Ci siamo cascati

Autocritica del giorno dopo

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Oggi, 28 aprile 2020 è “il giorno dopo“.
Il giorno dopo” è sempre un tempo significativo nelle vicende che ci hanno appassionato, perché permette di considerare le cose con maggiore lucidità dopo la calma della notte e dopo che gli spiriti si sono un po’ placati.

Ieri è stata una giornata rovente e agitata, tra dibattiti e interventi appassionati di vario tipo e vario spessore, sulla questione della partecipazione alle celebrazioni liturgiche dopo due mesi di dolorosa privazione.
La comunicazione del Presidente del Consiglio è stata per molti una doccia fredda, perché erano state date delle speranze; la successiva nota della CEI è stata la miccia che ha fatto esplodere la bomba del dissenso, e ha fatto emergere tutti i sentimenti che, fino a quel momento, erano stati espressi sottovoce o in privato all’interno di piccoli gruppi.
La nota della CEI, con toni molto netti e molto diversi dai comunicati che abbiamo ascoltato negli ultimi mesi, è stata interpretata come il segnale di via libera ad una serie di interventi di vario colore, da parte di esponenti di grande rilievo del mondo cattolico (vescovi, teologi, opinionisti): moltissimi si sono sentiti in dovere di intervenire a favore della Nota della CEI o, al contrario, sottolineando la sua incoerenza con lo stile evangelico.
Molti di più sono stati coloro che, dalla grande e variegata base ecclesiale, hanno voluto esprimersi tramite i vari canali social; tutti questi interventi, semplificando molto le sfumature, si possono  raccogliere introno a tre posizioni diverse:
– quella di coloro che sottolineano il bisogno non differibile e il diritto costituzionale di partecipare alle celebrazioni comunitarie, pur nel rispetto delle precauzioni richieste, ed hanno salutato con gioia l’intervento della CEI che – finalmente – ha alzato la voce di fronte all’autorità di governo;
– quella di coloro che difendono il dovere assoluto di tutelare la salute anche da parte della Chiesa, e “denunciano” la sostanziale incapacità delle comunità ecclesiali di garantire le precauzioni necessarie al contenimento del contagio in vista di una possibile riapertura; per questi la Nota della CEI è stata una reazione esagerata e fuori luogo;
– infine quella di coloro che, dissentendo dallo stile della Nota dei Vescovi, richiamano l’opportunità di considerare questo tempo di digiuno liturgico, imposto dalle circostanze e consigliato dalla prudenza, come un tempo prezioso di crescita per far maturare la Chiesa secondo prospettive che puntino più all’evangelizzazione che alla sacramentalizzazione, più alla partecipazione dei battezzati che al clericalismo che ancora domina la vita delle nostre comunità, prospettive richiamate ampiamente dal magistero ecclesiale.

[Fuori da questo schema semplicistico, desidero solo segnalare il bellissimo intervento di mons. Erio Castellucci, arcivescovo di Modena e Carpi, che mi sembra davvero degno di nota sia per i contenuti che per lo stile con cui si propone].

Tra queste varie posizioni, più o meno urlate nella giornata di ieri, è davvero difficile scegliere dove collocarsi perché tutte richiamano qualcosa di importante. Anche io, ieri sera, dopo aver letto e ascoltato tanto, facevo fatica a capire bene come queste posizioni si escludessero vicendevolmente o quale fosse la posizione più equilibrata da assumere; nonostante questa incertezza e qualche perplessità, ho accettato di rilasciare un’intervista ad un quotidiano locale, scegliendo così di espormi (corriereromagna 20200428). Tutto questo, ieri.

Oggi è “il giorno dopo”.
Nella preghiera di questa mattina avvertivo una pesantezza sul cuore e, nel silenzio molto disturbato dal turbamento, è emersa questa parola del Vangelo: E quando vi consegneranno nelle loro mani, non preoccupatevi di come o di che cosa dovrete dire, perché vi sarà suggerito in quel momento ciò che dovrete dire: non siete infatti voi a parlare, ma è lo Spirito del Padre vostro che parla in voi. (Mt 10,19-20)

Allora mi sono chiesto: nelle molte parole dette e scritte ieri con tanta passione e buona intenzione, chi ha parlato veramente? Io per primo mi domando: nelle mie considerazioni meditate ed espresse “responsabilmente”, chi ho fatto parlare? A chi ho dato voce?

In questo “giorno dopo”, la comunità ecclesiale, che nei suoi vari membri si espressa in modo così libero e articolato, si trova – di fatto – più divisa in sé stessa; occorre riconoscere che, questa situazione difficile, non sia stata colta per agire in comunione tra noi, ma che piuttosto, ognuno individualmente, a volte con la pretesa di rappresentare molti, se non tutti, si sia preoccupato di affermare il suo parere, senza la preoccupazione di un confronto ecclesiale che ci portasse a far emergere una posizione più condivisa. Tutto questo mi sembra che ci porti a dire semplicemente che “ci siamo cascati”!
Io prima di tutti!

Siamo cascati nella logica mondana dell’affermazione di noi stessi (non solo individualmente) di fronte al mondo, di fronte al potere politico, di fronte a chi ci ha (involontariamente) offeso, non ritenendoci degni di fiducia in una situazione difficile.
Ci siamo cascati perché non ci siamo preoccupati di conservare il bene prezioso della comunione; non ci siamo preoccupati di prendere tempo e di riflettere anche a fronte di una posizione che ci lasciava delusi e interdetti.
Ci siamo cascati!
La logica veloce delle comunicazioni, l’esigenza di prendere posizione per non apparire deboli, non ci ha consentito di dare voce a Colui che ci avrebbe permesso di cogliere questa occasione per annunciare il Vangelo, magari usando parole anche più dure (come quelle di Stefano protomartire, riportate nella prima lettura della liturgia di oggi), ma parole che venivano da Colui che sa indicarci la via del bene e del Vangelo in ogni circostanza; parole che venivano pronunciate da un “noi” vero e non solo presunto.
In questo “giorno dopo” mi sento di aver perso un’opportunità, non solo come singolo (non sarebbe la prima volta), ma soprattutto come comunità ecclesiale.

Questa prova a cui siamo sottoposti come persone e come comunità, senza un “nemico” con un volto a cui attribuire la responsabilità della nostra sofferenza, sta facendo emergere le nostre fragilità e le nostre incoerenze.
Mi sembra di notare (lo dico solo perché questa riflessione possa avere un risvolto positivo e di crescita) che tali fragilità, più che nei contenuti, si rivelano nei modi; più che sui valori, si rivelano nello stile.
Come ci ha ricordato papa Francesco in quel bellissimo intervento proposto in piazza san Pietro il 27 marzo scorso, “La tempesta smaschera la nostra vulnerabilità e lascia scoperte quelle false e superflue sicurezze con cui abbiamo costruito le nostre agende, i nostri progetti, le nostre abitudini e priorità. Ci dimostra come abbiamo lasciato addormentato e abbandonato ciò che alimenta, sostiene e dà forza alla nostra vita e alla nostra comunità.”

Questo svelamento doloroso ci aiuta a fare verità e, in un processo di conversione, a divenire più conformi a ciò che Dio ci chiede. Preoccupiamoci di questo, prima di tutto; aiutiamoci a farlo insieme.
I nostri vescovi – per primi – ci indichino la via della pazienza, che non è rassegnazione, ma capacità di trasformare il male in amore e cambiare veramente le cose secondo la logica pasquale.

Le circostanze faticose a cui siamo sottoposti e che condividiamo con tantissimi uomini e donne anche non credenti; la privazione dolorosissima di ciò che è essenziale per la nostra vita di fede e per la nostra vita comunitaria; tutta la fatica che stiamo sopportando anche per il giudizio che grava su di noi; tutto questo sia la via attraverso cui lasciamo che il Signore ci plasmi, ci converta, ci venga incontro e ci aiuti a vedere dove il volto del Risorto ci attende e ci chiede di riconoscerlo. 
Se invece, stiamo camminando sulle strade di questo tempo con il volto triste e il cuore deluso perché ci sembra che qualcuno ci abbia sottratto Colui nel quale avevamo riposto le nostre speranze, possiamo ritornare ad ascoltare quella parola che fa ardere il cuore e a renderci ospitali di Colui che, come scopriremo solo dopo, ha continuato a camminare accanto a noi in modo inedito, anche quando i nostri occhi erano incapaci di riconoscerlo ed eravamo avvinti dalla tristezza.
Aiutiamoci fraternamente a non cascare nella trappola della desolazione.

25 aprile 2020 – Liberati per…

Ricordare per crescere

25aprile

La festa della liberazione di quest’anno è condizionata dalle restrizioni dovute al contenimento del contagio. Non ci sono manifestazioni e neppure discorsi delle autorità. Siamo chiamati a festeggiare nelle nostre case, nelle nostre famiglie.
Il fatto di non delegare i discorsi alle autorità pubbliche, ci costringe a pensare cosa significhi per ognuno di noi vivere questa festa nazionale e quale sia il messaggio che ognuno di noi, come cittadino, vorrebbe sottoscrivere in questo giorno di festa.
Io ho provato a pensarci.

Dovere di memoria
Questa festa civile, come anche molte feste religiose, corrisponde ad un imperativo: Ricorda!
Questa festa è prima di tutto un dovere di memoria nei confronti dell’impegno di tanti uomini e donne che si sono sacrificate per la libertà del nostro Paese, una libertà che era soffocata da un’ideologia disumana e violenta, che aveva ridotto il nostro Paese ad un cumulo di macerie. E’ doveroso ricordare tutti coloro che, fino al costo della vita, hanno lottato per ottenere alle generazioni future la libertà; facciamo festa perché siamo liberi e consapevoli che questa libertà è stata pagata a caro prezzo.

La purificazione della memoria 
Nel nostro dovere di ricordare, sentiamo ancora il bisogno di compiere una purificazione della nostra memoria collettiva.
A settantacinque anni di distanza, per amore di verità e di giustizia, dobbiamo riconoscere che anche il processo di liberazione è stato un’operazione violenta e, a volte, crudele; che non tutto quello che è effettivamente accaduto sotto il segno della lotta di liberazione, può essere giustificato in nome dei nobili fini generali. Ormai possiamo e dobbiamo ammettere senza timore che ci sono state vendette personali e regolamenti di conti, uccisioni ingiustificabili, perché ispirate ad un’ideologia altrettanto violenta e disumana, nonché crudeltà gratuite anche da parte di alcuni uomini e donne che affermavano di lottare per la liberazione del nostro popolo, ma che si sono comportati in modo criminale.

Le azioni di alcuni non cancellano il valore dell’impegno dei molti; ma proprio per il significato altissimo che quel processo di liberazione ha avuto ed ha nella storia del nostro Paese, occorre riconoscere e chiedere perdono per ciò che non può essere considerato giustificabile e ammissibile. Altrimenti questa festa non potrà mai essere la “festa di tutti gli Italiani“, ma continuerà ad essere la festa dei vincitori sui vinti.
A me sembra che questo processo di riconciliazione non sia ancora compiuto, e che continuare ad evitarlo non ci aiuti a procedere in modo rappacificato nella nostra storia.

Liberi per … 
La libertà non è mai un fine, ma è sempre una premessa (oltre che una promessa).
La conquista della libertà diviene la condizione per uno sviluppo umano e integrale della persona e di un Paese, condizione che consente di scegliere il bene senza opposizioni di alcun tipo.

A settantacinque anni di distanza ci possiamo e dobbiamo chiedere: che ne abbiamo fatto di questa libertà? come stiamo valorizzando questa libertà per scegliere il bene?
Seguendo i consigli di qualche persona saggia apparsa in TV, ho pensato di dedicare un po’ del mio tempo per rileggere la Costituzione, il testo che traccia la strada per consentirci di vivere in pienezza quella libertà che ci è stata donata.
Devo ammettere che rileggere la Costituzione è sempre molto edificante; dovrebbe essere caldamente consigliato ad ogni cittadino.

Oggi mi hanno colpito in particolare tre richiami:
– Art. 2: La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo;
– Art. 2: [La Repubblica] richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.
– Art. 3:  E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno  sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Mi piacerebbe dilungarmi in un commento analitico di questi articoli, ma non lo faccio oggi. Mi sembrano tre punti che hanno molto a che fare con il tema della libertà e mi chiedo sinceramente, senza tono polemico, se davvero la Repubblica, a tutti i livelli, stia garantendo queste condizioni di libertà per tutti.
Onestamente, e anche un po’ mestamente, devo ammettere che a me non sembra che ancora tali principi, dettati dalla Costituzione, siano stati posti in essere nel nostro vissuto nazionale, o per lo meno non lo sono per tutti.

Dalla memoria all’impegno
Una festa come questa non può ridursi alla memoria; essa diventa una rinnovata occasione di impegno per tutti i cittadini e le cittadine. Sarebbe ipocrita celebrare la liberazione avvenuta settantacinque anni fa’, se oggi, ognuno di noi, non rinnovasse il proprio impegno perché le condizioni di libertà siano custodite e fatte crescere per tutti.
Festeggiare e riconoscere il frutto del sacrificio degli uomini e delle donne che si sono spese per la libertà di tutti, significa oggi scegliere di fare la nostra parte, sacrificando noi stessi, perché la libertà e la democrazia divengano, per tutti e realmente, la condizione per poter vivere scegliendo il bene e crescere integralmente, nel rispetto dei principi della nostra Costituzione.

Allora sarà davvero una grande festa!

Basta numeri, per favore!

Un appello ai giornalisti

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Ogni tragedia viene misurata e valutata sui numeri (terremoti, alluvioni, epidemie, guerre, …). Anche questa tragedia della “pandemia”; inesorabilmente!
Contagiati, deceduti, guariti, con le successive specifiche (dove, come, quando…).

E’ un triste e arido resoconto che da due mesi si rinnova quotidianamente, una comunicazione che a qualcuno sembra imperdibile, quasi un dovere civico, mentre qualcun altro – come me – la trova insopportabile e inopportuna.

Mi ricordo spesso in questi giorni una frase che Sergio Zavoli disse a Rimini, nel 1996, durante un’assemblea in cui si commemoravano i cinquant’anni della morte di Alberto Marvelli: “Capimmo che la guerra era terminata veramente, quando si ricominciò a morire uno alla volta“.
E’ una frase che mi ritorna alla mente quando sento i bollettini della protezione civile nazionale o le altre comunicazioni riportate sui giornali e dai telegiornali. Numeri: contagiati, deceduti, guariti… ma in realtà, penso, anche ora si muore uno alla volta; siamo noi che non abbiamo la pazienza di stare su ogni persona per capire chi sia o chi sia stata, e preferiamo procedere aggregando i numeri.

Tra la gente che legge quei numeri vedo di volta in volta un certo sollievo o una certa preoccupazione; come se da quei numeri (ce lo fanno credere) dipendesse il nostro  prossimo “ritorno alla normalità” o la dichiarazione della fine della crisi o l’allarme di un nuovo pericolo. La curva, il picco, … sono diventati i nostri punti di riferimento, …
Per quello che poi valgono quei numeri!
Tante persone preparate e diversamente informate mettono in seria discussione la loro pretesa di rappresentare la realtà.

Io non leggo e non ascolto più i numeri. Ho fatto una scelta.

Mi rifiuto di dare spazio ad una contabilità macabra che annulla i volti delle persone che compongono quelle cifre: nonni, nonne, genitori, fratelli, figli, mogli, mariti … lavoratori, persone impegnate nel sociale, imprenditori, persone “normali” e straordinarie …
Ci sono delle storie dietro quelle persone per cui, almeno, dovremmo fare lo sforzo di ricordare i nomi, come si è sempre fatto per i caduti delle guerre.
Forse ci vorrà del tempo per ricordarli tutti e tutte, forse dovremo attendere per sapere bene cosa sia accaduto, come questo virus ci ha colpito, chi si è portato via e – possibilmente – anche perché non siamo riusciti a salvarlo, quali circostanze ce lo hanno impedito.

Nel frattempo non ho bisogno di conoscere i numeri.
Mi interessa di più sapere a chi mi posso “fare prossimo” tra quelli che mi sono vicini; chi potrebbe aver bisogno di essere sostenuto e chi consolato. Questo i numeri non me lo dicono e se do loro troppo spazio nella mia mente e nel mio cuore, rischio di sentirmi esonerato dal cercare con gli occhi i volti delle persone che stanno soffrendo accanto a me in questo tempo difficile.

Basta con i numeri; ve lo chiedo per favore!
Non lo posso chiedere alla protezione civile o ai commissari di governo.

Lo chiedo ai giornalisti: per favore raccontateci le storie delle persone, fate per noi questa fatica, aiutateci a restituire dei volti e a riconoscere il valore della vita di quelle persone che il virus ci ha strappato. Quando lo fate, questo ci fa bene; riscopriamo il valore di quanto è accaduto e, accanto al dolore, possiamo elevare il nostro ringraziamento a Dio per tutto quanto, di quella vita, possiamo riconoscere come un tesoro prezioso, lunga o breve che sia stata.
Questo i numeri non ce lo consentono.
Ma voi giornalisti non siete dei ragionieri, siete dei cercatori d’oro: questo dovrebbe essere il vostro compito. Vi prego di mettere il vostro impegno nel portare alla luce i tesori che ci sono dietro quei numeri e che in questa contabilità ossessiva rischiano di andare dispersi.

Allora forse non ci sembrerà tutto così assurdo.
Allora non ci faremo rapire dall’angoscia per un flagello che sembra colpire come una falce, perché ad ognuno, presto o tardi, sapremo dedicare un ricordo appropriato e, umilmente, riconoscere, pur con la consapevolezza della nostra fragilità, che ogni vita è stata un dono prezioso. Se da questa crisi sapremo imparare nuovamente questo sguardo, tutto quanto accade, pur nella sua tragicità, sarà servito almeno per farci diventare più umani. 

Il diluvio e l’arcobaleno

Percorso di catechesi biblica
in tempo di epidemia da Covid – 19

Porrò il mio arcobaleno

Introduzione
I primi undici capitoli del libro della Genesi rappresentano uno straordinario punto di riferimento per comprendere la realtà globale secondo la prospettiva di Dio, un paradigma di carattere universale perché, nella narrazione, sono coinvolti tutti i popoli della terra prima di ogni distinzione di razza, di fede o di cultura.
Queste prime pagine della Bibbia ci parlano del “patrimonio genetico fondamentale” dell’umanità intera, quella parte di  patrimonio che condividiamo con tutti gli uomini e le donne della terra, prima di ogni caratterizzazione particolare. Qui sono rivelati i fondamentali del nostro essere uomini e umanità che vive su questa terra. Ecco perché è così importante comprenderli bene e rileggerli nelle varie vicende della storia.

A giudizio della maggior parte degli studiosi, questi testi sono stati redatti durante l’epoca dell’Esilio (VI sec. a.C.), un tempo di grande sofferenza e di crisi, quando la comunità ebraica, privata di tutti i simboli d’identità nazionale (la terra, il tempio e la liturgia, il governo del proprio popolo), si è raccolta intorno alla sua tradizione più antica, raccogliendo e mettendo per iscritto ciò che precedentemente era tramandato e insegnato oralmente. Da questo lavoro di redazione scritta è scaturito un grosso contributo di rielaborazione teologica comunitaria. In questa prima parte del libro della Genesi ci viene narrata – secondo una prospettiva sapienziale tipica dei maestri di Israele e di Giuda –  l’origine del mondo creato e dell’umanità che popola la terra; con le origini dell’umanità ci viene anche rivelata l’origine del male che opera nel mondo. Il fatto che sia stato scritto in un tempo difficile, ci aiuta a comprendere come queste parole siano state purificate nel crogiolo della sofferenza e non siano l’espressione di un idealismo astratto.

Tra questi undici capitoli, ben quattro vengono dedicati al racconto del diluvio.

Onestamente devo ammettere che non avevo mai dedicato molta attenzione a questa parte del testo biblico. La conoscevo, avevo studiato il suo valore “tipologico” in riferimento al battesimo, ma non avevo mai avuto l’occasione o l’ispirazione di approfondire queste pagine.

In questi giorni funestati dall’epidemia che ci ha costretti a rinchiuderci tutti nelle nostre case per evitare il contagio, sono diversi coloro hanno colto il parallelo tra quanto racconta Genesi e quanto stiamo vivendo. In realtà, dopo una lettura attenta, devo ammettere che le corrispondenze che vengono messe in evidenza sono piuttosto superficiali, ma tanto a me è bastato.

Dopo aver scritto un articolo che raccoglieva e valorizzava questi parallelismi, mi ero proposto di approfondire questo percorso… con i poveri mezzi che ho a disposizione durante la quarantena, condivido quanto è emerso nel mio approfondimento.

Cercherò di procedere per tematiche, proponendo una lettura spirituale del testo biblico e qualche spunto di attualizzazione, perché l’itinerario non risulti un esercizio intellettuale, ma possa diventare lo spunto per un discernimento personale e comunitario.

Il percorso è suddiviso in otto schede, che seguono il racconto dei capitoli 6-9 del libro della Genesi. Per attualizzare il testo ho introdotto brani di alcuni interventi del magistero di papa Francesco. Ogni scheda si conclude con qualche domanda, che dovrebbe aiutare il discernimento personale e comunitario, e con un salmo che vuole invitare a trasformare la riflessione in preghiera.
I Salmi, per loro natura, rappresentano una bellissima sintesi tra il messaggio che Dio vuole inviare all’uomo e l’invocazione che l’uomo vuole elevare a Dio.

Faccio dono di questo mio piccolo e appassionato lavoro a tutti gli amici e le amiche che non si accontentano di attendere che “tutto torni come prima”; o che un po’ troppo semplicemente (e ingenuamente) ripetono “andrà tutto bene”, come se le cose possano risolversi magicamente; ma che vivono intensamente e pienamente questo tempo difficile e tempestoso, tragico e prezioso, tentando di comprendere cosa Dio ci voglia insegnare e come voglia convertire la nostra vita, cosa che tento di comprendere anche io.

Ho sempre creduto (e sperimentato) che nella Scrittura sia riportata una parola viva che, se accolta, fa ardere il cuore e apre alla comprensione di quanto accade, indicando la via attraverso cui Dio vuole salvare la vita del mondo.

Andrea Turchini

23 aprile 2020
Festa di san Giorgio, martire
patrono degli scouts e delle guide

 

Il diluvio e l’arcobaleno
testo del percorso di catechesi
in formato PDF da scaricare

 

Vivere immersi nel tempo

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Percorso biblico-catechetico sul tempo
Per un periodo in cui siamo chiamati a vivere
solo la dimensione del tempo

Introduzione
Solitamente la vita dell’uomo si declina intorno a due grandi coordinate: lo spazio ed il tempo. Queste due coordinate, nelle loro intersezioni, determinano i momenti salienti della nostra vita, fatta di tempi e spazi dedicati e caratterizzati.

La quaresima e la Pasqua di questo anno, invece, sono state caratterizzate dalla quarantena e dal distanziamento sociale, con il blocco di tutte le attività aggregative e produttive e la ripetizione ossessiva dello slogan “Restate a casa!”.

Milioni di persone nel mondo si sono trovate improvvisamente a vivere per lunghi giorni nello spazio ristretto della propria casa, vivendo non poche difficoltà nella gestione quotidiana, dovendo trasformare e articolare la casa in luogo di lavoro (smart working), di apprendimento per i bambini e i ragazzi (didattica a distanza) e di vita della famiglia.

Le misure di distanziamento per il contenimento del contagio, oltre che nella logistica quotidiana delle persone e delle famiglie, hanno influito anche nella comprensione di come si potesse vivere, quando lo spazio era sempre il medesimo, e rimaneva solo il tempo come coordinata determinante i diversi passaggi della giornata.

Anche io mi sono trovato contagiato, ed ho dovuto vivere il conseguente isolamento sanitario per più di quaranta giorni. Chiuso nella mia stanza, per evitare il contagio degli altri preti che vivono con me, ho dovuto gestire la mia vita valorizzando molto il flusso del tempo per comprendere i passaggi tra un’esperienza e l’altra.

In queste circostanze ho voluto comprendere il valore proprio del tempo e, in un dialogo con alcuni amici educatori, ho pensato come questo “tema” potesse essere sviluppato nella prospettiva della fede.

In una domenica di aprile, dopo aver svolto tutti gli impegni previsti per questa giornata, annoiato dall’ennesima serie televisiva, non essendo capace di fare torte – occupazione che impegna molte famiglie e molti singles in questo tempo -, ho pensato di approfondire e sviluppare questa idea. Ne è emersa la traccia di un piccolo percorso biblico-catechetico sul tema del tempo.

Lo metto a disposizione di chiunque possa trovarlo utile.

Buon lavoro e buon tempo!

Qui potete scaricare il percorso  Percorso biblico sul tempo

 

Non ci servono gli eroi

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In questi due mesi di pandemia da Coronavirus il nostro linguaggio si è arricchito di espressioni tecniche o gergali utilizzate nelle conferenze stampa, sui social media, nel dialogo quotidiano. Con l’emergenza sanitaria siamo stati tutti introdotti in un contesto particolare, dove l’utilizzo di determinate espressioni diventa abituale.

Una delle espressioni più utilizzate (e abusate), all’interno di una retorica che si è diffusa in modo molto ampio, è il termine “EROE” attribuito – in questa circostanza – ai medici, agli infermieri e a tutto il personale sanitario: “sono i nostri eroi!”, diciamo a gran voce.
In altre circostanze drammatiche lo stesso titolo era stato attribuito ai pompieri, alle forze dell’ordine, … o ad altre categorie che, di volta in volta, si sono trovate al centro di una vicenda.

Senza nulla togliere all’impegno attuale dei sanitari o, in altre occasioni, delle altre professioni citate, io, sommessamente, vorrei dire che non sono d’accordo con l’utilizzo di questa espressione, e che non credo sia sano usarla per quattro diversi motivi.

– Il primo motivo è che questo termine è utilizzato inevitabilmente in modo esclusivo. Ogni volta che si attribuisce il titolo di eroe ad una determinata categoria di persone che balza agli onori delle cronache, automaticamente e involontariamente, si escludono altri, che magari si stanno pure impegnando in modo molto intenso, ma nel nascondimento delle famiglie, o in situazioni ritenute socialmente “meno nobili”. 
Ripeto per essere chiaro: non voglio sminuire il grande lavoro che tutto il personale sanitario sta svolgendo in questa difficilissima crisi, ma perché allora non considerare eroi anche gli insegnanti, catapultati senza alcun preavviso nel tritacarne della didattica a distanza; perché non considerare eroi tutti coloro che lavorano nella filiera alimentare, rifornendo e gestendo i nostri supermercati per consentirci il necessario approvvigionamento di cibo; perché non considerare eroi le badanti, che sono rimaste al loro posto, accanto ai nostri anziani, prendendosene cura; perché non considerare eroi i genitori, che ogni giorno si devono inventare qualcosa per impedire ai loro figli di andare fuori di testa in questa situazione di isolamento sociale … si potrebbe andare molto avanti. Non mi sembra che sia socialmente utile questo processo esclusivo; forse, involontariamente, risulta anche un po’ ingiusto.

Il secondo motivo è di carattere etico. Perché – mi chiedo – dovrei considerare eroe una persona che nella sua professione, cerca di dare il massimo e di fare del suo meglio con grande passione? Perché non dovrei pensare che questo sia “normale” e che io, come cittadino, avrei il diritto di attendermi che un professionista si comporti proprio così? Cosa penserei se, invece, si comportasse in modo superficiale, approssimativo, egoista? Considererei “normale” questo secondo atteggiamento? Non è forse “normale” che chiunque di noi, qualsiasi sia la sua professione, in qualsiasi ruolo la società lo abbia chiamato/a a spendersi, si comporti in modo professionale, mettendo tutto il suo impegno, la sua creatività, la sua intelligenza, il suo coraggio per svolgere bene il proprio lavoro, senza accontentarsi del minimo?
Una società che considera eroi coloro che fanno il proprio dovere e lo fanno bene, è una società malata, che elegge la mediocrità a norma e si rassegna a vivere in una situazione in cui prevale l’egoismo, la superficialità e l’indifferenza per il bene comune. Mi rifiuto di pensare che possa essere considerato “normale” vivere in una società come questa!

Il terzo motivo è di carattere educativo. Da educatore, infatti, riconosco l’ambivalenza pericolosa della figura dell’eroe.
Ognuno di noi ha avuto bisogno di modelli per crescere e, come educatori, proponiamo ai nostri ragazzi delle figure modello per aiutarli a compiere le scelte che definiscono il percorso della loro vita; quando però un giovane si trova di fronte ad un “eroe”, sorge spontanea l’ammirazione, ma raramente scatta lo spirito di emulazione, perché ciò che risalta nel confronto è l’eccessiva distanza esistente tra l’eroe/eroina – persona straordinaria – e me, persona normale, con limiti e paure, con fragilità e insicurezze. Come per il santo, nel contesto ecclesiale, anche per l’eroe nel contesto civile si tende a mettere in evidenza l’eccezionalità che si manifesta, rispetto alla normalità nella quale molte persone, anche giovani, preferiscono identificarsi. La retorica dell’eroe, sul piano educativo, non ha molto valore e può rappresentare un boomerang pericoloso.

– Ci sarebbe un quarto motivo di ordine politico, che accenno solamente perché è stato ampiamente trattato sui giornali in questi giorni.
Risulta piuttosto ipocrita una società che, in situazione straordinaria, elegge alcune persone al ruolo di eroe, ma non li rispetta e non li valorizza sul piano salariale o sul piano delle condizioni di lavoro nelle circostanze ordinarie. Credo che, mentre è assolutamente doveroso che ad ognuno sia chiesto di dare il massimo sempre, è altrettanto doveroso da parte dello Stato, nelle sue varie componenti, riconoscere a chi si impegna, in qualsiasi ambito della nostra società, il rispetto dei suoi diritti, il rispetto della sua persona e un giusto salario. Io mi vergognerei a distribuire medaglie o onorificenze a persone a cui nego i riconoscimenti fondamentali in situazione ordinaria.

Secondo il mio modesto parere non abbiamo bisogno di eroi, ma di persone che si impegnano, si appassionano, si mettono in gioco con la loro competenza, la loro professionalità e la loro creatività, per rendere questo mondo un luogo migliore per tutti. Ne abbiamo bisogno nei momenti di emergenza, ma ne abbiamo bisogno anche nei momenti ordinari, per vivere in un Paese dove non si usa la retorica per compensare l’ingiustizia, ma dove si domanda ad ognuno di fare del proprio meglio e si riconosce ad ognuno il valore di quello che sta facendo. 

Ho scritto questa riflessione ricordando Maurizio Bertaccini, medico e diacono, morto questa settimana per infezione da Coronavirus, che sua moglie non vuole sia chiamato eroe, ma “solo” un uomo buono e un medico appassionato, che riteneva di non poter rifiutare nessuna richiesta di aiuto da parte dei suoi pazienti.

Ufficialmente guarito!

Riflessioni a caldo

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Oggi (16 aprile 2020) è arrivato l’atteso responso: il secondo tampone, effettuato ieri mattina, è negativo. Sono guarito ufficialmente!
La notizia mi è arrivata durante un incontro in video conferenza con una cinquantina di preti della diocesi: abbiamo subito festeggiato insieme, ricordando tutti coloro che ancora sono in situazione di malattia, qualcuno anche molto grave.
La cosa più bella che ho già vissuto è stata pranzare con gli altri preti, dopo più di quaranta giorni che consumavo i miei pasti da solo in camera, in isolamento.

E’ stato un tempo impegnativo, di cui ho già scritto, ma anche un tempo prezioso.
Il Signore ha avuto misericordia di me e non mi ha fatto soffrire troppo – come è capitato ad altri vicini a me -, ma ha voluto accompagnarmi in questo itinerario che ha coinciso con la quaresima e i primi giorni dell’ottava di Pasqua.

Devo dire molti grazie:
– a Dio, prima di tutto, perché non mi ha mai fatto mancare la sua presenza e mi ha concesso di ritornare al punto fermo quando, per qualche motivo, sembrava prevalere lo scoraggiamento (davvero il Signore è una roccia, come dicono i Salmi);
– ai preti di Santarcangelo perché hanno avuto fraternamente cura di me e non mi hanno fatto mancare l’affetto e tutto il necessario in questo lungo periodo di malattia e di isolamento; la fraternità che ci lega nei sacramenti del battesimo e dell’ordine è diventata molto concreta e si è fatta cura e preoccupazione (in senso positivo) nei miei confronti;
– al Vescovo e ai preti della Diocesi, per la loro presenza amica fin dai primi passaggi della mia diagnosi e poi nel tempo della cura; grazie al Vescovo per il tempo ampio che mi ha dedicato, con chiacchierate serene, che mi rendevano partecipe della vita della Diocesi;
– alla mia dottoressa, Barbara Dipietrantonio, presenza fedele ed efficace, che ha tenuto in mano la vicenda della mia malattia, venendo a fino a Santarcangelo per visitarmi e accompagnandomi passo passo fino ad oggi;
– ai medici e al personale dell’ospedale e dell’ufficio d’igiene pubblica per la loro gentilezza e la loro disponibilità; non avevo esperienza di contatti con queste realtà di cura. E’ stata una gradita e consolante sorpresa;
– alle persone della Parrocchia, dagli operatori pastorali, alle famiglie e ai bambini, che mi hanno riempito di messaggi molto affettuosi e inviato disegni molto belli; 
– ai tanti amici e alle tante amiche che si sono resi presenti in modo fedele, comunicandomi affetto e vicinanza, preoccupandosi dell’evoluzione della mia vicenda;
– ultima, ma non ultima, alla mia famiglia (genitori, fratelli, sorelle e nipoti), che mi ha accompagnato e, anche questa volta, mi ha fatto sentire un legame che è molto più forte del sangue che condividiamo.

Insomma grazie a tutti!

Cosa ho imparato in questo tempo?
Forse è un po’ presto per dirlo perché, come accade al vino, occorre attendere un po’ di tempo perché maturi, ma come accade nella vendemmia, mentre si attende che la fermentazione compia il suo ciclo, si gustano immediatamente alcuni frutti del raccolto. Provo anche io a fare così. 

Ho imparato la pazienza.
Il tempo lungo che ho vissuto in isolamento ha richiesto molta pazienza, perché quasi nulla corrispondeva ai miei tempi; mi tornava spesso in mente quel testo di Isaia che dice “Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell’abbandono confidente sta la vostra forza” (Is 30,15). Ho imparato un po’ di più la pazienza accettando che altri decidessero e sapessero cosa si poteva o non si poteva fare; nell’accettare che il mondo non girava intorno a me, e che ero uno di tanti che dovevano essere accuditi secondo  ordini di priorità che altri decidevano; nell’accettare i tempi di una malattia che non ha protocolli e rispetto alla quale i medici cercano di fare il loro meglio.

Ho imparato l’umiltà.
Dell’aver bisogno di essere accudito. Dell’essere fragile e in balia di una malattia che si sviluppa in modo inaspettato. Del dovermi fermare, perché in alcuni giorni le mie forze erano esaurite. Del dover vedere altri che si spendevano generosamente, mentre io ero bloccato in camera.

Ho imparato la fede.
Guidato dai testi della Scrittura del tempo di quaresima, ho sentito che il Signore accompagnava questo cammino di deserto ed era una presenza feconda. Se ne sono accorti anche gli amici e le amiche che seguono i miei blog, che in questo periodo sono stati molto prolifici. Sentivo che quella Parola mi guidava a riconoscere scenari sempre nuovi, dentro i quali anche io dovevo lasciarmi condurre.

Ho imparato ad essere prete in modo diverso.
Questo tempo, nonostante l’isolamento, non è stato il tempo dell’inazione. Ho cercato di esserci per le persone prendendo l’iniziativa, ho cercato di essere disponibile all’ascolto, ho cercato di portare la Parola, ho pregato per le persone che mi venivano affidate, ho celebrato la Liturgia delle ore con sempre maggior consapevolezza, ho celebrato l’
Eucaristia con gratitudine, … tutto quello che mi era possibile fare, ho cercato di farlo, anche se era molto diverso da quanto ero abituato a fare.

Ho imparato la fraternità.
Quella che si è manifestata nei gesti che ho ricevuto e quella che ho cercato di alimentare nell’attenzione verso gli altri preti della mia Diocesi. Ma è più quello che ho ricevuto di quello che ho dato. Ho provato ad essere parte attiva, portando l’urgenza di una riflessione, proponendo occasioni di scambio… Ho imparato che la fraternità dipende da noi e da quanto ci mettiamo in gioco per viverla.

Ho imparato la gratitudine per le piccole cose.
Per il sole che entrava dalla finestra al mattino presto quando iniziavo a pregare. Per le neve in qualche giorno a marzo. Per le voci della gente che, passando sotto la mia finestra, si salutava mentre andava a fare la spesa. Per il silenzio surreale di Santarcangelo che mi ha dato pace e tranquillità. Per le telefonate delle persone e per i tantissimi messaggi ricevuti. Per internet, che mi ha permesso di continuare a lavorare e rimanere in contatto. Per la Chiesa, madre e maestra che nella figura del Papa e del Vescovo ha accompagnato e sostenuto il mio deserto. Per la Scrittura, parola sempre nuova che arde nel cuore. Per i pasti preparati per me da qualcuno che si era preso cura. Per la possibilità di riposare la notte … 

Ora anche per me la sfida è di non disperdere i doni ricevuti.
Questo tempo rallentato che continua insieme a tutti, mi aiuterà a vivere un rientro graduale e a comprendere meglio le priorità che richiedono attenzione. So che molti mi aiuteranno. So che ci sono alcuni che potrò aiutare.

Alla scuola di Maria Maddalena

La seconda chiamata/conversione

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Mosaico realizzato da padre Marko Rupnik, sj

Quella mattina di Pasqua, Maria Maddalena si reca al sepolcro quando era ancora buio, un buio che, come ricorda Enzo Bianchi, era iniziato con il tradimento di Giuda e si era fatto ancora più intenso (secondo i vangeli sinottici) nel momento della morte di Gesù. Ma Maria porta quel buio anche dentro di sé.
Cito ancora Enzo Bianchi nella sua meditazione di Pasqua:

Maria di Magdala si reca al sepolcro. Il suo cuore è avvolto dalla tenebra della disperazione e della non-fede, perché non ha ancora compreso il compimento che è avvenuto nella morte di Gesù, non riesce a credere alla resurrezione di cui certamente il suo Maestro le aveva parlato. Maria non va per ungere il cadavere, come ci dicono gli altri vangeli, ma semplicemente perché non riesce a distaccarsi da quel Gesù che aveva seguito e amato.

Il pianto inconsolabile di Maria, chinata verso il sepolcro vuoto, quel pianto che la rende cieca e indifferente all’apparizione degli angeli, ai quali ripete solamente che “(le) hanno portato via il Signore e non sa dove lo hanno posto“, è il segno di un legame personale intenso con Gesù, che però ancora non è maturato e rimane incapace di ricuperare l’insegnamento sulla risurrezione.

Sarà solo con l’ascolto di una nuova chiamata, che Giovanni ci racconta sullo stile della chiamata dei primi discepoli (Cfr. Gv 1,38 – chi cerchi?/che cercate? ), e sentendosi chiamata per nome, che Maria Maddalena si volterà (convertirà) verso il Signore e lo riconoscerà (Rabbunì) come il Vivente.

Una proposta di conversione per noi
A livello personale. Forse anche il nostro legame personale con Gesù è forte come quello della Maddalena, ma, soprattutto in questo tempo Pasquale, siamo chiamati a verificare se anche noi rischiamo di vivere in quella nostalgia che mette in evidenza solo ciò che manca, se rischiamo di rimanere attaccati ad “un sepolcro vuoto” nel quale, come ripetono a gran voce gli angeli in quella mattina, non c’è Gesù, non è più lì perché lui è risorto.
Questo tempo di emergenza, con tutte le sue esigenze e conseguenze, ci chiede di compiere questa verifica, per riconoscere che cosa animi il nostro legame con il Signore. E’ certamente un tempo di sofferenza, ma anche un tempo di riflessione sulla nostra fede, sulla nostra adesione ecclesiale, sul valore delle forme e delle strutture che, a volte, rischiano di trasportaci passivamente, senza che noi ne siamo più consapevoli (celebrazioni, incontri, servizi, attività varie, …), semplicemente perché “ho sempre fatto così“.
Questa emergenza può essere anche per noi l’occasione della seconda chiamata, che invita alla conversione, che richiede una purificazione dolorosa, ma che conduce alla verità del nostro rapporto con il Signore e ad una visione più limpida della nostra vita, alla luce della risurrezione. “Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo” (Col 3,1).

A livello ecclesiale. Anche a livello ecclesiale è necessario chiedersi se non rischiamo di trasformare la nostra fede pasquale nell’onore reso ad un sepolcro vuoto, e il nostro attaccamento a Gesù ad un’ideologia: è un pericolo che papa Francesco richiama con forza nell’enciclica Gaudete et exultate, quando denuncia i pericoli dello gnosticismo e del pelagianesimo (Cap. 2).
L’invecchiamento delle nostre comunità, l’assenza di molti adulti impegnati nel lavoro e nella società, la sterilità vocazionale che stiamo vivendo soprattutto nella chiesa di Occidente, sono sintomi preoccupanti di una Chiesa che rischia di rimanere attaccata ad un passato e non è capace di generare vita nuova.
La nostra necessaria fedeltà alla Tradizione ecclesiale, rischia di ridursi nell’attaccamento a tante piccole tradizioni che rappresentano l’eredità di un passato, ma che formano un carico che ci schiaccia, che ci impedisce di respirare, che ci impedisce la gioia e la prontezza ad andare là dove i nostri fratelli e sorelle attendono l’annuncio della risurrezione di Gesù. Non è semplice capire cosa sia zavorra e cosa sia risorsa da rinnovare. Un sano discernimento comunitario, fatto in modo snello, aperto alla critica costruttiva, libero dai clericalismi, disponibile a compiere delle scelte concrete e ad avviare processi di rinnovamento, non riducendosi a delle analisi infinite, ci potrebbe davvero aiutare.

Anche per la Chiesa, è stato detto in diversi interventi, l’esperienza della pandemia deve trasformarsi in un evento di purificazione, in una nuova chiamata alla conversione, per riscoprire la freschezza della relazione con il Vivente. Facciamolo e vivremo! (Cfr. Lc 10,37)

La via nuova di Maria Maddalena
Riconosciuto Gesù come il Vivente, Maria Maddalena riceve due inviti – “non mi trattenere, ma va’ ad annunciare ai miei fratelli …” – che rappresentano due indicazioni per una nuova via da percorrere, per lei e per noi.

Non mi trattenere. Gesù ricorda a Maria Maddalena che deve ascendere al Padre, che la sua glorificazione si deve ancora compiere (nell’ascensione) perché la sua (e la nostra) umanità entri nella gloria di Dio.
In questo invito di Gesù possiamo riconoscere anche un’indicazione che invita a rinunciare ad ogni esclusivismo e settarismo, tentazioni sempre attuali per la comunità dei credenti. Dobbiamo ammettere che in molte forme di devozionalismo e di spiritualismo, diffusesi negli ultimi decenni come risposta al secolarismo della società occidentale, si riconosce un modo di vivere la fede che tende a separare Dio dalla realtà dell’uomo, quasi che la realtà sia nemica di Dio, che Dio debba essere difeso da questa realtà umana per la quale ha dato la sua vita.
Ritorna attuale il grande tema Chiesa/Mondo, rispetto al quale la Chiesa di tutti i tempi deve riposizionarsi secondo la logica del Vangelo.
Il mondo non è nemico di Dio, e se anche a volte si comporta in modo ostile, Dio lo ama e non ci chiede di separarlo dal mondo per renderlo più puro (cfr. Gv 17,15). L’esito è che rendiamo Dio inavvicinabile per molti, lo tratteniamo per noi, quasi sia un tesoro troppo prezioso per essere condiviso con tutti.

L’esperienza dell’epidemia ci dovrebbe aver fatto cogliere che c’è una grande vitalità  e c’è tanto bene anche fuori dei confini della Chiesa. Nei confronti di questo mondo non possiamo non provare simpatia, non possiamo considerarlo estraneo a ciò che noi viviamo. Con questo mondo dobbiamo condividere la nostra esperienza di Dio, con umiltà e semplicità, come Pietro e Giovanni al tempio quando incontrano l’uomo paralitico: noi non abbiamo ne’ oro ne’ argento, ma possiamo condividere Gesù e la forza della risurrezione che abita in noi(Cfr. At 3).
D’altra parte l’epidemia ci dovrebbe aver fatto comprendere che, certe interpretazioni apocalittiche, emerse da alcuni circoli devozionalisti, che hanno diffuso l’idea di un Dio punitore, di un Dio che utilizza il virus per punire il mondo dai suoi peccati, … sono assolutamente sbagliate e lontane da ciò che dice il Vangelo; ma dovremmo comprendere anche che, tali interpretazioni erronee, sono il prodotto di un’impostazione spirituale ed ecclesiale che, pur coinvolgendo tante persone di buona volontà, propone una visione erronea della fede e della vita cristiana, e per tanto sono da evitare, da sconsigliare e da marginalizzare. Anche in questo senso occorre compiere un percorso di purificazione per il bene delle persone, soprattutto delle più semplici.

Va’ dai miei fratelli. Maria Maddalena diviene l’apostola degli apostoli, la prima missionaria della risurrezione, e ricupera in pienezza la sua gioia. “Ho visto il Signore!“. La sua esperienza non è “consumata” nell’intimo, ma diviene condivisione universale e primo avvio della grande missione evangelica.
Anche per la Chiesa, come hanno detto i documenti del magistero degli ultimi sessant’anni, non c’è altra via che quella della missione per ritrovare la freschezza, la vitalità e la fecondità che lo Spirito è capace di infondere in noi. Ma se, come dice papa Francesco nella Evangelii Gaudium, noi ci esoneriamo dall’annuncio e ci limitiamo a considerare la nostra vita ecclesiale come la conservazione di ciò che il passato ci ha consegnato, noi siamo destinati a perire, perché in noi non circola più la vita, o a ridurci ad un museo nel quale si possono visitare le vestigia di un passato che non c’è più.
L’invito a vivere in modo ordinario l’impegno per la missione, dovrà caratterizzare l’esperienza ecclesiale che ripartirà dopo l’emergenza del Coronavirus; questo tempo di pausa può essere il tempo in cui riflettere, discernere e sognare un modo di vivere la Chiesa più fedele al mandato di Gesù e alle indicazioni della Chiesa stessa. 

Maria Maddalena ci indica la strada che noi possiamo seguire con fiducia, abbandonando il pianto disperato nei pressi del sepolcro vuoto, per riconoscere e abbracciare Gesù risorto lì dove lui manifesta effettivamente la sua presenza.

In memoria del vescovo Mariano

Mariano e Francesco

Mentre questo sabato santo particolare, con tutto il suo silenzio e il suo carico di attesa procede lentamente, arriva sulla chat dei preti della Diocesi un messaggio davvero inatteso: “Il vescovo Mariano ha concluso questa mattina il suo cammino terreno“.
Reagisco alla notizia con un emoticon che raccoglie insieme stupore, ma anche senso di colpa. Tra i tanti malati che ricordavo in questi giorni nella preghiera, non avevo ricordato lui, il nostro Vescovo.
Eccellenza, mi confesso e chiedo perdono per questa grave dimenticanza; una cosa che Lei ci ha sempre detto è che ci ricordava ogni giorno nella preghiera e che ci voleva bene; sono sicuro che Lei ha continuato a farlo, fino all’ultimo istante. Mi perdoni.

Io questo bene l’ho sentito, e di questo La ringrazio.
Sono stato nel primo gruppo di preti da Lei ordinati come Vescovo della Diocesi di Rimini (1990). Questo legame sacramentale Lei lo ha sempre sottolineato e ce lo ha sempre fatto vivere.

Negli anni del mio ministero sono state diverse le occasioni di colloquio con Lei. Ne ricordo in particolare due: quando nell’agosto del 1998, con un piccolo stratagemma, mi ha fatto tornare anticipatamente da un campeggio per comunicarmi che sarei diventato parroco alla Colonnella e quando, nell’estate del 2006, mi ha convocato per comunicarmi che sarei diventato rettore del Seminario di Rimini. In ambedue le occasioni – per nulla informali – ho sentito su di me la sua stima e la sua preoccupazione, la sua consapevolezza che fossero per me passaggi importanti, ma anche il senso del suo ruolo di Vescovo, che mi invitava a fidarmi di ciò che mi veniva domandato, perché Lei ci aveva pensato bene e sapeva altrettanto bene in nome di chi me lo chiedeva.

Molte altre cose potrei dire, ma preferisco custodirle nel cuore e affidarle al Signore nell’eucaristia Pasquale che domani celebrerò.
La penserò intento a celebrare la Pasqua eterna con il Signore Vivente, Sommo Sacerdote della nuova alleanza, intorno “all’altare del cielo, innanzi alla maestà divina” (Cfr. Canone Romano), a intercedere per la Chiesa che è stata sua Madre e sua Sposa.

Le chiedo solo, da esperto cerimoniere pontificio – quale Lei era -, di essere paziente con tutti quegli angeli che fanno il servizio liturgico: ce la mettono tutta, ne sono sicuro!

Riposi in pace vescovo Mariano. Il Signore La accolga come il servo buono e fedele, chiamato a prendere parte alla gioia del suo Signore. E continui a pregare per noi.  

Sabato Santo, 11 aprile 2020

don Andrea Turchini

E’ il vivente

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Non è un sepolcro vuoto che rende plausibile la risurrezione, ma incontrare Lui vivente, e l’angelo prosegue: So che cercate Gesù, non è qui! Che bello questo: non è qui!
C’è, esiste, vive, ma non qui. Va cercato fuori, altrove, diversamente, è in giro per le strade, è il vivente, un Dio da cogliere nella vita.

Queste parole di padre Ermes Ronchi, pubblicate su Avvenire a commento del Vangelo della Veglia Pasquale, mi sembra esprimano bene il messaggio della Pasqua e, in particolare, della Pasqua di questo anno.

La verità della risurrezione va cercata nella vita delle persone. E’ lì che si manifesta nella sua grandezza e nella sua verità.
I discepoli, testimoni accreditati della risurrezione, non portavano le persone davanti al sepolcro vuoto per dimostrare la verità di quanto affermavano, ma, con grande umiltà e semplicità, mostravano ciò che era accaduto nella loro vita, come il Signore vivente agiva ed era vivo nella loro stessa vita.

In queste settimane di dolore fino alla tragedia, abbiamo tutti visto che, accanto alla morte, sempre il Vivente operava, in vari modi, in diverse forme. Tra coloro che papa Francesco ha chiamato “i santi della porta accanto“, che si sono spesi fino al sacrificio della vita, tanti e tante non erano guidati semplicemente da nobili motivi umanitari, ma dalla fede nel Vivente, che trasforma ogni gesto come un gesto di affetto che viene direttamente da Dio.

Questa espressione “il Vivente“, riferita a Gesù, che troviamo sopratutto nel libro dell’Apocalisse, dovrebbe essere l’espressione che anche noi utilizziamo più frequentemente per riferirci al nostro Signore; anche noi – infatti – rischiamo di relegarlo ad un glorioso passato e ridurlo ad un virtuoso esempio. No!
Lui è il Vivente, vincitore della morte, che continua ad agire interiormente, attraverso lo Spirito Santo – vero dono Pasquale -,  ed esteriormente, attraverso i suoi discepoli e le sue discepole, per testimoniare la sua prossimità e il suo amore per ogni uomo e donna che vive nel mondo.

Auguro a tutti voi, che avete la bontà e la pazienza di leggermi su queste pagine virtuali,  di sperimentare nella vostra vita la forza di questa presenza e di divenire, a vostra volta, testimonianza viva della sua stessa vita per coloro che il Signore vi fa incontrare.

Buona Pasqua!

don Andrea

In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

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The Starry Ceiling

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