Siria: dal sogno al progetto

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Ieri (8 febbraio 2019) ho partecipato all’assemblea sulla proposta di pace per la Siria organizzata dall’Operazione Colomba. Erano presenti alcuni Siriani che vivono in Italia, oltre diverse associazioni e soggetti istituzionali che hanno aderito alla proposta di pace. La presenza di Sheikh Abdo con il racconto dettagliato della sua vicenda è stata il piatto forte del pomeriggio, accompagnato dai racconti dei recenti viaggi compiuti dai volontari della Colomba in varie realtà in cui i profughi siriani sono presenti.

Come ormai sono abituato a fare, fisso alcuni miei pensieri che desidero condividere con le persone che mi sono vicine; fissarli mi aiuta a non disperderli e condividerli mi aiuta a vedere se c’è qualcuno che mi fornisce qualche altra luce su questioni oggettivamente più grandi di me.

La situazione attuale: La proposta di pace per la Siria, scritta ormai da più di tre anni, vede una possibilità di concretizzazione nel ventilato progetto sostenuto da Russia, Turchia, USA e Iran di realizzare una zona sicura nel nord della Siria, per consentire ai profughi di rientrare in sicurezza e in dignità. Il rientro ipotizzato precedentemente dagli estensori della proposta di pace nella zona di Homs, per le scelte compiute in quel territorio, non appare possibile. Questa nuova ipotesi, a cui per ora si è solo accennato, ha riacceso le speranze di coloro che attendono di ritornare in Siria.
A questo punto anche l’impegno di coloro che hanno aderito alla Proposta di pace deve vedere una progressione. Se finora si trattava semplicemente di condividere un sogno, ora è importante provare a pensare ad un percorso progettuale che possa tradurre questa idea in una possibilità reale.

I miei pensieri: Personalmente condivido quanto è stato detto ieri da alcuni presenti, e individuo quattro passaggi che dovrebbero caratterizzare il nostro impegno attuale e futuro:
riaccendere le luci dell’attenzione sulla situazione della Siria; per la gente conta solo ciò di cui si parla: il resto non esiste! La rinnovata adesione e impegno al sostegno della proposta di pace, la ripresa constante della preghiera per la Siria nelle nostre comunità, la condivisione dell’informazione sulla situazione reale del Paese e dei profughi; …. riaccendere le luci e tenere desta l’attenzione: perché non ridare un po’ di forza a “Rimini for Syria“?
– il lavoro per l’accoglienza delle famiglie attraverso i corridoi umanitari: conoscere le persone, accoglierle presso di noi, crea un movimento popolare diffuso e contagioso che genera spontaneamente attenzione e coinvolgimento a più livelli. Condividere i progetti di accoglienza con testimonianze concrete per aiutare altre comunità parrocchiali della nostra Diocesi a fare questo passo che ci provoca a crescere nello spirito evangelico.
– promuovere un “movimento” (mi dispiace, ma un’altra parola non mi viene) di pressione politica dal basso presso gli enti locali e i governi nazionali che coinvolga vari soggetti della società civile e del sistema democratico, perché il nostro Paese si faccia sostenitore negli ambiti internazionali della proposta di pace scritta dai profughi siriani. E’ importante l’adesione dei singoli e delle associazioni, ma occorre arrivare ad interpellare anche i livelli istituzionali che sono gli ordinari interlocutori di coloro che prendono le decisioni.
– cominciare a progettare il futuro e considerare la necessità di un impegno diffuso e popolare per la ricostruzione quando avverrà il rientro nella zona sicura. Fin da ora possiamo prevedere di sollecitare un impegno futuro in quella direzione.

La domanda che sta sotto a queste riflessioni e pensieri è: cosa posso fare io? su cosa io posso impegnarmi personalmente? Non tutti dobbiamo fare tutto, ma la forza di una comunità è proprio nella possibilità data ad ognuno di fare qualcosa di suo, all’interno di un progetto ampio e condiviso… anche quando si costruivano le cattedrali colui che tagliava le pietre nella cava o colui che le trasportava su un carro non si sentiva da meno di chi scolpiva le immagini del grande portale: tutti contribuivano alla costruzione della cattedrale e alla gloria di Dio. Anche noi possiamo farlo e realizzare insieme questa impresa che pure può essere a gloria di Dio.

Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. (Mt 5,9)

Tempo, bene comune, città

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Tempo e città: due pilastri fondamentali di un ponte il cui arco è il bene comune.
Con questa immagine il vescovo di Rimini, Francesco Lambiasi, ci ha introdotto nella prima riflessione del percorso su “Bene comune e pace sociale nell’Evangelii Gaudium” organizzato dalla nostra parrocchia di Santarcangelo.
Condivido alcuni pensieri rielaborati e alcune suggestioni dall’incontro di ieri sera, senza la pretesa di proporre una sintesi o un verbale.

Tempo: Ci sono due luci nella Scrittura che ci aiutano a comprendere questo primato del tempo sullo spazio. Nella Bibbia Dio si rivela come colui che abita più nel tempo che nel tempio (inteso come spazio sacro). E’ nella storia che il popolo d’Israele è chiamato a riconoscerlo. Nel Nuovo Testamento, poi, si pone una distinzione essenziale tra il tempo inteso nella sua dimensione quantitativa (chronos) e nella sua dimensione esperienziale e salvifica (kairos).
Il tempo è il dono che Dio fa allo spazio, consentendoci di abitare quello spazio condividendo una storia (Cfr. A. Heshel).
Nel Concilio si è evocata la categoria dei segni dei tempi, che Giovanni XXIII nel 1962 individuava nell’aspirazione diffusa alla pace e nella emancipazione della donna. Quali sono i segni di questo tempo? Senz’altro la globalizzazione della comunicazione; il fenomeno macroscopico delle migrazioni; la cura dell’ambiente e l’emergenza ecologica.
Riconoscere e valorizzare il primato del tempo sullo spazio significa valorizzare i processi imparando a lavorare a lunga scadenza; a sopportare le situazioni difficili e i cambi di programma; ad assumere e abitare la tensione tra la pienezza e il limite; a privilegiare le azioni che generano nuovi dinamismi (Cfr. Evangelii Gaudium n. 223).
Il criterio sovrano per la verifica del processo è quello che ci consente di valutare la crescita in pienezza di umanità.

Bene comune: rappresenta la stella polare della pace sociale. Citando il Compendio della dottrina sociale della Chiesa (al n. 164) si è ricordato che “per bene comune s’intende «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente».
Occorre difendere la nozione di bene comune da due equivoci: il bene comune non è la somma degli interessi individuali; esso non si limita ad essere una cornice formale e non si basa sulla semplice coordinazione, ma richiede piuttosto la cooperazione di tutti per un fine condiviso.
Il vescovo ha citato ampiamente l’intervento che papa Francesco ha proposto nella sua visita pastorale a Cesena il 1 ottobre 2017; in questo discorso, assumendo il simbolo della piazza, come luogo fisico che rappresenta il bene comune, il Papa ha detto: 

in questa piazza si “impasta” il bene comune di tutti, qui si lavora per il bene comune di tutti. Questa armonizzazione dei desideri propri con quelli della comunità fa il bene comune. In questa piazza si apprende che, senza perseguire con costanza, impegno e intelligenza il bene comune, nemmeno i singoli potranno usufruire dei loro diritti e realizzare le loro più nobili aspirazioni, perché verrebbe meno lo spazio ordinato e civile in cui vivere e operare.
La centralità della piazza manda dunque il messaggio che è essenziale lavorare tutti insieme per il bene comune. E’ questa la base del buon governo della città, che la rende bella, sana e accogliente, crocevia di iniziative e motore di uno sviluppo sostenibile e integrale.
Questa piazza, come tutte le altre piazze d’Italia, richiama la necessità, per la vita della comunità, della buona politica; non di quella asservita alle ambizioni individuali o alla prepotenza di fazioni o centri di interessi. Una politica che non sia né serva né padrona, ma amica e collaboratrice; non paurosa o avventata, ma responsabile e quindi coraggiosa e prudente nello stesso tempo; che faccia crescere il coinvolgimento delle persone, la loro progressiva inclusione e partecipazione; che non lasci ai margini alcune categorie, che non saccheggi e inquini le risorse naturali – esse infatti non sono un pozzo senza fondo ma un tesoro donatoci da Dio perché lo usiamo con rispetto e intelligenza. Una politica che sappia armonizzare le legittime aspirazioni dei singoli e dei gruppi tenendo il timone ben saldo sull’interesse dell’intera cittadinanza.
Questo è il volto autentico della politica e la sua ragion d’essere: un servizio inestimabile al bene all’intera collettività

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Città: Occorre ricuperare la consapevolezza e la responsabilità di educare alla cittadinanza attiva; tre sono gli ambiti privilegiati di tale azione educativa: la famiglia, la scuola e la comunità ecclesiale.
Nella famiglia ognuno impara a vivere la reciprocità nella relazione; in una famiglia ogni individuo impara ad essere persona (essere in relazione) riconoscendo che alcune persone mi sono date come fratelli. Nella famiglia si impara la legge della gratuità, dell’impegno reciproco, quella legge che nessuna norma dello Stato può insegnare.
Nella scuola occorre ricuperare il valore di una educazione civica e di uno sguardo ampio sul mondo. L’educazione civica, anche quando si svolge, non può limitarsi ad essere una materia tra le altre, ma dovrebbe essere il progetto educativo fondamentale della scuola (Cfr. don Milani).
Nella comunità ecclesiale non possiamo esimerci della responsabilità di educare dei buoni cittadini vivendo al nostro interno la società del gratuito ispirata alle relazioni trinitarie. Nella Trinità ogni persona è con gli altri, negli altri e per gli altri.
Nella comunità ecclesiale siamo chiamati a ricuperare la rivoluzione nonviolenta che Gesù è venuto a portare, quella rivoluzione che ha una incidenza nella società perché, come è accaduto nella storia passata, ha il potere di trasformarla; ma occorre uscire dalla riduzione devozionalista che addormenta le coscienze e ci porta a ripiegarci su noi stessi (Cfr don Oreste Benzi).

Il primato del tempo sullo spazio ci riconduce al valore del sogno e della visione.
Si diventa vecchi quando i rimpianti superano i sogni.
Il profeta Gioele, citato da Pietro nel discorso del giorno di Pentecoste, dice: “i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno sogni” (At 2,17). Sarà su un sogno condiviso che potremo coinvolgere anche i nostri giovani in una assunzione di responsabilità sociale e politica.

Appuntamento a mercoledì prossimo.

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Sguardo disabile

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Lunedì 4 febbraio abbiamo avuto la gioia di accogliere a Santarcangelo Christian Di Domenico con lo spettacolo “Mio fratello rincorre i dinosauri” tratto dall’omonimo romanzo di Giacomo Mazzariol, testo molto conosciuto.
Questo spettacolo, come raccontavo in un altro post, si inserisce in un percorso che la parrocchia sta vivendo sull’accoglienza delle persone con disabilità.
Dopo aver goduto con tanti del bellissimo spettacolo, mi sembra opportuno portare a casa un messaggio che ci aiuti a continuare il nostro percorso: tale messaggio lo ricavo dalle parole che Christian Di Domenico ha detto in coda alla sua performance, quando ci ha parlato dello sguardo disabile.

La storia narrata da Giacomo Mazzariol e riproposta da Christian Di Domenico, ruota tutta sul problema dello sguardo, incapace di vedere Giovanni come Giovanni e capace di vedere solo i limiti di Giovanni: uno sguardo disabile, appunto!

Ci sono tante accessibilità che dobbiamo migliorare, tante barriere architettoniche che dobbiamo abbattere, ma se non guarisce lo sguardo, se i nostri occhi, la nostra mente e il nostro cuore non divengono abili nel riconoscere il valore di ogni persona per quello che è, non avremo risolto nulla e ci condanneremo noi alla esclusione e alla discriminazione, divenendo noi responsabili di tali azioni che, normalmente, consideriamo esecrabili.

Ma se prendiamo in carico la disabilità del nostro sguardo, impareremo ad accogliere non solo le persone con disabilità, ma ogni altra persona portatrice di una diversità. Proprio Lunedì 4 febbraio, ad Abu Dhabi, molto lontani da Santarcangelo, due uomini religiosi e sapienti hanno sottoscritto queste parole: “Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi“.
Preghiamo e auspichiamo che tutti siamo capaci di riconoscere questa Sapienza divina che crea gli uomini diversi, ma tutti portatori di dignità, di diritti e di ricchezza personale.

Fratellanza: appello e impegno

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Lo so che stasera inizia il Festival di Sanremo e che non è possibile distrarsi da questa e altre cose molto importanti, ma vorrei richiamare l’attenzione su un evento e un testo di carattere epocale che è accaduto ieri ad Abu Dhabi nella quasi totale indifferenza dell’occidente (il TG1 non vi ha dedicato neppure un cenno tra le notizie di apertura).

Ieri, papa Francesco – a nome di tutti i cattolici – e il grande Iman di Al Azhar – a nome di tutti i mussulmani sunniti – hanno firmato un documento di appello e di impegno sulla fratellanza umana che, a mio modesto avviso, ha un valore epocale e può davvero cambiare il corso di una storia che è stata caratterizzata prevalentemente dai conflitti.

Riporto solo alcuni passaggi, ma invito caldamente tutti a leggere integralmente questo testo perché ognuno di noi deve sentirsi responsabile della sua concretizzazione nelle relazioni e nelle scelte ordinarie. Che questo documento si trasformi in scelte concrete dipende da tutti noi!

DOCUMENTO SULLA FRATELLANZA UMANA
PER LA PACE MONDIALE E LA CONVIVENZA COMUNE

(cliccando sul testo si può leggere il documento integrale sul sito del Vaticano)

“Noi – credenti in Dio, nell’incontro finale con Lui e nel Suo Giudizio –, partendo dalla nostra responsabilità religiosa e morale, e attraverso questo Documento, chiediamo a noi stessi e ai Leader del mondo, agli artefici della politica internazionale e dell’economia mondiale, di impegnarsi seriamente per diffondere la cultura della tolleranza, della convivenza e della pace; di intervenire, quanto prima possibile, per fermare lo spargimento di sangue innocente, e di porre fine alle guerre, ai conflitti, al degrado ambientale e al declino culturale e morale che il mondo attualmente vive. […]

Questa Dichiarazione, partendo da una riflessione profonda sulla nostra realtà contemporanea, apprezzando i suoi successi e vivendo i suoi dolori, le sue sciagure e calamità, crede fermamente che tra le più importanti cause della crisi del mondo moderno vi siano una coscienza umana anestetizzata e l’allontanamento dai valori religiosi, nonché il predominio dell’individualismo e delle filosofie materialistiche che divinizzano l’uomo e mettono i valori mondani e materiali al posto dei principi supremi e trascendenti. […]

Il primo e più importante obiettivo delle religioni è quello di credere in Dio, di onorarLo e di chiamare tutti gli uomini a credere che questo universo dipende da un Dio che lo governa, è il Creatore che ci ha plasmati con la Sua Sapienza divina e ci ha concesso il dono della vita per custodirlo. Un dono che nessuno ha il diritto di togliere, minacciare o manipolare a suo piacimento, anzi, tutti devono preservare tale dono della vita dal suo inizio fino alla sua morte naturale. Perciò condanniamo tutte le pratiche che minacciano la vita come i genocidi, gli atti terroristici, gli spostamenti forzati, il traffico di organi umani, l’aborto e l’eutanasia e le politiche che sostengono tutto questo.
Altresì dichiariamo – fermamente – che le religioni non incitano mai alla guerra e non sollecitano sentimenti di odio, ostilità, estremismo, né invitano alla violenza o allo spargimento di sangue. Queste sciagure sono frutto della deviazione dagli insegnamenti religiosi, dell’uso politico delle religioni e anche delle interpretazioni di gruppi di uomini di religione che hanno abusato – in alcune fasi della storia – dell’influenza del sentimento religioso sui cuori degli uomini per portali a compiere ciò che non ha nulla a che vedere con la verità della religione, per realizzare fini politici e economici mondani e miopi. Per questo noi chiediamo a tutti di cessare di strumentalizzare le religioni per incitare all’odio, alla violenza, all’estremismo e al fanatismo cieco e di smettere di usare il nome di Dio per giustificare atti di omicidio, di esilio, di terrorismo e di oppressione. Lo chiediamo per la nostra fede comune in Dio, che non ha creato gli uomini per essere uccisi o per scontrarsi tra di loro e neppure per essere torturati o umiliati nella loro vita e nella loro esistenza. Infatti Dio, l’Onnipotente, non ha bisogno di essere difeso da nessuno e non vuole che il Suo nome venga usato per terrorizzare la gente. […]

Questo Documento, in accordo con i precedenti Documenti Internazionali che hanno sottolineato l’importanza del ruolo delle religioni nella costruzione della pace mondiale, attesta quanto segue:

– La forte convinzione che i veri insegnamenti delle religioni invitano a restare ancorati ai valori della pace; a sostenere i valori della reciproca conoscenza, della fratellanza umana e della convivenza comune; […]

La libertà è un diritto di ogni persona: ciascuno gode della libertà di credo, di pensiero, di espressione e di azione. Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. Questa Sapienza divina è l’origine da cui deriva il diritto alla libertà di credo e alla libertà di essere diversi. Per questo si condanna il fatto di costringere la gente ad aderire a una certa religione o a una certa cultura, come pure di imporre uno stile di civiltà che gli altri non accettano. […]

Il dialogo, la comprensione, la diffusione della cultura della tolleranza, dell’accettazione dell’altro e della convivenza tra gli esseri umani contribuirebbero notevolmente a ridurre molti problemi economici, sociali, politici e ambientali che assediano grande parte del genere umano. […]

Il terrorismo esecrabile che minaccia la sicurezza delle persone, sia in Oriente che in Occidente, sia a Nord che a Sud, spargendo panico, terrore e pessimismo non è dovuto alla religione – anche se i terroristi la strumentalizzano – ma è dovuto alle accumulate interpretazioni errate dei testi religiosi, alle politiche di fame, di povertà, di ingiustizia, di oppressione, di arroganza; […]

Il concetto di cittadinanza si basa sulleguaglianza dei diritti e dei doveri sotto la cui ombra tutti godono della giustizia. Per questo è necessario impegnarsi per stabilire nelle nostre società il concetto della piena cittadinanza e rinunciare alluso discriminatorio del termine minoranze, che porta con sé i semi del sentirsi isolati e dell’inferiorità; esso prepara il terreno alle ostilità e alla discordia e sottrae le conquiste e i diritti religiosi e civili di alcuni cittadini discriminandoli.

Il rapporto tra Occidente e Oriente è un’indiscutibile reciproca necessità, che non può essere sostituita e nemmeno trascurata, affinché entrambi possano arricchirsi a vicenda della civiltà dell’altro, attraverso lo scambio e il dialogo delle culture […]

È un’indispensabile necessità riconoscere il diritto della donna all’istruzione, al lavoro, all’esercizio dei propri diritti politici. […]

A tal fine, la Chiesa Cattolica e al-Azhar, attraverso la comune cooperazione, annunciano e promettono […] di impegnarsi nel diffondere i principi di questa Dichiarazione a tutti i livelli regionali e internazionali, sollecitando a tradurli in politiche, decisioni, testi legislativi, programmi di studio e materiali di comunicazione.

Al-Azhar e la Chiesa Cattolica domandano che questo Documento divenga oggetto di ricerca e di riflessione in tutte le scuole, nelle università e negli istituti di educazione e di formazione, al fine di contribuire a creare nuove generazioni che portino il bene e la pace e difendano ovunque il diritto degli oppressi e degli ultimi. […]

Questo è ciò che speriamo e cerchiamo di realizzare, al fine di raggiungere una pace universale di cui godano tutti gli uomini in questa vita.

Sua Santità
Papa Francesco
Grande Imam di Al-Azhar
Ahmad Al-Tayyeb

Così sia!

A proprio agio nella storia

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Riporto due passaggi della bellissima lettera che l’Arcivescovo di Milano, mons. Mario Delpini, ha scritto per introdurre il documento degli orientamenti e norme del sinodo minore di Milano. Un testo profondo e bello che mi sembra utile condividere. I grassetti sono i miei per facilitare la lettura. La lettera integrale si può leggere lui sito della Chiesa di Milano.

A proprio agio nella storia
«Beato chi teme il Signore e cammina nelle sue vie. Della fatica delle tue mani ti nutrirai, sarai felice e avrai ogni bene» (Sal 128,1-2).
«Gesù scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini» (Lc 2,51-52).
La nostra tradizione cristiana vive con una pacificata naturalezza la storia: non ne soffre come di una prigione, non l’idealizza come un paradiso, non vi si perde come in una confusione inestricabile. Vive i momenti di euforia con un certo scetticismo, vive i momenti di depressione senza rassegnarsi. Le nostre terre hanno conosciuto tempi di prosperità e di miseria: i nostri padri hanno fatto fronte a tutto, si sono dati da fare di fronte alle sfide più drammatiche, hanno percorso strade inedite, talora geniali, talora discutibili. Hanno sempre confidato nella provvidenza di Dio. Le nostre terre hanno visto giorni in cui si andava altrove per guadagnarsi il pane e hanno visto giorni in cui gente da ogni parte del mondo è venuta qui a guadagnarsi il pane: i nostri padri ci hanno insegnato a non negare il pane all’affamato e, nello stesso tempo, a non fare sconti agli sfaticati.
Insomma si può definire il nostro modo di vivere da cristiani, dai tempi di Ambrogio ai giorni no-stri, come un trovarci a nostro agio nella storia.
Si è sperimentato che l’intraprendenza e la creatività, se vissute con costanza e saggezza, permettono di affrontare i problemi, di risolverne molti e di convivere con quelli che non si possono risolvere. Ci ha sempre accompagnato quel senso di responsabilità per i talenti ricevuti che impedisce di restare inoperosi e di pensare solo a se stessi.
Si è sperimentato pure che l’avidità e la prepotenza, la grettezza e la presunzione assicurano solo successi precari e la casa costruita sulla sabbia, per quanto grandiosa e appariscente, prima o poi va in rovina.
Noi i problemi li chiamiamo sfide, le difficoltà le chiamiamo prove, le emergenze le chiamiamo appelli, le situazioni le chiamiamo occasioni. Siamo accompagnati da una fiducia radicale, che viene dall’esperienza e dalla fede, dagli esempi del passato e dalla compiacenza per quello che i nostri giovani riescono a fare, anche perché sono sostenuti dagli adulti.
Ci rendiamo conto di aspetti inediti che turbano la nostra società e la comunità cristiana, non siamo ingenui né superficiali: preferiamo però l’impegno al lamento, la riflessione pratica e propositiva al ripiegamento sui sensi di colpa e alle accuse e recriminazioni.
Si intuisce che la Chiesa sta cambiando perché cambia il mondo, perché cambiano i cristiani, perché la missione di sempre si confronta con scenari nuovi, con interlocutori diversi, con insidie per le quali siamo impreparati. Continuiamo a fidarci di Dio e ad essere attivi nel cambiamento. Alcuni corrono con impazienza ed entusiasmo, altri resistono con esitazioni e prudenza, alcuni dichiarano superata la tradizione, altri segnalano gli aspetti problematici delle innovazioni. Tutti, se sono onesti, si sentono insoddisfatti delle loro posizioni, per quanto ne siano convinti. Infatti nessuno presume di avere una formula risolutiva.
Perciò cercheremo insieme, ascolteremo tutti, convocheremo gli esperti e ci doteremo di organismi per propiziare il confronto e il discernimento comunitario. Andremo dove lo Spirito ci conduce: facciamo il proposito di essere docili.
E continueremo a trovarci a nostro agio nella storia.
L’icona dell’uomo timorato di Dio, elogiato nel salmo 128, e i trent’anni di Gesù a Nàzaret continueranno a ispirarci nel nostro vivere le grandi scelte e la cronaca ordinaria, con fiducia, vigilanza e operosità.
Preghiamo i misteri della luce del Santo Rosario per lasciarci ispirare da Maria nel contemplare il modo con cui il Figlio di Dio ha imparato a diventare figlio dell’uomo, negli anni di Nàzaret e negli anni del suo cammino verso Gerusalemme e il compimento della sua missione.

Il forte grido
L’incarnazione del Verbo di Dio non è stata un adattarsi alla storia: la rassegnazione non è una parola cristiana. Di fronte alla morte, Gesù ha gridato la sua protesta, di fronte al soffrire innocente Gesù ha espresso la sua compassione e ha steso la mano per toccare il male ripugnante e liberare il malato, di fronte alla religione pervertita a mercato Gesù ha reagito con rabbia e parola profetica.
La partecipazione al dramma della storia, alle sue insopportabili asprezze, non è stata per Gesù soltanto un grido di protesta, piuttosto si è fatto carico del soffrire e del morire celebrando proprio in questo il sacrificio della nuova alleanza, l’alleanza tra Dio e gli uomini, squarciando il velo che nascondeva nel tempio il Santo dei Santi e l’alleanza tra gli uomini, distruggendo in se stesso l’inimicizia. I rapporti tra i popoli sono stati definitivamente trasformati da Gesù in vocazione alla comunione e alla pace: «Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne. Così egli ha abolito la Legge, fatta di prescrizioni e di decreti, per creare in se stesso, dei due, un solo uomo nuovo, facendo la pace, e per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando in se stesso l’inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani, e pace a coloro che erano vicini» (Ef 2,14-17).
I discepoli di Gesù continuano lo stile di Gesù e protestano contro il male, reagiscono all’ingiustizia, si accostano con solidale compassione al dolore innocente, lottano per estirpare la povertà, la fame, le malattie, denunciano i comportamenti irresponsabili che creano emarginazione, sfruttamento, inquinamento. I discepoli di Gesù, riuniti nella santa Chiesa di Dio, sono il popolo della pace, offrono al mondo la speranza che popoli diversi possano vivere relazioni fraterne, con-dividendo lo stesso pane diventano un solo corpo e un solo spirito.
La vocazione a dare forma alla Chiesa di domani, vissuta nella docilità allo Spirito di Dio, impegna a percorsi di sobrietà, a forme pratiche di solidarietà, a una sensibilità cattolica che non tollera discriminazioni. Siamo chiamati a una lettura più critica della storia che non nasconde le responsabilità dei “Paesi ricchi” nei confronti dei “Paesi poveri”, che non chiude gli occhi di fronte alla corruzione, ai guadagni illeciti accumulati con la prevaricazione e con le forme illegali di produzione e di commercio. Continuiamo a domandarci: “perché i poveri sono poveri?” e sentiamo di dover dar voce a tutte le Chiese del mondo, testimoni spesso perseguitate e crocifisse di storie drammatiche e di ingiustizie croniche.
La meditazione e la preghiera dei misteri dolorosi del Santo Rosario tiene viva la compassione per il Giusto ingiustamente condannato e incoraggia a continuare la testimonianza e la parola profetica, che non può mancare nella Chiesa di oggi e di domani…

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Accogliere è cambiare sguardo

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Accogliere ed integrare la disabilità: il cammino di un anno

In questo anno pastorale la parrocchia di Santarcangelo ha dedicato un’attenzione specifica al tema dell’accoglienza ed integrazione della disabilità.

Dal febbraio 2016, un’apposita commissione lavora e riflette all’interno del Consiglio pastorale portando all’attenzione della comunità intera le domande e lo sguardo delle famiglie e delle persone che vivono qualche tipo di disabilità. Dopo vari confronti, abbiamo pensato di dedicare tutto l’anno a questa particolare attenzione, mettendoci in ascolto e, quindi, in discussione sulla nostra capacità di accogliere.

Per grazia di Dio la storia della nostra parrocchia e del nostro territorio ci testimonia già una bella tradizione in questa prospettiva. Non partiamo da zero. Dalla presenza della Associazione papa Giovanni XXIII – che da noi conta ben due case famiglia e alcuni centri diurni per il lavoro e l’aggregazione-, alla pluridecennale presenza del “Gruppo di servizio”,  – che integra nella vita parrocchiale adulti con disabilità e famiglie -, alla più recente Associazione “L’incontro” che, attraverso momenti di animazione e laboratori artistici e teatrali, favorisce la comunicazione e la valorizzazione delle persone con disabilità. Altre realtà presenti sul territorio parrocchiale sono, invece, rivolte ai più giovani: la palestra Ag23 e “Anima in azione”, che propongono percorsi di integrazione per giovani con abilità diversa attraverso l’attività sportiva agonistica e nell’animazione del tempo estivo. Lo stesso Comune di Santarcangelo ha realizzato nello scorso anno (2018) un bel progetto per l’abbattimento delle barriere architettoniche e culturali “Citability: una città per tutte le abilità”… Insomma una realtà apparentemente già attenta e attiva; ma noi ci possiamo sentire a posto?

Dal confronto in Consiglio pastorale è emerso che molto ancora doveva essere fatto perché sempre nuove erano le esigenze e le domande, ma soprattutto perché non potevamo dire – come parrocchia intera – di condividere in tutto e per tutto una cultura dell’accoglienza.

Le tappe di questo anno:
Siamo partiti in ottobre con un incontro di formazione, guidato da don Simone Franchin, e rivolto a tutta la comunità, nel quale abbiamo fatto il punto sulle esigenze di conversione spirituale per essere una comunità che accoglie la disabilità. Da questo incontro, arricchito di testimonianze, abbiamo formulato una proposta pastorale che ha visto in particolare il tempo di avvento (soprattutto per i bambini) e la veglia di Natale (per i giovani e per le famiglie) come tempi e momenti importanti per domandarci come prepariamo la strada al Signore che viene, eliminando gli ostacoli interiori ed esteriori che ci impediscono nell’accoglienza.

Momento clou dell’anno sarà lo spettacolo “Mio fratello rincorre i dinosauri” di e con Christian Di Domenico al Supercinema di Santarcangelo lunedì 4 febbraio alle ore 21. E’ un momento di riflessione, attraverso il linguaggio teatrale, per riconoscere che ognuno di noi – come Giacomo, il protagonista del racconto –  deve fare i conti con una fatica nell’accoglienza. Questo spettacolo, che la parrocchia offre alla città (con il patrocinio del Comune di Santarcangelo), vuole essere un’occasione bella per parlare di un tema che, a volte, viene delegato agli interessati (ahi loro!) e agli addetti ai lavori.

Un ultimo passaggio coinvolgerà la comunità parrocchiale nel tempo di quaresima e nella via crucis in prossimità della Pasqua.

Ciò che auspichiamo con questo percorso annuale è che cambi il nostro sguardo, che, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, cambi il nostro linguaggio, le nostre strutture, il nostro modo di pensare il tempo e lo spazio, perché possa essere un tempo, uno spazio e una relazione in cui ognuno, con ogni abilità, possa sentirsi accolto e far diventare un po’ di più la nostra parrocchia una casa per tutti.

La gioia di un incontro

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foto di Mara Ferrini

Tantissime persone ieri sera sono convenute in parrocchia a Santarcangelo per accogliere formalmente la famiglia Hsyan e per ascoltare le testimonianze sui profughi siriani in Libano a partire dalla visione del film “Lost in Lebanon“.
Una partecipazione così ampia non ce la aspettavamo! Molti hanno dovuto rinunciare ad entrare nella sala che avevamo preparato perché era stipata e, nonostante le condizioni di scomodità, ci è stato consentito di vivere l’incontro in un clima sereno e attento.

Molte le emozioni che abbiamo vissuto nella visione del film.
Abbiamo potuto quasi toccare con mano la sofferenza e lo smarrimento di chi è “condannato” a vivere in un limbo, in un regime di illegalità, senza la speranza di poter legalizzare la propria situazione e veder riconosciuti i propri diritti. I dialoghi (sottotitolati in italiano dal lavoro prezioso di alcuni giovani della parrocchia), gli sguardi, i racconti … ci hanno fatto prendere coscienza di una realtà lontana che non conoscevamo e non potevamo immaginare. Il film racconta con grande rispetto quattro storie di profughi siriani in Libano, una della quali è proprio quella della famiglia Hsyan che è giunta tra noi. Abbiamo potuto vedere con emozione la nascita di Mohammad, che da qualche giorno ha iniziato ad andare alla scuola dell’infanzia, e le lacrime di mamma Samar quando il marito Abdo è stato arrestato e incarcerato per 16 giorni senza che gli sia stata mossa alcuna accusa.

Noi ora li conosciamo, li abbiamo accolti qui a casa nostra e accogliamo anche la loro storia di dolore e di amore, mentre ancora la difficoltà della lingua non consente loro di raccontarcela.
Ora queste persone sono giunte tra noi, ancora come esuli, ma con una condizione di legalità, con la possibilità di veder riconosciuti i loro diritti, in attesa di tornare in Siria, quando le condizioni permetteranno un ritorno sicuro e dignitoso.

Molto significativa la testimonianza di suor Abir, monaca agostiniana di Pennabilli di origine libanese (se cliccate potete vedere il video della testimonianza).
Suor Abir ci ha raccontato il suo percorso di riconciliazione con coloro che – un tempo, per lei – erano dei nemici: i Siriani. Ed è stato proprio grazie all’incontro con Sheikh Abdo, riconoscendo il suo impegno di bene per i bambini e i più deboli del suo popolo, che Abir ha potuto fare un passo nella guarigione del suo cuore, lei che a quattordici anni voleva solo andare a combattere contro i Siriani e gli Israeliani che le avevano ucciso un fratello e fatto sparire tanti amici. C’è la possibilità di cambiare lo sguardo sulla realtà e sulle persone, quando riconosciamo il bene di cui sono portatrici.

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foto di Samuela Boschi

Molto importanti anche le testimonianze di Sheikh Abdo e di Matteo, volontario dell’Operazione Colomba nei campi profughi del Libano settentrionale.
Ci ha colpito la fatica testimoniata da Sheikh Abdo nel far comprendere a tutti che i Siriani non sono tutti terroristi, come l’Occidente pensa, ma che c’è un popolo che soffre e che chiede di poter essere riconosciuto nel suo desiderio di ritornare al proprio paese e di ricostruirlo secondo una logica diversa dal quella che li ha costretti a fuggire.

Matteo Chiani, volontario riminese appena rientrato dal Libano, ci ha raccontato soprattutto l’esperienza di condivisione con le persone presenti al campo e di come le loro storie siano entrate nella sua vita marchiandolo in modo indelebile.
L’impegno per la nonviolenza e la scelta di abitare il conflitto in modo diverso da quello che vivono gli eserciti e i vari attori di ogni guerra, è la possibilità che è stata scelta da chi non rinuncia a sognare un mondo diverso.

Al termine dell’incontro ho voluto ringraziare di cuore i volontari dell’Operazione Colomba per quello che fanno anche per noi e perché non sono giovani “divanati” (come dice papa Francesco).
Ho voluto ricordare anche che le emozioni non sono sufficienti, come non è sufficiente stare di fronte alla realtà cliccando “mi piace”; ma che è l’ora per tutti di rimboccarsi le maniche e di fare qualcosa, quello che ad ognuno è possibile, per cambiare le cose e costruire un mondo diverso.

Anche qui allego alcune proposte:

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In Libano con la Colomba

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Colazione a base di piadina e Nutella portati dall’Italia

Il viaggio è nato da un incontro a casa di Sheikh Abdo.
I primi giorni della sua presenza a Santarcangelo, un gruppo di volontari della Colomba si è trovato in quella casa per salutare la famiglia di Sheikh Abdo e per preparare l’incontro con il presidente Mattarella.  Quasi in contemporanea l’idea è venuta a me e ad Alberto. Ed ho deciso subito di partire. Le cose belle prima si fanno e poi si pensano diceva don Oreste. Così sono partito! Raccolgo qualche riflessione intorno ad alcune parole che sintetizzano delle sensazioni.

Accolto
La prima esperienza che ho fatto è stata quella di una grande accoglienza ricevuta da tutti. Dai volontari della Colomba presenti in Libano e dalla gente che abbiamo incontrato nei giorni della mia permanenza là. Essere accolti fa bene al cuore quando sei in un paese straniero, in un contesto in cui “non sei a casa”. L’accoglienza è ciò che ti consente di non considerarti un estraneo, ma di essere riconosciuto come persona. Ho provato il valore dell’accoglienza in un contesto in cui andavo “disarmato” e senza aver preparato nulla. Fare l’esperienza di essere accolto favorisce l’accoglienza di altri. Forse se facciamo così fatica ad accogliere è perché noi per primi non abbiamo mai fatto l’esperienza di essere stati accolti e percepiamo la vita come il risultato di una serie di sforzi che ci siamo guadagnati da soli; questa percezione ci porta sulla difensiva, ma ci rende meno umani. Se ognuno si pensasse come una persona accolta, farebbe meno fatica ad accogliere a sua volta.

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Cena al campo della famiglia di Sheikh Abdo – Grande accoglienza

Un paese di padri e madri
Una cosa bellissima che ho conosciuto tra i Siriani presenti in Libano è che (forse inconsapevolmente) si considerano un paese di padri e madri. Se quando nasce ognuno ha un nome, quando diventa genitore, “perde il suo nome proprio” e di diventa per tutti padre di … e madre di …
Questa cosa mi ha molto commosso e provocato, perché è vero che la paternità/maternità ti trasforma e ti rinnova ed è il vero segno che sei divenuto adulto. “Tu sei nel volto dell’altro”; tu sei la relazione che ti caratterizza maggiormente.
Anche il prete è coinvolto in questa logica perché da tutti, anche dai mussulmani, è chiamato abuna (padre nostro), riconoscendo il compito di paternità collettiva che è chiamato a vivere. Mi rendo conto che questo pensiero richiede uno sviluppo più attento, ma intanto lo fisso qua.

Dolore
Un fiume di dolore mi è passato di fronte in questi pochi giorni ed è il fiume di dolore in cui le volontarie e i volontari della Colomba hanno scelto di immergersi condividendo la vita del campo profughi. Io, non comprendendo la lingua, l’ho solamente intuito dagli sguardi e dalle lacrime. Il dolore è acuito da una parola che mi ha ferito intimamente: “la yujad ‘amal – non c’è speranza!”. Il freddo, le malattie, il ricordo dei propri cari uccisi o arrestati, i traumi della tortura subita da molti uomini, la lontananza dalla propria terra e il vivere da stranieri in un’altra terra, i debiti contratti per la sopravvivenza, … tutto questo sarebbe forse più sopportabile se ci fosse speranza. Ma non c’è speranza! Non si può ritornare perché è pericoloso: gli uomini e i ragazzi maschi sono considerati tutti disertori; ritornare significherebbe essere arrestati, torturati e poi inviati a combattere. Non si riesce ad uscire dal Libano perché i corridoi umanitari funzionano con il contagocce e patiscono lunghe pratiche burocratiche con passaggi che si possono bloccare in ogni momento anche per delle banalità.
E così rimane il dolore di una sofferenza che non si placa e che viene condivisa con dignità, ma anche in tutta la sua realtà.

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incontro con Aiman al campo di Tel Abbas

Donne con la gonna
E’ un’espressione che ho imparato in Libano, osservando con ammirazione la forza di tante donne incontrate là: le volontarie della Colomba per prime, ma anche le tante madri e mogli che portano avanti con intraprendenza e dignità la situazione della loro famiglia in mezzo a difficoltà quotidiane. Donne forti che non hanno rinunciato affatto alla loro femminilità, ma la valorizzano per portare qualcosa di nuovo e creativo.
Mi ha molto commosso vedere che ad una coppia di mamme molto povere, le volontarie  – di ritorno da un viaggio in Siria – hanno portato dell’hennè per tingere i capelli. Qualcuno potrebbe dire: ma come?! con tante necessità ed emergenze perché sprecare del denaro per una cosa effimera? Eppure la luce che si è accesa negli occhi di quelle donne che – posso garantire – non sono per nulla vanesie, è stata una luce di riconoscenza per chi ha riconosciuto la loro femminilità.

Tenda e condivisione
Ma perché i volontari della Colomba vivono in una tenda in condizioni inaccettabili e disumane per tutti? non potrebbero aiutare quella gente vivendo in una situazione più confortevole? Se fossero una delle ONG che opera sul territorio l’osservazione sarebbe pertinente, ma – da quello che ho capito io – i volontari e le volontarie della Colomba non sono lì per aiutare o per risolvere problemi, ma per condividere la condizione di vita dei profughi, facendosi loro vicini proprio in quelle condizioni in cui nessuno dovrebbe vivere.
Condividere volontariamente situazioni di estrema precarietà e miseria con coloro che sono stati costretti a viverci dalla logica della violenza, è il primo segno di speranza che viene portato a chi è vittima della guerra. E’ come dire: non ci siamo dimenticati di voi! Riconosciamo la vostra dignità e veniamo a condividere la vostra vita. Come recita il Manifesto della Operazione Colomba: “vivere con chi vive nella guerra è l’inizio della nonviolenza e il nostro segreto“.
In termini efficientistici tale scelta è del tutto improduttiva: non serve a nulla è totalmente gratuita. Ma nella logica del gratuito e riconoscendo il valore dell’inutile, la condivisione è una grande testimonianza di prossimità e del valore delle relazioni.

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Sogno o realtà?
C’è un sogno che sostiene l’impegno quotidiano dei volontari della Colomba e di molti siriani con loro; è un sogno condiviso con tanti profughi che vivono nei campi. Questo sogno è la proposta di pace per la Siria, scritta da chi ama la Siria e non da chi ha interessi sulla Siria. Questa proposta è un sogno che apre alla speranza, quella che nella vita ordinaria dei profughi non c’è più, uccisa spesso dalle umiliazioni e dalla mancanza di scappatoie nella situazioni in cui si trovano. La proposta di pace è il segno potente che testimonia la reazione alla rassegnazione e alla logica della sopravvivenza ed è per questo che va diffusa e sostenuta.
Qualcuno, cinicamente, potrebbe pensare che sia ingenua; che sia lontana dalle logiche di potere secondo cui le potenze del mondo determinano i destini dei popoli, … ma la storia ci insegna che il potere del sogno è quello di aiutare ad intravvedere ciò che non c’è, ma che – lottando in modo nonviolento – può diventare possibile.
Martin Luther King, in quel famoso discorso tenuto a Washington DC, di fronte al Lincoln Memorial, ha iniziato proprio così: I have a dream … Lui non ha visto la realizzazione di quel sogno perché è stato ucciso, ma quel sogno è divenuto realtà, una realtà perfettibile, ma senz’altro più concreta di quando lui, nel 1963 ha pronunciato quelle parole.
Solo se si sogna insieme la realtà cambia. Il sogno è l’inizio di ogni cambiamento.
In Libano ho partecipato ad un incontro del gruppo che sostiene la proposta di pace. Mi sono guardato intorno ed eravamo proprio una piccola cosa: poche persone, senza alcun potere reale, che discutevano di cose grandi e di poter realizzare un futuro diverso per milioni di persone vittime della guerra. Il confronto è stato vivace e rispettoso; le opinioni e le priorità individuate diverse; ma comune lo spirito che porta a credere che la realtà debba necessariamente essere differente, perché in quella che vediamo non ci può essere futuro di giustizia per milioni di uomini e donne che qui e in altri luoghi della terra sono vittime della violenza e della guerra. Anche io voglio continuare a sognare: la realtà non mi basta.

Pensieri sparsi che tentano di verbalizzare emozioni potenti vissute in pochi giorni di viaggio in Libano.
Molte grazie a chi mi ha coinvolto ed accolto.
Molte grazie a chi è rimasto là anche per me.
Molte grazie a chi ci testimonia il volto di un’Italia che non si rassegna alla logica del respingimento e dell’indifferenza, ma continua a lottare perché i diritti delle persone vengano riconosciuti e difesi.
Molte grazie a chi non rinuncia a sognare un mondo diverso e pacifico.
Molte grazie a chi, leggendo queste poche righe, non cliccherà “mi piace”, ma si lascerà coinvolgere e mettere in movimento per fare qualcosa.
Perché se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” (Padre Pino Puglisi, prete palermitano ucciso dalla mafia nel 1993 per il suo impegno pastorale ed educativo nel quartiere di Brancaccio).

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Un prete contento

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Domani 27 gennaio 2019 è il compleanno di don Giancarlo, che compie 78 anni.
Mi ha consegnato questo testo da pubblicare e lo faccio molto volentieri
.

A 78 anni compiuti, dopo 54 anni di sacerdozio, chi sono io oggi don Giancarlo?

Un prete contento, felice, perché sento forte l’amore del Signore che nella sua misericordia ha perdonato tutti i miei peccati, e sono tanti; ogni giorno sento che mi chiama e mi dice:
Ti voglio bene
Tu sei importante per me
Conto su di te.

Ma Signore nonostante le mie debolezze, le mie fragilità, le mie infedeltà?
Sì, ti voglio bene così come sei e tu amami come sei capace.

Sono contento perché tutti mi vogliono bene, mi comprendono, mi aiutano, capiscono i miei limiti e non me li fanno pesare.
Devo ringraziare la mia famiglia sacerdotale, in primo luogo don Andrea, poi don Luca e don Ugo.

Oggi mi sento padre e nonno, amato, stimato da tutti.
Ho riscoperto l’entusiasmo dei primi tempi.
Faccio tutto quello che mi viene chiesto con il massimo impegno e senso di responsabilità. Prego di più; la Messa che celebro è il momento in cui vivo l’esperienza del mio totale innamoramento con Gesù e col Padre suo alla luce dello Spirito Santo.

Dico spesso, e concludo: oggi lavoro come prima, ma con meno preoccupazioni, meno tensioni, meno sofferenze e sento la vicinanza e l’affetto di tutti i Santarcangiolesi.
Prego per tutti voi e un pensiero particolare per gli anziani e gli ammalati.

Lettera di sant’Antonio ai bambini e alle famiglie di Santarcangelo (2019)

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Carissimi amici di Santarcangelo,
anche quest’anno ci ritroviamo insieme nel giorno della mia festa.
A voi che siete venuti  in chiesa per festeggiare, portando i vostri animali per invocare su di loro la benedizione di Dio, proprio a voi, voglio rivelare un segreto.
Vi ricordate quello che scriveva il profeta Isaia?

Il lupo dimorerà insieme con l’agnello;
il leopardo si sdraierà accanto al capretto;
il vitello e il leoncello pascoleranno insieme
e un piccolo fanciullo li guiderà.
La mucca e l’orsa pascoleranno insieme;
i loro piccoli si sdraieranno insieme.
Il leone si ciberà di paglia, come il bue.
Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera;
il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso.
Non agiranno più iniquamente né saccheggeranno
in tutto il mio santo monte,
perché la conoscenza del Signore riempirà la terra
come le acque ricoprono il mare. (Is 11)

Che bello sarebbe! Sembra l’immagine paradiso terrestre, prima del peccato raccontato dalla Bibbia. Ma sarà possibile vivere così in pace? Sarà possibile – secondo voi – un mondo in cui anche i conflitti che noi giudichiamo normali e naturali, come quelli tra cacciatori e prede, siano superati e si viva in pace? Sarà possibile desiderare un mondo in cui la guerra non è considerata né necessaria, né normale, né accettabile?
A me piacerebbe molto!

Il profeta Isaia ci rivela il segreto perché tutto questo accada: quando la conoscenza del Signore riempirà la terra, come le acque ricoprono il mare, allora vi sarà questa pace.
Voi che desiderate la pace, impegnatevi nella conoscenza del Signore e raccontate a tutti che Dio è Padre di amore, che desidera che noi viviamo da fratelli; che superiamo i conflitti cercando la via della pace. Allora la benedizione del Signore scenderà su tutti, animali compresi.

Ma se noi siamo uomini e donne violenti, che cercano il conflitto, che vivono il rancore e l’odio verso altri, addirittura pensando che Dio sia dalla nostra parte e approvi quanto facciamo, … allora non ci può essere nessuna benedizione per noi.

Oggi in questo giorno di festa e di pace, scegliamo di essere uomini e donne di pace; e la benedizione di Dio scenderà su di noi e su tutti quelli a cui siamo affezionati, compresi i nostri animali.

Buona festa.

Antonio

rigantur mentes

La rosa è senza perché: fiorisce perché fiorisce, a se stessa non bada, non chiede d’esser veduta. (A. Silesio)

Mio fratello Aiman

Da Homs a Santarcangelo, progetto di accoglienza attraverso i Corridoi Umanitari

Una (P)parola condivisa

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