L’indifferenza come difesa

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Forse arriva un momento in cui anche la possibilità di coinvolgersi nella tragedia ha un limite. Arriva un momento in cui il nostro “sistema operativo” va in protezione per eccesso di input.

Nel martellamento mediatico quotidiano che ci riporta drammi di uomini, donne, bambini bloccati nel gelo a temperature impensabili; naufragi nel mare mediterraneo con morti e dispersi; politici e governanti di paesi europei che si beffano delle leggi internazionali attuando azioni disumane e fuori da ogni logica minimamente solidale… si attua dentro di noi come una reazione di difesa, che tende a porre un filtro per custodirci in una tranquillità turbata da queste notizie.

Gli alibi che giustificano questo filtro sono innumerevoli: da quelli fondati nelle ideologie nazionaliste (sfacciatamente proclamate in questi giorni dal premier Ungherese), a quelli di chi, semplicemente, non ce la fa più anche solo ad ascoltare queste notizie, a chi pensa che la cosa non lo riguardi, a chi pensa di aver già dato con SMS solidale al numero indicato dalla TV.

Ma abbiamo il diritto di stare tranquilli quando intorno a noi si è scatenata questa tempesta umanitaria che non cessa e che non tende a diminuire?
O quel disagio che sentiamo dentro di noi, quel malessere che vorremmo risolvere in qualche modo, non è altro che la nostra umanità che bussa alla nostra coscienza e ci dice che la cosa ci riguarda e riguarda esattamente il nostro modo di essere uomini?

Certo è una lotta!
Un combattimento contro il nostro desiderio prepotente di silenzio, di pace, di tranquillità… contro l’esigenza manifestata di pensare beatamente ai fatti propri che, come diceva la mia nonna, “sei già stanco e sudato”.
E’ un combattimento contro quella parte di noi stessi che non vuole coinvolgersi, non vuole essere messa nel mezzo, non vuole entrarci in questa vicenda.
E’ un combattimento per comprendere cosa posso fare concretamente, come mi posso coinvolgere, come ci sta anche questa, in mezzo a tutte le cose che già devo fare….
E’ una lotta!
Ma è una lotta per rimanere umani! Per non cedere alla tentazione di pensare che io ho il diritto di farmi gli affari miei e gli altri sono dei rompiscatole o dei problemi che non mi riguardano. Essere umani prevede la capacità minima di riconoscere altri esseri umani come me, con i miei stessi diritti e le mie stesse aspirazioni.
E’ una lotta contro la disumanità che nasce sempre dal culto del mio io; la disumanità che si manifesta nel peccato, che diventa ingiustizia, che diventa arroganza e prepotenza.

E’ una lotta in cui mi devo ripetere senza stancarmi: voglio semplicemente essere e rimanere umano!

Una Risposta

  1. […] “Forse arriva un momento in cui anche la possibilità di coinvolgersi nella tragedia ha un limite. Arriva un momento in cui il nostro “sistema operativo” va in protezione per eccesso di input. Nel martellamento mediatico quotidiano che ci riporta drammi di uomini, donne, bambini bloccati nel gelo a temperature impensabili; naufragi nel mare mediterraneo con morti e dispersi, si attua dentro di noi come una reazione di difesa, che tende a porre un filtro per ricuperare la tranquillità turbata da queste notizie. Ma abbiamo il diritto di stare tranquilli quando intorno a noi si è scatenata questa tempesta umanitaria che non cessa e che non tende a diminuire? Quel disagio che sentiamo dentro di noi, quel malessere che vorremmo risolvere in qualche modo, non è altro che la nostra umanità che bussa alla nostra coscienza e ci dice che la cosa ci riguarda e riguarda esattamente il nostro modo di essere uomini.” (Tecnodon, Gennaio 2017) […]

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