Te Deum 2020

 

Sono stato tentato anche io dal pensiero di saltare il Te Deum in questo anno definito da tanti annus horribilis; ma sono stato trattenuto da una frase che, nella sua semplicità, rimane punto di riferimento: e cosa buona e giusta rendere grazie sempre e in ogni luogo a Dio
Sento che, in questa fine di anno, questo Te Deum sarà meno “di maniera”, meno di forma e più di sostanza, perché anche noi, abituati a vivere in un contesto garantito e programmabile, abbiamo fatto l’esperienza della precarietà e della povertà, esperienza ordinaria per i 4/5 dell’umanità con cui condividiamo questo pianeta malato.
Con uno spirito da poveri, da uomini e donne che hanno compreso un po’ meglio la vera condizione della loro esistenza, possiamo insieme con tutti gli “anawim” -i poveri di Dio-, innalzare il nostro rendimento di grazie alla fine di questo anno. 

Vorrei ringraziare Dio per la vita che abbiamo riscoperto come un dono prezioso. Per la mia vita, per la vita di coloro che amo, per la vita di tante e tanti che hanno incrociato il mio cammino, per la vita di tanti che non conosciamo, ma che abbiamo sentito come persone la cui vita vale impegno, professionalità, denaro, energie a vari livelli. Forse mai, come in questo anno, abbiamo avvertito in modo corale che la nostra vita è importante, non l’abbiamo data per scontata. Grazie per ogni vita umana, anche per quella dei tantissimi che ci hanno lasciato, dei quali sentiamo la nostalgia e curiamo responsabilmente la memoria. Per ogni vita che è un tuo dono, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per tutti coloro che, generosamente, hanno fatto il loro dovere ed hanno vissuto la loro professione come un servizio per gli altri. In questo anno abbiamo potuto scoprire il valore del lavoro di molti per tutti; abbiamo scoperto che ognuno è necessario per il cammino di tutti e che è essenziale che ognuno svolga responsabilmente il proprio lavoro come un servizio alla comunità. Più volte sono stati stilati elenchi ed oggi non li riscriverò perché vorrei davvero ringraziare il Signore per tutti, nessuno escluso; Lui conosce i cuori, conosce anche coloro che hanno lavorato in modo più nascosto ed è capace di comprendere tutti nel mio ringraziamento. Per tutti coloro che hanno compiuto generosamente il loro dovere, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare il Signore per le tante volontarie e i tanti volontari che si sono spesi, e che si spendono ancora oggi, per andare incontro ai più fragili e per aiutarci a non lasciare indietro nessuno. In particolare vorrei ringraziare per i giovani che, nel momento più difficile, sono usciti allo scoperto; per la loro intraprendenza, la loro capacità di aprire strade inedite, la loro fantasia. Per tutte queste testimonianza di servizio gratuito, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per la Chiesa e in particolare per papa Francesco che, fedele al mandato del Signore di confermare i fratelli, è stato ed è punto di riferimento per tanti nel tempo della tempesta. Per la Chiesa e per papa Francesco, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare il Signore per le tante intellettuali e per i pensatori che, durante questo anno, ci hanno aiutato a comprendere il senso di quello che vivevamo e ci hanno provocato a cogliere l’opportunità di cambiamento che questa situazione drammatica ci poneva innanzi. Grazie per coloro che non ci hanno abbandonato al cinismo del conteggio dei morti o al panico dei deficit di bilancio, ma ci hanno invitato ad alzare lo sguardo per traguardare l’orizzonte e scegliere la direzione verso cui camminare; ci hanno invitato a guardarci indietro, per riconoscere sia il bene che gli errori del nostro recente passato, e a fianco, per ricordare che questo cammino non dobbiamo farlo da soli. Per tutti gli uomini e le donne di pensiero, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per il tempo della mia quarantena, vissuta in isolamento, tempo di deserto e di vicinanza del Signore. Come ho già scritto, vorrei ringraziare il Signore perché mi è stato vicino; vorrei ringraziare il Signore per tutti i fratelli e le sorelle che in vario modo mi hanno accompagnato e non mi hanno lasciato solo; è stato decisamente un tempo di grazia. Per il tempo della quarantena e per i frutti che ha maturato, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per il tempo del discernimento personale, accompagnato dal vescovo Francesco, di fronte alla chiamata a diventare rettore del Seminario regionale. E’ stato un passaggio prezioso in cui mi è stato concesso di rileggere la mia vita, di pormi di fronte alle richieste della Chiesa, di scrutare il mio cuore e di rinnovare la mia fiducia in Dio che accompagna il mio cammino. Per questo prezioso tempo di discernimento, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per la parrocchia di Santarcangelo che quest’anno sono stato chiamato a salutare per partire verso il Seminario regionale. Vorrei dire grazie per tutte le persone che ho incontrato che mi hanno dato testimonianza di fede, di passione, di creatività e di impegno. Questi quattro anni sono stati un dono straordinario del Signore per i quali, con cuore pieno di gratitudine, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare Dio per la nuova chiamata al servizio in AGESCI come assistente ecclesiastico regionale. E’ stato un “sì” molto sudato ed un servizio iniziato e vissuto nell’emergenza, ma che mi ha dato la possibilità e la gioia di incontrare – anche al livello regionale di questa associazione che stimo – uomini e donne generosamente donati al servizio educativo. Non tutto è stato ed è semplice, ma ciò che prevale è sempre il desiderio di lasciare il mondo un po’ migliore, spendendosi nell’educazione delle giovani generazioni. Per le sorelle e i fratelli dell’AGESCI, noi ti lodiamo Dio.

Vorrei ringraziare il Signore per la comunità del Seminario regionale che mi ha accolto negli ultimi mesi di questo anno, una comunità piccola, ma vasta e articolata. Vorrei ringraziare per don Adriano e don Giampiero che con me condividono il servizio di formatori, per i formatori delle diocesi, per i vescovi. Vorrei ringraziare tutti coloro che a Bologna mi hanno accolto in modo cordiale e fraterno. In particolare vorrei ringraziarti, Signore, per i seminaristi, per la loro testimonianza di fede in te, perché si sono messi in cammino per seguirti più da vicino, per la loro voglia di spendersi per te, per la Chiesa e per il mondo. Ti ringrazio per la fiducia con cui hanno accolto la proposta che abbiamo loro rivolto, perché hanno accolto la sfida della corresponsabilità, perché si sono messi in gioco in modo creativo anche nel tempo della quarantena. Per la comunità del Seminario regionale, per la bella realtà che è e per la bella realtà che tu vuoi che diventi, noi ti lodiamo Dio.

Potrei andare ancora avanti ricordando l’accoglienza ricevuta questa estate dalla comunità di san Giuliano e ora da quella di Morciano, l’esperienza del cammino di san Benedetto, i tanti incontri vissuti in presenza e on line, le condivisioni fraterne sulla Parola di Dio, sulla vita ecclesiale, sulla condizione sociale e politica. Il Signore che scruta i segreti del cuore e al quale nulla rimane nascosto, conosce anche i molti grazie che posso dire solo nel segreto per i tanti segni della sua presenza e della sua misericordia.

Anche in questo anno 2020, così difficile per tanti,
noi ti lodiamo Dio, ti proclamiamo Signore, 
i cieli e la terra sono pieni della tua gloria.
Salva il tuo popolo, Signore,
guida e proteggi i tuoi figli.
Tu sei la nostra speranza,
non saremo confusi in eterno.

Elisabetta

Quando la fede e la profezia superano l’istituzione

In questi giorni che precedono il Natale, siamo accompagnati alla contemplazione del mistero dalla figura di Elisabetta.

Lei è il segno che è stato posto innanzi a Maria per aiutarla a credere che nulla sia impossibile a Dio (Lc 1,36-37); lei è colei che aiuta Maria a compiere il discernimento su quanto le sta accadendo, e a trasformare l’ “Amen” pronunciato liberamente e consapevolmente a Nazareth, nel Magnificat cantato e danzato ad Ain-Karim (Lc 1,46); lei è colei che dà seguito alle promesse di Dio, imponendo al bambino da lei nato quel nome (Lc 1,60) che l’angelo aveva indicato (Lc 1,13) e che solo in un secondo tempo sarà confermato dal padre Zaccaria (Lc 1,63).

Questo “protagonismo” di Elisabetta si oppone in modo evidente al mutismo di Zaccaria. Lui che – pur essendo sacerdote e primo destinatario della visione – non aveva creduto all’annuncio dell’angelo Gabriele, si trova ad essere muto, incapace di esprimere con le parole quanto Dio sta compiendo; a differenza di Elisabetta che, ripiena dello Spirito Santo, può dire ad alta voce come stanno le cose (Lc 1,41-42), riconoscendo l’azione benevolente di Dio che toglie la vergogna (Lc 1,25) e viene a salvare il suo popolo facendosi carne nel grembo verginale di Maria (Lc 1,43).

La figura di Elisabetta, nelle prime pagine del vangelo di Luca, risulta tutt’altro che un personaggio di secondo piano. Elisabetta agisce come una profetessa: è lei che sa aiutare Maria a riconoscere quanto Dio sta operando in lei; è lei che prende la parola di fronte al mutismo del marito e annuncia la novità che Dio sta per compiere, una novità che richiede un superamento degli schemi consueti.

Elisabetta (insieme ad altre figure del Vangelo di Luca) manifesta il primato della profezia sull’istituzione. Lei, macerata nel crogiolo del dolore e della vergogna per la sterilità, è divenuta vaso capiente per accogliere lo Spirito di Dio ed effonderlo – tramite la parola – sul popolo in attesa della redenzione. 

Mi chiedo se la figura di Elisabetta non possa aiutarci a cogliere il valore della profezia anche nel nostro vissuto ecclesiale.
A differenza del sacerdote – istituzionale per definizione -, il profeta o la profetessa agiscono semplicemente perché ispirati da Dio e inviati ad annunciare qualcosa di nuovo, qualcosa che esce dagli schemi, un intervento che Dio realizza nella storia.
Mi chiedo sinceramente se oggi, in questa realtà ecclesiale un po’ immobile e incapace di spiccare il volo, ci troviamo privi di profezia o siamo sordi al grido dei nuovi profeti e delle nuove profetesse che Dio ci manda.
Elisabetta ci ricorda che quella parola ispirata, spesso viene proclamata non da persone importanti, non dagli opinion makers che vanno in TV o che spopolano sui social, ma da persone che hanno vissuto a lungo l’esperienza della fede e della speranza in circostanze difficili e dolorose, e – se prendiamo sul serio quanto emerge da vangelo secondo Luca – più da donne che da uomini. Siamo disposti ad ascoltare? Siamo disposti a dare la parola? Siamo disposti a confermare quanto esse/i per prime/i affermano anche se esce dagli schemi?

Il mistero del Natale rappresenta la novità che Dio opera nella storia, l’inizio di quella nuova creazione che si compirà nella risurrezione di Gesù. Aprirsi a questa novità, essere disponibili ad accogliere gli interventi di Dio nella nostra storia è ciò che ci consente di vivere il Natale nella sua essenzialità. Dio che irrompe nella storia ci prepara ad accogliere questa novità, ci invia qualcuno che prepara la strada perché il Signore che viene ci trovi pronti e vigilanti.

PS: nelle rappresentazioni della Visitazione, molto spesso, Maria ed Elisabetta vengono rappresentate in primo piano, mentre Zaccaria rimane dietro, un po’ in disparte, ancora incapace di partecipare a quanto stanno condividendo coloro che sono ripiene dello Spirito.
Arriverà il momento in cui, confermando quanto la moglie aveva anticipato (Lc 1,63), anche la sua lingua si scioglierà e anch’egli, riempito di Spirito, potrà pronunciare la sua profezia sotto forma di benedizione (Lc 1,67-79).

Sterilità

Zaccaria ed Elisabetta

In questi ultimi giorni che precedono il Natale, le letture bibliche ci mettono davanti a storie dolorose di donne sterili. Il dramma della sterilità è molto presente nella Scrittura e spesso colpisce le madri di coloro che saranno chiamati ad essere grandi guide di Israele.
In particolare mi ha colpito ed ho letto insieme la storia di Rachele, moglie prediletta del patriarca Giacobbe, che diventerà la madre di Giuseppe e di Beniamino, la storia di Anna, che diventerà la madre del profeta Samuele e la storia di Elisabetta, che diventerà la madre di Giovanni Battista.
In realtà la Scrittura è molto sobria nel parlarci di queste donne e del loro vissuto, ma, in filigrana, si coglie bene il dramma che vivevano e la gioia della loro maternità. Pur essendo storie diverse, accadute in epoche molto lontane tra loro, mi sembra di poter riconoscere quattro tratti che le accomunano.

In primo luogo il grande dolore. La sterilità è vissuta da tutte queste donne come qualcosa di inaccettabile. Nelle storie di Rachele ed Anna questo dolore viene esternato in modo molto forte, quasi imbarazzante anche per i loro mariti (Cfr. Gen 30,2 e 1Sam 1,7-8). Nel caso di Elisabetta questo dolore è vissuto come una vergogna (Cfr. Lc 1,25).

Il secondo tratto è la fede di queste donne (e dei loro mariti), che non si rassegnano alla loro sterilità, ma continuano a riporre fiducia in Dio per ottenere il dono della maternità. Soprattutto Anna esprime questa fiducia nel Signore in una preghiera accorata e accompagnata dalle lacrime fluenti. Il dolore lancinante causato dalla sterilità non si chiude nella depressione, ma rimane aperto alla speranza nel Dio che dona la vita.

Il terzo tratto è la gioia e la gratitudine per la maternità ricevuta in dono. Tutte tre queste donne sono consapevoli che l’autore della loro maternità è il Signore, che è lui che le ha rese feconde e capaci di generare vita; a Dio sono grate per il dono dei loro figli.

Il quarto e ultimo tratto che accomuna queste storie di sterilità guarita è la libertà di donare al Signore i figli ricevuti in dono da Dio. Soprattutto Anna ed Elisabetta, così come la madre di Sansone (altra donna sterile sanata), sono consapevoli che il Signore ha reso fecondo il loro grembo perché i loro figli saranno destinati a compiere una missione. 

Come si può osservare da questi racconti, la condizione di sterilità, nella storia di queste donne (e dei loro rispettivi mariti), con tutto il suo carico di dolore e umiliazione, diviene la premessa provvidenziale che consente a Dio rivelarsi come colui che può capovolgere la situazione, prima di tutto per queste coppie di sposi e, tramite la loro fede nella potenza di Dio, riconosciuto capace di portare vita anche lì dove nessuno se la aspetterebbe (“nulla è impossibile a Dio” – Lc 1,37), anche a tutto il popolo.
C’è un percorso che siamo chiamati a vivere, un percorso che ci chiede di condividere il dolore e l’umiliazione per diventare partecipi della potenza di vita che il Signore è capace di realizzare per il mondo.

Anche le nostre chiese stanno vivendo un tempo di sterilità e di invecchiamento.
Ci sentiamo tutti come Zaccaria ed Elisabetta: siamo persone e comunità devote, giuste e zelanti, ma umiliate dalla sterilità a più livelli, in particolare sul piano vocazionale.
Mi chiedo se le storie di queste coppie non rappresentino un percorso che ci viene indicato.

Se così fosse, forse non siamo ancora arrivati a vivere il dolore per la nostra sterilità; non abbiamo sentito ancora la vergogna e l’umiliazione che tale sterilità rappresenta per Elisabetta e per Rachele; non ci siamo effusi in lacrime come Anna. La preoccupazione diffusa che serpeggia nella nostre chiese, non ha ancora toccato e condiviso questa esperienza di dolore profondo che diventa un grido accorato rivolto verso Dio.

Per questo motivo, appunto, la nostra preghiera è distratta e pigra. Invochiamo da Dio il dono di vocazioni per le nostre chiese, ma non in modo convinto, non come se fosse qualcosa da cui dipende la nostra vita. Non avvertiamo ancora come decisiva questa questione o la releghiamo a questioni di ordine organizzativo-gestionali, perché la nostra sterilità non ci scandalizza o perché ci siamo rassegnati.

Contestualmente non sempre siamo capaci di esprimere la nostra gratitudine per coloro (quei pochi) che il Signore ci dona, non sempre ci facciamo coinvolgere; non sempre sentiamo che la cosa ci riguardi. Abbiamo altro da fare, abbiamo altri impegni, non possiamo concederci di lasciarci andare alla gioia per un dono che il Signore concede alla nostra chiesa (o alle nostre chiese).
Mi colpisce quello che afferma Rachele alla nascita di Giuseppe, la quale, colma di gioia, si arroga il diritto, che solitamente spettava ai padri, di attribuire un nome al figlio tanto atteso: «lo chiamò Giuseppe, dicendo: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”» (Gen 30,24). Perché la gratitudine diventa, come nel Magnificat, occasione per chiedere ancora di più!

Infine c’è l’ultimo passaggio che è quello della libertà. Lo diciamo sempre che i figli non sono i nostri e non sono per noi, ma questa sottile tentazione sempre ci seduce. Dopo tanta attesa, dopo tanto dolore sofferto, dopo tanta preghiera … ci viene chiesto di pensare non a noi stessi, ma al mondo. Dio fa così: ci ricolma di beni perché noi abbiamo la possibilità di farne dono agli altri. Anna ed Elisabetta ne erano consapevoli ed hanno accolto con fiducia questo progetto di Dio favorendolo e sostenendolo.

In questo Natale, mentre ci prepariamo a rinnovare la gioia per la nascita del Salvatore, non saltiamo troppo in fretta i passaggi che il Vangelo e la liturgia ci aiutano a vivere, perché essi hanno qualcosa di importante da dirci anche per quanto riguarda la vita delle nostre comunità ecclesiali.
Il Signore ci aiuti a vivere e condividere il dramma di questa sterilità come la premessa di quel capovolgimento che vuole realizzare per noi e per il mondo.

Democrazia ed efficienza

E’ grave!
Anche se in Italia non ci si scandalizza più di tanto, perché – purtroppo – ci siamo abituati, questo non diminuisce la sua gravità. Con l’operazione “Cashback” il servizio pubblico ha fallito l’ennesima prova di efficienza.
Ripeto: è grave!
Si può giustamente attribuire la colpa al governo di turno, ma è evidente a tutti che l’equazione che equipara servizio pubblico con inefficienza è consolidata.

In un paese democratico e attento al bene comune, ciò che è espressione dell’impegno diretto dello Stato e delle sue strutture, dovrebbe rappresentare il massimo dell’efficienza per tutto quanto riguarda salute, scuola, ricerca, assistenza, sostegno alla fragilità, e dovrebbe rappresentare il modello a cui tutti gli altri soggetti si riferiscono e che tutti desiderano equiparare. Ma purtroppo non è così!

Quando noi parliamo del valore della democrazia, non possiamo limitarci all’enunciazione di principi astratti o invitare alla corresponsabilità in modo moralistico (quando non in modo paternalistico). Chi vive in un sistema democratico deve vivere l’esperienza che tale sistema sia conveniente, che risponda in modo efficiente alle sue esigenze; si deve sentire custodito a fronte della sua fragilità perché il bene comune è davvero tutelato, e tutto ciò che lo riguarda personalmente viene compreso nella cura del bene comune.

Un sistema che si dice democratico, ma che dà frequentemente prova di inefficienza, o dove la percezione dei cittadini è di insicurezza e di scarsa tutela e cura da parte di chi gestisce il servizio pubblico statale, è un sistema che presenta un grave rischio di tenuta. Non si può continuamente provocare delusione, frustrazione, senso di sfiducia e poi pensare che i cittadini siano corresponsabili rispetto alla difesa del bene comune. Per questo è grave!

Quest’ultima prova di inefficienza rispetto ad un progetto promosso direttamente dal Governo del Paese per combattere l’evasione fiscale, incentivare il commercio di prossimità e venire incontro – seppure simbolicamente – alle difficoltà delle famiglie è tanto più grave quanto più esso si presenta come un’innovazione, come qualcosa che facilita, come la risposta semplice a problemi importanti. Non è ammissibile che in un progetto nuovo, in cui si investono risorse umane ed economiche si fallisca così miseramente (per l’ennesima volta).

A onor del vero occorre affermare che ci sono tanti esempi di buona efficienza nelle cose dello Stato sia nel campo della sanità, come della scuola, della pubblica amministrazione e della cura della fragilità, ma occorre riconoscere che tale efficienza non è necessariamente garantita dall’organizzazione della struttura, quanto piuttosto da persone singole che si impegnano oltre il dovuto, impiegando energie e tempo oltre il loro orario di lavoro, per consentire alle cose di funzionare a beneficio di tutti.
Dobbiamo ringraziare molto queste persone; esse ci portano la testimonianza che un sistema funziona solo se le persone si coinvolgono personalmente e fanno del loro meglio perché il servizio risulti davvero efficiente.
Mi piacerebbe che l’impegno di queste persone fosse riconosciuto, non tanto in termini economici, ma come un contributo essenziale al bene comune, che esse rappresentino non l’eccezione, ma il modello che consente a ciò che è pubblico e statale di essere davvero un servizio efficiente per tutti. 

Allora anche la nostra democrazia sarà un po’ più al sicuro.

A che ora nasce Gesù?

In queste settimane abbiamo assistito ad un confronto vivace sull’ora della prossima messa della notte di Natale, confronto che si è trasformato in un dibattito “teologico” surreale sulla “vera ora della nascita di Gesù”, un dibattito – peraltro – senza interlocutori ecclesiali. Inutilmente, infatti, preti, vescovi e teologi di ogni regione d’Italia si sono sforzati di far comprendere che per la Chiesa anticipare la messa della notte di Natale non costituisce alcun problema dal punto di vista “teologico”.
Ma ormai il “treno” era partito: tra coloro che dovevano difendere la verità della fede cattolica e l’assoluta indipendenza della Chiesa rispetto alle leggi dello Stato, e coloro che devono difendere la salute pubblica contro qualsiasi scriteriato (preti compresi), si è scatenato il solito confronto tra sordi, perché probabilmente gli interessi soggiacenti sono ben altri.

Ovviamente non voglio entrare in questo dibattito perché è assolutamente inutile, ma voglio spendere qualche minuto – cogliendo l’occasione – per ricordare cosa significhi per noi cristiani celebrare la nascita di Gesù e dare un breve contributo alla riflessione sulla libertà della Chiesa.

A Natale noi non festeggiamo il compleanno di Gesù; tantomeno facciamo finta che Gesù non sia nato, pensando che nasca realmente ogni anno (a mezzanotte ovviamente). Occorre affermare con determinazione che questo modo di pensare, sebbene sia diffuso, è errato rispetto alla fede cristiana.
Nella celebrazione liturgica di un evento come la nascita di Gesù (che per noi rappresenta l’incarnazione del Figlio di Dio), la comunità dei credenti fa memoria di quanto è accaduto irripetibilmente nella storia (più di duemila anni fa) e, mediante la liturgia, si rende presente a quell’evento diventando così partecipe del bene (della grazia) che Dio ha realizzato in quel momento della storia. E’ il rito che ci conduce a Betlemme, per contemplare insieme a Giuseppe e Maria, insieme ai pastori e ai magi la manifestazione del Figlio di Dio nella carne. Celebrare il Natale, per noi, significa ripartire da ciò che è accaduto nel momento in cui Dio ha voluto diventare partecipe della nostra vita quotidiana (“la carne” non è solo “ciccia”) nascendo a Betlemme.
Questo fatto non è legato ad un’ora. Infatti anche chi partecipa alla messa del giorno di Natale celebra lo stesso evento, diventando partecipe della medesima grazia.

Sul tema della libertà della Chiesa nei confronti dello Stato vorrei semplicemente ricordare che, come ogni persona, anche la Chiesa è chiamata a coniugare libertà e responsabilità; che non esiste una libertà senza la responsabilità e che la seconda ci obbliga in coscienza a riconoscere e a scegliere cosa sia il bene attraverso il percorso del discernimento.
E’ vero che la Chiesa è libera, ma è anche vero che questa libertà si declina nella responsabilità di scegliere quello che, in una determinata circostanza, appare come il maggior bene possibile. Se la Chiesa riconoscesse che il bene da custodire e da promuovere è quello di difendere la salute delle persone, collaborando con le disposizioni dello Stato, facendolo non è prona all’autorità civile, ma esercita la sua libertà con responsabilità, riconoscendo e perseguendo il maggior bene possibile, scelta che, a volte, implica la rinuncia a cose importanti.
A questo proposito mi è piaciuto l’intervento di mons. Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, che richiama l’attenzione a non liquidare frettolosamente elementi simbolici, contenuti anche nel modo di celebrare la festa del Natale, importanti sia per le persone che per la collettività. Anche questa attenzione deve far parte del discernimento e condurre ad una scelta responsabile per il maggior bene possibile.

In ogni caso non è questo tempo di crociate, e chi le ingaggia, anche in questo caso come in altri della storia passata, non è detto che lo faccia per difendere la fede o la Chiesa.

Giovani: Riconciliazione e accompagnamento spirituale

Due giorni (17 e 18 novembre 2020) di riflessione condivisa a distanza con i preti della Diocesi di Faenza-Modigliana sul tema del sacramento della riconciliazione e sull’accompagnamento spirituale dei giovani.

Ricuperare la radice battesimale del sacramento della riconciliazione e valorizzare maggiormente il percorso di fede piuttosto che la dimensione morale; portare l’esperienza della riconciliazione dentro la prospettiva vocazionale, è stato il motivo dominante della riflessione condivisa nel primo giorno (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del primo giorno).

Faenza 17112020 I giovani e la «Penitenza»

All’accompagnamento abbiamo dedicato la seconda giornata, mettendoci in ascolto di alcuni “modelli biblici” che ci indicano gli atteggiamenti, le attenzioni e le méte di un accompagnamento che non sfugga all’attenzione di uno sguardo globale sulla persona, e che possa orientare i giovani in un cammino di libertà autentica, che trova nella fede una risposta ai desideri profondi (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del secondo giorno).

Faenza 18112020 Accompagnamento

Grazie di cuore per lo scambio fecondo che è avvenuto. Forse presto saranno diffuse le registrazioni dei due incontri.

1000 piccoli semi

Questa mattina mi sono svegliato un po’ più tardi ed ho pubblicato un po’ in ritardo il commento alle letture… poi sono corso alla celebrazione delle Lodi mattutine con la comunità del seminario.
Ritornando nella mia stanza e recuperando il telefono, trovo un messaggio che non mi aspettavo: congratulazioni per aver scritto 1000 articoli su “Una (P)arola condivisa”.
Bello! Grazie!

Ho pensato non ad un record (chissene), ma a come giorno per giorno si può seminare un piccolo seme della Parola di Dio affidandolo a questo grande campo che è la “rete internet”, senza sapere dove andrà a finire o come porterà il suo frutto.
A noi è chiesto di seminare.
Mille piccoli semi attraverso questo piccolo-grande strumento sono stati sparsi.
Altri e molti di più -spero- in altri contesti.
Purché il Vangelo venga annunciato” (Fil 1,18).

(P)arolacondivisa.blog

Buona domenica!

San Martino 2020

Questo scritto è dedicato alle amiche e agli amici di Santarcangelo che domani festeggiano San Martino.

Lo so che quest’anno è diverso; lo so che vi mancheranno molte cose del “San Martino” che conoscete: non ci sarà la fiera, le giostre, il ritrovarsi tra amici; mancherà quell’orgia di profumi che piacevolmente invade la città. Non ci sarà la folla che invade le vie del nostro (posso ancora dirlo?) bellissimo paese, attratta da un luogo che spesso, durante tutto l’anno è sinonimo di festa. Non ci sarà quell’ebbrezza che fa “San Martino” … ma, per favore, amici Santarcangiolesi, non fatevi travolgere dalla nostalgia per ciò che non c’è; perché molto ancora c’è e si può festeggiare!

Potrei enumerare molte cose, ma ci tengo a dirvi che ci sarete soprattutto voi Santarcangiolesi, chiamati a vivere con il vostro stile questo tempo difficile e capaci di trasformarlo in un’opportunità, attraverso un modo di condividere che – come ha scritto Giulia D’Intino nel suo romanzo – è capace di non lasciare indietro nessuno.

Sapete bene che san Martino è ricordato dalla tradizione cristiana per un eccezionale gesto di carità. Non era obbligato, ma ha saputo muoversi a compassione e condividere quello che aveva con un povero incontrato lungo la strada. E’ stato un gesto maturato da un cuore capace di commuoversi e di muoversi verso l’altro.
Questa creatività nella carità (o solidarietà se preferite un termine più laico), questa capacità di commuoversi e di vincere l’indifferenza, è ciò che noi festeggiamo nella festa di San Martino.
Mi chiedo amiche e amici: c’è un tempo più propizio di questo per vivere il vero spirito della festa del nostro patrono? E proprio perché tutto il resto vi è stato tolto, non è forse questo il tempo per vivere l’essenziale della festa?
Nella città di Santarcangelo, che in fatto di creatività non ha nulla da invidiare a nessuno, proprio in nome di San Martino, saprete “strolgare” qualcosa che vi faccia ricordare questo San Martino 2020 non per quello che vi è stato negato, ma per quello che voi, proprio in queste circostanze speciali e drammatiche, avete inventato di bello e gioioso? Non lasciatevi togliere l’essenziale della festa!

Da Bologna vi auguro con grande affetto: buon san Martino, cari Santarcangiolesi!

Una sintesi creativa è possibile!

Pieve Romena – Pratovecchio (AR)

La pandemia ci ha condotto a vivere un conflitto di priorità, con una grave carenza di sintesi creativa.
Nel tentativo di difendere la salute, e il sistema sanitario che potrebbe garantirla, coloro che governano si sono posti di fronte a delle alternative molto dolorose (salute o economia? scuola o salute?), mettendo in tensione i due poli della scelta che sono apparsi alternativi.

Mi trovo a disagio con questo approccio perché mi sembra che non si ponga la possibilità di una sintesi creativa ed inedita. A me sembra che gli uomini si distinguano dalle macchine proprio per questa capacità creativa di sintesi tra gli opposti, una sintesi che non è solo un compromesso, ma l’abilità creativa – appunto – di pensare e realizzare una situazione nuova capace di superare l’apparente necessità di opposizione tra elementi di valore diversi.

Qualcuno potrebbe sostenere che, in periodo di crisi, è necessario agire con determinazione e senza scrupoli (e senza fantasia); che non è questo il tempo delle sperimentazioni di fronte a persone che stanno male e muoiono a decine.
In realtà la storia ci racconta di grandi progressi avvenuti proprio in circostanze difficili, a volte addirittura estreme. Si dice, inoltre, che nel momento del bisogno l’uomo e i gruppi sociali tirino fuori il meglio di loro stessi. Ebbene: perché non dare spazio a questa creatività? Perché non cercare una sintesi invece che accontentarsi di subire alternative dolorose?

Faccio un esempio solo per spiegarmi. Forse qualcuno è stato a Pieve Romena a Pratovecchio (AR). Questa splendida pieve romanica è stata costruita in un tempo di carestia. Il signorotto locale si rese conto che i contadini delle sue terre non avevano raccolto nulla e potevano soffrire la fame. Aveva alcune alternative: rimanere indifferente, elargire sussidi minimali per la sopravvivenza … Decise di costruire una chiesa, impiegando la manodopera disponibile e pagando i contadini per il lavoro che svolgevano. Non era un progetto previsto, ma è stata la sintesi creativa di un uomo che si è messo in gioco ed ha pensato di valorizzare una situazione di crisi inventandosi qualcosa di nuovo. La testimonianza della sua creatività la si può ammirare ancora oggi.

E noi come saremo capaci di dare una risposta a questo tempo? Come ne saremo responsabili? Saremo solo in grado di scegliere cosa sacrificare, perché non siamo in grado di difendere ciò che è necessario al bene delle persone (scuola, cultura, socialità), oppure metteremo insieme coraggio, intelligenza e creatività provando ad intraprendere vie nuove?

Ci limiteremo a dividerci litigando tra garantiti e penalizzati, oppure troveremo una strada perché si possa affrontare insieme la situazione senza lasciare indietro nessuno?
Ci limiteremo a distribuire sussidi consolatori a pioggia, oppure impiegheremo risorse umane ed economiche per aprire nuove strade e, magari, sanare ingiustizie che erano già presenti anche prima della pandemia (vedi la piaga del lavoro nero)?
Ci limiteremo a tracciare una linea che divide chi ha speranza di essere salvato e chi, invece può essere sacrificato sia sul piano della cura che su quello delle prospettive sociali, oppure potremo mettere in atto un percorso che, riconoscendo che “siamo tutti sulla stessa barca” si propone di valorizzare ognuno per la ricchezza di cui è portatore?

Nel libro degli Atti degli apostoli, che testimonia i primi passi della comunità cristiana a Gerusalemme e la prima missione, vengono narrate alcune crisi gravi che la comunità si trova ad affrontare. Nel capitolo 6 si dice che scoppia un “malumore” tra due gruppi della comunità, perché uno dei due si sente discriminato. Gli apostoli riconoscono il loro limite e, riunendo l’assemblea, propongono di istituire delle nuove figure (i diaconi) che accompagneranno la comunità nelle sue esigenze concrete. Quella crisi poteva portare ad una spaccatura gravissima; invece è stata l’occasione per trovare una via nuova che non solo ha portato la pace, ma ha aiutato la comunità a crescere.

Questa creatività viene dal riconoscere ciò che è buono (e non sacrificabile) e dal desiderio di valorizzarlo; tale processo conduce a sintesi sempre nuove e ad uno stupore che lascia a bocca aperta… come accade davanti a Pieve Romena.

Il negazionista

Un tempo erano considerati negazionisti coloro che rifiutavano le ricostruzioni accreditate dalla storiografia, sostenendo altre versioni dei fatti, normalmente opposte a quelle “ufficiali”. Cosi era per il dramma della Shoah, per il Fascismo, per i Gulag staliniani, per le atrocità commesse nella guerra in Vietnam o per quelle commesse dalle potenze coloniali nei vari paesi dell’Africa o dell’America Latina. Il negazionismo un tempo riguardava prevalentemente la storia.

Oggi, con l’avvento dei social e della post-verità, il negazionista abita il presente, la cronaca quotidiana, formandosi una sua idea su fonti di informazione a cui lui concede grande credito e opponendosi a quella che considera un’informazione di regime, che vorrebbe distogliere l’attenzione delle persone dalla “verità vera” (questa tautologia si rende necessaria in un mondo in cui esistono molte verità).
La pubblica opinione rappresenta spesso il negazionista come una macchietta, come un personaggio tanto isterico quanto ingenuo, un fanatico aggrappato ad una visione del mondo che non ha supporto nelle evidenze scientifiche e documentarie.
In effetti alcune persone definite “negazioniste” appaiono proprio così.

Ma io mi sono chiesto: non potrei finire anche io ad essere considerato “un negazionista”, solamente perché su alcune questioni mi trovo dissenziente rispetto alle opinioni prevalenti nel dibattito pubblico? E le fonti su cui io formo ed elaboro il mio pensiero (la Bibbia per esempio o il magistero della Chiesa) potrebbero essere considerate semplicemente a-scientifiche ed io considerato un fanatico o una macchietta, perché come “scientifiche” sono accreditate solo le scienze economiche, sociali o quelle che riguardano la fisiologia della persona?

Se un Paese come l’Olanda, il Belgio o la Nuova Zelanda (ultima della serie) sostenesse sensato e conveniente promuovere l’eutanasia, o addirittura l’eutanasia infantile, considerando non degna di essere vissuta la vita di alcuni esseri umani; o la Danimarca, piuttosto che qualche altro Paese dell’area scandinava, promuovesse un’eugenetica di fatto, attraverso una campagna di aborti selettivi su feti considerati a rischio di sindrome di Down o di malformazioni; o se l’Italia sostenesse una politica di chiusura all’accoglienza di persone in difficoltà e di respingimenti di persone che chiedono asilo perché in fuga da guerre e carestie; … insomma se in tutti questi casi io avessi un’idea diversa, formata su fonti che io considero affidabili ancorché bollate come non scientifiche, un’idea e una posizione che si colloca in contrasto con la mentalità comune o della maggioranza, potrei essere considerato semplicemente un negazionista e così relegato nella schiera dei fanatici il cui pensiero non è degno di essere considerato, piuttosto compatito?

Non difendo e non sostengo affatto le posizioni che oggi infervorano il dibattito riguardo l’esigenza di una prevenzione al diffondersi del virus Covid-19 o della necessità dei vaccini.
Ravviso solamente il pericolo di un abuso del termine “negazionista” attribuito a chiunque abbia un’opinione fortemente discordante con quella della maggioranza, perché potremmo trovarci tutti relegati in questa categoria che, anche in una società che presume di essere democratica, rappresenta uno stigma di esclusione dalla possibilità di essere ascoltato. A me personalmente dispiacerebbe moltissimo e lo considererei un’ingiustizia.

Una società veramente democratica invece, attraverso un dialogo rispettoso, cerca di porsi in ascolto di tutte le posizioni, per individuare il maggior bene possibile da perseguire insieme, senza barricate, senza complottismi, valorizzando quanto di meglio ognuno esprime, ascoltando le preoccupazioni che guidano una persona ad assumere determinate posizioni, senza stigmatizzarlo pregiudizialmente.

Mentre la storia ci ha consegnato esempi eccellenti di persone che hanno lottato contro un pensiero comune diffuso, consentendo, tramite il loro operato, un progresso a tutta l’umanità (penso a Galileo Galilei, a Mohandas K. Ghandi, a Martin Luther King, a Francesco d’Assisi) nonostante le durissime opposizioni che hanno dovuto subire, oggi rischiamo lo stesso meccanismo di esclusione appoggiandoci ad altri dogmatismi, per lo più di carattere scientifico. La storia ci ha insegnato che alcuni oppositori dissenzienti, in realtà si sono rivelati dei profeti; coloro che li hanno ascoltati, nonostante la fatica richiesta nel cambio di prospettiva, ne hanno goduto; coloro che si sono loro opposti sono stati considerati dei persecutori ottusi (dei negazionisti?).

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