Scuola: parliamo dei ragazzi?

Forse io sono la persona più distratta d’Italia, ma a pochi giorni dall’inizio della scuola, mentre ogni giorno fioccano articoli e interventi sulla distanza tra i banchi, sulla capienza degli autobus, sui tempi in cui sarà opportuno o obbligatorio portare la mascherina, … non ho ancora sentito nessuno parlare di come aiutare il reinserimento a scuola dei nostri bambini/e, ragazze/i e giovani dopo sei mesi di lockdown scolastico.

E’ facile per tutti farsi prendere dalle questione tecniche e logistiche, ma la scuola e tutti coloro che vi operano, più che alle questioni tecniche, ora dovrebbero dedicarsi alle questioni educative che, in questo anno più che in altri anni, saranno da prendere sul serio.

La ripartenza della scuola, infatti, non pone solo interrogativi di tipo sanitario.
Mi chiedo, per esempio, se siano state investite energie e risorse per aiutare le/i docenti ad affrontare questa particolare ripartenza, accogliendo i ragazzi con il vissuto di questi mesi, reinserendoli in un contesto che appartiene a loro, ma che è stato loro precluso per un tempo lunghissimo.
Mi chiedo se siano stati pensati percorsi ad hoc per quelle bambine e bambini, ragazzi e ragazze che, nonostante l’impegno per la D.a.d. sono di fatto rimasti esclusi per mancanza di infrastrutture o per la fragilità educativa del contesto famigliare.
Mi chiedo anche se la scuola, che insieme alla famiglia è la principale agenzia educativa del nostro Paese, si sia preparata per aiutare i nostri bambini/e, ragazze/i e giovani a comprendere cosa stia accadendo intorno a noi in questo singolare tempo della storia, come questo ci proietti in un orizzonte globale, come ci provochi in una responsabilità intergenerazionale, come ci obblighi ad una solidarietà internazionale… insomma se la scuola nel suo insieme aiuterà i nostri studenti e le nostre studentesse a formulare un giudizio su quanto sta accadendo, un giudizio che inviti alla responsabilità personale e collettiva, senza limitarsi a continuare a colorare arcobaleni.

Mi chiedo molte altre cose che, sinceramente, senza banalizzare o relativizzare troppo, mi preoccupano un po’ di più della distanza dei banchi e della capienza degli scuolabus… ma di questo non sento nessuno parlare.

Allora propongo: non sarà ora di cominciare a parlarne?

Religione o fede?

Ovvero la questione dell’essenziale

Voi chi dite che io sia?
Domenica il Vangelo ci riporta alla domanda centrale della nostra esperienza di fede: chi è Gesù? Cosa dico di lui?
Questo testo lo abbiamo sentito tante volte, ma in questo anno particolare, segnato dall’esperienza della pandemia che ha fortemente inciso sulla vita della comunità cristiana in genere e sulla vita di fede di tanti credenti, credo possa avere una risonanza tutta particolare.
Nella ripartenza che ci prepariamo a vivere nei prossimi giorni, dopo la pausa estiva, saremo capaci di andare all’essenziale della questione o rischieremo di disperdere le nostre energie su ciò che non vale la pena ricuperare?

Questa domanda è risuonata tante volte negli ultimi mesi, man mano che si passava dall’emergenza alle fasi successive, ma non sempre siamo stati capaci di definire in modo chiaro cosa sia l’essenziale.
Provocato dal testo del Vangelo che ci presenta la professione di fede di Pietro a Cesarea di Filippo, provo a dire prima cosa non è essenziale, poi a individuare cosa ci avvicina all’essenziale.

La prendo un po’ larga sperando di non disperdermi.
Nel 1992 il sociologo torinese Franco Garelli pubblicò un’indagine sulla cristianità in Italia intitolata “Forza della religione. Debolezza della fede“; la tesi del prof. Garelli, molto sinteticamente, era che in Italia la dimensione religiosa intesa come pratica, come senso di appartenenza, come tradizioni religiose, poteva essere considerata ancora forte, ma debole era la fede di coloro che si definivano credenti; debole perché non fondata su una formazione significativa e non incisiva nell’esperienza della vita quotidiana.
A quasi trent’anni di distanza, potremmo dire che, indipendentemente dalla pandemia, anche la dimensione religiosa si è molto indebolita e non si è rafforzata la dimensione della fede.

Se questo è vero ci possiamo chiedere: la pandemia, con le sue conseguenze, ha influito sulla religione o sulla fede dei credenti? E nel tempo che abbiamo davanti (quello della ripartenza) siamo chiamati a ricuperare la dimensione religiosa oppure a far crescere la dimensione della fede? E come?

Provo allora a dire cosa ci potrebbe aiutare a far crescere la dimensione della fede, anche a partire dall’esperienza già vissuta da tanti uomini e donne credenti e dalla purificazione vissuta durante il tempo del distanziamento.

1. Una diffusione popolare e ampia della Parola di Dio come grammatica essenziale dell’esperienza della fede. Nel 2020 possiamo dirci credenti senza un riferimento significativo alla Parola di Dio? Grazie a Dio abbiamo molte esperienze differenti e testate. Occorre diffonderle come esperienze ordinarie nella comunità dei credenti, nei gruppi, nelle famiglie, tra i giovani. E’ la Parola che ci aiuta a crescere nella conoscenza di Dio e nella professione della nostra fede.

2. Il ricupero della centralità della domenica come dono di Dio, giorno sempre nuovo, tempo che illumina la vita dei credenti e che ci aiuta a vivere la differenza della vita cristiana. Occorre ricuperare il valore della domenica in sé (anche indipendentemente dalla celebrazione eucaristica), con proposte differenziate che valorizzino quel giorno in modo diverso a seconda della maturità di fede di ognuno. L’eccessiva insistenza sulla messa ad ogni costo, anche in condizioni di difficile celebrabilità, non ha fatto crescere tra i cristiani la coscienza del valore della domenica come memoriale della risurrezione di Gesù.

3. Un’esperienza di condivisione in piccole comunità di adulti e/o di giovani in cui si confronta la vita con l’esperienza della fede e in cui si impara a fare discernimento per comprendere cosa ci chiede il Signore e dove ci guida. Senza la mediazione fraterna ed ecclesiale è molto difficile per il singolo riuscire a compiere questo discernimento. Rimettere in contatto la fede con quelle che vengono definite le soglie dell’evangelizzazione (lavoro, fragilità, affettività e famiglia, sfida educativa, impegno nella cittadinanza attiva, testimonianza della carità), è essenziale per comprendere cosa c’entri Gesù con la mia vita e con la vita delle persone che vivono intorno a me.

4. L’educazione alla preghiera cristiana come ambito in cui, a partire dall’ascolto profondo della Parola di Dio che si rivela nella Scrittura e in ciò che il Signore mi rivela nella mia vita, vivo la risposta e l’invocazione a Dio perché compia in me ciò che mi ha fatto conoscere come promessa. La preghiera cristiana è essenziale perché è la prima e fondamentale espressione della mia fede in Dio e nel compimento della sua promessa (io sarò con te, io avrò cura di te, io custodirò la tua vita anche oltre la morte, tu sei prezioso ai miei occhi, …). Nella preghiera, abbiamo scoperto durante i giorni del distanziamento, un posto privilegiato deve essere restituito alla liturgia delle ore, come celebrazione del mistero pasquale affidata da ogni battezzato.

5. Una “presenza amica” dei cristiani nel mondo del lavoro, della cura, della solidarietà e in tutti gli ambiti in cui tante altre persone, anche non cristiane, sono impegnate.
Il tempo del distanziamento ci ha fatto vedere tanto bene agito dalle persone, proprio quando il male sembrava travolgerci: tanti che si sono impegnati non partivano da motivazioni di fede, eppure hanno saputo portare luce, consolazione e pace.
Di tutti questi uomini e donne noi non possiamo che essere e sentirci amici. I cristiani sono chiamati a riconoscere tutto questo bene e a collaborare con semplicità, a valorizzarlo e a farlo divenire contesto di condivisione.

Questi cinque punti li considero le vie privilegiate per valorizzare l’essenziale nella ripartenza che ci attende. A molti sembreranno troppi o troppo pochi. Ecco perché è opportuno un discernimento comunitario che ci aiuti ad individuare insieme le piste su cui focalizzare il nostro impegno.
Molte cose non saranno come prima; ma questo non dipenderà solamente dal fatto che siamo meno, più anziani o più stanchi, ma perché – finalmente – dopo innumerevoli appelli dei nostri vescovi, abbiamo compreso che dobbiamo abbandonare ciò che non ci aiuta a crescere nella fede e concentrarci su ciò che, invece, è essenziale.
Tale percorso di discernimento con le scelte collegate, ci farà riconoscere che il risultato sarà per un “di più” e non per un “di meno”: allora avremo la conferma che stiamo camminando nella volontà di Dio, che ci chiede ancora di essere suoi discepoli in questo tempo.

Una fraternità concreta

Vescovo-rn-2

Spesso noi preti ci riempiamo la bocca di parole e pensieri alti, ma, come per tutti, non sempre è facile o scontato tradurli in vita vissuta. Una di queste parole è “fraternità“.
Desidero dare testimonianza di quello che sto vivendo in questa estate un po’ strana per me, a causa del passaggio dalla parrocchia al servizio in seminario regionale.

Con grande sapienza e generosità, il Vescovo mi ha “regalato” questa estate per potermi preparare al nuovo servizio in seminario, rendendomi libero dalle esigenze del servizio in parrocchia. Da questo punto di vista questo tempo si sta rivelando molto proficuo. La disponibilità di tempo per gli incontri nelle varie diocesi, la possibilità di potermi concentrare sulle questioni che riguardano il mio nuovo servizio, … sono davvero una bella possibilità di cui sono grato.
Ma la vita non è fatta solo di lavoro e, conoscendomi, ho intravisto il pericolo di vivere questo tempo in una solitudine pericolosa: per questo ho deciso di vivere in una comunità di preti e sto sperimentando una fraternità commovente e generosa.

Nel mese di luglio sono stato accolto dalla comunità dei preti di san Giuliano, con i quali ho condiviso i giorni in cui ero a Rimini nella preghiera, nella vita fraterna, nel confronto quotidiano.
Da ieri mi trovo a Morciano, inviato dal Vescovo, per dare una mano ai preti di questa unità pastorale nei fine settimana e nei tempi che sarò libero da impegni “bolognesi”. Ho chiesto al Vescovo di avere un luogo di riferimento, una comunità di preti con cui condividere in tempi in cui mi trovo in Diocesi… e si è deciso per Morciano.

Sono molto grato e commosso dalla cura e dall’attenzione con cui sono stato accolto a San Giuliano e a Morciano, dalla gratuità di questa accoglienza per la mia persona prima che per quello che potrò fare di utile.
Voglio dare testimonianza di quanto sto sperimentando perché credo che ci faccia bene sapere le cose buone che accadono e darci la possibilità di farle diventare sempre di più uno stile condiviso.

Grazie davvero cari fratelli e amici.
Io ne avevo bisogno ed è stato un bel dono.

Cammino di san Benedetto/ sintesi e frutti

Sono sul treno ed ho tempo per riflettere su quanto ho vissuto in questi giorni, per fare un po’ di verifica, per rendere “vero” ciò che ho sperimentato e toccato. Cerco i frutti di questo percorso, fatto in questo momento della mia vita. Alcuni di questi frutti li scoprirò più avanti, altri li posso cogliere e gustare fin da subito.

1. Imparare ancora ad essere discepolo.Ascolta figlio i precetti del maestro“. Così si apre la regola di Benedetto. L’ascolto è la dimensione fondamentale e prioritaria di ogni credente e deve essere ancora di più la mia. Devo aprire l’orecchio all’ascolto per custodire la verità del mio essere discepolo. “Uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli”.

2. Imparare ad essere “Abba”. Benedetto dedica un intero e lungo capitolo della Regola per descrivere come debba essere l’abate. Egli non è solo il capo della comunità, ma, come dice il termine da lui scelto, è soprattutto un padre, che accudisce, che richiama, che sostiene, che vive la responsabilità del cammino delle persone che gli sono affidate. Anche in questa dimensione sento di dover essere sostenuto dalla grazia di Dio, l’unico che è veramente Padre e l’unico che è veramente buono (cfr. Mc 10). Chiedo al Signore che mi custodisca da ogni paternalismo e da ogni autoritarismo, e che mi insegni a vivere quell’autorità paterna che è capace di generare e di introdurre alla responsabilità sulla realtà. Tale paternità sarà da condividere fraternamente con coloro che, con me, sono chiamati al servizio della realtà del seminario regionale.

3. Ora et labora (et lege): la sfida dell’equilibrio. Se la Regola di san Benedetto ha attraversato i secoli e si è “imposta” come regola monastica per antonomasia, è proprio grazie al suo grande equilibrio tra le varie dimensioni della persona: spirituale, umana e culturale. Tale equilibrio è una sfida sempre attuale, che ci coinvolge in prima persona e, ovviamente, ci rende responsabili verso le persone che ci vengono affidate. A fronte del rischio – sempre attuale – delle assolutizzazioni, Benedetto mi richiama a considerare la persona nella sua globalità e ad avere attenzione per tutte le sue esigenze.

4. Il valore del silenzio e il valore della parola. Ho già scritto che in questi giorni sono riuscito ad apprezzare il cammino solitario, ma anche la compagnia provvidenziale di coloro che ho incontrato. È stato importante il silenzio del cammino da solo, come le parole scambiate nel cammino in compagnia. Anche qui è importante trovare un equilibrio che, ho compreso, si fonda sulla capacità di riconoscere le opportunità, senza ideologie o schematizzazioni troppo astratte. Per ogni passo del cammino c’è una condizione propria da riconoscere.

5. Essenzialità e contesto. Ho percorso cammini molto più essenziali (penso ai Goum o alle routes con i clan che ho accompagnato). In questo cammino ho ricompreso l’essenzialità come la capacità di stare serenamente in un contesto, accogliendolo così come si offre, rinunciando alla pretesa che sia adeguato a me. Ho cercato di accogliere e apprezzare quanto mi veniva offerto dalla strada, nell’accoglienza, dalle situazioni,… con uno spirito pacificato e con gratitudine, senza attendermi altro. Ho avuto molto di più che in altre situazioni: ho provato a riconoscere tutto come un dono.

6. Umiltà. Uno dei testi evangelici che sono ritornati più volte nelle ultime settimane, è quello in cui Gesù ci invita ad imparare da lui che è “mite ed umile di cuore” (cfr Mt 11). Benedetto dedica tutto il capitolo sette della sua Regola al percorso dell’umiltà che il monaco dovrebbe percorrere, definendo 12 gradini che manifestano la progressione nell’umiltà. Per san Benedetto, mi sembra di capire, tale percorso coincide con la vita monastica. Non per divenire uomini perfetti moralmente impeccabili, ma per assomigliare sempre di più al Cristo. Questo percorso dell’umiltà mi propongo di approfondirlo, per poterlo attualizzare alle circostanze dell mia vita, rispetto alla proposta di Benedetto.

7. Grazie. Ringrazio Dio per questo cammino che mi ha concesso di portare a compimento. Ringrazio per le persone che mi hanno accolto, per le belle persone con cui ho condiviso il cammino, per tutti coloro che mi hanno guardato o salutato con simpatia mentre passavo per paesi e stradine deserte. Ringrazio perché ogni giorno ho avuto acqua per dissetarmi, cibo per nutrirmi, forza sufficiente per compiere il cammino di quel giorno. Ringrazio perché ogni mattina mi è stata data la forza per affrontare il nuovo cammino. Ringrazio perché, nei momenti di fatica, non sono stato travolto dallo scoraggiamento, ma ho sempre trovato un aiuto esteriore o interiore. Ringrazio per la grande bellezza di cui ho potuto riempire occhi e cuore, perché i paesaggi, le situazioni, i volti delle persone sono state tante icone viventi che mi hanno richiamato all’autore della bellezza (cfr. Sap 13). Grazie per il tempo del riposo goduto, per la rigenerazione che si è realizzata in me. Grazie per la preghiera semplice, ma nutriente di questi giorni di pellegrinaggio.

Questi alcuni frutti che ora riesco a verificare. Come sempre, torno con lo zaino più pieno di quando sono partito, e torno per immergermi totalmente nella vita ordinaria, quella in cui si gioca la vera sfida. Il cammino è una parabola (o.una metafora) che ci deve aiutare a vivere la vita vera.

Cammino di san Benedetto/8

Montecassino

Oggi ho vissuto l’ultima tappa del cammino di San Benedetto. Sono partito abbastanza presto da Roccasecca, dopo aver fatto colazione dalla signora Patrizia, molto gentile. Il cammino è iniziato molto veloce: la strada era asfaltata, con pendenze molto lievi. I primi 10 km sono praticamente volati e anche i tre successivi sono stati molto semplici.

Poi è iniziata la salita vera e propria verso Montecassino, in un bel bosco, in un contesto molto ricco di vegetazione. In quest’ultima parte la fatica si è fatta sentire, ma è emersa anche la fatica di pensare che il cammino si stava concludendo. Mi sono un po’ innervosito per la difficoltà a trovare i segni del Cammino lungo l’ultima parte della strada.

L’ arrivo a Montecassino è stato abbastanza tranquillo. Ero molto stanco, soprattutto a causa del caldo, ma ho trovato il tempo per riposarmi prima di visitare l’abbazia e di dedicare un ampio spazio di tempo alla meditazione sulla regola di San Benedetto, aiutato da un libretto dell’abate di Montecassino. Alle 17 ho preso l’autobus che mi ha portato a Cassino, dove ho raggiunto il luogo in cui passerò la notte. Domani rientro con il treno.

Tomba di San Benedetto e Santa Scolastica a Montecassino

Cammino di san Benedetto/7

Come già detto, oggi sono ripartito da solo. Ho preso l’autobus da Casamari fino ad Arpino. Ho avuto la possibilità di una bella chiacchierata con l’autista dell’autobus, perché ero l’unico passeggero. Ho capito che qui non sono molto abituati ad avere a che fare con i turisti, e non fanno molto per aiutarli… anzi!

Arrivato ad Arpino Ho visitato il centro storico della città famosa per essere la città natale di Cicerone.

La città di Arpino è sovrastata da una Acropoli, chiamata Civitavecchia, un borgo bellissimo circondato da mura ciclopiche.

Il mio cammino e proseguito fra le montagne con degli scenari bellissimi.

Ho attraversato le gole del Melfa, un contesto naturale bellissimo: un vero e proprio “Gran Canyon” di casa nostra.

Infine sono arrivato a Roccasecca accolto da San Tommaso. Roccasecca è famosa perché la città natale di San Tommaso d’Aquino. Oggi mi sono trovato a camminare tra i luoghi di nascita di due grandi personaggi storici: sono partito dalla città di Cicerone e sono arrivato nella città natale di San Tommaso.

Domani mi attende l’ultima tappa e, a Dio piacendo, arriverò a Montecassino, concludendo così il mio pellegrinaggio.

Aver ripreso il cammino da solo mi ha aiutato a concentrarmi su alcune riflessioni che mi stanno a cuore in questo tempo. Ho potuto scandire il cammino con delle pause, nelle quali mi sono goduto il panorama intorno a me, ho pregato, ho pensato a quello che mi attende quando tornerò da questo pellegrinaggio. Nei momenti di maggiore stanchezza, avrei gradito avere qualcuno con cui chiacchierare, per far passare meglio la fatica del cammino. E così ho imparato a valorizzare sia il camminare da solo, che camminare in compagnia di altri pellegrini. In fondo non siamo noi a decidere, ma è la strada che ci troviamo ad affrontare che, di volta in volta, ci fa camminare da soli, oppure ci fa trovare dei compagni con i quali condividere il cammino. Entrambe le situazioni sono motivo di ringraziamento e grandi opportunità.

Questa piccola sorgente è stata la mia salvezza nel caldo di mezzogiorno. Grazie anche per questa.

Cammino di san Benedetto/6

Oggi niente foto perché mi si è rotta la borsa dove tenevo il portafoglio e il cellulare e ho dovuto mettere tutto nello zaino; quindi non è stato facile tirare fuori il cellulare ogni volta che valeva la pena fare una foto. Me le farò passare dalle mie compagne di cammino.

Ho camminato con M. ed E. in queste ultime due tappe. Abbiamo avuto dialoghi stimolanti e abbiamo scoperto molte cose in comune pur essendo molto diversi.

Il cammino di oggi è stato caratterizzato da splendidi paesaggi sempre nei boschi dei monti Ernici. Questa mattina siamo partiti da Collepardo molto presto e abbiamo attraversato il percorso sfruttando soprattutto il clima più fresco del mattino. Abbiamo incrociato la certosa di Trisulti, ma, visto che era molto presto, era ancora chiusa. Siamo arrivati però abbastanza presto all’abbazia di Casamari che abbiamo potuto visitare con calma ed è stata rinnovata bellissima esperienza.

All’Abbazia di Casamari abbiamo incontrato un gruppo di giovanissimi della parrocchia di Sassuolo, guidati dal loro viceparroco: stanno facendo il cammino di San Benedetto. Alloggiano nella stessa casa dove alloggiamo noi e quindi suppongo che questa notte sarà una notte per niente tranquilla. O forse i giovani di Sassuolo mi stupiranno.

Domani partirò da Casamari da solo; prenderò un autobus per arrivare fino ad Arpino, tagliando una tappa, perché devo arrivare entro domani sera a Roccasecca per poter fare l’ultima tappa giovedì che mi porterà – a Dio piacendo – a Montecassino. Il caldo si fa sentire, i piedi mi fanno abbastanza male, ma questo fa parte del cammino e sono molto contento generalmente e globalmente sto molto bene.

Il mio tentativo di mandare i commenti alle letture quotidiane è miseramente fallito, perché i programmi che ho sul cellulare purtroppo non mi assistono. Come oggi molti hanno osservato ho mandato le letture di domani, ma è accaduto perché il programma mi ha dato quelle letture li. A questo punto rinuncio a fare i commenti alle letture quotidiane; ripartirò da domenica quando sono tornato a casa e sono più tranquillo. Un caro saluto a tutti.

Cammino di san Benedetto/4

Monastero san Benedetto – Subiaco

La giornata di domenica è iniziata come da programma, con la salita al Sacro speco di Subiaco, in un percorso di circa 5 km. Qui ho iniziato con la celebrazione della messa alle 9:30 e la visita al monastero; poi ho dedicato qualche momento alla lettura della regola di San Benedetto. Essendo domenica, il luogo era pieno di turisti e pellegrini della domenica, che non hanno proprio consentito un clima molto raccolto. Alle 11:20 circa sono partito e ho intrapreso il cammino della giornata: la mia destinazione era Trevi nel Lazio.

La vista su Subiaco e il monastero di Santa Scolastica il più antico dei 12 che Benedetto aveva costruito in questa valle.

Il percorso molto bello costeggiava il fiume Aniene e l’acqua è stata alla grande compagna di questa giornata di cammino.

Un po’ di ristoro
Cascate di Trevi

Alla sera sono arrivato a Trevi nel Lazio, molto bene accolto dei gestori della casa del camminatore; qui ho avuto la piacevole sorpresa di incontrare due pellegrine che avevo già incontrato la mattina presto mentre andavo verso il monastero di San Benedetto. Una ha i piedi ridotti molto male. È il primo cammino che fanno e sono partite da Norcia. Mi propongono di camminare insieme.

Trevi nel Lazio

Cammino di san Benedetto/3

Sorella acqua

Nella Bibbia ci sono dei segni che manifestano la presenza di Dio: l’acqua, il vento fresco, l’ombra e la nube, sono i segni che manifestano la cura di Dio per il suo popolo in cammino. Certamente chi fa l’esperienza del cammino riconosce la dolcezza di questi segni, il sollievo che procurano. Io oggi ne ho fatto esperienza.

La giornata è iniziata molto presto: sono partito alle 6:10 da Orvinio, dove ho pernottato, ospite di Mariapia una signora che gestisce un delizioso alloggio. Ho affrontato la salita con il fresco del mattino e la differenza, rispetto al giorno prima, si è sentita notevolmente. Anche oggi il cammino passava attraverso degli scenari molto belli. L’unico elemento che mi ha molto infastidito, sono stati gli insetti che veramente mi hanno molestato pesantemente durante tutto il percorso. A Licenza ho incontrato una coppia di giovani che oggi concludevano il cammino a Mandela: un ragazzo e una ragazza che hanno camminato dormendo nella tenda. Sono arrivato a Mandela verso le 13, dopo.una tappa di 21 km, ma sono rimasto molto stupito nel trovare il paese praticamente deserto. Anche l’unico bar era chiuso: incredibile!

Orvinio ieri sera
sosta sul cammino

Come da programma, alle 14,30 circa, ho preso l’autobus per arrivare fino a Subiaco, perché voglio essere qui domani mattina per celebrare la messa nello speco dove Benedetto ha iniziato la sua esperienza di vita ritirata. Buona domenica a tutti.

Sullo sfondo, Mandela
Ponte di san Francesco
Ponte di san Francesco
In Senegal con Don Jean Paul

Venire col cuore attraverso un gesto

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

Cinema stories

COMBONIANUM – Spiritualità e Missione

Blog di FORMAZIONE PERMANENTE MISSIONARIA - Uno sguardo missionario sulla Vita, il Mondo e la Chiesa MISSIONARY ONGOING FORMATION - A missionary look on the life of the world and the church

Simone Modica

Photography, Travel, Viaggi, Fotografia, Trekking, Rurex, Borghi, Città, Urbex

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: