“Ricordatevi della moglie di Lot”

Siamo nel cap. 17 del vangelo secondo Luca. Gesù sta rispondendo alla domanda dei discepoli riguardo la venuta del regno di Dio e li ammonisce rispetto ad uno stile di vita spensierato e indifferente ai segni dei tempi che annunciano il suo avvento. Gesù prende come esempio la famosa vicenda di Lot e della sua famiglia, scampati alla distruzione di Sodoma per la misericordia di Dio (Cfr. Gen 19).
La città dove abitavano e, nonostante le molte contraddizioni, si erano ambientati, quel contesto che ormai riconoscevano come loro viene distrutto da un fuoco che cade dal cielo. Lot con la sua famiglia ha la possibilità di fuggire lontano, ma, mentre stanno lasciandosi alle spalle Sodoma e tutto i male che quella città rappresentava, la moglie di Lot si volge indietro, rimanendo affettivamente legata ad un luogo su cui Dio aveva già pronunciato un giudizio e trasformandosi in una statua di sale.

Ricordatevi della moglie di Lot“, dice Gesù ai suoi discepoli e lo dice anche a noi oggi.
In questi mesi abbiamo ascoltato una molteplicità di analisi sulla situazione che la pandemia ha fatto emergere, accelerando dei processi che erano in corso già da tempo. Anche a livello ecclesiale, come anche io ho scritto più volte, siamo stati catapultati in avanti di venti anni, trovandoci impreparati a gestire una situazione sulla quale da molto tempo stavamo riflettendo e che in molti modi era stata annunciata.

Ora molti segnali ci parlano di una “ripartenza”, di una rinascita.
Anche per le nostre comunità ecclesiali si apre un tempo di ripartenza delle attività, proprio a cominciare da questa estate. Il bello però verrà a settembre, quando ci sarà la possibilità di ripartire con una proposta ordinaria.
Il rischio di comportarsi come la moglie di Lot è molto forte e l’ammonimento di Gesù risuona potente anche per noi: non voltatevi indietro se volete salvare la vostra vita; dietro a voi c’è solo la morte! Le cose non saranno come prima perché quanto è accaduto ha causato un cambiamento che va accolto e letto nella prospettiva della missione che ci è stata affidata.

Lot fugge da Sodoma con poche cose, avendo salvato solo la sua famiglia, ma con la possibilità, che gli è concessa dalla misericordia di Dio, di poter ricominciare in un altro contesto e con un altro passo. Forse anche noi dovremmo avere questo coraggio.

Già alla fine della scorsa estate, in un articolo scritto su questo blog, tratteggiavo cinque punti che potevano segnare il cammino per le nostre comunità per una ripartenza che valorizzasse l’essenziale: la Parola di Dio, la domenica, le piccole comunità di adulti, l’educazione alla preghiera, una simpatia verso chi fa il bene.
La seconda e la terza ondata pandemica non ci hanno consentito di fare gradi passi in avanti, ma, in prospettiva, occorrerà pensare a come ritornare ad una ordinarietà significativa e sostenibile, integrando tutto quanto abbiamo imparato durante questi mesi di vita distanziata.

Quello che è sicuro è che non dobbiamo guardare indietro e dobbiamo liberarci di tutto ciò che ci ostacola nel cammino: un bagaglio semplice ed essenziale come quello di un pellegrino, come quello di un missionario, per far fruttare la misericordia di Dio che ci consente di iniziare nuovamente un nuovo capitolo della nostra storia che sarà bello perché accompagnato dalla presenza del Signore che ci precede e ci accompagna nel cammino.

L’uomo non è il suo errore


La frase contenuta nel titolo di questo post è di don Oreste Benzi.
Questa affermazione ci trova tutti d’accordo – penso – quando la poniamo in termini assoluti. Se infatti pensassimo che l’uomo fosse il suo errore, che sia lo sbaglio, il peccato, il reato a definirlo, saremmo tutti travolti da un senso di disperazione, ben consapevoli dei nostri errori e dei nostri peccati (anche gravi), forse anche dei nostri reati, benché da noi stessi considerati lievi e giustificabili.
L’uomo non è il suo errore. Questa frase ci porta un senso di sollievo e di speranza quando pensiamo a noi stessi, ai nostri figli (che di errori anche gravi ne commettono e rischiano di commetterne), alle persone che amiamo.
Ma vale per tutti o solo per qualcuno?
La domanda sorge spontanea a fronte delle reazioni più o meno scomposte apparse sui media dopo la scarcerazione di Giovanni Brusca, famoso killer di Cosa Nostra, che ha confessato 150 omicidi, alcuni dei quali veramente molto efferati: per lui vale l’espressione di don Oreste oppure lui è e rimarrà sempre il suo errore senza possibilità di riscatto e di perdono?

Non è possibile trattare con superficialità questo tema perché da esso dipende sia la percezione della giustizia, sia il rispetto della dignità della persona (che rimane tale anche se si è macchiata di orrendi delitti), sia la credibilità dello Stato e delle sue leggi.
Nessuno nega (neppure lui stesso) che le azioni commesse da Giovanni Brusca siano orribili e che non possano essere giustificate in alcun modo, ma ci fa bene ricordare – in linea generale – che lo Stato è il primo che deve rispettare le leggi promulgate dal Parlamento e che la pena carceraria – secondo quando previsto dall’art. 27 della Costituzione (Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato) – ha sempre come orizzonte di valore quello della rieducazione della persona che ha commesso reato, perché testimonia la speranza di un cambiamento rispetto all’errore commesso.

Non so nulla di Giovanni Brusca se non quanto è stato raccontato in questi venticinque anni dai media. So che ha commesso e confessato cose atroci; so che ha collaborato con gli inquirenti e che – per questo motivo – ha ottenuto dallo Stato uno sconto di pena; so che ha pubblicamente chiesto perdono per i delitti commessi.
Non so se in questi venticinque anni sia cambiato, se l’esperienza in carcere abbia rappresentato una nuova opportunità per lui che, fin da giovanissimo, non ha conosciuto altro che la realtà di Cosa Nostra con “la sua cultura e le sue leggi”. Non so nulla di cosa sia avvenuto nella sua vita; non conosco il suo cuore e non posso permettermi di giudicarlo.

So – come affermava don Oreste – che un uomo non è il suo errore e credo che questo principio valga anche per Giovanni Brusca, nonostante tutto il male che ha commesso. Spero che lui, che in Cosa Nostra era chiamato “u verru” (il porco); che si è autodefinito “una bestia” per tutto il male che ha commesso, e che ancora da qualcuno viene pubblicamente definito come tale, possa aver incontrato o possa incontrare qualcuno che lo guardi come una persona, gli dica semplicemente che un uomo non è il suo errore e che ha la possibilità di vivere diversamente gli anni che gli rimangono.
Non so se se lo meriti (non spetta a me giudicarlo), ma so che qualcuno, nel rispetto della Legge, glielo ha concesso; spero che possa sfruttare questa possibilità aiutandoci a confermare l’affermazione di don Oreste. Sarebbe una grande vittoria per la nostra democrazia e per la nostra Costituzione, una vittoria che io mi consento di desiderare senza sentirmi ingenuo.

Testimoni non testimonials

Oggi 28 maggio, il Seminario Regionale di Bologna celebra la memoria del beato Rolando Rivi, seminarista martire, ucciso nel 1945 da un gruppo di partigiani, vittima dell’odio ideologico che si è accanito contro un ragazzo di quattordici anni che, in modo semplice, voleva testimoniare la sua appartenenza a Cristo.

Rolando Rivi, come anche Rosario Livatino – beatificato lo scorso 9 maggio – e don Giovanni Fornasini, che sarà beatificato il prossimo 26 settembre a Bologna, non sono martiri solo perché sono stati uccisi ingiustamente da uomini violenti e senza scrupoli, ma per la loro testimonianza di fede vissuta in modo totale e gratuito (cioè senza altri fini). La Chiesa non li ha indicati come martiri della fede (della giustizia o della carità) per il fatto che hanno subito una morte violenta e ingiusta, ma perché la loro vita era testimonianza trasparente del Vangelo, tanto da risultare insopportabile a persone che, invece, erano dominate da ideologie anti-umane e anti- cristiane; tanto insopportabile da decidere di ucciderli.

I fatti che hanno determinato la morte di Rolando Rivi oramai sono stati accertati, così come i responsabili; i tempi in cui il suo omicidio è stato commesso erano tempi molto difficili, tempi su cui il nostro Paese, dopo più di settant’anni, non ha ancora portato a compimento un processo di riconciliazione (se vuoi puoi leggere questo articolo Liberi per …) e questa mancanza determina il rischio di un’interpretazione “di parte” della testimonianza dei martiri, in particolare di quella di Rolando Rivi.

Il rischio, anche per noi credenti, si traduce concretamente nel trasformare un testimone in un testimonial.

Il martire non ci testimonia un valore o un’idea, ma il suo legame con Cristo, il suo desiderio di vivere semplicemente il Vangelo.
Se noi lo riduciamo ad essere il testimonial di un valore (per quanto importante) e lo utilizziamo come stendardo da sventolare contro coloro che ci sembra neghino quel determinato valore, noi rischiamo di deturpare la sua testimonianza e strumentalizzarla a favore di una nostra ideologia.

Come don Pino Puglisi, ucciso a Palermo nel 1993 dalla mafia, non era affatto un prete anti-mafia, ma – come affermava lui stesso – “semplicemente” un prete; come don Giovanni Fornasini, ucciso dai nazisti a Monte Sole, non era un prete antinazista o un antifascista (nel senso ideologico del termine), ma “semplicemente” un parroco dedito totalmente alla sua gente; così Rolando Rivi, ucciso da partigiani comunisti non era un anti-comunista, ma “semplicemente” e veramente un seminarista.

La parola che sigla la sua testimonianza è tanto semplice quanto trasparente e, proprio per questo, commovente: “Io sono di Gesù!“.

Questa appartenenza totale, questa sincera consacrazione interiore gli aveva fatto scegliere di indossare la veste talare anche nel tempo in cui si trovava costretto a casa (perché il seminario di Marola era stato occupato e i seminaristi rimandati in famiglia) come segno di questa sua appartenenza, come la cosa più normale per lui, come qualcosa che non poteva essere celato per quanto potesse essere considerato inopportuno, sconveniente o addirittura pericoloso.
Se noi non ricuperiamo il senso profondo e semplice del suo legame con il Signore e ci fermiamo all’elemento simbolico, rischiamo molto, rimanendo incapaci di commuoverci nel leggere sul suo volto e nella sua storia quel legame vitale con Cristo a cui Rolando Rivi aveva già deciso fin da piccolo di dedicare la sua vita nel servizio ai fratelli come presbitero della Chiesa di Reggio Emilia.

Trasformare Rolando Rivi in un testimonial della veste talare o dell’idea di un cristianesimo intransigente (e quindi veramente fedele?!?) è il peggior servizio che possiamo rendergli e una strumentalizzazione del tutto inopportuna.
Se invece saremo capaci di cogliere l’essenziale della sua testimonianza, quella parola evangelica che attraverso la sua giovane vita il Signore ha voluto dire al mondo (Cfr. Gaudete et exultate, n. 24), allora potremo benedire il Signore per la sua testimonianza e chiedere per noi, per tutti i presbiteri delle nostre chiese e per i nostri seminaristi, che lo Spirito di Dio generi quello stesso legame e lo faccia fruttificare in una testimonianza altrettanto semplice e sincera nelle circostanze in cui ognuno è chiamato a vivere.

Beato Rolando Rivi prega per noi.

Cittadini

Questa mattina ho ricevuto la prima dose di vaccino. L’ho ricevuto a Morciano perché mi era comodo farlo lì. Mi sono recato alla fiera pensando di fare in fretta – così mi avevano assicurato – e invece, tra tutti i passaggi necessari, ho impiegato due ore, tempo che mi sono goduto osservando la gente che era intorno a me, che come me otteneva gratuitamente questo presidio contro una malattia che ha mietuto nel mondo quasi otto milioni di vittime e causato tanti danni dal punto di vista sociale ed economico.
Alcuni pensieri da questa esperienza.

La prima cosa che mi ha colpito è stata la gratuità: nessun cittadino è chiamato a pagare nulla per ricevere questo vaccino. So che in Italia questo lo diamo per scontato e sono convinto che sia giusto che sia così, ma non credo affatto che sia scontato, conoscendo quanto i governi del mondo stanno sborsando per acquistare questi vaccini e quanto le case farmaceutiche stanno guadagnando dalla loro vendita.
A me e a tutti coloro che erano con me questa mattina, è stato dato gratuitamente. Vorrei dire semplicemente grazie. E’ bella la nostra democrazia che riconosce la salute delle persone un valore e non un elemento su cui speculare.

La seconda cosa che mi ha colpito è che questa vaccinazione di massa, oltre che un grande valore sanitario e sociale, ritengo abbia anche un valore simbolico.
Molte persone convergono insieme per compiere un gesto importante per la loro salute e per la salute degli altri. Quella fila vissuta per tappe insieme a quelle persone, per me è stata l’occasione per riconoscerci uniti da uno stesso destino e desiderosi di compiere un gesto collettivo che segnasse la fine di una sofferenza. Mi sono tornate alla mente le immagini del presidente Mattarella e del presidente Draghi che si sono recati, come comuni cittadini, al centro vaccinale di Roma nella loro fascia di età. Lì per lì avevo pensato che fosse una sciocchezza; che fosse più giusto che loro avessero una corsia preferenziale; ma oggi ho compreso meglio il valore della condivisione di un gesto collettivo e di quanto sia stato importante per i rappresentati del popolo condividere la fila con tutti, perché in quella fila c’è il senso del procedere insieme, di un lottare insieme, di un condividere insieme una speranza.

La terza e l’ultima cosa che mi ha colpito è stata quella delle fasce di età.
Tutti quelli che dovevano fare la prima dose (come me) più o meno avevano la medesima età e sono stati molti coloro che si sono riconosciuti e, in quel lungo tempo in cui erano “costretti” ad attendere, si sono scambiati ricordi e notizie sul presente della loro vita. Mi ha molto divertito vedere e ascoltare queste/i cinquantenni ritrovarsi gioiosamente, trasformando un adempimento in un’occasione di ritrovo, ancora più bella dopo tanti mesi di distanziamento sociale.

Mi è piaciuto oggi sentirmi un cittadino insieme ad altri cittadini, condividere con tutti un impegno e una speranza. Io non ho perso la pazienza in quell’attesa, ma l’ho trasformata in un’occasione per riconoscere che qualcosa di prezioso stava accadendo proprio sotto i miei occhi. Sono molto grato per questa particolare esperienza vissuta che tra circa un mese si ripeterà per la seconda dose.

PS: una gradita sorpresa è stata scoprire che il medico che mi ha fatto il triage era un bimbo che ho accompagnato per la prima comunione alla Colonnella; è lui che mi ha riconosciuto e che ha voluto conoscere i passaggi che avevo vissuto in questi anni. E’ stato un altro elemento simpatico di questa giornata, anche se ha certificato ufficialmente il fatto che sono anziano 🙂 Deo gratias!

Anziani e leaders

Uomini e donne che preparano il futuro

Accadono felicissime coincidenze che portano a cogliere come provvidenziali alcuni spunti di riflessione.

Martedì 4 maggio, su Avvenire, viene pubblicato un bellissimo editoriale di Mauro Magatti che, prendendo spunto dall’intervento del presidente J. Biden al Congresso USA, allarga la prospettiva coinvolgendo il presidente Draghi e il Papa in una riflessione sugli anziani leaders del nostro tempo, sottolineando come “Giunti all’ultima stagione della vita, questi leader anziani non si stancano di dirci che si tratta di guardare avanti, di immaginare un futuro di cui, pure, loro non saranno protagonisti. Una condizione di ‘leggerezza’ che permette di prendere decisioni coraggiose, senza dipendere dal calcolo del successo o dall’andamento dei sondaggi... può capitare che il passare degli anni insegni una saggezza nuova: quella di saper lavorare per preparare un futuro che va al di là di noi. Forse è proprio ciò di cui abbiamo bisogno per cercare di attraversare il cambio d’epoca che ci capita di vivere.

Lo stesso giorno presso la Facoltà Teologica dell’Emilia Romagna prende il via il convegno annuale che ha come tema la leadership nella Chiesa, nella prospettiva del cammino sinodale che la Chiesa italiana, come sottolineano sia don Valentino Bulgarelli che il cardinale Zuppi nelle loro introduzioni.

E’ pensiero comune che gli anziani prediligano un atteggiamento conservativo rispetto alla realtà delle cose e tendano a conservare lo status quo dichiarandosi piuttosto allergici ai cambiamenti e alle novità.
Ma accade che ci siano anziani che, superata la tentazione del “si salvi chi può“, abbiano acquisito una così grande libertà da sé stessi da dedicarsi completamente a costruire un futuro migliore per le nuove generazioni, mettendo a servizio la loro grande esperienza e l’autorità che la situazione concede loro.
E’ stato il caso di Giovanni XXIII, per esempio, che, pur essendo anziano, è stato capace di convocare il Concilio Vaticano II, riconoscendo le istanze che salivano da varie parti della comunità ecclesiale e mettendosi al servizio di questo processo.
Senza dubbio è il caso di papa Francesco (84 anni), che non finisce di stupirci con un magistero fatto di parole e di gesti che aprono scenari di futuro per la Chiesa e per il mondo.

Spesso ci lamentiamo, sia nella società, che nella Chiesa, di essere una realtà caratterizzata fortemente dalla presenza degli anziani. Mi chiedo se questo non passa essere considerato anche una risorsa.
Abbiamo bisogno di adulti e anziani che, liberi dalla preoccupazione per sé stessi, possano mettersi al servizio dell’edificazione di un futuro in cui loro non abiteranno.

Nel Sinodo uno degli uditori, un giovane delle Isole Samoa, ha detto che la Chiesa è una canoa, in cui gli anziani aiutano a mantenere la rotta interpretando la posizione delle stelle e i giovani remano con forza immaginando ciò che li attende più in là. Non lasciamoci portare fuori strada né dai giovani che pensano che gli adulti siano un passato che non conta più, che è già superato, né dagli adulti che credono di sapere sempre come dovrebbero comportarsi i giovani. Piuttosto, saliamo tutti sulla stessa canoa e insieme cerchiamo un mondo migliore, sotto l’impulso sempre nuovo dello Spirito Santo. (Christus vivit n. 201)

Come sarebbe bello pensare ad una realtà in cui le diverse generazioni, libere dalla preoccupazione per loro stesse, dall’ansia di salvare sé stessi, possano mettere le loro migliori energie e competenze al servizio di un bene comune, per costruire insieme un mondo che sarà migliore di quello in cui hanno vissuto loro.

A me sembra che coloro che mi hanno preceduto, nelle diverse generazioni passate, abbiano adempiuto a questo compito, anche se con qualche errore (vedi la crisi climatica o la sperequazione sulla distribuzione delle ricchezze nel mondo) che, grazie alle nuove conoscenze, chiede di essere corretto nella prospettiva futura.

Ora sta a me! Ora sta a noi!
Faccio parte della generazione del boom demografico degli anni ’60, della generazione che, in diversi modi, sta ricoprendo i ruoli di responsabilità (e di potere) nel mondo e nella società.
Sta a noi – che siamo adulti e cominciamo ad essere anziani – metterci al servizio, mettere a disposizione le nostre competenze e le nostre esperienze per lasciare il mondo migliore di come lo hanno lasciato a noi i nostri padri.
I nostri figli sono già grandi, stanno entrando nella vita adulta. Possiamo lamentarci delle situazioni svantaggiose che caratterizzano il loro cammino, oppure possiamo decidere di metterci al servizio, smettendo di pensare a noi stessi, di voler garantire a tutti i costi la nostra permanenza in una giovinezza illusoria, e lavorando per loro e con loro per un mondo che noi non abiteremo.
Sapremo testimoniare questa libertà? Oppure lasceremo alle generazioni future un mondo in macerie, conseguenza della nostra arroganza e del nostro egoismo narcisistico?

Ci sono alcuni grandi anziani che ci stanno dando l’esempio, che ci stanno chiedendo di lavorare insieme con loro, di impegnarci pensando al futuro.

Per quanto mi riguarda questo tema mi coinvolge in particolare sul futuro della Chiesa.
La pandemia ci ha proiettati in una realtà di Chiesa che, probabilmente, avremmo visto solo tra quindici o venti anni. La pandemia ha accelerato alcuni processi che erano già in corso, ma rispetto ai quali preferivamo non fare nulla.
Da anni i papi, i vescovi, i teologi, la gente, ci chiedeva di mettere in moto un processo di cambiamento, ma noi abbiamo preferito conservare l’esistente pur riconoscendo che il sistema si stava sgretolando man mano. Ora “il re è nudo”! Lo sapevamo già, ma – come i quella storia – facevamo finta di non accorgercene.
La cosa strabiliante è che abbiamo già la pista per camminare, frutto di analisi e riflessioni che ci sono state fornite da diversi decenni: nuova evangelizzazione, relazioni comunitarie meno formali, dialogo con il mondo ed impegno condiviso sui grandi temi che coinvolgono l’uomo (la famosa sfida antropologica), valorizzazione di tutte le vocazioni della comunità cristiana, rinunciando al clericalismo, valorizzazione dell’impegno educativo …

Qualcuno di noi è stanco; non ha voglia di cambiare le cose che ha sempre fatto; non ha voglia di mettersi a pensare a scenari diversi, a modalità diverse per vivere l’annuncio, per edificare una comunità cristiana fondata su punti di riferimento differenti. Qualcuno è tentato di pensare che “verrà chi vuole venire”; che a molti andrà bene così come si è sempre fatto; che “la gente” (chi poi?) non capirà i cambiamenti; che facendo così rischiamo di perdere anche quei pochi che verrebbero comunque …

I nostri vescovi tra qualche giorno si riuniranno in assemblea generale per raccogliere la sfida, che il Papa ha loro rilanciato a gennaio 2021, sul cammino sinodale della Chiesa italiana a partire dalla Evangelii gaudium. Non credo che tutti loro saranno entusiasti di questa prospettiva. Credo che dovranno essere aiutati e sostenuti nell’avviare un processo che sarà vitale per il futuro della nostra Chiesa in Italia, quella che noi non abiteremo, ma che abbiamo la responsabilità di lasciare a coloro che verranno.
Ciò che sarà domani dipende dalle scelte che noi oggi avremo il coraggio di compiere.
Credo che sia nostra responsabilità metterci al servizio di questo processo che, solo con il contributo attivo di tutti, senza “meline”, senza muri di gomma, potrà aiutarci a cambiare le cose per renderle adeguate al futuro che ci attende.

Il Signore ci conceda la libertà necessaria e la disponibilità di cuore per vivere questo servizio.

Risonanze

Nel pomeriggio del 27 aprile, sono stato invitato a moderare un incontro presso la Biblioteca Baldini di Santarcangelo sulla relazione di amicizia tra da don Giovanni Montali e Rino Molari (qui il video integrale dell’incontro).
Vorrei semplicemente lasciare sul mio taccuino digitale alcune risonanze e riflessioni scaturite dall’incontro di ieri in cui Piergiorgio Grassi, Maurizio Casadei e don Gabriele Gozzi ci hanno dato moltissimi spunti.

L’impegno dei cattolici nella Resistenza non armata, nasce dall’esigenza di difendere la dignità dell’uomo. E’ un’affermazione che avevo già letto in diverse pubblicazioni, ma che ieri è ritornata con forza, pochi giorni dopo che nel Mare Mediterraneo sono affogate 130 persone nell’indifferenza di molti.
Pur vivendo in un sistema democratico da molti anni, non sono pochi gli ambiti in cui la dignità dell’uomo oggi è minacciata; le crisi che sono esplose in modo fragoroso negli ultimi mesi (sanitaria, economica, sociale, demografica, climatica, migratoria, politica, …) portano come denominatore comune, o come effetto collaterale, un atteggiamento di difesa di interessi di alcuni a scapito di molti e, sostanzialmente, di indifferenza di fronte alla dignità dell’uomo. Qual è la Resistenza a cui noi siamo chiamati oggi?

Nei racconti che ieri sono stati sviluppati, sono state citate una serie di persone che io ho conosciuto, ma che mai avevo pensato potessero avere avuto un ruolo così importante nella storia del nostro territorio: don Carlo Savoretti, don Antonio Bartolucci, don Michele Bertozzi … solo per citarne alcuni. Li ho conosciuti che erano già anziani, dei nonni, ma non ho mai pensato che valesse la pena spendere del tempo per ascoltare le loro storie di vita e di impegno pastorale e sociale. Mi sono un po’ rattristato al pensiero di aver perso un’occasione importante.
In particolare mi sono ricordato di don Antonio Bartolucci che ho incontrato un’unica volta, quando ero diacono, presso la parrocchia Saludecio; ho suonato al campanello, mi ha aperto la porta; abbiamo parlato forse per due minuti: ero andato a portare del materiale per il seminario. Lui non era tanto interessato a quello che dovevo dire io e a me ha colpito solo che era un po’ trasandato. Se avessi avuto voglia di chiedergli di raccontarmi di sé! Se non avessi avuto gli occhi velati dall’apparenza! Che incontro straordinario sarebbe stato! Un’occasione mancata!
Quando siamo di fronte agli anziani li vediamo nella loro fragilità attuale, ma non sempre ricordiamo che qualcuno di loro potrebbe avere storie significative da condividere con noi, storie personali che hanno fatto la storia. Basterebbe un po’ di tempo e di pazienza per mettersi in ascolto e lasciarsi istruire.

Democrazia, cultura e perdono: le tre armi di don Giovanni Montali per contrastare la cultura totalitaria. Che strano pensare a dei preti come maestri di democrazia! Ma dobbiamo riconoscere che quella generazione la democrazia l’aveva imparata fuori dalla Chiesa e l’aveva riconosciuta come buona.
La cultura, condivisa con il prof. Molari, come arma potente per contrastare il pensiero unico, per riconoscere il bene, il vero e il bello dovunque si manifesti. Una cultura – quella di don Montali – fondata sulla Scrittura e sulla Dottrina sociale della Chiesa.
E poi il perdono, come sigillo della sua testimonianza evangelica, come quella parola che alla fine fa davvero la differenza, che dice che pasta di uomo sei.
Che uomo straordinario è stato don Giovanni Montali!
Contemporaneamente radicato in modo assoluto al suo territorio e legato alla sua gente e capace di agire in dialogo con il Papa per riportare alla comunione ecclesiale Romolo Murri. Attento ai problemi di ogni famiglia della sua parrocchia e pronto a dialogare con i grandi autori europei di cui traduceva le opere. “Pensare globalmente e agire localmente“. E’ uno slogan diffuso che in don Montali ha visto la sua incarnazione.

Il valore dell’amicizia come sentimento generativo di vita e di bene. L’amicizia vissuta da Molari e Montali non è stata solo la condivisione di un bene; ma una relazione che è stata capace di generare del bene oltre a loro stessi. Non abbiamo tante notizie di come questa amicizia sia stata vissuta (i tempi chiedevano grande discrezione). Ma possiamo pensare che questi due uomini straordinari, totalmente dediti al bene della famiglia, della comunità ecclesiale e della Patria, si siano aiutati vicendevolmente e che, da quei colloqui, da quei confronti, sia nata e sia stata sostenuta con determinazione la volontà di rendere il mondo migliore e più rispettoso della dignità della persona.

Mi piace concludere con questa frase riportata da una testimonianza di don Carlo Savoretti che fu il cappellano di don Giovanni Montali; “Montali non aveva nessuno nemico, ma solo amici di idee contrarie. Lui era prete, e ha fatto del bene a tutti. Non guardava in faccia alle idee. Don Montali era l’amico ideale. Per lui l’amicizia era una cosa sacra“.

Un modo di vivere l’amicizia che gli ha permesso di incontrare Rino Molari, ma che gli ha anche permesso di fuggire all’arresto grazie ad uno di quegli “amici di idee contrarie” che, pur essendo fascista, lo avvisò che quella notte sarebbero venuti ad arrestarlo e gli permise di salvare la sua vita, anche se, per rappresaglia, furono uccisi suo fratello e sua sorella.

Consiglio a chi non lo avesse fatto di leggere il testo curato da don Gabriele Gozzi e pubblicato da Pazzini, Don Giovanni Montali. La forza della carità per una rinascita civile. Il testo, che vede l’introduzione di Piergiorgio Grassi, riporta un bellissimo saggio di don Gabriele e altri contributi di Davide Arcangeli, Anna Lucciola e Roberto Cesarini, oltre che ad una breve selezione degli scritti di don Montali e, in appendice, la riproduzione dei pannelli della mostra organizzata nel 2019 dalla Parrocchia di san Lorenzo e dal Comune di Riccione.

La pietra ribaltata

Di buon mattino, il primo giorno della settimana, vennero al sepolcro al levare del sole. Dicevano tra loro: “Chi ci farà rotolare via la pietra dall’ingresso del sepolcro?”. Alzando lo sguardo, osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande. (Mc 16,2-4) 

Quella pietra è una bella preoccupazione!
Quelle donne sono piene di buone intenzioni; si sono alzate prestissimo, quando ancora non era sorto il sole; hanno con loro tutto l’occorrente per cospargere di unguenti il corpo del Signore Gesù, rinchiuso in fretta nel sepolcro al termine di quel giorno terribile in cui era stato crocifisso ed ucciso; … ma come spostare quella pietra per poter entrare nel sepolcro?
Di questo parlano nel tragitto che compiono andando da Gerusalemme a quel giardino dove si trovava il corpo di Gesù.

In questa Pasqua le parole di quelle donne in cammino mi colpiscono molto: parlano della pietra che sigilla il sepolcro. Essa rappresenta un ostacolo oggettivo e al di là della loro portata, che impedisce loro di compiere quanto hanno nel cuore per dire il loro affetto al Signore. Eppure non sono rimaste a Gerusalemme. Si sono messe in cammino pronte a compiere ciò che sentivano irrinunciabile, sperando contro ogni speranza di poter realizzare quel gesto.

Quella pietra è il simbolo di tutti gli ostacoli che abbiamo di fronte a noi in questo tempo; di tutto ciò che ci impedisce di compiere le cose che abbiamo nel cuore, così come le avremmo nel cuore; di tutte le parole che riempiono in nostri discorsi un po’ tristi e depressi, pieni di frustrazione per ciò che ci manca e non ci è permesso di vivere.
Quella pietra è la madre di tutti gli ostacoli: chi potrà spostarla?

Nella Pasqua, ancora una volta, ci viene rivelato con sorpresa che il Signore, con la sua risurrezione, ribalta tutte le pietre che ci ostacolano e rende possibile la scoperta che la vita vince sulla morte, che non c’è pietra che possa impedire questo trionfo.
Le donne sono testimoni di questa vittoria perché non si sono lasciate bloccare, perché al mattino presto si sono messe in cammino per fare ciò che loro sentivano importante e vero.
Per questo, per la loro fiducia e per il loro amore, sono diventate le prime testimoni della risurrezione.

Auguro a tutti e a tutte, anche in questo tempo difficile, di non lasciarsi bloccare dagli ostacoli apparentemente inaggirabili che sono posti sul nostro cammino. La nostra fede pasquale nella vita che vince la morte ci possa trovare sempre sulla strada, pronti e pronte per compiere quello che, per la fedeltà alla nostra vocazione, sentiamo essere irrinunciabile e per accogliere con stupore quanto il Signore è capace di realizzare rimuovendo ogni ostacolo.
Così anche noi, come quelle donne, potremo essere testimoni della vittoria di Cristo sulla morte.

Buona Pasqua!

Paura

Negli incontri di questi giorni l’emozione che è stata maggiormente condivisa è quella della paura.
Le persone condividono e confessano che sono spaventate, che la situazione nella quale siamo immersi le fa sentire insicure e in pericolo.
Sono spaventati sia coloro che non si sono ammalati, che coloro che sono passati nel durissimo circuito del contagio da Covid-19, traumatizzati da ciò che hanno subito e ancora portando su loro stessi le conseguenze di quei giorni vissuti in ospedale aiutati dal respiratore.
La paura conduce ad assumere scelte di “autodifesa” molto radicali, atteggiamenti molto molto prudenti, che portano alcune persone ad isolarsi, a privarsi anche dei contatti con i famigliari oltre che con la comunità cristiana a cui sentono di appartenere.

Credo che questa paura debba essere accolta, ma anche riconosciuta (e denunciata) come una situazione molto grave e rischiosa per il bene delle persone. Se essa da una parte sostiene la prudenza (come sempre accade), dall’altra rischia di imprigionarci in situazioni di isolamento molto grave, in atteggiamenti in cui tendiamo a vedere tutti gli altri, anche coloro che sono più vicini a noi, come pericolosi per la nostra vita.

Oltre che accolta e denunciata, per le sue pesanti conseguenze, di fronte a questa paura diffusa possiamo anche annunciare il vangelo della fiducia e della speranza. Non si tratta di indurre in stupidi e insensati negazionismi o in atteggiamenti miracolistici, ma di illuminare questa situazione così fosca con una parola che aiuta a vedere oltre la nostra paura e trovare un punto di riferimento per non affondare.
La parola del Vangelo, infatti, è sempre un messaggio che ci libera dalla paura della solitudine, dell’insignificanza, della morte; alla base dell’annuncio c’è l’amore del Padre che ha cura di noi e la salvezza che il Signore Gesù è venuto a realizzare per noi oltre la morte (Dio ti ama, Cristo ti salva, egli è vivo e vuole che tu viva – Christus vivit).

La parola del Vangelo, poi, ci aiuta a comprendere che non è sufficiente essere sani per salvare la nostra vita, ma che è proprio nell’amore, quello che secondo Giovanni vince ogni timore (Cfr. 1Gv 4,18), che noi possiamo salvare la nostra vita anche se dovessimo perderla in un atto di amore, non vissuto per imprudenza o stupidità, ma come dono totale di noi stessi.

Gesù, che in questi giorni contempliamo nel mistero della sua Pasqua di passione, morte e risurrezione, proprio di fronte alla nostra paura ci invita a seguirlo, a guardare a lui che confida nel Padre e a donare noi stessi per illuminare il mondo e guarirlo da ogni paura.

Il mistero di Barabba

Nel racconto della Passione, ascoltato durante la celebrazione di ieri, abbiamo ancora una volta sentito parlare di Barabba, l’uomo liberato da Pilato -nonostante la sua evidente colpevolezza – al posto di Gesù di Nazareth, che anche agli occhi del governatore romano pareva del tutto innocente e “vittima dell’invidia dei Giudei”.

Non sappiamo praticamente nulla di Barabba, se non quello che ci dicono i vangeli; non abbiamo altre fonti storiche che attestino chi fosse e cosa abbia fatto.
Anche i vangeli non sono così precisi: per Giovanni era in brigante (Gv 18,40); per Matteo era un carcerato famoso (Mt 27,16); per Marco era stato arrestato insieme ai ribelli che in una sommossa avevano commesso un omicidio (Mc 15,7).
Più probabilmente può essere considerato uno zelota (un partigiano) che era stato arrestato durante un’azione compiuta contro i Romani.
Quello che il vangelo mette in evidenza è che era un uomo che aveva commesso un crimine, un uomo colpevole che viene liberato, mentre al suo posto viene condannato un innocente.

Scrive papa Benedetto XVI nel suo “Gesù di Nazaret” (pp.63-64) : “In altre parole Barabba era una figura messianica. La scelta tra Gesù e Barabba non è casuale: due figure messianiche, due forme di messianismo che si confrontano. Questo fatto diventa ancor più evidente se consideriamo che Bar-Abbas significa figlio del padre. È una tipica denominazione messianica, il nome religioso di uno dei capi eminenti del movimento messianico. L’ultima grande guerra messianica degli ebrei fu condotta nel 132 da Bar-Kochba, Figlio della stella. È la stessa composizione del nome; rappresenta la stessa intenzione. Da Origene apprendiamo un ulteriore dettaglio interessante: in molti manoscritti dei Vangeli fino al III secolo l’uomo in questione si chiamava Gesù Barabbas – Gesù figlio del padre. Si pone come una sorta di alter ego di Gesù, che rivendica la stessa pretesa, in modo però completamente diverso. La scelta è quindi tra un Messia che capeggia una lotta, che promette libertà e il suo proprio regno, e questo misterioso Gesù, che annuncia come via alla vita il perdere se stessi …” (Testo tratto da Wikipedia).

A me sembra che, al di là delle opportune riflessioni storiche, la figura di Barabba, inserita da tutti gli evangelisti nel racconto della Passione, abbia da dirci qualcosa che ci riguarda da vicino, a tal punto da poterci identificare con questo misterioso personaggio.

Barabba è il primo salvato: pur inconsapevolmente e a causa di una serie di eventi indipendenti dalla sua scelta, Barabba si trova ad essere il primo ad aver salva la vita per merito di Gesù. Barabba è il primo che fa l’esperienza di essere salvato, di essere liberato proprio a causa della morte di Gesù. Non siamo anche noi così? Non siamo anche noi salvati inconsapevolmente? Non possiamo anche noi ritenerci liberati perché Gesù ha dato la vita al nostro posto e, come dice san Paolo, non perché fossimo meritevoli, ma proprio quando eravamo peccatori? (Cfr Rom 5,6-8).

Barabba è “figlio del Padre”: Barabba ha un nome bellissimo, ma vive come se questo nome non significasse nulla. Si chiama “figlio del padre” (Bar- Abbà), ma ciò che compie è la rappresentazione di un uomo che vuole ottenere a tutti i costi ciò che per lui è giusto, senza farsi scrupoli di usare la violenza e l’omicidio. Non siamo anche noi così? Non facciamo anche noi fatica a vivere la nostra vita di figli (dipendenti dal Padre) desiderando dimostrare al mondo di poter fare quello che noi riteniamo giusto? Non siamo anche noi privi di scrupoli per ottenere ciò che ci sembra un diritto? Forse non arriviamo all’omicidio, ma non siamo estranei alla violenza.

Barabba è colui che è scelto dalla folla: Nonostante la sua dubbia moralità, Barabba è scelto dalla folla; è preferito a Gesù. La gente e i capi dei sacerdoti ritengono più pericoloso Gesù di Barabba. Barabba è uno di noi, lo comprendiamo; lo gestiamo più tranquillamente. I suoi pensieri sono i nostri pensieri; le sue vie sono le vie che anche noi vorremmo percorrere (Cfr. Is 55). Ma Gesù non è così: mai nessuno ha parlato come lui parla; e la sua “pretesa” di essere Figlio di Dio risulta inaccettabile perché chiederebbe di mettere in discussione tutte le nostre strutture religiose, sociali e politiche. In fondo Barabba, pur con tutte le sue ambiguità, potrebbe essere anche un eroe, un patriota; meglio lui di Gesù.

Barabba è l’immagine vivente di ciò che anche noi siamo, di ciò che corrisponde maggiormente al nostro essere; il confronto con Gesù e il fatto che Gesù venga condannato non ci può lasciare tranquilli.
Possiamo però riconoscere che Gesù è morto anche per Barabba, anzi forse proprio per lui, indipendentemente dalla sua eventuale conversione (che qualcuno ipotizza) nata da un fugace scambio di sguardi con Gesù.
Per questo, senza timore, possiamo identificarci in lui e vivere la Pasqua nel suo significato più autentico.
Anche noi nella Pasqua siamo liberati e salvati; siamo riscattati dall morte e da una giusta condanna e tutto questo avviene perché il Signore ha donato la sua vita per noi, come è accaduto per Barabba.

Tappi

Ci sono dei tappi che ci stanno mettendo in crisi, che rischiano – non troppo banalmente – di mandare in crisi il nostro sistema di vita; essi oltre che un valore economico e sociale, hanno anche un valore simbolico.

Il primo tappo è la crisi nella fornitura dei vaccini che alimenta la frustrazione dei governi e dei cittadini della UE, che vedono traditi i patti contrattuali da parte di alcune aziende farmaceutiche (soprattutto una in realtà).
Nello svolgimento veloce ed efficace della campagna vaccinale è riposta la speranza di una veloce ripresa dei sistemi sociali ed economici dei vari paesi, ed è naturale che la frustrazione e la rabbia per gli ostacoli posti arbitrariamente e unilateralmente dall’azienda in cui si erano poste le maggiori speranze (anche per motivi economici) siano molto alte. Non aiuta il fatto che altri paesi (Israele, USA, Gran Bretagna, … il Cile addirittura, senza parlare di Russia o Cina), non legati da vincoli simili a quelli dell’UE, che ha ben deciso di condurre una contrattazione unitaria, abbiano potuto agire indiscriminatamente, raccogliendo vaccini un po’ dovunque e raggiungendo risultati molto migliori sulle percentuali di popolazione vaccinata, sembrino pronti a “ripartire”.
E’ assolutamente giusto che i responsabili della UE e i nostri governanti cerchino di far rispettare i contratti e che, come ha affermato il nostro Presidente del Consiglio, non ci facciamo ingannare da chi, ormai abbastanza chiaramente, sfrutta la sua posizione di dominio per imporre altre condizioni e vendere al miglior offerente; ma, mentre la UE cerca di farsi rispettare, mi chiedo cosa pensino molti altri paesi del mondo, che non possiedono la forza economica per negoziare con la case farmaceutiche e saranno costretti ad attendere l’elemosina dei paesi ricchi per poter iniziare a programmare una campagna vaccinale per le popolazioni più povere.
In un mondo in cui “tutto è connesso” – come ricorda papa Francesco nella Laudato sì – un problema globale come la pandemia da Sars-CoV-2 non può essere affrontata secondo uno schema che mette tutti contro tutti perché vige la regola del “si salvi chi può”! Per far saltare il tappo non sarà sufficiente che la UE ottenga ciò che le spetta; anzi, proprio questa circostanza potrebbe far sperimentare a noi ricchi europei, quale sia la situazione ordinaria di coloro che non hanno voce e, invece di litigare anche tra noi – come è successo al summit di ieri in cui i nostri amici austriaci hanno fatto i capricci -, potremmo mettere in campo le nostre energie per risolvere la causa principale di questa discriminazione che ci fa arrabbiare, e chiedere a gran voce che il sistema dei vaccini venga liberalizzato per tutti.

Il secondo tappo è rappresentato da due eventi che non sono connessi tra loro, ma che possono essere letti insieme: lo sciopero dei dipendenti “Amazon” di lunedì 22 marzo 2021 e il blocco del canale di Suez a causa dell’incagliamento di una mega nave da trasporto container.
Poiché non sono senza peccato, confesso di utilizzare spesso la piattaforma di e-commerce di “Amazon”, ma, come quegli anziani del Vangelo, non voglio limitarmi a lasciar cadere la pietra e a tornare in silenzio a casa mia (Cfr. Gv 8,1-11).
I due eventi ci parlano della organizzazione del commercio su scala globale, un organizzazione che ha costi umani e ambientali enormi e poco considerati dai fruitori finali come me, che badano prevalentemente al risparmio e alla velocità della consegna.
Questo tappo che si è creato, che porterà danni per miliardi di dollari alle economie dei vari paesi del mondo, che solamente in un giorno ha causato l’aumento del 5% del prezzo del petrolio e del gas naturale liquefatto – normalmente trasportati su questa mega navi -, ci rivela ancora una volta che il sistema su cui si basa la nostra vita è insostenibile: basta un “piccolo” intoppo perché tutto vada in tilt.
Per far saltare questo tappo è necessario cambiare il nostro sistema di vita e di acquisto, perché quegli apparenti vantaggi di cui gode il consumatore finale, come è stato detto più volte e in diversi modi, sono pagati da uomini e donne, che lavorano in condizioni disumane, e dall’ambiente, che sopporta consumi energetici enormi (quanta energia è necessaria per muovere una nave di 22 mila tonnellate dalla Cina fino all’Olanda?).

Tutti gli imprevisti della nostra vita, quelli che immediatamente ci fanno arrabbiare perché interferiscono con i nostri piani e programmi autoreferenziali, rappresentano anche un richiamo e una possibilità di conversione.
Se il sistema va in tilt possiamo trovare un colpevole e fargliela pagare, oppure possiamo riconoscere che il sistema non funziona e provare a cambiarlo per renderlo più umano e rispettoso del bene di tutti.

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