Il gelsomino

com’è esotico il gelsomino; in mezzo a quel grigio e a quello scuro color di melma è così radioso e così tenero: si può benissimo credere nei miracoli.” (Etty Hillesum)

Questa frase di Etty Hillesum, citata da Erika G. durante l’assemblea diocesana dell’altra sera, mi ritorna alla mente e “non mi lascia in pace” per dirla alla don Oreste.
Anche io non so nulla di gelsomini e di fiori in genere, ma sono attratto dalla bellezza, anche se devo riconoscere che non sempre mi concentro su di essa – lasciandomi semplicemente affascinare -, facendomi piuttosto distrarre (e rattristare) dal grigiore della melma.

Mi chiedo: è ingenuo fissare il gelsomino e perdersi nella contemplazione della sua bellezza? Non è più serio preoccuparsi della melma? E’ una “fuga dalla realtà”? Ma non è realtà anche il gelsomino?

Al centro del vangelo della messa di oggi (1 novembre) c’è una promessa di Gesù: “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Dov’è Dio? Dove posso contemplarlo? Nel grigiore della melma o nel gelsomino, nonostante la sua fragilità e incapacità di risolvere il grigiore della melma?

Il mio amico don Roberto B., durante la stessa assemblea, commentando l’intervento di Erika, ci ha invitato a rivolgere lo sguardo a ciò che è vivo e non a ciò che è già morto, per quanto imponente e storicamente importante.
In questo tempo di potatura, in cui siamo chiamati a valorizzare l’essenziale, questo potrebbe essere un criterio che ci aiuta molto, perché il Vivente, Colui che ha sconfitto la morte, dimora in ciò che è vivo e non solo in ciò che noi consideriamo importante; in ciò che ci rende vivi, non in ciò che ci affatica inutilmente (anche qui ci vorrebbe un bel discernimento).

Donaci, Signore un cuore puro,
capace di riconoscerti presente lì
dove la tua potenza di vita si manifesta.
Donaci, Signore un cuore puro,
fedele nel servizio a Te e ai fratelli
e ardente nella lode.
Donaci, Signore, un cuore puro,
capace di perdersi nella contemplazione
della bellezza del gelsomino
e libero dai sensi di colpa,
che ci vorrebbero far credere
che, fermandoci a guardare il gelsomino
abbiamo perso del tempo.
Amen.

Vinci il male con il bene

A qualcuno potrà sembrare un’ingenuità questa affermazione di san Paolo che chiude il capitolo 12 della lettera ai Romani. Eppure sono queste le parole che papa Francesco ha rivolto ai cattolici francesi, unendo la sua preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per tutta la comunità colpita da una violenza cieca e blasfema.

Questa parola, che ci è arrivata tramite san Paolo ed è riecheggiata dalla voce di papa Francesco, ci dice qual è il modo originale in cui i cristiani si pongono di fronte al male e alla violenza, soprattutto quando la subiscono.
Ma qual è il bene che vince il male, che lo disarma, che lo rende perdente? Qual è il volto concreto del bene che i cristiani portano nel mondo per vincere il male?

Prima di tutto vorrei ricordare a me stesso che il male va combattuto, mai tollerato. Il male e non le persone che agiscono male. Il male va denunciato perché deve essere riconosciuto come mortifero nei confronti dell’uomo e blasfemo verso Dio. E’ stato detto quasi due anni fa nel documento sulla Fratellanza Universale firmato ad Abu Dhabi, ed è bene riaffermarlo: nessuno può affermare di usare la violenza in nome di Dio!

Ma oltre la denuncia, il male va vinto. Come?
Il bene che vince il male è la giustizia che riconosce e rispetta e valorizza i diritti inalienabili di ogni uomo. Lì dove non c’è giustizia, il male cova ed esplode.
Il bene che vince il male è l’accoglienza e la condivisione. Quando mi faccio carico di un bisogno concreto, quando non rimango indifferente rispetto alle necessità di un fratello, di una sorella, di una famiglia, disinnesco la rabbia che nasce dal percepire di essere vittime dell’indifferenza.
Il bene che vince il male è la fraternità che nasce da uno sguardo che sa riconoscere nell’altro uno uomo come me, con gli stessi sogni, con le stesse paure, con gli stessi bisogni. La diffidenza e l’ostilità nascono sempre dallo sguardo e generano senso di rabbia e di ribellione.
Il bene che vince il male è il dialogo, la capacità di saper riconoscere il valore di quanto tu affermi e la disponibilità a spiegare e rendere comprensibile quanto è importante per me. Il dialogo disinnesca le ideologie che sono sempre matrici di violenza indipendentemente dal colore (se esistono ancora dei colori) o dalla matrice culturale e aiuta a riconoscersi reciprocamente cercatori della verità e del bene.
Il bene che vince il male è il perdono, quella straordinaria sovrabbondanza di amore che sa distinguere tra errore ed errante e, mentre condanna l’errore, diventa capace di abbracciare l’errante perché riconosce il male che quell’errore ha causato anche a chi l’ha commesso.

Ma noi siamo capaci di questo bene? Fa parte veramente della nostra vita illuminata dal Vangelo?
Qualcuno potrebbe affermare: che valore ha il bene che io compio nel mio piccolo di fronte al male del mondo? Si potrebbe rispondere che in una stanza completamente buia anche la luce di una singola candela fa la differenza. Ognuno di noi è chiamato a fare quello che gli è possibile fare. Insieme, poi, possiamo aiutarci e unire il nostro impegno per il bene, dandogli maggiore visibilità. Il bene, in ogni caso, non va mai perduto e, come diceva il Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero.

Mentre ci avviciniamo alla festa di tutti i Santi, giorno in cui riascolteremo dalla bocca del Signore il vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12), proviamo a chiederci se in questo tempo, con le sfide che ci troviamo ad affrontare e di fronte alle provocazioni che la storia ci offre, noi discepoli di Gesù saremo capace di pronunciare quella parola e compiere quel gesto che è capace di vincere il male con il bene. Avremo sufficiente fede e speranza per farlo? Saremo davvero testimoni di Gesù?
E se ci rammarichiamo perché, a causa delle misure dovute alle esigenze di contenimento del contagio, non potremo festeggiare queste feste come siamo abituati a fare, possiamo provare a pensare che forse è proprio questo che il Signore ci chiede in questo anno: vincere il male con il bene, come ha fatto Gesù, come hanno fatto i santi.

Per chi lo desiderasse propongo la lettura di due articoli che ho trovato molto interessanti:
Mattia Feltri; Attentato a Nizza, l’Europa non sa difendersi e perde se stessa
Andrea Riccardi; Il blasfemo omicida, i giusti credenti

Un millesimo

Ieri sera condividevo con i seminaristi un pensiero che mi ha fatto un po’ sorridere durante l’ultimo weekend; un pensiero che riguarda le dimensioni.
La comunità che mi è affidata in questo momento ha le dimensioni pari ad un millesimo rispetto a quella che presiedevo fino a sei mesi fa’.
Riconosco sia un pensiero apparentemente inutile, ma che è stato lo spunto per una riflessione su quanto ora mi è richiesto.
Per convenzione, si pensa che la comunità di Santarcangelo conti circa quindicimila persone (comprendendo anche molti che, pur risiedendo in altre zone, di fatto, gravitano su Santarcangelo per motivi diversi), mentre ora vivo stabilmente con quindici seminaristi (un’altra decina ruota intorno al seminario, ma non in modo stabile) e condivido questo servizio con altri due preti.
La sproporzione è talmente evidente che deve dire qualcosa di diverso dai rapporti numerici, qualcosa che va colto su un altro ordine di valutazioni. 

In questo servizio educativo ci è chiesto quello che in parrocchia, purtroppo, non riuscivamo sempre a garantire: l’attenzione alle piccole cose, per accompagnare il cammino di fede delle persone. In seminario ci viene chiesto di prendere in carico gli aspetti più particolari, i passaggi quotidiani che la persona vive, per accompagnarla a leggerli alla luce della fede e del Vangelo. In realtà sarebbe un diritto di tutti i battezzati avere un accompagnamento così particolare. Ai seminaristi, chiamati ad essere uomini completamente dedicati al servizio della comunità, la Chiesa lo garantisce.

Molti dei miei amici preti, conoscendomi come un iperattivo, sono preoccupati nel pensare che, date le dimensioni attuali della comunità del seminario, io mi senta disoccupato e nell’impossibilità di gestire il tempo in modo proficuo. In realtà anche io pensavo di poter godere di un tempo ampio per scrivere, studiare, fare cose… Ma non è così! Il mio tempo corre veloce tra incontri personali e impegni vari che questa piccola comunità richiede. Non mi sento affatto disoccupato!

Oggi poi, il vangelo del granello di senapa e del lievito ci chiede di valorizzare ciò che è piccolo, perché diventi capace di cambiare la realtà delle cose. Questa luce evangelica oggi guida il mio pensiero e la mia azione: io mi sento il granello di senapa gettato in un giardino, chiamato a diventare realtà accogliente che consenta ad altri di trovare spazio per nidificare e crescere. E questa comunità, pur piccola, spero davvero che divenga lievito capace di far diventare buona la pasta delle nostre chiese locali.
Se quanto è piccolo mantiene la forza per trasformare la realtà, deve essere riconosciuto e valorizzato. Il resto lo fa il Signore!

Fraternità indelebile

In questi giorni, anche a seguito della Enciclica del Papa, si parla molto di fraternità: è una parola con cui ci riempiamo facilmente la bocca; anche io.
La fraternità, però, esige di essere qualcosa di concreto: non un’idea, non un valore, ma una realtà riconosciuta, perché data, e custodita, perché scelta: non scegliamo di essere fratelli, ma possiamo scegliere di vivere da fratelli.

Oggi ho perso un fratello nel modo più tragico possibile.
M. ha deciso, per motivi a me sconosciuti, di non voler più vivere.
Non ci vedevamo da molti anni; le nostre strade si erano separate per scelte molto diverse; confesso, oggi con un po’ di vergogna, che da molto tempo non pensavo a lui; ma questa sera questa frase mi risuona nella testa: dov’è tuo fratello?
Non posso accampare giustificazioni di fronte a questa domanda. Non posso dire che non avevo responsabilità su di lui perché ha fatto le sue scelte. M. era mio fratello per il battesimo che ha ricevuto, per il sacramento dell’ordine che ci univa: questi due sacramenti non si possono cancellare, neanche se uno pensa che non contino più nulla. Sono indelebili, entrano a far parte di me e mi legano a tutti coloro che li hanno ricevuti, come il sangue lega due fratelli, anche se non vivono come tali.

La notizia della morte di M. è risuonata lungo tutta questa giornata e ora, mentre mi appresto ad andare a dormire, non sento utile chiedermi cosa avrei potuto fare, lacerandomi nei sensi di colpa, ma mi chiedo cosa posso fare adesso.
Mi sembra che ricordare M. come un fratello abbia un grande valore; sentirmi legato a lui, anche in un momento assurdo e tragico come questo, mi sembra che rimanga la cosa più importante da vivere, fuggendo alla tentazione di smarcarsi.

Allora questa sera prego per M., mio fratello, che ha scelto di non vivere più.

Nostro Padre ti accolga fratello e ti doni pace.
Possa tu trovare riposo nell’abbraccio misericordioso del Figlio, che ha voluto lui pure farsi nostro fratello.
Lo Spirito dell’amore possa ora riscaldare il tuo cuore e farti sentire amato da sempre e per sempre, dal Padre e, nonostante tutte le loro incoerenze, dai tuoi fratelli.
Ora, se puoi, prega per noi, fratello.

Non sarà gratis

Ci risiamo!
Ce lo potevamo aspettare, nonostante le rimozioni collettive e le illusioni estive.
Siamo dentro la cosiddetta seconda ondata e, mentre si tenta di trovare le soluzioni al problema del contenimento del contagio, sono partiti i litigi e le proteste da parte di chi si sente penalizzato per le scelte compiute o anche semplicemente ventilate.

Io non ho da proporre soluzioni semplici al problema che ci affligge, e non invidio coloro che sono al governo e sono chiamati a gestire questa vicenda drammatica, ma una cosa ormai l’ho compresa: uscire da questa situazione non sarà gratis; ci sarà un prezzo da pagare! La differenza sarà data da chi e da come lo pagheremo.

Lo ha già detto più volte il Papa e non dico nulla di originale: questa crisi può diventare una tragedia epocale se permangono gli egoismi e la cultura dello scarto che ha caratterizzato il nostro tempo, oppure può diventare una grande opportunità per ripartire con uno spirito rinnovato: dipende da noi, da tutti noi! Dipende anche da me!

Ascoltando la radio mentre ero in auto, ho sentito di una sentenza di tribunale che ha imposto al proprietario di un immobile di diminuire la rata d’affitto di un ristorante, secondo il principio che, davanti ad una crisi che coinvolge tutti, tutti devono pagare qualcosa e non solo chi ha il rischio dell’impresa. Mi è sembrata una sentenza giusta: ma siamo davvero disponibili a pagare tutti un pochino? E io cosa sono disponibile a pagare, cosa sono disponibile a mettere in gioco?

Credo che la tensione emergente di questi giorni, a fronte di annunci di possibili restrizioni, sia dovuta al fatto che alcune categorie si sentono particolarmente penalizzate, mentre altre sembrano maggiormente garantite.
Se siamo sulla stessa barca, come ha affermato papa Francesco in quel memorabile intervento in piazza san Pietro il 27 marzo scorso, occorre che questa vicenda divenga una straordinaria esperienza di solidarietà e condivisione. Come sarebbe bello se non ci fosse bisogno di un tribunale che impone certe scelte, ma nascessero dal riconoscimento di un’esigenza che deriva dal legame umano e sociale che condividiamo?

E noi cristiani cosa possiamo aggiungere a questa esigenza di condivisione? Quale testimonianza concreta possiamo portare per illuminare evangelicamente una situazione tenebrosa come quella che stiamo vivendo e che ci prepariamo a vivere?

Come fare diversamente?

Il fatto
Ieri sera sono stato chiamato a celebrare la messa che precedeva la cerimonia dei passaggi del gruppo AGESCI Rimini 3 (tre branchi, tre reparti, noviziato, due clan e comunità capi), con la partecipazione di circa trecento persone. Intelligentemente i capi hanno pensato di utilizzare lo stadio del baseball di Rimini per garantire il distanziamento di un numero consistente di ragazzi e ragazze.
Tutto è stato predisposto al meglio delle possibilità: canti, impianto audio, preghiere, lettori … il posto era bello; veramente nulla da dire sulla organizzazione.
Eppure la messa non ha funzionato.

Ciò che ho visto
Tutti i ragazzi e le ragazze hanno fatto una grande fatica a vivere la messa.
Probabilmente perché non sono più abituati a farlo, dopo mesi che ne sono assenti.
Probabilmente perché la loro attenzione era concentrata su altro (l’emozione di salutare i grandi che partivano e di accogliere i piccoli che “salivano” nelle varie unità).
Probabilmente perché il luogo e la distanza necessaria dalle norme non hanno facilitato la celebrazione.

Mi sono chiesto:
Mentre quando sono stato chiamato dai capi ho pensato anche io che fosse “normale” proporre la celebrazione della messa (domenicale) in un momento importante come quello della cerimonia dei passaggi, mentre ero lì e osservavo quei ragazzi e quei bambini mi sono chiesto: ma veramente non potevamo fare diversamente?
Non potevamo insieme pensare ad un “momento domenicale” più integrato con la cerimonia dei passaggi, vero polo di attrazione di quella serata per i ragazzi e le ragazze che erano presenti? Davvero abbiamo solo la messa da proporre anche a costo di imporla e – nonostante tutto il nostro impegno – renderla un elemento pressoché estraneo alla serata? Davvero la messa va bene sempre e comunque?

Sono domande difficili che propongo e condivido perché mi sta a cuore il cammino di fede dei nostri ragazzi e e ragazze e perché credo molto nel valore della messa. Credo che dobbiamo avere il coraggio di pensare che, in alcuni momenti (alcuni ben programmati nel corso dell’anno), valga la pena proporre un segno bello, che aiuti a ricuperare il valore della domenica (elemento imperdibile), che aiuti i ragazzi a compiere un passo nella fede (anche piccolo) a partire da quanto stanno vivendo in quella circostanza.
Nel tempo della chiusura delle chiese e della sospensione dell’eucaristia abbiamo sperimentato modalità diverse che, forse, chiedono di essere ricuperate e valorizzate anche quando la messa è possibile, ma non conveniente.

Credo che anche su questo aspetto, dovremmo metterci in ascolto dei nostri ragazzi e delle nostre ragazze e comprendere di cosa loro abbiamo effettivamente bisogno per compiere il cammino della fede che noi desideriamo condividere e proporre loro.

Grazie ai capi del Rimini 3 che mi hanno invitato e che si sono impegnati a mille per far vivere questo momento ai loro ragazzi e ragazze. Grazie anche perché mi hanno dato l’occasione per riprendere alcune riflessioni che non voglio rimangano relegate ai tempi della quarantena e della zona rossa.
All’inizio di questo anno, nei vari contesti educativi e pastorali, credo che questa riflessione sia utile per tutti, a cominciare da noi preti. Buon lavoro.

W la scuola

Domani finalmente inizia la scuola!
Non si può non essere contenti per questa ripartenza!
Al netto delle polemiche politiche e delle ansie gestionali che hanno caratterizzato le ultime settimane, la ripresa delle attività scolastiche è un motivo di gioia e un grande segnale di speranza, che stimola tutti a reagire dallo stato di prostrazione che ha caratterizzato gli ultimi mesi.
La ripresa della scuola è molto attesa perché segna – finalmente – un passo importante verso il ricupero della “normalità”. E’ difficile per tutti definire cosa sia normale: certamente possiamo trovarci d’accordo nel dire che non sia normale che ai nostri bambini, ragazzi, giovani sia impedito di andare a scuola.
La ripresa della scuola è anche temuta, perché comporta un grande movimento di persone e, potenzialmente, un aumento notevole del rischio di contagio. Ma di questo si è già parlato abbastanza.

Io oggi vorrei rivolgere un pensiero particolare agli insegnanti e alle insegnanti che da domani incontreranno nuovamente i loro studenti e le loro studentesse.
Mi sento di dichiarare grande simpatia per coloro a cui è affidata la gestione educativa di questa ripartenza. Mi sento di voler dichiarare che faccio il tifo per loro; che mi sta a cuore più degli altri anni il servizio che rendono ai nostri ragazzi e giovani.
Il loro impegno infatti, quest’anno più che in altri anni, non sarà limitato allo svolgimento dei programmi scolastici, ma saranno chiamati ad essere quegli adulti che, proprio in un ambito prezioso come la scuola dove si impara a conoscere con metodo e in profondità, dovranno raccogliere le domande dei nostri studenti, anche quelle maturate in questi mesi di paura condivisa, per farle diventare percorsi di ricerca, di approfondimento, di conoscenza più profonda della realtà in cui siamo immersi.
Questo è il compito prezioso di tutti gli insegnanti e per questo facciamo il tifo per loro.

Proprio in questi mesi di chiusura delle scuole, nonostante le varie modalità per supplire alla mancanza delle lezioni in presenza, abbiamo compreso ancora di più il valore del servizio che le maestre e tutti i docenti e le docenti svolgono per i nostri giovani e ragazzi: esse/i non devono trasmettere delle informazioni, ma introdurre e accompagnare nella conoscenza della realtà: questo non si può imparare dai motori di ricerca di internet.

Dunque un grande in bocca al lupo a tutte le insegnanti e a tutti i docenti!
Non sarà una ripartenza facile: lo sapete già; ma non vi lascerete spaventare dalle difficoltà se terrete lo sguardo fisso sugli occhi dei ragazzi e delle ragazze che da domani siederanno di fronte a voi, finalmente in presenza. E’ per loro che siete lì e noi tutti ve ne siamo grati.

Buona ripartenza, dunque e … W la scuola!

A Bologna

Panorama di Bologna dal Seminario Regionale

Dopo un’estate vissuta come un lungo passaggio, dal 1 settembre sono finalmente arrivato a Bologna, per iniziare il mio servizio in Seminario.
Il luogo mi è famigliare perché ho vissuto qui gli anni della mia formazione, ma tornarci come formatore mi ha suscitato qualche emozione, oltre che qualche sana preoccupazione.

In questi giorni “il clima” è molto tranquillo; ancora non sono iniziate le attività scolastiche e non sono ancora arrivati i seminaristi. Sono con un piccolo gruppo di preti che vivono qui, impegnati in varie attività che convivono in questa grande struttura.

Avere un tempo per sistemarmi con calma, per organizzare l’arrivo dei seminaristi, per ambientarmi in un nuovo contesto lo sento come un dono per il quale ringraziare.
L’accoglienza che ho ricevuto da coloro che qui già vivevano è stato un altro bel dono: in questi giorni abbiamo la possibilità di conoscerci meglio, o di riconoscerci, dopo tanti anni vissuti a distanza.

La facciata principale del Seminario

In questi primi giorni vivo forte la curiosità di conoscere la realtà in cui sono chiamato a vivere nei prossimi anni. Pur avendo vissuto a Bologna per cinque anni durante la mia formazione teologica, il ritmo intenso degli studi e lo stile che ci veniva richiesto dal seminario di allora (forse anche la mia pigrizia) non mi hanno consentito di conoscere questa bella città e questa Chiesa (oltre il suo volto più clericale).
Ora sento di avere l’opportunità e la responsabilità di lasciarmi coinvolgere e incontrare, per conoscere e ricevere il bello che qui c’è, come una grazia che mi viene posta innanzi.

Vivo anche il desiderio forte di incontrare i seminaristi e di cominciare con loro l’esperienza della vita comune: durante l’estate alcuni li ho incontrati, di loro abbiamo parlato con i rispettivi vescovi e rettori diocesani, ma ora sento che è giunto il momento di iniziare il cammino insieme. La data prevista è il 17 settembre.

La mia postazione di lavoro nel nuovo ufficio

Come accadeva anche quando ero a Rimini, la prima domanda che molti mi rivolgono è: quanti sono i seminaristi? Nella nostra mentalità abbiamo sempre bisogno di misurare e di pesare per decidere il valore di una realtà.
La comunità, nel suo complesso, sarà composta da ventisette persone in formazione (in situazioni molto diverse e con una presenza molto diversa in seminario) e tre formatori, provenienti da nove diocesi.
Desidererei però che, più che il numero, fosse messo in evidenza il cammino che queste persone stanno facendo, il valore della proposta che in seminario si cerca di condividere, la qualità evangelica di un’esperienza che, per essere formativa, chiede di essere vera, aderente alla vita, capace di provocare continuamente alla conversione.

Alcuni seminaristi all’ordinazione presbiterale di don Marco Donati a Faenza

Sul seminario, sulla sua proposta formativa, sull’equilibrio tra gli elementi che la compongono, si è molto discusso in ambito ecclesiale negli ultimi cinquanta anni, proponendo idee interessanti e valutazioni stimolanti.
Al netto di tutte le riflessioni, che penso debbano continuare ed essere sempre più costruttive, credo che a noi oggi sia chiesto di impegnarci in questa realtà, valorizzando questo tempo che ci è dato come un’opportunità per far vivere ai seminaristi (quelli che ci sono) un’esperienza di Chiesa vera e bella, un’esperienza dalla quale possano uscire contenti di donare la propria vita per il Signore e per i fratelli: questa è la sfida che ci è posta nelle mani.

Grazie a Dio non siamo da soli a viverla. Accanto a noi ci sono i nostri vescovi, che accompagnano il nostro cammino, le nostre diocesi e tanta gente che “fa il tifo per noi”.

Al seminario, sia quello delle singole diocesi che quello regionale, è chiesto di accompagnare nel discernimento della vocazione, formare al ministero presbiterale, ma anche di essere un “luogo segno”, un luogo significativo che provochi tutta la Chiesa ad un impegno per l’annuncio del vangelo e la testimonianza della fede.
Accogliamo questa responsabilità e ci prepariamo per iniziare questo tempo che il Signore pone dinanzi a noi.

Lo stemma di papa Benedetto XV a cui è dedicato il Pontificio Seminario Regionale Flaminio

Sognati da Dio

La festa della Natività di Maria ci pone di fronte al tema della predestinazione, un tema delicato perché impatta sulla libertà dell’uomo. Sappiamo quanto l’uomo moderno sia sensibile alla custodia della sua libertà!
Ma Dio interviene e prepara una storia, pone le condizioni perché quella libertà possa diventare adesione alla sua proposta; egli non obbliga nessuno, ma, ragionando in prospettiva, concede al chiamato gli strumenti necessari per poter aderire liberamente alla chiamata che Lui si prepara a rivolgergli al tempo opportuno.

In questa festa della Natività di Maria, che non è isolata dalle altre feste mariane, noi abbiamo la possibilità di contemplare le cose nel loro esito (l’assunzione al cielo di Maria) e di poter valutare e tutto il processo nei suoi vari passaggi: possiamo così averne un giudizio completo.
Se guardiamo la vicenda umana e vocazionale di Maria dal punto di vista della sua glorificazione in cielo, possiamo dire che in Lei si è compiuto il sogno di Dio. Lei è l’immagine dell’umanità sognata da Dio, capace di vivere la propria libertà come adesione totale alla proposta che Dio rivolge all’uomo.
Dal punto di vista della sua glorificazione, noi non abbiamo dubbi su come l’opera che Dio ha compiuto in Lei fin dal suo concepimento sia stata un vero capolavoro, che in nulla ha leso la sua libertà, esaltando pienamente le sue potenzialità.

Sarebbe bello anche per noi pensarci sognati da Dio, rappacificati in ciò che Dio compie precedendo la nostra libertà per consentirci di viverla in pienezza.
Sarebbe bello che anche noi pensassimo alla nostra vita come al sogno di Dio che si realizza grazie anche alla nostra adesione alla sua chiamata.
Mi piace pensare che questo sia il modo che ci è dato per amare Dio: compiere il suo sogno su di noi, corrispondere alla sua chiamata per giungere alla glorificazione.

C’è un testo di san Paolo, nella lettera ai Romani, in cui in poche frasi si descrive tutto questo processo che ci coinvolge:
Noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio, per coloro che sono stati chiamati secondo il suo disegno.  Poiché quelli che egli da sempre ha conosciuto, li ha anche predestinati a essere conformi all’immagine del Figlio suo, perché egli sia il primogenito tra molti fratelli; quelli poi che ha predestinato, li ha anche chiamati; quelli che ha chiamato, li ha anche giustificati; quelli che ha giustificato, li ha anche glorificati. (Rom 8,28-30)

Se noi pensassimo e credessimo che davvero tutto concorre al bene di coloro che amano e sono amati da Dio, non avremmo alcun timore per la nostra libertà e potremmo realizzare gioiosamente in noi il sogno di Dio.

La prima pietra di un grande progetto

Matrimonio di Alessio e Elena
Collegiata di Santarcangelo – 29 agosto 2020

Is 55,6-11; Rom 12,1-2.9-21; Mt 7,21-27

Oggi siamo qui perché Alessio ed Elena hanno deciso di costruire una casa, la loro casa.
Ci hanno invitato per condividere con loro la gioia di questa decisione.
Oggi condividiamo con loro la posa della prima pietra, un momento solenne che chiede di essere celebrato come l’inizio di qualcosa di nuovo che prima non c’era e che oggi prende l’avvio.

Conoscendo bene Alessio ed Elena nessuno di noi può pensare che questa decisione sia stata improvvisata; se oggi posiamo la prima pietra, siamo curiosi di sapere come sarà questa casa, come l’avete pensata, qual è il progetto che guida la vostra costruzione?

Riprendendo le letture che sono state scelte da Elena ed Alessio per questa celebrazione, mi rendo interprete del progetto che hanno condiviso e, prendendo sul serio la metafora della casa, mi propongo come una guida che accompagna a visitare i vari ambienti di questa casa che loro hanno deciso di abitare.

1. Le fondamenta
Capite subito che questa visita è un po’ strana, perché nessuno visita le fondamenta di un edificio. Eppure Gesù è molto chiaro; ci dice: fate attenzione alle fondamenta, costruite la vostra casa sulla roccia. Questa è la decisione che Alessio ed Elena hanno preso: dare un fondamento solido all’edificio che abiteranno.
Sembra una cosa scontata, mentre invece è rivoluzionaria!

In questo tempo in cui si esalta la fluidità, la duttilità, la liquidità, voi avete scelto di fondare la vostra casa su qualcosa di rigido e di inamovibile.

La caratteristica della roccia, a differenza delle fondamenta di cemento armato, è che essa rappresenta un elemento già esistente, un elemento che vi precede e sul quale decidete di fondare la vostra casa.
Così, dice il Vangelo, è per la Parola di Dio. La sua caratteristica fondamentale è che ci precede e ci trascende sempre, ci fa fare fatica perché non si adatta alle nostre esigenze, ma chiede a noi di essere accolta e di modificare noi stessi per conformarci ad essa. Sembra del tutto sconveniente! Eppure, dice Gesù, è l’unica garanzia per non vivere in balia delle circostanze.

Accade, come abbiamo visto negli ultimi mesi, che eventi tempestosi si abbattano su di noi; la capacità di resistere a tali eventi dipende soprattutto dal fondamento. La promessa che Gesù vi rivolge oggi è che questo fondamento reggerà se voi siete disposti a considerarlo il punto di riferimento su cui la vostra casa è edificata.

A differenza delle altre fondamenta che rimangono sepolte sotto terra, questo fondamento rimane evidente e chiede di essere considerato quotidianamente.

2. La camera da letto: il luogo della vostra intimità di coppia
Oggi ci permettiamo di entrare anche nel luogo della vostra intimità. Siete voi che ci avete invitati.

Questo luogo è importante perché è lo spazio in cui voi vi donate l’uno all’altra e in cui il vostro amore si manifesta in tutti i suoi aspetti. È qui che comprendiamo come il vostro amore divenga un sacramento dell’amore di Dio.
San Paolo, nella seconda lettura che abbiamo ascoltato (che sarà anche il testo che leggeremo nella messa di domani) dice queste parole straordinarie: Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale (Rom 12,1).

Il vostro amore, che si manifesta nel dono reciproco di voi stessi anche nella sua dimensione corporale, diviene un culto spirituale, una lode a Dio, un sacrificio a lui gradito. Ecco il mistero dell’amore cristiano che si esprime nella relazione coniugale e che voi avete scelto di vivere accogliendo questa parola del Signore. L’amore è dono di sé stessi a imitazione del dono che Gesù ha fatto di sé stesso.

Questa è una dimensione delicata; è facile dirla a parole, fare un’omelia, scriverci un libro o una canzone; ma viverla nella quotidianità è una bella sfida; per questo essa va custodita e va curata con attenzione.

Per aiutarci, san Paolo, nello stesso testo, dice anche: “gareggiate nello stimarvi a vicenda”. L’amore è vero quando io stimo l’altro degno del dono che faccio di me stessa o di me stesso. Tale stima è espressa proprio nel luogo in cui vi esponete maggiormente l’uno all’altro, in cui vi spogliate di ogni ruolo, di ogni titolo, di ogni sovrastruttura, in cui vi mostrate anche nella vostra fragilità e imperfezione. Lì la stima è autentica e alimenta l’amore e il dono reciproco.Se non c’è questa stima tutto diviene ripetitivo e sterile.

Vi auguriamo quindi che il luogo della vostra intimità, nel quale oggi ci avete invitato, sia vissuto come il luogo in cui insieme, nel vostro amore, rendete lode a Dio e vi riconoscete sempre più degni di stima.

3. La stanza del pensiero: un luogo per il discernimento e per le scelte
È davvero particolare questa casa che avete pensato di costruire. Questa non è una stanza che si trova in molte case, eppure è un luogo importante. Voi avete compreso da tempo che non si può vivere seguendo la mentalità comune, ma che, di fronte alla realtà, occorre darsi un tempo e avere uno spazio per compiere un discernimento che ci consenta delle scelte opportune, consapevoli e coerenti con quanto noi crediamo vero e giusto.

Nelle letture che ci avete proposto, il Signore insiste su questo aspetto; il profeta Isaia, parlando a nome di Dio, ci ha ricordato con forza: i miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri. (Is 55,8-9).

A noi, che ci diciamo credenti, i pensieri di Dio interessano; li reputiamo intelligenti a prescindere, capaci di aiutarci a comprendere meglio la realtà nella quale viviamo e a compiere le scelte necessarie.

Anche san Paolo, nella seconda lettura, ci diceva con chiarezza: Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto. (Rom 12,2)

Anche se voi siete due bravi ragazzi, bene educati dalle vostre famiglie e dalla comunità cristiana, addirittura due capi scout, avete compreso da tempo che questo discernimento è un processo complesso, che richiede tempo e spazio.

In questa stanza del pensiero allora troveremo una Bibbia per ascoltare la Parola del Signore, troveremo una TV, un computer connesso alla rete, dei giornali e dei libri e tutto ciò che ci consente di metterci in ascolto della realtà nella quale siamo immersi e viviamo, consapevoli che prima di ogni giudizio è importante la conoscenza e la condivisione; troveremo anche alcuni documenti della Chiesa che, nel suo servizio di accompagnamento ci aiuta a decodificare quanto accade intorno a noi… per poter compiere le scelte opportune e vivere da credenti e testimoni in questo mondo.

In questa stanza – sono sicuro – ci saranno alcune sedie poste in cerchio, perché questo impegno di discernimento possa essere condiviso con gli amici e con coloro che la provvidenza di Dio pone sul nostro cammino.

4. Le stanze dell’ospitalità e della condivisione della vita
Una casa cristiana non è fatta per essere un museo, ma un luogo di accoglienza, di ospitalità e di condivisione.

La prima ospitalità che sarete chiamati a vivere è quella nei confronti dei figli che Dio vorrà donarvi e affidarvi. Essi nasceranno dal vostro amore di coppia e voi sarete chiamati a vivere al loro servizio fino a quando diventeranno adulti. Oppure saranno rigenerati nell’amore grazie alla vostra generosa accoglienza; presso di voi potranno curare le ferite di un abbandono subito o di situazioni difficili vissute nella famiglia di provenienza e potranno ricuperare la fiducia necessaria per affrontare con coraggio e speranza la loro vita.

C’è poi l’ospitalità degli amici con i quali si condivide il cammino; l’amicizia chiede di essere alimentata nella reciproca ospitalità che, di volta in volta, saprà condividere momenti di gioia e momenti più difficili.

C’è infine l’ospitalità di coloro che il Signore pone sul nostro cammino: è quella verso i vostri vicini di casa, verso le persone che provvidenzialmente incontrerete e scoprirete che hanno bisogno di trovare presso di voi un po’ di ristoro, verso le persone in difficoltà con le quali vi troverete a condividere semplicemente quanto la provvidenza di Dio ha messo a vostra disposizione.

Tutte queste ospitalità saranno un po’ faticose, renderanno la vostra casa un po’ disordinata, ma saranno la garanzia di custodirla come un luogo ossigenato con aria buona, un luogo in cui la vita circola e in cui vi troverete a fare i conti con una provvidenza che sempre ci dona più di quanto ci domanda.

Carissimi Alessio ed Elena, per oggi la visita del progetto della vostra casa si ferma qui.

Sarete voi, nel tempo che verrà, a mostrarci come questa casa ha preso corpo, come avrete dato seguito a quanto ora è un progetto, come avrete modificato alcune cose perché avete compreso meglio come volete abitare la vostra casa, …

Molte delle persone che oggi sono qui a festeggiare con voi le troverete disponibili per aiutarvi a costruire, a traslocare cose, a modificare quanto scoprirete importante per voi e per la vostra famiglia: non pensate di dover fare tutto da soli.

Un po’ provocatoriamente, vi auguriamo che questo non sia il giorno più bello della vostra vita. Se fosse così, sarebbe davvero triste e per molto tempo vi attenderebbe solamente qualcosa di meno.

In questo giorno bello, invece, vi auguriamo nel nome del Signore che ogni giorno possa essere più bello del precedente, perché la promessa di Dio, la roccia sulla quale oggi voi posate la prima pietra della vostra casa, possa realizzarsi in voi e nella famiglia a cui oggi date inizio; perché possiate abitare questa casa sicuri dalle intemperie e pronti a diffondere intorno a voi la gioia che riempie la vostra casa.

Carissimi Alessio ed Elena, il Signore vi benedica in tutti i giorni della vostra vita e la pace del Signore regni nella vostra casa.

Amen!

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