mi hanno richiamato all’autore della bellezza (cfr. Sap 13). Grazie per il tempo del riposo goduto, per la rigenerazione che si è realizzata in me. Grazie per la preghiera semplice, ma nutriente di questi giorni di pellegrinaggio.

Questi alcuni frutti che ora riesco a verificare. Come sempre, torno con lo zaino più pieno di quando sono partito, e torno per immergermi totalmente nella vita ordinaria, quella in cui si gioca la vera sfida. Il cammino è una parabola (o.una metafora) che ci deve aiutare a vivere la vita vera.

Cammino di san Benedetto/8

Montecassino

Oggi ho vissuto l’ultima tappa del cammino di San Benedetto. Sono partito abbastanza presto da Roccasecca, dopo aver fatto colazione dalla signora Patrizia, molto gentile. Il cammino è iniziato molto veloce: la strada era asfaltata, con pendenze molto lievi. I primi 10 km sono praticamente volati e anche i tre successivi sono stati molto semplici.

Poi è iniziata la salita vera e propria verso Montecassino, in un bel bosco, in un contesto molto ricco di vegetazione. In quest’ultima parte la fatica si è fatta sentire, ma è emersa anche la fatica di pensare che il cammino si stava concludendo. Mi sono un po’ innervosito per la difficoltà a trovare i segni del Cammino lungo l’ultima parte della strada.

L’ arrivo a Montecassino è stato abbastanza tranquillo. Ero molto stanco, soprattutto a causa del caldo, ma ho trovato il tempo per riposarmi prima di visitare l’abbazia e di dedicare un ampio spazio di tempo alla meditazione sulla regola di San Benedetto, aiutato da un libretto dell’abate di Montecassino. Alle 17 ho preso l’autobus che mi ha portato a Cassino, dove ho raggiunto il luogo in cui passerò la notte. Domani rientro con il treno.

Tomba di San Benedetto e Santa Scolastica a Montecassino

Cammino di san Benedetto/7

Come già detto, oggi sono ripartito da solo. Ho preso l’autobus da Casamari fino ad Arpino. Ho avuto la possibilità di una bella chiacchierata con l’autista dell’autobus, perché ero l’unico passeggero. Ho capito che qui non sono molto abituati ad avere a che fare con i turisti, e non fanno molto per aiutarli… anzi!

Arrivato ad Arpino Ho visitato il centro storico della città famosa per essere la città natale di Cicerone.

La città di Arpino è sovrastata da una Acropoli, chiamata Civitavecchia, un borgo bellissimo circondato da mura ciclopiche.

Il mio cammino e proseguito fra le montagne con degli scenari bellissimi.

Ho attraversato le gole del Melfa, un contesto naturale bellissimo: un vero e proprio “Gran Canyon” di casa nostra.

Infine sono arrivato a Roccasecca accolto da San Tommaso. Roccasecca è famosa perché la città natale di San Tommaso d’Aquino. Oggi mi sono trovato a camminare tra i luoghi di nascita di due grandi personaggi storici: sono partito dalla città di Cicerone e sono arrivato nella città natale di San Tommaso.

Domani mi attende l’ultima tappa e, a Dio piacendo, arriverò a Montecassino, concludendo così il mio pellegrinaggio.

Aver ripreso il cammino da solo mi ha aiutato a concentrarmi su alcune riflessioni che mi stanno a cuore in questo tempo. Ho potuto scandire il cammino con delle pause, nelle quali mi sono goduto il panorama intorno a me, ho pregato, ho pensato a quello che mi attende quando tornerò da questo pellegrinaggio. Nei momenti di maggiore stanchezza, avrei gradito avere qualcuno con cui chiacchierare, per far passare meglio la fatica del cammino. E così ho imparato a valorizzare sia il camminare da solo, che camminare in compagnia di altri pellegrini. In fondo non siamo noi a decidere, ma è la strada che ci troviamo ad affrontare che, di volta in volta, ci fa camminare da soli, oppure ci fa trovare dei compagni con i quali condividere il cammino. Entrambe le situazioni sono motivo di ringraziamento e grandi opportunità.

Questa piccola sorgente è stata la mia salvezza nel caldo di mezzogiorno. Grazie anche per questa.

Cammino di san Benedetto/6

Oggi niente foto perché mi si è rotta la borsa dove tenevo il portafoglio e il cellulare e ho dovuto mettere tutto nello zaino; quindi non è stato facile tirare fuori il cellulare ogni volta che valeva la pena fare una foto. Me le farò passare dalle mie compagne di cammino.

Ho camminato con M. ed E. in queste ultime due tappe. Abbiamo avuto dialoghi stimolanti e abbiamo scoperto molte cose in comune pur essendo molto diversi.

Il cammino di oggi è stato caratterizzato da splendidi paesaggi sempre nei boschi dei monti Ernici. Questa mattina siamo partiti da Collepardo molto presto e abbiamo attraversato il percorso sfruttando soprattutto il clima più fresco del mattino. Abbiamo incrociato la certosa di Trisulti, ma, visto che era molto presto, era ancora chiusa. Siamo arrivati però abbastanza presto all’abbazia di Casamari che abbiamo potuto visitare con calma ed è stata rinnovata bellissima esperienza.

All’Abbazia di Casamari abbiamo incontrato un gruppo di giovanissimi della parrocchia di Sassuolo, guidati dal loro viceparroco: stanno facendo il cammino di San Benedetto. Alloggiano nella stessa casa dove alloggiamo noi e quindi suppongo che questa notte sarà una notte per niente tranquilla. O forse i giovani di Sassuolo mi stupiranno.

Domani partirò da Casamari da solo; prenderò un autobus per arrivare fino ad Arpino, tagliando una tappa, perché devo arrivare entro domani sera a Roccasecca per poter fare l’ultima tappa giovedì che mi porterà – a Dio piacendo – a Montecassino. Il caldo si fa sentire, i piedi mi fanno abbastanza male, ma questo fa parte del cammino e sono molto contento generalmente e globalmente sto molto bene.

Il mio tentativo di mandare i commenti alle letture quotidiane è miseramente fallito, perché i programmi che ho sul cellulare purtroppo non mi assistono. Come oggi molti hanno osservato ho mandato le letture di domani, ma è accaduto perché il programma mi ha dato quelle letture li. A questo punto rinuncio a fare i commenti alle letture quotidiane; ripartirò da domenica quando sono tornato a casa e sono più tranquillo. Un caro saluto a tutti.

Cammino di san Benedetto/4

Monastero san Benedetto – Subiaco

La giornata di domenica è iniziata come da programma, con la salita al Sacro speco di Subiaco, in un percorso di circa 5 km. Qui ho iniziato con la celebrazione della messa alle 9:30 e la visita al monastero; poi ho dedicato qualche momento alla lettura della regola di San Benedetto. Essendo domenica, il luogo era pieno di turisti e pellegrini della domenica, che non hanno proprio consentito un clima molto raccolto. Alle 11:20 circa sono partito e ho intrapreso il cammino della giornata: la mia destinazione era Trevi nel Lazio.

La vista su Subiaco e il monastero di Santa Scolastica il più antico dei 12 che Benedetto aveva costruito in questa valle.

Il percorso molto bello costeggiava il fiume Aniene e l’acqua è stata alla grande compagna di questa giornata di cammino.

Un po’ di ristoro
Cascate di Trevi

Alla sera sono arrivato a Trevi nel Lazio, molto bene accolto dei gestori della casa del camminatore; qui ho avuto la piacevole sorpresa di incontrare due pellegrine che avevo già incontrato la mattina presto mentre andavo verso il monastero di San Benedetto. Una ha i piedi ridotti molto male. È il primo cammino che fanno e sono partite da Norcia. Mi propongono di camminare insieme.

Trevi nel Lazio

Cammino di san Benedetto/3

Sorella acqua

Nella Bibbia ci sono dei segni che manifestano la presenza di Dio: l’acqua, il vento fresco, l’ombra e la nube, sono i segni che manifestano la cura di Dio per il suo popolo in cammino. Certamente chi fa l’esperienza del cammino riconosce la dolcezza di questi segni, il sollievo che procurano. Io oggi ne ho fatto esperienza.

La giornata è iniziata molto presto: sono partito alle 6:10 da Orvinio, dove ho pernottato, ospite di Mariapia una signora che gestisce un delizioso alloggio. Ho affrontato la salita con il fresco del mattino e la differenza, rispetto al giorno prima, si è sentita notevolmente. Anche oggi il cammino passava attraverso degli scenari molto belli. L’unico elemento che mi ha molto infastidito, sono stati gli insetti che veramente mi hanno molestato pesantemente durante tutto il percorso. A Licenza ho incontrato una coppia di giovani che oggi concludevano il cammino a Mandela: un ragazzo e una ragazza che hanno camminato dormendo nella tenda. Sono arrivato a Mandela verso le 13, dopo.una tappa di 21 km, ma sono rimasto molto stupito nel trovare il paese praticamente deserto. Anche l’unico bar era chiuso: incredibile!

Orvinio ieri sera
sosta sul cammino

Come da programma, alle 14,30 circa, ho preso l’autobus per arrivare fino a Subiaco, perché voglio essere qui domani mattina per celebrare la messa nello speco dove Benedetto ha iniziato la sua esperienza di vita ritirata. Buona domenica a tutti.

Sullo sfondo, Mandela
Ponte di san Francesco
Ponte di san Francesco

Cammino di san Benedetto/2

Il cammino

Oggi la grande fatica si è coniugata con la grande bellezza. Ho scelto di fare due tappe in un giorno, perché volevo accelerare il mio arrivo a Subiaco, che secondo i miei programmi dovrebbe avvenire domani sera; ma due tappe in un giorno sono state decisamente molto faticose. Durante la strada mi ha accompagnato un amico pellegrino (PG), che ha deciso di condividere parte del cammino con me. Ci eravamo conosciuti ieri sera durante la cena e abbiamo deciso di partire insieme, anche se abbiamo dovuto riconoscere che il nostro passo era molto diverso.

Ponte romanico

La prima parte della strada è stata abbastanza facile: in appena tre ore siamo arrivati alla mèta, Castel di Tora, un magnifico Borgo arroccato sopra il lago di Tausano. Io avevo già il programma di fare la seconda tappa, mentre il mio compagno di strada ha deciso di seguirmi.

Lago di Taurano

Sapevamo di dover affrontare una durissima salita nelle ore più calde del giorno. La fatica è stata moltissima dovuta alla ripidità del sentiero ma anche al caldo. I nostri cammini si sono separati per molto tempo perché io andavo più lentamente. Ci siamo ritrovati a Pozzaglia Sabina e il mio nuovo amico ha deciso di rimanere lì perché era troppo stanco, mentre io ho proseguito secondo il mio programma, fino ad arrivare ad Orvinio, un bellissimo Borgo arroccato sulla collina.

Castel di Tora

La fatica, come dicevo, è stata tanta, ma non ha prevalso nella giornata di oggi, perché la bellezza è stata travolgente: panorami perdifiato, ip lago, le montagne, i verdi pascoli… tutto questo ha riempito i nostri occhi di magnificenza. Vi lascio qualche foto per poter condividere con me di sguardi di questo giorno.

Il lago dal passo
Verdi pascoli
Santa Maria al piano
Dall’interno

Cammino di san Benedetto /1

È la mia terza volta a Rieti nel giro di pochi anni. Sono venuto con i giovani di Santarcangelo ad incontrare il vescovo Domenico durante il campo di servizio ad Amatrice. Poi con il clan di Santarcangelo, dopo l’incontro a Roma con il Papa, perché da qui siamo partiti per la route verso Spoleto, sui passi di san Francesco.

Oggi sono partito nuovamente da Rieti per un nuovo cammino, per ripercorrere, al ritmo del passo, il cammino di Benedetto, che io considero uno dei più grandi uomini che la storia del cristianesimo ha generato in Italia.

Ponte romano sul Velino

Il mio rapporto con Benedetto nasce negli anni del liceo, per degli esercizi spirituali vissuti a Subiaco con i seminaristi. In seguito, soprattutto negli anni di studio a Padova, vivendo con i monaci, ho approfondito la conoscenza della Regola ed ho ammirato la sapienza umana di quest’uomo, considerato il padre del monachesimo occidentale.

Questo cammino era nel mio “cassetto” da alcuni anni. In questa strana estate, dopo i mesi dell’isolamento, vissuti anche alla scuola del monachesimo, in questo tempo di passaggio ad un nuovo servizio ecclesiale, ho pensato che fosse l’occasione adatta per farsi accompagnare da Benedetto e, dopo tanto lavoro di testa, rimettersi semplicemente in cammino. La mèta è Montecassino, ma sinceramente non so dove riuscirò ad arrivarci, visto che il mio allenamento è nullo. Ho pensato che sarà una esperienza di umiltà, secondo quanto insegna la Regola, per riprendere contatto anche con i miei piedi, perché ho imparato che anche da lì passa molto. Qualche cosa raccoglierò perché la strada è sempre generosa con chi la percorre.

Arrivato a Rieti con il treno, in tutta comodità, dopo essere passato a pregare in Cattedrale e aver fatto un po’ di spesa, mi sono messo in cammino verso verso Rocca Sinibalda, prima tappa del mio pellegrinaggio. La guida che seguo è molto dettagliata ed è difficile sbagliare.

Il cammino è stato faticoso, appesantito dalle ore più calde del giorno, dopo un periodo intenso del quale ora sento l’affaticamento, … ma molto bello. So bene che le prime tappe sono le più difficili: passare da una via sedentaria ad un’esperienza di cammino importante, richiede un certo adattamento… ma non mi spavento.

Durante la strada di oggi mi sono messo davanti agli occhi i tanti volti e nomi che porto con me e per quali offro questo cammino: i preti e la gente di Santarcangelo che ho salutato da pochi giorni, i seminaristi e i preti del seminario regionale, tre coppie di sposi che celebreranno il loro matrimonio nei prossimi giorni ( M&P; C&M; A&E), le persone che mi hanno chiesto esplicitamente di pregare per loro, i capi scout del comitato e del consiglio regionale e della zona di Rimini, i preti della diocesi di Rimini, molte persone che mi sono care e la mia famiglia. Come si vede non sono affatto solo in questo cammino.

Rocca Sinibalda da lontano

Sono arrivato a Rocca Sinibalda verso le 18 accolto molto gentilmente dal gestore del B&B dove ho scelto di dormire. Mi hanno “invitato” a cena perché in casa c’è un altro pellegrino arrivato molto prima di me. Sarà l’occasione per i primi incontri.

To be continued

E dopo l’esilio?

Alcune attenzioni
per la nostra rinascita dopo il Covid – 19

gerusalemme

Nei giorni del distanziamento, caratterizzati anche dall’impossibilità di celebrare insieme la liturgia eucaristica e la Pasqua, molti hanno sentito riecheggiare le parole del profeta Daniele, che presenta la situazione di Israele durante il tempo dell’esilio in Babilonia:
Ora non abbiamo più né principe,
né capo, né profeta, né olocausto,
né sacrificio, né oblazione, né incenso,
né luogo per presentarti le primizie
e trovar misericordia. (Dn 3,38)

Tale somiglianza ha fatto ritenere ad alcuni commentatori, che si potesse ritrovare nell’esperienza dell’esilio babilonese un punto di riferimento utile per comprendere quanto eravamo chiamati a vivere nel nostro tempo.

In effetti, alcuni richiami hanno illuminato efficacemente quei giorni, riconoscendo alcune opportunità che ci venivano date, a partire dalla consapevolezza che la presenza del Signore si manifesta non nei luoghi del culto, ma lì dove si trova il suo popolo (così come ricorda anche il profeta Ezechiele – Cfr. cap 10), e che, se da una parte non potevamo accedere alla liturgia comunitaria, nelle nostre case potevamo vivere un ascolto attento della Parola e il sacrificio di lode, quello che il Signore ricerca veramente (Cfr Eb 13,15), alimentando così la nostra comunione con il Signore anche nel tempo del distanziamento.
Chi volesse approfondire questa riflessione può trovare utilissimi spunti nel bellissimo testo di Eloi Leclerc il popolo di dio nella notte (scaricabile in PDF).

Dall’esperienza dell’esilio babilonese, ci vengono dunque molti aiuti per vivere la nostra esperienza di fede. Ma potremmo chiederci: cosa è accaduto dopo l’Esilio? Possiamo ottenere qualche indicazione per la rinascita da ciò che Israele ha vissuto nel suo ritorno a Gerusalemme e nel territorio di Giuda?

La Bibbia ci presenta questo rientro come un’esperienza molto forte per coloro che hanno accolto l’invito a ritornare. Soprattutto nei testi di Esdra e Neemia ci viene narrata la ricostruzione del popolo intorno alla città di Gerusalemme, che doveva essere riedificata.
Bellissimo e molto conosciuto è il testo di Neemia al capitolo 8, che ci racconta della lettura del libro della Legge di fronte al popolo riunito, e come questo evento, oltre alla grande commozione, abbia rappresentato una vera riappropriazione di quelle che erano le fondamenta di quel popolo, consentendo la sua vera rinascita.

Gli studi storici su questa rinascita di Israele nel post esilio, mettono però in evidenza almeno tre importanti criticità, che a noi può essere molto utile considerare nella nostra ripartenza, per non incorrere nei medesimi errori.

La prima criticità che coinvolge il post-esilio è che solo un piccolo resto decide di ritornare nella terra di Israele. La grande maggioranza del popolo che era stato deportato decide di rimanere in Babilonia, essendosi accasato là e – di fatto – rinnegando la sua appartenenza al Popolo di Dio. Il tempo dell’esilio rappresenta una cesura importante per il popolo di Israele rispetto alle tradizioni antiche. Dall’esilio si ritorna solamente per una scelta consapevole, che coinvolge solamente poche persone. Nella Bibbia (per quello che mi risulta) non si trovano recriminazioni rispetto a che decide di rimanere in Babilonia. La storia del Popolo di Dio riparte con chi sceglie di tornare in Israele.

La seconda criticità che noi possiamo rilevare (con il senno di poi), è che la ricostruzione e il ritorno in Israele è guidato da un’idea forte di fedeltà all’Alleanza, che però genera una certa rigidità nell’impostazione delle cose, una rigidità incapace di riconoscere la realtà delle persone. Tale rigidità è difesa soprattutto dalla classe sacerdotale, che impone leggi molto rigide e intransigenti. Manca in questa rinascita un sogno condiviso con tutto il popolo, mancano dei profeti che aiutino a comprendere ciò che sta accadendo dentro un orizzonte di salvezza. Ciò che prevale è la volontà di rimanere fedeli ad un’idea di Alleanza che è vera, ma che da sola non risulta sufficiente.
Da questo ritorno nascerà la corrente del Giudaismo, che sopravviverà fino ai tempi di Gesù. Chi volesse approfondire questo aspetto può leggere l’introduzione al commento del libro di Rut scritto da Carlos Mester (Mesters – libro di rut  scaricabile in PDF) oppure quanto riportato da Luca Mazzinghi nella sua “Storia del popolo d’Israele“.

La terza criticità è collegata alla precedente, ma possiede una sua peculiarità. L’esperienza dell’Esilio, per Israele, è stata indubbiamente un’esperienza dolorosa, ma anche un’esperienza estremamente ricca per il contatto con la straordinaria cultura del popolo di Babilonia. Di tutta questa esperienza di settant’anni non è rimasto nulla nel ritorno; tutto quanto è accaduto in quel tempo è stato censurato e rimosso come estraneo all’esperienza di Israele. Eppure il profeta Geremia aveva invitato gli esuli ad inserirsi dentro la realtà babilonese, impegnandosi per la crescita di quella realtà e portando un contributo fattivo (Cfr. Ger 29). Sono stati anni di sofferenza per la distanza da Gerusalemme (Cfr Sal 137), ma anche di grande benedizione per una presenza di Dio che non è venuta meno (come raccontano i libri di Ester e di Tobia).
Questa censura a me pare problematica, perché incapace di ricuperare quell’esperienza di condivisione come un arricchimento, pur in mezzo a tutta l’ambiguità che la cultura babilonese esprimeva, rispetto all’esperienza di Israele.

Nelle settimane passate ho provato ad approfondire questo passaggio della storia di Israele, perché mi sembrava interessante ricuperare delle piste da quello che il Popolo di Dio aveva vissuto nel tempo della sua rinascita post-esilica. Cercavo delle piste positive, ma sono emerse soprattutto delle criticità che ci possono ugualmente aiutare a prestare attenzione in questa fase che siamo chiamati a vivere.
Ancora il tempo dell’epidemia non è concluso, ma è diffuso il pensiero e la preoccupazione per il “dopo”. Come ripartiremo dipende molto da noi, dalle scelte che faremo, dallo stile che adotteremo, dalle attenzioni che guideranno il nostro agire.
La tentazione di chiudere la parentesi (come dice il Vescovo Derio nel suo libro scritto a più mani) è molto forte. Abbiamo invece la possibilità di cogliere quanto è avvenuto come un’opportunità che – pur dolorosamente – ci è stata messa a disposizione.
A noi la sfida.

Chi lo desiderasse può approfondire anche il percorso che ho proposto e sviluppato in un itinerario di catechesi sui racconti biblici del diluvio (Gen 6-9): Il diluvio e l’arcobaleno.

In Senegal con Don Jean Paul

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