Sacerdoti senza essere preti

Condivido sul mio blog questo articolo molto bello apparso oggi sulle pagine dell’Osservatore Romano. Mi sembra una sintesi lucidissima della sfida che si pone davanti a noi, e una proposta alta per attingere la Grazia divina lì dove la vita permette che sorga, in un momento in cui è preclusa la via dei sacramenti. Vivere il sacerdozio battesimale.

di Marco Ronconi, L’Osservatore Romano (01/04/2020)

«Non dire: “Di che cosa ho bisogno e di quali beni disporrò d’ora innanzi?”[…] Nel tempo della prosperità si dimentica la sventura ma nel tempo della sventura non si ricorda la prosperità» (cfr. Sir 11, 23.25). E così, da un giorno all’altro, vissuto nel timore di una crescente oscurità, senza diventare preti, ha preso luce quanto dal Battesimo abbiamo ricevuto, la nostra identità di popolo sacerdotale. Non è poco. Alcuni sentono così insopportabile l’assenza dei preti e dell’eucaristia, da estorcere al reale tutto quello che possono. Li capisco. Sfruttano la tecnologia per condividere, se non i corpi, almeno uno sguardo e una voce. Qualcuno si inginocchia davanti all’immagine di un televisore senza — almeno ci sembra — commettere atto di idolatria, mentre qualcun altro fissa in un angolo del monitor un prete imporre le mani, ritenendo che la actuosa participatio di tanti individui in chat potesse essere un adattamento liturgico adeguato, addirittura profetico.

Accanto a questi ce ne sono altri che, altrettanto feriti dall’assenza dell’eucaristia e dei preti, sembrano monaci, ma senza noviziato. Sono rassegnati a non voler colmare vuoti incolmabili e provano a resistere rivolgendosi alla vita — proprio questa qui, claustrofobica negli spazi e impazzita nei tempi — cercando da rabdomanti quella grazia la quale, non più disponibile nei sacramenti, non sono disposti a credere abbia lasciato il mondo. Affinano i sensi per lasciarsi trovare. Disimparano le regole della conversazione per impararne un’altra, come quando si videoconnettono e inciampano su parole fuori sincrono, per cui aumentano le pause, sostano con gli sguardi ed esercitano la pazienza della ripetizione. Visto che monaci si ha da essere, non cercano il carisma di un fondatore, ma pratiche di una regola da declinare e praticare, non importa in che ordine, basta sia comune.

«Nei monasteri il tempo del lavoro non è tempo sottratto alla preghiera, né il tempo della preghiera è sottratto al lavoro. Non si prega meno perché si lavora, né si lavora meno perché si prega. Per realizzare questa alchimia […] i monaci inventarono il “tempo-qualità”: mentre l’horologium scandiva rigorosamente il “tempo-quantità”, il chronos, un altro orologio che i greci avrebbero chiamato kairos, allargava questo stesso tempo» (Luigino Bruni) indirizzandolo verso l’infinito. Soprattutto le monache, non potendo barare a causa del genere, impararono che — è vero — si poteva assumere la forma di Cristo diventando misteriosamente ciò che si mangiava, ma lo si poteva anche vivendo semplicemente ciò che si faceva, come un corpo. Non potendo darsi l’eucaristia, trovarono e parteciparono la grazia in luoghi insospettati e comuni: nell’ospitalità, nel frutto del lavoro (birra e formaggio, ad esempio), in giardini ordinati, in miniature e profumi, persino nella convivenza da consorti, senza poter fuggire, nella salute e nella malattia, credendo che in quel tempo Dio sta.

Liturgia delle Ore: i monaci che l’hanno inventata non sono tirchi, non l’hanno tenuta per loro, ma non è solo il titolo del libro che ogni battezzato ha tutta la dignità e l’autorità per aprire e usare. È piuttosto l’azione di un popolo che offre il tempo a Dio, per sé e per gli altri. Per i monaci è un dovere, o non reggerebbero il mondo. Forse anche per noi, oggi. All’ora mediana si recita un frammento del Salmo 118 (119) e alla prima ora della notte ci si accuccia sotto le parole del vecchio Simeone. Ma all’ora quarta (diciamo le 10) si organizzano gli spazi e i compiti, e non è una passeggiata; e all’ora undecima (le 18), almeno nelle grandi città, è convocato sui balconi un coro improvvisato di sconosciuti che prova a agirsi come un tutto. E ovviamente, a qualsiasi ora, quando arriva una chiamata da un amico bisognoso di parole, ci si ferma, anche solo per condividere una lacrima e tenere viva una promessa.

È vero, le case delle chiese sono chiuse e i preti presiedono con frazioni di popolo minuscole, ma la Chiesa non smette di celebrare. Io, per fatica o per vizio, posso smettere. E per fortuna anche essere riaccolto. Ma i santi e le sante, che della Chiesa fanno parte piena, non interrompono mai il loro canto di lode all’Altissimo e di intercessione per il Popolo di Dio che cammina lungo le strade della storia. E la storia è fatta di urgenze, mai evidenti e confuse come oggi. Se le vivessimo per quello che sono e le presentassimo all’Altissimo per quello che si mostrano alla luce della Parola di Dio, forse, faremmo solo cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza. Sacerdoti, senza essere preti. «Di grande sta avvenendo qualcosa che alla fede non deve sfuggire, e che, nell’esperienza cristiana, rivela una sacramentalità che non dipende esclusivamente dai sacramenti» (Giuseppe Bonfrate).

Quarantena: vivere solo la dimensione del tempo

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Scrivo questo testo come promemoria per me e anche verificare e per condividere quello ho vissuto in questo lungo tempo.

Il mio isolamento è iniziato il 3 marzo, martedì della prima settimana di quaresima, e per adesso sembra estendersi dentro la settimana santa. Sono in attesa di fare il tampone che certifica la mia guarigione (probabilmente la prossima settimana).
Un mese chiuso nella mia stanza, senza poter uscire, è un’esperienza che non avrei mai pensato di fare; eppure l’ho vissuta e sono abbastanza sereno. Qualcuno, conoscendomi, mi chiede come abbia fatto, io che sono sempre super attivo…
Semplicemente, un giorno alla volta, così come ci insegna il Vangelo e come dovremmo vivere sempre.

Di solito noi comprendiamo la nostra vita secondo due coordinate fondamentali: lo spazio ed il tempo.
La nostra vita, normalmente, si svolge in luoghi e tempi diversi che, insieme,  caratterizzano i vari momenti (lavoro, casa, parrocchia, …).

Quando, come è successo a me e a moltissimi altri (oggi che scrivo si dice che nella provincia di Rimini siamo in duemila in isolamento/quarantena), lo spazio è limitato, è sempre il medesimo per un lungo periodo, tutto si gioca sulla dimensione del tempo.
In effetti il tempo è la dimensione più importante della vita che ho vissuto in questo mese.

Tempo della malattia, tempo della ripresa, tempo dell’attesa
Questo “lungo” tempo non è stato tutto uguale. I periodi che ho vissuto sono stati diversi e ben caratterizzati.
Prima c’è stato il tempo della malattia, con la febbre, la tosse, un po’ di fatica a respirare, la fatica a dormire la notte, … è un tempo che passa veloce, tra terapie, misurazioni della temperatura, sonnellini quando il tuo organismo lo richiede, pasti consumati con fatica per l’inappetenza … La malattia, anche se non si manifesta in modo tragico, come è accaduto a me, assorbe quasi completamente, non lascia tanto tempo per altro. A me rimaneva un po’ tempo da spendere nella preghiera, nella scrittura dei commenti al Vangelo (che sono riuscito a mantenere), nella visione di qualche film… poco altro.

Poi c’è stato il tempo della ripresa, che per me è iniziato sabato 14 marzo, paradossalmente il giorno in cui mi hanno comunicato che ero positivo al Covid-19 e in cui è iniziata la mia quarantena ufficiale (e anche quella dei preti che vivono con me). Di fatto, in quel periodo, non ho più avuto la febbre e questo mi ha consentito di vivere il tempo in un modo diverso. C’erano ancora le terapie, le misurazioni della temperatura, ma, nonostante le energie non fossero tante, potevo dedicare un po’ di tempo alla lettura, allo studio, alla celebrazione dell’eucaristia e della liturgia delle ore, agli incontri in video conferenza. Il tempo si è un po’ dilatato ed ha fatto entrare altro, soprattutto grazie alla tecnologia.

Infine c’è il tempo dell’attesa che sto vivendo ora. Mi sento bene; dentro la mia testa sono guarito, ma non posso ancora considerarmi libero. Ho scelto di essere obbediente, in modo rigoroso, alle richieste che mi vengono rivolte dall’autorità sanitaria, senza sconti, perché sento forte la responsabilità di preservare dal contagio coloro che vivono con me o con cui potrei entrare in contatto. Ovviamente desidero uscire dalla mia stanza, riconquistare almeno lo spazio della casa, avere la possibilità di una visita in chiesa … ma devo attendere. Ho già scritto che nella nostra cultura l’attesa è considerata un tempo sprecato; invece ho imparato, proprio attraverso la vita cristiana, che l’attesa è un tempo per allargare lo spazio del desiderio e preparasi a vivere meglio ciò che ci verrà donato. L’attesa è un tempo fecondo che richiede pazienza, ma anche lavoro su di sé, per purificare il desiderio e renderlo più capace di accogliere ciò che si prepara per noi.

Il tempo della giornata: l’esempio dei monaci
Ho cercato di vivere il mio tempo nella intensità di ogni giorno, vivendo un ritmo ordinato nello svolgersi della giornata, e devo dire che questo mi ha aiutato molto a non perdermi, a tenere in mano questo periodo della mia vita e a renderlo fruttuoso.

Penso che quando viene meno una struttura esteriore che ci contiene, il pericolo è che tutto il tempo diventi uguale e non sappiamo più come viverlo bene.
Avere un programma preciso della giornata, con tempi definiti e dedicati, mi ha aiutato molto. Definire il tempo della sveglia, delle pulizie, della preghiera, della messa, del lavoro, delle telefonate, del riposo, dello svago … in modo preciso, mi ha permesso di vivere ogni giorno in modo significativo e di sentire che non ho perso nessuna giornata.
L’esempio dei monaci, con i quali con condiviso qualche periodo bello della mia vita, mi ha molto aiutato vivere questo tempo come un’occasione e non come una fatalità da subire.

L’aiuto ricevuto e la debolezza sperimentata
Certamente la serenità di questo tempo è stata garantita soprattutto da chi mi ha sostenuto con la preghiera e non facendomi mancare nulla di necessario.
Penso alla mia dottoressa, che mi ha chiamato praticamente ogni giorno, e ai tanti medici amici e amiche che si sono preoccupati molto per me; penso ai preti di Santarcangelo, che si sono fatti carico anche delle mie esigenze concrete (pasti, lavanderia, …); al Vescovo e ai preti della Diocesi, che in modo commovente si sono fatti sentire come veri amici; penso a tutte le persone che si sono rese presenti in modo affettuoso e cordiale, che hanno riempito le mie giornate con messaggi, telefonate, email, e tutto ciò che oggi abbiamo a disposizione per rimanere in contatto anche in situazioni limite; penso ai tanti che mi hanno stimolato con riflessioni, che mi hanno chiesto di essere prete anche in queste circostanze, che mi hanno chiesto di rimanere “al lavoro” senza pensare che questo potesse essere un tempo di vacanza.

Certo ho sperimentato una debolezza forte, che non avevo considerato, ma questa debolezza è diventata lo spazio che ha permesso al Signore e a tanti di dimostrarmi che mi vogliono bene … ed è stato davvero un tempo ricco.

Come uscirò da questa quarantena?
Prima di tutto devo ringraziare il Signore per due motivi importanti: sono stato graziato, perché non ho sofferto troppo le conseguenze di questo contagio (non era affatto scontato vista l’esperienza di tanti altri) e perché – per quello che so – non ho contagiato nessuno (per me è stato un bel sollievo). Questi sono due motivi di ringraziamento quotidiano, in questo tempo e in quello che verrà.

Sono contento di come sono riuscito a vivere questo tempo; mi sento fortificato e consolidato in alcune dimensioni interiori che nel corso della vita avevo già curato, ma che in questo tempo sono state messe alla prova.

Sono desideroso, come tanti, di riprendere una normalità della vita e delle relazioni, fosse anche solamente la possibilità di mangiare e pregare insieme ad altre persone.

Sono consapevole che i doni che il Signore mi ha fatto dovranno esser messi a frutto. Le riflessioni di questi giorni, che chiedono di essere verificate sul campo e diventare proposta di vita; un maggiore tempo dato alle relazioni personali gratuite; un tempo ordinato per la preghiera e il lavoro; ma soprattutto la consapevolezza che la grazia che il Signore mi ha fatto sperimentare in questo tempo dovrà essere spesa e condivisa in qualche modo che ancora non conosco.
Tutti i doni che il Signore ci concede devono essere condivisi!
Mi è sempre capitato di riconoscere che le grandi grazie ricevute, in alcuni periodi della mia vita, mi hanno portato a dei cambi di passo, a delle chiamate inattese su cui il Signore mi ha chiesto di spendermi.
Questo tempo di attesa è dunque un tempo di ringraziamento, di gratitudine e di nuova gratuità; è un tempo di libertà e di disponibilità a pronunciare nuovi “sì”, per ciò che la volontà di Dio vorrà manifestare a suo tempo.

Il tempo dell’attesa non si concluderà con l’esito negativo del mio tampone. Rimango in attesa e pronto per ciò che il Signore vorrà chiedermi.
Non ho timore perché lui ha cura di me.

Per amore, non solo per timore

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Ogni volta che leggo quel testo del libro dei Numeri (21,4-9), in cui si parla della vicenda dei serpenti che attaccano l’accampamento degli israeliti come punizione per la ribellione del popolo alla fatica del viaggio, mi sembra di doverlo comprendere da capo. E’ un testo misterioso che non lascia in pace e non da pace. E’ un testo che rimane sospeso, che provoca domande e non fornisce risposte. Non riesco a dire alla fine della lettura e dello studio: adesso ho compreso! Poi, quando lo vado a rileggere in un’altra occasione, mi sembra di dover tornare da capo.

Ma forse, ho pensato, questa è proprio la sua funzione: aprirci uno spazio di inquietudine perché noi possiamo cercare, metterci in cammino, nonostante la fatica che il cammino richiede.

Oggi mi sembra di poter dire che Dio richiama a sé il popolo attraverso l’evidenza delle conseguenze del peccato (la morte); Dio, da educatore, fa sperimentare cosa significhi, concretamente, allontanarsi da lui, abbandonare il cammino della libertà.
Dio ci educa attraverso il timore delle conseguenze.

Lo facciamo anche noi con i bambini più piccoli.
Di fronte ad un pericolo grave, per preservarli, arriviamo a minacciarli, infondiamo in loro un sano timore, perché non divengano vittime di una situazione pericolosa che si pone innanzi a loro. Così fa Dio con il popolo d’Israele che rischia di mettersi in pericolo: lo spaventa, gli mette davanti la minaccia mortale dell’allontanamento da lui.

Ma l’azione di Dio non si ferma qui.

Quando arriva la pienezza del tempo, Dio manda il suo Figlio che, di fronte al peccato dell’uomo, decide di farsene carico e diventare lui pure un segno innalzato che, questa volta, non infonde timore per le conseguenze del peccato, ma rivela l’amore di Dio per l’uomo peccatore.
Sulla croce, innalzato da terra, crocifisso e divenuto peccato (come ci ha ricordato papa Francesco nella omelia della messa di questa mattina), Dio ci rivela la profondità del suo amore e porta a compimento la sua azione “educativa”: ci rivela quanto tiene a noi, quanto desidera custodire il legame con noi arrivando a farsi carico lui stesso, nella morte del Figlio, delle conseguenze del peccato.

San Paolo aveva ben compreso questo mistero, infatti ha scritto ai Corinzi:
E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe e affidando a noi la parola della riconciliazione… Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. (2Cor 5,19.21)

E ancora sempre Paolo ha scritto ai Colossesi:
Con lui (Cristo) Dio ha dato vita anche a voi, che eravate morti a causa delle colpe e della non circoncisione della vostra carne, perdonandoci tutte le colpe e annullando il documento scritto contro di noi che, con le prescrizioni, ci era contrario: lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce. (Col 2,13-14)

Dio, da Padre, sa che non ci si può limitare al timore per educare alla relazione e al bene. Per questo motivo, per Cristo, con Cristo e in Cristo ha deciso di rivelarci il suo amore, innalzando sulla croce Gesù come un segno indelebile della sua alleanza con tutta l’umanità.
Nel Vangelo secondo Giovanni Gesù profetizza questo segno, che sarà l’ultimo dei segni del Vangelo e quello che manifesterà pienamente la gloria del Figlio nell’ora stabilita.
E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. (Gv 3,14-17) 

Ci stiamo preparando alla Pasqua, mistero di morte e di risurrezione, mistero di riconciliazione e di perdono, mistero di amore e manifestazione della nuova alleanza, pienezza dell’opera realizzata da Dio per tenere legata a sé l’umanità, perché l’uomo non metta mai in dubbio il desiderio profondo di Dio di vivere questa comunione con lui.

«Di null’altro mai ci glorieremo
se non della Croce di Gesù Cristo, nostro Signore:
egli è la nostra salvezza, vita e risurrezione;
per mezzo di lui siamo stati salvati e liberati».
Antifona d’ingresso nella messa dell’esaltazione della Croce (14 settembre)

Non possiamo celebrare l’eucaristia, ma…

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di Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli

In questo tempo nel quale anche la fede è messa alla prova si sottolinea molto – e si fanno a volte anche inutili polemiche (fuori luogo in questo momento) – l’impossibilità di celebrare insieme, come comunità cristiana, l’Eucaristia, fonte e culmine della vita della Chiesa (cf. LG 11; SC 10). Mi sembra, da ciò che vedo e sento, che invece si insista poco sulla possibilità di celebrare personalmente o in famiglia la Liturgia delle Ore, in particolar modo le Lodi mattutine e i Vespri.

Eucaristia e Liturgia delle Ore
Se indubbiamente la Celebrazione eucaristica è il modo più alto della Chiesa per celebrare il mistero pasquale di Cristo, la Liturgia delle Ore è anch’essa, nel modo che le è proprio, celebrazione del mistero pasquale di Cristo. Non è certamente la stessa cosa che celebrare l’eucaristia, ma è comunque celebrazione nel ritmo della giornata del mistero di Cristo, di morte e risurrezione, che in un momento come questo tutti possono vivere.
I Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle Ore affermano che la Liturgia delle Ore «estende alle diverse ore del giorno le prerogative del mistero eucaristico “centro e culmine della vita della Chiesa”» (PNLO 12). Se in questo tempo non possiamo celebrare insieme l’Eucaristia, questa affermazione acquista un valore ancora più grande e ci dovrebbe far interrogare. Inoltre, sempre i Principi e norme per la celebrazione della Liturgia delle Ore affermano che «la celebrazione dell’Eucaristia viene ottimamente preparata dalla Liturgia delle Ore» (PNLO 12). Perché allora non vedere in questo tempo di necessaria e forzata astensione della celebrazione comunitaria dell’eucaristia un momento in cui la Liturgia delle Ore acquista in pieno questa funzione di «preparazione» e «tensione» alla celebrazione eucaristica, in attesa di poterla nuovamente celebrare insieme?

Per tutti, non solo per alcuni
La Liturgia delle Ore, purtroppo, è ancora troppo intesa come l’«obbligo» dei preti (dei chierici) e dei religiosi, una preghiera riservata cioè ad alcuni nella Chiesa. Il Vaticano II e la riforma liturgica hanno invece voluto recuperare la Liturgia delle Ore come celebrazione della Chiesa, che tutti i cristiani possono celebrare. Purtroppo, in questi anni non si è fatto abbastanza perché nelle comunità cristiane si comprendesse il valore della Liturgia delle Ore e la si celebrasse in modo comunitario, assegnandole il valore che ha, a volte riducendola alla versione un po’ più ricercata delle «preghierine» del mattino e della sera (basta vedere il titolo di alcuni sussidi). Ma la Liturgia delle Ore non è l’equivalente della preghiera del mattino e della sera, è molto di più, è celebrazione della Chiesa, del mistero pasquale di Cristo nel ritmo del tempo.

Il linguaggio del tempo per «dire»/celebrare la Pasqua
Nella liturgia il tempo è un linguaggio che diventa «sacramento» del Mistero pasquale di Cristo. Noi conosciamo tre ritmi del tempo: quello annuale (l’anno liturgico), quello settimanale (la domenica), quello quotidiano (la liturgia delle ore).
Il ritmo del tempo basato sul giorno, che è «l’unità minima del tempo» naturale (cfr. RIZZI, Il problema del senso), nella liturgia cristiana è costituito dalla Liturgia delle Ore. Il modo proprio della Liturgia delle Ore di celebrare il mistero di Cristo è differente sia da quello che caratterizza l’anno liturgico, sia dal ritmo ebdomadario. Se infatti l’anno liturgico si fonda principalmente sul variare delle stagioni che divengono «sacramento» del mistero di salvezza, la Liturgia delle Ore ha come elemento di riferimento l’arco della giornata e in modo particolare il sorgere e il calare del sole. Proprio per la fondamentale importanza del riferimento alle ore del giorno, al sorgere e al calare della luce il Vaticano II invita a rivedere la celebrazione della Liturgia delle Ore in modo che «le diverse ore, per quanto è possibile, corrispondano al loro vero tempo» (SC 88).
A questo dato fondamentale, che riconosce al corso naturale del giorno e della notte un valore «sacramentale», vanno ricondotti i principali elementi che formano la celebrazione della Liturgia delle Ore. Lodi e vespri ad esempio hanno evidentemente il loro riferimento fondamentale al sorgere e al calare della luce e quindi alla risurrezione e alla passione, alla creazione e alla fine/compimento della storia. Proprio per questo loro chiaro riferimento ad una ben precisa ora del giorno lodi e vespri, che sono «il duplice cardine dell’ufficio quotidiano, devono essere ritenute le ore principali e come tali celebrate» (SC 89). Le ore minori di terza, sesta e nona hanno, proprio per la loro collocazione temporale nell’arco della giornata, un esplicito riferimento a eventi della passione di Cristo che troviamo nei racconti evangelici e ad altri eventi.

La Settimana Santa che ci sta davanti
Perché non pensare alla Settimana Santa che ci sta davanti come ad un’occasione per riscoprire la Liturgia delle Ore? Chi non è già abituato a celebrarla, potrebbe cominciare, magari proprio in questa Settimana Santa – e in particolare nel Triduo Pasquale – così «strana» a celebrarla o personalmente, o, ancor meglio in famiglia.
Si potrebbero celebrare in famiglia soprattutto Lodi, Vespri e, magari, anche Compieta, in particolare nei giorni del Triduo. Magari alle Lodi, si potrebbe sostituire alla lettura breve il Vangelo del giorno. Il Venerdì Santo, si potrebbe celebrare l’Ufficio delle Letture alle 15.00 del pomeriggio, leggendo, dopo le letture la Passione del Signore, secondo Giovanni. Nella notte del Sabato Santo, quando si celebra la Veglia Pasquale, si potrebbe celebrare insieme l’ufficio delle Letture del giorno di Pasqua, concludendolo con la lettura del Vangelo della Risurrezione del Signore (cf. brano evangelico della Veglia pasquale o del giorno di Pasqua).

Strumenti
Per chi non avesse a portata di mano il libro della Liturgia delle Ore, i mezzi informatici ci aiutano molto oggi. Ci sono comodissime App da installare sul telefonino che mettono a diposizione la liturgia delle ore completa di ogni giorno:
– La CEI ne propone una (con anche la proposta del canto):
https://play.google.com/store/apps/details…
– Molto comoda è anche l’App e-prex
https://play.google.com/store/apps/details…
Per chi non avesse la possibilità di scaricare l’App sul telefonino, si può ricorrere ad un sito. Ad esempio:
http://www.liturgiadelleore.it/

Viviamo questo tempo anche come opportunità
È un tempo difficile, doloroso. Un tempo in cui emergono anche le nostre povertà nell’ambito di fede ed ecclesiale. Sfruttiamolo per «crescere» e per cercare di vivere bene quegli strumenti che abbiamo a disposizione, senza perdere tempo a lamentarci di quelli che non abbiamo o non possiamo vivere. Anche questo è uno «stile cristiano» con cui vivere questi giorni difficili. Forse allora scopriremo in modo nuovo tutta la ricchezza di fede e di preghiera che il Vaticano II ha «preparato» per la nostra vita personale e comunitaria. È come una tavola imbandita della quale forse non abbiamo approfittato fino in fondo, ma che forse è il momento di riscoprire.

Siamo tutti nella stessa (b)Arca

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Nella veglia di ieri sera, proposta da papa Francesco, è stato scelto il brano della tempesta sedata (Cfr. Mc 4), che mette bene in evidenza la paura dei discepoli e la risposta della fede a cui Gesù invita (vedi anche questa riflessione) .
Il commento del Papa è stato molto bello e suggestivo e in un passaggio ha affermato:  «Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti».

Questa espressione mi ha evocato un’altra immagine della Bibbia che di solito trattiamo superficialmente, quasi fosse una storiella: è il racconto del diluvio e dell’arca di Noè, riportato soprattutto nei capitoli 7-9 del libro della Genesi. Questo racconto presenta delle somiglianze con quanto accade ai nostri giorni e ci dà delle luci che possiamo cogliere per vivere questo tempo. Cito solamente alcuni passaggi, proponendomi poi di svilupparli in uno strumento più ampio.

1. Una crisi annunciata e ignorata
Nessuno ha previsto il dramma che stiamo vivendo in questo tempo.
L’epidemia ci è piombata addosso in modo pressoché improvviso, ma, a ben vedere, dei segnali c’erano e si potevano cogliere. Mi ha molto colpito quanto affermava il Papa nel suo intervento di ieri sera, perché corrisponde all’analisi di diversi studiosi: 
«In questo nostro mondo, che Tu ami più di noi, siamo andati avanti a tutta velocità, sentendoci forti e capaci in tutto. Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri, e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato».

Vengono in mente le parole di Gesù nel Vangelo di Luca:
Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti. (17,26-27)

2. Un’arca per difendersi dal flagello del diluvio: uno spazio limitato per la vita
Noè costruisce un’arca, una costruzione che aiuti lui, la sua famiglia e tutta una parte della realtà vivente, a difendersi dal flagello del diluvio. Per sopravvivere devono separarsi e isolarsi dal contesto circostante. Tutto il resto della realtà vivente sarà sommerso e condannato alla morte, ma chi è dentro l’arca sopravvive.
Una permanenza isolata, in uno spazio molto limitato, mentre tutto attorno la morte domina e, nel segno dell’acqua, tutto viene travolto.
Le immagini ispirate al racconto della Scrittura ci parlano di una costruzione dalle dimensioni imponenti, ma per quanto fosse grande, lo spazio era comunque limitato.
Noè e la sua famiglia, per sopravvivere, hanno dovuto accettare questo isolamento.
Quell’arca, quello spazio limitato è però abitato da persone giuste.
Quello spazio diviene così anche il grembo di una nuova umanità, potenzialmente libera dalla violenza e dalla ribellione che aveva mosso Dio alla scelta del diluvio.

3. Un tempo lungo per ritornare alla vita
Il tempo in cui la famiglia di Noè e tutti gli esseri viventi raccolti sono rimasti nell’arca è stato un tempo lungo, superiore ad un anno.
Quel tempo però, non è tutto uguale; esso è caratterizzato da dei passaggi che vanno verso l’obiettivo del diluvio, che non era la distruzione, ma una nuova creazione.
In definitiva il diluvio dura un anno intero, scandito dal tempo della distruzione, poi del lento ritirarsi dell’acqua. Significativo il fatto che, quando già si vede la terra affiorata, Noè e la sua famiglia devono attendere ancora molto tempo per poter uscire da quello spazio limitato. Inviano diversi uccelli (corvi e colombe) per verificare la possibilità di abitare quella terra che deve assorbire l’elemento della distruzione e rinascere; ritornare abitabile.

Noi abbiamo perso il senso e il valore dell’attesa.
Per noi è tutto tempo perso, è tutto tempo che ci costa… Ma la realtà ha i suoi tempi che chiedono di esser rispettati.

Questo tempo, come già ho detto in un’altra riflessione, è il tempo della gestazione, necessario per la nuova vita che attende Noè e la sua famiglia fuori dall’arca.
La realtà che incontreranno sarà trasformata. Sarà sempre la Terra, ma ciò che l’acqua ha causato dirà di un cambiamento importante. Quel tempo non è solo il tempo della resistenza al flagello, ma anche il tempo in cui occorre pensare e sognare quella realtà nuova che si potrà abitare, una realtà che sarà trasformata. 

4. Una nuova creazione, la possibilità di ripartire
L’uscita dall’arca è raccontata come una nuova creazione.
Dio desidera ripartire da capo e riconsegna la terra all’uomo, così come l’aveva consegnata alla prima coppia dei progenitori. 

Questa nuova vita sulla terra inizia con una doppia benedizione:. Noè costruisce un altare e offre sacrifici a Dio per ringraziarlo del dono della vita e della terra; da parte sua Dio benedice l’uomo e tutta la creazione, impegnandosi a non distruggerla mai più.
In questa benedizione di fecondità che investe l’uomo, viene richiesto all’uomo il rispetto della vita degli altri uomini. Quella violenza che aveva caratterizzato il mondo prima del diluvio, dovrebbe essere estranea a questa nuova creazione.
Imparare il rispetto per l’essere umano e per la sua dignità: è tutto quello che Dio chiede all’uomo nel momento in cui lo benedice.

5. Una alleanza di pace con Dio
Il racconto del diluvio si conclude con un’alleanza di pace tra Dio e l’umanità. Dio si impegna a custodire la vita dell’uomo e degli esseri viventi che vivono nel mondo.

E’ un’alleanza unilaterale che Dio stipula con tutta la creazione; gli esperti parlano di un’alleanza cosmica nel nome della difesa della vita.
L’alleanza di Dio – e con Dio – non è solo un pio desiderio espresso al cielo, ma un impegno che il Signore – il Dio fedele – si prende con l’umanità E’ la sua firma sulla sua volontà di custodire la vita dell’uomo e della terra.
Il segno dell’arcobaleno rappresenta un memoriale cosmico dell’ impegno che Dio si è assunto, perché “Dio non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva” (Ez 33,11).

A me sembra di cogliere molte analogie con l’esperienza che stiamo vivendo.
Lo slogan che si è diffuso a macchia d’olio – “Andrà tutto bene” – con il segno dell’arcobaleno, è un ulteriore richiamo a questa grande parabola biblica, che il racconto del diluvio e la vicenda di Noè e della sua famiglia rappresenta.
Quello che non dobbiamo dimenticare o ignorare è che questa situazione ci richiede un cambio di sguardo.
Dio non è all’origine dell’epidemia. Ma c’era qualcosa del nostro modo di vivere che andava corretto, che era inumano, che ci faceva ammalare. Ora ci siamo ammalati. Ora ci siamo fermati. Ora siamo chiusi nelle nostre case in attesa che la terra divenga nuovamente abitabile da noi esseri fragili.
Quando usciremo dalle nostre arche avremo la possibilità di vivere la realtà che ci sarà ridonata in un modo diverso. Avremo la possibilità di vivere con un maggiore rispetto per noi e per gli altri. Avremo la possibilità di ripartire con uno stile più umano (e più cristiano). 
Questo tempo di isolamento nelle nostre arche può essere il tempo del sogno, del progetto, dell’ideazione di questa nuova realtà che ci troveremo a vivere.
Dio ci restituirà la nostra terra, ma dipenderà da noi come la abiteremo. Proviamo a pensare quali scelte concrete possono caratterizzare questo nuovo modo di vivere.

Dipende anche da noi!

In silenzio! Per amore o per forza?

di Matteo Ferrari, monaco di Camaldoli
Toscana Oggi – n. 12 / 29 marzo 2020

In questo tempo siamo tutti un po’ «monaci», non per scelta ma per necessità. Questa situazione così difficile e drammatica, che segna oggi la vita del nostro Paese e del mondo intero potrà avere un volto differente in base al modo in cui la sapremo attraversare. Essa certamente ci costringe ad andare all’essenziale, a ciò che forse nel ritmo quotidiano della vita, a volte frenetico, abbiamo perso. Tutto acquista un colore diverso in base a come viviamo: se «per forza» o «per amore». Tutto ciò che viviamo «per forza» ci incupisce, ci fa chiudere nel risentimento e ci toglie il respiro; tutto ciò che facciamo «per amore» ci fa crescere e ci educa per una vita più piena e più bella.
Uno degli elementi essenziali della vita che questo «monachesimo forzato» ci fa riscoprire è il silenzio. Anche il silenzio può essere vissuto «per forza». Allora è «isolamento». In questo caso noi cerchiamo necessariamente delle vie di fuga: il cellulare sempre in mano, messaggi a non finire – magari anche senza contenuto -, la televisione, dirette streaming religiose e non… Un gran numero di «rumori» per mettere a tacere il silenzio, «chiasso» per evitare il raccoglimento. Ma se lo viviamo «per amore», allora la ricoperta dell’esperienza del silenzio può diventare «umanizzante», può farci ritrovare l’importanza di questo ingrediente indispensabile alla vita. Allora il silenzio può essere vissuto come linguaggio dell’amore, della fede e della speranza.
Innanzitutto, il silenzio è il linguaggio dell’amore. Non ci pensiamo mai abbastanza, ma nelle relazioni più vere e profonde le parole non servono e il silenzio può essere quella esperienza umana, ancor prima che cristiana, che ci fa riscoprire la verità più profonda dei nostri rapporti umani. Due persone che si amano non hanno bisogno di dirsi tante parole, comunicano con il silenzio del corpo, dello sguardo, dei gesti. Vivere «per amore» questo tempo di silenzio ci potrebbe aiutare a riscoprire le nostre relazioni più importanti: la famiglia, le amicizie, la comunità… Il silenzio vissuto per amore diventa una educazione alla relazione. Compagna del silenzio è la solitudine. Esiste una solitudine che non è isolamento, ma capacità di entrare in noi stessi in vista di relazioni più autentiche. Chi non sa rimanere da solo, non sa stare nemmeno veramente con gli altri. Questo ci insegna anche la tradizione monastica. La solitudine, che in questi giorni viviamo per necessità, può essere una occasione formidabile per ripensare alle nostre relazioni.
In secondo luogo, il silenzio vissuto «per amore» può essere il linguaggio della fede. Paolo afferma che «la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo (Rm 10,17). Non c’è ascolto senza la capacità di fare silenzio. Oggi viviamo l’esperienza di un silenzio estremamente difficile. Siamo talmente disabituati a vivere il silenzio, che quando le circostanze ci costringono a farlo, ci troviamo in difficoltà, quasi disarmati e senza strumenti. Questo tempo di deserto può essere un’occasione da non lasciar passare invano, seppure nata da una situazione di grande prova, per imparare a vivere quel silenzio che è l’ambiente necessario all’ascolto, da un punto di vita umano, degli altri, ma anche dal punto di vista della fede, di Dio e della sua Parola. Il silenzio è la palestra del cuore: ciò che lo allena ad accogliere quella Parola di vita che Dio rivolge oggi alla nostra esistenza. Il tempo di «deserto» e di «prova» che stiamo attraversando può diventare allora quella «terra benedetta» nella quale il seme della Parola di Dio porta frutto. Dal silenzio di questi giorni possiamo apprendere quell’arte del silenzio, famigliare alla tradizione spirituale, fondamentale al cammino di fede e alla vita ecclesiale.
Infine, il silenzio vissuto «per amore» può essere il linguaggio della speranza. Il silenzio è uno spazio vuoto, un grembo fecondo, una terra fertile, che ci proietta al futuro. In questi giorni siamo tentati dallo scoraggiamento, provati nella capacità di guardare al futuro con speranza. Pensiamo a tutte le conseguenze sociali, economiche e umane di tutto ciò che stiamo vivendo. Tutti si chiedono: «quando ne usciremo?». Sembra di sentire il grido dell’Apocalisse: «fino a quando, Signore!» (Ap 6,10). L’esperienza del silenzio, un po’ come quella corporea del digiuno, ci apre invece al futuro: è quel vuoto che attende di essere riempito; quello spazio accogliente che si fa ospitale. Noi abbiamo paura del vuoto – l’horror vacui – e siamo spaventati dal silenzio. Tuttavia, l’esperienza del vuoto, che il silenzio rappresenta, rimanda all’attesa di Dio come fondamento della nostra speranza. È l’esperienza di Elia sull’Oreb. Egli incontra Dio non in fenomeni «rumorosi» e «grandiosi» – il vento, il fuoco e il terremoto – bensì in «una voce di silenzio sottile» (1Re 19,12). Nel sussurro del tenue silenzio di questi giorni possiamo riconoscere la presenza di Dio, che apre al futuro e alla speranza.
Ecco quanto questi giorni di silenzio, non cercato ma accolto, possono dirci come esseri umani e come credenti: possono essere una pedagogia del silenzio vissuto non «per forza», ma «per amore». Spesso nella vita le cose non «programmate» sono quelle più decisive. Anche riguardo al silenzio come linguaggio dell’amore, della fede e della speranza, i giorni del coronavirus possono diventare un’occasione per «trasfigurare» nell’amore ciò che rischiamo di vivere unicamente per forza.

Un “Padre nostro” nel giorno dell’ “Ave Maria”

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Ci sono molti motivi che mi portano a ritenere straordinaria la testimonianza e l’insegnamento di papa Francesco. Egli è capace di riportarci continuamente al Vangelo come criterio di giudizio per la realtà. Per questo risulta spesso così spiazzante, fuori dagli schemi della mentalità comune, capace di mettere quel po’ di pepe in situazioni che, se dipendesse da noi, scorrerebbero indifferenti e senza scandalo, sia per chi vive all’interno come per chi si sente fuori dalla Chiesa.

Sono rimasto favorevolmente colpito e stupito dall’invito che ieri – durante l’Angelus – ha rivolto a tutta la Chiesa del mondo. Mercoledì prossimo, 25 marzo, solennità dell’Annunciazione, alle ore 12, ci uniremo nella recita della preghiera di Gesù: il “Padre nostro”.
Questo invito del Papa rappresenta una straordinaria provocazione sulla preghiera: nel giorno dell’Annunciazione, nel “giorno dell’Ave Maria“, il Papa ci riporta alla preghiera di Gesù, che non è una preghiera da recitare tra le tante e insieme alle tante, ma la via per imparare a pregare e vivere la nostra preghiera in comunione con Cristo.

In questo tempo della mia vita, da molti mesi, ho riscoperto la profondità e il valore del “Padre nostro” come via per la mia preghiera.
E’ un testo semplice, che ci apre ad una profondità straordinaria e ci chiede di affidarci totalmente – nella fede – a quel Padre che sa di cosa abbiamo bisogno prima ancora che glielo chiediamo, perché “ha cura di noi” (Cfr 1Pt 5).
Attraverso quelle parole, Gesù ci conduce a domandare al Padre ciò che Lui è disposto a darci, ed è straordinario che nella nostra preghiera possiamo fare questa esperienza di compimento.
Il Signore nel Vangelo ci dice che domandiamo male quello che chiediamo a Dio (Mt 7,7-14; Gc 4,3). Nel Padre nostro abbiamo la possibilità di invocare ciò che Dio è già pronto a donarci e, chiedendolo, ci rendiamo conto di ciò che – secondo Dio – è veramente necessario per noi.

Grazie papa Francesco per questa opportunità.
La Vergine Madre, prima discepola del suo Figlio, che mercoledì contempliamo come la Vergine Annunziata, si unirà volentieri a questa nostra grande preghiera; Lei che ha saputo accogliere con grande libertà e fiducia quella parola che si è fatta carne nel suo grembo, compiendo la volontà del Padre.

La profezia oltre la resistenza: sogniamo e pensiamo il nostro tempo futuro.

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Oggi è il 21 marzo, primo giorno di primavera.
In epoca pre-cristiana questo giorno segnava l’inizio del nuovo anno (ne troviamo ancora la traccia nel nome dei mesi finali dell’anno che sono numerati a partire dalla primavera: settembre, ottobre, novembre, dicembre, rispettivamente mesi settimo, ottavo, nono e decimo). Tutto intorno a noi si risveglia e ci dice che è terminato il tempo dell’inverno e inizia una vita nuova.

Noi invece, a causa dell’emergenza sanitaria, ci troviamo socialmente e esistenzialmente ancora nel pieno dell’inverno. Proprio ieri sera il Governatore della nostra Regione – come era previsto – ha inasprito le restrizioni per contenere il contagio. Ci sentiamo sempre più limitati e oppressi da questa situazione; siamo chiamati a resistere alla furia di questa situazione, a contrastare tanti segnali che vorrebbero deprimerci e rattristarci.

In questo tempo abbiamo bisogno della profezia, abbiamo bisogno di qualcuno che ci aiuti a vedere il futuro, quello che ci attende; a sognarlo, a pensarlo, a progettarlo come un tempo nuovo che abbiamo la possibilità di cominciare a preparare, per non limitarci a vivere nel contrasto alle difficoltà del tempo presente.

Ritorno ancora ad evocare il tempo dell’Esilio di Israele.
Dopo che i profeti, per lungo tempo, hanno richiamato il popolo di Dio a compiere un percorso di consapevolezza, per comprendere che l’Esilio era un’azione purificatrice di Dio, gli stessi profeti hanno accompagnato il popolo ad accogliere la promessa di Dio sul futuro che li attendeva. Così per esempio Isaia in un testo famoso che leggiamo nel tempo dell’Avvento:

“Consolate, consolate il mio popolo – dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati” (…)
Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!
Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede.
Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri”. (Cfr. Is 40)

Oppure il profeta Ezechiele (nel cap. 36), il profeta del tempo dell’Esilio:

Ora, figlio dell’uomo, profetizza ai monti d’Israele e di’: Monti d’Israele, udite la parola del Signore. Così dice il Signore Dio: (…) voi, monti d’Israele, mettete rami e producete frutti per il mio popolo Israele, perché sta per tornare. Ecco, infatti a voi, a voi io mi volgo; sarete ancora lavorati e sarete seminati. Moltiplicherò sopra di voi gli uomini, tutta quanta la casa d’Israele, e le città saranno ripopolate e le rovine ricostruite. Farò abbondare su di voi uomini e bestie e cresceranno e saranno fecondi: farò sì che siate popolati come prima e vi elargirò i miei benefici più che per il passato e saprete che io sono il Signore. Ricondurrò su di voi degli uomini, il mio popolo Israele: essi vi possederanno e sarete la loro eredità e non li priverete più dei loro figli (…) Io, il Signore, l’ho detto e lo farò.

Questo non è solamente il tempo della resistenza, ma anche il tempo della profezia. Mentre ascoltiamo il nostro cuore, in questo tempo ampio che si è liberato da tanti impegni, abbiamo la possibilità e, forse, anche il dovere, di pensare il nostro futuro, di sognarlo e di progettarlo diverso da quel passato che, nostro malgrado, ci ha condotto fino a qui.
Il pensare al nostro futuro ci consente di utilizzare questo tempo come un tempo fecondo; possiamo confrontarci in famiglia, con gli amici, per dirci: come ripartiremo? Quali saranno i primi passi che faremo quando ci sarà concessa la libertà di ritrovarci, di riprendere la nostra vita? Cosa ci ha insegnato questo tempo di pausa forzata? Come vogliamo essere responsabili del tempo che vivremo dopo che questa furia sarà trascorsa?

E’ una grande possibilità che ci viene concessa: quella di trasformare questo tempo in un tempo di gestazione per la realtà nuova che potremo vivere insieme.
Come due genitori che attendono un bimbo, pur vivendo le limitazioni che il tempo della gravidanza richiede e impone, usano quel tempo per sognare e progettare ciò che avverrà dopo la nascita, così può essere anche per noi.

Consiglio a tutti di prendere un quaderno e cominciare a scrivere quello che si desidera per il tempo nuovo che verrà, a partire dall’esperienza che tutti stiamo vivendo. E’ un esercizio di resilienza molto importante che possiamo fare personalmente o condividere con altri. Possiamo diventare protagonisti di questo tempo senza subirlo. Possiamo farlo diventare un tempo fecondo.
Dipende da noi come viviamo questo tempo, come dipenderà da noi il futuro che vivremo: possiamo prepararlo. 

Libertà e responsabilità; oltre le leggi e le sanzioni.

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Siamo alla vigilia di nuove restrizioni e del prolungamento di quelle precedenti.
Da più parti si invoca la responsabilità personale per il bene comune che si sintetizza nell’invito a rimanere a casa.

D’altra parte ci arrivano continuamente notizie di persone che trasgrediscono le normative per motivi che a noi paiono futili, ma che li hanno portati a considerare che le loro esigenze non potessero essere limitate.

Certo potremmo fare una bella predica sull’individualismo, sulla inciviltà degli italiani, sul menefreghismo… ma non sono convinto che le invettive servano a molto.
La questione che affrontiamo, oltre che tematiche di educazione civica, evoca anche un atteggiamento spirituale: se io, infatti, rimango convinto che il mio bene valga più di tutto e che la mia libertà non possa essere limitata in alcun modo, cercherò in tutti i modi di aggirare le prescrizioni ed evitare le sanzioni, perché quello che io riconosco come il mio bene, risulterà irrinunciabile per me.

C’è un passaggio molto forte della Prima lettera ai Corinzi (capp. 8-9), dove san Paolo affronta questo tema della libertà individuale e del bene comune.
La questione affrontata da Paolo è molto lontana per noi e per la nostra cultura, e riguarda la possibilità, per i cristiani, di cibarsi delle carni che erano state immolate agli idoli nei templi pagani. Poiché questa prassi, di per sé lecita, era di scandalo per qualcuno dei cristiani di Corinto, Paolo invita ad usare la propria libertà per garantire il bene dei fratelli, non come un obbligo da imporre dall’esterno, ma come un atto d’amore che ogni credente ha la possibilità di compiere per il bene del fratello più debole

Credo che ci siano molte somiglianze nella circostanza attuale.
Bene fa lo Stato a definire delle regole e anche a stabilire sanzioni per chi le trasgredisce. Ma noi sappiamo che la norma ha principalmente un valore educativo. Lo Stato non avrebbe la forza di far rispettare la norma se, paradossalmente, tutti trasgredissero. La norma funziona solo se la maggioranza dei cittadini la riconosce come un riferimento che difende un valore e un bene comune.
La questione ci interpella dunque, anche sul piano morale e spirituale.
Perché io posso limitare la mia libertà? Chi mi può obbligare, se non la mia coscienza e la mia volontà di compiere un bene, che non sia solo il mio bene?
Come la mia libertà si trasforma in responsabilità che mi assumo nel compiere un bene più grande, per il quale la mia libertà viene sacrificata del tutto o in parte?
Queste sono domande molto importanti che, coloro che hanno l’autorità di governo a tutti i livelli, dovrebbero allegare alle norme promulgate, perché chi ha la responsabilità e l’autorità del governo svolge anche una funzione educativa nei confronti del popolo, funzione che non si esercita attraverso la demagogia – come purtroppo siamo stati abituati-, ma attraverso l’autorevolezza e la capacità di indicare il bene comune, affinché ognuno possa mettere in atto le modalità che possiede per perseguirlo.  

Mi ha molto colpito (e stupito) la scelta rapida che la Chiesa Italiana ha compiuto, tramite i suoi vescovi, nell’assumere le normative di prevenzione della diffusione del virus. Non è stata una scelta scontata e neppure condivisa universalmente. Tanti esponenti autorevoli si sono ribellati ed hanno fortemente criticato questa scelta, considerandola una resa acritica e improvvida.
Io, personalmente, l’ho condivisa e la condivido, come un grande atto d’amore al nostro popolo, anche nella consapevolezza piena di ciò a cui liberamente rinunciavamo: la messa, i sacramenti, la possibilità di vivere la nostra dimensione ecclesiale. Un atto d’amore: questo ci viene chiesto, e solo per questo possiamo accettare di limitare la nostra libertà personale ed ecclesiale.

Noi cristiani italiani, come tutti invitati a restare a casa, sapremo esprimere e testimoniare questo atto d’amore, che ci chiede di limitare la nostra libertà?
Saremo esemplari in questa generosità come lo siamo e lo siamo stati in altri atti di generosità?

Sapremo testimoniare che non abbiamo bisogno che qualcuno intervenga a sanzionarci, perché da soli abbiamo compreso il valore di questo gesto e lo assumiamo come una scelta che testimonia la nostra responsabilità?

Ama e fai ciò che vuoi“, diceva Agostino. Questa è la nostra vera libertà: l’amore.
Saremo capaci di testimoniarlo?

1990-2020: Trent’anni da diaconi

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Era il 17 marzo 1990. Il vescovo Mariano era arrivato a Rimini da qualche mese. La nostra ordinazione, in realtà, era prevista per l’anno precedente, ma tutte le traversie del cambio del Vescovo hanno fatto decidere di rimandarla, e si è deciso per il 17 marzo, terza domenica di quaresima.
Guido era già stato ordinato ad ottobre a Roma, insieme ai suoi compagni di seminario. L’ordinazione riguardava Antonio, Luca e me (quelli vestiti di bianco nonostante la quaresima).

Forse non tutti sanno che, se è vero che l’ordinazione sacerdotale è la tappa finale del cammino di formazione, l’ordinazione diaconale rappresenta il primo sì definitivo che un seminarista offre al Signore e alla Chiesa: per la persona è un passaggio davvero fondamentale. Così lo è stato per me; si è trattata di una vera consacrazione a Dio.

Anche se ho esercitato il ministero diaconale solo per nove mesi, ho sempre sentito il diaconato fondamentale e caratterizzante anche il mio essere prete. Non è un sacramento che ci viene dato in prestito: siamo e rimaniamo diaconi per sempre, anche quando diventiamo presbiteri.

Sono passati trent’anni da quel giorno e il mio cuore è colmo di gratitudine al Signore per il dono del diaconato. 
Soprattutto in questi giorni, in cui ogni attività sembra congelata, l’annuncio del Vangelo attraverso i mezzi che abbiamo a disposizione, e che non avevamo trent’anni fa’, mi aiuta a sentire il mio diaconato come attivo e prezioso. E’ il Signore che, attraverso il nostro ministero, ci aiuta a portare la sua parola di fiducia e di speranza.

Ringrazio Dio per aver condiviso questo percorso con degli amici che non mi hanno mai fatto mancare il sostegno e la stima (spero di aver fatto anche io lo stesso con loro).
Oggi prego soprattutto per loro, perché il Signore benedica il loro impegno di annuncio del Vangelo e di servizio alle comunità che sono state loro affidate.

Grazie Signore che ci consenti di condividere il servizio al tuo popolo e ci rendi partecipi della gioia che questo servizio porta a coloro che lo vivono.
Grazie Signore perché mi hai concesso la gioia di essere servo.

In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

Il treno delle pesche

Chiacchiere di cinematografia

Parrocchia Santarcangelo

San Michele Arcangelo

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA - Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION - A missionary look on the life of the world and the church

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