Vivere immersi nel tempo

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Percorso biblico-catechetico sul tempo
Per un periodo in cui siamo chiamati a vivere
solo la dimensione del tempo

Introduzione
Solitamente la vita dell’uomo si declina intorno a due grandi coordinate: lo spazio ed il tempo. Queste due coordinate, nelle loro intersezioni, determinano i momenti salienti della nostra vita, fatta di tempi e spazi dedicati e caratterizzati.

La quaresima e la Pasqua di questo anno, invece, sono state caratterizzate dalla quarantena e dal distanziamento sociale, con il blocco di tutte le attività aggregative e produttive e la ripetizione ossessiva dello slogan “Restate a casa!”.

Milioni di persone nel mondo si sono trovate improvvisamente a vivere per lunghi giorni nello spazio ristretto della propria casa, vivendo non poche difficoltà nella gestione quotidiana, dovendo trasformare e articolare la casa in luogo di lavoro (smart working), di apprendimento per i bambini e i ragazzi (didattica a distanza) e di vita della famiglia.

Le misure di distanziamento per il contenimento del contagio, oltre che nella logistica quotidiana delle persone e delle famiglie, hanno influito anche nella comprensione di come si potesse vivere, quando lo spazio era sempre il medesimo, e rimaneva solo il tempo come coordinata determinante i diversi passaggi della giornata.

Anche io mi sono trovato contagiato, ed ho dovuto vivere il conseguente isolamento sanitario per più di quaranta giorni. Chiuso nella mia stanza, per evitare il contagio degli altri preti che vivono con me, ho dovuto gestire la mia vita valorizzando molto il flusso del tempo per comprendere i passaggi tra un’esperienza e l’altra.

In queste circostanze ho voluto comprendere il valore proprio del tempo e, in un dialogo con alcuni amici educatori, ho pensato come questo “tema” potesse essere sviluppato nella prospettiva della fede.

In una domenica di aprile, dopo aver svolto tutti gli impegni previsti per questa giornata, annoiato dall’ennesima serie televisiva, non essendo capace di fare torte – occupazione che impegna molte famiglie e molti singles in questo tempo -, ho pensato di approfondire e sviluppare questa idea. Ne è emersa la traccia di un piccolo percorso biblico-catechetico sul tema del tempo.

Lo metto a disposizione di chiunque possa trovarlo utile.

Buon lavoro e buon tempo!

Qui potete scaricare il percorso  Percorso biblico sul tempo

 

Non ci servono gli eroi

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In questi due mesi di pandemia da Coronavirus il nostro linguaggio si è arricchito di espressioni tecniche o gergali utilizzate nelle conferenze stampa, sui social media, nel dialogo quotidiano. Con l’emergenza sanitaria siamo stati tutti introdotti in un contesto particolare, dove l’utilizzo di determinate espressioni diventa abituale.

Una delle espressioni più utilizzate (e abusate), all’interno di una retorica che si è diffusa in modo molto ampio, è il termine “EROE” attribuito – in questa circostanza – ai medici, agli infermieri e a tutto il personale sanitario: “sono i nostri eroi!”, diciamo a gran voce.
In altre circostanze drammatiche lo stesso titolo era stato attribuito ai pompieri, alle forze dell’ordine, … o ad altre categorie che, di volta in volta, si sono trovate al centro di una vicenda.

Senza nulla togliere all’impegno attuale dei sanitari o, in altre occasioni, delle altre professioni citate, io, sommessamente, vorrei dire che non sono d’accordo con l’utilizzo di questa espressione, e che non credo sia sano usarla per quattro diversi motivi.

– Il primo motivo è che questo termine è utilizzato inevitabilmente in modo esclusivo. Ogni volta che si attribuisce il titolo di eroe ad una determinata categoria di persone che balza agli onori delle cronache, automaticamente e involontariamente, si escludono altri, che magari si stanno pure impegnando in modo molto intenso, ma nel nascondimento delle famiglie, o in situazioni ritenute socialmente “meno nobili”. 
Ripeto per essere chiaro: non voglio sminuire il grande lavoro che tutto il personale sanitario sta svolgendo in questa difficilissima crisi, ma perché allora non considerare eroi anche gli insegnanti, catapultati senza alcun preavviso nel tritacarne della didattica a distanza; perché non considerare eroi tutti coloro che lavorano nella filiera alimentare, rifornendo e gestendo i nostri supermercati per consentirci il necessario approvvigionamento di cibo; perché non considerare eroi le badanti, che sono rimaste al loro posto, accanto ai nostri anziani, prendendosene cura; perché non considerare eroi i genitori, che ogni giorno si devono inventare qualcosa per impedire ai loro figli di andare fuori di testa in questa situazione di isolamento sociale … si potrebbe andare molto avanti. Non mi sembra che sia socialmente utile questo processo esclusivo; forse, involontariamente, risulta anche un po’ ingiusto.

Il secondo motivo è di carattere etico. Perché – mi chiedo – dovrei considerare eroe una persona che nella sua professione, cerca di dare il massimo e di fare del suo meglio con grande passione? Perché non dovrei pensare che questo sia “normale” e che io, come cittadino, avrei il diritto di attendermi che un professionista si comporti proprio così? Cosa penserei se, invece, si comportasse in modo superficiale, approssimativo, egoista? Considererei “normale” questo secondo atteggiamento? Non è forse “normale” che chiunque di noi, qualsiasi sia la sua professione, in qualsiasi ruolo la società lo abbia chiamato/a a spendersi, si comporti in modo professionale, mettendo tutto il suo impegno, la sua creatività, la sua intelligenza, il suo coraggio per svolgere bene il proprio lavoro, senza accontentarsi del minimo?
Una società che considera eroi coloro che fanno il proprio dovere e lo fanno bene, è una società malata, che elegge la mediocrità a norma e si rassegna a vivere in una situazione in cui prevale l’egoismo, la superficialità e l’indifferenza per il bene comune. Mi rifiuto di pensare che possa essere considerato “normale” vivere in una società come questa!

Il terzo motivo è di carattere educativo. Da educatore, infatti, riconosco l’ambivalenza pericolosa della figura dell’eroe.
Ognuno di noi ha avuto bisogno di modelli per crescere e, come educatori, proponiamo ai nostri ragazzi delle figure modello per aiutarli a compiere le scelte che definiscono il percorso della loro vita; quando però un giovane si trova di fronte ad un “eroe”, sorge spontanea l’ammirazione, ma raramente scatta lo spirito di emulazione, perché ciò che risalta nel confronto è l’eccessiva distanza esistente tra l’eroe/eroina – persona straordinaria – e me, persona normale, con limiti e paure, con fragilità e insicurezze. Come per il santo, nel contesto ecclesiale, anche per l’eroe nel contesto civile si tende a mettere in evidenza l’eccezionalità che si manifesta, rispetto alla normalità nella quale molte persone, anche giovani, preferiscono identificarsi. La retorica dell’eroe, sul piano educativo, non ha molto valore e può rappresentare un boomerang pericoloso.

– Ci sarebbe un quarto motivo di ordine politico, che accenno solamente perché è stato ampiamente trattato sui giornali in questi giorni.
Risulta piuttosto ipocrita una società che, in situazione straordinaria, elegge alcune persone al ruolo di eroe, ma non li rispetta e non li valorizza sul piano salariale o sul piano delle condizioni di lavoro nelle circostanze ordinarie. Credo che, mentre è assolutamente doveroso che ad ognuno sia chiesto di dare il massimo sempre, è altrettanto doveroso da parte dello Stato, nelle sue varie componenti, riconoscere a chi si impegna, in qualsiasi ambito della nostra società, il rispetto dei suoi diritti, il rispetto della sua persona e un giusto salario. Io mi vergognerei a distribuire medaglie o onorificenze a persone a cui nego i riconoscimenti fondamentali in situazione ordinaria.

Secondo il mio modesto parere non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che si impegnano, si appassionano, si mettono in gioco con la loro competenza, la loro professionalità e la loro creatività, per rendere questo mondo un luogo migliore per tutti. Ne abbiamo bisogno nei momenti di emergenza, ma ne abbiamo bisogno anche nei momenti ordinari, per vivere in un Paese dove non si usa la retorica per compensare l’ingiustizia, ma dove si domanda ad ognuno di fare del proprio meglio e si riconosce ad ognuno il valore di quello che sta facendo. 

Ho scritto questa riflessione ricordando Maurizio Bertaccini, medico e diacono, morto questa settimana per infezione da Coronavirus, che sua moglie non vuole sia chiamato eroe, ma “solo” un uomo buono e un medico appassionato, che riteneva di non poter rifiutare nessuna richiesta di aiuto da parte dei suoi pazienti.

Ufficialmente guarito!

Riflessioni a caldo

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Oggi (16 aprile 2020) è arrivato l’atteso responso: il secondo tampone, effettuato ieri mattina, è negativo. Sono guarito ufficialmente!
La notizia mi è arrivata durante un incontro in video conferenza con una cinquantina di preti della diocesi: abbiamo subito festeggiato insieme, ricordando tutti coloro che ancora sono in situazione di malattia, qualcuno anche molto grave.
La cosa più bella che ho già vissuto è stata pranzare con gli altri preti, dopo più di quaranta giorni che consumavo i miei pasti da solo in camera, in isolamento.

E’ stato un tempo impegnativo, di cui ho già scritto, ma anche un tempo prezioso.
Il Signore ha avuto misericordia di me e non mi ha fatto soffrire troppo – come è capitato ad altri vicini a me -, ma ha voluto accompagnarmi in questo itinerario che ha coinciso con la quaresima e i primi giorni dell’ottava di Pasqua.

Devo dire molti grazie:
– a Dio, prima di tutto, perché non mi ha mai fatto mancare la sua presenza e mi ha concesso di ritornare al punto fermo quando, per qualche motivo, sembrava prevalere lo scoraggiamento (davvero il Signore è una roccia, come dicono i Salmi);
– ai preti di Santarcangelo perché hanno avuto fraternamente cura di me e non mi hanno fatto mancare l’affetto e tutto il necessario in questo lungo periodo di malattia e di isolamento; la fraternità che ci lega nei sacramenti del battesimo e dell’ordine è diventata molto concreta e si è fatta cura e preoccupazione (in senso positivo) nei miei confronti;
– al Vescovo e ai preti della Diocesi, per la loro presenza amica fin dai primi passaggi della mia diagnosi e poi nel tempo della cura; grazie al Vescovo per il tempo ampio che mi ha dedicato, con chiacchierate serene, che mi rendevano partecipe della vita della Diocesi;
– alla mia dottoressa, Barbara Dipietrantonio, presenza fedele ed efficace, che ha tenuto in mano la vicenda della mia malattia, venendo a fino a Santarcangelo per visitarmi e accompagnandomi passo passo fino ad oggi;
– ai medici e al personale dell’ospedale e dell’ufficio d’igiene pubblica per la loro gentilezza e la loro disponibilità; non avevo esperienza di contatti con queste realtà di cura. E’ stata una gradita e consolante sorpresa;
– alle persone della Parrocchia, dagli operatori pastorali, alle famiglie e ai bambini, che mi hanno riempito di messaggi molto affettuosi e inviato disegni molto belli; 
– ai tanti amici e alle tante amiche che si sono resi presenti in modo fedele, comunicandomi affetto e vicinanza, preoccupandosi dell’evoluzione della mia vicenda;
– ultima, ma non ultima, alla mia famiglia (genitori, fratelli, sorelle e nipoti), che mi ha accompagnato e, anche questa volta, mi ha fatto sentire un legame che è molto più forte del sangue che condividiamo.

Insomma grazie a tutti!

Cosa ho imparato in questo tempo?
Forse è un po’ presto per dirlo perché, come accade al vino, occorre attendere un po’ di tempo perché maturi, ma come accade nella vendemmia, mentre si attende che la fermentazione compia il suo ciclo, si gustano immediatamente alcuni frutti del raccolto. Provo anche io a fare così. 

Ho imparato la pazienza.
Il tempo lungo che ho vissuto in isolamento ha richiesto molta pazienza, perché quasi nulla corrispondeva ai miei tempi; mi tornava spesso in mente quel testo di Isaia che dice “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). Ho imparato un po’ di più la pazienza accettando che altri decidessero e sapessero cosa si poteva o non si poteva fare; nell’accettare che il mondo non girava intorno a me, e che ero uno di tanti che dovevano essere accuditi secondo  ordini di priorità che altri decidevano; nell’accettare i tempi di una malattia che non ha protocolli e rispetto alla quale i medici cercano di fare il loro meglio.

Ho imparato l’umiltà.
Dell’aver bisogno di essere accudito. Dell’essere fragile e in balia di una malattia che si sviluppa in modo inaspettato. Del dovermi fermare, perché in alcuni giorni le mie forze erano esaurite. Del dover vedere altri che si spendevano generosamente, mentre io ero bloccato in camera.

Ho imparato la fede.
Guidato dai testi della Scrittura del tempo di quaresima, ho sentito che il Signore accompagnava questo cammino di deserto ed era una presenza feconda. Se ne sono accorti anche gli amici e le amiche che seguono i miei blog, che in questo periodo sono stati molto prolifici. Sentivo che quella Parola mi guidava a riconoscere scenari sempre nuovi, dentro i quali anche io dovevo lasciarmi condurre.

Ho imparato ad essere prete in modo diverso.
Questo tempo, nonostante l’isolamento, non è stato il tempo dell’inazione. Ho cercato di esserci per le persone prendendo l’iniziativa, ho cercato di essere disponibile all’ascolto, ho cercato di portare la Parola, ho pregato per le persone che mi venivano affidate, ho celebrato la Liturgia delle ore con sempre maggior consapevolezza, ho celebrato l’
Eucaristia con gratitudine, … tutto quello che mi era possibile fare, ho cercato di farlo, anche se era molto diverso da quanto ero abituato a fare.

Ho imparato la fraternità.
Quella che si è manifestata nei gesti che ho ricevuto e quella che ho cercato di alimentare nell’attenzione verso gli altri preti della mia Diocesi. Ma è più quello che ho ricevuto di quello che ho dato. Ho provato ad essere parte attiva, portando l’urgenza di una riflessione, proponendo occasioni di scambio… Ho imparato che la fraternità dipende da noi e da quanto ci mettiamo in gioco per viverla.

Ho imparato la gratitudine per le piccole cose.
Per il sole che entrava dalla finestra al mattino presto quando iniziavo a pregare. Per le neve in qualche giorno a marzo. Per le voci della gente che, passando sotto la mia finestra, si salutava mentre andava a fare la spesa. Per il silenzio surreale di Santarcangelo che mi ha dato pace e tranquillità. Per le telefonate delle persone e per i tantissimi messaggi ricevuti. Per internet, che mi ha permesso di continuare a lavorare e rimanere in contatto. Per la Chiesa, madre e maestra che nella figura del Papa e del Vescovo ha accompagnato e sostenuto il mio deserto. Per la Scrittura, parola sempre nuova che arde nel cuore. Per i pasti preparati per me da qualcuno che si era preso cura. Per la possibilità di riposare la notte … 

Ora anche per me la sfida è di non disperdere i doni ricevuti.
Questo tempo rallentato che continua insieme a tutti, mi aiuterà a vivere un rientro graduale e a comprendere meglio le priorità che richiedono attenzione. So che molti mi aiuteranno. So che ci sono alcuni che potrò aiutare.

Alla scuola di Maria Maddalena

La seconda chiamata/conversione

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Mosaico realizzato da padre Marko Rupnik, sj

Quella mattina di Pasqua, Maria Maddalena si reca al sepolcro quando era ancora buio, un buio che, come ricorda Enzo Bianchi, era iniziato con il tradimento di Giuda e si era fatto ancora più intenso (secondo i vangeli sinottici) nel momento della morte di Gesù. Ma Maria porta quel buio anche dentro di sé.
Cito ancora Enzo Bianchi nella sua meditazione di Pasqua:

Maria di Magdala si reca al sepolcro. Il suo cuore è avvolto dalla tenebra della disperazione e della non-fede, perché non ha ancora compreso il compimento che è avvenuto nella morte di Gesù, non riesce a credere alla resurrezione di cui certamente il suo Maestro le aveva parlato. Maria non va per ungere il cadavere, come ci dicono gli altri vangeli, ma semplicemente perché non riesce a distaccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato.

Il pianto inconsolabile di Maria, chinata verso il sepolcro vuoto, quel pianto che la rende cieca e indifferente all’apparizione degli angeli, ai quali ripete solamente che “(le) hanno portato via il Signore e non sa dove lo hanno posto“, è il segno di un legame personale intenso con Gesù, che però ancora non è maturato e rimane incapace di ricuperare l’insegnamento sulla risurrezione.

Sarà solo con l’ascolto di una nuova chiamata, che Giovanni ci racconta sullo stile della chiamata dei primi discepoli (Cfr. Gv 1,38 – chi cerchi?/che cercate? ), e sentendosi chiamata per nome, che Maria Maddalena si volterà (convertirà) verso il Signore e lo riconoscerà (Rabbunì) come il Vivente.

Una proposta di conversione per noi
A livello personale. Forse anche il nostro legame personale con Gesù è forte come quello della Maddalena, ma, soprattutto in questo tempo Pasquale, siamo chiamati a verificare se anche noi rischiamo di vivere in quella nostalgia che mette in evidenza solo ciò che manca, se rischiamo di rimanere attaccati ad “un sepolcro vuoto” nel quale, come ripetono a gran voce gli angeli in quella mattina, non c’è Gesù, non è più lì perché lui è risorto.
Questo tempo di emergenza, con tutte le sue esigenze e conseguenze, ci chiede di compiere questa verifica, per riconoscere che cosa animi il nostro legame con il Signore. E’ certamente un tempo di sofferenza, ma anche un tempo di riflessione sulla nostra fede, sulla nostra adesione ecclesiale, sul valore delle forme e delle strutture che, a volte, rischiano di trasportaci passivamente, senza che noi ne siamo più consapevoli (celebrazioni, incontri, servizi, attività varie, …), semplicemente perché “ho sempre fatto così“.
Questa emergenza può essere anche per noi l’occasione della seconda chiamata, che invita alla conversione, che richiede una purificazione dolorosa, ma che conduce alla verità del nostro rapporto con il Signore e ad una visione più limpida della nostra vita, alla luce della risurrezione. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo” (Col 3,1).

A livello ecclesiale. Anche a livello ecclesiale è necessario chiedersi se non rischiamo di trasformare la nostra fede pasquale nell’onore reso ad un sepolcro vuoto, e il nostro attaccamento a Gesù ad un’ideologia: è un pericolo che papa Francesco richiama con forza nell’enciclica Gaudete et exultate, quando denuncia i pericoli dello gnosticismo e del pelagianesimo (Cap. 2).
L’invecchiamento delle nostre comunità, l’assenza di molti adulti impegnati nel lavoro e nella società, la sterilità vocazionale che stiamo vivendo soprattutto nella chiesa di Occidente, sono sintomi preoccupanti di una Chiesa che rischia di rimanere attaccata ad un passato e non è capace di generare vita nuova.
La nostra necessaria fedeltà alla Tradizione ecclesiale, rischia di ridursi nell’attaccamento a tante piccole tradizioni che rappresentano l’eredità di un passato, ma che formano un carico che ci schiaccia, che ci impedisce di respirare, che ci impedisce la gioia e la prontezza ad andare là dove i nostri fratelli e sorelle attendono l’annuncio della risurrezione di Gesù. Non è semplice capire cosa sia zavorra e cosa sia risorsa da rinnovare. Un sano discernimento comunitario, fatto in modo snello, aperto alla critica costruttiva, libero dai clericalismi, disponibile a compiere delle scelte concrete e ad avviare processi di rinnovamento, non riducendosi a delle analisi infinite, ci potrebbe davvero aiutare.

Anche per la Chiesa, è stato detto in diversi interventi, l’esperienza della pandemia deve trasformarsi in un evento di purificazione, in una nuova chiamata alla conversione, per riscoprire la freschezza della relazione con il Vivente. Facciamolo e vivremo! (Cfr. Lc 10,37)

La via nuova di Maria Maddalena
Riconosciuto Gesù come il Vivente, Maria Maddalena riceve due inviti – “non mi trattenere, ma va’ ad annunciare ai miei fratelli …” – che rappresentano due indicazioni per una nuova via da percorrere, per lei e per noi.

Non mi trattenere. Gesù ricorda a Maria Maddalena che deve ascendere al Padre, che la sua glorificazione si deve ancora compiere (nell’ascensione) perché la sua (e la nostra) umanità entri nella gloria di Dio.
In questo invito di Gesù possiamo riconoscere anche un’indicazione che invita a rinunciare ad ogni esclusivismo e settarismo, tentazioni sempre attuali per la comunità dei credenti. Dobbiamo ammettere che in molte forme di devozionalismo e di spiritualismo, diffusesi negli ultimi decenni come risposta al secolarismo della società occidentale, si riconosce un modo di vivere la fede che tende a separare Dio dalla realtà dell’uomo, quasi che la realtà sia nemica di Dio, che Dio debba essere difeso da questa realtà umana per la quale ha dato la sua vita.
Ritorna attuale il grande tema Chiesa/Mondo, rispetto al quale la Chiesa di tutti i tempi deve riposizionarsi secondo la logica del Vangelo.
Il mondo non è nemico di Dio, e se anche a volte si comporta in modo ostile, Dio lo ama e non ci chiede di separarlo dal mondo per renderlo più puro (cfr. Gv 17,15). L’esito è che rendiamo Dio inavvicinabile per molti, lo tratteniamo per noi, quasi sia un tesoro troppo prezioso per essere condiviso con tutti.

L’esperienza dell’epidemia ci dovrebbe aver fatto cogliere che c’è una grande vitalità  e c’è tanto bene anche fuori dei confini della Chiesa. Nei confronti di questo mondo non possiamo non provare simpatia, non possiamo considerarlo estraneo a ciò che noi viviamo. Con questo mondo dobbiamo condividere la nostra esperienza di Dio, con umiltà e semplicità, come Pietro e Giovanni al tempio quando incontrano l’uomo paralitico: noi non abbiamo ne’ oro ne’ argento, ma possiamo condividere Gesù e la forza della risurrezione che abita in noi(Cfr. At 3).
D’altra parte l’epidemia ci dovrebbe aver fatto comprendere che, certe interpretazioni apocalittiche, emerse da alcuni circoli devozionalisti, che hanno diffuso l’idea di un Dio punitore, di un Dio che utilizza il virus per punire il mondo dai suoi peccati, … sono assolutamente sbagliate e lontane da ciò che dice il Vangelo; ma dovremmo comprendere anche che, tali interpretazioni erronee, sono il prodotto di un’impostazione spirituale ed ecclesiale che, pur coinvolgendo tante persone di buona volontà, propone una visione erronea della fede e della vita cristiana, e per tanto sono da evitare, da sconsigliare e da marginalizzare. Anche in questo senso occorre compiere un percorso di purificazione per il bene delle persone, soprattutto delle più semplici.

Va’ dai miei fratelli. Maria Maddalena diviene l’apostola degli apostoli, la prima missionaria della risurrezione, e ricupera in pienezza la sua gioia. “Ho visto il Signore!“. La sua esperienza non è “consumata” nell’intimo, ma diviene condivisione universale e primo avvio della grande missione evangelica.
Anche per la Chiesa, come hanno detto i documenti del magistero degli ultimi sessant’anni, non c’è altra via che quella della missione per ritrovare la freschezza, la vitalità e la fecondità che lo Spirito è capace di infondere in noi. Ma se, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, noi ci esoneriamo dall’annuncio e ci limitiamo a considerare la nostra vita ecclesiale come la conservazione di ciò che il passato ci ha consegnato, noi siamo destinati a perire, perché in noi non circola più la vita, o a ridurci ad un museo nel quale si possono visitare le vestigia di un passato che non c’è più.
L’invito a vivere in modo ordinario l’impegno per la missione, dovrà caratterizzare l’esperienza ecclesiale che ripartirà dopo l’emergenza del Coronavirus; questo tempo di pausa può essere il tempo in cui riflettere, discernere e sognare un modo di vivere la Chiesa più fedele al mandato di Gesù e alle indicazioni della Chiesa stessa. 

Maria Maddalena ci indica la strada che noi possiamo seguire con fiducia, abbandonando il pianto disperato nei pressi del sepolcro vuoto, per riconoscere e abbracciare Gesù risorto lì dove lui manifesta effettivamente la sua presenza.

In memoria del vescovo Mariano

Mariano e Francesco

Mentre questo sabato santo particolare, con tutto il suo silenzio e il suo carico di attesa procede lentamente, arriva sulla chat dei preti della Diocesi un messaggio davvero inatteso: “Il vescovo Mariano ha concluso questa mattina il suo cammino terreno“.
Reagisco alla notizia con un emoticon che raccoglie insieme stupore, ma anche senso di colpa. Tra i tanti malati che ricordavo in questi giorni nella preghiera, non avevo ricordato lui, il nostro Vescovo.
Eccellenza, mi confesso e chiedo perdono per questa grave dimenticanza; una cosa che Lei ci ha sempre detto è che ci ricordava ogni giorno nella preghiera e che ci voleva bene; sono sicuro che Lei ha continuato a farlo, fino all’ultimo istante. Mi perdoni.

Io questo bene l’ho sentito, e di questo La ringrazio.
Sono stato nel primo gruppo di preti da Lei ordinati come Vescovo della Diocesi di Rimini (1990). Questo legame sacramentale Lei lo ha sempre sottolineato e ce lo ha sempre fatto vivere.

Negli anni del mio ministero sono state diverse le occasioni di colloquio con Lei. Ne ricordo in particolare due: quando nell’agosto del 1998, con un piccolo stratagemma, mi ha fatto tornare anticipatamente da un campeggio per comunicarmi che sarei diventato parroco alla Colonnella e quando, nell’estate del 2006, mi ha convocato per comunicarmi che sarei diventato rettore del Seminario di Rimini. In ambedue le occasioni – per nulla informali – ho sentito su di me la sua stima e la sua preoccupazione, la sua consapevolezza che fossero per me passaggi importanti, ma anche il senso del suo ruolo di Vescovo, che mi invitava a fidarmi di ciò che mi veniva domandato, perché Lei ci aveva pensato bene e sapeva altrettanto bene in nome di chi me lo chiedeva.

Molte altre cose potrei dire, ma preferisco custodirle nel cuore e affidarle al Signore nell’eucaristia Pasquale che domani celebrerò.
La penserò intento a celebrare la Pasqua eterna con il Signore Vivente, Sommo Sacerdote della nuova alleanza, intorno “all’altare del cielo, innanzi alla maestà divina” (Cfr. Canone Romano), a intercedere per la Chiesa che è stata sua Madre e sua Sposa.

Le chiedo solo, da esperto cerimoniere pontificio – quale Lei era -, di essere paziente con tutti quegli angeli che fanno il servizio liturgico: ce la mettono tutta, ne sono sicuro!

Riposi in pace vescovo Mariano. Il Signore La accolga come il servo buono e fedele, chiamato a prendere parte alla gioia del suo Signore. E continui a pregare per noi.  

Sabato Santo, 11 aprile 2020

don Andrea Turchini

E’ il vivente

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Non è un sepolcro vuoto che rende plausibile la risurrezione, ma incontrare Lui vivente, e l’angelo prosegue: So che cercate Gesù, non è qui! Che bello questo: non è qui!
C’è, esiste, vive, ma non qui. Va cercato fuori, altrove, diversamente, è in giro per le strade, è il vivente, un Dio da cogliere nella vita.

Queste parole di padre Ermes Ronchi, pubblicate su Avvenire a commento del Vangelo della Veglia Pasquale, mi sembra esprimano bene il messaggio della Pasqua e, in particolare, della Pasqua di questo anno.

La verità della risurrezione va cercata nella vita delle persone. E’ lì che si manifesta nella sua grandezza e nella sua verità.
I discepoli, testimoni accreditati della risurrezione, non portavano le persone davanti al sepolcro vuoto per dimostrare la verità di quanto affermavano, ma, con grande umiltà e semplicità, mostravano ciò che era accaduto nella loro vita, come il Signore vivente agiva ed era vivo nella loro stessa vita.

In queste settimane di dolore fino alla tragedia, abbiamo tutti visto che, accanto alla morte, sempre il Vivente operava, in vari modi, in diverse forme. Tra coloro che papa Francesco ha chiamato “i santi della porta accanto“, che si sono spesi fino al sacrificio della vita, tanti e tante non erano guidati semplicemente da nobili motivi umanitari, ma dalla fede nel Vivente, che trasforma ogni gesto come un gesto di affetto che viene direttamente da Dio.

Questa espressione “il Vivente“, riferita a Gesù, che troviamo sopratutto nel libro dell’Apocalisse, dovrebbe essere l’espressione che anche noi utilizziamo più frequentemente per riferirci al nostro Signore; anche noi – infatti – rischiamo di relegarlo ad un glorioso passato e ridurlo ad un virtuoso esempio. No!
Lui è il Vivente, vincitore della morte, che continua ad agire interiormente, attraverso lo Spirito Santo – vero dono Pasquale -,  ed esteriormente, attraverso i suoi discepoli e le sue discepole, per testimoniare la sua prossimità e il suo amore per ogni uomo e donna che vive nel mondo.

Auguro a tutti voi, che avete la bontà e la pazienza di leggermi su queste pagine virtuali,  di sperimentare nella vostra vita la forza di questa presenza e di divenire, a vostra volta, testimonianza viva della sua stessa vita per coloro che il Signore vi fa incontrare.

Buona Pasqua!

don Andrea

Venerdì santo: Volgiamo lo sguardo

La croce non è un elemento di arredo

Crocifissi del '300, '400 nel riminese

Il venerdì santo pone al centro della nostra attenzione la Croce del Signore.
Nella liturgia di questo giorno si canta in modo solenne: “Ecco il legno della croce al quale fu appeso il Cristo, Salvatore del mondo. Venite, adoriamo!“, e si invita la gente a venire per adorare la croce, baciando la sua immagine.

Quest’anno non sarà possibile per noi compiere questo solenne rito, ma la croce non è estranea ai luoghi in cui abitiamo e lavoriamo. Purtroppo – spesso – essa è ridotta ad un elemento di arredo, ma oggi dobbiamo e vogliamo metterla in evidenza, dobbiamo  e vogliamo riprenderla in mano e possiamo baciarla in segno di adorazione.

Oggi siamo chiamati a rivolgere il nostro sguardo alla croce, a stare davanti al suo mistero di orrore e di amore, di violenza e di gratuità, di peccato e di perdono. 
Per noi cristiani la croce è un segno importante che, prima di distinguerci dagli altri, magari anche in opposizione agli altri, dovrebbe caratterizzare la nostra vita.
Tutto quello che la croce rappresenta, quell’amore, quella disponibilità al perdono, quel farsi carico del male, quell’offerta della propria vita … tutta quella parte narrata dal Vangelo con dovizia di particolari, dovrebbe essere riconoscibile in noi, nella nostra vita, nelle nostre scelte, anche se, paradossalmente, nel mondo non ci fosse più la possibilità di esporre alcuna immagine della Croce.

Alcuni cristiani e cristiane nella storia della Chiesa – penso in particolare a san Francesco e a San Pio da Pietrelcina – hanno ricevuto la “terribile grazia” di portare sul proprio corpo le ferite della Croce.

A noi probabilmente questa “terribile grazia” non sarà concessa ne’ richiesta, ma ugualmente, nella nostra vita, la Croce dovrebbe essere ben riconoscibile.

In questo giorno, in cui ci è sottratto il rito del bacio della Croce, svolto insieme alla comunità, possiamo riflettere e verificare quanto della Croce è impresso nella nostra vita; quanto è riconoscibile nel nostro modo di vivere e di amare; quanto è riconoscibile nella nostra disponibilità a perdonare e quanto nella nostra disponibilità ad offrire la nostra vita perché altri vivano.

Questi giorni sono segnati dalla morte e dal dolore per la malattia, l’angoscia, la solitudine, la precarietà, la difficoltà a trovare le risorse per vivere;… in tutto questo dolore però, arrivano quotidianamente spiragli di luce, nella testimonianza di persone che hanno offerto sé stesse, il proprio impegno, la propria professionalità, la propria fatica; che si sono messe a servizio dei più deboli, dei più poveri; che hanno rinunciato alla logica egoistica del “salva te stesso”, hanno rinunciato alla propria sicurezza e, alcuni di loro, offerto la propria vita perché altri potessero vivere e guarire.
Il mondo li chiama eroi o angeli, perché la loro vita risplende di tutta la luce che viene dal meglio dell’umanità; ma fra di loro ci sono uomini e donne, giovani e anziani che sono semplicemente discepoli di Gesù, che hanno accolto sulle loro spalle la Croce e hanno trasformato la loro vita in un dono d’amore, rispondendo a quell’invito che ci interpella tutti, ognuno secondo la propria vocazione: “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 16,24-25).

Oggi, quando abbracciamo e baciamo la Croce, noi ricordiamo l’offerta della vita che Gesù ha fatto, ma vogliamo riconoscere anche tutte le vita autenticamente segnate dalla Croce di Gesù, tutte le vite di quei discepoli e di quelle discepole che hanno vissuto per amore facendo proprie le parole di Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “noi annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1,23-24).

Volgiamo lo sguardo alla Croce scopriamo il suo mistero di vita e di amore.

Giovedì santo: “Fate questo in memoria di me”

Dall’eucaristia alla vita eucaristica

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La sera del giovedì santo si apre il Triduo pasquale con il memoriale dell’ultima cena di Gesù. Quest’anno, come già detto ampiamente, non avremo la possibilità di partecipare a quella liturgia così coinvolgente, soprattutto per il gesto della lavanda dei piedi, ma non per questo non possiamo vivere quanto in questa giornata ci viene proposto.

C’è una “parola d’ordine” che oggi ci viene nuovamente consegnata da Gesù e si riferisce ai due gesti importanti che lui ha compiuto proprio nell’ultima cena: la lavanda dei piedi e i gesti dell’eucaristia.
In ambedue i casi Gesù ha detto ai discepoli “fate questo in memoria di me”.

Cosa voleva dire Gesù? Ci voleva indicare la strada per vivere nella nostra vita quello che nel rito dell’eucaristia celebriamo.

Mi sono chiesto allora come, in questo giorno memoriale della Pasqua eucaristica, noi possiamo vivere l’eucaristia senza il rito.
Mi sono detto: diventando noi eucaristia, vivendo una vita eucaristica.

La frase biblica che ispira questo percorso è presa dalla lettera ai Romani (12,1):
Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale“.
La proposta è semplice: noi che ci siamo cibati tante volte dell’eucaristia, oggi, ancora di più, dobbiamo diventare eucaristia, vivere la nostra vita in modo eucaristico: questo non ce lo può impedire nessuno e nessun virus.

Come fare?
Prendo come punto di riferimento il testo che abbiamo letto domenica scorsa (delle Palme) nella Passione secondo san Matteo (26,20-30).

1. Un contesto di tradimento
Non dobbiamo mai dimenticare che questo gesto importante di Gesù è vissuto in un contesto di tradimento. Uno dei suoi amici lo tradirà. Non siamo in un contesto armonico, ma piuttosto conflittuale. Non dobbiamo pretendere le circostanze ideali per vivere la nostra vita eucaristica, ma, in ogni circostanza, siamo chiamati a vivere il mandato di Gesù.

2. Gesù prese il pane 
Quel pane, come diciamo nella liturgia, è il frutto della terra e del lavoro dell’uomo.
Se quel pane è la mia vita, chiamata a diventare eucaristia, mi posso chiedere: come vedo la ma vita? è oggetto di benedizione da parte mia e di altri? di chi e di che cosa è frutto? posso prendere in mano la mia vita e benedire Dio? quale benedizione posso innalzare oggi a Dio per la mia vita?

3. Gesù rese grazie
E’ il gesto eucaristico per eccellenza. Se ho scoperto che la mia vita è degna di benedizione, se ho acquisito la consapevolezza di essere un dono, allora posso liberare la mia gratitudine. Rendere grazie sempre e in ogni luogo (non solo in chiesa e non solo durante la liturgia) è nostro dovere e fonte di salvezza, perché la gratitudine è l’atteggiamento che ci consente di riconoscere la presenza e l’azione di Dio nella nostra storia personale. 

4. Gesù spezzò il pane
Il pane per essere mangiato deve essere spezzato, non si può mangiare intero e non è cortese addentarlo.
Nella nostra fantasia noi sogniamo spesso grandi atti di donazione, come quelli che avvengono in alcuni momenti della nostra vita, quando pronunciamo grandi promesse che investono in modo importante la nostra esistenza nella sua interezza (il matrimonio, la consacrazione, l’ordinazione sacerdotale, un impegno professionale solenne, …).
Per vivere una vita eucaristica, devo invece essere disponibile a donarmi non solo in circostanze solenni, ma anche nella piccolezza delle situazioni quotidiane, altrimenti anche quelle grandi promesse non hanno valore e rimangono vuote. Per essere eucaristia ci viene chiesta una disponibilità ad essere spezzettati, a donarci per via di diffusione nella quotidianità e nelle situazioni particolari.

5. Gesù diede il pane
L’eucaristia si compie nel dono. Ciò che riconosciamo come un dono ricevuto, diviene a sua volta un bene donato e genera una vita nuova. La gratitudine matura nella gratuità. Il dono è la conseguenza naturale di una gratitudine che non si riduce a gratificazione narcisistica, ma che – in modo sano – diventa dono per altri.
In questo dono non c’è impoverimento perché, come afferma Gesù, si sperimenta che c’è più gioia nel dare, che nel ricevere. Se vivo un aumento della gioia, la mia vita diviene più ricca e più bella.

6. Comunione
La dinamica della gratitudine che matura in gratuità è la condizione per creare comunione. Come l’eucaristia crea comunione, anche noi la generiamo se viviamo una vita eucaristica, se viviamo in questo flusso generativo.

7. Profezia
Come l’eucaristia è caparra del Regno dei cieli che il Signore realizzerà alla fine dei tempi, così la mia vita vissuta secondo una dinamica eucaristica diviene profezia di ciò che il Signore ci invita a vivere nel Regno dei cieli e diviene attrattiva per tutti coloro che cercano un orizzonte ampio per vivere la propria vita.
Forse è proprio per questo che la prima comunità di Gerusalemme, ripiena dello Spirito Santo e immersa nella logica eucaristica (spezzavano il pane), godeva della simpatia del popolo e il Signore aggregava continuamente alla comunità nuove persone (Cfr At 2 e 4).

Oggi, giovedì santo 2020, moltissime persone non potranno partecipar all’eucaristia a causa delle restrizioni imposte dalla emergenza sanitaria, ma nessuno ci può impedire di vivere una vita eucaristica, accogliendo il mandato che Gesù rinnova per tutti noi: “fate questo in memoria di me“. 

Questi pensieri valgono sempre, non solo in tempi di emergenza.
Solo se la nostra vita diviene eucaristica l’eucaristia che riceviamo nella messa porta frutto in noi, e noi rispondiamo a quell’invito che Gesù ci rinnova in ogni celebrazione. Se questo non avviene noi rischiamo di vivere una grossa contraddizione e occorre comprendere quale ostacolo noi poniamo perché la nostra partecipazione alla messa sia piena e fruttuosa.

Il “processo” della tentazione

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Questa mattina (4 aprile 2020), nell’omelia della messa, papa Francesco ha proposto una bellissima catechesi su come funziona il “processo” della tentazione, su come esso si espande e prende spazio e potere in noi.
E’ un meccanismo che sarebbe importante riconoscere, perché sarebbe importante bloccarlo sul nascere, prima che si espanda in noi e venga a contaminare la nostra capacità di riconoscere e scegliere il bene. Questo processo ha tre passaggi.

La tentazione nasce, ricordava il Papa, da un pensiero che si oppone alla volontà e alla legge di Dio, ma che possiede un suo fascino, presenta un immagine di bene; è qualcosa di desiderabile; non si presenta come un male o una cosa disgustosa; non spaventa, non intimorisce, ma piuttosto gratifica.

Il secondo passaggio è quello che prevede il coinvolgimento di altri; la tentazione non è un pensiero che rimane in me, ma che mi porta a parlare per confrontarmi, per cercare alleati, per trovare persone che mi confermino nella positività di quel pensiero e minimizzino la sua problematicità rispetto al fatto che si oppone alla volontà di Dio e al bene. Attraverso il mio “dire”, do forma al mio pensiero, comincio a renderlo concreto e reale.

Il terzo e ultimo passaggio della tentazione, prima ancora che divenga atto agito, è – dice papa Francesco – la giustificazione, di solito in forma collettiva. Non sono più capace di riconoscere l’ambiguità e il male che quel pensiero già condiviso con altri manifesta, ma, attraverso il passaggio della giustificazione, esso diventa addirittura un bene possibile e auspicabile, perché conveniente. Diceva Caifa, sommo sacerdote, nel brano di vangelo di questa mattina: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!» (Cfr. Gv 11).  E’ conveniente! Ecco la giustificazione a cui segue la deliberazione dell’omicidio. 
La tentazione ha concluso il suo processo: è divenuta una decisione.

In ogni fase di questo percorso ci si poteva fermare, si potevano ricuperare i punti di riferimento corretti, ma occorreva invertire la rotta e ritornare ad affermare, con sincerità e un po’ di coraggio, che cosa sia bene e cosa sia male, professando la nostra fede che “solo Dio è buono!” (Cfr. Mc 10,18) e desidera il nostro bene; che ciò che ci allontana da lui e dalla sua volontà non è mai un bene per noi. Questo è il processo della conversione che si fonda sulla fede ed è sostenuto dalla volontà!

Se ci pensiamo, questo processo, così descritto, accade molte volte, sia a livello personale che a livello sociale. Qualcuno ha imparato a tradurlo in una strategia culturale e politica: il processo è il medesimo.

C’è un pensiero, una parola per i più impensabile e indicibile, che comincia a circolare, ad essere detta, a diventare parola comune semplicemente perché ripetuta sempre più di frequente: eutanasia, aborto, eugenetica, guerra preventiva, respingimenti, razza … e ciò che sembrava impensabile e ovviamente indicibile, piano piano diventa accettabile, si può dire e comincia a divenire oggetto di confronto e di discussione.
Arrivare alla giustificazione è facile: il male ha sempre il suo fascino e c’è sempre qualcuno che lo trova conveniente, non fosse altro perché, in molte circostanze è evidente che fare il bene richiede molto più impegno e fatica (gli esempi si potrebbero sprecare).

Dalla giustificazione alla deliberazione il passaggio è veloce; ormai è fatta! Serve solamente l’ultimo gradino ed il male si è concretizzato attraverso un processo di gestazione lento, ma efficace. Lo stesso della tentazione nel nostro cuore. 

E’ molto importante riconoscere come accadono questi processi, perché noi abbiamo la libertà personale e la responsabilità democratica di bloccarne lo sviluppo quando riconosciamo che essi conducono al male. Occorre la sincerità del cuore, come dice Davide nel Salmo 50,  perché il cuore, se è sano e puro, se non è contaminato da interessi egoistici, sente dove abita il bene e non si inganna.

Crea in noi o Dio un cuore puro, rinnova in noi uno spirito saldo (Cfr. Sal 50) e, soprattutto, non abbandonarci nella tentazione, ma liberaci dal male (Cfr. Mt 6).

Competenza nel servizio

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Gli scout hanno la fama di essere uomini e donne generosi, una generosità imparata in anni di vita comune ispirata ad una promessa e ad una legge che chiede “di aiutare gli altri in ogni circostanza“.
Non sempre però si pensa che questa generosità sia abbinata alla competenza e alla formazione.
In questi giorni di emergenza sanitaria, grazie alla convenzione con la Protezione civile dell’Emilia Romagna, più di 400 tra capi, rover e scolte maggiorenni dell’AGESCI sono usciti per strada a fianco a molti altri volontari, per mettersi al servizio e rispondere alle richieste delle persone più deboli e più fragili mediate dai Comuni, dalle Caritas, dalle parrocchie o da altri enti operativi sul territorio.
Questa risposta mi ha commosso, ma sono rimasto ancora più stupito questa mattina (sabato 4 aprile), per l’adesione massiccia al corso di formazione organizzato dalla pattuglia regionale di Protezione civile dell’AGESCI.
Sulla piattaforma di video conferenza eravamo 220 (il numero massimo sopportabile dal sistema), ma molti iscritti sono rimasti esclusi, perché le domande di formazione sono state molte di più. La pattuglia ha promesso che organizzerà un secondo momento di formazione il prossimo 15 aprile. 

Per gli scout e le guide è normale portare la camicia dell’uniforme con le maniche arrotolate per essere pronti a servire, ma è anche nel nostro stile cercare di acquisire competenze, perché il servizio al prossimo non è solo questione di generosità.

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