Io cosa posso fare?

Le notizie che arrivano dal teatro di guerra in Ucraina sono sempre più sconvolgenti; le immagini di una crudezza scioccante. Questa situazione ci annichilisce e ci fa sentire totalmente impotenti: non ne siamo abituati! Cerchiamo in modo più o meno compulsivo gli aggiornamenti sulla situazione, vivendo l’illusione che essere informati, il più informati possibile, ci consenta di capire l’incomprensibile, ci dia una sorta di dominio su una vicenda che rischia di travolgere tutto.

Rimane la domanda: cosa posso fare io nel mio piccolo?
Mi devo rassegnare cinicamente a questa impotenza radicale?
Come posso diventare parte attiva per contribuire al processo di pace ed uscire da questo stato di annichilimento?

Queste domande sono le domande di molti; sono le domande che muovono tanti a mettersi in movimento in modo vario, a volte un po’ naif, per fare qualcosa, per non rimanere inerti. Le risposte che vengono date sono tante: chi è sceso in piazza per manifestare per la pace, chi si è buttato nella raccolta di generi di prima necessità da spedire in Ucraina, chi ha aperto la propria casa, chi è partito con un pulmino verso la Polonia per portare in salvo qualcuno…
C’è stata la carovana della pace che ha organizzato un blitz a Leopoli, volendo replicare la marcia a Sarajevo del dicembre 1992… in questo link il racconto di Giulio Boschi del movimento dei Focolari di Bologna, che vi ha partecipato.

Ma io cosa posso fare per la pace?

Mi sono venute in mente cinque cose che posso fare e che mi sembra possano avere una reale incidenza sulla situazione della guerra.

1. Il mio stile di vita. Credo che il fatto che ci sia una guerra non possa non incidere nel mio stile di vita quotidiano. Non posso pensare che, mentre c’è una guerra in cui migliaia di persone si trovano in gravissima difficoltà e precarietà, la mia vita proceda come se nulla fosse. Cosa significa per me vivere questi giorni a partire dal fatto che c’è una guerra in corso che sta sconvolgendo l’Europa e tante altre che stanno sconvolgendo il mondo? Cosa significa nella gestione del mio tempo, del mio denaro, delle mie risorse personali? Come cambiano le mie giornate e le priorità della mia vita? E’ molto importante per me dare una risposta a queste domande per non rimanere inerte.

2. Fare il mio dovere con zelo. La situazione della guerra sconvolge l’ordinario e sembra rendere inutile (a volte ridicolo) l’impegno quotidiano nel lavoro. Non è vero! Se io continuo quotidianamente a fare il mio lavoro con zelo, sapendo che attraverso il mio lavoro io contribuisco al bene comune, io contribuisco alla crescita della pace. Infatti se la guerra è disordine totale, io con il mio lavoro (qualunque questo sia), contribuisco a far sì che sia garantita un’armonia ordinata e che qualcuno possa godere del mio impegno. Anche questa è la pace.

3. Costruire la pace nelle mie relazioni quotidiane. Sarei un ipocrita a desiderare la pace in Ucraina, a pregare per la pace, se non fossi disponibile a vivere relazioni rappacificate nella mia vita quotidiana. La pace passa fondamentalmente dalla disponibilità alla riconciliazione, alla correzione fraterna, alla cura per le relazioni, al rispetto per le persone e per la loro dignità. La pace inizia da me, dalla scelta di deporre le mie armi e percorrere la via del dialogo quando mi trovo a vivere in una situazione di conflitto che mi coinvolge.

4. L’accoglienza e la condivisione. La guerra genera povertà e precarietà. La guerra genera morte, separazione, distruzione… e molti bisogni. L’enorme numero di profughi che ogni guerra genera chiede di impegnarsi nell’accoglienza e nella condivisione perché ognuno possa essere sostenuto nei suoi bisogni primari. A fronte di uomini e sistemi che minacciano la mia vita e quella dei miei cari, trovo altri uomini e comunità che mi accolgono e hanno cura di me, che mi guardano con occhi di tenerezza e si muovono per me.
Ci sono molti modi di accogliere e condividere: ognuno può vivere questa disponibilità secondo le proprie possibilità, la propria vocazione e lo specifico impegno a livello sociale ed ecclesiale, provando a ragionare anche sulla lunga distanza.
Guardo con ammirazione sia coloro che aprono le loro case, come coloro che accolgono nelle loro scuole i bambini che arrivano in Italia; penso a coloro che aiutano nelle pratiche burocratiche connesse all’accoglienza, e a coloro che – con pazienza – si fanno mediatori per trovare la situazione migliore e corrispondente ai desideri di coloro che approdano da profughi nel nostro Paese. Penso a chi ha deciso di condividere il proprio denaro, rinunciano a cose più o meno necessarie. Tanti e diversi modi di accogliere e condividere. Anche questo costruisce la pace.

5. La preghiera. Forse non tutti lo comprendono, ma la preghiera, come ho già scritto, non è il modo per delegare a Dio la soluzione dei problemi del mondo, ma è la via per lasciarsi trasformare da Dio, per crescere nella fiducia, nella speranza, nella fraternità e nella riconciliazione.
Nella preghiera chiedo a Dio la pace per tutti; chiedo al Signore di vivere da fratello di ogni uomo e ogni donna; chiedo di essere capace di condivisione; continuo a sperare in un mondo che non è rassegnato e succube della “logica di Caino”.
La preghiera mi pone di fronte al Padre, accanto a Gesù, mi immerge nello Spirito Santo e mi aiuta a comprendere quale sia la mia vocazione in questa circostanza drammatica; mi consente di relativizzare il mio pensiero perché non sempre è illuminato dal Vangelo.
La preghiera mi aiuta a recuperare la fiducia e la speranza in Dio, il Signore della storia, capace di aprire il mare e di condurre il suo popolo nel deserto nutrendolo lungo il cammino per quaranta anni; capace di fiducia nell’uomo nonostante le sue ripetute manifestazioni di stupidità.
Attraverso la preghiera – cosa più importante – affermo che Dio non ha abbandonato il mondo e l’umanità alla sua stoltezza e al suo peccato, ma ancora e sempre rimane presente accanto a noi, soprattutto accanto a coloro che, nella loro povertà e miseria, levano a Dio il loro grido di aiuto. Attraverso la preghiera io contribuisco a manifestare la presenza di Dio nel mondo e unisco la mia voce a quelle di tutti i poveri e le vittime che invocano la giustizia, la salvezza e al pace.

Io non siedo al tavolo dei grandi, di quelli che decidono le sorti della storia.
Io non ho potere per imporre la pace, né l’autorità per fare cessare le guerre.
Io non ho la forza per contrappormi al male quando si manifesta in modo così forte, né la capacità di risolvere i gravi problemi delle vittime della guerra.
Ma nel mio piccolo posso fare qualcosa per la pace, posso mettere il mio impegno perché le cose vadano diversamente a partire da quella piccola parte di mondo in cui ho delle effettive responsabilità.
Il Signore ci aiuti a credere nel valore del nostro impegno che, offerto a lui come i nostri cinque pani e due pesci, può contribuire a manifestare la presenza di Dio nel mondo.

Perché se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” (beato Pino Puglisi, martire).

La pietra non scagliata

Vorrei tornare sul Vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa e sulla famosa frase pronunciata da Gesù di fronte agli accusatori della donna adultera: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7).
Non ci è difficile essere solidali e compassionevoli con quella donna che quella turba di uomini (maschi) voleva lapidare; tanto più che essi la portano da Gesù con malizia, usandola come pretesto per accusare Gesù: quanta violenza verso di lei!
Eppure il loro comportamento corrisponde non solamente alla Legge di Mosè, ma anche ad una mentalità che – guardando bene – si trova anche dentro di noi.

Afferma il libro del Deuteronomio: Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele (Dt 22,22).
Mettendo da parte il non piccolo problema che nel racconto di Giovanni è solo la donna che viene portata davanti a Gesù, e, visto che era stata sorpresa in flagrante, doveva essere molto chiaro anche chi fosse l’uomo coinvolto nell’adulterio, quello che mi interessa nella citazione del Deuteronomio è la motivazione che sostiene una sanzione così dura: estirpare il male dal popolo.
La lapidazione, o in generale la pena di morte, che ricorre in tantissimi casi previsti dalla Legge di Mosè, rispondeva a questa motivazione molto importante: estirpare il male da Israele per custodire al santità del popolo di Dio; ed è proprio contro questo pensiero – presente anche dentro di noi – che Gesù apre una via nuova: il male non si vince combattendolo con la violenza (con il male) quando si manifesta fuori di noi, nelle altre persone, ma si sconfigge purificando il nostro cuore dall’influenza del male, dalla violenza e dall’adulterio che c’è dentro di noi. E’ il cuore dell’uomo il vero luogo del combattimento.
E’ al cuore che Gesù riporta quelle persone che sono venute per accusare la donna (e per cercare un pretesto per accusare lui). Certamente lei è colpevole, ma il male da Israele non sarà estirpato uccidendo lei, la peccatrice, ma chiedendo a lei e a ognuno di coloro che erano presenti di combattere il male che dimora nel loro cuore. Sembra che l’invito di Gesù sia stato accolto: infatti tutti se ne vanno, cominciando dai più anziani.

Quanti sono quelli che oggi pensano che la guerra in Ucraina si potrebbe risolvere sconfiggendo “i cattivi”, facendogliela pagare duramente? o facendo fuori il “super cattivo” Presidente russo?
Gesù ci riconduce al nostro cuore: il male, la violenza, la guerra, l’adulterio, l’ingiustizia si sconfiggono se li sconfiggi dentro il tuo cuore e se aiuti ogni persona a compiere questo itinerario di riconciliazione.

«Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». (Mc 7,20-23)

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti… Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,17-18.21)

Citazione “blasfema”

Molti articoli della stampa di oggi, parlando dell’evento organizzato ieri a Mosca per celebrare l’anniversario dell’annessione della Crimea, mettono in evidenza la citazione (“blasfema”) fatta dal presidente Putin del vangelo secondo Giovanni.
Personalmente concordo sul giudizio circa l’abuso grave di un testo del Vangelo, soprattutto di quella frase citata, nel contesto di una celebrazione che ricorda l’invasione di un territorio appartenente ad una altro Stato (che la Russia rivendica come parte della propria nazione, “il mondo russo”) e ancor di più nel contesto di una guerra terribile che sta seminando a piene mani morte e distruzione proprio ad opera della stessa persona che cita il Vangelo. Non c’è alcun dubbio sull’uso improprio delle parole di Gesù. Punto!
Chi volesse proseguire questa riflessione, può leggere l’interessante articolo di Famiglia Cristiana sulla “dimensione mistica” della guerra in Ucraina.

Facendo eco però al Vangelo che ascolteremo nella liturgia di domani (Lc 13,1-9), non posso non domandarmi se quelle stesse parole di Gesù citate da Putin, che io forse ritengo di avere il diritto (e il dovere) di pronunciare, sulle mie labbra non siano altrettanto blasfeme o improprie. Ciò che ci scandalizza, afferma Gesù, dovrebbe provocare la nostra conversione, altrimenti a poco giova il nostro scandalo e il nostro giudizio.

C’è un salmo che mi ferisce ogni volta che lo recito:
All’empio dice Dio: «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?
Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno.
Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.
Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre.
Hai fatto questo e dovrei tacere? forse credevi ch’io fossi come te!
Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati».
Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi
. (Sal 50,16-22)

Questo ammonimento che Dio rivolge all’empio, lo sento rivolto a me che spesso ho in bocca le parole del Signore e che soffro la mia incoerenza rispetto alla Parola che proclamo e insegno.
Se oggi ci scandalizziamo perché un dittatore ha pronunciato in modo abusante il Vangelo, non possiamo non pensare a tutte le volte che anche noi lo pronunciamo senza che ci sia una vera congruenza tra il Vangelo e la nostra vita. Anche in questo caso, più che lo scandalo vale la conversione!

C’è un’altra serie di parole nobili che in questi giorni vengono usate contro Vladimir Putin per mettere in rilievo la gravità dei suoi gesti: democrazia, rispetto dei diritti umani, rispetto del diritto internazionale … tutti “valori” che Putin ha rinnegato e offeso in modo orribile e senza giustificazione, commettendo crimini di guerra e contro l’umanità (lo stabilirà il Tribunale dell’Aja).
Ma noi?! Noi che ci ergiamo a suoi giudici, siamo sicuri di avere la coscienza a posto e poter scagliare la pietra contro di lui proprio in riferimento a quei valori? Noi che ci facciamo paladini dei diritti e della democrazia siamo proprio sicuri che, oltre ad averli proclamati quei diritti li abbiamo anche difesi sempre ed ovunque?
Penso alle migliaia di persone che si trovano nei campi profughi della Libia, di Lesbo e della Turchia, campi profughi che l’Europa finanzia e sostiene, ignorando i crimini che lì vengono commessi; penso alle centinaia di persone che sono accampate al confine tra Messico e Stati Uniti (ora anche alcuni russi e ucraini) con la vana speranza di poter essere accolti negli USA; penso alla corruzione dilagante nel nostro Paese che lascia ampi margini alla camorra, alla mafia, alla ‘ndrangheta, ai bambini che non sono resi in grado di concludere il percorso scolastico, alla donne vittime della tratta sfruttate per il mercato del sesso; penso ai braccianti agricoli che vengono sfruttati dalle organizzazioni criminali nei campi del Sud Italia perché la grande distribuzione possa mantenere bassi i prezzi e schiacciare la concorrenza del mercato; penso agli scandali della sanità in alcune regioni del nostro Paese… Non serve andare avanti!

Facciamo bene a ricordare il bene rappresentato dalla democrazia e il valore del rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone, ma mentre li richiamiamo a Putin, condannandolo per il suo sfacciato spregio di tutti questi valori, ricordiamo che ci sono ampi spazi di miglioramento anche per noi, con una grande esigenza di conversione sia sul piano della fede che su quello dei principi costituzionali.

Non sono pochi gli analisti politici che in questi giorni, chiedendosi perché Putin si sia consentito di compiere l’invasione dell’Ucraina, affermano che ha preso coraggio proprio di fronte all’inconsistenza dell’Europa nel mettere in pratica e difendere sul campo i valori che proclama, preoccupata solo delle logiche economiche nazionali e dei mercati (vedi le reazioni contro Erdogan per ciò che ha operato in Turchia, o contro Assad per ciò che ha commesso – impunemente – in Siria).

Potremo insegnare più autorevolmente ad altri la democrazia e il rispetto dei valori quando li vivremo sul serio, senza il rischio di sembrare ridicoli mentre li richiamiamo ad altri.
Potremo richiamare con trasparenza e serietà chi abusa nel citare il Vangelo quando sarà evidente nella nostra vita cosa significhi vivere quelle frasi di Gesù.
Il nostro scandalo oggi si tramuti in impegno per la conversione!

Resistenza nonviolenta

Come moltissimi sono a disagio di fronte a quanto sta accadendo in Ucraina e mi sento assolutamente impotente. Sono molto preoccupato rispetto alle notizie martellanti che arrivano dagli scenari del conflitto, ma anche per quelle che raccontano delle scelte dei governi europei che, oltre a importanti sanzioni economiche, decidono di inviare uomini e armi “alla resistenza Ucraina”. Rispetto a queste scelte condivido il pensiero delle associazioni e movimenti pacifisti italiani di cui ho ritrovato traccia su “Avvenire”: portare armi in Ucraina, anche se sembra una scelta logica e corrisponde alle richieste che arrivano da quel Paese, inevitabilmente alimenta il conflitto. Questa scelta mi mette a disagio anche perché rafforza l’idea diffusissima in questi giorni, che alla guerra si risponda solo con la guerra, condannando come ingenuità ogni pensiero alternativo in proposito, come la prospettiva di una risposta nonviolenta (“Scegliere la pace non significa disertare” – Nichi Vendola su Huffington post).

E’ vero quanto si afferma su questo testo pubblicato da “Il Manifesto” che la nonviolenza attiva ha il suo campo d’azione privilegiato nella prevenzione della guerra, sostenendo la via del dialogo e dell’educazione ad una cultura di pace, ma voglio credere che, anche quando il conflitto è in atto, sia possibile proporre un’alternativa alle armi e alla violenza, seppure agita come legittima difesa.

Il 2 marzo, giornata di digiuno e di preghiera, nella comunità del Seminario regionale abbiamo vissuto in ritiro e silenzio intorno ad un solo versetto del profeta Geremia (6,16): Così dice il Signore: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita”.
Tre azioni molto importanti, sia per iniziare il tempo della Quaresima, sia per pensare a quanto sta accadendo intorno a noi. Particolare attenzione ha destato in me l’ultima delle azioni suggerite da Geremia -informarsi sui sentieri del passato -, perché promette di trovare pace per la nostra vita.

Provvidenzialmente, in queste settimane, ho avuto l’occasione di approfondire la conoscenza di due belle figure della storia della Chiesa che conoscevo abbastanza poco. Si tratta di due vescovi proclamati santi, che hanno vissuto il loro ministero episcopale in una situazione caratterizzata da grande violenza e ingiustizia, ma che hanno saputo lasciare un’importante testimonianza di impegno per la pace, scegliendo la via della nonviolenza. La Chiesa li ha proclamati santi, modelli autentici del Vangelo vissuto.

Card. Clemens August Von Galen

Beato Clemens August von Galen, vescovo di Münster dal 1933 al 1946.
Il cardinale Clemens August von Galen visse tutto il suo ministero episcopale in Germania, durante il governo nazionalsocialista, al quale si oppose con fermezza, richiamando i principi del rispetto dovuto ad ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dallo stato di salute. Facendosi forza sulla Costituzione e sulla legge dello Stato, denunciò più volte alla magistratura gli abusi e le violenze operate dal sistema nazista e dalla Gestapo. Rischiò più volte di essere arrestato, ma, a causa del grande sostegno della gente della sua diocesi e delle sue origini nobili (era un conte), il regime non osò agire in modo plateale contro di lui. Sono famose tre sue omelie “di fuoco” che pronunciò in tre domeniche successive nell’estate del 1941. In particolare mi ha molto colpito la seconda, che richiama in modo molto colorito l’efficacia della resistenza nonviolenta a fronte delle violenze perpetrate e delle ingiustizie subite. Il vescovo von Galen usa l’immagine dell’incudine e del martello.

Noi cristiani non facciamo alcuna rivoluzione. Continueremo a svolgere fedelmente il nostro dovere obbedendo a Dio per amore del nostro popolo e della nostra patria… Ci rimane un solo modo per combattere: resistere, con forza, con tenacia, con inflessibilità!
Farsi duri! Rimanere solidi! In questo momento non siamo il martello, ma l’incudine. Altri, per lo più estranei e rinnegati, ci prendono a martellate, e vogliono con l’uso della violenza forgiare in modo nuovo il nostro popolo, noi stessi e la nostra gioventù, farci deviare dal retto atteggiamento di fronte a Dio.

Chiedetelo al fabbro e fatevelo dire da lui: ciò che viene forgiato sull’incudine riceve la sua forma non solo dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non può, né ha bisogno di ribattere; deve solo essere solida, dura. Se è sufficientemente resistente, solida, dura, l’incudine resiste di solito più a lungo del martello. Per quanto il martello possa colpire con violenza, l’incudine se ne sta lì nella sua tranquilla compattezza e servirà ancora a lungo a dare forma a quello che sarà forgiato di nuovo
Noi siamo l’incudine non il martello. Purtroppo non potete sottrarre i vostri figli alle martellate dell’avversione alla fede e alla chiesa. Anche l’incudine, però, può contribuire a plasmare. La vostra casa, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra vita cristiana esemplare siano l’incudine resistente, solida, dura e incrollabile che riceve l’urto dei colpi nemici, che sempre ravviva le ancora deboli energie dei giovani e li conferma nel santo proposito di non farsi allontanare dalla via che porta a Dio. (Mons. Clemens August Von Galen, Omelia nella Uberwasserkirke a Munster il 20 luglio 1941).

Come si risponde alla violenza del martello? Attraverso la solidità della propria vita, la correttezza delle proprie azioni, la testimonianza concreta e fattiva di una vita orientata ai valori che costruiscono la pace. Tale solidità non è affatto passiva: come l’incudine contribuisce a plasmare e forgiare pur rinunciando alla violenza. E’ un’immagine molto bella ed evocativa del valore della resistenza nonviolenta.

Sant’Oscar A. Romero

Sant’Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador dal 1977 al 1980
La vicenda del vescovo Romero e il suo martirio sono molto più conosciuti, ma è anche molta la mitologia che si è diffusa sulla sua persona e sulle sue presunte affezioni ai movimenti rivoluzionari salvadoregni, che lottavano contro il governo e lo strapotere dei latifondisti. Una ricerca storica molto più accurata, condotta per anni e sostenuta da testimonianze, nonché dall’analisi dei suoi scritti e dei suoi discorsi, ha dimostrato che mons. Romero ha sempre condannato chiunque operasse la violenza, fossero questi i militari del governo di estrema destra o i gruppi rivoluzionari di matrice marxista.
Nel suo ministero episcopale, mons. Romero, uomo di natura molto mite, ha cercato sempre la via del dialogo e ha predicato la necessità sia della conversione personale da tutto ciò che ci orienta verso la violenza e l’odio del prossimo, sia della conversione sociale da tutte le strutture di ingiustizia che provocano sofferenza e povertà. Riporto alcuni passaggi presi dalle sue lettere.

Per molti anni nella Chiesa siamo stati responsabili del fatto che molte persone vedessero nella Chiesa un’alleata dei potenti in campo economico e politico, contribuendo così a formare questa società di ingiustizie in cui viviamo. Ma diciamo grazie al Signore, che continua senza sosta a chiamare i suoi figli alla conversione. E la Chiesa salvadoregna sta cercando di convertirsi al Vangelo. E’ la nostra battaglia attuale.
Io, personalmente, voglio essere uno strumento fedele e docile all’azione dello Spirito Santo in questi tempi; presto la mia voce al Signore per essere “la voce di chi non ha voce”. E’ giunto il momento in cui ognuno di noi cristiani deve rispondere alla chiamata del Signore…

Dio sta parlandoci attraverso gli avvenimenti, le persone. Ci ha parlato attraverso padre Rutilio, padre Navarro (due preti assassinati), i contadini… Ci parla attraverso la pace, la speranza che sentiamo anche in mezzo a tanti patimenti.
La situazione attuale suscita davvero preoccupazione: all’interno di uno stesso Paese vediamo sanguinose lotte tra fratelli. Nel nostro ambiente ciò è dovuto all’egoismo di coloro che comandano e possiedono. Essi costruiscono il regno dell’ingiustizia, …

Davanti alla situazione politica del nostro Paese, la Chiesa persevera nel suo richiamo alla conversione, affinché si estingua ogni atto di odio e di vendetta, e si cerchi la via della giustizia e dell’amore come unico processo verso l’autentico benessere. (Oscar A. Romero, «La chiesa non può stare zitta». Scritti inediti 1977-1980, EMI 2015)

informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita. (Ger 6,26)
I sentieri del passato ci parlano di molta violenza, di guerre, di ingiustizie che hanno caratterizzato ogni epoca della storia; ma il giudizio pressoché unanime, rispetto a quanto è avvenuto nel passato, è che non sia stata affatto una strada buona. Le migliaia di persone che in questi giorni sono scese in piazza in ogni parte del mondo, per manifestare il desiderio di pace, l’orrore verso la violenza e la guerra, confermano quel giudizio che la storia ha dato.
Tra tanta violenza, nei “sentieri del passato”, possiamo scorgere la testimonianza di uomini e donne che, di fronte alla guerra, alla violenza e all’ingiustizia, non si sono arresi alla logica apparentemente ineluttabile della violenza, hanno scelta la via della resistenza nonviolenta e attiva. Hanno rischiato, hanno sacrificato la loro sicurezza e la loro vita, rifiutando di sottostare alla logica dell’odio e della vendetta, combattendo in modo nonviolento contro l’ingiustizia, la violenza ideologica e egoista. La storia ha dato su di loro un giudizio buono: li ha riconosciuti come “strada buona” per poter conquistare la pace che desideriamo.
Questi due vescovi, tra tanti, con la loro chiara appartenenza alla Chiesa e al loro popolo, ci testimoniano, pur in modo e in circostanze molto diverse, che la via della pace passa attraverso una scelta nonviolenta, attraverso la denuncia attenta e competente dell’ingiustizia, attraverso il dialogo con chiunque voglia condividere il desiderio della pace.

Mentre lavoravo a questo articolo, ho trovato in rete questa bellissima vignetta di Mauro Biani, che, nel centenario della nascita (1921-2021), ricorda Sophie Scholl, una straordinaria giovane testimone di nonviolenza e di pace nella Germania nazista, uccisa insieme al fratello e agli amici della Rosa Bianca. Ogni volta che incontro la sua storia mi commuovo per la sua forza e per la sua dolcezza.


Chiudo con questa bellissima immagine per ricordare a me stesso e ad altri che come loro ci hanno creduto, così anche noi possiamo tentare di percorre vie diverse rispetto a quelle che tutti ritengono “semplicemente logiche”. Conosciamo quella logica e sappiamo dove conduce: la storia ce lo insegna!
Anche se saremo considerati degli ingenui, essendoci “informati sui sentieri del passato“, riconosciamo la via buona che ci conduce alla pace che desideriamo per noi e per tutti e mettendo in gioco noi stessi, ci impegniamo a perseguirla.

Digiunare per la pace

Il Papa ha chiesto di dedicare la giornata del 2 marzo alla preghiera e al digiuno per la pace. Vorrei recuperare brevemente il valore del digiuno e il suo significato in questa giornata particolare.

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo non è solamente il “carburante” del nostro organismo, ma esprime la nostra cultura, la nostra spiritualità, il nostro modo di stare nel mondo. Attraverso il cibo che assumiamo e secondo il modo in cui noi lo assumiamo, esprimiamo molto del nostro essere e delle relazioni che viviamo.
Il mangiare non soddisfa solamente un bisogno essenziale, ma spesso diviene il modo più immediato di soddisfate desideri, di trovare consolazione, di manifestare i nostri sentimenti (gioia e rabbia). Il cibo che assumiamo non soddisfa solo la fame naturale, ma – almeno simbolicamente – viene ad avere a che fare con molte altre fami che ci caratterizzano e che parlano di noi.

Il digiuno è un gesto forte perché è la libera scelta di privarsi non solo del superfluo, ma di ciò che è essenziale (il cibo). Chi digiuna decide di provare il senso della fame, di “far gridare” quella parte di noi stessi che – giustamente – richiede del cibo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci fa sperimentare in modo evidente la nostra fragilità e ci “smonta” da tutta una serie di presunzioni che noi cerchiamo di confermare: il digiuno ci rende più umili.
Ascoltare un po’ la voce della fame che si alza dentro di noi ci aiuta a ricordare che non è affatto scontato che ogni giorno io possa disporre del cibo necessario per saziare la mia fame: il digiuno ci rende più consapevoli e più grati dei doni che abbiamo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci consente di ascoltare anche le altre “fami” che spesso gridano e che noi tacitiamo mettendo qualcosa in bocca. Quelle fami ci parlano della nostra cupidigia, della nostra violenza, ci mostrano la nostra ingordigia e lo stare nel mondo avanzando delle pretese capricciose. È proprio da questa ingordigia (che la Bibbia chiama concupiscenza) e da queste pretese che nascono le guerre. Il digiuno ci mostra chi siamo.

Rendersi conto di cosa generi la violenza, la prevaricazione dei diritti altrui, la presunzione di poter fare quello che io voglio, … e scoprire che quel virus è presente proprio dentro di me, è molto importante per pregare con verità per la pace.

Vivere il digiuno per la pace non è un tributo che si paga a Dio per ottenere ciò che imploriamo, ma è un atto terapeutico che ci aiuta a riconoscere che ciò che genera la guerra è dentro di noi ed è lì che dobbiamo chiedere al Signore di portare la pace. Se ogni uomo e ogni donna pacificherà il suo cuore, allora avremo speranza di pace.
Dal digiuno nasce anche la solidarietà e la fraternità per i fratelli e le sorelle che non hanno il necessario per vivere perché diviene condivisione dell’essenziale. Il digiuno mi fa sentire più uguale agli altri, mi consente di alzare lo sguardo per vedere il volto di coloro che hanno fame non per loro scelta, ma perché vittime di una mancanza di condivisione dell’essenziale.

Oggi 2 marzo, con tanti altri fratelli e sorelle, amici e amiche, vivremo una grande preghiera e il digiuno per la pace, perché sorga in noi stessi e nel mondo.

Pregare per la pace

Da giorni rimbalzano su tutti i media gli inviti ad una preghiera sempre più intesa per la pace. Oggi , dopo le notizie degli attacchi russi in Ucraina, molti hanno preso l’iniziativa e hanno organizzato momenti di preghiera per la pace.
Sento il bisogno di ricordare a me stesso e condividere con gli amici alcune verità importanti legate alla preghiera:
– La preghiera non è una parola magica, ma porta a fare nostro il desiderio di Dio sul mondo; sappiamo che Dio desidera la pace, l’unità, la fraternità. Pregare per la pace significa entrare nel cuore di Dio che per primo la desidera. Ma la pace che Dio desidera non è solo l’assenza del conflitto armato che ci terrorizza. La pace che Dio vuole è fondata sul perdono, sulla condivisione, sulla giustizia, sull’accoglienza e la solidarietà fraterna. Quando preghiamo per la pace chiediamo tutto quello che Dio vuole per il mondo e ci rendiamo responsabili perché accada.
– Pregare per la pace significa riconoscere il mio bisogno di conversione da tutti gli atteggiamenti violenti, prepotenti ed ingiusti che conservo nel mio cuore; non si può pregare per la pace e conservare il rancore, tollerare comportamenti violenti, sostenere ciò che sappiamo essere ingiusto. La pace richiede la nostra conversione. La pace chiede un impegno a purificare la nostra mente, il nostro cuore, i nostri occhi le nostre labbra, le nostre mani, il nostro ventre da tutto ciò che dice violenza e opposizione: i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri sguardi, le nostre parole, le nostre azioni e i nostri bisogni devono essere purificati dalla violenza, perché è lì che si annida la guerra. La preghiera per la pace significa purificare noi stessi.
– Il Padre che vuole la pace per gli uomini ha testimoniato il suo impegno mettendo in gioco il Figlio amato. Molti genitori coinvolti nell’ideologia della guerra sono disposti a sacrificare i loro figli nella guerra se questa ottiene i risultati che sperano. Noi che desideriamo la pace, cosa siamo disponibili a sacrificare per ottenerla? Pregare per la pace significa essere disponibili a lottare per essa, sacrificare noi stessi e quanto amiamo per essa. La pace ha un prezzo che, chi prega, deve essere disponibile a pagare.
– Il segno del digiuno legato alla preghiera ci aiuta a riconoscere che l’invocazione della pace non è solo un pensiero o una parola, ma deve segnare il nostro corpo; come la guerra con la sua violenza ci priva di molto; per il desiderio di pace ci priviamo di qualcosa che doniamo per amore. La preghiera per la pace apre necessariamente al dono di sé e di quanto possediamo.

E se tutto questo non c’è possiamo pregare per la pace?
Certo chiedendo al Signore che ci aiuti a portare la pace in noi stessi, esprimendo al Signore il nostro desiderio di essere “in pace”.

Dio della pace, non ti può comprendere che semina la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall’odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Il Papa in TV

Tra i sei e gli otto milioni di telespettatori ieri sera hanno seguito l’intervista di Fabio Fazio al Papa: una chiacchierata tranquilla in cui papa Francesco, rispondendo alle domande che gli sono state rivolte, ha ripetuto le cose che, per chi lo segue assiduamente, dice da quasi otto anni.
Dove sta la novità?

Certo non è una novità che il Papa sia in TV: lo vediamo spesso nei servizi dei telegiornali, nei momenti di celebrazione, durante i suoi viaggi, negli interventi che propone durante le catechesi, all’Angelus domenicale, in alcune occasioni speciali.
Non è neppure raro che si parli del Papa alla TV, per commentare, per ribattere…
Dove sta la novità?
La novità, come hanno colto gli spettatori, si poteva riconoscere nella modalità in cui il Papa era in TV ieri sera: in una trasmissione in cui non si parlava di lui, ma si parlava con lui.

Mi hanno colpito i commenti che questa mattina sono apparsi sui giornali.
Li dividerei in tre categorie: gli entusiasti, i critici, i benaltristi.
Sugli entusiasti non ho molto da dire: diversi hanno apprezzato questo modo “pop” del Papa di lasciarsi incontrare e il modo in cui ha raccontato di sé, in cui ha condiviso la sua umanità. Nulla di nuovo in realtà: sul Papa sappiamo già quasi tutto, ma il fatto che sia la sua viva voce, in una chiacchierata serale fatta in TV a raccontarlo, ha un altro valore perché, come sappiamo, nel racconto non vale l’informazione condivisa, ma soprattutto la modalità in cui ci viene narrato.

I critici mi hanno stupito un po’ di più, soprattutto quelli che non hanno manifestato contrarietà per gli argomenti proposti dal Papa (posizioni peraltro ben conosciute), ma per il fatto stesso che abbia accettato di concedersi in questa modalità, invocando una difesa della sacralità della sua figura e della Chiesa.
E’ molto difficile per qualcuno riconoscere che in questo tempo della storia la testimonianza della Chiesa si deve giocare nella prossimità, nell’incontro “corpo a corpo”, dove “il toccare” – così tante volte richiamato da papa Francesco – aiuta la Chiesa a cogliere la realtà delle cose e delle persone, ma anche le persone a sentire la vicinanza dei discepoli di Gesù.
Chi pensa ancora alla Chiesa in una logica in cui prevale l’istituzione, il potere, l’asserzione, fa fatica a comprendere categorie come famiglia, servizio, dialogo, le avverte come una rinuncia ad un ruolo che nel passato è sembrato molto importante, ma che ha portato anche tanti battezzati ad allontanarsi dalla Chiesa, riconosciuta come troppo mondana, troppo simile ai poteri del mondo. E’ proprio questa discontinuità evangelica che la Chiesa è chiamata a testimoniare e tale prospettiva passa dall’incontro.
Anche rispetto a Gesù molti rimanevano scandalizzati per la sua partecipazione a pranzi e cene con persone non sempre limpide.

Infine i benaltristi. Le loro osservazioni critiche riguardano soprattutto la RAI per il fraintendimento circa la “falsa diretta” (quella parte della trasmissione era stata registrata nel pomeriggio) e per le domande di Fazio troppo condiscendenti e poco coraggiose: un’occasione sprecata l’hanno definita alcuni (il Washington Post, per esempio) perché un talk show che si rispetti (alla Larry King, per intenderci) è pensato come un ring in cui il giornalista, senza scrupoli, deve mettere all’angolo l’ospite incalzandolo sulle questioni più scottanti e scandalose, costringendolo a rivelare ciò che non è mai stato rivelato.
Mi chiedo due cose: su cosa il Papa non ha già parlato anche in merito alle questioni più difficili e scandalose nelle numerose interviste che ha rilasciato a vari giornali o riviste del mondo? Perché non si può pensare che un incontro possa essere cortese e rispettoso e non necessariamente conflittuale?

Personalmente sono stato contento di ascoltare il Papa in questo contesto, non perché mi aspettassi qualcosa di nuovo (non è proprio da lui – basta leggere le sue ultime encicliche), ma perché credo che abbia vissuto quello che predica: una Chiesa in uscita, cogliendo un’occasione per parlare del Vangelo, attraverso ciò che il Vangelo insegna e di cui lui per primo, con semplicità, sente di dover essere testimone attraverso quel “magistero dei gesti” che caratterizza il suo pontificato.

Mi rimane un timore che però non riguarda il Papa, ma tutti noi chiamati a metterci in gioco allo stesso modo. Il timore è che appoggiamo troppo a lui, alla sua credibilità, alla sua testimonianza. Che ci accontentiamo di citarlo senza affrontare la fatica di elaborare un nostro pensiero. Chi ci accontentiamo di parlare di lui, senza riconoscere che quella strada che il Papa ci ha aperto è una via che anche noi dovremmo percorrere con coraggio, esponendoci, testimoniando.
Se il Papa fa bene la sua parte, questo non esonera noi dal fare bene la nostra lì dove il Signore ci ha posto, cogliendo le occasioni che la storia ci offre.

Non pronunciare invano il mio nome

E’ un comandamento che riguarda principalmente Dio e il suo nome santo, ma, sebbene in misura diversa, riguarda anche le donne e gli uomini.
Il nome è un dono prezioso che ci è stato fatto da chi ci ha amato tanto da volerci in questo mondo; il nome è ciò che ci rappresenta, che chiama in causa la nostra famiglia, le nostre relazioni più intime. Il nostro nome solitamente cerchiamo di custodirlo onorevolmente perché non venga infangato da chi ci vuole fare del male. E’ normale averne cura.

In questi giorni molto concentrati sulla elezione del prossimo Presidente della Repubblica, siamo spettatori attoniti di un’orgia di esternazioni riguardanti persone “di alto profilo”, i cui nomi vengono sbattuti sui media e fatti oggetto di valutazioni spregiudicate sia da parte dei rappresentanti dei partiti che della gente comune, come se ognuno avesse il diritto di poter dire pubblicamente qualsiasi cosa su chiunque, come se fosse venuto meno il dovere al rispetto per la persona che porta quel nome e per tutte le persone a cui quel nome è legato. Io sono molto in imbarazzo e un po’ arrabbiato.

Il presidente, l’arbitro e il re

Sui giornali di questi giorni si incrociano casualmente due vicende che stanno scaldando molto gli animi della gente: l’elezione del Presidente della Repubblica e l’errore arbitrale del signor Serra nella partita Milan-Spezia.
E’ evidente che tra le due vicende non esista alcuna relazione, ma, come accade nella contemplazione delle stelle del cielo, che l’unione dei singoli punti luminosi, pur distanti anni luce tra loro, ci fa intuire alcune connessioni che chiamiamo costellazioni, così anche nelle vicende che accadono davanti a noi, possiamo cogliere curiose e sapienti connessioni che ci aiutano a comprendere meglio il senso delle cose.

Il nostro Paese sta vivendo un passaggio importante, ma ordinario, previsto dalla Costituzione: il passaggio della Presidenza della Repubblica. E’ previsto che avvenga ogni sette anni.
Mentre mi unisco ai tanti che esprimono la loro gratitudine al presidente Mattarella per il servizio che ha reso al nostro Paese e per la testimonianza che è emersa dal suo operato, penso che dovremmo vivere questa transizione con maggiore leggerezza, consapevoli che quello che è richiesto al /alla nuovo/a Presidente sarà, come è sempre accaduto in questi settantasei di Repubblica, di svolgere il suo servizio di garante della Costituzione e di custode del bene comune. In fondo il/la Presidente della Repubblica è “semplicemente” un arbitro e non è da lui che, normalmente, dipende l’esito di una partita, ma dai giocatori in campo, dalla loro preparazione, dalla loro capacità di cogliere le occasioni opportune per realizzare i punti necessari per vincere. Di solito è stupido lamentarsi con l’arbitro se si perde una partita; sarebbe più onesto riconoscere gli errori commessi in campo dai giocatori.

Ma poi arriva il signor Serra, arbitro della partita Milan-Spezia che, proprio a causa di un errore arbitrale importante, determina il risultato di quella partita.
Quindi? Ci dobbiamo preoccupare? Cosa ci dice questo fatto?
La prima cosa, molto banale, ci dice che è umano sbagliare; che nessuno è infallibile anche se dotato di strumenti tecnologici avanzati che lo supportano nelle decisioni. La fallibilità è parte dell’essere umano e le conseguenze, pur gravi e dolorose, sono da metter in conto; il criterio di designazione o di elezione di un arbitro non può essere la presunta infallibilità, ma semplicemente la competenza e la consapevolezza del ruolo.
Poi ci ricorda che, quanto è accaduto, rappresenta un’eccezione, che fa notizia proprio perché normalmente non avviene così. Normalmente il risultato della partita è determinato dai giocatori che giocano meglio, che colgono con destrezza atletica le opportunità che la partita offre. Può capitare una situazione in cui un arbitro commetta un errore grave, ma normalmente ci sentiamo sicuri nell’affidarci al loro giudizio per guidare una partita.

Scegliere un Presidente della Repubblica, come è stato ricordato da persone molto autorevoli, dovrebbe rappresentare un passaggio ordinario e sereno per un Paese, non una sorta di “apocalisse” da cui dipendono i destini del mondo. Se questo non accade non è perché non si trova la persona adeguata (tanti nomi di uomini e donne eccellenti sono stati fatti in queste settimane), ma perché si ritiene che da questa decisione possa dipendere il risultato di una partita molto importante: già il fatto che lo si pensi ci fa cogliere il vero problema della vicenda.
Per molti motivi ci stiamo abituando a vivere in uno stato di emergenza e in un regime di eccezione che condiziona moltissimo il nostro modo di percepire la realtà e il nostro modo di prendere le decisioni. Compiere una scelta ordinaria nella vita di un Paese dovrebbe invece aiutarci a ricuperare un senso di normalità, aiutarci a guardare la realtà secondo le sue dimensioni ordinarie, riconoscendo ad ogni ruolo le caratteristiche che gli competono.
Un arbitro bravo può condurre a termine una partita facendo rispettare a tutti le regole e facendo divertire sia chi gioca che chi assiste. Non gli è chiesto di essere un super eroe, ma semplicemente di consentire che il gioco si svolga così come è previsto che avvenga, secondo regole stabilite da tempo e accettate da tutti coloro che vogliono giocare. Se questo rispetto delle regole non c’è, se non si vuole giocare lealmente, allora si spera che l’arbitro ci abbia in simpatia e che deroghi alle regole del gioco solo perché gli siamo più simpatici: ma non è questo il gioco della democrazia.

Nella teoria della costellazioni vorrei aggiungere un terzo puntino luminoso.
Proprio ieri, tra i testi della liturgia della Parola proposti per la messa, si riportava un brano del primo libro di Samuele (16,1-13) in cui il profeta è inviato a Betlemme per scegliere tra i figli di Iesse il futuro re d’Israele. Il testo è molto chiaro nel mettere in evidenza che i criteri secondo cui Samuele (e chiunque altro) avrebbe scelto tra quei giovani il futuro re, erano molto diversi da quelli di Dio, il quale “non guarda alle apparenze, ma guarda il cuore“. E così viene scelto e unto Davide, un giovanissimo pastore, le cui caratteristiche erano che aveva i capelli fulvi ed era bello d’aspetto, certamente non quelle che il popolo avrebbe apprezzato in un re guerriero, come doveva essere a quei tempi. Eppure Davide fu il più grande dei re d’Israele, non perché infallibile (la Bibbia non ci nasconde le sue debolezze e i suoi peccati), ma perché consapevole del ruolo che doveva giocare e della responsabilità che gli era stata affidata.

Un presidente, un arbitro, un re; forse mettendo insieme i puntini possiamo riconoscere come dovrebbero andare le cose e trovare un po’ di pace.


Benedico anche la cimice?

E’ ormai convinzione comune che non siamo più in tempo di cristianità. Le parole e le espressioni della fede cristiana, anche quelle più tradizionali, chiedono di essere rimotivate perché non appartengono più alla grammatica comune.
Senza tale opera di risignificazione, il rischio dei fraintendimenti è molto grande!
Prendiamo l’esempio di quanto è accaduto in moltissime chiese tra ieri e oggi: la benedizioni degli animali in occasione della festa di Sant’Antonio Abate.
In epoca antica ed in contesto rurale questa benedizione, come anche le varie Rogazioni primaverili, esprimeva la possibilità di riconoscere nel lavoro agricolo e nell’impegno per il sostentamento delle famiglie la via attraverso cui Dio ci concedeva la benedizione del pane quotidiano e del necessario per vivere. Gli animali della fattoria erano parte di questa prospettiva di sostentamento o perché aiutavano nel lavoro agricolo o perché fornivano il necessario per la vita delle famiglie (latte, lana, carne, uova, …).

Oggi la realtà è molto cambiata: le persone portano in chiesa per la benedizione gli animali che vivono nei loro appartamenti: cani, gatti, uccelli, criceti, conigli da compagnia, … Alcuni riconoscono questi animali come parte integrante della loro famiglia, senza distinzioni. In alcuni casi, essi prendono il posto di persone che non ci sono più o di figli che non ci saranno mai (come ha detto il Papa nell’Angelus di qualche settimana fa).
Non possiamo pensare che la benedizione fatta a questi animali abbia lo stesso valore che aveva nelle epoche passate. Come aiutiamo la gente a comprendere il significato di questo gesto delle fede? Quale significato gli attribuiamo oggi?
Sarebbe importante uno sforzo catechetico per aiutare i nostri cristiani a comprendere il significato di questa tradizione e ricollocarla in un contesto post-moderno dove spesso ognuno tende a voler dare ai gesti un significato suo proprio, senza preoccuparsi del significato che assume nel contesto della fede.

Riporto qui un paragrafo del Benedizionale (n. 12) che mi sembra aiuti a ricuperare la giusta prospettiva delle cose, senza alcun intento iconoclasta.

La Chiesa glorifica Dio e invoca la sua benedizione
12. La Chiesa, intenta come è a glorificare Dio in tutte le cose e specialmente a porre in risalto manifestazione della sua gloria agli uomini che, in grazia del Battesimo, sono rinati o prossimi a rinascere alla vita nuova, con le sue benedizioni per essi e con essi, in circostanze particolari della loro esistenza, loda il Signore e invoca su di essi la sua grazia. Talvolta poi la Chiesa benedice anche le cose e i luoghi che si riferiscono all’attività umana, alla vita liturgica, alla pietà e alla devozione, sempre però tenendo presenti gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi. L’uomo infatti, per il quale Dio ha voluto e ha fatto tutto ciò che vi è di buono, è il depositario della sua sapienza e con i riti di benedizione attesta di servirsi delle cose create, in modo che il loro uso lo porti a cercare Dio, ad amare Dio, a servire fedelmente Dio solo.

Destinatario di ogni benedizione è l’uomo e il frutto della benedizione è che l’uomo cerchi e onori Dio in tutto ciò che vive e che opera.
Destinatari ultimi della benedizione dunque non sono gli animali, ma gli animali in quanto segno della bontà di Dio che arricchisce la vita dell’uomo di tutto ciò che gli è utile, affinché l’uomo, riconoscendo questa bontà e questa provvidenza (oltre alla bellezza che Dio manifesta nelle cose create), possa fidarsi di Dio, riconoscerlo come Padre buono e misericordioso e obbedire alla sua volontà per avere la vita eterna.
A me sembra che, senza questa specificazione (che un tempo era ben chiara per la nostra gente), si rischi di fare molta confusione e molti possano considerare quel segno che la tradizione ci consegna, “una specie di mini battesimo” per una creatura di Dio a cui riconoscono molta più dignità che a molti esseri umani. E questo non andrebbe molto bene.

Domenica mattina, nella celebrazione alla fine della quale avremmo compiuto il rito di benedizione degli animali, una grossa cimice ha cominciato a svolazzare in chiesa facendosi ben notare. Mi sono chiesto: chissà se alla fine della messa dovrò benedire anche la cimice? E dentro di me trovavo molte motivazioni per non farlo: mi è antipatica, è fastidiosa, è un animale infestante…
Poi mi sono raccolto in me stesso e ho pregato semplicemente: Benedetto sei tu Signore anche per la cimice che è tua creatura; non so perché l’hai creata e non vedo in lei nulla di buono, ma so che tu sei buono e che tutto quanto è uscito dalle tue mani è segno della tua bontà. Benedetto nei secoli il Signore.
Anche la cimice, che non ho benedetto, mi ha aiutato a benedire Dio.
Davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28)… anche la cimice.

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