Digiunare per la pace

Il Papa ha chiesto di dedicare la giornata del 2 marzo alla preghiera e al digiuno per la pace. Vorrei recuperare brevemente il valore del digiuno e il suo significato in questa giornata particolare.

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo non è solamente il “carburante” del nostro organismo, ma esprime la nostra cultura, la nostra spiritualità, il nostro modo di stare nel mondo. Attraverso il cibo che assumiamo e secondo il modo in cui noi lo assumiamo, esprimiamo molto del nostro essere e delle relazioni che viviamo.
Il mangiare non soddisfa solamente un bisogno essenziale, ma spesso diviene il modo più immediato di soddisfate desideri, di trovare consolazione, di manifestare i nostri sentimenti (gioia e rabbia). Il cibo che assumiamo non soddisfa solo la fame naturale, ma – almeno simbolicamente – viene ad avere a che fare con molte altre fami che ci caratterizzano e che parlano di noi.

Il digiuno è un gesto forte perché è la libera scelta di privarsi non solo del superfluo, ma di ciò che è essenziale (il cibo). Chi digiuna decide di provare il senso della fame, di “far gridare” quella parte di noi stessi che – giustamente – richiede del cibo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci fa sperimentare in modo evidente la nostra fragilità e ci “smonta” da tutta una serie di presunzioni che noi cerchiamo di confermare: il digiuno ci rende più umili.
Ascoltare un po’ la voce della fame che si alza dentro di noi ci aiuta a ricordare che non è affatto scontato che ogni giorno io possa disporre del cibo necessario per saziare la mia fame: il digiuno ci rende più consapevoli e più grati dei doni che abbiamo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci consente di ascoltare anche le altre “fami” che spesso gridano e che noi tacitiamo mettendo qualcosa in bocca. Quelle fami ci parlano della nostra cupidigia, della nostra violenza, ci mostrano la nostra ingordigia e lo stare nel mondo avanzando delle pretese capricciose. È proprio da questa ingordigia (che la Bibbia chiama concupiscenza) e da queste pretese che nascono le guerre. Il digiuno ci mostra chi siamo.

Rendersi conto di cosa generi la violenza, la prevaricazione dei diritti altrui, la presunzione di poter fare quello che io voglio, … e scoprire che quel virus è presente proprio dentro di me, è molto importante per pregare con verità per la pace.

Vivere il digiuno per la pace non è un tributo che si paga a Dio per ottenere ciò che imploriamo, ma è un atto terapeutico che ci aiuta a riconoscere che ciò che genera la guerra è dentro di noi ed è lì che dobbiamo chiedere al Signore di portare la pace. Se ogni uomo e ogni donna pacificherà il suo cuore, allora avremo speranza di pace.
Dal digiuno nasce anche la solidarietà e la fraternità per i fratelli e le sorelle che non hanno il necessario per vivere perché diviene condivisione dell’essenziale. Il digiuno mi fa sentire più uguale agli altri, mi consente di alzare lo sguardo per vedere il volto di coloro che hanno fame non per loro scelta, ma perché vittime di una mancanza di condivisione dell’essenziale.

Oggi 2 marzo, con tanti altri fratelli e sorelle, amici e amiche, vivremo una grande preghiera e il digiuno per la pace, perché sorga in noi stessi e nel mondo.

Pregare per la pace

Da giorni rimbalzano su tutti i media gli inviti ad una preghiera sempre più intesa per la pace. Oggi , dopo le notizie degli attacchi russi in Ucraina, molti hanno preso l’iniziativa e hanno organizzato momenti di preghiera per la pace.
Sento il bisogno di ricordare a me stesso e condividere con gli amici alcune verità importanti legate alla preghiera:
– La preghiera non è una parola magica, ma porta a fare nostro il desiderio di Dio sul mondo; sappiamo che Dio desidera la pace, l’unità, la fraternità. Pregare per la pace significa entrare nel cuore di Dio che per primo la desidera. Ma la pace che Dio desidera non è solo l’assenza del conflitto armato che ci terrorizza. La pace che Dio vuole è fondata sul perdono, sulla condivisione, sulla giustizia, sull’accoglienza e la solidarietà fraterna. Quando preghiamo per la pace chiediamo tutto quello che Dio vuole per il mondo e ci rendiamo responsabili perché accada.
– Pregare per la pace significa riconoscere il mio bisogno di conversione da tutti gli atteggiamenti violenti, prepotenti ed ingiusti che conservo nel mio cuore; non si può pregare per la pace e conservare il rancore, tollerare comportamenti violenti, sostenere ciò che sappiamo essere ingiusto. La pace richiede la nostra conversione. La pace chiede un impegno a purificare la nostra mente, il nostro cuore, i nostri occhi le nostre labbra, le nostre mani, il nostro ventre da tutto ciò che dice violenza e opposizione: i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri sguardi, le nostre parole, le nostre azioni e i nostri bisogni devono essere purificati dalla violenza, perché è lì che si annida la guerra. La preghiera per la pace significa purificare noi stessi.
– Il Padre che vuole la pace per gli uomini ha testimoniato il suo impegno mettendo in gioco il Figlio amato. Molti genitori coinvolti nell’ideologia della guerra sono disposti a sacrificare i loro figli nella guerra se questa ottiene i risultati che sperano. Noi che desideriamo la pace, cosa siamo disponibili a sacrificare per ottenerla? Pregare per la pace significa essere disponibili a lottare per essa, sacrificare noi stessi e quanto amiamo per essa. La pace ha un prezzo che, chi prega, deve essere disponibile a pagare.
– Il segno del digiuno legato alla preghiera ci aiuta a riconoscere che l’invocazione della pace non è solo un pensiero o una parola, ma deve segnare il nostro corpo; come la guerra con la sua violenza ci priva di molto; per il desiderio di pace ci priviamo di qualcosa che doniamo per amore. La preghiera per la pace apre necessariamente al dono di sé e di quanto possediamo.

E se tutto questo non c’è possiamo pregare per la pace?
Certo chiedendo al Signore che ci aiuti a portare la pace in noi stessi, esprimendo al Signore il nostro desiderio di essere “in pace”.

Dio della pace, non ti può comprendere che semina la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall’odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Il Papa in TV

Tra i sei e gli otto milioni di telespettatori ieri sera hanno seguito l’intervista di Fabio Fazio al Papa: una chiacchierata tranquilla in cui papa Francesco, rispondendo alle domande che gli sono state rivolte, ha ripetuto le cose che, per chi lo segue assiduamente, dice da quasi otto anni.
Dove sta la novità?

Certo non è una novità che il Papa sia in TV: lo vediamo spesso nei servizi dei telegiornali, nei momenti di celebrazione, durante i suoi viaggi, negli interventi che propone durante le catechesi, all’Angelus domenicale, in alcune occasioni speciali.
Non è neppure raro che si parli del Papa alla TV, per commentare, per ribattere…
Dove sta la novità?
La novità, come hanno colto gli spettatori, si poteva riconoscere nella modalità in cui il Papa era in TV ieri sera: in una trasmissione in cui non si parlava di lui, ma si parlava con lui.

Mi hanno colpito i commenti che questa mattina sono apparsi sui giornali.
Li dividerei in tre categorie: gli entusiasti, i critici, i benaltristi.
Sugli entusiasti non ho molto da dire: diversi hanno apprezzato questo modo “pop” del Papa di lasciarsi incontrare e il modo in cui ha raccontato di sé, in cui ha condiviso la sua umanità. Nulla di nuovo in realtà: sul Papa sappiamo già quasi tutto, ma il fatto che sia la sua viva voce, in una chiacchierata serale fatta in TV a raccontarlo, ha un altro valore perché, come sappiamo, nel racconto non vale l’informazione condivisa, ma soprattutto la modalità in cui ci viene narrato.

I critici mi hanno stupito un po’ di più, soprattutto quelli che non hanno manifestato contrarietà per gli argomenti proposti dal Papa (posizioni peraltro ben conosciute), ma per il fatto stesso che abbia accettato di concedersi in questa modalità, invocando una difesa della sacralità della sua figura e della Chiesa.
E’ molto difficile per qualcuno riconoscere che in questo tempo della storia la testimonianza della Chiesa si deve giocare nella prossimità, nell’incontro “corpo a corpo”, dove “il toccare” – così tante volte richiamato da papa Francesco – aiuta la Chiesa a cogliere la realtà delle cose e delle persone, ma anche le persone a sentire la vicinanza dei discepoli di Gesù.
Chi pensa ancora alla Chiesa in una logica in cui prevale l’istituzione, il potere, l’asserzione, fa fatica a comprendere categorie come famiglia, servizio, dialogo, le avverte come una rinuncia ad un ruolo che nel passato è sembrato molto importante, ma che ha portato anche tanti battezzati ad allontanarsi dalla Chiesa, riconosciuta come troppo mondana, troppo simile ai poteri del mondo. E’ proprio questa discontinuità evangelica che la Chiesa è chiamata a testimoniare e tale prospettiva passa dall’incontro.
Anche rispetto a Gesù molti rimanevano scandalizzati per la sua partecipazione a pranzi e cene con persone non sempre limpide.

Infine i benaltristi. Le loro osservazioni critiche riguardano soprattutto la RAI per il fraintendimento circa la “falsa diretta” (quella parte della trasmissione era stata registrata nel pomeriggio) e per le domande di Fazio troppo condiscendenti e poco coraggiose: un’occasione sprecata l’hanno definita alcuni (il Washington Post, per esempio) perché un talk show che si rispetti (alla Larry King, per intenderci) è pensato come un ring in cui il giornalista, senza scrupoli, deve mettere all’angolo l’ospite incalzandolo sulle questioni più scottanti e scandalose, costringendolo a rivelare ciò che non è mai stato rivelato.
Mi chiedo due cose: su cosa il Papa non ha già parlato anche in merito alle questioni più difficili e scandalose nelle numerose interviste che ha rilasciato a vari giornali o riviste del mondo? Perché non si può pensare che un incontro possa essere cortese e rispettoso e non necessariamente conflittuale?

Personalmente sono stato contento di ascoltare il Papa in questo contesto, non perché mi aspettassi qualcosa di nuovo (non è proprio da lui – basta leggere le sue ultime encicliche), ma perché credo che abbia vissuto quello che predica: una Chiesa in uscita, cogliendo un’occasione per parlare del Vangelo, attraverso ciò che il Vangelo insegna e di cui lui per primo, con semplicità, sente di dover essere testimone attraverso quel “magistero dei gesti” che caratterizza il suo pontificato.

Mi rimane un timore che però non riguarda il Papa, ma tutti noi chiamati a metterci in gioco allo stesso modo. Il timore è che appoggiamo troppo a lui, alla sua credibilità, alla sua testimonianza. Che ci accontentiamo di citarlo senza affrontare la fatica di elaborare un nostro pensiero. Chi ci accontentiamo di parlare di lui, senza riconoscere che quella strada che il Papa ci ha aperto è una via che anche noi dovremmo percorrere con coraggio, esponendoci, testimoniando.
Se il Papa fa bene la sua parte, questo non esonera noi dal fare bene la nostra lì dove il Signore ci ha posto, cogliendo le occasioni che la storia ci offre.

Non pronunciare invano il mio nome

E’ un comandamento che riguarda principalmente Dio e il suo nome santo, ma, sebbene in misura diversa, riguarda anche le donne e gli uomini.
Il nome è un dono prezioso che ci è stato fatto da chi ci ha amato tanto da volerci in questo mondo; il nome è ciò che ci rappresenta, che chiama in causa la nostra famiglia, le nostre relazioni più intime. Il nostro nome solitamente cerchiamo di custodirlo onorevolmente perché non venga infangato da chi ci vuole fare del male. E’ normale averne cura.

In questi giorni molto concentrati sulla elezione del prossimo Presidente della Repubblica, siamo spettatori attoniti di un’orgia di esternazioni riguardanti persone “di alto profilo”, i cui nomi vengono sbattuti sui media e fatti oggetto di valutazioni spregiudicate sia da parte dei rappresentanti dei partiti che della gente comune, come se ognuno avesse il diritto di poter dire pubblicamente qualsiasi cosa su chiunque, come se fosse venuto meno il dovere al rispetto per la persona che porta quel nome e per tutte le persone a cui quel nome è legato. Io sono molto in imbarazzo e un po’ arrabbiato.

Il presidente, l’arbitro e il re

Sui giornali di questi giorni si incrociano casualmente due vicende che stanno scaldando molto gli animi della gente: l’elezione del Presidente della Repubblica e l’errore arbitrale del signor Serra nella partita Milan-Spezia.
E’ evidente che tra le due vicende non esista alcuna relazione, ma, come accade nella contemplazione delle stelle del cielo, che l’unione dei singoli punti luminosi, pur distanti anni luce tra loro, ci fa intuire alcune connessioni che chiamiamo costellazioni, così anche nelle vicende che accadono davanti a noi, possiamo cogliere curiose e sapienti connessioni che ci aiutano a comprendere meglio il senso delle cose.

Il nostro Paese sta vivendo un passaggio importante, ma ordinario, previsto dalla Costituzione: il passaggio della Presidenza della Repubblica. E’ previsto che avvenga ogni sette anni.
Mentre mi unisco ai tanti che esprimono la loro gratitudine al presidente Mattarella per il servizio che ha reso al nostro Paese e per la testimonianza che è emersa dal suo operato, penso che dovremmo vivere questa transizione con maggiore leggerezza, consapevoli che quello che è richiesto al /alla nuovo/a Presidente sarà, come è sempre accaduto in questi settantasei di Repubblica, di svolgere il suo servizio di garante della Costituzione e di custode del bene comune. In fondo il/la Presidente della Repubblica è “semplicemente” un arbitro e non è da lui che, normalmente, dipende l’esito di una partita, ma dai giocatori in campo, dalla loro preparazione, dalla loro capacità di cogliere le occasioni opportune per realizzare i punti necessari per vincere. Di solito è stupido lamentarsi con l’arbitro se si perde una partita; sarebbe più onesto riconoscere gli errori commessi in campo dai giocatori.

Ma poi arriva il signor Serra, arbitro della partita Milan-Spezia che, proprio a causa di un errore arbitrale importante, determina il risultato di quella partita.
Quindi? Ci dobbiamo preoccupare? Cosa ci dice questo fatto?
La prima cosa, molto banale, ci dice che è umano sbagliare; che nessuno è infallibile anche se dotato di strumenti tecnologici avanzati che lo supportano nelle decisioni. La fallibilità è parte dell’essere umano e le conseguenze, pur gravi e dolorose, sono da metter in conto; il criterio di designazione o di elezione di un arbitro non può essere la presunta infallibilità, ma semplicemente la competenza e la consapevolezza del ruolo.
Poi ci ricorda che, quanto è accaduto, rappresenta un’eccezione, che fa notizia proprio perché normalmente non avviene così. Normalmente il risultato della partita è determinato dai giocatori che giocano meglio, che colgono con destrezza atletica le opportunità che la partita offre. Può capitare una situazione in cui un arbitro commetta un errore grave, ma normalmente ci sentiamo sicuri nell’affidarci al loro giudizio per guidare una partita.

Scegliere un Presidente della Repubblica, come è stato ricordato da persone molto autorevoli, dovrebbe rappresentare un passaggio ordinario e sereno per un Paese, non una sorta di “apocalisse” da cui dipendono i destini del mondo. Se questo non accade non è perché non si trova la persona adeguata (tanti nomi di uomini e donne eccellenti sono stati fatti in queste settimane), ma perché si ritiene che da questa decisione possa dipendere il risultato di una partita molto importante: già il fatto che lo si pensi ci fa cogliere il vero problema della vicenda.
Per molti motivi ci stiamo abituando a vivere in uno stato di emergenza e in un regime di eccezione che condiziona moltissimo il nostro modo di percepire la realtà e il nostro modo di prendere le decisioni. Compiere una scelta ordinaria nella vita di un Paese dovrebbe invece aiutarci a ricuperare un senso di normalità, aiutarci a guardare la realtà secondo le sue dimensioni ordinarie, riconoscendo ad ogni ruolo le caratteristiche che gli competono.
Un arbitro bravo può condurre a termine una partita facendo rispettare a tutti le regole e facendo divertire sia chi gioca che chi assiste. Non gli è chiesto di essere un super eroe, ma semplicemente di consentire che il gioco si svolga così come è previsto che avvenga, secondo regole stabilite da tempo e accettate da tutti coloro che vogliono giocare. Se questo rispetto delle regole non c’è, se non si vuole giocare lealmente, allora si spera che l’arbitro ci abbia in simpatia e che deroghi alle regole del gioco solo perché gli siamo più simpatici: ma non è questo il gioco della democrazia.

Nella teoria della costellazioni vorrei aggiungere un terzo puntino luminoso.
Proprio ieri, tra i testi della liturgia della Parola proposti per la messa, si riportava un brano del primo libro di Samuele (16,1-13) in cui il profeta è inviato a Betlemme per scegliere tra i figli di Iesse il futuro re d’Israele. Il testo è molto chiaro nel mettere in evidenza che i criteri secondo cui Samuele (e chiunque altro) avrebbe scelto tra quei giovani il futuro re, erano molto diversi da quelli di Dio, il quale “non guarda alle apparenze, ma guarda il cuore“. E così viene scelto e unto Davide, un giovanissimo pastore, le cui caratteristiche erano che aveva i capelli fulvi ed era bello d’aspetto, certamente non quelle che il popolo avrebbe apprezzato in un re guerriero, come doveva essere a quei tempi. Eppure Davide fu il più grande dei re d’Israele, non perché infallibile (la Bibbia non ci nasconde le sue debolezze e i suoi peccati), ma perché consapevole del ruolo che doveva giocare e della responsabilità che gli era stata affidata.

Un presidente, un arbitro, un re; forse mettendo insieme i puntini possiamo riconoscere come dovrebbero andare le cose e trovare un po’ di pace.


Benedico anche la cimice?

E’ ormai convinzione comune che non siamo più in tempo di cristianità. Le parole e le espressioni della fede cristiana, anche quelle più tradizionali, chiedono di essere rimotivate perché non appartengono più alla grammatica comune.
Senza tale opera di risignificazione, il rischio dei fraintendimenti è molto grande!
Prendiamo l’esempio di quanto è accaduto in moltissime chiese tra ieri e oggi: la benedizioni degli animali in occasione della festa di Sant’Antonio Abate.
In epoca antica ed in contesto rurale questa benedizione, come anche le varie Rogazioni primaverili, esprimeva la possibilità di riconoscere nel lavoro agricolo e nell’impegno per il sostentamento delle famiglie la via attraverso cui Dio ci concedeva la benedizione del pane quotidiano e del necessario per vivere. Gli animali della fattoria erano parte di questa prospettiva di sostentamento o perché aiutavano nel lavoro agricolo o perché fornivano il necessario per la vita delle famiglie (latte, lana, carne, uova, …).

Oggi la realtà è molto cambiata: le persone portano in chiesa per la benedizione gli animali che vivono nei loro appartamenti: cani, gatti, uccelli, criceti, conigli da compagnia, … Alcuni riconoscono questi animali come parte integrante della loro famiglia, senza distinzioni. In alcuni casi, essi prendono il posto di persone che non ci sono più o di figli che non ci saranno mai (come ha detto il Papa nell’Angelus di qualche settimana fa).
Non possiamo pensare che la benedizione fatta a questi animali abbia lo stesso valore che aveva nelle epoche passate. Come aiutiamo la gente a comprendere il significato di questo gesto delle fede? Quale significato gli attribuiamo oggi?
Sarebbe importante uno sforzo catechetico per aiutare i nostri cristiani a comprendere il significato di questa tradizione e ricollocarla in un contesto post-moderno dove spesso ognuno tende a voler dare ai gesti un significato suo proprio, senza preoccuparsi del significato che assume nel contesto della fede.

Riporto qui un paragrafo del Benedizionale (n. 12) che mi sembra aiuti a ricuperare la giusta prospettiva delle cose, senza alcun intento iconoclasta.

La Chiesa glorifica Dio e invoca la sua benedizione
12. La Chiesa, intenta come è a glorificare Dio in tutte le cose e specialmente a porre in risalto manifestazione della sua gloria agli uomini che, in grazia del Battesimo, sono rinati o prossimi a rinascere alla vita nuova, con le sue benedizioni per essi e con essi, in circostanze particolari della loro esistenza, loda il Signore e invoca su di essi la sua grazia. Talvolta poi la Chiesa benedice anche le cose e i luoghi che si riferiscono all’attività umana, alla vita liturgica, alla pietà e alla devozione, sempre però tenendo presenti gli uomini che usano quelle determinate cose e operano in quei determinati luoghi. L’uomo infatti, per il quale Dio ha voluto e ha fatto tutto ciò che vi è di buono, è il depositario della sua sapienza e con i riti di benedizione attesta di servirsi delle cose create, in modo che il loro uso lo porti a cercare Dio, ad amare Dio, a servire fedelmente Dio solo.

Destinatario di ogni benedizione è l’uomo e il frutto della benedizione è che l’uomo cerchi e onori Dio in tutto ciò che vive e che opera.
Destinatari ultimi della benedizione dunque non sono gli animali, ma gli animali in quanto segno della bontà di Dio che arricchisce la vita dell’uomo di tutto ciò che gli è utile, affinché l’uomo, riconoscendo questa bontà e questa provvidenza (oltre alla bellezza che Dio manifesta nelle cose create), possa fidarsi di Dio, riconoscerlo come Padre buono e misericordioso e obbedire alla sua volontà per avere la vita eterna.
A me sembra che, senza questa specificazione (che un tempo era ben chiara per la nostra gente), si rischi di fare molta confusione e molti possano considerare quel segno che la tradizione ci consegna, “una specie di mini battesimo” per una creatura di Dio a cui riconoscono molta più dignità che a molti esseri umani. E questo non andrebbe molto bene.

Domenica mattina, nella celebrazione alla fine della quale avremmo compiuto il rito di benedizione degli animali, una grossa cimice ha cominciato a svolazzare in chiesa facendosi ben notare. Mi sono chiesto: chissà se alla fine della messa dovrò benedire anche la cimice? E dentro di me trovavo molte motivazioni per non farlo: mi è antipatica, è fastidiosa, è un animale infestante…
Poi mi sono raccolto in me stesso e ho pregato semplicemente: Benedetto sei tu Signore anche per la cimice che è tua creatura; non so perché l’hai creata e non vedo in lei nulla di buono, ma so che tu sei buono e che tutto quanto è uscito dalle tue mani è segno della tua bontà. Benedetto nei secoli il Signore.
Anche la cimice, che non ho benedetto, mi ha aiutato a benedire Dio.
Davvero “tutto concorre al bene di coloro che amano Dio” (Rom 8,28)… anche la cimice.

David Sassoli: fare il mondo migliore

La notizia della prematura morte di David Maria Sassoli (chiamato così dal padre in onore di padre David Maria Turoldo), Presidente del Parlamento Europeo, mi ha molto colpito. Non l’ho mai conosciuto personalmente, ma mi ha sempre destato simpatia già prima come giornalista Rai, poi come politico, perché si percepiva uno stile moderato e gentile. In realtà, fino ad oggi, sapevo ben poco di lui.
Leggendo vari articoli pubblicati sui giornali, sono venuto a conoscere un po’ della sua storia, del suo passato negli scout dell’AGESCI, della sua formazione alla scuola di alcuni grandi del cattolicesimo democratico, del suo personale stile politico… e rimango ancora più colpito.
David Maria Sassoli è stato uno di quei (tanti) cattolici che si sono presi personalmente la responsabilità di fare del mondo un posto migliore, facendo quotidianamente del suo meglio nei contesti in cui la provvidenza lo portava a vivere: la famiglia, la professione, l’impegno politico. E se tanti oggi ne piangono la morte, è perché hanno riconosciuto in lui un testimone luminoso, un uomo impegnato a far sì che le cose potessero cambiare, che la realtà potesse esprimere il bene di cui è portatrice, non lasciando spazio a tutto ciò che invece esprime il peggio di cui l’uomo è stato ed è capace.

Grazie David Maria Sassoli per questa testimonianza autentica e non strillata.
Chi ti ha incontrato non è rimasto indifferente, ha riconosciuto in te un uomo vero capace di amare, di essere amico, di tessere relazioni tra persone diverse, di saper lottare per costruire il bene possibile, di saper sacrificare sé stessi e le proprie aspirazioni per il bene comune e l’unità. Grazie perché in questa modalità squisitamente laica, senza bisogno di fare prediche, sei stato pienamente cristiano.
Buona strada David Maria.
Condivido i link dei due articoli migliori che ho letto in questa mattina:
Paolo Conti sul Corriere.it
Eugenio Fatigante su Avvenire.it

Ricostruire la città

Piero della Francesca – La città ideale

Ieri (2 gennaio 2022) avrebbe dovuto partire il CFA che, insieme con lo staff, avevamo preparato da settembre. Per prudenza (che è una virtù), vista la veloce progressione dei contagi, abbiamo deciso con i Campi Capo di annullare questo evento.
Avevamo riflettuto a fondo su cosa proporre ai capi che avrebbero partecipato a questo evento formativo in questo tempo così particolare e, riprendendo una riflessione che avevo abbozzato nel luglio 2020, che rifletteva sulle dinamiche vissute dal Israele nel ritorno dall’Esilio, ho sviluppato un percorso di “sostegno alla fede dei capi” che cerca di cogliere alcuni elementi importanti per vivere l’esperienza della “ricostruzione” in questo tempo.

Poiché il campo di formazione è stato annullato, metto a disposizione questo testo per tutti coloro che potrebbero trovarvi un aiuto nel ripercorrere l’itinerario che qui viene proposto. Il testo, ovviamente, risente del contesto in cui doveva essere proposto ed è pensato decisamente per dei capi scout, ma, superando gli elementi caratteristici del contesto, molti elementi penso possano essere d’aiuto a tutti i cristiani adulti, soprattutto a coloro che si sentono chiamati ad impegnarsi nella “ricostruzione”.

Te Deum 2021

Foto di gruppo nella festa del Centenario del Seminario Regionale a Bologna il 23 settembre 2021

Noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore.
I cieli e la terra sono pieni della tua Gloria.

Queste parole antiche che in moltissime chiese del mondo hanno guidato l’inno di ringraziamento alla fine di questo 2021, sono parole che, ogni anno, mi provocano personalmente.
E’ una grande sfida saper raccogliere il bene che Dio ha seminato nella mia vita e nella vita di coloro che hanno incrociato il mio cammino in questo anno, perché quel bene deve portare frutto, deve essere accolto in modo consapevole, e il primo e più importante modo per farlo e quello di rendere grazie.
I cieli e la terra sono pieni della Gloria di Dio“, ma se i nostri occhi sono incapaci di riconoscerla e contemplarla, noi perdiamo una grande opportunità.
Provo dunque a spigolare tra i numerosi doni ricevuti in questo anno, il bene che mi è stato elargito e di cui in modo particolare desidero rendere grazie.

– Per la vita della comunità del Seminario Regionale a partire dalla fraternità con don Adriano e don Giampiero; per la testimonianza quotidiana dei seminaristi; per il percorso che tutti insieme stiamo cercando di costruire, sostenuti dal dialogo fecondo con i nostri vescovi: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per le beatificazioni di don Giovanni Fornasini e di Sandra Sabattini; perché nella testimonianza autorevole in questi due giovani totalmente donati a te e ai fratelli, mi hai fatto comprendere che non è mai troppo presto per fare sul serio, per vivere il Vangelo con radicalità, per accogliere le opportunità che tu ci offri per essere fedeli a te e camminare nella via della santità: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutto il bene condiviso con le sorelle e i fratelli capi dell’AGESCI in questo anno di ripartenza, nonostante il perdurare della pandemia; per tutti i capo e le capo che continuano a testimoniare il loro impegno e la loro passione educativa con i bambini e i ragazzi che sono loro affidati; in particolare per la fraternità e la stima condivisa con Francesco e Daniela: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Per i vaccini che impediscono le conseguenze più gravi del Covid, che ci consentono di ritrovarci insieme, di continuare a lavorare, di poter andare a scuola, di poter stare accanto ai nostri anziani; per tutti i medici e gli operatori sanitari e per tutti coloro che si prodigano oltre il loro dovere: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Per tutti gli incontri che in questo anno mi hai concesso di vivere, entrando in contatto con persone appassionate e generose, con persone desiderose di vivere appieno la loro vita, di conoscere te e la tua Parola, di impegnarsi a favore degli altri; per tutti coloro che hanno chiesto il mio aiuto e mi hanno provocato ad uscire da me stesso per costruire fraternità anche con persone a cui io non avrei pensato: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per la diocesi di Rimini, per il vescovo Francesco, per tutti i presbiteri e i diaconi, per tutti i cristiani adulti, per i giovani; perché mi hai concesso di custodire questo legame con riconoscenza e impegno, perché mi sento accolto ogni volta che rientro; perché tu alimenti in me la voglia e l’entusiasmo di impegnarmi per la mia Chiesa: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per gli uomini e le donne di pensiero e di cultura che ci aiutano a penetrare il senso delle cose che accadono, per i giornalisti e le giornaliste che ci aiutano ad andare oltre la notizia, a comprendere cosa stia accadendo; in particolare per gli amici e le amiche di “Avvenire”, divenuti in questi anni una preziosa presenza quotidiana: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutte le amiche e gli amici che mi doni, che sopportano la mia latitanza, che si ricordano di me anche quando io non mi ricordo di loro, che con totale gratuità mi fanno sentire che la mia vita è preziosa per loro: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per la mia famiglia di origine che in questo anno hai custodito nella pace e nella salute; per “i nostri ragazzi e ragazze” che sono diventati grandi e stanno partendo per le vie del mondo inseguendo i loro sogni e i loro progetti; perché continui a farci guardare alla vita con speranza e fiducia: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Per tutto il bene che tu semini alla spicciolata nella mia vita, Signore; per ogni buon libro letto, per ogni bel film visto, per ogni messaggio ricevuto, per ogni parola di bene ricevuta e data, per ogni paesaggio che mi ha scaldato il cuore, per ogni buon pasto che mi ha rallegrato, ma anche perché in nessun giorno mi è mancato il necessario per vivere grazie alla benevolenza di coloro che lo hanno procurato, preparato e condiviso con me: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

– Infine ti voglio ringraziare, Signore, per due testimoni preziosi che ho incontrato proprio in questo ultimo mese: padre Pier Luigi Maccalli e il beato Franz Jaegerstaetter; sono stati per me due testimoni di pace e di giustizia, di fedeltà e di amore, di forza e di tenerezza, che mi hanno aiutato molto a comprendere il valore dell’impegno personale nella testimonianza, della formazione della coscienza e della nonviolenza; per loro e per tutti coloro che sono stati testimoni di te: Noi ti lodiamo Dio e ti proclamiamo Signore.

Tutti questi doni ricevuti, Signore, per i quali ti rendo grazie, diventino per me la chiamata rinnovata a diventare un dono per coloro che, nella tua provvidenza, Signore, porrai sulla mia strada nel nuovo anno che comincia.
Signore, porta a compimento l’opera che hai iniziato in me.

Buon anno nella verità e nella giustizia

Sami Briss Uccello del canto
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Voglio augurare a tutte e tutti un buon anno con le parole del salmo 85, un salmo che mi sta accompagnando da alcuni anni e che sento particolarmente adatto per introdurci in questo nuovo tempo che inizia.
Si tratta di un salmo che presenta il ritorno degli esiliati dalla deportazione e la loro fiducia in Dio. Hanno vissuto un tempo terribile di prova, un tempo di purificazione. Ma ora il Signore apre a loro una speranza.

In questo salmo c’è un versetto che mi ha molto colpito e che vorrei brevemente commentare perché mi sembra ci apra una via di luce per vivere il tempo del nuovo anno che stiamo per iniziare.

La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà da cielo

Verità e giustizia sono doni che Dio condivide con l’uomo, ma essi ci provengono per vie diverse.
La verità germoglia dalla terra: questo ci chiede di essere fedeli alla realtà che nasce dal basso, ci chiede di essere radicati nella storia, in quanto accade. Quella terra è la stessa che anche il Verbo di Dio ha assunto su di sé e che chiede di essere presa sul serio; non può essere ignorata né mistificata: è ciò che ci consente di essere veri.
La giustizia si affaccia dal cielo: perché Dio ci indica il modo di camminare su questa terra, di vivere bene la nostra vita, senza fuggire la realtà, ma sapendo riconoscere nella realtà che ci rende veri, una via di bene e di giustizia.

Buon anno dunque nella verità,
nella giustizia e nella pace.

Salmo 85
2 Signore, sei stato buono con la tua terra,
hai ricondotto i deportati di Giacobbe.
3 Hai perdonato l`iniquità del tuo popolo,
hai cancellato tutti i suoi peccati.
4 Hai deposto tutto il tuo sdegno
e messo fine alla tua grande ira.

5 Rialzaci, Dio nostra salvezza,
e placa il tuo sdegno verso di noi.
6 Forse per sempre sarai adirato con noi,
di età in età estenderai il tuo sdegno?
7 Non tornerai tu forse a darci vita,
perché in te gioisca il tuo popolo?

8 Mostraci, Signore, la tua misericordia
e donaci la tua salvezza.

9 Ascolterò che cosa dice Dio, il Signore:
egli annunzia la pace
per il suo popolo, per i suoi fedeli,
per chi ritorna a lui con tutto il cuore.
10  La sua salvezza è vicina a chi lo teme
e la sua gloria abiterà la nostra terra.
11 Misericordia e verità s`incontreranno,
giustizia e pace si baceranno
.
12  La verità germoglierà dalla terra
e la giustizia si affaccerà dal cielo
.

13 Quando il Signore elargirà il suo bene,
la nostra terra darà il suo frutto.
14 Davanti a lui camminerà la giustizia
e sulla via dei suoi passi la salvezza.

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

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