Nomadelfia, utopia o possibilità?

WhatsApp Image 2019-08-20 at 23.03.28

Ieri sera tanti di noi si sono goduti lo spettacolo proposto a Santarcangelo dai ragazzi di Nomadelfia, ultimo appuntamento di un tour della durata di un mese, organizzato nella nostra zona. Uno spettacolo semplice, ma molto ben fatto, con un messaggio forte: costruire fraternità.
Nomadelfia è il frutto prezioso e maturo dell’intuizione di don Zeno Saltini, uno dei tanti “preti folli e determinati” che il nostro Paese ha saputo esprimere.
Per molti Nomadelfia era ed è un’utopia: vivere da fratelli, abbattendo i muri di separazione, vivendo un’accoglienza a 360°, senza proprietà privata, come insegna il Vangelo… è un’utopia? Ma perché non potrebbe essere una possibilità?

Ieri sera le parole di don Zeno sono risuonate taglienti e dure, politicamente scorrette come tutte le parole dei profeti; anche a Santarcangelo qualcuno ha storto il naso (mi hanno detto questa mattina). Le etichette politiche non sono una novità di questo tempo: anche ai suoi tempi molti lo avevano considerato un comunista, semplicemente perché voleva vivere secondo il Vangelo.
Ma la domanda vera che ci dovrebbe rimanere nel cuore, quella che anche domenica scorsa ci è stata sollecitata dall’ascolto del Vangelo sarebbe un’altra:
– è possibile vivere il Vangelo con radicalità?
– Chi prova a vivere il Vangelo, come fanno queste famiglie, lo dobbiamo considerare un ingenuo o lo dobbiamo guardare con interesse e lasciarci provocare?
– Se in noi stessi sorge una perplessità riguardo ai modi o alle forme di questa proposta, non sarà che nel nostro cuore tentiamo di difendere la nostra mediocrità, quella che ci consente di non metterci in discussione, difendendo la nostra vita reale da ogni contaminazione evangelica?

Certo, Nomadelfia è solo una delle tante esperienze di vita cristiana. Come tutte le esperienze particolari essa rappresenta la risposta ad una particolare vocazione o ad un incontro che alcune persone hanno vissuto. Non è necessario andare a Nomadelfia per vivere il Vangelo, ma per la sua particolarità, mi sembra di intuire che Nomadelfia sia una provocazione forte, che non dovremmo liquidare velocemente una volta smontato il palco dello spettacolo.

In questi mesi ho scoperto – e anche ieri sera è stato ricordato – che è esistito nel passato, e sopravvive ancora, un legame particolare tra Santarcangelo e Nomadelfia nella figura di mamma Norina, una delle mamme per vocazione che si sono “consacrate” all’accoglienza dei bambini di Nomadelfia, dando loro una vera famiglia.
Molte delle nostre famiglie – nel passato – hanno sostenuto e vissuto un legame con questa particolare realtà. Mi sembra un altro motivo per cui l’incontro e l’esperienza vissuta ieri sera non dovrebbe essere archiviata troppo velocemente.

Divisione

generi

Una frase del vangelo di oggi non mi lascia in pace.
Gesù dice: “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, io vi dico, ma divisione” (Lc 12). Questa frase alle mie e nostre orecchie suona stonata! 
L’immagine di Gesù che domina nella nostra mente e nel nostro cuore è di colui che è “mite ed umile di cuore” (Cfr. Mt 11); è quella del buon pastore che va a cercare la pecora smarrita e se la pone sulle spalle (Cfr Lc 15); è quella di colui che tutto perdona, che mangia con i peccatori … e facciamo fatica ad incamerare l’evidenza: Gesù è stato e continua ad essere elemento di divisione.

Lo è stato per i Farisei; lo è stato per i suoi discepoli (alcuni se ne sono andati e un paio hanno tradito); lo è stato per tanti nella storia della Chiesa che, per rimanere fedeli a Gesù, hanno subito la persecuzione e la morte; lo è stato per tanti santi e sante che, per seguire Gesù, hanno portato scompiglio nelle loro famiglie (si pensi a Francesco d’Assisi e a Caterina da Siena), nelle loro città e anche nella Chiesa (si pensi a Teresa d’Avila, Giovanni della Croce e – più vicino a noi – a Giovanni Bosco o Pio di Pietrelcina, censurati e addirittura incarcerati dalle autorità ecclesiastiche).

Gesù è elemento di divisione. Quando e perché?
Quando il Vangelo non rimane una cornice di maniera e di buoni sentimenti, ma lo si accoglie come capace di mettere in discussione la vita mia e della realtà in cui vivo. Quando diventa il criterio per giudicare la realtà, per orientare le mie scelte, per spendere le mie risorse.
Se questa divisione o questa tensione non la sperimentiamo nelle nostre comunità, potrebbe essere perché – come ci ricorda spesso il nostro Vescovo – “siamo poco cristiani“, perché il nostro essere cristiani si riduce ad una devozione, a dei buoni sentimenti e a qualche opera buona, ma non incide sulla nostra vita, le nostre scelte e i nostri giudizi. Rischiamo di essere il sale che ha perso sapore e non serve a più nulla (cfr. Mt 5).

Mentre parliamo di divisione, dobbiamo riconoscere che ci sono altri elementi di divisione nella nostra comunità, che poco hanno a che fare con il Vangelo. Alcuni li abbiamo ereditati dalla storia passata (le grandi scissioni ecclesiali con la chiesa di Oriente e il mondo evangelico – protestante), altri sono molto recenti.
Anche se non lo diciamo apertamente, stiamo vivendo in una Chiesa divisa, spaccata dall’adesione a ideologie che esprimono la nostra identità e appartenenza, più che la nostra adesione al Vangelo e alla Chiesa.
Il seguire questo o l’altro leader politico (poco importa se sia di destra o di sinistra), in questo tempo della storia, sta provocando una frattura profonda nelle nostre comunità, perché l’ideologia, gli slogan, sono diventati il nostro criterio di giudizio più che il Vangelo e la dottrina sociale della Chiesa.
Senza pudore ci son cristiani che attaccano pubblicamente e in modo violento i vescovi e il Papa (e ovviamente anche i preti), accusandoli di essere di parte, accusandoli in nome di ideologie che nulla hanno a che fare con il Vangelo di Gesù.
Il problema – è bene dirlo –  non è il pluralismo delle idee politiche – assolutamente lecito e salutare in una società democratica – , ma l’ideologia che diventa criterio di giudizio.
Questa divisione, occorre affermarlo, è del tutto diabolica; non ha nulla a che fare con quanto ci indica Gesù nel Vangelo di oggi.

Nelle nostre comunità dovremmo riprendere un dialogo serio sulla realtà a partire dal confronto sul Vangelo, letto alla luce delle testimonianze di vita vissuta che ci rivelano una parola incarnata e non solo proclamata. Questo è il criterio di confronto e di giudizio per il nostro vivere da cristiani!
E se è “inevitabile che avvengano scandali e divisioni” (Cfr Mt 18 e Lc 17), questi avvengano non per l’adesione ad ideologie, ma per la ricerca di una adesione sempre più radicale al Vangelo di Gesù, condivisa e testimoniata nella comunità cristiana.

Facciamo nostro l’invito della lettera agli Ebrei (seconda lettura di oggi): “corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento” (Eb 12). 

La via della luce

rays-of-light-in-the-clouds-raggi-di-luce-tra-le-nuvole-dellalta-via-dei-monti-liguri-enrico-pelos

Molti di noi hanno l’impressione di vivere in tempi tenebrosi.
Alcuni attribuiscono alle circostanze o a scelte di altri l’effetto del buio da cui si sentono circondati. Altri, invece, sono consapevoli che buona parte del buio è dentro di noi e che occorre un cammino di rinnovata adesione al Vangelo per illuminare la nostra vita.
Barnaba è l’autore di un’antichissima lettera molto diffusa nella comunità cristiana antica, tanto che verso la fine del II secolo era già stata tradotta in latino, e, per qualcuno, poteva essere considerata parte degli scritti del Nuovo Testamento.
Questa mattina, nella preghiera, ho incontrato un brano di questa antichissima lettera che mi è stato utile per riflettere su di me, sulle mie scelte, sulla mia adesione al Vangelo.
Questo testo, molto concreto nella sue traduzioni esistenziali e morali, credo sia utile a tutti coloro che, aderendo al Vangelo, hanno scelto di percorrere la via della luce e non si accontentano di proclamare i valori in cui credono, ma sono impegnati ad incarnarli nelle scelte concrete della loro vita. Barnaba, con il suo linguaggio netto, ci aiuta a compiere un bell’esame di coscienza e a riconfermare il desiderio di camminare nella luce.

C’è una via che è quella della luce.
Se qualcuno desidera percorrerla e arrivare fino alla mèta lo faccia, operando attivamente. Le indicazioni per trovarla e seguire questa via sono le seguenti.
Amerai colui che ti ha creato e temerai colui che ti ha plasmato.
Glorificherai colui che ti ha redento dalla morte.
Sarai semplice di cuore, ma ricco nello spirito.
Non ti unirai a quelli che camminano nella via della morte.
Odierai qualunque cosa dispiaccia a Dio. Disprezzerai ogni ipocrisia.
Non abbandonerai i comandamenti del Signore.
Non esalterai te stesso, ma sarai umile in tutte le cose.
Non ti attribuirai gloria.
Non tramerai contro il tuo prossimo.
Non ammetterai sentimenti di orgoglio nel tuo cuore.
Amerai il tuo prossimo più della tua vita.
Non procurerai aborto e non ucciderai il bimbo dopo la sua nascita.
Non ti disinteresserai di tuo figlio e di tua figlia, ma insegnerai loro il timore di Dio fin dalla fanciullezza.
Non bramerai i beni del tuo prossimo, né sarai avaro.
Non ti unirai ai superbi, ma frequenterai le persone umili e giuste.
Qualunque cosa ti accada, la prenderai in bene, sapendo che nulla avviene che Dio non voglia.
Non sarai volubile nel pensare né userai duplicità nel parlare; la lingua doppia infatti è un laccio di morte.
Metterai in comune con il tuo prossimo tutto quello che hai e nulla chiamerai tua proprietà; infatti se siete compartecipi dei beni incorruttibili, quanto più dovete esserlo in ciò che si corrompe?
Non sarai precipitoso nel parlare; la lingua infatti è un laccio di morte.
Usa il massimo impegno per mantenerti casto. Lo esige il bene della tua anima.
Non stendere la tua mano per prendere e non ritirarla invece nel dare.
Amerai come la pupilla dei tuoi occhi chiunque ti dirà la parola del Signore.
Giorno e notte richiamerai alla tua memoria il giudizio finale e ricercherai ogni giorno la compagnia dei santi, sia quando ti affanni a parlare e ti accingi a esortare e mediti come possa salvare un’anima per mezzo della parola, sia quando lavori con le tue mani per espiare i tuoi peccati.
Non esiterai nel dare, né darai il tuo dono in modo offensivo. Sai bene chi è che retribuisce la giusta mercede.
Custodirai intatto il deposito, che ti è stato affidato, senza sottrazioni o manipolazioni di sorta.
Odierai sempre il male.
Giudicherai con giustizia.
Non farai nascere dissidi, ma piuttosto ricondurrai la pace, mettendo d’accordo i contendenti.
Confesserai i tuoi peccati.
Non ti accingerai alla preghiera con una coscienza cattiva.
Ecco in che cosa consiste la via della luce.

Cap. 19, 1-3. 5-6. 8-12
Liturgia delle Ore, vol. IV, pp. 55-56

Apocalisse: invito e promessa

whatsapp-image-2019-06-05-at-23.11.13.jpeg

Abbiamo concluso ieri sera il ciclo dedicato alla lettura del libro dell’Apocalisse, percorso di sette incontri animato dagli adulti dell’AC presso la Pieve di Santarcangelo.
Alcune note di cronaca: la partecipazione è stata ampia e fedele; mediamente 40-45 persone, con punte di più di 80, conferma che, anche durante l’estate, ci possiamo permettere di proporre itinerari di formazione; la maggior parte dei partecipanti era della parrocchia; qualcuno da fuori che si è aggregato volentieri.

Il metodo è stato semplice, ma efficace, in grado di coinvolgere le persone senza farle rimanere degli spettatori muti: la lettura continua del testo con alcune semplici spiegazioni che potessero aiutare a comprendere il significato del testo proposto; un breve tempo di lavoro personale e una risonanza comune; infine una proposta di attualizzazione per leggere la storia del nostro tempo alla luce del testo biblico.

L’obiettivo dichiarato, anche quest’anno, era quello di far (ri)prendere in mano la Sacra Scrittura alla comunità cristiana – soprattutto agli adulti – per leggerla insieme e conoscerla meglio, senza troppi timori e paure. 

Cosa ho compreso e vissuto io in questo percorso?
Per prima cosa mi sembra giusto sottolineare che proporre e guidare un itinerario biblico mi ha costretto a studiare e a trovare il tempo per approfondire testi che conosco, ma su cui non mi posso considerare esperto. E’ una bella opportunità che mi sono regalato.

Dopo questo anno molto intenso e molto dedicato a riflettere sull’attualità, mi sembrava opportuno ricuperare un orizzonte ampio di lettura della storia, per superare la tentazione di appiattirsi sul quotidiano e le sue problematicità.
Il libro dell’Apocalisse con il suo sguardo radicato nella Pasqua di Gesù e nella vittoria dell’Agnello immolato, mi ha aiutato a ricuperare la giusta prospettiva, a ricentrarmi sull’essenziale e a ritrovare il giusto passo per essere fedele alla quotidianità abitata da Dio.

L’Apocalisse, con il suo linguaggio netto e tagliente, ci rinnova l’invito a prendere sul serio l’esigenza della fedeltà alla testimonianza di Gesù; ci ricorda che non è difficile lasciarsi sedurre dalle logiche mondane del potere nutrite dalla violenza e dalla menzogna, e che quelle logiche non sono innocue, ma che provocano dolore e morte nel mondo. Rimanere fedeli a Gesù e al suo Vangelo richiede il dono della perseveranza, perché tale adesione può essere osteggiata duramente da coloro che si oppongono all’avvento del Regno di Dio. Il male che agisce nel mondo è già stato sconfitto, ma ancora può trarre in inganno e sedurre con la sua forza di persuasione legata allo spirito del mondo.

Rileggere tutta la storia e quanto accade ogni giorno alla luce della Pasqua di Gesù e della vittoria del Cristo sul male e sulla morte, ci consente di tenere fermo un punto di riferimento e di poter giudicare quanto accade in base alla corrispondenza o meno con questa azione divina che opera nella storia, sebbene in modo meno plateale e stupefacente. Avere un punto di riferimento, pur non garantendoci nulla riguardo alla riuscita e al successo dei nostri “progetti” (anche quando pensiamo che siano quelli che Dio vuole da noi), ci consente di non essere in balia delle circostanze e di poter procedere, seppur con fatica, verso la giusta direzione, là dove – alla fine – potremo incontrare il Signore vittorioso.

L’ultima parola della Bibbia: è come se l’Apocalisse avesse la consapevolezza di essere l’ultimo dei testi rivelati. Sappiamo dall’insegnamento della Chiesa, in particolare dalla Dei Verbum, che l’obiettivo della Rivelazione, per Dio, è rivelarsi in persona e manifestare il mistero della sua volontà (Cfr. DV 2); in questo senso il libro biblico che porta il nome stesso di Rivelazione (Apocalisse), essendo l’ultimo, non può che dire una parola ultima e importante su quanto Dio desidera comunicarci e rivelarci.

L’ultima parola della Bibbia, quella che tutto riassume, io la trovo scritta proprio nel cap. 21 di Apocalisse:

Udii allora una voce potente, che veniva dal trono e diceva:
«Ecco la tenda di Dio con gli uomini!
Egli abiterà con loro ed essi saranno suoi popoli
ed egli sarà il Dio con loro, il loro Dio.
E asciugherà ogni lacrima dai loro occhi
e non vi sarà più la morte 
né lutto né lamento né affanno,
perché le cose di prima sono passate».
E Colui che sedeva sul trono disse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose». E soggiunse: «Scrivi, perché queste parole sono certe e vere». E mi disse: «Ecco, sono compiute!
Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Principio e la Fine.
A colui che ha sete io darò gratuitamente da bere alla fonte dell’acqua della vita.
Chi sarà vincitore erediterà questi beni; io sarò suo Dio ed egli sarà mio figlio.

Ap 21,3-7

E’ una parola preziosa da custodire come un punto di riferimento, una bussola che guida il cammino nella storia.

Rimane un invito da accogliere e di cui farsi portavoce:

Lo Spirito e la sposa dicono: «Vieni!». E chi ascolta, ripeta: «Vieni!». Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l’acqua della vita… Colui che attesta queste cose dice: «Sì, vengo presto!». Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti.

Ap. 22, 17.20-21

Contenuti e contenitori

810057e0-2f39-11e6-98c0-2bb909a36e8e

Pensieri sparsi del tempo estivo che condivido con i miei parrocchiani e, in particolare, con i cosiddetti “operatori pastorali” …

E’ un mesetto che ci sto pensando (dal Corpus Domini) e sto facendo un po’ di autocritica: mi accorgo che dedico poca attenzione ai contenitori, concentrandomi prevalentemente sui contenuti. Non ho sempre fatto così. E’ un elemento che ricavo dalla verifica personale e pastorale di questo anno. Non va bene! C’è uno squilibrio!
Certamente il contenuto è importante, senza di esso il contenitore risulta una scatola vuota; ma il contenitore dà forma al contenuto, lo valorizza, gli impedisce di disperdersi e gli consente, molte volte, di essere condiviso; senza un contenitore adeguato qualsiasi contenuto è destinato a perdersi.

Entrambi gli elementi devono avere un’adeguata attenzione, altrimenti:
– il rischio di dedicare eccessiva attenzione al contenitore ci potrebbe far deviare nel formalismo e nell’estetismo;
– il rischio di dedicare attenzione solo al contenuto ci potrebbe far deviare nell’idealismo astratto. Solo in un equilibrio accurato i due elementi si valorizzano a vicenda.

Anche Dio ha avuto l’esigenza di farsi carne per comunicarsi.
La Parola preesistente al mondo, la Parola per mezzo della quale il mondo è stato creato, per comunicarsi ha avuto bisogno di “contenitori”: la storia del popolo d’Israele, la sacra Scrittura, la carne di Gesù, la “carne” della Chiesa. Nulla di improvvisato. Tutto ben preparato Senza questi “contenitori” Dio sarebbe rimasto sconosciuto e il suo disegno di salvezza anche.

Se Dio ha scelto dei “contenitori” per comunicare sé stesso e il suo desiderio di salvezza per l’uomo e per il mondo, anche noi non possiamo farne a meno, soprattutto in una cultura in cui il messaggio, spesso, coincide con il medium.

Data questa consapevolezza teorica, occorre tradurre in pratica questa idea.
– Occorre che dedichiamo del tempo a dare forma alle tante belle idee che condividiamo; occorre dedicare tempo alla realizzazione, senza pensare che questa accada da sola e sia la conseguenza naturale della bella idea che abbiamo partorito; questo vale per qualsiasi iniziativa che mettiamo in programma: una conferenza, un percorso di catechesi, la festa parrocchiale, il giornalino, il campeggio … senza una forma adeguata il contenuto non si comunica e si disperde.
– Il contenitore di un’idea è dato dalla possibilità di rispondere concretamente ad alcune semplici domande: quando? dove? come? chi? per chi? (il perché non è scontato, ma viene prima). Finché non abbiamo risposto concretamente a queste domande qualsiasi proposta è a rischio di fallimento.
– Alcuni tra noi, per formazione e per sensibilità, sono più capaci di concretizzare; altri sono più bravi ad elaborare. Il volto di una comunità si rivela anche in questa sinergia dove ognuno fa la sua parte perché ciò che è stato elaborato venga realizzato.
– Abbiamo il problema del tempo. Ogni realizzazione richiede del tempo. Valutiamo il tempo che possiamo dedicare (partiamo da noi, non solo dall’idea) e proviamo a verificare se abbiamo le forze per realizzare quello che abbiamo pensato o se dobbiamo adeguarlo alla nostra reale capacità.
Vale sempre il principio evangelico: Chi di voi, volendo costruire una torre, non siede prima a calcolare la spesa e a vedere se ha i mezzi per portarla a termine? Per evitare che, se getta le fondamenta e non è in grado di finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: «Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro». (Lc 14,28-30)
– Ogni realizzazione deve essere sottoposta ad una verifica che riguarda sia il contenuto che il contenitore; occorre valutare l’equilibrio che abbiamo saputo mettere in atto e se abbiamo comunicato adeguatamente il contenuto che avevamo in mente; se non è avvenuto, perché non è avvenuto.

Queste riflessioni di carattere metodologico, oltre che un esercizio di autocritica, vogliono essere un contributo per richiamarci tutti a fare le cose bene, anche quelle che facciamo da tempo, quelle che si ripetono annualmente, … occorre dare loro una forma adeguata alle nostre possibilità e alle esigenze de contenuto. In questo tempo estivo, tempo di progettazioni e di programmazioni, non accontentiamoci di elaborare delle belle idee, ma proviamo a dar loro una forma concreta e realizzabile.
Aiutatemi. Aiutiamoci.

Legge o coscienza?

migranti_nave_sea_watch3_malta_lapresse_2018

Vivere da credenti in uno Stato laico, richiede capacità di discernimento tra ciò che è legale – cioè ammesso dalla legge – e ciò che è morale, cioè corrispondente al bene: non sempre le cose coincidono; non sempre la legge indica la via del bene, ne’ impedisce di compiere il male (morale).
Un credente, nel suo discernimento morale, è tenuto a cercare il maggior bene possibile in un determinata situazione, percorso che a volte lo porta ad essere più scrupoloso di quanto la legge richieda, e altre volte lo porta ad obiettare alla legge, ritenendola ingiusta rispetto al giudizio di coscienza, giudizio che non può mai essere superficiale, ma che richiede un confronto approfondito e serio (non è semplicemente un soggettivo “secondo me”).
E’ quello che insegna Gesù quando nel Vangelo di Matteo dice: “Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli” (Mt 5,20).

Per esempio: l’aborto è legale, ma è gravemente immorale. L’ospitalità data ad una persona clandestina che si trova in stato di bisogno è illegale, ma è morale. Accumulare denaro e beni rimanendo indifferenti ai bisogni degli altri è legale, ma è immorale. Evadere le tasse è illegale e anche immorale. Sfruttare dei dipendenti con dei contratti di lavoro ingiusti può essere legale, ma è immorale…. gli esempi potrebbero continuare a lungo. 

Cito un tweet di ieri di Bartolomeo Sorge, anziano padre gesuita, per molti anni direttore di “Civiltà Cattolica” e “Aggiornamenti Sociali”, grande intellettuale ed esperto della dottrina sociale della Chiesa:

screenshot_20190627-133441-e1561635531438.png

Parliamo – ovviamente – dell’argomento “Sea-Watch 3“, che da qualche giorno riempie le pagine dei giornali e che è divenuto un tormentone estivo. Ovviamente le tifoserie si sono schierate molto duramente su posizioni opposte.
Oltre le battute superficiali e gli slogans, occorre dire che la questione ha una sua delicatezza, su cui padre Sorge prende una posizione netta, che però, mi permetto di dire, andrebbe meglio argomentata di quanto un tweet consenta di fare. La delicatezza riguarda il rapporto con una legge (un decreto ministeriale in realtà, ne’ discusso ne’ approvato dal Parlamento) che molti ritengono ingiusta, ma che, in quanto legge, dovrebbe essere rispettata.
Dobbiamo ammettere che in Italia abbiamo tutti un atteggiamento piuttosto disinvolto rispetto alla legge; molte volte ci poniamo nella pretesa individuale di avvalerci di eccezioni alla legge: dal rispetto dei limiti di velocità in auto, alle normative fiscali, … culturalmente, non ci sentiamo particolarmente condizionati dal rispetto delle leggi. Ovviamente questo atteggiamento non è giusto, ne’ morale.

Se una legge fosse ingiusta, o addirittura immorale come dice padre Sorge, si dovrebbe affrontare la questione in ambito parlamentare, per una sua correzione o abrogazione, percorrendo tutti gli spazi consentiti dalla democrazia: quello è l’ambito corretto per discutere delle leggi in quanto tali!
Il giudizio di coscienza interviene per quanto riguarda l’applicazione della legge in una situazione molto specifica; sappiamo, infatti che in alcuni casi ci si può appellare all’obiezione di coscienza, perché l’osservanza della legge, paradossalmente, potrebbe creare una situazione di ingiustizia che contrasterebbe con la ricerca del bene. Come fare discernimento? 

Occorre ricordare, prima di tutto, che il discernimento morale riguarda sempre e solo situazioni concrete e non discussioni teoriche. La situazione concreta, in questo caso, riguarda quarantadue persone di diverse nazionalità, che si trovano su una nave olandese, che li ha tratti in salvo da una situazione di pericolo e chiedono di essere sbarcati in Italia.

A partire da come ognuno si pone di fronte a questa situazione, al giudizio che dà di fronte a questo fatto, allora si avrà un atteggiamento diverso.
Se, per esempio, in ciò che accade vedo prima di tutto un’aggressione alla sovranità del nostro Paese, allora il mio modo di stare di fronte a questa situazione valorizzerà soprattutto degli atteggiamenti difensivi che richiameranno soprattutto la legge come strumento di difesa lecita; se, invece, vedo soprattutto la condizione di bisogno di persone in difficoltà, la mia reazione valorizzerà dei processi di aiuto e soccorso anche oltre quanto consentito dalla legge.
Come mi pongo davanti alla realtà non è indifferente; non tutte le modalità sono evangelicamente coerenti. Un giudizio di coscienza, però, non si usa per sostenere posizioni ideologiche (che ci sono su ambedue i fronti della discussione) che permangono su questioni teoriche, ma è proprio di chi cerca di stare di fronte alle persone, riconoscendo che quella situazione particolare richiede ciò che la legge non prevede.
La legge, quando c’è, è sempre il primo punto di riferimento per un confronto, ma il discernimento morale rimane importante, perché ci aiuta a scegliere il maggior bene possibile in una determinata situazione. Il semplice appello alla legge, in alcune circostanze, potrebbe addirittura diventare un alibi che ci esime dal rispetto della giustizia.

La domanda che ci si pone, allora, è: come affrontiamo questo problema che riguarda delle persone? La legge in vigore ci aiuta a trovare una soluzione percorribile e umanamente rispettosa? Come? Se la legge non ci aiuta, cosa ci dice la coscienza? Quale via ci indica?

Occorre anche ricordare che il giudizio di coscienza coinvolge chi è direttamente chiamato in causa in una determinata situazione, chi si assume concretamente l’onere di una scelta. Le altre persone possono intervenire, consigliare e sostenere una determinata azione, ma l’unico responsabile rimane chi ha il potere della scelta. La scelta secondo coscienza, infatti, non esime dall’affrontare le conseguenze previste dalla inosservanza della legge e il giudizio previsto da chi, nello Stato, è chiamato a richiedere che la legge venga osservata.

E noi cosa possiamo fare?
– Possiamo interrogarci su ciò che è giusto, non solo “secondo me”, ma secondo ciò che corrisponde maggiormente al bene ottenibile; e confrontarci sapendo che, su alcune questioni, anche fra credenti, ci potrebbero essere posizioni diverse, non tutte di ugual valore rispetto al Vangelo, ma tutte degne di essere ascoltate. Dal confronto possiamo riconoscere come aiutarci a purificarci dalle ideologie, a ricercare il bene, sapendo che esso, nella realtà, non si presenta mai in modo puro e assoluto, ma sempre condizionato da una serie di circostanze che ci richiedono delle mediazioni. Si tratta del maggior bene possibile, mai del bene assoluto.
– Possiamo sostenere nel giudizio chi ha l’onere di legiferare nelle sedi preposte, con vari contributi di riflessione che aiutino a riconoscere la via della giustizia.
– Possiamo solidarizzare in vari modi con chi è vittima dell’ingiustizia; personalmente sento che non posso non riconoscere in quelle 42 persone e in tante altre di diverse nazionalità, delle vittime di numerose ingiustizie: da quelle che li hanno costretti a partire, a quelle che hanno subito lungo il viaggio.
– Possiamo farci promotori di appelli concreti e di proposte che aiutino a risolvere la situazione, come ha fatto la chiesa di Torino, rendendosi disponibile ad accogliere gratuitamente quelle 42 persone presenti sulla nave.

La questione in definitiva non è semplice come qualcuno vorrebbe far intendere. La questione non si risolve tra legalità e illegalità.
L’accusa di illegalità, pur essendo oggettivamente corretta, soggettivamente può essere insufficiente per comprendere cosa muova una persona ad agire. Il riferimento alle leggi, pur essendo doveroso, non è il riferimento ultimo per chi cerca la giustizia. Occorre un po’ più di pazienza per capire come stanno le cose.
Noi che non siamo ne’ giudici di tribunale, ne’ pubblici ufficiali, ma semplici cittadini, possiamo concederci quel di più di apertura di mente e di cuore per comprendere cosa muova una persona a mettersi in situazione di oggettiva illegalità senza giudicarla immediatamente un/una criminale ed invocare per lei le peggiori pene.

Per quei pochissimi che sono riusciti ad arrivare fino in fondo a questo lungo articolo, ho voluto proporre un contributo alla riflessione (senz’altro lacunoso nonostante la lunghezza) per uscire dalla logica delle tifoserie che inaspriscono il dibattito e non aiutano a stare di fronte alle persone, tutte le persone.

Comunicato riguardante il presidio per Sea-Watch 3 a Santarcangelo

migranti_nave_sea_watch3_malta_lapresse_2018

Questa sera, dalle ore 23,00, Operazione Colomba, Corpo Nonviolento di Pace della Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, organizza sul piazzale della Collegiata un presidio di solidarietà per l’equipaggio della nave Sea-Watch 3 e per le persone in attesa di essere sbarcate.
A questo proposito mi sembra opportuno precisare che:
1.  L’evento organizzato dalla parrocchia alle ore 21 per il sostegno alla famiglia Siriana accolta a Santarcangelo non è in alcun modo collegato alla manifestazione che inizierà solo alle ore 23. La vicinanza di orario e la coincidenza di luogo potrebbe portare qualcuno a sovrapporre le due iniziative che, invece, hanno soggetti promotori e finalità differenti.

2. L’ospitalità del presidio dell’Operazione Colomba sul piazzale della Collegiata, non coinvolge la parrocchia in quanto tale, ma solo coloro che liberamente vorranno parteciparvi, come accade per tante manifestazioni che sullo stesso piazzale vengono realizzate durante l’anno.  

3. Ho dato ospitalità a questa iniziativa perché conosco lo stile civile e rispettoso dei membri dell’Operazione Colomba, con i quali condividiamo i progetti dei corridoi umanitari. Credo che in questo stesso stile sarà realizzata tale iniziativa.

4. L’iniziativa, organizzata in poche ore, mi è sembrata collegata a quella di altre comunità ecclesiali, prima fra tutte la parrocchia di Lampedusa, che in questi giorni hanno deciso di uscire allo scoperto per manifestare solidarietà e vicinanza evangelica a chi si trova in situazione di sofferenza.

5. La discussione sulla moralità di questa (Decreto sicurezza bis) e di altre leggi è una questione alquanto complessa che non può essere liquidata da slogans ad effetto sui social networks, ma che richiede un’ attenta valutazione che non può che essere arricchita dal confronto democratico nei luoghi ad esso deputati. La comunità ecclesiale e il mondo delle associazioni impegnate sul campo, può contribuire opportunamente fornendo spunti di riflessione che aiutino il discernimento di chi è deputato a legiferare.

don Andrea Turchini

Nostalgia o profezia?

WhatsApp Image 2019-06-21 at 09.41.19

Un piccolo resto quello che ha percorso questa sera le vie di Santarcangelo portando in processione il sacramento dell’Eucaristia, per condividere con tutti questo grande dono che Gesù ci ha lasciato.
Un piccolo resto di circa duecento persone, che è passato in mezzo ai tavoli dei ristoranti suscitando curiosità, un po’ di fastidio, per lo più indifferenza.
Lo sguardo di alcuni era un po’ di commiserazione, come se si guardasse qualcuno uscito dal passato, che si ostina a fare cose che non sono “più di moda” e che non riguardano che pochi nostalgici.

Nostalgia… sentimento ambiguo; un misto tra bei ricordi e rimpianti… 
La nostalgia potrebbe far venir voglia di rinunciare, di dire: non ne vale la pena; a chi interessa? Un tempo sì che questo momento movimentava tutto il popolo o la maggior parte di esso… ma ora?
La nostalgia ci fornirebbe un parametro anacronistico per valutare il significato che oggi ha un segno come questo: uscire per la strada per portare, in modo solenne, la presenza del Signore.

Processione con la reliquia della Santa Croce nel corpus Domini

Dovremmo invece farci guidare dalla profezia, anche correndo il rischio di essere voce che grida nel deserto.
Con umiltà, ma con determinazione (parresia), possiamo uscire per la strada, non per imporci, ma solo perché abbiamo il desiderio di condividere il dono che ci è stato consegnato, perché mai lo potremmo tenere solo per noi.

Quell’uscire in modo solenne (forse anche po’ troppo solenne) ci ricorda che se questo tipo di uscita la facciamo solo una volta all’anno, in realtà ogni domenica, quando usciamo dalla celebrazione eucaristica, dopo aver fatto la comunione, noi siamo quel segno vivente della presenza del Signore che desidera incontrare gli uomini e condividere con loro il dono della fede, della speranza e della carità; tutti doni che scaturiscono dalla celebrazione dell’eucaristia.

Il segno della processione solenne prende senso solo dal nostro impegno quotidiano di testimonianza, altrimenti è solamente una parata; contemporaneamente quella processione ci richiama all’impegno che siamo chiamati a vivere quotidianamente, in modo semplice e ordinario, ma non meno vero e importante. 

Guarisci la nostra nostalgia, Signore; donaci lo spirito della profezia.

Se vuoi, cliccando sul link, puoi leggere la Supplica per la città di Santarcangelo

Premio in memoria del diacono Paolo Querzé

paolo querzé

Un dovere di memoria
Il diacono Paolo Querzé è morto improvvisamente il 9 marzo 2011, vittima di un incidente stradale, lasciando alla nostra comunità una testimonianza molto bella di servizio e carità vissuta con tenerezza .
Così lo ricordava un articolo di giornale, pubblicato dopo il suo funerale: “generoso, semplice e spontaneo e sempre pronto a fare qualcosa per gli altri. Paolo, diacono permanente dal 2003 e professore di religione all’istituto Molari, è morto mentre stava portando la comunione a due anziani ammalati”.
E su “Il Ponte“, Cesare Giorgetti tracciava questo bel profilo (chi ha tempo, cliccando sul link, lo legga tutto perché ne vale la pena):
“Chi incontrava Paolo per la prima volta, aveva l’impressione di una persona fragile e bisognosa: era affetto da ipoacusia bilaterale che gli rendeva difficoltoso ascoltare le persone soprattutto in ambienti affollati e una lieve difficoltà di linguaggio e di deambulazione. Ma frequentandolo ed entrando un relazione con lui, emergeva subito un grande spessore, umano e spirituale. I suoi limiti fisici non gli hanno mai impedito di spendersi per gli altri, a partire dai suoi amati studenti che tante volte lo irridevano ma che gli volevano bene, perché si sentivano sempre e comunque amati. Educava i giovani con passione, bontà e professionalità, facendosi apprezzare da tutti per la sua sensibilità, la dolcezza e la sua profonda umanità. Amava la scuola e l’insegnamento, tanto che spesso passava il tempo libero a sistemare gratuitamente la biblioteca della scuola media “Franchini”, dove insegnava. Anche a distanza di tempo, quando incontrava un genitore chiedeva sempre notizie dei “suoi ragazzi”. E amava le persone, sole, anziane, in difficoltà con le quali sentiva una vicinanza fisica e spirituale”.

Una scelta condivisa
Molto opportunamente, nel Consiglio pastorale parrocchiale, è stata richiamata l’esigenza di non disperdere la sua testimonianza e il ricordo grato della sua persona; insieme abbiamo deciso di istituire un premio o una borsa di studio alla sua memoria: così all’inizio dell’anno scolastico ho scritto una lettera alla Dirigente dell’Istituto “Rino Molari”, la dott.ssa Maria Rosa Pasini, in le dicevo:

[Come parrocchia] Ci siamo interrogati su come mantenere viva la memoria di Paolo e, come Consiglio Pastorale, abbiamo pensato che il modo più coerente a quello che lui è stato, fosse di istituire una Borsa di studio alla sua memoria nell’Istituto dove aveva lavorato.
Vorremmo che tale contributo fosse assegnato in base ad una valutazione dei docenti dell’Istituto, non in base ai meriti scolastici, ma valorizzando la testimonianza di una studentessa o uno studente del IV anno che si fosse distinta/o per la sensibilità umana, la capacità di accoglienza della fragilità o di integrazione della diversità nel contesto della scuola.
Insomma, vorremo valorizzare chi si presenta come esempio di umanità per onorare la memoria di un uomo vero, servo del Vangelo, che, nella sua umiltà e superando la sua fragilità, si è fatto capace di accoglienza e portatore di vita.
Abbiamo molto bisogno, in questo tempo, di uomini e donne che, con semplicità, sappiano farsi responsabili di rendere il mondo un luogo migliore e si facciano carico dei bisogni dei loro pari nel loro contesto di vita ordinaria.

Ultimo giorno di scuola al “Molari”
La mattina dell’ultimo giorno di scuola, il 7 giugno, abbiamo vissuto un momento semplice e intenso presso l’aula magna dell’Istituto Molari. Erano stati convocati dalla Dirigente tutti i rappresentanti di classe; qualche docente, che desiderava essere presente, ha portato la sua intera classe.

WhatsApp Image 2019-06-07 at 16.35.23 (2)

Ho raccontato ai ragazzi presenti chi fosse il diacono Paolo Querzé. Nessuno di loro lo aveva conosciuto: sono troppo giovani. Ho detto loro della scelta della parrocchia di istituire un premio alla sua memoria e che mi trovavo lì con loro quella mattina, perché i loro docenti mi avevano indicato uno studente della scuola che si era distinto per la sua sensibilità e la sua generosità. Nessuno sapeva chi fosse la persona scelta, neppure colui che era stato selezionato.
Per arricchire la mattinata, alcuni studenti avevano proposto l’ascolto di una bella canzone di Jovanotti e la visione di un video molto intenso, in cui si racconta la storia di un padre che accoglie il desiderio del figlio con grave disabilità di partecipare ad una gara di Triathlon, correndo a piedi e in bicicletta insieme con lui e trascinandolo a nuoto (su una canoa gonfiabile) per tutto il percorso previsto dalla gara.
Come ha commentato Maria Rosa Pasini alla fine della proiezione del video, ognuno può volare se c’è qualcuno che gli presta le ali.
A questo punto ha chiamato tra i presenti Matteo Capanni della classe 4A, indicato dai docenti del suo Consiglio di Classe perché nel corso dell’anno si è “distinto nell’accudire, includere nel gruppo classe” il suo compagno Enzo, “nel corso delle attività scolastiche ed extrascolastiche“.

whatsapp-image-2019-06-07-at-16.35.22.jpeg

A nome della nostra Parrocchia, ho consegnato a Matteo un assegno di € 300,00, ringraziandolo perché ha accolto la sfida di vincere l’indifferenza e ha vissuto la scuola come un luogo per crescere come uomo e non solo per acquisire delle competenze.

WhatsApp Image 2019-06-07 at 16.35.23 (1)

Grande la sorpresa di Matteo per questo riconoscimento. I suoi genitori, presenti a sua insaputa perché invitati dai docenti, molto sorpresi oltre che commossi.
Mi ritorna in mente quanto ci diceva il vescovo Francesco, parlando della santità della porta accanto che è semplicemente l’impegno dei cristiani che vivono nella quotidianità il loro dovere, la loro testimonianza e il loro servizio. E’ bello riconoscere il bene e premiarlo.

Mi piace concludere con le parole che Cesare Giorgetti ci ha consegnato, come fosse un testamento spirituale del diacono Paolo:
Caro Paolo, ci hai lasciato una bella eredità: sorridete sempre e a tutti, non importa se vi stanno trattando bene o male. Amate e servite tutti e ciascuno, in particolare i piccoli, gli anziani e gli ammalati, senza anteporre mai i vostri piccoli o grandi problemi. A tutti portate il Signore e per quanto sta in voi portate tutti al Signore.

Caro Paolo, ci stiamo provando.
Grazie Matteo che ci hai creduto e ci provi.

Diamoci del “lei”

santarcangelo_default_960x446

Venerdì 14 giugno 2019 è stato convocato il primo Consiglio comunale a Santarcangelo.
Per la prima volta i consiglieri eletti si ritroveranno, si guarderanno in volto (non sono certo che si conoscano tutti) e si parleranno faccia a faccia senza il filtro dei social media. Sembrerebbe un’osservazione banale, ma è bene ricordare che sarà soprattutto lì, in quelle riunioni, guardandosi in volto, che dovranno ascoltarsi e confrontarsi per compiere le scelte che orienteranno l’amministrazione della nostra città.
In quella sala del Consiglio, “piccolo tempio della democrazia” della nostra città, saranno chiamati a custodire un clima salubre e temperato, non bollente o avvelenato, in modo che le scelte possano essere compiute con intelligenza e sapienza.

Visto che confrontarsi di persona è diventato inusuale, mi permetto di dare a tutti un consiglio un po’ “retrò”: iniziate fin dalla prima riunione con il darvi del “lei” tra di voi.
Mi sembra opportuno, infatti, stabilire – almeno inizialmente – una distanza di rispetto perché ognuna/o possa sentirsi “riconosciuta/o” nel ruolo che è stata/o chiamata/o a compiere dai cittadini di Santarcangelo: ad ognuna/o delle consigliere e dei consiglieri questo rispetto è dovuto!
Anche coloro che sono state/i chiamate/i a compiere ruoli di governo (sindaco e assessori) hanno diritto di essere riconosciuti nel loro ruolo istituzionale e, pur essendo espressione di una parte, ora sono a servizio di tutti: anche a loro che fino a ieri erano  solamente avversari politici, ora è dovuto il riconoscimento del ruolo.

Questo invito a molti può far sorridere; qualcun altro lo interpreterà come un insopportabile moralismo. Non so, forse hanno ragione e chiedo scusa.
Ma visto che in questo tempo abbiamo smarrito l’arte del confronto rispettoso e da molto tempo non abbiamo grandi esempi sulla scena nazionale, forse non ci fa male ripartire dall’ “ABC” per iniziare con il piede giusto. Si tratta solo di una norma di sicurezza per diminuire il pericolo di farsi male reciprocamente; è come avere le cinture di sicurezza in auto, il casco in moto o il salvagente in barca: di solito non servono, ma è meglio averle ben allacciate.
Si è più sicuri di arrivare felicemente alla meta e di uscire indenni dal viaggio.

A tutti e tutte buon lavoro e grazie per il vostro impegno.

PS:
Ieri sera la nostra nazionale di calcio è uscita sconfitta dalla semifinale dei Mondiali Under 20 con l’Ucraina. Nei minuti di recupero ci siamo illusi per qualche istante di aver pareggiato, ma l’arbitro ha annullato il goal. Alla fine della partita, nell’intervista di rito, un giornalista ha domandato a Paolo Nicolato, allenatore della nostra nazionale under 20, se considerasse un’ingiustizia la decisione arbitrale che ha annullato il nostro goal. Con grande stile Nicolato ha detto che, per scelta, lui rispetta tutte le decisioni arbitrali e che gli arbitri possono commettere degli errori, non delle ingiustizie.
Mi è sembrata una bella lezione di stile
.

SantaXColombia

La Compagnia senz'anello

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

Condivisioni sulla Parola quotidiana e domenicale

ilbiancospino

poesia in foto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: