Non abbiate paura!

Messa di saluto alla comunità di Santarcangelo

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I cambiamenti non piacciono quasi a nessuno, soprattutto quando si diventa un po’ grandi. Tutto ci sembra difficile nel cambiare. Anche se sappiamo che nel cambiamento c’è del buono, preferiremmo rimanere nella nostra posizione.
Lo dice anche Gesù nel Vangelo: «Nessuno che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: «Il vecchio è gradevole!» (Lc 5,39).

Ma i cambiamenti ci sono nella vita, sono ineluttabili: noi siamo persone in continuo cambiamento.
Di fronte ad essi possiamo reagire in due modi: con la nostalgia o con la fiducia.
La nostalgia la conosciamo bene: genera un senso di angoscia, un senso di precarietà che porta alla depressione, che ci fa perdere il gusto di ogni cosa buona, il valore di ogni cosa bella. Abbandonarsi alla nostalgia non porta alcun vantaggio, anzi diventa un’esperienza di morte.

La fiducia, invece, ci apre alla speranza; non elimina affatto la fatica, ma ci fa guardare oltre: come la donna che partorisce (è un altro esempio di Gesù); essa supera il dolore lancinante delle doglie del parto con la gioia della nascita del figlio.

In questi giorni il Signore viene per misurare la nostra fede.
Come alla fine di marzo, durante l’apice dell’epidemia in Italia, in quel fortissimo momento voluto dal Papa, celebrato nella piazza di san Pietro completamente deserta, il Vangelo ci ha posto la domanda della fede: Perché avete paura?, in questa domenica, che segna per noi un passaggio, il Signore ci rassicura: Non abbiate paura!

Lo dice a me: non avere paura Andrea, perché continuo a custodire il tuo cammino; ovunque andrai io sarò con te, come ho promesso ad Abramo, a Mosè, a Davide, a Maria. Come Gesù ha promesso ai suoi apostoli: io sarò con te e, se tu mi segui, porterò a compimento l’opera che ho iniziato in te quando ti ho chiamato  a seguirmi. Sarò con te a Bologna come sono stato con te a Santarcangelo e in tutti i luoghi dove hai sperimentato la mia grazia; io avrò cura di te, renderò fruttuoso il tuo impegno: non avere paura!

Lo dice alla comunità parrocchiale di Santarcangelo: non abbiate paura perché ho cura anche di voi. Anche se uno dei vostri preti parte, un altro molto bravo arriva e altri tre preti, che vi conoscono bene e che vi vogliono molto bene, rimangono con voi. Non abbiate paura: riconoscete il bene che c’è tra voi; approfittate di questo passaggio per crescere nella responsabilità. Fate crescere il bene che è stato seminato tra voi da tante persone e continuerete sicuri sul cammino della vostra vita. Non abbiate paura!

Lo dice alla nostra città, in questo momento di crisi economica e sociale: non abbiate paura perché il Padre vi dona il necessario per vivere. Avete sperimentato la solidarietà nei momenti dell’isolamento; siete stati capaci di riscoprire i vicini di casa, di aiutarvi gli uni con gli altri; nessuno è stato lasciato solo. Non abbiate paura! Forse dovrete rinunciare a qualcosa di non essenziale; forse dovrete imparare a vivere una vita più sobria, ma se vi aiuterete gli uni gli altri, supererete questa situazioni di difficoltà. Non abbiate paura!

In questo giorno in cui ci salutiamo, questo invito del Signore è di grande consolazione per tutti noi. Se oggi siamo qui è perché, per sua grazia, abbiamo sperimentato qualcosa di bello insieme. Solo quattro anni fa non ci conoscevamo e ora sentiamo che è difficile separarci: è un vero miracolo del Signore.

Io devo ringraziare il Signore per questo breve tempo che ho vissuto tra voi, perché davvero ho sperimentato cose belle ed ho incontrato persone che si lasciano coinvolgere in proposte impegnative, persone che vogliono fare sul serio. Ringrazio il Signore perché in questi anni ci ha fatto sperimentare che vivere secondo la parola del Vangelo porta frutto. E’ un privilegio l’averlo sperimentato, perché ci consente di proseguire con fiducia nella sequela del Signore.

Un grazie particolare ai preti di questa comunità per la fraternità che abbiamo vissuto. Un grazie a tutti coloro con cui in modo diverso ho condiviso il servizio a questa comunità. Grazie a tutti coloro che benevolmente mi hanno dimostrato stima. Grazie perché è stato bello essere con voi, sebbene per poco tempo.

Voglio chiedere perdono per ogni disattenzione, per ogni superficialità, per ogni chiusura. Voglio chiedere scusa se ho fatto soffrire delle persone: non era mia intenzione. Voglio chiedere scusa se qualcuno non si è sentito accolto. Voglio chiedere scusa se qualcuno si è sentito dimenticato. Spero possiate perdonarmi.

Vi lascio quattro piste di lavoro e di impegno che possono aiutarvi a proseguire quanto abbiamo vissuto insieme.
– Vi chiedo di continuare ad essere una comunità accogliente soprattutto verso le famiglie più giovani, quelle che si affacciano alla porta della chiesa e domandano permesso con domande un po’ confuse, ma con il desiderio di essere ascoltate. Penso alle famiglie che chiedono il battesimo per i loro figli, alle famiglie dei bambini e dei ragazzi della catechesi, alle famiglie provate da qualche situazione di fragilità e di dolore: possano trovare aperta la porta della parrocchia e possano sentirsi accolti con cordialità.  E’ importante impegnarsi con i bambini, con i ragazzi e con i giovani; ma la sfida della fede e il futuro della comunità cristiana in questo territorio e per questa comunità si gioca nel dialogo con gli adulti e con le famiglie. Accogliete questa sfida.

– Vi chiedo di continuare a sostenere il percorso di accoglienza delle famiglie di Sheik Abdo e di Iftikar, ora ancora più che all’inizio. Questa accoglienza non fa bene solo a loro, che hanno ancora molto bisogno del nostro aiuto, ma fa bene anche a noi per non rinchiuderci nel nostro piccolo mondo di problemi. E’ vero che da tre mesi a questa parte siamo tutti più poveri, ma possiamo continuare a condividere il nostro poco con chi è stato accolto in mezzo a noi. Questa è un’eredità che, consapevolmente, ci ha lasciato don Giuseppe ed è un’eredità che lascio anche io a voi; come don Giuseppe alla comunità di san Vito anche io vi chiedo di considerarlo un dono e non un problema da gestire, come qualcosa che vi fa bene e non come una grana da risolvere.

– Vi chiedo di continuare una presenza feconda nella vita della città, non per interessi di parte, non per esercitare un potere, ma per essere lievito, sale e luce, secondo la parola del Vangelo. Una comunità cristiana che non ha nulla da dire e da proporre alla città in cui vive, rischia di essere considerata un elemento di folclore nelle feste o una reliquia del passato. Ci sono delle questioni su cui è doveroso per la comunità cristiana scendere in campo per contrastare la cultura dell’indifferenza e dello scarto che sembra dilagare. Il nostro parlare ed agire, però, sia fatto con gentilezza e con autentica disponibilità al dialogo: il mondo non ha affatto bisogno di altri soggetti che urlano e strepitano contro qualcuno. Sono tanti gli ambiti in cui ci sentiamo  interpellati e provocati: il sostegno alla natalità; la difesa della dignità delle persone in ogni situazione di vita, in particolare di coloro che sono più fragili; l’accoglienza generosa e prudente verso coloro che sono vittime della guerra, della fame, dei cambiamenti climatici; l’impegno per lo sviluppo dell’ecologia integrale, secondo l’insegnamento della Laudato sì; l’impegno per la difesa della legalità e della giustizia sociale; .. sono tutti ambiti che ci devono trovare impegnati per testimoniare il Vangelo lì dove la dignità della persona è minacciata. Questo impegno non è estraneo alla missione della Chiesa, perché, se annunciamo, attraverso il Vangelo, che gli uomini sono chiamati a vivere da figli di Dio, allo stesso modo ci sentiamo responsabili che gli stessi uomini possano essere riconosciuti nello loro dignità.

– Vi chiedo, infine, di verificarvi sulla fecondità vocazionale della nostra parrocchia. Una comunità che non genera vite ispirate al Vangelo è una comunità sterile. Una comunità che vive seriamente secondo la parola del Vangelo, è una comunità generatrice di vite illuminate dal Signore, generatrice di storie di vita che divengono la scrittura vivente del Vangelo. Perché questo accada occorre che l’esperienza di vita cristiana circoli in modo vivace tra voi grazie ad un ascolto abbondante della Parola di Dio, ad una preghiera significativa, che sia risposta personale alla Parola ascoltata, ad vita fraterna espressione della comunione eucaristica, ad una carità operosa, testimonianza di un amore che abbraccia il mondo intero. Non c’è bisogno di essere una comunità perfetta, ma occorre essere una comunità cristiana che vive secondo quanto il Signore ci ha insegnato, con il coraggio di riformarsi non per seguire le mode, ma per essere sempre più fedeli a quanto il Signore ci domanda in questo tempo.

Oggi è la prima volta dall’inizio dell’epidemia che ci ritroviamo numerosi intorno all’altare del Signore. Molti hanno vinto le reticenze e si sono sentiti chiamati ad essere presenti. Alcuni sono connessi con noi tramite la rete, perché abbiamo imparato ad utilizzare questa modalità per rendere la nostra comunità ancora più inclusiva. Molti altri mancano, per motivi assolutamente leciti, e sono per noi il richiamo a non ridurre la comunità a quelli che conosciamo, ma a pensare che ci sono sempre  altri che, in modo diverso, si sentono partecipi di questa esperienza, pur vivendola in modo differente.

Ora ci affidiamo reciprocamente alla misericordia di Dio, forti della rassicurazione che oggi ci arriva dalla sua stessa voce. Non avremo paura Signore se tu rimani con noi: manifesta la tua presenza, apri i nostri occhi e il nostro cuore perché possiamo riconoscerti e seguirti dovunque i tuoi passi ci condurranno.
Se tu sei con noi, non avremo paura. 

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Arrivederci!

Fase 3: spegniamo gli schermi?

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Mi ricordo bene: era domenica 1 marzo 2020.
Per la prima volta in vita mia accedevo ad una piattaforma di video conferenza (avevo usato Skype solo raramente): grande imbarazzo, difficoltà tecniche, senso di disagio, un nuovo galateo da imparare …
Sono passati poco più di 100 giorni e le piattaforme di video conferenza sono diventate uno strumento abituale non solo per i giovani e gli studenti, ma anche per gli adulti e i preti.
Nelle settimane passate su queste piattaforme abbiamo fatto di tutto: giocato, celebrato, parlato di cose importanti, organizzato veglie di preghiera, …non potevamo fare diversamente… ci siamo adattati.

Ora però sta accadendo un fatto curioso: data la possibilità di incontrarsi in presenza, di poter uscire e, con alcune attenzioni, di potersi vedere come si è sempre fatto prima dell’1 marzo 2020, le persone, che durante le settimane passate dichiaravano la stanchezza per le riunioni a distanza, ora fanno fatica ad abbandonare la comodità dello strumento per ritornare all’incontro dal vivo, che è più bello, ma un po’ più faticoso.

Un incontro vissuto dal vivo richiede di uscire di casa, di andare altrove, di dedicare del tempo solo all’incontro; in video conferenza, oltre alla comodità del rimanere in casa, si  potevano fare contemporaneamente altre cose…

Occorre prendere sul serio questo passaggio. Il tempo dell’isolamento ci ha mostrato modalità nuove per poterci incontrare, per rendere partecipi di esperienze molto belle altre persone che erano distanti o, per motivi diversi, sono relegate in casa.
Dobbiamo trovare un nuovo equilibrio che non ci faccia perdere l’inclusività dello strumento di partecipazione a distanza e, contemporaneamente, non ci faccia perdere la significatività di un incontro in presenza.  E’ una nuova sfida. 

Dice il Vangelo che “ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche” (Mt 13,52).
Il Signore ci conceda questa sapienza e ci custodisca da ogni eccessiva semplificazione.

Seminario: ripensarne il ruolo nella prospettiva di Francesco

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Articolo su Il Ponte (14/06/2020) di Giovanni Tonelli

Dopo cinquant’anni un riminese torna al delicato e importante ruolo di Rettore del Seminario Regionale. L’ultimo era stato mons. Nevio Ancarani, che aveva ricoperto il ruolo dal 1958 al 1971. Oggi tocca a don Andrea Turchini, già Rettore del Seminario vescovile di Rimini ed ora parroco a Santarcangelo. La comunicazione è stata data ufficialmente sabato 6 giugno. Ma ha ancora senso parlare di Seminario oggi e cosa si intende davvero? Ne parliamo proprio con il nuovo Rettore.

Seminario come scuola di comunione, di radicalità evangelica, laboratorio di nuova evangelizzazione… Come si coniugano queste prospettive indicate con forza dal Concilio ed in maniera davvero “energetica” da Papa Francesco, con una impostazione di vita che di fatto si richiama a valori di tipo monacale, come pietà, studio e disciplina ecclesiale?

“Come tutte le realtà della Chiesa, anche il Seminario è chiamato a ripensare il suo vivere ecclesiale nella prospettiva di quella riforma che Papa Francesco ha richiamato fin dall’inizio del suo pontificato.
Il Seminario è un percorso di formazione iniziale, che deve aiutare la persona ad acquisire i fondamentali della vita evangelica, che è essenzialmente comunitaria e missionaria. Nel passato si pensava che la realtà «del mondo» fosse una distrazione per coloro che si dovevano preparare a vivere il ministero. A partire dal Concilio Vaticano II, abbiamo compreso che «il mondo» non è solamente il destinatario dell’annuncio evangelico, ma anche il luogo in cui si manifesta la presenza del Signore, una presenza che va riconosciuta attraverso un ascolto attento della realtà.
L’arte più importante a cui formare oggi è quella del discernimento, che richiede grande conoscenza del «modo di agire di Dio» e grande conoscenza della realtà del mondo. La sfida è, e rimane sempre anche dopo il Seminario, quella di costruire un dialogo fecondo tra questi due poli”.

Viviamo in un mondo dove essere preti significa dover affrontare molte difficoltà. Certamente occorre una formazione più intensa, approfondita, che tocchi non solo il livello della spiritualità e dello studio, ma anche quello umano, culturale, sociale e psicologico. Come far crescere una struttura umana capace di vivere il ministero senza esserne schiacciata?

“La struttura umana di una persona chiamata al ministero deve essere senz’altro solida e consistente, ma non incoraggerei il «mito» dell’uomo perfetto che spesso le persone pretendono dal prete. Nei documenti che trattano della formazione si usa un termine che mi piace molto per definire l’obiettivo della formazione umana: la «docibilità»; la capacità di lasciarsi formare dalle situazioni che la vita offre. Ho sempre pensato che la formazione venga soprattutto dalla vita e dalla capcità di lasciarsi provocare (in modo evangelico) da quello che accade, riconoscendo gli appelli che il Signore ci rivolge”.

Con la crisi di vocazioni di questi tempi, a volte si rimprovera alla Chiesa di avere maglie larghe nel discernimento delle qualità umane e psicologiche dei candidati al sacerdozio. Non è necessario citare poi quel che accade quando queste situazioni esplodono nella pastorale. Che ruolo gioca il Seminario?

“Il Seminario è la realtà ecclesiale deputata al discernimento e alla formazione dei futuri preti: dunque gioca un ruolo decisivo. È possibile che qualche volta si sia adottato un atteggiamento possibilista, perché la visione della persona che si ha dal Seminario, riguarda sia le potenzialità sia le fragilità della persona. Sono convinto che occorra compiere una verifica attenta ed esigente, e non ammettere al ministero una persona inconsistente.
Dobbiamo però riconoscere che molte persone giudicate idonee, si sono trovate a vivere il ministero in condizioni veramente difficili, ed hanno manifestato fragilità che nel tempo della formazione in Seminario non erano emerse.
Se da una parte il Seminario non deve assolutamente fare sconti, ci dobbiamo anche chiedere come aiutiamo i nostri preti a vivere bene il loro essere preti una volta inseriti nella realtà pastorale: questa è una domanda che interpella le comunità diocesane e parrocchiali.
Se il Seminario si deve occupare con attenzione della formazione umana e verificarla, la realtà ecclesiale a cui il prete viene inviato, deve preoccuparsi che viva il suo ministero in modo umano: è un elemento emerso diffusamente dal confronto avvenuto tra preti in questi tempi”.

Si parla di Seminario Regionale, ma riguarda di fatto solo la zona Flaminia che comprende la Romagna e Bologna. È possibile una collaborazione fattiva anche con le altre diocesi emiliane?

“Molti dei nostri vescovi auspicano che la collaborazione con tutti i seminari della Regione si allarghi, come è avvenuto da un anno con Ferrara. Ci sono alcune comprensibili resistenze nel pensare ad un progetto comune di tutte le diocesi della nostra Regione.
I segnali però sono incoraggianti; forse sarà una scelta inevitabile: ovviamente sarebbe preferibile che avvenisse in un’ottica di comunione, piuttosto che per necessità”.

Ma tu come hai accolto la proposta di questo servizio? Te l’aspettavi?

“La proposta mi è giunta tramite persone di altre diocesi, che mi hanno chiesto di dare la disponibilità per questo servizio. Non me l’aspettavo: è stata una doccia fredda! Ero in parrocchia da quattro anni e per me era abbastanza chiaro che vi sarei rimasto per un tempo lungo. Mi sono confrontato con il Vescovo, al quale ho affidato il discernimento su questa chiamata; devo dire che è stato un accompagnatore prezioso in questo percorso che ha coinciso con il tempo della mia malattia. Alla fine abbiamo dovuto riconoscere che questa chiamata interpellava la nostra Diocesi e che veniva chiesto a me di rispondere: mi sono arreso! Ora sono più sereno; ringrazio molto il Vescovo per il servizio che ha compiuto nei miei confronti”.

E la parrocchia di Santarcangelo? Cosa ti senti di dire a coloro che dovrai salutare?

“Mi dispiace moltissimo lasciare la parrocchia di Santarcangelo dove in questi quattro anni ho vissuto esperienze bellissime e molto arricchenti. Direi alla parrocchia due cose: di saper riconoscere la bellezza e la forza di una vita cristiana diffusa tra i santarcangiolesi, anche oltre le aggregazioni formali delle associazioni: il Signore è presente in tanti cuori e in tante vite che vivono nascoste; è stata una sorpresa che mi ha molto edificato. Inoltre direi a questa comunità di saper guardare oltre i confini di Santarcangelo, perché se la nostra realtà è davvero molto bella, molto altro di bello e di buono c’è fuori da Santarcangelo e sarebbe un peccato non poterlo conoscere“.

Diventerai “bolognese” o terrai vivo il rapporto, non solo emotivo, ma anche propositivo, come hai cercato di fare in questi anni da Santarcangelo, con la Chiesa riminese?

“Io sono un prete del presbiterio riminese: questo è il mio DNA ecclesiale. Ho chiesto da subito al nostro Vescovo di poter essere inserito in una comunità pastorale della nostra Diocesi, per condividere con altri preti il tempo che non sarò impegnato con il Seminario. Sarà il Vescovo a decidere dovo potrò andare. Anche verso la Diocesi cercherò di portare il mio contributo, proprio a partire dall’esperienza che sono chiamato a vivere, come ho sempre cercato di fare in questi anni”.

Prestigioso?

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La giornata di ieri è stata ricca di messaggi, commenti e riflessioni inerenti alla mia chiamata al servizio del Seminario Regionale. Grazie a tutti!

Una delle parole che sono ritornate più frequentemente è l’aggettivo “prestigioso” riferito all’incarico di Rettore del Seminario Regionale. Un giornale locale ha addirittura utilizzato l’espressione “il successo di don Turchini“.
Sono molto in imbarazzo e in difficoltà.
Voglio schiantarla subito (come si dice da noi)!

Ringrazio sinceramente tutte le persone che – con affetto – si sono riferite a me pensando che fossi chiamato a qualcosa di prestigioso o che tale chiamata fosse da leggere come una meritevole progressione di carriera… Riconosco l’intenzione che avete voluto esprimere. Grazie davvero per il vostro affetto!

Mi permetto, però di invitare me stesso, e tutti i credenti, a rimanere sul Vangelo, unico vero criterio che deve guidare la nostra vita.
I discepoli di Gesù, ad imitazione del loro Maestro, non sono alla ricerca di onori e prestigio, ma vivono in questo mondo mettendosi al servizio gli uni degli altri. Dice sempre il nostro Vescovo che l’unico vero onore che tutti noi cristiani abbiamo ricevuto è nel nostro Battesimo, quello che ci ha costituiti figli di Dio, partecipi della vita divina. Sottoscrivo totalmente questa frase del vescovo Francesco. 

Ho accolto questa chiamata non come qualcosa che avrebbe dato prestigio alla mia persona o come un riconoscimento per le mie capacità, ma come un servizio al cammino formativo dei seminaristi che sono a Bologna e alle Diocesi a cui appartengono.

In una lettera che ieri sera ho inviato alla comunità del Seminario Regionale, ho ricordato che vorrei vivere questo incarico che mi è stato affidato mettendomi alla scuola di san Barnaba apostolo (la cui memoria ricorre il prossimo 11 giugno), una figura del Nuovo Testamento che mi piace moltissimo.
Riporto le parole che ho scritto ai seminaristi:

Barnaba era uomo giusto e virtuoso, capace di discernere i segni dello Spirito che agiva nella comunità anche fuori dagli schemi già noti. Barnaba è stato il formatore di Paolo, colui che lo ha introdotto nella missione ad Antiochia e lo ha accompagnato nel primo viaggio missionario. Infine Barnaba ha saputo ritirarsi in buon ordine quando ha compreso che sarebbe stato Paolo a condurre innanzi la missione che avevano iniziato insieme. Tutto di Barnaba mi affascina e mi sollecita a pensare che proprio questo vorrebbe essere lo stile con cui inizio questo nuovo servizio presso il Seminario Regionale.

Nessuno prestigio e nessun onore, ma solo un servizio che mi è stato chiesto e che, condividendo le competenze che ho maturato negli anni del mio ministero presbiterale, cercherò di svolgere al meglio delle mie capacità, confidando nell’aiuto di Dio e nel sostegno della Chiesa.

Vi lascio questo bellissimo canto del Gen Verde che mi ha sempre molto aiutato a ritornare al Vangelo.

Grazie ancora a tutti per l’affetto, il sostegno e l’impegno di preghiera.

Una chiamata inattesa

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Carissimi amici e amiche della parrocchia di Santarcangelo e cari amici tutti, come avete saputo dal Vescovo sono in partenza per Bologna, per assumere il servizio di rettore del Seminario Regionale, dove, da cento anni, si formano i seminaristi delle diocesi di Bologna, Ferrara e della Romagna.
È davvero difficile per me trovare le parole per condividere quello che sento in questo momento: i pensieri e le emozioni si sovrappongono e si confondono. Sarò breve e cercherò un’altra occasione per approfondire quanto sto vivendo.

Prima di tutto sento che è cosa buona e giusta rendere grazie al Signore perché, anche se in modo inatteso, ha rivolto il suo sguardo su di me per chiamarmi nuovamente alla sua sequela, perché lui sa che ho bisogno di sentire che la mia vita è guidata da lui e non da me o dai miei progetti. In questo passaggio, sento che si rinnova per me quanto il Signore ha detto a Pietro nel loro ultimo incontro: In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E, detto questo, aggiunse: “Seguimi” (Gv 21,18-19).

Dal punto di vista della fede è per me evidente che questa chiamata viene dal Signore, tramite la Chiesa. Sono prete da trent’anni (dal 1990), e avevo già dedicato al servizio di formatore in seminario ben diciotto di questi anni: pensavo fosse sufficiente. Eppure è arrivata questa chiamata impensata, inattesa e in un momento della mia vita in cui, come sapete, ho dovuto fare i conti con la fragilità della malattia.
I dialoghi che ho vissuto con il Vescovo Francesco sono stati trasparenti: non ho tenuto nascosto nulla delle mie preoccupazioni e dei miei pensieri. Mi sono sentito ascoltato e accompagnato dal Vescovo che, alla fine, mi ha confermato in questa chiamata al servizio del Seminario Regionale di Bologna. La sua conferma per me è stata il sigillo che questo è quanto mi domanda il Signore. Questo, anche se non toglie la fatica per lo strappo e la preoccupazione per il futuro, per adesso è sufficiente per farmi partire sereno.

Dal punto di vista personale sento nostalgia al pensiero di dover partire da Santarcangelo, per le tante belle relazioni che si sono create di cui voglio davvero ringraziare il Signore.
Ero stato inviato in questa parrocchia nel 2016 e l’impressione che avevo avuto, fin dal mio arrivo, era che ci sarei stato per molti anni, come don Sergio e don Giancarlo prima di me. In questi quattro anni mi sono speso senza risparmiarmi, senza tenere nulla da parte, donando tutto me stesso convinto che qui avrei condiviso tutto della mia vita.

Ora ci troviamo a vivere un momento di vita della Chiesa e come tale dobbiamo viverlo tutti: nella fede e nella comunione.
Nella fede perché dobbiamo chiedere a Dio di custodirci in questo passaggio e di ricordarci che è lui (e non le persone) che conduce la nostra vita e la vita della nostra comunità; nella comunione perché ci viene chiesto di ragionare con un cuore e una mente ampia che non pensa solo al nostro bisogno, ma che sa farsi carico delle necessità della Chiesa tutta.

Nei prossimi giorni cercherò di condividere alcuni pensieri sulla nostra comunità per fare memoria del cammino compiuto e tracciare quello che, secondo me, si può continuare.

Fin da ora vi chiedo di accogliere don Giuseppe Bilancioni, il nuovo parroco, come un grande dono: anche per lui credo non sia stato semplice lasciare una comunità in cui era da molti anni per venire a Santarcangelo. La vostra calda e festosa accoglienza sia di  rassicurazione a lui e di consolazione alle persone che lo saluteranno con commozione.

Questo passaggio segna anche un passo in avanti nella condivisione di impegno con la parrocchia di san Vito, un passo molto desiderato da don Giuseppe, che, soprattutto negli ultimi anni, ha lavorato perché tutto questo accadesse. Anche questa prospettiva ci deve vedere impegnati e coinvolti in modo positivo e costruttivo. Voglio fare gli auguri a don Ugo che assume la responsabilità di questa comunità parrocchiale: so che saprà mettersi a servizio con disponibilità, generosità e grande intelligenza.

Pur nei vincoli che le condizioni di questo tempo ci impongono, ci sarà il tempo e il modo anche per vivere i saluti, i ringraziamenti, le richieste di perdono e per affidarci reciprocamente alla misericordia di Dio.
Per adesso prendiamoci un po’ di tempo di silenzio per comprendere bene cosa sta accadendo, cosa il Signore ci sta domandando di vivere, quale passo in avanti ci chiede di compiere.
Vorrei condividere con tutti l’esempio di san Giuseppe che, di fronte alla maternità inattesa di Maria, non ha reagito istintivamente, non si è neppure lasciato guidare da una logica di giustizia teorica, ma, proprio perché era uomo giusto, si è lasciato condurre da Dio a vivere questa particolare esperienza che il Signore aveva preparato per lui.
Il Signore ci conceda la stessa docilità di cuore per sperimentare le cose grandi che lui ha preparato per tutti noi e che sapremo vedere se ci fideremo di lui.

Valmarecchia mini trek

Oggi mi sono preso una giornata per camminare, riflettere e pregare. Per la scelta del percorso sono andato sul sicuro, tornando sul sentiero di san Francesco che avevo molto apprezzato cinque anni fa. Sono partito da Ponte Santa Maria Maddalena e passando da Sant’Igne e da san Leo ho raggiunto e scalato il Maioletto; scendendo poi alla chiesa di Maioletto, sono tornato al punto di partenza per un totale di 27 km. Pur conoscendo il percorso, ho sbagliato strada tre volte: la più “grave” è stata l’ultima, perché per ricuperare il sentiero ho dovuto guadare il Marecchia, cosa peraltro gradevole, visto il caldo e il sole di oggi. Qualche scatto degli scorci e dei paesaggi che mi hanno riempito gli occhi e il cuore.

Biforca – Montefotogno
Scorcio su san Leo
Sant’Igne
Duomo di san Leo
Maioletto visto da san Leo
Bassorilievo rappresentante l’antico borgo di Maioletto prima della frana
San Leo visto dalla strada per Maioletto
Chiesa di Maioletto
Scorcio su Talamello

La Valmarecchia presenta scenari incantevoli soprattutto in questa stagione. Benedetto sei Tu Signore in tutte le tue creature.

Un pensiero per Bose

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Le notizie che sono arrivate sulla comunità di Bose mi hanno fatto molto male.
Questa comunità rappresenta un punto di riferimento importante per tanti cristiani e cristiane in Italia e nel mondo. A Bose tanti giovani e adulti si recano per abbeverarsi al pozzo della Parola annunciata e vissuta e della preghiera comune. Bose è stata ed è un faro di luce ed un’oasi di pace per tanti e tante.

Proprio nei giorni in cui il Vangelo ci introduce nell’esigenza dell’unità tra i discepoli di Gesù, in una comunità di persone stimate sentiamo che il seme della divisione ha messo le sue radici.

Saranno molte le reazioni scomposte di fronte a queste notizie. Alcune si possono immaginare; devo ammettere che alcuni pensieri sono passati anche nel mio cuore e nella mia mente.

Questa sera però prevalgono due sentimenti contrapposti: il primo è una grande tristezza per quella comunità così bella; che peccato che il nemico di Dio abbia seminato la discordia e sia stato necessario l’intervento dell’autorità per dirimere un conflitto interno.
L’altro è di speranza e di consolazione: noi rimaniamo scandalizzati davanti al peccato, ma in questo caso ci viene presentata anche la cura. Quella comunità di monaci e monache, di fronte al pericolo della spaccatura interna, ha chiesto aiuto alla Chiesa che è intervenuta per sanare il conflitto. E’ bene che questo sia avvenuto e che il male sia stato riconosciuto.

Noi ci concentriamo prevalentemente sul peccato (che c’è!), ma dovremmo anche vedere come qualcuno di saggio sia intervenuto per sanare e guarire.

Se un primo istinto era stato quello di giudicare quanto accadeva, il secondo pensiero mi porta a domandarmi: ma se sono caduti loro che sono così bravi, cosa potrebbe accadere a me e alla nostra comunità? Signore abbi misericordia di noi e custodiscici nell’unità e nella pace.

Incoerenza

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Gli educatori sanno che i divieti vanno motivati e devono essere molto circoscritti.
Non si può educare a suon di divieti! Eppure…

L’emergenza sanitaria ci ha proiettato in un mondo di grandi limitazioni corredate da pesanti sanzioni. Ho letto su un giornale che a Pavia, un ragazzo e una ragazza “fidanzati” sono stati multati (400 euro a testa), quando eravamo ancora in “fase 1“, perché si sono abbracciati per la strada dopo molti giorni che non si vedevano.
Serve questa multa? Passa un messaggio educativo? Sono perplesso…

Rimango molto perplesso anche di fronte allo “stracciamento di vesti” generale riportato  in questi giorni dai giornali e dei vari media a proposito degli eccessi della cosiddetta “movida” del weekend; e sono ancora più perplesso di fronte ai provvedimenti assunti dagli amministratori locali, che vanno quasi tutti nel senso di ulteriori limitazioni nella chiusura dei locali, nella chiusura dei luoghi di ritrovo dei giovani, nella restrizione degli orari … solo limiti e sanzioni. Non abbiamo altro da dire? Non sappiamo dire altro?

Se l’intento di tali interventi è educativo e non solo emergenziale, a me sembra che ci siano una serie di incoerenze, di messaggi falsati, che è importante riconoscere, perché, anche se animati da buone intenzioni, il risultato potrebbe essere deleterio.

Trovo molto incoerente, per esempio, vedere tutti questi giovani per la strada e nei locali di ritrovo e di consumo e pensare che le scuole e le università siano chiuse per prevenire il contagio. Mi chiedo non sono gli stessi? Perché si dovrebbero contagiare stando insieme a scuola e non in un locale? Perché non ci impegniamo a farli incontrare in luoghi significativi (biblioteche, scuole, università, circoli giovanili) … con le stesse misure di prevenzione che riteniamo sufficienti in un bar, un pub o in un ristorante? Leggendo l’ultimo DPCM, mi chiedo: perché non sarà possibile fare attività con questi giovani in “gruppi informali” (come per esempio quelli associativi: scout, oratorio, associazioni culturali e sportive) fino al 15 giugno, mentre per loro rimane solamente la possibilità di frequentare i locali? Ma poi diciamo che i locali vanno frequentati con moderazione e distanziamento … Non è un’incoerenza? Non è un messaggio ambiguo?

Alcuni (molti?) dei giovani che oggi sono nella cosiddetta “movida“, sono gli stessi che in “fase 1” si sono mossi per animare esperienze importanti di servizio verso i più fragili, esperienze che, attualmente, sono ritornate in capo alla Protezione Civile. Mi chiedo: perché non si potrebbe pensare di proporre qualcosa di attivo a questi giovani? Perché non valorizzare la loro inventiva e generosità? Perché non segnalare che, non solo non è terminata l’emergenza sanitaria che ci richiede prudenza, ma soprattutto non è terminata l’emergenza sociale che ci richiede di essere solidali e creativi. Chi passa questo messaggio? Cosa chiediamo ai nostri giovani oltre che stare a distanza nei locali? Quali possibilità “altre” stiamo loro concedendo?

Per un breve periodo, che ha coinciso con la “fase 1” della epidemia, quando tutto era chiuso e bloccato, abbiamo smesso di considerare i nostri giovani solamente come dei consumatori e, alcuni di loro, autonomamente, hanno preso l’iniziativa e sono divenuti i protagonisti di azioni solidali molto belle e creative. Si sono organizzati da soli, hanno costruito delle reti, hanno studiato le regole d’ingaggio e di prevenzione richieste dall’emergenza e si sono adeguati per raggiungere il loro scopo.
In questa “fase 2” diamo a loro la possibilità di uscire, ma rischiamo di relegarli nuovamente al ruolo di consumatori – altrimenti l’economia non riparte -, ma poi ci raccomandiamo che non esagerino, altrimenti si blocca tutto … qual è il messaggio che stiamo mandando?
L’esagerare è tipico dell’età adolescenziale e giovanile: non esistono i giovani moderati! La sfida dei limiti è caratteristica dei giovani sia in senso positivo – come hanno dimostrato con la loro intraprendenza solidale – sia in senso negativo, con i fenomeni trasgressivi che ben conosciamo.

A me sembra che, invece che proibizioni e sanzioni, dovremmo essere più capaci di favorire il loro protagonismo, affidare anche a loro l’organizzazione di questa fase per quanto riguarda la ripartenza di alcune strutture. Perché non chiedere loro cosa vorrebbero fare e provare a verificare se le loro proposte sono compatibili con le esigenze della crisi sanitaria ancora in corso? In “fase 1” ci hanno dimostrato di sapersi adeguare alle regole del gioco, quando entravano in campo da protagonisti; perché non potrebbero giocare da protagonisti anche ora?
Un paese che deve ripartire, deve dare fiducia ai suoi giovani, chiedendo loro di essere responsabili, non solo nell’osservare delle regole che pongono dei limiti, ma responsabili  in senso attivo di una realtà che deve rinascere, una realtà nella quale loro per primi sono chiamati a fare la loro parte, a portare la loro opinione, a proporre delle soluzioni.

Un esempio positivo, proprio in questi giorni, lo abbiamo nel mondo delle università.
A fronte di regolamenti ambigui e penalizzanti forniti dal Ministero a proposito degli esami estivi da sostenere on-line, alcuni studenti hanno preso l’iniziativa e hanno elaborato delle proposte sul merito, che ai rettori delle università sono sembrate sensate e utili, oltre che meno penalizzanti. Queste proposte sono state adottate perché si è riconosciuto che anche gli studenti sono capaci di elaborare soluzioni concrete e di riconoscere il valore delle regole. In questo caso gli studenti per primi hanno dichiarato il loro interesse nel difendere il valore dei loro titoli e non essere considerati i “laureati del tempo del Coronavirus” in un contesto di assoluta anarchia.

Perché non facciamo come quei rettori? Perché i nostri sindaci non chiamano i giovani e si confrontano con loro su quello che desiderano vivere in questa “fase 2“? Perché non raccogliamo delle proposte invece di limitarci a porre limitazioni sull’unica possibilità che concediamo loro?
Mi piace credere che, come è già accaduto molte volte anche in queste ultime settimane, essi potrebbero mostrarci il loro volto migliore e renderci partecipi dei loro desideri, dei loro sogni, della loro voglia di costruire un mondo in cui le cose vanno bene, dove certamente servono regole chiare e condivise che promuovano il bene e il benessere di ognuno.

Capisco chi mi giudicherà un ingenuo, ma continuo a credere che nelle nostre città servano più educatori che controllori e sanzionatori, che occorra fare proposte positive per aprire “spazi” di vita. Penso che in questa ripartenza potremmo provare a “rischiare”: non credo rimarremo delusi. 

23 maggio – Giornata legalità

#23maggio2020
Dall’indignazione all’azione

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Giovanni Falcone – 23 maggio 1992 Capaci
Vorrei dirvi: gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali e cammineranno sulle gambe di altri uomini

Paolo Borsellino – 15 luglio 1992 Palermo
E’ bello morire per ciò in cui si crede; chi ha paura muore ogni giorno, chi non ha paura muore una volta sola

Oggi, 23 maggio, è l’anniversario della strage di Capaci e della morte, per mano di Cosa Nostra, di Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e degli agenti di Polizia della scorta.
Oggi 23 maggio è la giornata della legalità, una parola entrata nel vocabolario comune, ma un obiettivo ancora lontano nella nostra cultura ancora molto tollerante verso l’illegalità piccola o grande.

Il 23 maggio di ogni anno è celebrato da grandi manifestazioni di piazza in memoria di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, uccisi a distanza di pochi mesi.
Quest’anno non possiamo scendere in piazza, ma possiamo agire ad altro livello, non solo manifestando l’indignazione per l’illegalità, ma avviando e sostenendo un processo che ci aiuti a far crescere la cultura della legalità e della giustizia nei luoghi in cui viviamo.

Da più parti arrivano segnali preoccupanti circa l’interesse e l’impegno della criminalità organizzata per intervenire con grandi quantità di denaro sporco a sostenere o rilevare aziende in difficoltà a causa della crisi economica, soprattutto nel settore del turismo. Questi segnali ci sembra che debbano essere presi sul serio e che ci debbano mettere in allarme.
Ma la legalità non riguarda solo i fenomeni mafiosi o di grande corruzione.

In questo momento di emergenza, forte è la tentazione per tutti di prendere scorciatoie, risparmiando qualche soldo evitando fatture e scontrini e alimentando l’evasione fiscale.
Eppure in questi mesi passati, abbiamo toccato con mano l’importanza di un sistema sanitario pubblico, del sostegno alla scuola, alle imprese, alle persone più fragili. Abbiamo compreso meglio il valore del pagare le tasse e sostenere, con il fisco, uno stato sociale che è a favore di tutti. Ma quando è il momento sembra più facile pensare di risparmiare qualcosa frodando il fisco.

Oggi 23 maggio, vogliamo ripartire da noi per cambiare il mondo e renderlo più giusto.

Ci siamo chiesti: cosa possiamo fare nel nostro territorio? Come possiamo agire concretamente per far crescere la cultura della legalità nel nostro contesto?

Abbiamo pensato di incontrarci con il “gruppo di impegno politico e sociale” della zona pastorale in video conferenza mercoledì 27 maggio alle ore 18 in un incontro aperto a tutti gli interessati (Link per la connessione), per confrontarci su tre punti e trovare piste concrete d’azione:

– Di fronte all’allarme della magistratura rispetto alle infiltrazioni mafiose nel nostro territorio a seguito della crisi economica, come possiamo tenere alta la guardia? Come possiamo sostenere le persone che sono in difficoltà senza farle cadere nella maglie dell’usura? Come possiamo attivare una rete di sicurezza contro l’illegalità?

– Parliamo spesso di giustizia fiscale e di lotta all’evasione, ma ognuno di noi è tentato dalla “scorciatoia dello sconto” evitando uno scontrino o una fattura. Come possiamo far crescere la consapevolezza del peccato sociale dell’evasione fiscale piccola e grande? Tutti noi, almeno una volta nella vita, abbiamo “sgarrato” sulla questione scontrino o della fattura. La tradizione cristiana richiede oltre al pentimento anche una riparazione al peccato commesso. E’ possibile creare un fondo di “riparazione” per l’evasione fiscale agita che vada a sostenere nuovi progetti di solidarietà e di inserimento lavorativo?

– E’ importante sostenere percorsi che aiutino a crescere nella cultura della legalità, prendendo coscienza dell’importanza dell’impegno di tutti. Come abbiamo acquisito competenze e fatto nostri dei protocolli per difenderci dal Coronavirus, occorre mettere in atto strategie sociali anche per difendersi dall’infiltrazione della criminalità organizzata, molto attiva sul nostro territorio, come le persone esperte ci stanno segnalando. Come attivare percorsi di prevenzione efficace? Come rafforzare un sistema immunitario sociale contro le infiltrazioni mafiose?

Nel giorno dedicato alla legalità e che precede il quinto anniversario della Laudato sì ,in cui ci viene ricordato che “tutto è connesso”, vogliamo riconoscere che, come è importante salvaguardare l’ecosistema ambientale per garantire la nostra salute e la salute della nostra casa comune, così è importante salvaguardare l’ecosistema sociale da quegli agenti inquinanti che rischiano di corrompere il tessuto delle relazioni e del nostro vivere comune.

Cominciamo da noi per cambiare il mondo.

Vi aspettiamo mercoledì 27 maggio alle ore 18 LINK

Prima del tuffo

Considerazioni in vista della prossima partecipazione alla liturgia

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La prossima riapertura alla partecipazione del popolo alla liturgia assomiglia molto ad un tuffo da un punto elevato in acque profonde.
Il tuffo è un’esperienza molto bella ed entusiasmante, ma richiede anche un po’ di prudenza, perché i rischi di incidenti sono alti e con conseguenze molto gravi.
Uso questa metafora per provare a mettere in fila alcune attenzioni che non spengano la gioia della possibilità di tuffarsi, ma che, contemporaneamente, tengano presente la necessaria prudenza. Nessuno vuole che accadano incidenti per imprudenza!

1. Un tuffo non è per tutti
Dobbiamo aver il coraggio di dirlo senza aver timore. In questa fase, la ripresa delle celebrazioni non potrà essere per tutti. Non è per volontà di escludere, ma perché ci sono dei limiti evidenti che chiedono di essere colti. Se, come abbiamo imparato, ci sono delle persone che devono essere tutelate nei contatti sociali, questo è vero anche nella celebrazione. Mentre riconosciamo e apprezziamo come una bella testimonianza il desiderio degli anziani o di altre persone più fragili di poter ritornare a messa, ci sentiamo in dovere di chiedere loro ancora un po’ di pazienza, fino a quando le cose non saranno più controllate e “l’accesso in acqua” più tranquillo. Non possiamo rischiare. Vediamo come va e poi procederemo per gradi.

2. Un tuffo non è una nuotata
Noi romagnoli siamo esperti nella balneazione e sappiamo che una cosa è un tuffo, altra cosa una nuotata nelle acque tranquille del mare. In questa fase dobbiamo dirci con serenità che le nuotate “nell’acqua della celebrazione” non sono consentite; non ci sono le condizioni per rimanere beatamente in acqua tutto il tempo e nel modo che si desidererebbe. L’immagine del tuffo ci parla di un’immersione profonda, ma con una riemersione veloce: è un’esperienza particolare e propria, e come tale va accolta e vissuta.

3. Un tuffo richiede molta prudenza
Pur essendo un’esperienza bellissima, un tuffo richiede grande prudenza in tutte le fasi della sua esecuzione: nello slancio, nell’ingresso in acqua, nella fase di immersione e di emersione. Ognuna di queste fasi esige la sua attenzione e la sua padronanza. Sappiamo bene cosa significhi e come sia pericoloso entrare male in acqua; così come è importante sapere come immergersi in acque con fondali differenti. Anche la partecipazione alla liturgia dovrà avere attenzione alle diverse fasi: non possiamo essere superficiali, perché alcuni rischi ci sono; dobbiamo esserne consapevoli. Per questo non sarà superfluo e neppure banale studiare bene come si dovrà attuare questa possibilità in tutte le sue fasi.

4. Alcune dotazioni necessarie
In alcune stagioni, quando ci si immerge in acqua, è necessario avere una muta per non soffrire troppo il freddo. E’ un’esperienza diversa da quella di un’immersione in acque tropicali. Così, anche chi si immerge in acque infestate da squali, deve farlo con attenzione e con alcune misure di sicurezza.
Anche noi avremo bisogno di alcune dotazioni: sarà necessaria per tutti la mascherina, la disinfezione delle mani all’ingresso, l’attenzione a certe disposizioni, la possibilità di partecipare solo per alcuni … dobbiamo prenderne atto perché i pericoli sono ancora attivi e dobbiamo imparare gradualmente cosa significhi vivere l’esperienza della celebrazione in queste condizioni. Se qualcuno le ignorasse, metterebbe a rischio sé stesso e gli altri; e questo non può essere ammesso.

In questa fase di progressiva riapertura delle celebrazioni noi corriamo due rischi molto importanti e opposti: il primo, il più evidente, è pensare che tutto possa ritornare come prima e che ognuno possa fare come meglio crede o come si sente, in nome del diritto/dovere di ogni battezzato di partecipare alla celebrazione. Dobbiamo dirci con tranquillità e determinazione che non è così; che dobbiamo avere pazienza e attenzione, perché i pericoli ci sono e sono importanti. Occorre procedere con calma ed intelligenza, lasciando da parte tutte le ideologie che, soprattutto in questa fase, non ci aiutano per nulla. 
Il secondo rischio, anche se opposto, è altrettanto ideologico, e lo ritrovo sostenuto da alcune figure autorevoli del mondo ecclesiale: poiché non sarà come prima, poiché ci saranno delle limitazioni sia nella possibilità, che nella modalità di partecipazione alla celebrazione, allora tanto vale attendere che ci siano le condizioni ottimali, perché questa non sarà comunque la liturgia che ci piace, quella che dovrebbe essere; anche questa posizione mi sembra pericolosa, come pericoloso mi sembra sempre porre l’alternativa o tutto o niente.

Ci viene data una possibilità e con essa fiducia.
Ci viene chiesta responsabilità e pazienza.
In questa fase di ripartenza non deve venire meno il discernimento; anzi, sarà ancora più necessario!
Ci possiamo e dobbiamo chiedere: cosa significa che la realtà è superiore a qualsiasi idea? Dall’esperienza dell’epidemia dovremmo avere imparato che la realtà va presa sul serio, che va accolta non solo come una limitazione inevitabile, ma come “un luogo” in cui la presenza e volontà di Dio si manifesta in modo nuovo, ma efficace, per orientare il nostro cammino e le nostre scelte.
Inoltre la ripresa delle celebrazioni con la presenza del popolo, non dichiara affato superate tutte le altre esperienze creative che sono state poste in essere in questi mesi: le trasmissioni della messa alla TV o in streaming, le liturgie domenicali in famiglia, le liturgie della Parola, la liturgia delle ore.
Altre ipotesi potranno essere formulate nei nuovi scenari che si aprono, non spegnendo la creatività che viene provocata proprio dalla necessità di rispettare la realtà e le regole che ci vengono richieste per la tutela della salute e del bene comune.

In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

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COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

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