Camminare con la Bibbia in mano

Un’esperienza condivisa con la
Scuola di formazione teologica di Ravenna

Nel mese di dicembre 2021, il Servizio di Apostolato Biblico della Diocesi di Ravenna, in collaborazione con la Scuola di formazione teologica della stessa diocesi, mi hanno chiesto due incontri introduttivi sulla Scrittura da titolo suggestivo: “Camminare con la Bibbia in mano“.
In questo tempo dedicato al sinodo, il camminare è divenuto un elemento ricorrente del vissuto ecclesiale; farlo con la Bibbia in mano dice di uno stile preciso, e riconsegna alla comunità credente, in tutte le sue componenti, il punto di riferimento essenziale perché in quel procedere insieme si possa fare la stessa esperienza dei discepoli di Emmaus che, sentendo parlare Gesù che spiegava loro le Scritture, si sentirono ardere il cuore.
Un mio piccolo contributo a questo percorso.
Nei link qui sotto le slides dei due incontri.

Martiri innocenti

Alan Kurdi

Nel ciclo delle celebrazioni natalizie, oggi la Chiesa ci propone la memoria dei martiri innocenti, ricordando quei bambini uccisi dalla follia di Erode che voleva impedire l’ascesa al trono di Giuda di un concorrente.
La Chiesa, fin dai tempi antichi (IV secolo), non ha visto in quei bambini semplicemente le vittime di una violenza arbitraria e ingiustificabile, ma dei veri martiri che sono morti a causa di Cristo e che godono della “palma del martirio”.
Questa scelta della Chiesa antica è particolarmente interessante e provocatoria, soprattutto se riportata al contesto odierno. Certo, le vittime innocenti non sono mai mancate nella storia dell’umanità, ma cosa significa “morire a causa di Cristo”? Cosa significa morire perché Cristo non regni, perché si ritiene necessario difendersi dal Regno di Dio?

Se il Regno di Dio stabilito nel mondo da Cristo è un regno di giustizia, di fraternità, di condivisione e di pace, cosa significa per noi che viviamo nel XXI secolo stare di fronte al martirio di innocenti che muoiono a causa di Cristo, che muoiono perché non si vuole accogliere il regno di Cristo, perché neppure i credenti vivono la logica del Regno di Dio? Sono domande che, credo, non possiamo glissare velocemente e che ci provocano pesantemente.
Dopo le beatificazioni di don Pino Puglisi e Rosario Livatino, la Chiesa ha affermato che si può morire martiri anche se la mano dell’uccisore è quella di un battezzato.
Tutti coloro che oggi sono vittime dell’indifferenza, della logica della difesa dei privilegi, dell’egoismo di chi pretende di mantenere i propri standard di ricchezza a scapito degli altri, di chi vende armi per alimentare guerre nei paesi ricchi di materie prime, di chi non si preoccupa dei diritti dei nascituri, di chi vorrebbe selezionare eugeneticamente le nascite … tutte queste vittime sono dei martiri? E chi è Erode oggi? Potrebbero essere tutti coloro che, pur richiamandosi a valori cristiani, in realtà adottano la logica di Erode?

Due parole della Scrittura che mi sono risuonate nel cuore:
Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!” (Mc 8,14). E’ un lievito sempre presente, che accanto a quello dei farisei (l’ipocrisia; cfr. Lc 12,1), rischia di confonderci, di portarci lontano dalla via di Dio e causare vittime innocenti.
Se diciamo di essere in comunione con lui e camminiamo nelle tenebre, siamo bugiardi e non mettiamo in pratica la verità” (1Gv 1,6). Questo versetto è tratto dalla prima lettura della liturgia di oggi e ci richiama al fatto che nessuno può sentirsi garantito nel camminare nella verità e nella giustizia. La menzogna crea sempre vittime innocenti. 

Natale in cammino

Immagine tratta dal sito del Monastero di Bose

Una festa ricorrente come il Natale, deve per forza essere contestualizzata nella vita presente, deve accendere una luce significativa per illuminare quanto stiamo vivendo nel nostro presente.
Per le comunità ecclesiali di tutto il mondo è iniziato da qualche settimana il cammino sinodale, un percorso lungo che vuole aiutare la Chiesa tutta, con tutti i suoi membri, a comprendere quale sia la strada su cui il Signore la chiama ad annunciare il Vangelo e cosa purificare del vissuto ecclesiale perché sia sempre più fedele a ciò che deve essere.

Questo sarà dunque un Natale sinodale, un Natale in cammino.

L’icona evangelica del Natale che maggiormente ci aiuta a comprendere lo stile sinodale e senza dubbio il racconto dell’Epifania e dell’adorazione dei Magi.
Questi personaggi misteriosi, non appartenenti al popolo d’Israele, seppero riconoscere un segno nel cielo e compresero che dovevano mettersi in cammino insieme per andare là dove la stella indicava. Questo cammino avviene per diverse fasi.
Pensiamo che ci sia stata una fase di consultazione tra loro, un confronto aperto per decidere di partire seguendo quel segno nel cielo. Poi, lungo il cammino – come ci racconta il vangelo secondo Matteo -, si sono consultati con persone sapienti, esperti della Scrittura e delle antiche profezie di Israele, perché era loro chiaro che da soli non avrebbero potuto raggiungere la mèta. Giunti al luogo indicato nella città di Betlemme, provarono grande gioia e fecero dono delle cose più preziose che possedevano a Colui che riconobbero come il Re dei Giudei. Avendo conosciuto tramite un sogno un pericolo incombente, fecero ritorno al loro paese per un’altra strada.

L’icona evangelica dei Magi, che rivivremo in questo Natale, può davvero rappresentare una pista importante per le nostre comunità in cammino sinodale.
Mi sembra che, prima di tutto, siamo chiamati ad alzare lo sguardo (ce lo richiamava anche don Osvaldo nell’assemblea dello scorso 5 dicembre a Rimini); non è rimanendo ripiegati su noi stessi nella considerazione malinconica delle nostre magagne personali e comunitarie che troveremo la motivazione e la forza per metterci in cammino. Gesù viene come astro che sorge dall’alto.
In secondo luogo occorre sostenersi vicendevolmente per decidere di mettersi in cammino, fidandosi dell’intuizione che qualcuno ha avuto (il Papa, i nostri vescovi, moltissimi cristiani), riconoscendo questo come un tempo opportuno per uscire dalle nostre staticità, portando gli elementi positivi e non enfatizzando le pigrizie e le problematicità.
Il nostro cammino, solo quando sarà iniziato come frutto di una prima scelta condivisa, sarà l’occasione per vivere un ascolto reciproco, per condividere il nostro vissuto, i nostri desideri, il bene di cui ognuno è portatore, così come le preoccupazioni che appesantiscono il nostro cuore. Lungo la strada incontreremo altre persone e ci parrà saggio chiedere loro un aiuto, soprattutto se sono persone sapienti e competenti sulle “cose di Dio”.
La méta del cammino sarà un nuovo incontro con il Signore, che – probabilmente – si rivelerà a noi non nel fulgore della sua onnipotenza, ma, semplicemente, nella novità di un bimbo che nasce e che si trova in braccio alla madre. Se sapremo riconoscerlo in quel segno (come ricordava don Franco a noi preti di Rimini nel ritiro di venerdì scorso) così contradditorio rispetto alle nostre aspettative, allora – come i Magi – proveremo grande gioia e saremo pronti ad offrire al Signore, con grande libertà, tutto quanto abbiamo di prezioso.
Finalmente liberi e rinnovati, potremo ripartire più leggeri per un’altra strada, riconosciuta come più opportuna, per raccontare a tutti che anche in questo mondo in cui sembra dominare il male e la violenza cieca (come è accaduto anche a Betlemme per l’ottusità e la malvagità di Erode), il Signore è presente come luce che dona gioia ai cuori.

Buon Natale in cammino. Buon Natale sinodale.

Il dogma di Babbo Natale

Chi pensa di vivere in una cultura che “finalmente” si è liberata da tutti i dogmi si sbaglia! Ce ne sono alcuni inattaccabili e inossidabili. Nei loro confronti non c’è secolarismo, né scienza che tenga!
Ovviamente non si tratta dei dogmi relativi alla Trinità o alla natura umana/divina di Cristo, temi che hanno occupato per secoli le menti più brillanti della cristianità, e neppure di quelli più cari al popolo cristiano, riguardanti i doni attribuiti dal Padre alla Madre di Dio. Qui si tratta addirittura di Babbo Natale!

Come novello eretico, qualche giorno fa un vescovo ha osato mettere in dubbio la sua esistenza, creando grave scandalo tra i bambini (si dice) e sdegno tra i genitori. Come si permette il vescovo Antonio di disilludere i nostri bambini dicendo loro simili corbellerie? Con quale coscienza questo vescovo cerca di minare la loro solida “fede” in una delle ultime verità degne di questo nome, insegnate e sostenute con grande impegno educativo sia dai genitori che dai maestri, senza timore che qualcuno li accusi di confessionalismo?
Al rogo! Al rogo! (mediatico ovviamente).

La notizia infatti ha trovato grande eco sui giornali, con reazioni scandalizzate di tanti opinion makers che hanno stigmatizzato come improvvido e inopportuno, addirittura offensivo, l’intervento del vescovo Antonio.
A fronte di tutto questo clamore mediatico, lo stesso vescovo, dalle pagine di Avvenire, oggi scrive una bellissima lettera a Gesù Bambino che consiglio di leggere (lettera nella quale – tra l’altro – riporta correttamente quanto avrebbe detto nella situazione incriminata).

Al di là della cronaca e del gossip, per tutti noi educatori cristiani (genitori, insegnanti ed educatori a vario titolo) si pone un problema serio, antico e sempre nuovo, un problema che richiede un accurato discernimento comunitario: mentre nel nostro stare “nel mondo” siamo chiamati a riconoscere e valorizzare tutto quanto di buono, di bello e di giusto il contesto ci offre, perché lo riconosciamo come una via che può condurre a Dio (il solo che è buono e giusto), dobbiamo forse tacere rispetto a ciò che crediamo non essere vero e giusto, in nome del politically correct, oppure possiamo responsabilmente e in modo nonviolento presentare le nostre posizioni, anche accettando che queste non vengano accolte? Fino a che punto vale l’opportunità di tacere o abbozzare, e fino a che punto siamo responsabili della verità e della giustizia?
Non si tratta di intraprendere nuove crociate (per carità!) e neppure di istruire nuovi processi di inquisizione, ma semplicemente di affermare con franchezza, per esempio, che per noi vivere il Natale significa celebrare l’incarnazione di Cristo; che vivere il Capodanno significa iniziare un tempo nuovo a partire dalla presenza di Dio accanto a noi; che vivere la Pasqua significa credere nella potenza della risurrezione e celebrare la vittoria della vita sulla morte… e che questo noi desideriamo insegnare ai nostri bambini, che pure vivono in un mondo in cui il personaggio principale del Natale è Babbo Natale, il Capodanno è la festa dello spumante e la Pasqua quella di primavera.

Non sempre sarà necessario porsi in contrapposizione frontale.
In una cultura che ha scelto la via della laicità, a me sembra corretto che i bambini e gli adulti sappiano quale sia il fondamento storico e religioso di alcune feste e ricorrenze, pur riconoscendo che oggi ci sono modi diversi di viverle.
Se così fosse, nessuno si scandalizzerebbe che un vescovo, successore degli apostoli di Gesù, proponga a dei bambini ciò che lui professa come vero e significativo per “crescere in sapienza”, o metta in guardia rispetto a modalità più effimere ed esclusive (come afferma bene nella sua lettera) di vivere una bella festa come il Natale.

La sfida del dialogo, che parte dall’ascolto, è una sfida sempre presente per la Chiesa che, proprio in questi mesi, ha scelto di porsi in ascolto e in cammino con tutti gli uomini, per riconoscere la strada su cui è chiamata a camminare per seguire il Signore e annunciare il Vangelo.
La sfida del dialogo riguarda anche coloro che non si riconoscono nella proposta ecclesiale, coloro che desiderano sinceramente essere tolleranti e accoglienti, ma che rischiano – come tutti – di arroccarsi in nuovi ed inutili dogmatismi.
Il dialogo, per la Chiesa, non rappresenta la rinuncia all’annuncio del Vangelo; ma diviene la via per un nuovo stile di annuncio, che valorizza l’incontro con l’altro e la condivisione della vita prima dell’asserzione e dell’insegnamento.
Si tratta di una via difficile, ma molto feconda.
Difficile perché sembra essere lenta a chi deve contabilizzare dei risultati.
Feconda perché, attraverso la relazione interpersonale, il Vangelo non si impone, ma permea ogni parola e ogni gesto diventando una testimonianza che aiuta il credente a crescere nella fedeltà alla sua fede. “La fede cresce condividendola”.

Percorriamo questa via con franchezza, umiltà e libertà per rendere il nostro servizio al mondo.

Tutti siamo peccatori

Questa è un’affermazione che non crea nessuno scandalo, nessun turbamento; anzi, paradossalmente, ha quasi un effetto rassicurante. Essa viene letta nella prospettiva del “mal comune mezzo gaudio“; nonostante il suo contenuto deflagrante e oggettivamente problematico, noi non la prendiamo sul serio.
Questa frase l’ha pronunciata il Papa durante una conferenza stampa in aereo, di ritorno dal recente viaggio in Grecia, rispondendo alla domanda di una giornalista francese che domandava luci riguardo le dimissioni del vescovo di Parigi. Queste le parole del Papa riportate dal sito ufficiale della Santa Sede.

Così, Aupetit è peccatore come lo sono io. Non so se Lei si sente così, ma forse… come è stato Pietro, il vescovo sul quale Cristo ha fondato la Chiesa. Come mai la comunità di quel tempo aveva accettato un vescovo peccatore? (…) era una Chiesa normale, era abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti: era una Chiesa umile. Si vede che la nostra Chiesa non è abituata ad avere un vescovo peccatore, e facciamo finta di dire “è un santo, il mio vescovo”. No, questo è Cappuccetto Rosso. Tutti siamo peccatori. (…) Un uomo al quale hanno tolto la fama così, pubblicamente, non può governare. E questa è un’ingiustizia. Per questo, io ho accettato le dimissioni di Aupetit non sull’altare della verità, ma sull’altare dell’ipocrisia.

Queste parole del Papa mi hanno molto colpito perché aprono ad una prospettiva che non sempre siamo abituati a considerare.
Papa Francesco ci parla della prima Chiesa di Roma come di una Chiesa che aveva accolto un vescovo peccatore perché era una “Chiesa normale, abituata a sentirsi peccatrice sempre, tutti: era una Chiesa umile“.
Una Chiesa “normale” è una comunità di persone che considerano il peccato come parte della loro natura; è una comunità di uomini e donne che, in virtù di questa consapevolezza, è umile e capace anche di accogliere un vescovo peccatore senza giudicarlo.

Rispetto al peccato, invece, noi rischiamo di avere un atteggiamento ambiguo e insano: o siamo rassegnati, lo tolleriamo e, per giustificarci, lo facciamo diventare un non-problema; oppure non lo consideriamo affatto come facente parte della nostra natura e, illusoriamente, ci confrontiamo con modelli idealizzati che tendono ad escludere il peccato considerandolo, eventualmente, come un “incidente di percorso” e un tradimento dell’ideale: ma “questo è Cappuccetto Rosso“, dice il Papa.
Questa realtà non esiste, è una mistificazione!

Il peccato, invece, è una cosa seria che rattrista l’uomo, umilia la sua umanità, frustra il suo desiderio di felicità autentica: per questo non può essere tollerato (il peccato, non il peccatore).
L’uomo, per parte sua, nonostante le sue enormi potenzialità, è una creatura fragile, esposta al peccato. Nonostante le sue buone intenzioni, l’uomo è chiamato a riconoscere la sua naturale propensione al peccato: per affermare sé stesso, il suo valore, la sua libertà, il suo desiderio di sua autonomia ed indipendenza, l’uomo tende ad opporsi a Dio, non riconoscendo nella proposta che Dio gli rivolge la via bella e buona per realizzare tutti i suoi desideri.
Noi siamo tutti come il figlio minore della parabola del Padre misericordioso (Lc 15,11-32), desiderosi di cercare la nostra felicità e la realizzazione di noi stessi lontano dalla casa del Padre. Ma poi, per grazia di Dio, scopriamo che lontano da quella casa c’è solo miseria, degrado e morte; allora intraprendiamo la via del ritorno (conversione) e riscopriamo la bellezza di dimorare nell’abbraccio del Padre e ricevere il suo perdono.
La santità della Chiesa deriva solo dall’esperienza della misericordia di Dio e del suo perdono. Noi siamo “un esercito di perdonati“, ha ripetuto più volte il Papa.
La radice della santità della Chiesa risiede proprio nell’esperienza del perdono ricevuto per benevolenza di Dio; un’esperienza che, quando è vissuta in modo profondo, genera un vita santa, fatta di riconoscenza verso il Padre, di comunione con i fratelli e le sorelle, di accoglienza e misericordia verso tutti; un’esperienza da cui nasce il desiderio di condividere con tutti la gioia derivante dalla possibilità di essere riscattati dal peccato e di vivere una vita santa.

Mi scandalizza che moltissimi pensino che la Chiesa sia una comunità di persone giudicanti, intolleranti e discriminanti, come il figlio maggiore della famosa parabola citata (evidentemente comunichiamo questa impressione!).
Mi preoccupa che non emerga questa dimensione “normale” della Chiesa che, consapevole del suo essere peccatrice (perché formata da uomini e donne che sono tutti peccatori), si propone con umiltà al mondo, pronta ad indicare e condividere la via del riscatto e del perdono.
Solo se cresce la consapevolezza di questa verità potremo liberarci dall’ipocrisia che regola i rapporti interni alla comunità ecclesiale e dall’arroganza con cui ci presentiamo agli occhi del mondo.
Allora la parola del Vangelo, che è l’annuncio della misericordia di Dio, risuonerà autentico e credibile sulle nostre labbra, perché sarà confermato dalla nostra testimonianza di vita umile e accogliente, come è la vita di uomini e donne che sono stati perdonati dal loro peccato.

Siamo solo sabbia

Tutti conosciamo la parabola della casa costruita sulla sabbia e di quella costruita sulla roccia (Mt 7,21.24-29). Io l’ho letta e commentata moltissime volte, soprattutto nella celebrazione dei matrimoni. Mentre sappiamo che la roccia rappresenta la parola di Dio accolta e praticata, io non mi ero mai chiesto cosa rappresentasse la sabbia e perché Gesù avesse scelto quella immagine? La forza della roccia, con il suo retroterra simbolico ampiamente supportato dalla Scrittura, mi attraeva e mi abbagliava. La sabbia non meritava alcuna considerazione vista la sua inconsistenza, ed è rimasta lì per molti anni sulla pagina del Vangelo, senza che le concedessi la possibilità di parlarmi.

Oggi ho cercato di spiegare cosa significhi che la Parola di Dio è una roccia e quale sia questa parola. Avevo davanti due sposi molto belli, pronti a mettere la loro vita l’una/o nella mani dell’altro/a, e la Parola che mi è venuta da consegnare loro come roccia è stata quella del vangelo di Giovanni: “non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” (Gv 15,16).
E’ la scelta compiuta su di noi dal Signore che può rappresentare il fondamento per la nostra casa, perché, come ripetono incessantemente i Salmi, “lui solo è fedele e il suo amore è per sempre“. La sua scelta su di noi è una roccia, non le nostre scelte che sono tutte passibili di infedeltà, di incoerenza e di tradimento (chi non ne ha fatto esperienza nella sua vita?).
Ed è stato qui che ho compreso, proprio mentre ne parlavo, che la sabbia della parabola siamo noi! Siamo noi con la nostra presunzione che sia sufficiente l’adesione intellettuale o morale ai valori; siamo noi con la nostra convinzione di poterci fidare della nostra affidabilità, del nostro desiderio di coerenza e di fedeltà, della nostra giustizia.
Avevo dimenticato il valore di una delle parole che Dio consegna ad Adamo dopo il peccato: “polvere sei e polvere ritornerai” (Gen 3,19).
Questa è la nostra realtà; noi siamo così! E’ importante esserne consapevoli (non solo il mercoledì delle ceneri quando riceviamo quel segno accompagnato da queste parole). D’altra parte questa realtà che ci appartiene non rappresenta per noi una condanna, perché possiamo contare sulla scelta che il Signore ha fatto su di noi, sul fatto che lui sia lo nostra roccia, che ci ami e ci salvi dalla nostra inconsistenza. Grazie a lui possiamo costruire una casa che non teme le intemperie della vita, quelle che spazzerebbero via tutto quanto noi volessimo costruire solo sulla sabbia che noi siamo. Che bello!

Il testo della casa costruita sulla roccia, chiude la parte del vangelo di Matteo chiamata “il discorso della montagna”, una sezione che si apre con la proclamazione delle Beatitudini, la prima della quale, come tutti ricordano bene, è “beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3).
Potremmo tradurla anche così: beati coloro che sono consapevoli di essere solo polvere e sabbia, che non si illudono di poter costruire la loro casa sulla loro presunzione di coerenza o illudendosi di rimanere fedeli ai grandi valori a cui hanno aderito, ma, con il cuore dei poveri in spirito, sanno riconoscere la benevolenza di Dio che per amore li ha scelti e che rimane fedele, “perché il suo amore è per sempre” (Cfr. Sal 136). Costoro sono beati perché non dovranno temere le tempeste della vita, perché non dovranno temere di veder distrutta la loro casa: essa è fondata sulla roccia della Parola di Dio, quella che ci permette di conoscere che siamo amati.

La mia debolezza trasforma in povertà,
col dono del tuo amore, lo spirito di gioia. Signore, pietà
“.
(M. Frisina, Canto penitenziale)

Mentre

I “mentre” di ogni giorno:
la vita che accade tra un passo e l’altro

Penso siano molte le persone che cercano di vivere una vita programmata: è un’esigenza per chi ha molti impegni! I nostri impegni sono gestiti da qualche app sul telefono, con suonerie che ricordano che è ora di partire per questo o per quell’altro luogo.

Io ho imparato che questa programmazione dettagliata, pur utile per non perdere troppo tempo, è del tutto illusoria, perché quasi mai accade che la giornata si svolga come è scritto nell’agenda. Ho scoperto che, mentre sto facendo qualcosa, accade altro che non avevo programmato o che, mentre mi sposto tra un impegno e l’altro, incontro qualcuno che mi chiede di fermarmi, di mettere da parte la mia programmazione e riconoscere quanto sta accadendo come importante.

Era l’ottobre 1994 e avevo deciso di ordinare la mia scrivania che risultava insostenibilmente ingombra di riviste e fogli vari. Tra le varie riviste c’era un settimanale che l’Azione Cattolica inviava a coloro che avevano incarichi diocesani (io ero assistente dell’ACR). Erano veramente molti i numeri che si erano accumulati, ancora tutti incellofanati: avevo deciso di prenderli in blocco e gettarli via, ma, mentre lo facevo, uno mi è caduto e mi sono dovuto chinare per raccoglierlo. Lo sguardo si è fissato sull’indice e ho notato un articolo che mi incuriosiva; mi sono fermato per leggerlo con attenzione: parlava di un’iniziativa dell’AC che riguardava la diocesi di Sarajevo (che in quegli anni si trovava in guerra) e subito mi è venuto in mente che quella proposta poteva essere molto adatta per i nostri ragazzi dell’ACR. Mi sono messo subito in movimento telefonando a diverse persone. Da quel preciso momento è partita per me una successione di eventi che mi ha portato per diversi anni a viaggiare in Bosnia e a stringere amicizie che, ancora oggi, sono molto importanti. Ho sempre letto come una provvidenza quello che è accaduto quel giorno. Ho riconosciuto in quella storia che mi ha legato in modo forte alla diocesi di Sarajevo una chiamata del Signore ad allargare il mio sguardo per incontrarlo là, lontano da casa mia, in un luogo ove erano accadute cose terribili, ma dove anche io ero chiamato a fare qualcosa per contribuire alla rinascita della pace. Tutto questo era partito mentre ordinavo la mia scrivania.

Mi viene in mente un episodio del Vangelo a cui sono molto affezionato.
Un uomo di nome Giaìro invoca l’aiuto di Gesù perché sua figlia sta morendo. Gesù accoglie la richiesta di quel padre, ma, mentre stanno andando a casa di Giairo, una donna, che da molti anni soffriva di gravi emorragie, decide in approfittare della presenza di Gesù e, con fede, tocca i suoi abiti per ottenere la guarigione. C’è molta folla intorno a Gesù, ma Gesù si ferma perché vuole conoscere chi lo abbia toccato. Quella donna prende coraggio e si fa avanti. Lei sa che, secondo la Legge, non avrebbe dovuto essere lì e non avrebbe potuto toccare nessuno, perché una donna che perde sangue è impura e rende impuro tutto ciò che tocca. Ma la sua disperazione era grande e racconta a Gesù ogni cosa. L’incontro si protrae per qualche minuto… Mentre leggo quelle parole, mi metto nei panni di Giairo; sento dentro di me la sua urgenza che, in silenzio, grida a Gesù che non c’è più tempo, che sua figlia sta morendo… e infatti accade proprio così: qualcuno viene a dirgli che ogni speranza è perduta.

L’incontro con quella donna, che aveva sottratto a Gesù del tempo prezioso mentre si stavano recando a casa per curare la figlia in situazione gravissima, per Giairo poteva essere letto come una sventura, come un grave rifiuto di Dio, come un’interferenza nefasta. Ma Gesù è ancora lì e vuole guarire sua figlia. Quel “mentre” che Gesù trascorre con la donna malata non è tempo sottratto a Giairo e a sua figlia, perché Dio, che agisce sempre e vive l’eterno, ha sempre tempo per venirci in aiuto.

Anche a noi può sembrare qualche volta di aver perso un’occasione preziosa, di aver mancato l’appuntamento per un soffio perché, mentre tutto sembrava andare per il verso giusto, qualcosa si è frapposto tra noi e il Signore. Ma Dio ha sempre un tempo per noi, per guarirci, per venirci incontro, per salvare la nostra vita; magari mentre sta andando a casa di qualcun altro. Nella nostra vita super programmata, forse a Dio rimangono solo “i nostri mentre” per parlarci, per farci comprendere qualcosa di importante, per stupirci con qualcosa di inatteso. Proprio in quei mentre qualcosa di divino accade.

Qui l’articolo pubblicato sulla rivista Se Vuoi:

Sotto ricatto

Foto tratta dal sito di Euronews

Come si risponde ad un ricatto quando questo coinvolge delle persone innocenti strumentalizzate per giochi internazionali di potere?
Come si risponde a chi usa la vita e la salute di uomini, donne e bambini a cui era stata promessa una via di fuga da condizioni di vita insostenibili e disumane e dalla guerra per collocarli forzatamente in mezzo ad un nuovo conflitto?

Siamo di fronte a governi senza scrupoli, che si fanno beffe dei diritti fondamentali delle persone e che, in vista di interessi altri, usano la loro vita innocente per mettere sotto ricatto un intero continente, svelando l’ipocrisia che impedisce all’Europa di fare semplicemente la cosa giusta accogliendo duemila (non ventimila, non duecentomila) disperati che sono stati posti in modo deliberato in condizione di estremo pericolo, questa volta non da trafficanti di uomini, ma da governi che pretendono di essere riconosciuti come legittimi da altri stati.
Come si risponde ad un situazione di questo genere?
La risposta che arriverà nei prossimi giorni, probabilmente, sarà quella di nuove sanzioni economiche contro Bielorussia e Polonia, scelte che inaspriranno ancora di più una relazione già difficile con la UE e con la Russia.
Ma era davvero così difficile aprire la porta a quelle persone, testimoniando un’umanità e una giustizia che sa difendere il più debole, per poi redarguire e condannare il criminale?
Perché i governi d’Europa (compreso il nostro), che si sono scapicollati con ponti aerei per mettere al sicuro gli afgani in pericolo per l’ascesa al potere dei talebani, non hanno adottato la stessa modalità nei confronti di coloro che si trovavano ugualmente vittime di governi indisponibili al rispetto dei diritti umani? Qual è la differenza?

Il ricatto del gas metano
Abbiamo invece lasciato che Russia e Bielorussia ci ricattassero con la minaccia di chiudere il rubinetto del gas metano, di cui l’Europa, soprattutto in questo anno di scarse risorse, ha estremo bisogno, permettendo loro di portare avanti questo gioco perverso e rimanendo spettatori che – come avviene in una partita di calcio – si accontentano di protestare, alzare la voce e ingiuriare la squadra che si comporta in modo falloso, senza muovere un dito.
Molti si lamentano giustamente dell’aumento considerevole del gas metano. Ma ogni volta che vado alla pompa per il rifornimento io mi chiedo quante vite è costato quel pieno di gas? quanti bambini, donne e uomini in questo momento vengono maltrattati, usati e lasciati a morire di fame e di freddo per consentire a me, cittadino europeo, di poter fare il pieno alla mia auto, di poter riscaldare la mia casa, di poter cucinare il mio pranzo in santa pace, magari lamentandomi per l’aumento dei prezzi?

Dall’indignazione passa alla provocazione e all’azione
Poiché, come direbbe Greta Thumberg, di fronte a problemi così evidenti e così gravi non ci possiamo accontentare dei «bla, bla, bla», e io non desidero accodarmi alla schiera di coloro che in queste settimane di sono pubblicamente stracciati le vesti di fronte a questi crimini senza fare nulla per timore delle conseguenze, lancio una provocazione che potrebbe declinarsi in due azioni concrete.
La provocazione politica potrebbe chiamarsi “lo sciopero del freddo” (simile allo sciopero della fame) e tradursi in queste o altre azioni concrete:
– Se ci stanno ricattando tenendo in ostaggio persone innocenti con la minaccia di interrompere il rifornimento del gas metano, possiamo fare la scelta di spegnere il riscaldamento nelle nostre case, nelle nostre chiese, nei luoghi in cui ci ritroviamo, per affermare che preferiamo soffrire anche noi il freddo piuttosto che stare al caldo al prezzo dell’ingiustizia e della vita di quelle persone.
– La seconda azione è rivolta soprattutto ai più giovani. Per dimostrare che non siamo indifferenti rispetto a quanto accade ai confini dell’est Europa, scegliamo di vivere un tempo all’aperto (un weekend, una settimana, qualche giorno), dormendo in tenda, mangiando e lavorando all’aperto, subendo le condizioni atmosferiche a cui vengono sottoposti bambini piccolissimi, donne e anziani, in un clima molto più rigido di quello che viviamo alle nostre latitudini.

Contro l’indifferenza
Qualcuno potrebbe obiettare che tutto ciò non serve a nulla, che non cambia di un centimetro la condizione di ingiustizia di quelle persone. Vero! Ma almeno dimostra che noi non siamo indifferenti; consente a noi di dire che non possiamo accettare che le persone siano trattate in questo modo e che il nostro benessere, sempre più costoso in termini economici e umani, sia garantito attraverso la sofferenza di uomini donne e bambini. Almeno dimostreremo di essere rimasti umani.

Il vescovo in mezzo

Il vescovo Giovanni Mosciatti nel giorno del suo ingresso a Imola nel 2019 (Foto de “Il Resto del Carlino”)

Oggi ho avuto la grazia di partecipare ad un bel funerale: Franco, padre di Stefano, un seminarista del primo anno, ha concluso il suo cammino terreno, dopo un ultimo tratto molto faticoso a causa di una malattia grave.
Nella celebrazione delle esequie abbiamo vissuto un momento di grande intensità ecclesiale: una famiglia numerosa, attorniata da una comunità parrocchiale ancora più numerosa, ha affidato un fratello alla misericordia di Dio, rendendo grazie per il dono della sua vita e chiedendo che la sua testimonianza continui a portare frutto. Tutto si è svolto in un clima semplice, ma molto intenso.

La celebrazione è stata presieduta dal vescovo di Imola, mons. Giovanni Mosciatti, che ha fatto la scelta di lasciare l’onere dell’omelia a don Leo, parroco della collegiata di Lugo, il quale, commentando le letture scelte per l’occasione, ha potuto tratteggiare la testimonianza cristiana di Franco grazie alla conoscenza profonda che aveva coltivato con lui e con la sua famiglia.
Mi ha molto colpito che il Vescovo abbia scelto di partecipare ad un momento molto forte per una famiglia e per una comunità parrocchiale, mettendosi semplicemente in ascolto, condividendo il ringraziamento a Dio e la preghiera di quella comunità.
Questo modo di essere presente mi ha fatto tornare in mente quel passaggio di Evangelii gaudium dove papa Francesco afferma: “Il Vescovo … a volte si porrà davanti per indicare la strada e sostenere la speranza del popolo, altre volte starà semplicemente in mezzo a tutti con la sua vicinanza semplice e misericordiosa, e in alcune circostanze dovrà camminare dietro al popolo, per aiutare coloro che sono rimasti indietro e – soprattutto – perché il gregge stesso possiede un suo olfatto per individuare nuove strade” (n. 31).

Sinodalità e leaders

Giovani e vescovi – Chiese della Lombardia

Uno dei libri della Bibbia che narrativamente risulta più appassionante è il libro dei Giudici. Racconta del tempo in cui il popolo di Israele, insediatosi nella terra promessa, cercava di costruire una sua storia, tra diverse difficoltà dovute soprattutto alla fatica a sostenere la “differenza” che lo caratterizzava rispetto a tutti gli altri popoli. Israele infatti non aveva ancora un re che lo governava, perché il Signore Dio era il suo Re.
Questo “vuoto di governo” creava un certo smarrimento, che si rivelava nella difficoltà a rimanere fedeli all’Alleanza con Dio, all’osservanza della Legge, lasciandosi ammaliare dai culti pagani dei popoli circostanti che sembravano più semplici e maggiormente corrispondenti alle esigenze religiose. Tale infedeltà portava il popolo d’Israele a ricadere in qualche forma di schiavitù e ad essere soggiogati dai popoli confinanti; l’asservimento e la situazione di sofferenza ha provocato più volte l’invocazione di aiuto a Dio, che rispondeva suscitando un liberatore (un giudice), il quale liberava Israele e lo riportava all’osservanza della Legge e alla fedeltà all’Alleanza.

Il dinamismo è semplice e sembra convincente anche per noi: in un momento di crisi ecclesiale, come quella che anche noi viviamo, accentuata dalle conseguenze della pandemia, ci verrebbe naturale invocare il sorgere di uno o più leaders che ci aiutino a venirne fuori, a ricuperare la rotta; che ci motivino e ci guidino sui passi che siamo chiamati a compiere per uscire da una situazione di stallo in cui percepiamo di essere finiti.
Ciò che accade nella società civile e nel contesto politico sembrerebbe orientarci a riconoscere la convenienza di un leader forte e decisionista, con un ampio consenso politico su cui contare, che si assuma la responsabilità del governo e delle scelte, soprattutto di quelle impopolari e scomode (ancorché necessarie).

A fronte di questa possibilità, che a molti sembrerebbe logica e conveniente, la Chiesa risponde con la proposta di un percorso sinodale che, al contrario, chiama tutti alla partecipazione e alla corresponsabilità per recuperare la via del Vangelo e della missione, e per ritornare a percorrerla tutti insieme come popolo.
La via sinodale non è semplice e neppure comoda, ma ci può aiutare a crescere nello spirito del Vangelo, partendo dalla fiducia nello Spirito che guida la Chiesa e che agisce in tutti i battezzati. La via sinodale ci aiuta a rinunciare alla logica del potere e del dominio per aderire sempre di più alla proposta del servizio e dell’umiltà (Cfr. Mc 10,35-45).
A molti parrà una via lenta e poco efficiente, incapace di stare al passo con la velocità che caratterizza questo tempo e dunque inadeguata. Essa si confronta non con i moderni costruttori di grattacieli, che realizzano enormi costruzioni in pochi mesi, ma con gli antichi costruttori delle cattedrali, uomini e donne che intraprendevano un’opera collettiva, dedicando ad essa tutta la loro vita, pur consapevoli che non ne avrebbero visto la conclusione, ma altrettanto consapevoli che tale gioia sarebbe toccata alle molte generazioni successive, fino ai nostri giorni.

Come è stato scritto da più parti da persone molto competenti, il percorso sinodale è un metodo da imparare: dopo molti secoli di storia ecclesiale segnata da altri modelli, siamo chiamati a riappropriarci di quello stile di corresponsabilità che caratterizzava la Chiesa apostolica, consapevoli che c’è una fatica iniziale da mettere in conto per avviare quei processi che ci consentiranno di imparare e – progressivamente – assumere quello stile che la Chiesa stessa ci invita a fare nostro. E’ probabile – come accade nel campo della tecnologia – che i più giovani diventino più velocemente esperti di questa modalità; a noi adulti e anziani, abituati a “dire l’ultima parola” su tutto, è opportuno richiamare la responsabilità di non bloccare tali processi, di condividere la fatica di soluzioni inizialmente imprecise ed imperfette, di sostenere un cammino in cui il nostro impegno sarà chiaramente orientato a costruire una realtà che noi non potremo vivere, ma che, grazie anche al nostro contributo, potranno godere coloro che verranno dopo di noi.

Bella è l’immagine delle chiese della Lombardia che hanno convocato i giovani per chiedere loro quali siano le priorità su cui camminare, ponendo i vescovi di quelle diocesi in un ascolto concreto e in un dialogo alla pari. E’ il segno di una comunità che ci prova, che inizia, che si mette in cammino … il resto verrà perché la strada, se ci si mette in cammino, “si apre passo dopo passo“.

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