Sterilità

Zaccaria ed Elisabetta

In questi ultimi giorni che precedono il Natale, le letture bibliche ci mettono davanti a storie dolorose di donne sterili. Il dramma della sterilità è molto presente nella Scrittura e spesso colpisce le madri di coloro che saranno chiamati ad essere grandi guide di Israele.
In particolare mi ha colpito ed ho letto insieme la storia di Rachele, moglie prediletta del patriarca Giacobbe, che diventerà la madre di Giuseppe e di Beniamino, la storia di Anna, che diventerà la madre del profeta Samuele e la storia di Elisabetta, che diventerà la madre di Giovanni Battista.
In realtà la Scrittura è molto sobria nel parlarci di queste donne e del loro vissuto, ma, in filigrana, si coglie bene il dramma che vivevano e la gioia della loro maternità. Pur essendo storie diverse, accadute in epoche molto lontane tra loro, mi sembra di poter riconoscere quattro tratti che le accomunano.

In primo luogo il grande dolore. La sterilità è vissuta da tutte queste donne come qualcosa di inaccettabile. Nelle storie di Rachele ed Anna questo dolore viene esternato in modo molto forte, quasi imbarazzante anche per i loro mariti (Cfr. Gen 30,2 e 1Sam 1,7-8). Nel caso di Elisabetta questo dolore è vissuto come una vergogna (Cfr. Lc 1,25).

Il secondo tratto è la fede di queste donne (e dei loro mariti), che non si rassegnano alla loro sterilità, ma continuano a riporre fiducia in Dio per ottenere il dono della maternità. Soprattutto Anna esprime questa fiducia nel Signore in una preghiera accorata e accompagnata dalle lacrime fluenti. Il dolore lancinante causato dalla sterilità non si chiude nella depressione, ma rimane aperto alla speranza nel Dio che dona la vita.

Il terzo tratto è la gioia e la gratitudine per la maternità ricevuta in dono. Tutte tre queste donne sono consapevoli che l’autore della loro maternità è il Signore, che è lui che le ha rese feconde e capaci di generare vita; a Dio sono grate per il dono dei loro figli.

Il quarto e ultimo tratto che accomuna queste storie di sterilità guarita è la libertà di donare al Signore i figli ricevuti in dono da Dio. Soprattutto Anna ed Elisabetta, così come la madre di Sansone (altra donna sterile sanata), sono consapevoli che il Signore ha reso fecondo il loro grembo perché i loro figli saranno destinati a compiere una missione. 

Come si può osservare da questi racconti, la condizione di sterilità, nella storia di queste donne (e dei loro rispettivi mariti), con tutto il suo carico di dolore e umiliazione, diviene la premessa provvidenziale che consente a Dio rivelarsi come colui che può capovolgere la situazione, prima di tutto per queste coppie di sposi e, tramite la loro fede nella potenza di Dio, riconosciuto capace di portare vita anche lì dove nessuno se la aspetterebbe (“nulla è impossibile a Dio” – Lc 1,37), anche a tutto il popolo.
C’è un percorso che siamo chiamati a vivere, un percorso che ci chiede di condividere il dolore e l’umiliazione per diventare partecipi della potenza di vita che il Signore è capace di realizzare per il mondo.

Anche le nostre chiese stanno vivendo un tempo di sterilità e di invecchiamento.
Ci sentiamo tutti come Zaccaria ed Elisabetta: siamo persone e comunità devote, giuste e zelanti, ma umiliate dalla sterilità a più livelli, in particolare sul piano vocazionale.
Mi chiedo se le storie di queste coppie non rappresentino un percorso che ci viene indicato.

Se così fosse, forse non siamo ancora arrivati a vivere il dolore per la nostra sterilità; non abbiamo sentito ancora la vergogna e l’umiliazione che tale sterilità rappresenta per Elisabetta e per Rachele; non ci siamo effusi in lacrime come Anna. La preoccupazione diffusa che serpeggia nella nostre chiese, non ha ancora toccato e condiviso questa esperienza di dolore profondo che diventa un grido accorato rivolto verso Dio.

Per questo motivo, appunto, la nostra preghiera è distratta e pigra. Invochiamo da Dio il dono di vocazioni per le nostre chiese, ma non in modo convinto, non come se fosse qualcosa da cui dipende la nostra vita. Non avvertiamo ancora come decisiva questa questione o la releghiamo a questioni di ordine organizzativo-gestionali, perché la nostra sterilità non ci scandalizza o perché ci siamo rassegnati.

Contestualmente non sempre siamo capaci di esprimere la nostra gratitudine per coloro (quei pochi) che il Signore ci dona, non sempre ci facciamo coinvolgere; non sempre sentiamo che la cosa ci riguardi. Abbiamo altro da fare, abbiamo altri impegni, non possiamo concederci di lasciarci andare alla gioia per un dono che il Signore concede alla nostra chiesa (o alle nostre chiese).
Mi colpisce quello che afferma Rachele alla nascita di Giuseppe, la quale, colma di gioia, si arroga il diritto, che solitamente spettava ai padri, di attribuire un nome al figlio tanto atteso: «lo chiamò Giuseppe, dicendo: “Il Signore mi aggiunga un altro figlio!”» (Gen 30,24). Perché la gratitudine diventa, come nel Magnificat, occasione per chiedere ancora di più!

Infine c’è l’ultimo passaggio che è quello della libertà. Lo diciamo sempre che i figli non sono i nostri e non sono per noi, ma questa sottile tentazione sempre ci seduce. Dopo tanta attesa, dopo tanto dolore sofferto, dopo tanta preghiera … ci viene chiesto di pensare non a noi stessi, ma al mondo. Dio fa così: ci ricolma di beni perché noi abbiamo la possibilità di farne dono agli altri. Anna ed Elisabetta ne erano consapevoli ed hanno accolto con fiducia questo progetto di Dio favorendolo e sostenendolo.

In questo Natale, mentre ci prepariamo a rinnovare la gioia per la nascita del Salvatore, non saltiamo troppo in fretta i passaggi che il Vangelo e la liturgia ci aiutano a vivere, perché essi hanno qualcosa di importante da dirci anche per quanto riguarda la vita delle nostre comunità ecclesiali.
Il Signore ci aiuti a vivere e condividere il dramma di questa sterilità come la premessa di quel capovolgimento che vuole realizzare per noi e per il mondo.

Democrazia ed efficienza

E’ grave!
Anche se in Italia non ci si scandalizza più di tanto, perché – purtroppo – ci siamo abituati, questo non diminuisce la sua gravità. Con l’operazione “Cashback” il servizio pubblico ha fallito l’ennesima prova di efficienza.
Ripeto: è grave!
Si può giustamente attribuire la colpa al governo di turno, ma è evidente a tutti che l’equazione che equipara servizio pubblico con inefficienza è consolidata.

In un paese democratico e attento al bene comune, ciò che è espressione dell’impegno diretto dello Stato e delle sue strutture, dovrebbe rappresentare il massimo dell’efficienza per tutto quanto riguarda salute, scuola, ricerca, assistenza, sostegno alla fragilità, e dovrebbe rappresentare il modello a cui tutti gli altri soggetti si riferiscono e che tutti desiderano equiparare. Ma purtroppo non è così!

Quando noi parliamo del valore della democrazia, non possiamo limitarci all’enunciazione di principi astratti o invitare alla corresponsabilità in modo moralistico (quando non in modo paternalistico). Chi vive in un sistema democratico deve vivere l’esperienza che tale sistema sia conveniente, che risponda in modo efficiente alle sue esigenze; si deve sentire custodito a fronte della sua fragilità perché il bene comune è davvero tutelato, e tutto ciò che lo riguarda personalmente viene compreso nella cura del bene comune.

Un sistema che si dice democratico, ma che dà frequentemente prova di inefficienza, o dove la percezione dei cittadini è di insicurezza e di scarsa tutela e cura da parte di chi gestisce il servizio pubblico statale, è un sistema che presenta un grave rischio di tenuta. Non si può continuamente provocare delusione, frustrazione, senso di sfiducia e poi pensare che i cittadini siano corresponsabili rispetto alla difesa del bene comune. Per questo è grave!

Quest’ultima prova di inefficienza rispetto ad un progetto promosso direttamente dal Governo del Paese per combattere l’evasione fiscale, incentivare il commercio di prossimità e venire incontro – seppure simbolicamente – alle difficoltà delle famiglie è tanto più grave quanto più esso si presenta come un’innovazione, come qualcosa che facilita, come la risposta semplice a problemi importanti. Non è ammissibile che in un progetto nuovo, in cui si investono risorse umane ed economiche si fallisca così miseramente (per l’ennesima volta).

A onor del vero occorre affermare che ci sono tanti esempi di buona efficienza nelle cose dello Stato sia nel campo della sanità, come della scuola, della pubblica amministrazione e della cura della fragilità, ma occorre riconoscere che tale efficienza non è necessariamente garantita dall’organizzazione della struttura, quanto piuttosto da persone singole che si impegnano oltre il dovuto, impiegando energie e tempo oltre il loro orario di lavoro, per consentire alle cose di funzionare a beneficio di tutti.
Dobbiamo ringraziare molto queste persone; esse ci portano la testimonianza che un sistema funziona solo se le persone si coinvolgono personalmente e fanno del loro meglio perché il servizio risulti davvero efficiente.
Mi piacerebbe che l’impegno di queste persone fosse riconosciuto, non tanto in termini economici, ma come un contributo essenziale al bene comune, che esse rappresentino non l’eccezione, ma il modello che consente a ciò che è pubblico e statale di essere davvero un servizio efficiente per tutti. 

Allora anche la nostra democrazia sarà un po’ più al sicuro.

A che ora nasce Gesù?

In queste settimane abbiamo assistito ad un confronto vivace sull’ora della prossima messa della notte di Natale, confronto che si è trasformato in un dibattito “teologico” surreale sulla “vera ora della nascita di Gesù”, un dibattito – peraltro – senza interlocutori ecclesiali. Inutilmente, infatti, preti, vescovi e teologi di ogni regione d’Italia si sono sforzati di far comprendere che per la Chiesa anticipare la messa della notte di Natale non costituisce alcun problema dal punto di vista “teologico”.
Ma ormai il “treno” era partito: tra coloro che dovevano difendere la verità della fede cattolica e l’assoluta indipendenza della Chiesa rispetto alle leggi dello Stato, e coloro che devono difendere la salute pubblica contro qualsiasi scriteriato (preti compresi), si è scatenato il solito confronto tra sordi, perché probabilmente gli interessi soggiacenti sono ben altri.

Ovviamente non voglio entrare in questo dibattito perché è assolutamente inutile, ma voglio spendere qualche minuto – cogliendo l’occasione – per ricordare cosa significhi per noi cristiani celebrare la nascita di Gesù e dare un breve contributo alla riflessione sulla libertà della Chiesa.

A Natale noi non festeggiamo il compleanno di Gesù; tantomeno facciamo finta che Gesù non sia nato, pensando che nasca realmente ogni anno (a mezzanotte ovviamente). Occorre affermare con determinazione che questo modo di pensare, sebbene sia diffuso, è errato rispetto alla fede cristiana.
Nella celebrazione liturgica di un evento come la nascita di Gesù (che per noi rappresenta l’incarnazione del Figlio di Dio), la comunità dei credenti fa memoria di quanto è accaduto irripetibilmente nella storia (più di duemila anni fa) e, mediante la liturgia, si rende presente a quell’evento diventando così partecipe del bene (della grazia) che Dio ha realizzato in quel momento della storia. E’ il rito che ci conduce a Betlemme, per contemplare insieme a Giuseppe e Maria, insieme ai pastori e ai magi la manifestazione del Figlio di Dio nella carne. Celebrare il Natale, per noi, significa ripartire da ciò che è accaduto nel momento in cui Dio ha voluto diventare partecipe della nostra vita quotidiana (“la carne” non è solo “ciccia”) nascendo a Betlemme.
Questo fatto non è legato ad un’ora. Infatti anche chi partecipa alla messa del giorno di Natale celebra lo stesso evento, diventando partecipe della medesima grazia.

Sul tema della libertà della Chiesa nei confronti dello Stato vorrei semplicemente ricordare che, come ogni persona, anche la Chiesa è chiamata a coniugare libertà e responsabilità; che non esiste una libertà senza la responsabilità e che la seconda ci obbliga in coscienza a riconoscere e a scegliere cosa sia il bene attraverso il percorso del discernimento.
E’ vero che la Chiesa è libera, ma è anche vero che questa libertà si declina nella responsabilità di scegliere quello che, in una determinata circostanza, appare come il maggior bene possibile. Se la Chiesa riconoscesse che il bene da custodire e da promuovere è quello di difendere la salute delle persone, collaborando con le disposizioni dello Stato, facendolo non è prona all’autorità civile, ma esercita la sua libertà con responsabilità, riconoscendo e perseguendo il maggior bene possibile, scelta che, a volte, implica la rinuncia a cose importanti.
A questo proposito mi è piaciuto l’intervento di mons. Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, che richiama l’attenzione a non liquidare frettolosamente elementi simbolici, contenuti anche nel modo di celebrare la festa del Natale, importanti sia per le persone che per la collettività. Anche questa attenzione deve far parte del discernimento e condurre ad una scelta responsabile per il maggior bene possibile.

In ogni caso non è questo tempo di crociate, e chi le ingaggia, anche in questo caso come in altri della storia passata, non è detto che lo faccia per difendere la fede o la Chiesa.

Giovani: Riconciliazione e accompagnamento spirituale

Due giorni (17 e 18 novembre 2020) di riflessione condivisa a distanza con i preti della Diocesi di Faenza-Modigliana sul tema del sacramento della riconciliazione e sull’accompagnamento spirituale dei giovani.

Ricuperare la radice battesimale del sacramento della riconciliazione e valorizzare maggiormente il percorso di fede piuttosto che la dimensione morale; portare l’esperienza della riconciliazione dentro la prospettiva vocazionale, è stato il motivo dominante della riflessione condivisa nel primo giorno (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del primo giorno).

Faenza 17112020 I giovani e la «Penitenza»

All’accompagnamento abbiamo dedicato la seconda giornata, mettendoci in ascolto di alcuni “modelli biblici” che ci indicano gli atteggiamenti, le attenzioni e le méte di un accompagnamento che non sfugga all’attenzione di uno sguardo globale sulla persona, e che possa orientare i giovani in un cammino di libertà autentica, che trova nella fede una risposta ai desideri profondi (nel link sottostante si possono scaricare le slides della relazione iniziale del secondo giorno).

Faenza 18112020 Accompagnamento

Grazie di cuore per lo scambio fecondo che è avvenuto. Forse presto saranno diffuse le registrazioni dei due incontri.

1000 piccoli semi

Questa mattina mi sono svegliato un po’ più tardi ed ho pubblicato un po’ in ritardo il commento alle letture… poi sono corso alla celebrazione delle Lodi mattutine con la comunità del seminario.
Ritornando nella mia stanza e recuperando il telefono, trovo un messaggio che non mi aspettavo: congratulazioni per aver scritto 1000 articoli su “Una (P)arola condivisa”.
Bello! Grazie!

Ho pensato non ad un record (chissene), ma a come giorno per giorno si può seminare un piccolo seme della Parola di Dio affidandolo a questo grande campo che è la “rete internet”, senza sapere dove andrà a finire o come porterà il suo frutto.
A noi è chiesto di seminare.
Mille piccoli semi attraverso questo piccolo-grande strumento sono stati sparsi.
Altri e molti di più -spero- in altri contesti.
Purché il Vangelo venga annunciato” (Fil 1,18).

(P)arolacondivisa.blog

Buona domenica!

San Martino 2020

Questo scritto è dedicato alle amiche e agli amici di Santarcangelo che domani festeggiano San Martino.

Lo so che quest’anno è diverso; lo so che vi mancheranno molte cose del “San Martino” che conoscete: non ci sarà la fiera, le giostre, il ritrovarsi tra amici; mancherà quell’orgia di profumi che piacevolmente invade la città. Non ci sarà la folla che invade le vie del nostro (posso ancora dirlo?) bellissimo paese, attratta da un luogo che spesso, durante tutto l’anno è sinonimo di festa. Non ci sarà quell’ebbrezza che fa “San Martino” … ma, per favore, amici Santarcangiolesi, non fatevi travolgere dalla nostalgia per ciò che non c’è; perché molto ancora c’è e si può festeggiare!

Potrei enumerare molte cose, ma ci tengo a dirvi che ci sarete soprattutto voi Santarcangiolesi, chiamati a vivere con il vostro stile questo tempo difficile e capaci di trasformarlo in un’opportunità, attraverso un modo di condividere che – come ha scritto Giulia D’Intino nel suo romanzo – è capace di non lasciare indietro nessuno.

Sapete bene che san Martino è ricordato dalla tradizione cristiana per un eccezionale gesto di carità. Non era obbligato, ma ha saputo muoversi a compassione e condividere quello che aveva con un povero incontrato lungo la strada. E’ stato un gesto maturato da un cuore capace di commuoversi e di muoversi verso l’altro.
Questa creatività nella carità (o solidarietà se preferite un termine più laico), questa capacità di commuoversi e di vincere l’indifferenza, è ciò che noi festeggiamo nella festa di San Martino.
Mi chiedo amiche e amici: c’è un tempo più propizio di questo per vivere il vero spirito della festa del nostro patrono? E proprio perché tutto il resto vi è stato tolto, non è forse questo il tempo per vivere l’essenziale della festa?
Nella città di Santarcangelo, che in fatto di creatività non ha nulla da invidiare a nessuno, proprio in nome di San Martino, saprete “strolgare” qualcosa che vi faccia ricordare questo San Martino 2020 non per quello che vi è stato negato, ma per quello che voi, proprio in queste circostanze speciali e drammatiche, avete inventato di bello e gioioso? Non lasciatevi togliere l’essenziale della festa!

Da Bologna vi auguro con grande affetto: buon san Martino, cari Santarcangiolesi!

Una sintesi creativa è possibile!

Pieve Romena – Pratovecchio (AR)

La pandemia ci ha condotto a vivere un conflitto di priorità, con una grave carenza di sintesi creativa.
Nel tentativo di difendere la salute, e il sistema sanitario che potrebbe garantirla, coloro che governano si sono posti di fronte a delle alternative molto dolorose (salute o economia? scuola o salute?), mettendo in tensione i due poli della scelta che sono apparsi alternativi.

Mi trovo a disagio con questo approccio perché mi sembra che non si ponga la possibilità di una sintesi creativa ed inedita. A me sembra che gli uomini si distinguano dalle macchine proprio per questa capacità creativa di sintesi tra gli opposti, una sintesi che non è solo un compromesso, ma l’abilità creativa – appunto – di pensare e realizzare una situazione nuova capace di superare l’apparente necessità di opposizione tra elementi di valore diversi.

Qualcuno potrebbe sostenere che, in periodo di crisi, è necessario agire con determinazione e senza scrupoli (e senza fantasia); che non è questo il tempo delle sperimentazioni di fronte a persone che stanno male e muoiono a decine.
In realtà la storia ci racconta di grandi progressi avvenuti proprio in circostanze difficili, a volte addirittura estreme. Si dice, inoltre, che nel momento del bisogno l’uomo e i gruppi sociali tirino fuori il meglio di loro stessi. Ebbene: perché non dare spazio a questa creatività? Perché non cercare una sintesi invece che accontentarsi di subire alternative dolorose?

Faccio un esempio solo per spiegarmi. Forse qualcuno è stato a Pieve Romena a Pratovecchio (AR). Questa splendida pieve romanica è stata costruita in un tempo di carestia. Il signorotto locale si rese conto che i contadini delle sue terre non avevano raccolto nulla e potevano soffrire la fame. Aveva alcune alternative: rimanere indifferente, elargire sussidi minimali per la sopravvivenza … Decise di costruire una chiesa, impiegando la manodopera disponibile e pagando i contadini per il lavoro che svolgevano. Non era un progetto previsto, ma è stata la sintesi creativa di un uomo che si è messo in gioco ed ha pensato di valorizzare una situazione di crisi inventandosi qualcosa di nuovo. La testimonianza della sua creatività la si può ammirare ancora oggi.

E noi come saremo capaci di dare una risposta a questo tempo? Come ne saremo responsabili? Saremo solo in grado di scegliere cosa sacrificare, perché non siamo in grado di difendere ciò che è necessario al bene delle persone (scuola, cultura, socialità), oppure metteremo insieme coraggio, intelligenza e creatività provando ad intraprendere vie nuove?

Ci limiteremo a dividerci litigando tra garantiti e penalizzati, oppure troveremo una strada perché si possa affrontare insieme la situazione senza lasciare indietro nessuno?
Ci limiteremo a distribuire sussidi consolatori a pioggia, oppure impiegheremo risorse umane ed economiche per aprire nuove strade e, magari, sanare ingiustizie che erano già presenti anche prima della pandemia (vedi la piaga del lavoro nero)?
Ci limiteremo a tracciare una linea che divide chi ha speranza di essere salvato e chi, invece può essere sacrificato sia sul piano della cura che su quello delle prospettive sociali, oppure potremo mettere in atto un percorso che, riconoscendo che “siamo tutti sulla stessa barca” si propone di valorizzare ognuno per la ricchezza di cui è portatore?

Nel libro degli Atti degli apostoli, che testimonia i primi passi della comunità cristiana a Gerusalemme e la prima missione, vengono narrate alcune crisi gravi che la comunità si trova ad affrontare. Nel capitolo 6 si dice che scoppia un “malumore” tra due gruppi della comunità, perché uno dei due si sente discriminato. Gli apostoli riconoscono il loro limite e, riunendo l’assemblea, propongono di istituire delle nuove figure (i diaconi) che accompagneranno la comunità nelle sue esigenze concrete. Quella crisi poteva portare ad una spaccatura gravissima; invece è stata l’occasione per trovare una via nuova che non solo ha portato la pace, ma ha aiutato la comunità a crescere.

Questa creatività viene dal riconoscere ciò che è buono (e non sacrificabile) e dal desiderio di valorizzarlo; tale processo conduce a sintesi sempre nuove e ad uno stupore che lascia a bocca aperta… come accade davanti a Pieve Romena.

Il negazionista

Un tempo erano considerati negazionisti coloro che rifiutavano le ricostruzioni accreditate dalla storiografia, sostenendo altre versioni dei fatti, normalmente opposte a quelle “ufficiali”. Cosi era per il dramma della Shoah, per il Fascismo, per i Gulag staliniani, per le atrocità commesse nella guerra in Vietnam o per quelle commesse dalle potenze coloniali nei vari paesi dell’Africa o dell’America Latina. Il negazionismo un tempo riguardava prevalentemente la storia.

Oggi, con l’avvento dei social e della post-verità, il negazionista abita il presente, la cronaca quotidiana, formandosi una sua idea su fonti di informazione a cui lui concede grande credito e opponendosi a quella che considera un’informazione di regime, che vorrebbe distogliere l’attenzione delle persone dalla “verità vera” (questa tautologia si rende necessaria in un mondo in cui esistono molte verità).
La pubblica opinione rappresenta spesso il negazionista come una macchietta, come un personaggio tanto isterico quanto ingenuo, un fanatico aggrappato ad una visione del mondo che non ha supporto nelle evidenze scientifiche e documentarie.
In effetti alcune persone definite “negazioniste” appaiono proprio così.

Ma io mi sono chiesto: non potrei finire anche io ad essere considerato “un negazionista”, solamente perché su alcune questioni mi trovo dissenziente rispetto alle opinioni prevalenti nel dibattito pubblico? E le fonti su cui io formo ed elaboro il mio pensiero (la Bibbia per esempio o il magistero della Chiesa) potrebbero essere considerate semplicemente a-scientifiche ed io considerato un fanatico o una macchietta, perché come “scientifiche” sono accreditate solo le scienze economiche, sociali o quelle che riguardano la fisiologia della persona?

Se un Paese come l’Olanda, il Belgio o la Nuova Zelanda (ultima della serie) sostenesse sensato e conveniente promuovere l’eutanasia, o addirittura l’eutanasia infantile, considerando non degna di essere vissuta la vita di alcuni esseri umani; o la Danimarca, piuttosto che qualche altro Paese dell’area scandinava, promuovesse un’eugenetica di fatto, attraverso una campagna di aborti selettivi su feti considerati a rischio di sindrome di Down o di malformazioni; o se l’Italia sostenesse una politica di chiusura all’accoglienza di persone in difficoltà e di respingimenti di persone che chiedono asilo perché in fuga da guerre e carestie; … insomma se in tutti questi casi io avessi un’idea diversa, formata su fonti che io considero affidabili ancorché bollate come non scientifiche, un’idea e una posizione che si colloca in contrasto con la mentalità comune o della maggioranza, potrei essere considerato semplicemente un negazionista e così relegato nella schiera dei fanatici il cui pensiero non è degno di essere considerato, piuttosto compatito?

Non difendo e non sostengo affatto le posizioni che oggi infervorano il dibattito riguardo l’esigenza di una prevenzione al diffondersi del virus Covid-19 o della necessità dei vaccini.
Ravviso solamente il pericolo di un abuso del termine “negazionista” attribuito a chiunque abbia un’opinione fortemente discordante con quella della maggioranza, perché potremmo trovarci tutti relegati in questa categoria che, anche in una società che presume di essere democratica, rappresenta uno stigma di esclusione dalla possibilità di essere ascoltato. A me personalmente dispiacerebbe moltissimo e lo considererei un’ingiustizia.

Una società veramente democratica invece, attraverso un dialogo rispettoso, cerca di porsi in ascolto di tutte le posizioni, per individuare il maggior bene possibile da perseguire insieme, senza barricate, senza complottismi, valorizzando quanto di meglio ognuno esprime, ascoltando le preoccupazioni che guidano una persona ad assumere determinate posizioni, senza stigmatizzarlo pregiudizialmente.

Mentre la storia ci ha consegnato esempi eccellenti di persone che hanno lottato contro un pensiero comune diffuso, consentendo, tramite il loro operato, un progresso a tutta l’umanità (penso a Galileo Galilei, a Mohandas K. Ghandi, a Martin Luther King, a Francesco d’Assisi) nonostante le durissime opposizioni che hanno dovuto subire, oggi rischiamo lo stesso meccanismo di esclusione appoggiandoci ad altri dogmatismi, per lo più di carattere scientifico. La storia ci ha insegnato che alcuni oppositori dissenzienti, in realtà si sono rivelati dei profeti; coloro che li hanno ascoltati, nonostante la fatica richiesta nel cambio di prospettiva, ne hanno goduto; coloro che si sono loro opposti sono stati considerati dei persecutori ottusi (dei negazionisti?).

Il gelsomino

com’è esotico il gelsomino; in mezzo a quel grigio e a quello scuro color di melma è così radioso e così tenero: si può benissimo credere nei miracoli.” (Etty Hillesum)

Questa frase di Etty Hillesum, citata da Erika G. durante l’assemblea diocesana dell’altra sera, mi ritorna alla mente e “non mi lascia in pace” per dirla alla don Oreste.
Anche io non so nulla di gelsomini e di fiori in genere, ma sono attratto dalla bellezza, anche se devo riconoscere che non sempre mi concentro su di essa – lasciandomi semplicemente affascinare -, facendomi piuttosto distrarre (e rattristare) dal grigiore della melma.

Mi chiedo: è ingenuo fissare il gelsomino e perdersi nella contemplazione della sua bellezza? Non è più serio preoccuparsi della melma? E’ una “fuga dalla realtà”? Ma non è realtà anche il gelsomino?

Al centro del vangelo della messa di oggi (1 novembre) c’è una promessa di Gesù: “beati i puri di cuore perché vedranno Dio” (Mt 5,8). Dov’è Dio? Dove posso contemplarlo? Nel grigiore della melma o nel gelsomino, nonostante la sua fragilità e incapacità di risolvere il grigiore della melma?

Il mio amico don Roberto B., durante la stessa assemblea, commentando l’intervento di Erika, ci ha invitato a rivolgere lo sguardo a ciò che è vivo e non a ciò che è già morto, per quanto imponente e storicamente importante.
In questo tempo di potatura, in cui siamo chiamati a valorizzare l’essenziale, questo potrebbe essere un criterio che ci aiuta molto, perché il Vivente, Colui che ha sconfitto la morte, dimora in ciò che è vivo e non solo in ciò che noi consideriamo importante; in ciò che ci rende vivi, non in ciò che ci affatica inutilmente (anche qui ci vorrebbe un bel discernimento).

Donaci, Signore un cuore puro,
capace di riconoscerti presente lì
dove la tua potenza di vita si manifesta.
Donaci, Signore un cuore puro,
fedele nel servizio a Te e ai fratelli
e ardente nella lode.
Donaci, Signore, un cuore puro,
capace di perdersi nella contemplazione
della bellezza del gelsomino
e libero dai sensi di colpa,
che ci vorrebbero far credere
che, fermandoci a guardare il gelsomino
abbiamo perso del tempo.
Amen.

Vinci il male con il bene

A qualcuno potrà sembrare un’ingenuità questa affermazione di san Paolo che chiude il capitolo 12 della lettera ai Romani. Eppure sono queste le parole che papa Francesco ha rivolto ai cattolici francesi, unendo la sua preghiera per le vittime, per le loro famiglie e per tutta la comunità colpita da una violenza cieca e blasfema.

Questa parola, che ci è arrivata tramite san Paolo ed è riecheggiata dalla voce di papa Francesco, ci dice qual è il modo originale in cui i cristiani si pongono di fronte al male e alla violenza, soprattutto quando la subiscono.
Ma qual è il bene che vince il male, che lo disarma, che lo rende perdente? Qual è il volto concreto del bene che i cristiani portano nel mondo per vincere il male?

Prima di tutto vorrei ricordare a me stesso che il male va combattuto, mai tollerato. Il male e non le persone che agiscono male. Il male va denunciato perché deve essere riconosciuto come mortifero nei confronti dell’uomo e blasfemo verso Dio. E’ stato detto quasi due anni fa nel documento sulla Fratellanza Universale firmato ad Abu Dhabi, ed è bene riaffermarlo: nessuno può affermare di usare la violenza in nome di Dio!

Ma oltre la denuncia, il male va vinto. Come?
Il bene che vince il male è la giustizia che riconosce e rispetta e valorizza i diritti inalienabili di ogni uomo. Lì dove non c’è giustizia, il male cova ed esplode.
Il bene che vince il male è l’accoglienza e la condivisione. Quando mi faccio carico di un bisogno concreto, quando non rimango indifferente rispetto alle necessità di un fratello, di una sorella, di una famiglia, disinnesco la rabbia che nasce dal percepire di essere vittime dell’indifferenza.
Il bene che vince il male è la fraternità che nasce da uno sguardo che sa riconoscere nell’altro uno uomo come me, con gli stessi sogni, con le stesse paure, con gli stessi bisogni. La diffidenza e l’ostilità nascono sempre dallo sguardo e generano senso di rabbia e di ribellione.
Il bene che vince il male è il dialogo, la capacità di saper riconoscere il valore di quanto tu affermi e la disponibilità a spiegare e rendere comprensibile quanto è importante per me. Il dialogo disinnesca le ideologie che sono sempre matrici di violenza indipendentemente dal colore (se esistono ancora dei colori) o dalla matrice culturale e aiuta a riconoscersi reciprocamente cercatori della verità e del bene.
Il bene che vince il male è il perdono, quella straordinaria sovrabbondanza di amore che sa distinguere tra errore ed errante e, mentre condanna l’errore, diventa capace di abbracciare l’errante perché riconosce il male che quell’errore ha causato anche a chi l’ha commesso.

Ma noi siamo capaci di questo bene? Fa parte veramente della nostra vita illuminata dal Vangelo?
Qualcuno potrebbe affermare: che valore ha il bene che io compio nel mio piccolo di fronte al male del mondo? Si potrebbe rispondere che in una stanza completamente buia anche la luce di una singola candela fa la differenza. Ognuno di noi è chiamato a fare quello che gli è possibile fare. Insieme, poi, possiamo aiutarci e unire il nostro impegno per il bene, dandogli maggiore visibilità. Il bene, in ogni caso, non va mai perduto e, come diceva il Talmud: Chi salva una vita salva il mondo intero.

Mentre ci avviciniamo alla festa di tutti i Santi, giorno in cui riascolteremo dalla bocca del Signore il vangelo delle Beatitudini (Mt 5,1-12), proviamo a chiederci se in questo tempo, con le sfide che ci troviamo ad affrontare e di fronte alle provocazioni che la storia ci offre, noi discepoli di Gesù saremo capace di pronunciare quella parola e compiere quel gesto che è capace di vincere il male con il bene. Avremo sufficiente fede e speranza per farlo? Saremo davvero testimoni di Gesù?
E se ci rammarichiamo perché, a causa delle misure dovute alle esigenze di contenimento del contagio, non potremo festeggiare queste feste come siamo abituati a fare, possiamo provare a pensare che forse è proprio questo che il Signore ci chiede in questo anno: vincere il male con il bene, come ha fatto Gesù, come hanno fatto i santi.

Per chi lo desiderasse propongo la lettura di due articoli che ho trovato molto interessanti:
Mattia Feltri; Attentato a Nizza, l’Europa non sa difendersi e perde se stessa
Andrea Riccardi; Il blasfemo omicida, i giusti credenti

Centoquarantadue

Siamo in due, ci divertiamo a condividere i pensieri e a trasformarli in parole

The Starry Ceiling

Cinema stories

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