Simone di Cirene

Apocrifo evangelico – Pasqua 2022

Mi chiamo Simone. Il mio nome ebreo dice che la mia famiglia è originaria della Giudea, ma sono nato a Cirene, una città della Libia molto importante al tempo dell’Impero Romano. I miei genitori, che erano originari di Gerusalemme, si erano trasferiti in Libia per commerciare e là io sono nato e cresciuto; a Cirene mi sono sposato e ho visto nascere i miei figli, Alessandro e Rufo, che portano un nome romano, la nazionalità di mia moglie che tanto ho amato.
Purtroppo lei è morta per una malattia ed io, in un momento di grande tristezza, ho deciso di abbandonare la mia città natale per tornare nella terra dei miei padri, a Gerusalemme, dove la mia famiglia ancora possedeva un campo. Non avevo mai fatto il contadino, ma avevo voglia di cominciare una nuova vita, di ritrovare le mie radici.

Mi ricordo che quel giorno avevo deciso di tornare a casa per riposarmi un po’ e stare con i miei figli. Le giornate erano già molto calde e si cominciava molto presto a lavorare nei campi. Dopo l’ora terza il sole già picchiava forte e non era facile resistere a lavorare nel campo.
Appena entrato dalla porta della città ho visto il subbuglio: probabilmente un’altra delle esecuzioni che tanto piacevano a Pilato, il governatore romano che usava spesso il pugno di ferro per sopprimere le rivolte.
Io, a dire il vero, non mi interessavo di politica: pensavo alla mia famiglia, ai miei figli Alessandro e Rufo e alla fatica che facevano ad ambientarsi in questa città per loro molto diversa da quella dove erano nati; ma qui avevo deciso che sarebbero cresciuti, nella riscoperta delle loro radici ebraiche.  

Cercavo di tenermi in disparte, con gli occhi bassi, di non mischiarmi alla folla rumorosa, ma proprio mentre passava davanti a me il corteo dei condannati, uno di loro cadde, sbattendo la faccia sulle pietre della strada cittadina. Alzai gli occhi e lo vidi bene: era stato flagellato, sul capo aveva un groviglio di spine, alcune gli si erano conficcate nel volto, … era sfinito. Il patibulum – la parte orizzontale della croce – che era appoggiato sulle sue spalle e sul collo, legato ad ambedue le sue braccia, gli impediva di ripararsi il volto nelle cadute e di rialzarsi.

Non lo conoscevo, ma non potevo rimanere indifferente di fronte alla sofferenza di quell’uomo.

Le guardie, vedendo che non si riusciva a procedere, lo slegarono, lo liberarono dal pesante fardello e si guardarono intorno. Mi videro che guardavo con compassione quell’uomo, e con cinismo, con prepotenza, mi ordinarono di prendere su di me il patibulum e di portarlo fino al luogo del supplizio. Cercai di evitarlo, di dire che mi aspettavano a casa, che non volevo essere coinvolto, ma mi obbligarono con la forza.

Così mi trovai a far parte di quel corteo e a camminare dietro quell’uomo verso cui tutti gridavano e inveivano. Dalle parole che venivano urlate, capii che era il profeta galileo di cui tanto si era parlato anche a Gerusalemme; i suoi discepoli, solo qualche giorno prima, lo avevano accolto esultanti al suo ingresso in città; ora si trovava solo e in balia di un mucchio di gente che gli urlava contro.

Arrivammo al Golgota, il luogo delle esecuzioni appena fuori dalla città. Depositai il patibulum a terra e rimasi ancora un po’ in quel luogo, per riprendere fiato e per cercare di capire meglio. Fu allora che sentii quelle parole, appena sussurrate, che, come una litania, uscivano dalla bocca del profeta galileo: “Padre perdonali, non sanno quello che fanno”.
Quelle parole furono come una spada a doppio taglio che mi penetrava nel cuore.
Quell’uomo ingiuriato, percosso, maltrattato, destinato alla morte più orrenda che si poteva pensare, invocava Dio – che chiamava Abbà, come anche i miei figli chiamavano me – e gli domandava di perdonare i suoi uccisori.
I suoi occhi si voltarono per un attimo verso di me: esprimevano riconoscenza, ma anche tenerezza per me, per il mio dolore nel ricordo della morte di mia moglie.
Lui vedeva il mio dolore, lo sentiva come fosse il suo.
Mai un uomo mi ha guardato come quell’uomo mi guardò quel giorno!

Me ne tornai a casa. In seguito, seppi che era morto dopo poche ore.
Qualche giorno dopo sentii alcuni dire che il suo corpo era stato trafugato da sepolcro, ma sembrava una delle tante chiacchiere messe in giro appositamente per confondere le acque: con la sua morte, infatti, le tensioni non si erano ancora placate.
Un paio di mesi dopo questi fatti, nella festa di Pentecoste, che ricordava il dono della Legge fatto ai padri sul monte Sinai, i suoi discepoli cominciarono a predicare sulla piazza. Mi trovavo anche io tra quella gente di lingue diverse che ascoltava la parola di quel pescatore della Galilea che tutti chiamavano Pietro.
Anche io sentii il mio cuore trafitto dalle parole di Pietro che raccontava di Gesù, il profeta che aveva compiuto segni e prodigi, che dopo la morte in croce era risorto. I suoi discepoli affermavano di averlo visto vivo dopo la morte e di aver mangiato con lui. Non so perché, ma quella parola mi sembrava credibile, mi sembrava una sorgente di speranza per me e per i miei figli Alessandro e Rufo ancora feriti dalla morte di mia moglie.
Per questo, quel giorno stesso ci facemmo battezzare nel nome di Gesù ed entrammo – tra i primi – a far parte della comunità dei discepoli di Gesù, impegnandoci noi pure ad annunciare il Vangelo.
Potevo raccontare che anche io avevo conosciuto Gesù, lo avevo incontrato negli ultimi momenti della sua vita, avevo ascoltato con le mie orecchie una parola che aveva trafitto il mio cuore; i nostri occhi si erano incrociati e avevo visto in quegli occhi la profondità dell’amore di Dio per tutti gli uomini.
Quando Pietro partì per la missione, lo abbiamo seguito, insieme a Giovanni Marco fino a Roma, la capitale dell’Impero, dove venne fondata una piccola comunità tra gli Ebrei lì residenti.

Preghiera di/a Simone il Cireneo

Ho sempre amato la libertà e ho sempre vissuto da uomo libero,
ma quel giorno sono stato costretto dai soldati a portare quella croce.
Tornavo dal mio lavoro, non volevo farmi coinvolgere,
ma i soldati, con la forza, mi hanno costretto a portare la croce.
Mi sono trovato ad accompagnarti, Signore, negli ultimi passi
di un cammino che – in seguito ho saputo – era iniziato da molto lontano.
Mi sono trovato, non per mia scelta,
ad obbedire a parole che tu avevi detto,
ma che io non avevo ascoltato:
Chi vuole essere mio discepolo, prenda la sua croce e mi segua”.

Quel giorno la mia vita è cambiata, ma l’ho compreso solamente dopo.
Quel giorno ero ignaro di stare accanto al Figlio di Dio,
ma l’ho compreso dopo: il Signore che pensavo lontano da me,
offuscato per il dolore a causa della morte di mia moglie,
mi ha voluto accanto a sé nel momento più importante della sua vita.
Signore, grazie per quella croce che mi hai concesso di portare per te e accanto a te.

Da quel giorno ho compreso cosa significa amare: l’ho imparato da te.
Amare è donare. Amare è perdonare. Amare è morire per vivere.
Oggi non ho paura della croce e scelgo di portarla ogni giorno,
scegliendo ogni giorno di amare.
Quella croce, segno di morte e di violenza, è divenuto l’albero della vita,
la testimonianza di amore dei tuoi discepoli, chiamati a vivere nel mondo
come testimoni dell’amore che hanno ricevuto
e che possono condividere attraverso il servizio ai più piccoli e ai più poveri.

Anche voi, fratelli e sorelle che vi preparate a celebrare la Pasqua,
prendete su di noi la croce del Signore:
non per esibirla,
non per brandirla come un’arma contro qualcuno,
ma per fare memoria in voi stessi,
che siete stati generati dall’amore
e siete chiamati a generare nell’amore i piccoli e i poveri
che la Provvidenza vi pone accanto.

Simone di Cirene, sii nostro maestro e nostro amico,
aiutaci a prendere la croce del Signore
nelle circostanze della vita che si presentano davanti a noi.
Aiutaci a vivere ogni situazione della nostra vita,
anche quelle in cui ci sentiamo costretti e poco liberi,
come un’opportunità per amare,
e sarà proprio lì che vivremo totalmente la nostra libertà,
quella che nessuno può toglierci.

Simone di Cirene, compagno di strada del Signore
negli ultimi passi del suo cammino,
prega per noi.

Bologna, 12 aprile 2022
Comunità Capi Gruppo Agesci Bologna 10
Don Andrea: aereg@emiro.agesci.it

Piccole luci nell’ora delle tenebre

Questa è l’ora vostra e il potere delle tenebre

Questa frase pronunciata da Gesù nel momento dell’arresto nell’orto del Getsemani mi sembra possa costituire la chiave di lettura per tutto il racconto della passione che segue, fino alla sepoltura di Gesù.
Nel vangelo secondo Luca molte volte viene messa in rilievo l’innocenza di Gesù di fronte alle accuse che gli vengono rivolte. Tutto sembra orchestrato da un potere più grande, indifferente alla proclamazione della sua innocenza. Nel racconto, Gesù risulta è vittima innocente del complotto del Sinedrio, dell’ignavia di Pilato e della superficialità di Erode… sono i mezzi concreti di cui “il potere delle tenebre” si serve per ottenere la morte di Gesù.

Eppure in questo racconto, dominato da un potere perverso che sembra spazzare via tutto – compresa la fedeltà dei discepoli più vicini a Gesù -, ci sono delle piccole luci che, pur non riuscendo a contrastare in modo risolutivo il potere del male, segnano dei punti di riferimento per noi che – pure – viviamo in tempi particolarmente tenebrosi.

La prima piccola luce è il pianto di Pietro. Il suo non è un pianto di disperazione, ma il pianto di un uomo che, pur avendo fatto esperienza della sua fragilità di fronte alla minaccia della morte, ha incontrato lo sguardo di Gesù che era fisso su di lui. Ha fatto l’esperienza di quello sguardo di Dio che non ci abbandona, che ci viene a cercare, che rimane fisso su di noi soprattutto quando siamo nel pericolo (Cfr. Sal 23; Sal 139; Sal 91). Il pianto di Pietro è una luce perché ci rivela il “potere” dell’amore fedele di Dio che è più grande delle tenebre in cui l’uomo rischia di perdersi, rendendolo saldo quando si trova ad essere debole (come aveva sperimentato quando aveva tentato di camminare sull’acqua Cfr. Mt 14,30-31).

La seconda luce è il pianto delle donne che accompagnano il cammino di Gesù verso il Calvario. In mezzo a tanta gente che urla e strepita con violenza, qualcuno si commuove di fronte all’ingiustizia, qualcuno non rimane indifferente. Fino a quando le lacrime sgorgano dagli occhi di un uomo di fronte al male, abbiamo una speranza. Vengono in mente le parole di papa Francesco nel suo primo viaggio a Lampedusa: “domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?“.

La terza piccola luce è Simone di Cirene, un uomo qualunque di cui però il Vangelo ci riporta il nome (l’evangelista Marco ci dice anche che era padre di Alessandro e Rufo, probabilmente due persone conosciute dalla comunità destinataria del vangelo). Simone tornava dal lavoro e viene costretto a portare la croce seguendo Gesù. Simone non si ribella a quel comando e vive concretamente la parola che Gesù aveva rivolto a tutti i suoi discepoli: Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua (Lc 9,23). La vita ci mette davanti a delle situazioni che non sempre abbiamo scelto, ma rispetto alle quali possiamo scegliere di metterci in gioco senza subirle.
(Consiglio la visione di questo breve brano di musical, realizzato dalla Chiesa evangelica, che elabora una bella narrazione sulla figura di Simone di Cirene: Il segreto del Cireneo).

La quarta luce è la parola di Gesù che, giunto al Calvario ripete come una litania (notare l’uso dell’imperfetto) l’invocazione del perdono per coloro che stanno per ucciderlo. Di fronte a tutta quella ingiustizia e a quella violenza Gesù ci rivela il suo cuore. Il nome che gli è stato attribuito fin da prima della sua nascita ci ricorda la sua missione “egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,21); quella profezia ora si compie, e Gesù è totalmente concentrato sulla sua missione.

La quinta luce è l’invocazione di Disma, “il buon ladrone”, che invoca il ricordo di Dio di fronte alla morte. E’ la preghiera di chi professa la fede nella risurrezione perché – come ricordano i Salmi 16 e 130 – confida che il Signore sappia andare oltre le colpe e non abbandonare negli inferi la vita di chi spera in lui. Disma sa riconoscere in Gesù colui che ha la possibilità di aprirgli le porte della misericordia di Dio… e Gesù conferma la sua preghiera.

La sesta luce viene dalle parole del centurione che, essendo testimone di quanto è accaduto, dà gloria a Dio proclamando la giustizia di Gesù. Chi non è cieco, anche nelle tenebre, riconosce ciò che è giusto e non si lascia confondere.

L’ultima luce ci è data da Giuseppe d’Arimatea, un membro del Sinedrio che si era opposto alla condanna di Gesù, ma non era riuscito ad evitare la sua morte. Giuseppe, uomo buono e giusto, si espone per custodire il corpo di Gesù. Forse Giuseppe era riunito a tavola con gli altri discepoli quando Gesù ha pronunciato quelle parole misteriose spezzando il pane e distribuendo il calice. Giuseppe sente di dover fare qualcosa per “mettere al sicuro” il corpo del Signore. Quando ogni speranza sembra ormai svanita, Giuseppe si mette in gioco guidato dalla bontà, dalla giustizia, dalla pietà per dare sepoltura a Gesù. Sappiamo quanto questo gesto sarà decisivo per la testimonianza della risurrezione.

Tenebre e luce.
Anche a noi sembra di vivere un tempo tenebroso che ci spaventa e annichilisce con il suo potere terrificante.
Le luci artificiali, da cui il nostro mondo è gravemente inquinato, non riescono ad illuminare il nostro cammino. Abbiamo bisogno di altre luci che, sebbene piccole, facciano davvero la differenza nelle tenebre del mondo; sono luci che splendono sul volto di persone luminose, persone che non hanno rinunciato alla loro umanità, che non hanno smesso di sperare nella “potenza” diversa dell’amore che non contrasta la violenza delle tenebre attraverso l’opposizione, ma penetra e si diffonde tenuamente impedendo alle tenebre il dominio totale sulla realtà; sono persone che vivono la fede e la speranza. Queste piccole luci, che non vengono meno neanche quando il sole si eclissa, rappresentano il riflesso dell’azione di Dio che agisce in modo misterioso e diverso rispetto alla violenza del mondo, e testimonia la sua presenza fedele anche nei momenti più bui della vicenda umana.
Quelle piccole luci risplenderanno ancora di più nel fulgore della Pasqua, luce che vince le tenebre, vita che vince la morte, pace e giustizia che vince ogni violenza.

Noi che siamo i testimoni della Pasqua, siamo chiamati a camminare nelle tenebre delle vicende umane diventando luce, secondo l’invito di Gesù.
Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita“. (Gv 8,12) Voi siete la luce del mondo; … risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli. (Mt 5,14.16)

Io cosa posso fare?

Le notizie che arrivano dal teatro di guerra in Ucraina sono sempre più sconvolgenti; le immagini di una crudezza scioccante. Questa situazione ci annichilisce e ci fa sentire totalmente impotenti: non ne siamo abituati! Cerchiamo in modo più o meno compulsivo gli aggiornamenti sulla situazione, vivendo l’illusione che essere informati, il più informati possibile, ci consenta di capire l’incomprensibile, ci dia una sorta di dominio su una vicenda che rischia di travolgere tutto.

Rimane la domanda: cosa posso fare io nel mio piccolo?
Mi devo rassegnare cinicamente a questa impotenza radicale?
Come posso diventare parte attiva per contribuire al processo di pace ed uscire da questo stato di annichilimento?

Queste domande sono le domande di molti; sono le domande che muovono tanti a mettersi in movimento in modo vario, a volte un po’ naif, per fare qualcosa, per non rimanere inerti. Le risposte che vengono date sono tante: chi è sceso in piazza per manifestare per la pace, chi si è buttato nella raccolta di generi di prima necessità da spedire in Ucraina, chi ha aperto la propria casa, chi è partito con un pulmino verso la Polonia per portare in salvo qualcuno…
C’è stata la carovana della pace che ha organizzato un blitz a Leopoli, volendo replicare la marcia a Sarajevo del dicembre 1992… in questo link il racconto di Giulio Boschi del movimento dei Focolari di Bologna, che vi ha partecipato.

Ma io cosa posso fare per la pace?

Mi sono venute in mente cinque cose che posso fare e che mi sembra possano avere una reale incidenza sulla situazione della guerra.

1. Il mio stile di vita. Credo che il fatto che ci sia una guerra non possa non incidere nel mio stile di vita quotidiano. Non posso pensare che, mentre c’è una guerra in cui migliaia di persone si trovano in gravissima difficoltà e precarietà, la mia vita proceda come se nulla fosse. Cosa significa per me vivere questi giorni a partire dal fatto che c’è una guerra in corso che sta sconvolgendo l’Europa e tante altre che stanno sconvolgendo il mondo? Cosa significa nella gestione del mio tempo, del mio denaro, delle mie risorse personali? Come cambiano le mie giornate e le priorità della mia vita? E’ molto importante per me dare una risposta a queste domande per non rimanere inerte.

2. Fare il mio dovere con zelo. La situazione della guerra sconvolge l’ordinario e sembra rendere inutile (a volte ridicolo) l’impegno quotidiano nel lavoro. Non è vero! Se io continuo quotidianamente a fare il mio lavoro con zelo, sapendo che attraverso il mio lavoro io contribuisco al bene comune, io contribuisco alla crescita della pace. Infatti se la guerra è disordine totale, io con il mio lavoro (qualunque questo sia), contribuisco a far sì che sia garantita un’armonia ordinata e che qualcuno possa godere del mio impegno. Anche questa è la pace.

3. Costruire la pace nelle mie relazioni quotidiane. Sarei un ipocrita a desiderare la pace in Ucraina, a pregare per la pace, se non fossi disponibile a vivere relazioni rappacificate nella mia vita quotidiana. La pace passa fondamentalmente dalla disponibilità alla riconciliazione, alla correzione fraterna, alla cura per le relazioni, al rispetto per le persone e per la loro dignità. La pace inizia da me, dalla scelta di deporre le mie armi e percorrere la via del dialogo quando mi trovo a vivere in una situazione di conflitto che mi coinvolge.

4. L’accoglienza e la condivisione. La guerra genera povertà e precarietà. La guerra genera morte, separazione, distruzione… e molti bisogni. L’enorme numero di profughi che ogni guerra genera chiede di impegnarsi nell’accoglienza e nella condivisione perché ognuno possa essere sostenuto nei suoi bisogni primari. A fronte di uomini e sistemi che minacciano la mia vita e quella dei miei cari, trovo altri uomini e comunità che mi accolgono e hanno cura di me, che mi guardano con occhi di tenerezza e si muovono per me.
Ci sono molti modi di accogliere e condividere: ognuno può vivere questa disponibilità secondo le proprie possibilità, la propria vocazione e lo specifico impegno a livello sociale ed ecclesiale, provando a ragionare anche sulla lunga distanza.
Guardo con ammirazione sia coloro che aprono le loro case, come coloro che accolgono nelle loro scuole i bambini che arrivano in Italia; penso a coloro che aiutano nelle pratiche burocratiche connesse all’accoglienza, e a coloro che – con pazienza – si fanno mediatori per trovare la situazione migliore e corrispondente ai desideri di coloro che approdano da profughi nel nostro Paese. Penso a chi ha deciso di condividere il proprio denaro, rinunciano a cose più o meno necessarie. Tanti e diversi modi di accogliere e condividere. Anche questo costruisce la pace.

5. La preghiera. Forse non tutti lo comprendono, ma la preghiera, come ho già scritto, non è il modo per delegare a Dio la soluzione dei problemi del mondo, ma è la via per lasciarsi trasformare da Dio, per crescere nella fiducia, nella speranza, nella fraternità e nella riconciliazione.
Nella preghiera chiedo a Dio la pace per tutti; chiedo al Signore di vivere da fratello di ogni uomo e ogni donna; chiedo di essere capace di condivisione; continuo a sperare in un mondo che non è rassegnato e succube della “logica di Caino”.
La preghiera mi pone di fronte al Padre, accanto a Gesù, mi immerge nello Spirito Santo e mi aiuta a comprendere quale sia la mia vocazione in questa circostanza drammatica; mi consente di relativizzare il mio pensiero perché non sempre è illuminato dal Vangelo.
La preghiera mi aiuta a recuperare la fiducia e la speranza in Dio, il Signore della storia, capace di aprire il mare e di condurre il suo popolo nel deserto nutrendolo lungo il cammino per quaranta anni; capace di fiducia nell’uomo nonostante le sue ripetute manifestazioni di stupidità.
Attraverso la preghiera – cosa più importante – affermo che Dio non ha abbandonato il mondo e l’umanità alla sua stoltezza e al suo peccato, ma ancora e sempre rimane presente accanto a noi, soprattutto accanto a coloro che, nella loro povertà e miseria, levano a Dio il loro grido di aiuto. Attraverso la preghiera io contribuisco a manifestare la presenza di Dio nel mondo e unisco la mia voce a quelle di tutti i poveri e le vittime che invocano la giustizia, la salvezza e al pace.

Io non siedo al tavolo dei grandi, di quelli che decidono le sorti della storia.
Io non ho potere per imporre la pace, né l’autorità per fare cessare le guerre.
Io non ho la forza per contrappormi al male quando si manifesta in modo così forte, né la capacità di risolvere i gravi problemi delle vittime della guerra.
Ma nel mio piccolo posso fare qualcosa per la pace, posso mettere il mio impegno perché le cose vadano diversamente a partire da quella piccola parte di mondo in cui ho delle effettive responsabilità.
Il Signore ci aiuti a credere nel valore del nostro impegno che, offerto a lui come i nostri cinque pani e due pesci, può contribuire a manifestare la presenza di Dio nel mondo.

Perché se ognuno fa qualcosa, insieme possiamo fare molto” (beato Pino Puglisi, martire).

La pietra non scagliata

Vorrei tornare sul Vangelo che abbiamo ascoltato domenica scorsa e sulla famosa frase pronunciata da Gesù di fronte agli accusatori della donna adultera: “Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei” (Gv 8,7).
Non ci è difficile essere solidali e compassionevoli con quella donna che quella turba di uomini (maschi) voleva lapidare; tanto più che essi la portano da Gesù con malizia, usandola come pretesto per accusare Gesù: quanta violenza verso di lei!
Eppure il loro comportamento corrisponde non solamente alla Legge di Mosè, ma anche ad una mentalità che – guardando bene – si trova anche dentro di noi.

Afferma il libro del Deuteronomio: Quando un uomo verrà trovato a giacere con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che è giaciuto con la donna e la donna. Così estirperai il male da Israele (Dt 22,22).
Mettendo da parte il non piccolo problema che nel racconto di Giovanni è solo la donna che viene portata davanti a Gesù, e, visto che era stata sorpresa in flagrante, doveva essere molto chiaro anche chi fosse l’uomo coinvolto nell’adulterio, quello che mi interessa nella citazione del Deuteronomio è la motivazione che sostiene una sanzione così dura: estirpare il male dal popolo.
La lapidazione, o in generale la pena di morte, che ricorre in tantissimi casi previsti dalla Legge di Mosè, rispondeva a questa motivazione molto importante: estirpare il male da Israele per custodire al santità del popolo di Dio; ed è proprio contro questo pensiero – presente anche dentro di noi – che Gesù apre una via nuova: il male non si vince combattendolo con la violenza (con il male) quando si manifesta fuori di noi, nelle altre persone, ma si sconfigge purificando il nostro cuore dall’influenza del male, dalla violenza e dall’adulterio che c’è dentro di noi. E’ il cuore dell’uomo il vero luogo del combattimento.
E’ al cuore che Gesù riporta quelle persone che sono venute per accusare la donna (e per cercare un pretesto per accusare lui). Certamente lei è colpevole, ma il male da Israele non sarà estirpato uccidendo lei, la peccatrice, ma chiedendo a lei e a ognuno di coloro che erano presenti di combattere il male che dimora nel loro cuore. Sembra che l’invito di Gesù sia stato accolto: infatti tutti se ne vanno, cominciando dai più anziani.

Quanti sono quelli che oggi pensano che la guerra in Ucraina si potrebbe risolvere sconfiggendo “i cattivi”, facendogliela pagare duramente? o facendo fuori il “super cattivo” Presidente russo?
Gesù ci riconduce al nostro cuore: il male, la violenza, la guerra, l’adulterio, l’ingiustizia si sconfiggono se li sconfiggi dentro il tuo cuore e se aiuti ogni persona a compiere questo itinerario di riconciliazione.

«Ciò che esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i propositi di male: impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, calunnia, superbia, stoltezza. Tutte queste cose cattive vengono fuori dall’interno e rendono impuro l’uomo». (Mc 7,20-23)

Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti… Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene. (Rom 12,17-18.21)

Citazione “blasfema”

Molti articoli della stampa di oggi, parlando dell’evento organizzato ieri a Mosca per celebrare l’anniversario dell’annessione della Crimea, mettono in evidenza la citazione (“blasfema”) fatta dal presidente Putin del vangelo secondo Giovanni.
Personalmente concordo sul giudizio circa l’abuso grave di un testo del Vangelo, soprattutto di quella frase citata, nel contesto di una celebrazione che ricorda l’invasione di un territorio appartenente ad una altro Stato (che la Russia rivendica come parte della propria nazione, “il mondo russo”) e ancor di più nel contesto di una guerra terribile che sta seminando a piene mani morte e distruzione proprio ad opera della stessa persona che cita il Vangelo. Non c’è alcun dubbio sull’uso improprio delle parole di Gesù. Punto!
Chi volesse proseguire questa riflessione, può leggere l’interessante articolo di Famiglia Cristiana sulla “dimensione mistica” della guerra in Ucraina.

Facendo eco però al Vangelo che ascolteremo nella liturgia di domani (Lc 13,1-9), non posso non domandarmi se quelle stesse parole di Gesù citate da Putin, che io forse ritengo di avere il diritto (e il dovere) di pronunciare, sulle mie labbra non siano altrettanto blasfeme o improprie. Ciò che ci scandalizza, afferma Gesù, dovrebbe provocare la nostra conversione, altrimenti a poco giova il nostro scandalo e il nostro giudizio.

C’è un salmo che mi ferisce ogni volta che lo recito:
All’empio dice Dio: «Perché vai ripetendo i miei decreti e hai sempre in bocca la mia alleanza, tu che detesti la disciplina e le mie parole te le getti alle spalle?
Se vedi un ladro, corri con lui; e degli adùlteri ti fai compagno.
Abbandoni la tua bocca al male e la tua lingua ordisce inganni.
Ti siedi, parli contro il tuo fratello, getti fango contro il figlio di tua madre.
Hai fatto questo e dovrei tacere? forse credevi ch’io fossi come te!
Ti rimprovero: ti pongo innanzi i tuoi peccati».
Capite questo voi che dimenticate Dio, perché non mi adiri e nessuno vi salvi
. (Sal 50,16-22)

Questo ammonimento che Dio rivolge all’empio, lo sento rivolto a me che spesso ho in bocca le parole del Signore e che soffro la mia incoerenza rispetto alla Parola che proclamo e insegno.
Se oggi ci scandalizziamo perché un dittatore ha pronunciato in modo abusante il Vangelo, non possiamo non pensare a tutte le volte che anche noi lo pronunciamo senza che ci sia una vera congruenza tra il Vangelo e la nostra vita. Anche in questo caso, più che lo scandalo vale la conversione!

C’è un’altra serie di parole nobili che in questi giorni vengono usate contro Vladimir Putin per mettere in rilievo la gravità dei suoi gesti: democrazia, rispetto dei diritti umani, rispetto del diritto internazionale … tutti “valori” che Putin ha rinnegato e offeso in modo orribile e senza giustificazione, commettendo crimini di guerra e contro l’umanità (lo stabilirà il Tribunale dell’Aja).
Ma noi?! Noi che ci ergiamo a suoi giudici, siamo sicuri di avere la coscienza a posto e poter scagliare la pietra contro di lui proprio in riferimento a quei valori? Noi che ci facciamo paladini dei diritti e della democrazia siamo proprio sicuri che, oltre ad averli proclamati quei diritti li abbiamo anche difesi sempre ed ovunque?
Penso alle migliaia di persone che si trovano nei campi profughi della Libia, di Lesbo e della Turchia, campi profughi che l’Europa finanzia e sostiene, ignorando i crimini che lì vengono commessi; penso alle centinaia di persone che sono accampate al confine tra Messico e Stati Uniti (ora anche alcuni russi e ucraini) con la vana speranza di poter essere accolti negli USA; penso alla corruzione dilagante nel nostro Paese che lascia ampi margini alla camorra, alla mafia, alla ‘ndrangheta, ai bambini che non sono resi in grado di concludere il percorso scolastico, alla donne vittime della tratta sfruttate per il mercato del sesso; penso ai braccianti agricoli che vengono sfruttati dalle organizzazioni criminali nei campi del Sud Italia perché la grande distribuzione possa mantenere bassi i prezzi e schiacciare la concorrenza del mercato; penso agli scandali della sanità in alcune regioni del nostro Paese… Non serve andare avanti!

Facciamo bene a ricordare il bene rappresentato dalla democrazia e il valore del rispetto dei diritti umani e della dignità delle persone, ma mentre li richiamiamo a Putin, condannandolo per il suo sfacciato spregio di tutti questi valori, ricordiamo che ci sono ampi spazi di miglioramento anche per noi, con una grande esigenza di conversione sia sul piano della fede che su quello dei principi costituzionali.

Non sono pochi gli analisti politici che in questi giorni, chiedendosi perché Putin si sia consentito di compiere l’invasione dell’Ucraina, affermano che ha preso coraggio proprio di fronte all’inconsistenza dell’Europa nel mettere in pratica e difendere sul campo i valori che proclama, preoccupata solo delle logiche economiche nazionali e dei mercati (vedi le reazioni contro Erdogan per ciò che ha operato in Turchia, o contro Assad per ciò che ha commesso – impunemente – in Siria).

Potremo insegnare più autorevolmente ad altri la democrazia e il rispetto dei valori quando li vivremo sul serio, senza il rischio di sembrare ridicoli mentre li richiamiamo ad altri.
Potremo richiamare con trasparenza e serietà chi abusa nel citare il Vangelo quando sarà evidente nella nostra vita cosa significhi vivere quelle frasi di Gesù.
Il nostro scandalo oggi si tramuti in impegno per la conversione!

Resistenza nonviolenta

Come moltissimi sono a disagio di fronte a quanto sta accadendo in Ucraina e mi sento assolutamente impotente. Sono molto preoccupato rispetto alle notizie martellanti che arrivano dagli scenari del conflitto, ma anche per quelle che raccontano delle scelte dei governi europei che, oltre a importanti sanzioni economiche, decidono di inviare uomini e armi “alla resistenza Ucraina”. Rispetto a queste scelte condivido il pensiero delle associazioni e movimenti pacifisti italiani di cui ho ritrovato traccia su “Avvenire”: portare armi in Ucraina, anche se sembra una scelta logica e corrisponde alle richieste che arrivano da quel Paese, inevitabilmente alimenta il conflitto. Questa scelta mi mette a disagio anche perché rafforza l’idea diffusissima in questi giorni, che alla guerra si risponda solo con la guerra, condannando come ingenuità ogni pensiero alternativo in proposito, come la prospettiva di una risposta nonviolenta (“Scegliere la pace non significa disertare” – Nichi Vendola su Huffington post).

E’ vero quanto si afferma su questo testo pubblicato da “Il Manifesto” che la nonviolenza attiva ha il suo campo d’azione privilegiato nella prevenzione della guerra, sostenendo la via del dialogo e dell’educazione ad una cultura di pace, ma voglio credere che, anche quando il conflitto è in atto, sia possibile proporre un’alternativa alle armi e alla violenza, seppure agita come legittima difesa.

Il 2 marzo, giornata di digiuno e di preghiera, nella comunità del Seminario regionale abbiamo vissuto in ritiro e silenzio intorno ad un solo versetto del profeta Geremia (6,16): Così dice il Signore: “Fermatevi nelle strade e guardate, informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita”.
Tre azioni molto importanti, sia per iniziare il tempo della Quaresima, sia per pensare a quanto sta accadendo intorno a noi. Particolare attenzione ha destato in me l’ultima delle azioni suggerite da Geremia -informarsi sui sentieri del passato -, perché promette di trovare pace per la nostra vita.

Provvidenzialmente, in queste settimane, ho avuto l’occasione di approfondire la conoscenza di due belle figure della storia della Chiesa che conoscevo abbastanza poco. Si tratta di due vescovi proclamati santi, che hanno vissuto il loro ministero episcopale in una situazione caratterizzata da grande violenza e ingiustizia, ma che hanno saputo lasciare un’importante testimonianza di impegno per la pace, scegliendo la via della nonviolenza. La Chiesa li ha proclamati santi, modelli autentici del Vangelo vissuto.

Card. Clemens August Von Galen

Beato Clemens August von Galen, vescovo di Münster dal 1933 al 1946.
Il cardinale Clemens August von Galen visse tutto il suo ministero episcopale in Germania, durante il governo nazionalsocialista, al quale si oppose con fermezza, richiamando i principi del rispetto dovuto ad ogni persona, indipendentemente dalla razza, dalla religione o dallo stato di salute. Facendosi forza sulla Costituzione e sulla legge dello Stato, denunciò più volte alla magistratura gli abusi e le violenze operate dal sistema nazista e dalla Gestapo. Rischiò più volte di essere arrestato, ma, a causa del grande sostegno della gente della sua diocesi e delle sue origini nobili (era un conte), il regime non osò agire in modo plateale contro di lui. Sono famose tre sue omelie “di fuoco” che pronunciò in tre domeniche successive nell’estate del 1941. In particolare mi ha molto colpito la seconda, che richiama in modo molto colorito l’efficacia della resistenza nonviolenta a fronte delle violenze perpetrate e delle ingiustizie subite. Il vescovo von Galen usa l’immagine dell’incudine e del martello.

Noi cristiani non facciamo alcuna rivoluzione. Continueremo a svolgere fedelmente il nostro dovere obbedendo a Dio per amore del nostro popolo e della nostra patria… Ci rimane un solo modo per combattere: resistere, con forza, con tenacia, con inflessibilità!
Farsi duri! Rimanere solidi! In questo momento non siamo il martello, ma l’incudine. Altri, per lo più estranei e rinnegati, ci prendono a martellate, e vogliono con l’uso della violenza forgiare in modo nuovo il nostro popolo, noi stessi e la nostra gioventù, farci deviare dal retto atteggiamento di fronte a Dio.

Chiedetelo al fabbro e fatevelo dire da lui: ciò che viene forgiato sull’incudine riceve la sua forma non solo dal martello, ma anche dall’incudine. L’incudine non può, né ha bisogno di ribattere; deve solo essere solida, dura. Se è sufficientemente resistente, solida, dura, l’incudine resiste di solito più a lungo del martello. Per quanto il martello possa colpire con violenza, l’incudine se ne sta lì nella sua tranquilla compattezza e servirà ancora a lungo a dare forma a quello che sarà forgiato di nuovo
Noi siamo l’incudine non il martello. Purtroppo non potete sottrarre i vostri figli alle martellate dell’avversione alla fede e alla chiesa. Anche l’incudine, però, può contribuire a plasmare. La vostra casa, il vostro amore e la vostra fedeltà di genitori, la vostra vita cristiana esemplare siano l’incudine resistente, solida, dura e incrollabile che riceve l’urto dei colpi nemici, che sempre ravviva le ancora deboli energie dei giovani e li conferma nel santo proposito di non farsi allontanare dalla via che porta a Dio. (Mons. Clemens August Von Galen, Omelia nella Uberwasserkirke a Munster il 20 luglio 1941).

Come si risponde alla violenza del martello? Attraverso la solidità della propria vita, la correttezza delle proprie azioni, la testimonianza concreta e fattiva di una vita orientata ai valori che costruiscono la pace. Tale solidità non è affatto passiva: come l’incudine contribuisce a plasmare e forgiare pur rinunciando alla violenza. E’ un’immagine molto bella ed evocativa del valore della resistenza nonviolenta.

Sant’Oscar A. Romero

Sant’Oscar Arnulfo Romero, vescovo di San Salvador dal 1977 al 1980
La vicenda del vescovo Romero e il suo martirio sono molto più conosciuti, ma è anche molta la mitologia che si è diffusa sulla sua persona e sulle sue presunte affezioni ai movimenti rivoluzionari salvadoregni, che lottavano contro il governo e lo strapotere dei latifondisti. Una ricerca storica molto più accurata, condotta per anni e sostenuta da testimonianze, nonché dall’analisi dei suoi scritti e dei suoi discorsi, ha dimostrato che mons. Romero ha sempre condannato chiunque operasse la violenza, fossero questi i militari del governo di estrema destra o i gruppi rivoluzionari di matrice marxista.
Nel suo ministero episcopale, mons. Romero, uomo di natura molto mite, ha cercato sempre la via del dialogo e ha predicato la necessità sia della conversione personale da tutto ciò che ci orienta verso la violenza e l’odio del prossimo, sia della conversione sociale da tutte le strutture di ingiustizia che provocano sofferenza e povertà. Riporto alcuni passaggi presi dalle sue lettere.

Per molti anni nella Chiesa siamo stati responsabili del fatto che molte persone vedessero nella Chiesa un’alleata dei potenti in campo economico e politico, contribuendo così a formare questa società di ingiustizie in cui viviamo. Ma diciamo grazie al Signore, che continua senza sosta a chiamare i suoi figli alla conversione. E la Chiesa salvadoregna sta cercando di convertirsi al Vangelo. E’ la nostra battaglia attuale.
Io, personalmente, voglio essere uno strumento fedele e docile all’azione dello Spirito Santo in questi tempi; presto la mia voce al Signore per essere “la voce di chi non ha voce”. E’ giunto il momento in cui ognuno di noi cristiani deve rispondere alla chiamata del Signore…

Dio sta parlandoci attraverso gli avvenimenti, le persone. Ci ha parlato attraverso padre Rutilio, padre Navarro (due preti assassinati), i contadini… Ci parla attraverso la pace, la speranza che sentiamo anche in mezzo a tanti patimenti.
La situazione attuale suscita davvero preoccupazione: all’interno di uno stesso Paese vediamo sanguinose lotte tra fratelli. Nel nostro ambiente ciò è dovuto all’egoismo di coloro che comandano e possiedono. Essi costruiscono il regno dell’ingiustizia, …

Davanti alla situazione politica del nostro Paese, la Chiesa persevera nel suo richiamo alla conversione, affinché si estingua ogni atto di odio e di vendetta, e si cerchi la via della giustizia e dell’amore come unico processo verso l’autentico benessere. (Oscar A. Romero, «La chiesa non può stare zitta». Scritti inediti 1977-1980, EMI 2015)

informatevi dei sentieri del passato, dove sta la strada buona percorretela, così troverete pace per la vostra vita. (Ger 6,26)
I sentieri del passato ci parlano di molta violenza, di guerre, di ingiustizie che hanno caratterizzato ogni epoca della storia; ma il giudizio pressoché unanime, rispetto a quanto è avvenuto nel passato, è che non sia stata affatto una strada buona. Le migliaia di persone che in questi giorni sono scese in piazza in ogni parte del mondo, per manifestare il desiderio di pace, l’orrore verso la violenza e la guerra, confermano quel giudizio che la storia ha dato.
Tra tanta violenza, nei “sentieri del passato”, possiamo scorgere la testimonianza di uomini e donne che, di fronte alla guerra, alla violenza e all’ingiustizia, non si sono arresi alla logica apparentemente ineluttabile della violenza, hanno scelta la via della resistenza nonviolenta e attiva. Hanno rischiato, hanno sacrificato la loro sicurezza e la loro vita, rifiutando di sottostare alla logica dell’odio e della vendetta, combattendo in modo nonviolento contro l’ingiustizia, la violenza ideologica e egoista. La storia ha dato su di loro un giudizio buono: li ha riconosciuti come “strada buona” per poter conquistare la pace che desideriamo.
Questi due vescovi, tra tanti, con la loro chiara appartenenza alla Chiesa e al loro popolo, ci testimoniano, pur in modo e in circostanze molto diverse, che la via della pace passa attraverso una scelta nonviolenta, attraverso la denuncia attenta e competente dell’ingiustizia, attraverso il dialogo con chiunque voglia condividere il desiderio della pace.

Mentre lavoravo a questo articolo, ho trovato in rete questa bellissima vignetta di Mauro Biani, che, nel centenario della nascita (1921-2021), ricorda Sophie Scholl, una straordinaria giovane testimone di nonviolenza e di pace nella Germania nazista, uccisa insieme al fratello e agli amici della Rosa Bianca. Ogni volta che incontro la sua storia mi commuovo per la sua forza e per la sua dolcezza.


Chiudo con questa bellissima immagine per ricordare a me stesso e ad altri che come loro ci hanno creduto, così anche noi possiamo tentare di percorre vie diverse rispetto a quelle che tutti ritengono “semplicemente logiche”. Conosciamo quella logica e sappiamo dove conduce: la storia ce lo insegna!
Anche se saremo considerati degli ingenui, essendoci “informati sui sentieri del passato“, riconosciamo la via buona che ci conduce alla pace che desideriamo per noi e per tutti e mettendo in gioco noi stessi, ci impegniamo a perseguirla.

Digiunare per la pace

Il Papa ha chiesto di dedicare la giornata del 2 marzo alla preghiera e al digiuno per la pace. Vorrei recuperare brevemente il valore del digiuno e il suo significato in questa giornata particolare.

Noi siamo quello che mangiamo. Il cibo non è solamente il “carburante” del nostro organismo, ma esprime la nostra cultura, la nostra spiritualità, il nostro modo di stare nel mondo. Attraverso il cibo che assumiamo e secondo il modo in cui noi lo assumiamo, esprimiamo molto del nostro essere e delle relazioni che viviamo.
Il mangiare non soddisfa solamente un bisogno essenziale, ma spesso diviene il modo più immediato di soddisfate desideri, di trovare consolazione, di manifestare i nostri sentimenti (gioia e rabbia). Il cibo che assumiamo non soddisfa solo la fame naturale, ma – almeno simbolicamente – viene ad avere a che fare con molte altre fami che ci caratterizzano e che parlano di noi.

Il digiuno è un gesto forte perché è la libera scelta di privarsi non solo del superfluo, ma di ciò che è essenziale (il cibo). Chi digiuna decide di provare il senso della fame, di “far gridare” quella parte di noi stessi che – giustamente – richiede del cibo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci fa sperimentare in modo evidente la nostra fragilità e ci “smonta” da tutta una serie di presunzioni che noi cerchiamo di confermare: il digiuno ci rende più umili.
Ascoltare un po’ la voce della fame che si alza dentro di noi ci aiuta a ricordare che non è affatto scontato che ogni giorno io possa disporre del cibo necessario per saziare la mia fame: il digiuno ci rende più consapevoli e più grati dei doni che abbiamo.
Ascoltare la voce della fame che si alza dentro di noi ci consente di ascoltare anche le altre “fami” che spesso gridano e che noi tacitiamo mettendo qualcosa in bocca. Quelle fami ci parlano della nostra cupidigia, della nostra violenza, ci mostrano la nostra ingordigia e lo stare nel mondo avanzando delle pretese capricciose. È proprio da questa ingordigia (che la Bibbia chiama concupiscenza) e da queste pretese che nascono le guerre. Il digiuno ci mostra chi siamo.

Rendersi conto di cosa generi la violenza, la prevaricazione dei diritti altrui, la presunzione di poter fare quello che io voglio, … e scoprire che quel virus è presente proprio dentro di me, è molto importante per pregare con verità per la pace.

Vivere il digiuno per la pace non è un tributo che si paga a Dio per ottenere ciò che imploriamo, ma è un atto terapeutico che ci aiuta a riconoscere che ciò che genera la guerra è dentro di noi ed è lì che dobbiamo chiedere al Signore di portare la pace. Se ogni uomo e ogni donna pacificherà il suo cuore, allora avremo speranza di pace.
Dal digiuno nasce anche la solidarietà e la fraternità per i fratelli e le sorelle che non hanno il necessario per vivere perché diviene condivisione dell’essenziale. Il digiuno mi fa sentire più uguale agli altri, mi consente di alzare lo sguardo per vedere il volto di coloro che hanno fame non per loro scelta, ma perché vittime di una mancanza di condivisione dell’essenziale.

Oggi 2 marzo, con tanti altri fratelli e sorelle, amici e amiche, vivremo una grande preghiera e il digiuno per la pace, perché sorga in noi stessi e nel mondo.

Pregare per la pace

Da giorni rimbalzano su tutti i media gli inviti ad una preghiera sempre più intesa per la pace. Oggi , dopo le notizie degli attacchi russi in Ucraina, molti hanno preso l’iniziativa e hanno organizzato momenti di preghiera per la pace.
Sento il bisogno di ricordare a me stesso e condividere con gli amici alcune verità importanti legate alla preghiera:
– La preghiera non è una parola magica, ma porta a fare nostro il desiderio di Dio sul mondo; sappiamo che Dio desidera la pace, l’unità, la fraternità. Pregare per la pace significa entrare nel cuore di Dio che per primo la desidera. Ma la pace che Dio desidera non è solo l’assenza del conflitto armato che ci terrorizza. La pace che Dio vuole è fondata sul perdono, sulla condivisione, sulla giustizia, sull’accoglienza e la solidarietà fraterna. Quando preghiamo per la pace chiediamo tutto quello che Dio vuole per il mondo e ci rendiamo responsabili perché accada.
– Pregare per la pace significa riconoscere il mio bisogno di conversione da tutti gli atteggiamenti violenti, prepotenti ed ingiusti che conservo nel mio cuore; non si può pregare per la pace e conservare il rancore, tollerare comportamenti violenti, sostenere ciò che sappiamo essere ingiusto. La pace richiede la nostra conversione. La pace chiede un impegno a purificare la nostra mente, il nostro cuore, i nostri occhi le nostre labbra, le nostre mani, il nostro ventre da tutto ciò che dice violenza e opposizione: i nostri pensieri, i nostri affetti, i nostri sguardi, le nostre parole, le nostre azioni e i nostri bisogni devono essere purificati dalla violenza, perché è lì che si annida la guerra. La preghiera per la pace significa purificare noi stessi.
– Il Padre che vuole la pace per gli uomini ha testimoniato il suo impegno mettendo in gioco il Figlio amato. Molti genitori coinvolti nell’ideologia della guerra sono disposti a sacrificare i loro figli nella guerra se questa ottiene i risultati che sperano. Noi che desideriamo la pace, cosa siamo disponibili a sacrificare per ottenerla? Pregare per la pace significa essere disponibili a lottare per essa, sacrificare noi stessi e quanto amiamo per essa. La pace ha un prezzo che, chi prega, deve essere disponibile a pagare.
– Il segno del digiuno legato alla preghiera ci aiuta a riconoscere che l’invocazione della pace non è solo un pensiero o una parola, ma deve segnare il nostro corpo; come la guerra con la sua violenza ci priva di molto; per il desiderio di pace ci priviamo di qualcosa che doniamo per amore. La preghiera per la pace apre necessariamente al dono di sé e di quanto possediamo.

E se tutto questo non c’è possiamo pregare per la pace?
Certo chiedendo al Signore che ci aiuti a portare la pace in noi stessi, esprimendo al Signore il nostro desiderio di essere “in pace”.

Dio della pace, non ti può comprendere che semina la discordia, non ti può accogliere chi ama la violenza: dona a chi edifica la pace di perseverare nel suo proposito, e a chi la ostacola di essere sanato dall’odio che lo tormenta, perché tutti si ritrovino in te, che sei la vera pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Il Papa in TV

Tra i sei e gli otto milioni di telespettatori ieri sera hanno seguito l’intervista di Fabio Fazio al Papa: una chiacchierata tranquilla in cui papa Francesco, rispondendo alle domande che gli sono state rivolte, ha ripetuto le cose che, per chi lo segue assiduamente, dice da quasi otto anni.
Dove sta la novità?

Certo non è una novità che il Papa sia in TV: lo vediamo spesso nei servizi dei telegiornali, nei momenti di celebrazione, durante i suoi viaggi, negli interventi che propone durante le catechesi, all’Angelus domenicale, in alcune occasioni speciali.
Non è neppure raro che si parli del Papa alla TV, per commentare, per ribattere…
Dove sta la novità?
La novità, come hanno colto gli spettatori, si poteva riconoscere nella modalità in cui il Papa era in TV ieri sera: in una trasmissione in cui non si parlava di lui, ma si parlava con lui.

Mi hanno colpito i commenti che questa mattina sono apparsi sui giornali.
Li dividerei in tre categorie: gli entusiasti, i critici, i benaltristi.
Sugli entusiasti non ho molto da dire: diversi hanno apprezzato questo modo “pop” del Papa di lasciarsi incontrare e il modo in cui ha raccontato di sé, in cui ha condiviso la sua umanità. Nulla di nuovo in realtà: sul Papa sappiamo già quasi tutto, ma il fatto che sia la sua viva voce, in una chiacchierata serale fatta in TV a raccontarlo, ha un altro valore perché, come sappiamo, nel racconto non vale l’informazione condivisa, ma soprattutto la modalità in cui ci viene narrato.

I critici mi hanno stupito un po’ di più, soprattutto quelli che non hanno manifestato contrarietà per gli argomenti proposti dal Papa (posizioni peraltro ben conosciute), ma per il fatto stesso che abbia accettato di concedersi in questa modalità, invocando una difesa della sacralità della sua figura e della Chiesa.
E’ molto difficile per qualcuno riconoscere che in questo tempo della storia la testimonianza della Chiesa si deve giocare nella prossimità, nell’incontro “corpo a corpo”, dove “il toccare” – così tante volte richiamato da papa Francesco – aiuta la Chiesa a cogliere la realtà delle cose e delle persone, ma anche le persone a sentire la vicinanza dei discepoli di Gesù.
Chi pensa ancora alla Chiesa in una logica in cui prevale l’istituzione, il potere, l’asserzione, fa fatica a comprendere categorie come famiglia, servizio, dialogo, le avverte come una rinuncia ad un ruolo che nel passato è sembrato molto importante, ma che ha portato anche tanti battezzati ad allontanarsi dalla Chiesa, riconosciuta come troppo mondana, troppo simile ai poteri del mondo. E’ proprio questa discontinuità evangelica che la Chiesa è chiamata a testimoniare e tale prospettiva passa dall’incontro.
Anche rispetto a Gesù molti rimanevano scandalizzati per la sua partecipazione a pranzi e cene con persone non sempre limpide.

Infine i benaltristi. Le loro osservazioni critiche riguardano soprattutto la RAI per il fraintendimento circa la “falsa diretta” (quella parte della trasmissione era stata registrata nel pomeriggio) e per le domande di Fazio troppo condiscendenti e poco coraggiose: un’occasione sprecata l’hanno definita alcuni (il Washington Post, per esempio) perché un talk show che si rispetti (alla Larry King, per intenderci) è pensato come un ring in cui il giornalista, senza scrupoli, deve mettere all’angolo l’ospite incalzandolo sulle questioni più scottanti e scandalose, costringendolo a rivelare ciò che non è mai stato rivelato.
Mi chiedo due cose: su cosa il Papa non ha già parlato anche in merito alle questioni più difficili e scandalose nelle numerose interviste che ha rilasciato a vari giornali o riviste del mondo? Perché non si può pensare che un incontro possa essere cortese e rispettoso e non necessariamente conflittuale?

Personalmente sono stato contento di ascoltare il Papa in questo contesto, non perché mi aspettassi qualcosa di nuovo (non è proprio da lui – basta leggere le sue ultime encicliche), ma perché credo che abbia vissuto quello che predica: una Chiesa in uscita, cogliendo un’occasione per parlare del Vangelo, attraverso ciò che il Vangelo insegna e di cui lui per primo, con semplicità, sente di dover essere testimone attraverso quel “magistero dei gesti” che caratterizza il suo pontificato.

Mi rimane un timore che però non riguarda il Papa, ma tutti noi chiamati a metterci in gioco allo stesso modo. Il timore è che appoggiamo troppo a lui, alla sua credibilità, alla sua testimonianza. Che ci accontentiamo di citarlo senza affrontare la fatica di elaborare un nostro pensiero. Chi ci accontentiamo di parlare di lui, senza riconoscere che quella strada che il Papa ci ha aperto è una via che anche noi dovremmo percorrere con coraggio, esponendoci, testimoniando.
Se il Papa fa bene la sua parte, questo non esonera noi dal fare bene la nostra lì dove il Signore ci ha posto, cogliendo le occasioni che la storia ci offre.

Non pronunciare invano il mio nome

E’ un comandamento che riguarda principalmente Dio e il suo nome santo, ma, sebbene in misura diversa, riguarda anche le donne e gli uomini.
Il nome è un dono prezioso che ci è stato fatto da chi ci ha amato tanto da volerci in questo mondo; il nome è ciò che ci rappresenta, che chiama in causa la nostra famiglia, le nostre relazioni più intime. Il nostro nome solitamente cerchiamo di custodirlo onorevolmente perché non venga infangato da chi ci vuole fare del male. E’ normale averne cura.

In questi giorni molto concentrati sulla elezione del prossimo Presidente della Repubblica, siamo spettatori attoniti di un’orgia di esternazioni riguardanti persone “di alto profilo”, i cui nomi vengono sbattuti sui media e fatti oggetto di valutazioni spregiudicate sia da parte dei rappresentanti dei partiti che della gente comune, come se ognuno avesse il diritto di poter dire pubblicamente qualsiasi cosa su chiunque, come se fosse venuto meno il dovere al rispetto per la persona che porta quel nome e per tutte le persone a cui quel nome è legato. Io sono molto in imbarazzo e un po’ arrabbiato.

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

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Inquietudine Cristiana

«Quando il Figlio dell'uomo verrà, troverà la fede sulla terra?»

Simone Modica

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